domenica 17 dicembre 2017

Supereroi e vino rosso

Avevo detto che non avrei parlato dei miei vuoti emotivi, ma più vivo, più mi sembra chiaro che, ognuno di noi, è la somma dei propri vuoti. Vuoti emotivi e vuoti che derivano in maniera direttamente proporzionale, da loro. Prendiamo l’annosa questione Michela e la maternità. Essere cresciuta con la sindrome dell’abbandono, mi ha resa una donna perennemente in fuga e diventare madre mi ha, invece, inchiodata a quest’altro essere umano che in simultanea, dipende da me e ha il potere, di fare di me ciò che vuole. Io sono sua. Vorrei poter dire che questo la renda infinitamente ricca, ma per quel che so, valgo poco e lei non lo immagina nemmeno lontanamente.
Della maternità mi fa terrore tutto. Soprattutto, questa sensazione angosciante del camminare costantemente con il cuore pulsante fuori dalla gabbia toracica. Mi fa sentire terribilmente vulnerabile. Oscillo tutto il tempo tra questi due poli, liberare la meraviglia di V e regalarla al mondo, o, rinchiuderla di nuovo nella mia pancia, lontana il più possibile dal mondo e le sue brutture. Riunire il suo respiro e il battito del suo cuore al mio. Il problema principale è smettere di sentirmi un’imbrogliona. Lei mi guarda, mi ama e corre leggera ché la sua mamma sa tutto di tutto, la sua mamma può curarla da tutte le bue e, invece, no. La maggior parte del tempo, ciondolo per la casa senza avere la minima idea di quello che sto facendo. Chiudo gli occhi e spero di non ammaccarla. La paura dell’ammaccarla mi viene dal primo cambio pannolino, da allora, è cambiato tutto intorno a noi. È cambiata V. Sono cambiata io. Ho stravolto innumerevoli volte il suo mondo e, ancora, ho paura di ammaccarla. È una situazione paradossale perché, più lei mi guarda con quegli occhioni pieni di aspettative, più io mi sento piccola e vorrei scappare nell’angolo più remoto di casa, rannicchiarmi al buio e fingere di aspettare mia madre che torna dal lavoro. Devo, invece, reggere il suo sguardo, così puro e autentico da farmi sentire il peggiore essere umano sul pianeta e devo, mentirle, raccontarle che andrà tutto bene e che mamma ci sarà sempre. Sono le bugie bianche, dicono. Sono le bugie che fanno crescere, dicono. Io non lo so. Chiudo gli occhi e spero di non ammaccarle l’anima.

Mi interrogo molto sul mio essere madre. Non penso di essere adatta al compito. Non me la godo come vedo fare a tante mie coetanee. Tutti concordano che essere madri sia la cosa più stancante di tutte. Per me è più di così. Non è, solo, la stanchezza fisica. Quella non la sento più. Mi sono abituata che, il mio modo d’essere è, ormai, questo: #stancacomelamerda
Invece, il silenzio e il mio mondo interiore, fino a cinque anni fa, più movimentato di quello esterno, mi mancano. È come se vivessi in una schizofrenica sincronia tra azioni, parole e mondo circostante. E, tuttavia, sono in diacronia con i miei luoghi interni. Posso davvero dirmi felice quando non trascorro almeno metà della mia giornata a pensare? Allora, mi sono detta che questa cosa di V e di me che sono sua madre, è una versione alternativa della felicità come me la immaginavo. Certo, quando salta sul divano, quando urla impietosa, quando mi dorme addosso, quando mi impedisce di essere me, altro da lei, mi sembra una versione sadomaso e perversa della felicità così come me la immaginavo, ma non posso dirmi infelice perché, quando mi è lontana per più della normale giornata scolastica, vado in deficit di ossigeno. Quindi è un bel casino. Sono una donna spaccata. E, questa scelta di fare la mamma single, mi rende più spaccata della norma.
Chi come me cresce un figlio da sola, almeno nell’ordinaria amministrazione, sa bene di cosa parlo.

Ci sono momenti che senti che non ce la farai. Ci sono giornate, in cui metti davvero le scarpe nel frigorifero, per parafrasare il paradosso di Fedez, ma poi, in qualche modo, varchi la soglia di casa, tu, le buste della spesa biodegradabili perennemente rotte perché, quelle buone sono, ovviamente, appese accanto alla porta di ingresso, il cane che tira perché sta per morire disidratato anche se ci sono 5 gradi, tua figlia che dice “mamma, ti dico una cosa” proprio mentre il manico della busta sta cedendo e tutta la spesa sta per cadere, la lampadina delle scale che l’amministratore ti ha detto avrebbe cambiato un mese fa e, invece, è ancora spenta, allora prendi il cellulare in tasca, cerchi di far luce con la torcia dell’iphone che di norma è mezzogiorno di fuoco, ma la sera non ha nemmeno l’intensità di una candela e, finalmente, in qualche modo, la chiave gira nella serratura ed è magia, è casa.

