venerdì 23 febbraio 2018

Vestibilità dell’amore e dei jeans. Teorema sulla giusta taglia. O se preferisci, quando trovi il jeans giusto, compralo e non lasciarlo più .

C’è un momento, in tutte le relazioni post 30, che definire di grande imbarazzo, è dire poco.
Lo hai conosciuto per caso, lui ti piace e per piacere intendo che sembra avere una vita adulta regolare. Uno che puoi infilare nella categoria: inquilino autonomo in affitto, con lavoro semi stabile (almeno non sogna più di fare il calciatore), fa ancora sport però, perché, come te, ha chiaro che la bellezza del ciuco ha imboccato il viale del tramonto; può permettersi di offrirti una pizza perché, se è vero che sei una donna moderna che crede nella parità dei sessi senza nemmeno avere bisogno di dirlo, è pur vero che una pizza offerta è il minimo sindacale richiesto e, soprattutto, lui non sembra un impegno-fobico. Ora sia ben chiaro, tu non lo sai ancora, ma è altamente probabile che, invece, lo sia un impegno-fobico della peggior specie e, alla fine della fiera, proverà anche a farti sentire una donnetta oppressiva e insicura.
Dunque, tu e il maschio in questione, uscite da un paio di mesi e il momento che entrambi temevate, è arrivato. Quel sentore sbiadito dapprima, più forte ad ogni bacio, che all’improvviso rotolerà fuori dalla tua lingua in una frase di questo genere: “ma io e te, cosa siamo”? Oppure, “Dove stiamo andando”?
Non importa quanto tu non voglia essere quella che fa la domanda, alla fine la farai, perché, nella stragrande maggioranza dei casi, a noi donne tocca lo scotto biologico dell’essere più mature.
Hai superato da un pezzo i 30, gli anni dei sabato sera inconcludenti e leggeri come l’elio, sono stati spazzati via dalle troppe visioni di Bridget Jones e Sex and the City, con l’unica, piccolissima differenza che tu, non hai Mr Darcy o Mr Big a farti compagnia, vero? Forse eri una che trascorreva le quarantotto ore del week end in discoteca senza mai tornare a casa fino alla domenica mattina dopo l’immancabile cornetto all’alba; probabilmente eri una da pub e musica dal vivo sotto fiumi di birra alla spina a fare da groupie al chitarrista di turno, bello, dannato e convinto di essere il Kurt Cobain del nuovo millennio, tranne poi essere una bruttissima copia di una sottospecie di rock star dell’interland della Seattle anni ’90 e noi siamo nel primo ventennio dei 2000, o forse, eri una da Cosmo con le amiche e sesso tantrico con il bello della palestra, cervello grande quanto una nocciolina e una tavola da surf al posto degli addominali. Chiunque tu sia stata, quello è il passato ragazza! Non hai più 20 anni, ma nemmeno 25 purtroppo e neppure 30, ne hai quasi 40 e, semplicemente, non ti va più di iniziare qualcosa che già sai non porterà a nulla e, sebbene, tu non abbia la minima idea di dove diamine tu stia andando, quello che sai con assoluta certezza, è dove non vuoi andare a finire, nel giro dei whatsapp settimanali del maschio in questione. Ed è proprio per questo che ti usi violenza ora e gli chiedi: “Che direzione sta prendendo questa cosa tra di noi”?
Ora, il volto del maschio alfa starà passando in rassegna ogni gradazione di rosso esistente in natura, anzi, in alcuni, nemmeno troppo rari casi, sembra che sul volto del malcapitato si palesi una tela del grande Pollock; lo sguardo a cercare la via di fuga più vicina, puoi facilmente dedurre, dalla velocità dei suoi pensieri quasi palpabili, che sta velocemente calcolando i risparmi del suo conto in banca, per acquistare un biglietto di sola andata per lo Yemen, ma tu, un po’ per buona educazione ché ti hanno insegnato che non si interrompe il flusso di coscienza di nessuno, neppure di un primate come quello che hai di fronte, un po’ per banale curiosità, perché vuoi vedere dove andrà a parare e un po’, perché se stronzo deve essere, non sarai di certo tu, a rendergli il lavoro sporco più semplice e meno imbarazzante, lo lasci annaspare.