V continua a spiegarti che Matteo le ha tirato i capelli. Di istinto, le dici che i maschi fanno così quando una bambina gli piace. Mentre lo dici ti odi, perché pensi di stare perpetrando la violenza di genere su una bambina di 5 anni dandole l’idea che, un maschio è violento se ama. Poi pensi sticazzi, a me dicevano così e mai nessuno maschio ha pensato di sfiorarmi perché, di solito, sei tu, a fare paura agli uomini. Ti dici che sei solo stata fortunata. Allora, decidi di correggere il tiro e spieghi a tua figlia che la violenza non è mai una scelta giusta. Cerchi con le ultime energie della giornata di prepararle una cena decente. Riponi la spesa nei mobili. Il cane deve mangiare, ma non mangia se non ti fermi accanto a lui. Apri un Santa Cristina, uno di troppo, ma di nuovo sticazzi e mentre vai in decompressione col primo sorso, realizzi che anche oggi l’hai sfangata.
La giornata è andata.
Sei un super eroe con una bambina con la pancia piena, il cane pure e un calice di rosso in una mano.

lunedì 11 dicembre 2017

Le regine del 33, 33 e 33

L’altro giorno, parlavo con una mia cara amica. Una donna che amo e stimo in egual misura, in quella maniera assoluta di metempsicosi per la quale, una diventa identica all’altra, nel percorso che si fa insieme. Una cosa che con un uomo non potrebbe mai capitare, a meno che, non si incontri uno di quegli esseri mitologici muniti di un pene e di una sensibilità femminile che gli dica come usarlo. Un femminista, vero. Lo dico e mi sembra di infrangere un tabù. L’ultimo baluardo sulla via dell’illuminazione circa rapporti di coppia uomo/donna. Insomma, se ne conoscete uno, esponetelo al mondo, che qui siamo tutte alla ricerca del Sacro Graal. Non siate egoiste. Non siate quel tipo di donna che trova, per puro caso, il cioccolattino giusto in una scatola dai gusti di merda e pensa “ora me lo pappo io da sola, mangiatelo tu, quello al marzapane!”. Siate altruiste. Dite no al marzapEne per tutto il genere femminile. Facciamo rete, no? Oggi si fa rete per tutto. Non so nei vostri lavori, ma nel mio, c’è un “tavolo di consulta” per ogni tipo di scelta, da quelle importanti alla festa del Natale.

Insomma, sabato sera, io tornavo da un incontro con la cittadinanza di Piombino, teso alla sensibilizzazione sul tema immigrati e lei era a casa. Lei in coma sul divano, io in coma in auto. Lei in lotta con la noia, io con la parte di me perennemente in fuga, ma questo, ve lo racconto un’altra volta e lei, come fa sempre, mi ha fatto riflettere su una teoria interessante.
Noi, donne intorno ai 30 –dove, a dirla fuori dai denti, non si capisce se siamo più intorno ai 30 o ai 40, considerato che siamo proprio nel mezzo, ma, in fondo, lo sanno tutti che i 40 di oggi sono i 30 di ieri- al netto di un’indipendenza economica che, spesso, si accompagna ad una maggiore sicurezza e autostima e, quindi, nel campo sentimentale, ad una emancipazione dall’altro, con un matrimonio o una convivenza alle spalle, un cane o un gatto a riscaldarci il cuore e, alcune, con delle estensioni di noi, i figli, da crescere, siamo quelle del 33-33 e 33.

No, non siamo afflitte da una perversa sindrome di Peter Pan che ci cristallizza agli anni di Cristo in croce. Per quanto dolorosi siano stati, la maggior parte di noi, ne è uscita ammaccata, ma in qualche modo incolume, da quei 365 giorni di panico e delirio che sono i 33. E, no, 33 non è il numero di uomini che abbiamo amato. 33 è la quota vitale che siamo, fisicamente capaci, di dedicare.

Se è vero che siamo unità intere, allora, un 33% della nostra quota di energie, la dedichiamo al lavoro. Un lavoro che abbiamo imparato ad amare e a sentire nostro. Un lavoro che spesso sfida le leggi della fisica di piegamento e flessione di un corpo e di uno spirito, ma che cavalchiamo come intrepide amazzoni.
Un altro 33% della nostra quota vitale, va alla famiglia, qualunque essa sia. Da quella mononucleare con te e il gatto (che poi sono sempre almeno due i gatti) a quella della mamma single, con un bouledogue francese affetto da aerofagia acuta e una quarentenne rinchiusa nel corpo di una cinquenne come figlia, o, ancora, quella con te e la tua donna o il tuo uomo, o quella in cui ci sei tu, un marito e figli di diverse unioni o, quella strana cosa chiamata famiglia tradizionale, che a me da sempre i brividi e della quale stento a fidarmi per incolmabili vuoti emotivi, dei quali, state tranquille/i, non parlerò. Per quello esiste una stanza con divano apposta. Il lettino non c’è. Non sperateci. È un’altra leggenda.
Infine, l’altro 33% alcune lo dedicano all’amore, altre al sesso, quello adulto, pieno e cosciente. Quelle parecchio fortunate, coniugano entrambe le cose. Per un periodo sufficientemente lungo del proprio viaggio.
L’altro 1% che fine fa? Quello, è il maledetto quid impazzito che vaga feroce lungo le tre parti di noi. A volte fa pendere la bilancia sul 33 del lavoro; in quel caso, ci danno delle ciniche arriviste. Altre volte sul 33 della famiglia e ci chiamano casalinghe frustrate, altre, sul 33 del sesso, allora ci chiamano ninfomani, altre sul 33 dell’amore e lì, amiche, sono pene. Vero?

Insomma, è la storia di sempre. Come in Sex and The City, io l’ho amato quel telefilm, ma bimbe, che fatica a restare imprigionata in uno solo dei personaggi!
Carrie, la Regina di Cuori. Quella dei grandi incendi emotivi e degli iperbolici interrogativi, quella che osserva il mondo con l’occhio curioso dello scrittore.
Samantha, la Regina delle Picche, dell’indipendenza economica, della libertà sessuale, ma anche capace di contenere il dolore di un cancro.
Miranda, la Regina di Quadri, la più umana e sarcastica, quella della verità ad ogni costo, quella della mamma single, della donna tradita, della moglie che perdona; quella dei chili di troppo post partum e delle difficoltà di una donna che, pensava di voler fare carriera più di ogni altra cosa al mondo, ma poi scopre che, diventare madre, inevitabilmente ti cambia. Forse non nel nucleo, ma, di certo, nel modo di operare le scelte.
E, infine, Charlotte, la Regina di Fiori. La Regina della Casa, quella dell’Amore con la A maiuscola, capace di convertirsi ad un altro Dio per il suo uomo. Quella elegante. Quella di cultura. Forse la più sottovalutata. Quella che, a prima vista, sembra una borghese ipocrita che spaccia la sua istruzione, per amore dell’arte (è una gallerista ndr). E invece, poi, si scopre una donna capace di grandi profondità, fragile, ma titanica quando serve.

Ognuna di queste è il braccio armato e il cuore pulsante dell’altra e, insieme, formano una meravigliosa Matrioska.
Invece, cosa facciamo noi? Ridimensioniamo, ogni giorno, qualche parte di noi. Un taglietto qui, ché essere così libere sessualmente non va bene, un morso alla lingua ché il sarcasmo non è segno di intelligenza brillante, ma di cattiva educazione, un altro muretto da ergere nel cuore ché tutta questa passione per la vita finirà per distruggerti e una collana di perle in più, perché sei pur sempre una donna. Siamo noi, le prime ad ingabbiare le Quattro Regine che dormono dentro di noi. Siamo noi, le prime a non accettare che siamo quelle del 33. Abbiamo imparato ad imporci tutto: diete, palestra, jeans troppo stretti, tacchi troppo alti, un marito che detestiamo e non siamo capaci di convincere noi stesse che le donne come ce le hanno fatte figurare da bambine, non esistono più. Va bene così. Noi amiamo così e amare così, non significa, non amare abbastanza, essere così, non significa, non essere abbastanza. Va bene essere così, ripetilo con me, va bene essere così.
Puoi essere Regina di cuori, quadri, fiori e picche tutto in un’unica giornata perché, l’unica cosa vera, è che nessuno, ha il diritto di toglierti lo scettro che ti sei guadagnata. Tu sei la regina del 33 e vai bene così.


venerdì 8 dicembre 2017

Girls Hut perché la scrittura bussa sempre

Iniziare un progetto, crederci, appassionarmi e poi abbandonarlo, è tipico di me. Stanza antipanico, era questo. Per la prima volta, decidevo che scrivere era la mia priorità e, per un po', ci ho anche creduto, il tempo necessario a sentirmi schiacciata da me stessa e dalla mia incapacità di scrivere realmente quello che penso perché, se lo faccio, tutti scappano via. E invece tutti a dire che non è così e, forse, è vero che non scapperebbero, ma la paura che ho di ferire o di essere fraintesa, mi paralizza. La parte creativa del mio cervello, si inibisce e tutto quello che ne viene fuori è un patetico nulla. Scrivere, è dare scandalo. Se non dai scandalo, se non sei scomoda, vuol dire che non sei autentica e se non sei autentica, allora, non dovresti scrivere. Da qui, la scelta di non scrivere nulla che fosse più di qualche nota sparsa al margine del mio profilo Facebook.  Lo dicevo l'altro giorno ad una persona il cui cervello, è una meraviglia complessa e appassionante, il mio modus operandi, non è mai cambiato: correre, incendiare e farmi terra bruciata intorno. Sono incapace di aspettare. Forse è per questo che amo i vini. Quando ti versano un buon vino, ti chiedono di aspettare ad assaggiarlo. Lo devi fare decantare, riposare. E più lui riposa, più respira e, più respira, più cambia aspetto, colore e gusto. Le persone sono un po' come i vini. Alcuni tra i giovani, ad esempio, hanno bisogno di tutta l'aria che riescono a prendere. Lo fanno per prendersi il tempo necessario ad ammorbidirsi, per mostrare i loro diversi aromi e gusti stratificati. Ecco, così siamo noi, o almeno, così ero io. Ho avuto bisogno di tanto tempo per rilasciare i miei diversi profumi; per dimostrare che sono la stessa faccia di indefinite versioni. Sono stata molto dura e piena di spigoli. Ho dovuto vivere a lungo una vita che non comprendevo, affinché potessi ammorbidirmi e smussare quei lati di me, che mi precludevano strade che credevo portassero al Signore e che, invece, mi hanno portata ad un calesse. Ogni volta, fino a quando ho smesso di cercare un'illuminazione in posti diversi da me. Non è un caso che i vini vecchi non vadano fatti aerare. Essi rilasciano residui e sedimenti. Analogamente noi, in età adulta, smettiamo di cercare di dimostrare il nostro sapore. Abbiamo consapevolezza di noi e questo ci rende, inevitabilmente, più gustosi.
La mia attuale età, è un po' a quel punto. Ho raggiunto una sufficiente consapevolezza di me come donna e come madre e ho, la piena consapevolezza, di una cosa: sono una persona inquieta. La stasi mi distrugge. Creo, distruggo tutto in una sola istanza e, così, io vivo.
Ho sempre trovato strano come nella negazione di ogni possibile attesa, io trovi il mio unico porto sicuro.
Sono stati due anni di profonde trasformazioni. Ho stravolto la vita che avevo costruito su basi, che credevo solide e che, invece, affondavano nelle sabbie mobili perché, semplicemente, non poggiavano su me stessa. Ho preso fiato, naso all'aria, ho trovato la via dove mi trovo adesso, sempre con la sibillina certezza, che questa è solo una via e che, il percorso, lo creo io. Ho creato una nuova casa piena di amore, di musica, di arte e luce per me e V. Ho aperto le porte ad Artù, il nostro bouledogue francese, che ci insegna, ogni giorno, un amore mai conosciuto prima e sono ripartita da me.
Questa stanza, è la mia nuova casa. La aprirò ogni qual volta sentirò che ho qualcosa di vero da dire. Perché, la scrittura, alla fine, bussa sempre alle mie porte.