“Tesoro, sei una ragazza straordinaria…” che di solito è l’incipit del più celebre “non sono alla ricerca di una storia seria al momento” o, del sempreverde “il problema non sei tu, sono io”.
Amica, guardiamoci negli occhi con sincerità. La verità, è che non gli piaci abbastanza. Non farlo, non lasciarti alla disperazione. Lo so, la tentazione è forte. Lui è bello, ti piace tanto e il cliché dell’amore impossibile che solo tu puoi salvare, bussa di nuovo forte alla tua porta. Non aprire quella porta! È un horror mediocre che già conosci a memoria. Sbattigliela forte sul muso quella maledetta porta. Tu vali più di questi patetici siparietti, devi solo scoprirlo. Ho due notizie per te. Una buona e una cattiva. La buona è che hai coraggio a sufficienza per affrontare il viaggio, la cattiva, è che sarà il viaggio più estenuante di tutta la tua intera esistenza, più stancante del partorire e crescere un figlio. La strada della consapevolezza di sé è lunga, tortuosa, complessa e infinitamente variabile e, soprattutto, dolorosa. È come entrare in una casa degli specchi di indefinite dimensioni. Ad ogni incontro la tua immagine si deforma, si accorcia fino al paradosso, facendoti sembrare nulla più di un nano da circo, altre volte si allunga a dismisura facendoti compiacere fin troppo del riverbero della tua immagine, ma alla fine della casa, sarai dall’altra parte di te stessa e ne sarà valsa la pena. O almeno, così dicono, io sono nel bel mezzo del mio viaggio ed è un cazzo di casino, credetemi. Non mi allungo di un centimetro, eppure, faccio stretching a vagonate. Ma mi sono accartocciata troppo in passato e ora, è dura, mantenere la posizione eretta. Quanto è facile scegliere un amore non corrisposto? Un amore che ti faccia soffrire, che ti faccia dire lui non mi ama con relativo interrogatorio in loop nel cervello “perché non mi ama? Cosa ho che non va”? Credimi, è un vecchio, vecchissimo meccanismo di protezione. Più non ti ama, più ti condanni alla sofferenza e più ti regali alla sofferenza, più te ne resti in disparte e ti guardi bene dal metterti in gioco e te ne resti appallottolata come un cazzo di armadillo nel tuo dolore, un divano, l’immancabile coperta e un kg di gelato che poi tra un mese rimpiangerai e un film strappalacrime. Ora, anche se la mia versione del dolore contempla un litro di vino rosso, patatine e Tarantino, io ti capisco benissimo. La felicità è faticosa. Richiede una presa di posizione, richiede costanza, pazienza, una buona dose di tolleranza e un continuo lavorio di introspezione. Nono so te, ma io sono già stanca al solo pensiero. Non parlo di queste robe New Age. Avrò provato duecento corsi di Yoga, solo che mi rivedo di più nel connubio Namasté e Vaffanculo. Ecco, mi sa che dello Yoga, non ho colto qualcosina, per dire.
Dall’altro lato, invece, un amore corrisposto mette in circolo tutta una serie di energie super potenti che rischiano di darti alla testa. È tutto un continuo confrontarsi. Non sei più un’isola. Sei un piccolo arcipelago. Ed è stressante. Devi continuamente esplorare lati di te che non sapevi neppure esistessero e, non sempre ti piacciono. Quasi mai, ammettiamolo. Devi farti un milione di domande, trovare risposte e non si accettano rinvii a giudizio. E scoprire, per esempio, che pensavi di baciare abbastanza il tuo uomo per poi scoprire che no, non lo fai e allora è tutto un perché? Perché non lo baci come vuole lui? Perché non lo ami? Perché non ti piace? E ti troverai a voler scappare e dirai cose insensate tipo, vado a spegnere il forno, per trovare il silenzio necessario a levarti dall’imbarazzo di una discussione che, in primo luogo, non credevi nemmeno necessaria, ma lui spingerà e spingerà fino a quando non avrà la sua risposta e tu farai lo stesso con lui. E, alla fine, è solo che sei fatta di merda e sei scostante. Pensavi di sapere tutto di te e ora scopri che sei scostante e che quando dormi non ti devono toccare. Capisci che intendo? Il vero amore si interroga ed è un cazzo di casino!