domenica 22 novembre 2015

Gli uomini e le donne sono uguali?

Come è possibile che, alle soglie del 2016, una donna di trentatré anni, debba ancora sentirsi in colpa per amare tanto il proprio lavoro?
Quando diventerà naturale, la dedizione di una donna alla professione che svolge?
Sono stata tirata su da una madre lavoratrice. Lavoratrice nel senso che da casa, si usciva alle 7.30 e si rientrava la sera a cena. Non è mai stata la madre ferma ai fornelli per più di quindici minuti, eppure, non ho mai avuto problemi alimentari ed ho, sempre, mangiato tutto il necessario. Sono stata in compagnia di mia nonna durante la maggior parte della mia infanzia, ho avuto molte baby sitter che ricordo con estremo affetto e non ho mai lasciato la scuola prima delle 4.30 fino a quando, questo è stato possibile, inclusi tre giorni la settimana delle scuole medie e, sapete una cosa? Mi sono divertita da morire e non ho mai, ripeto mai, dubitato della totale dedizione di mia madre a me come figlia e del suo incondizionato amore, perché anche nei giorni in cui la vedevo poco, il tempo che mi dedicava era di qualità altissima. Era come entrare in un mondo segreto fatto di simboli e intese solo nostre. 
Mia madre è una donna titanica. E' una fenice, forse una delle ultime rimaste. Non conto le volte che l'ho vista rinascere dalle ceneri dei suoi problemi. E' una donna che appassiona tutti quelli che la incontrano. Ammetto che, non è stato facile essere sua figlia. Mi correggo, non è facile essere sua figlia. Anche oggi che sono mamma e lei è nonna, non è facile percorrere la mia strada senza rischiare, ogni volta di percorrere le sue orme e inseguire le sue ombre. Oggi, posso capire la netta divisione tra la mia mamma e il suo essere donna. Come madre, a volte dimentica la sua modernità e mi confonde. Come donna, credetemi è tutto ciò che noi femmine vorremmo essere: bella, intelligente, perspicace, capace, estrosa, ma con i piedi ben piantati a terra e, soprattutto, indipendente, ma non nel senso teorico del termine, no. Mia madre è l'essenza dell'indipendenza, è la parola fatta persona. Ha precorso i tempi, negli anni del bigottismo spietato. A casa, innamorandosi e procreando con un uomo già reduce di un precedente matrimonio e padre di due figli. Ci ha convissuto, in un momento storico in cui se convivevi eri poco più di una puttana e dopo, lo ha anche lasciato. Della serie: bandite questa donna dalle chiese di tutta Europa. Eppure mi ha insegnato cosa sia la famiglia. Si è risposata e con il nuovo marito, anche egli separato e con due figli all'attivo, ha creato una nuova famiglia. Una delle prime vere famiglie aperte, almeno nella zona in cui vivevo io. La mia famiglia è ancora più speciale perché ha scientemente scelto di resistere agli urti e alle tempeste e oggi, nonostante l'incredulità di molti, siamo fortissimi e ci amiamo profondamente. 
Nel mondo professionale, ha svolto per anni, una professione sotto il completo appannaggio degli uomini: arredatrice di interni. Lo ha fatto con grazia, eleganza e talmente bene che è stata contesa dai migliori studi di Napoli fino ad andare a lavorare in Basilicata cinque giorni la settimana e nemmeno in quei momenti io sentivo l'assenza di mamma, perché lei era comunque presente. Chiuso il capitolo arredamento, ha provato, per farmi felice, a restare a casa, pur essendo io molto piccola, ricordo bene che mi accorgevo di quanto non fosse ciò che veramente voleva. Poi ha aperto un ristorante con il suo attuale marito. Un piccolo ristorante che in poco tempo diventò una leggenda tra i sessantottini della Napoli bene, tanto da doversi spostare in un locale più grande e poi... ma basta, questo post non è nato come biografia di mia madre. Il punto che volevo toccare è, quanto si sarà sentita in colpa mia madre, per non essere la mamma del mulino bianco? Perché vedete amiche, non importa quanto la società finga di appoggiare l'uguaglianza tra i sessi. La verità è che questa ancora non esiste e onestamente, non credo esisterà mai. Siamo ancora fermi al punto di partenza. La donna, deve ancora scegliere se essere mamma o donna che lavora. Mi spiego meglio.
Un uomo lavora, secondo il mio punto di vista, non fa nulla di eccezionale, se non quello che facciamo tutti noi esseri umani eppure, lui lo farà notare, quando gli chiederai di svuotare la lavastoviglie, lui dirà, io lavoro, sono stanco. Lui si arrogherà il diritto di essere stanco perché, poverino, lui lavora e, sebbene tu sappia, di lavorare il doppio di lui, purtroppo sei una donna. Non conosci la stanchezza e la svuoti tu la cazzo di lavastoviglie, oppure, semplicemente, non lo farà nessuno e, con ogni probabilità, mentre svuoti la lavastoviglie sei ancora con le scarpe col tacco, stai giocando con tua figlia, cucini e trovi anche il tempo di essere su whatsapp con un'amica. Perché sei donna, ma devi ancora parlare di uguaglianza.
Un uomo lavora e per quanto istruito e di buona famiglia sia, alla fine, ti porterà il conto amica mia, credimi è così. Non lo fa per cattiveria, lo fa perché è nella sua natura. Puoi lavorare, perché tu, amica PUOI lavorare, ti viene concesso di farlo  e di fare la mamma e la moglie o la compagna, la lesbica, la transgender, sono tutte concessioni che ci vengono gentilmente provviste dagli uomini. 
"Certo, amore che sono contento che hai trovato un lavoro che ami! Hai il mio totale appoggio, ma a che ora pensi di tornare? No, per sapere..." ecco, questo è più o meno quello che ti sentirai dire. A te, non è mai passato per l'anticamera del cervello, di porre questa domanda al tuo compagno, perché dai per scontato, che tornerà quando avrà finito. Sei stata educata, in quanto donna, a non fracassare le palle degli uomini e, di conseguenza, ti adegui e ti organizzi con casa, vita e figli, senza pesare sui piani lavorativi del tuo uomo. Lui no. Lui è stato educato che le mutande gliele devi lavare tu, quindi col cazzo che si può organizzare, senza sapere quando torni a casa a lavargli le mutande.
Ora poi, siamo nell'era digitale, quindi le tattiche, peraltro molto poco intelligenti degli uomini, sono cambiate. E così ti arrivano i messaggini su whatsapp, le richieste di facetime, oppure le telefonate perché quella povera stella di tuo/a figlio/a ti vuole vedere e zaac! eccolo, il nervo scoperto, il tallone di Achille, ormai il senso di colpa si è insinuato, il tuo cuore è già inquinato, la gioia pura e semplice che provavi un istante fa,  nel fare quello che ami è andata piuff... sparita. Ora ti senti solo una carogna egoista che lascia il sabato a casa il suo tesoro inestimabile, l'unico amore della sua intera esistenza che non si affievolirà mai, ma anzi crescerà solamente.
Non importa quanto tu ami il tuo lavoro, o te stessa, quanto tu non voglia cedere alle provocazioni e goderti, finalmente, dopo tanto, troppo tempo, il tuo momento, sarà tutto sempre troppo poco, paragonato al senso di colpa che la voce triste e annoiata del tuo stesso sangue all'altro capo del telefono ti provoca. Quanto vale la felicità di mio figlio? E' un costo inestimabile, giusto? Vale tutti i sacrifici del mondo, non è vero? Vale la nostra stessa esistenza, che bisogno c'è di dirlo? 
Ma quanto vale una madre felice? Ecco, questo è quello che forse, dovremmo iniziare a chiederci. Quanto una donna felice può essere una buona madre? Quanto può esserlo una madre infelice?
La felicità è una scelta, mi è stato insegnato da poco. E' una scelta coraggiosa che dobbiamo compiere ogni giorno. E' coraggiosa, ora lo so, perché la felicità passa per la conoscenza e l'accettazione della propria imperfezione. Amica che mi leggi, se mi leggi. Scegli la felicità, scegli te stessa, opera una scelta che i più valuteranno egoista e fa sì che tua figlia, abbia un modello di donna sano ed equilibrato da seguire, se invece il tuo è un bimbo, fa sì che tuo figlio impari ad amare le donne con il rispetto e il semplice buon senso che ci è dovuto.
E buon lavoro, amica.

martedì 17 novembre 2015

L'africa a casa mia.

A volte mi chiedo perché non possa fare a meno di mettermi in discussione.
Io sono un po' come i rettili, lo sono sempre stata, ad un certo punto, ho bisogno di cambiare pelle e non c'è nulla e non c'è nessuno, capace di fermarmi.
Ormai dovrei esserci abituata e invece, ancora oggi, mi fa male. E' proprio un dolore fisico. Il corpo sacrificato che si straccia le vecchie pelli di dosso e il nuovo strato, brillante, ma ancora troppo sensibile.
Le cose accadono per un motivo, sempre. Non ho un Dio particolare a cui parlare la sera, prima di addormentarmi. Credo però sia dannatamente vero che le vie del Signore sono infinite.
Fino al giorno in cui ho deciso di sposarmi, ho sempre agito di pancia. Sono fatta così, il mio motore sono le emozioni, anzi, spesso le sensazioni. Non sempre mi è andata bene. Sulla base delle mie esperienze, mi ero fatta l'idea che scegliere col cuore solamente, fosse sbagliato. Ho scelto mio marito con il cervello. Ecco, detta così può sembrare una cosa cinica e patetica, invece no. Mio marito è stata la prima scelta adulta della mia vita. Ho usato la testa. In quel momento frequentavo anche un altro ragazzo. Un ragazzo con il quale avevo dei trascorsi burrascosi, dovuti in gran parte, alla disarmante somiglianza dei nostri caratteri. Due prime donne insieme, non vanno lontano. Così quando ho pensato, ho trent'anni suonati e sono stanca di bruciare, ho capito che, mio marito, al quale non mi legava solamente un'emozione di pancia, ma anche una ventennale amicizia e conoscenza, era la persona giusta al mio progetto di vita. O questo, oppure, come sono più orientata a credere, i miei ormoni hanno scelto lui per riprodursi. In questi giorni però, mia madre mi ha invitato ad usare il cervello e quindi ecco la teoria dell'aver scelto mio marito col cervello e non con gli ormoni. :)
Insomma, il matrimonio è stato lo spartiacque della mia esistenza. Non avevo mai veramente pensato di sposarmi, mi era cara la massima di Troisi: "io non è che sia contrario al matrimonio, però mi pare che un uomo e una donna, siano le persone meno adatte a sposarsi", ma ad un certo punto mi sono buttata e mi sono ritrovata in una centrifuga incessante di emozioni e di ormoni, se consideriamo che dopo quattro mesi di matrimonio ero già incinta di Virginia. La nascita di Virginia ed i suoi primi tre anni di vita, sono stati un vero e proprio giro sulle montagne russe. Tanto che, guardando molte mie amiche che continuano a riprodursi senza il minimo cenno di cedimento mentale, inizio a domandarmi se davvero non sia il problema.
Virginia si è impossessata di me. Ha, di fatto, espropriato me stessa dal possesso del mio corpo che io ho sempre amato, essendo di base un'egocentrica narcisista, della mia capacità relazionale, fattore fondamentale al mio benessere psico fisico, perché con una bambina prima attaccata alle tette a fagocitare le quattro energie ancora rimaste nel tuo organismo e poi, col tempo, quando cresce, una bambina che vuole saltare, ciarlare e avere svelati tutti i perché del mondo, costantemente h 24, non è facile relazionarsi col mondo, spesso, hai solo voglia di un barattolo di nutella: muto e confortevole. Ma soprattutto, il mio amore più grande, la mia ragione di vita bla, bla, bla si è impossessata dei miei silenzi. Ora, chi scrive, ma anche chi legge, lo saprà. I silenzi reggono le nostre esistenze. Sono i pilastri della nostra vita. E' nel silenzio che si creano i romanzi, è nel silenzio che vivo la vita Anna Karenina. Il tutto, condito da un marito e non ho bisogno di altri approfondimenti, credo.
Insomma, sono passata dalla condizione di figlia, a quella di moglie e madre, in un lasso di tempo, davvero troppo breve. Non sono mai potuta essere donna, punto.
Fin qui, tutto normale. Regolari turbamenti di una donna media di trentatré anni. Giusto?
Senonché, mi si presenta l'occasione di un nuovo lavoro. Chi mi conosce, sa che ho sempre fatto un lavoro che, in generale, non mi piaceva. Questo nuovo lavoro invece... whaoooo, è quello che ho sempre sognato. Ho detto, cavoli mi butto. E in un nano secondo, la mia vita è stata ributtata in una centrifuga. Una centrifuga bellissima però fatta di colori, culture e aromi di diverse culture. E' solo che il mio nuovo lavoro, ha una controindicazione. Ti svuota. Vivi tante storie umane al giorno e alla sera, sei schiacciata dal senso di inadeguatezza e piccineria dell'umanità con l'unico microscopico, eppure, fondamentale risvolto positivo, dell'aver, a tuo modo, contribuito a creare un sorriso su volti che fino a tre mesi fa, rischiavano la morte nel mar Mediterraneo. Questo è un lavoro che da e toglie quasi in egual misura, eppure, non lo cambierei mai. Da qui il cambio di pelle, i turbamenti e l'assenza di scrittura. Sono ancora in fase di rodaggio. Sto ancora cercando di capire come fare, a non portarmi tutti i loro bagagli emotivi sulle spalle.
Ma è un buon momento per la mia anima. Ho ritrovato le scelte di pancia, perché se il cervello avesse contribuito alla scelta, sarei rimasta dov'ero, dove non vedevo, ignoravo e, in sostanza, giravo in tondo.
Ho scoperto che non hai nemmeno bisogno di partire per aver il mal d'Africa.
A volte penso che l'Africa non sia nemmeno un continente, a volte penso che l'Africa sia una condizione d'essere. Africa è amore incondizionato. Africa è dignità. Africa è gli occhi più belli del mondo. Africa è dove si mangia in tre si mangia in dieci. Africa è musica. Africa è risate fragorose. Africa sono tanti suoni familiari e chiassosi. Africa è un tempo dilatato. Africa è dolce indolenza, mista a incomprensibile pigrizia. Africa è it's not my stress. Africa è wifi no buono. Africa è you can't change the future. Africa è It's up to God e tu con i tuoi trentatré anni di retaggi culturali, sei lì che li guardi e li vorresti scrollare dalla loro beata indolenza e urlare vai e prenditi ciò che vuoi perché è così che sei stata educata, eppure, in qualche modo, senti di non doverlo fare, senti di non voler risucchiare anche loro nel nostro meccanismo malato, ma lo saranno e perderanno l'ingenuità e il candore delle loro stupende pelli nere. Allora, tutto ciò che ti resta e sperare che accada il più in la possibile e nel frattempo, semplicemente amarli.

venerdì 30 ottobre 2015

blogtour Eva e l'assoluto. Ultima tappa: ringraziamenti e giveaway

Scrivere Eva e l'assoluto, è stata un'avventura su più livelli. Sono sicura che questa è un'inconfutabile verità che ogni autore, si sentirebbe di condividere.
Ci sono stati momenti in cui ho creduto che scrivere fosse solo una vera e propria dannazione, qualcosa che non poteva portarmi altro che insoddisfazione, in questo, per dirlo alla Falubert, io sono Eva. Nonostante, la sensazione di incapacità che non mi ha abbandonata un secondo, durante tutto il percorso di stesura di questo piccolo romanzo, sono arrivata alla sua conclusione. In qualche modo ce l'ho fatta. L'ho scritto, io. L'ho amato, io. L'ho odiato, io. L'ho finanche pubblicato, io. Ora è vostro. Eva è del mondo intero, di tutti quelli che vorranno dedicarle qualche ora. La magia, questa magia che viene dall'essere nelle case di alcune persone che non conosco e che tuttavia, hanno tra le loro mani il pezzo più importante di me, vale tutta la fatica.
Vedete, Virginia Woolf quando pubblicava un libro annotava nei suoi diari, il travaglio vero e proprio delle prime ore post pubblicazione e la sensazione, è quella giusta. Un libro scritto da te è un figlio che lasci andare libero per il mondo. Da "madre" avevo sognato un destino diverso, fatto di pile di copie sui banchi di importanti librerie. A mia discolpa, non conoscevo affatto il mondo dell'editoria, ma solo quello dei lettori. Avrei voluto che il ciclo vitale di questo libro fosse diverso, fosse, in definitiva, direttamente proporzionale, all'amore viscerale che provo per ogni singola parola scritta su queste pagine, ma le logiche di marketing sono imperscrutabili e molto rigide ed Eva si ritrova a nuotare in un oceano di pescecani. Mi auguro quindi, che i lettori decidano di seguire la signorina con la testa tra le nuvole della nostra copertina, nonostante non ci sia un cartellone a consigliarlo. Mi auguro anzi, che il lettore diventi quel cartellone per altri lettori.
Comunque, dicevo, è stata un'avventura su più livelli e la novità più entusiasmante per me, è stata la realtà dei book blog che prima ignoravo. Ho conosciuto persone gentilissime e con alcune di queste: le mie compagne di viaggio in questo blog tour, Nunzia la libropatica e Stefania, la ragazza che annusava i libri sono nate delle bellissime amicizie. Amicizie di cui sentivo la necessità. Amicizie con radici in un terreno comune. Ma non solo, ho conosciuto tanti autrici che oggi posso vantare come amiche: Monica Coppola superlativa autrice di Viola, Vertigini e Vaniglia e Lucrezia Scali autrice self publishing di Te lo dico sottovoce che ha appena fatto il salto e che a gennaio 2016 troverete in tutte le librerie edita da una vera GRANDIOSA CASA EDITRICE, Loriana Lucciarini autrice super prolifica, blogger e inarrestabile compagna d'arte e tanti altri che non elenco perché sono smemorata e oggi non ho caffè in casa quindi sono al 2% di capacità neuronale.
Insomma, è stato un viaggio importante e ne ho apprezzato ogni singolo momento. Il mio si conclude qui, quello di Eva no, quello continua fino all'ultima casa da raggiungere. Oggi io e Eva ci dividiamo. E' un momento dolce amaro. L'ho aspettavo, ma non si è mai pronti.
Ringrazio tutti voi per aver partecipato con entusiasmo e per aver giocato con noi, noi ci siamo divertite come delle matte, speriamo anche voi.
Il nostro è stato un team stupendo fin dal principio, uno di quegli esempi di democrazia e armonia che ti fanno ben sperare per l'umanità :)
Ringrazio per aver creduto in questo progetto e per aver accettato senza la minima esitazione, sobbarcandosi questo impegno oltre ai loro numerosi impegni di blogger e (diciamolo) quelli della vita di tutti i giorni, le mie insostituibili Lily, Alessandra, Alenixedda, Maria e Loriana. Siete delle persone straordinarie.
Ed eccoci al vincitore...
a Rafflecopter giveaway







Mi auguro che restiate su questo blog il più a lungo possibile.
Grazie ancora a tutti

Michela Belli

PS Eva era solo la prima, Vera si fa già largo tra le mie dita ...

giovedì 15 ottobre 2015

Moll Flanders, Viola Vertigini e Vaniglia e la chick lit quella buona

Ho, da poco, finito di leggere "Viola, vertigini e vaniglia" di Monica Coppola.
Ora, voi lo sapete, questo non è un blog di recensioni, ma davvero, ho voglia di parlare di questo romanzo per vari motivi. Primo tra tutti, mentre lo leggevo, trovavo tutta una serie di analogie tra Viola ed Eva e dentro me pensavo, Dio buono, le vorrei far conoscere :D inoltre, è un chick lit come piace a me, brioso, romantico, buffo, ironico, eppure, in alcuni punti, in grado di farti riflettere.
Quando i lettori appartenenti alla cerchia snob, della serie leggo solo classici, oppure, tomi di 1500 pagine e corbezzolate simili, mi chiedono stupiti come mai mi piaccia la chick lit, vorrei sempre rispondere loro, che vadano a studiarsi un po' di letteratura.
La chick lit, per me sta al nucleo della letteratura. Quando nell'epoca borghese in Inghilterra si diffonde la moda del piacere di leggere, le prime ad aderire sono le donne. Parliamo dell'epoca di Robinson Crusoe, che fa da propaganda all'idea del self made man, è vero, ma è anche, di Moll Flanders. Ora, non so in quanti abbiano avuto la fortuna di leggere questo capolavoro di Daniel Defoe, ma chi l'ha fatto, non potrà non convenire con me che Moll, è la mamma di tutte le nostre eroine della chick lit. Moll è la prima Bridget. Nel romanzo infatti, accompagniamo Moll lungo tutta la sua vita e assistiamo alla sua crescita ed è questo, il punto centrale di tutta la chick lit. La trama segue una parabola prestabilita, la protagonista, tocca gli abissi e poi risale e ci lascia con un happy ending. Ovviamente, giacché la letteratura risente della storia, il lieto fine di Moll (vivere la parte finale della sua vita onestamente e morire pentita dei suoi peccati e quindi perdonata dal Signore) è un po' diverso dal nostro lieto fine e infatti, Viola, per esempio, ci lascia intendere che vivrà una vita da sogno nel suo sogno con l'uomo dei sogni. :)
Ecco, questo è ciò che amo della chick lit, quando è scritta bene. Non è come leggere un romanzo erotico, soprattutto perché, grazie a Dio, non ci sono frustini, perizoma di pelle e fragole e champagne, piuttosto, è come leggere una novella picaresca.
Sono romanzi introspettivi. Ci mostrano un'evoluzione umana, sia da un punto esteriore che da un punto di vista interiore. Ma torniamo a Viola, vi va?
Incontriamo Viola, in un momento di stasi della sua vita. Fa un lavoro che non ha nulla a che fare con ciò che vuole fare e, paradossalmente, ma questo è la società che glielo impone, si sente anche fortunata a svolgerlo. Ha un sogno, uno di quelli grandi, ingestibili e per questo, ancora più importanti: diventare una scrittrice. Il fato bussa alla sua porta (altro elemento necessario alla chick) e lei, lo segue. Ancora non sa, che questo le costerà, una delle più grandi lezioni della sua vita.
Non voglio spoilerare nulla, perché desidero che lo leggiate in più persone possibili. Dico solo che, ciò che ho amato di questo romanzo, è che Viola alla fine della fiera, alla fine di tutti i suoi disastri, capisce di dover essere lei, la fautrice del suo destino. L'azione, come unica strada possibile per realizzare i propri sogni. L'azione, perché solo chi agisce, sbaglia e poi impara.
A tutto questo, e qui entro nel particolare di Viola, dovete aggiungere, una caratterizzazione spettacolare dei personaggi. Quello che non ho detto prima, è che pur essendo una grande amante della chick lit, non sono mai riuscita a trovare un'autrice italiana che non cadesse nella ridicola e triste brutta copia delle colleghe americane. Insomma, lo capisco. L'America è affascinante. Da autrice, comprendo bene che una cosa è scrivere Josh, altra, è scrivere Giosuè. Ambientare un romanzo in un piccolo sobborgo dello stato di New York, dona atmosfere più pittoresche delle campagne toscane perché, insomma l'erba del vicino e tutte quelle cose... chiedetelo a un americano e vi dirà che le ambientazioni italiane sono più affascinanti. Ma è questa la sfida per uno scrittore, che non scrive fantasy, rimanere fedeli a se stesso e al proprio mondo. Scrivere di ciò che conosce, essere veritiero e realista e, amici, Monica Coppola, per me, è stata grande anche da questo punto di vista.
La sua Torino, è una città dinamica, culturale e pure mondana! E che te ne fai di New York quando hai tutto questo, a casa tua?!
Insomma, Viola Vertigini e Vaniglia, entra a pieno titolo, per questa lettrice qui che, ripeto non recensisce di abitudine i romanzi, nella stanza tutta per me, cce mi ha lasciato in dote la mia amata Virginia. Perché, amici, ve lo dico, Virginia Woolf scriveva Chick lit, chiedetelo a Clarissa Dalloway!