Scegliere un amore minato alla base, uno di quelli in cui è chiaro come il sole che non andrete lontano perché sei sempre sulla tua isola e lui sulla sua, significa dire: “aspetto un altro giro di giostra prima di provare ad essere felice”. E non è che non vada bene. Non credo che si sia completi solo in una situazione di coppia, al contrario, credo che non puoi stare in coppia se non sei completa come essere umano, ma credo anche, che ci si conosce per analogie e differenze e farlo con chi ti ama e ti sprona a guardarti con i suoi occhi sia doloroso, ma liberatorio.
Quando mi dicevano che l’amore non è la battaglia emotiva che credevo necessaria alla vita,
non ci credevo. Ho sempre pensato che amore fosse sinonimo di follia, guerra, cecità e tempesta. Mi sbagliavo a metà. Quello è il modo che una combattente come me conosce per farsi largo nel mondo, da sola. È il modo di amare che si impara quando non si è mai stati amati, o meglio, quando abbiamo sentito che la nostra essenza sfuggiva all’oggetto del nostro amore. Quel modo fatto di cieca ostinazione e autodeterminazione. Lo vedi il denominatore comune di egocentrismo ed egoismo?
Poi lungo il cammino, rischi di scoprire che, invece, l’amore dovrebbe essere l’opposto e può esserlo. Porsi cioè, in una condizione di ascolto di sé, dell’altro e del mondo, in un processo sopraffino di osmosi.
Non c’è un granché di scelta in amore. Ti deve stare da Dio. È uno di quei casi in cui sei di fronte al dubbio amletico “quel jeans lo compro, sì o no”? Si allargherà, o in altri casi, si restringerà? Il punto è che l’amore è quel paio di jeans perfetti che tutte sogniamo di comprare. Quello che finalmente ti farà il culo cosmico che ti meriti e buonanotte, JLO!
L’uomo giusto lo senti. È vero. Ti calza a pennello, come un cazzo di guanto. E il segreto è tutto lì. Quando senti che il tuo corpo si incastra a perfezione con il suo. Quando non riesci a pensare a un sabato sera migliore di quello trascorso con lui a fare anche nulla. Quando i sorrisi sono tutti belli, ma il suo è l’unico che ti accende.
Quello giusto è un continuo volersi togliersi le scarpe per entrare in casa, insieme.
Quello giusto è mani che si cercano, bocche che si riempiono di baci, parole e progetti.
Quello giusto è il primo che sceglieresti in squadra, ogni volta.
Quello giusto è quello che ribalta l’idea che avevi di te; che ti fa essere una nuova e migliore versione di te. Una te 2.0.
Ed è vero, non è facile. È difficile, profondo, destabilizzante e richiede la capacità di concentrazione e di pace interiore di un monaco buddista alla ricerca del nirvana. Ma la corsa è pazzesca, di quando in quando, capita che vi fermiate a godere il panorama e allora capisci che le relazioni d’amore, in fondo, sono questo, essere lì per l’altro, stringergli la mano e guardare insieme nella stessa direzione. Possibilmente, con una sua mano sul tuo culo e l’altra a coprirti la schiena.

Quindi, tutto questo lungo post per dire cosa, cara Michela?
Che se il tuo “jeans“ non ti fascia il culo come vuoi tu, amica lascialo andare. Non hai davvero più tempo per questo.
Deve calzarti a pennello. Deve essere il jeans che non butterai mai più. Non importa quanto ingrasserai o quanto dimagrirai. Quello, sarà il jeans nel quale vorrai rientrare per il resto dei tuoi giorni.
O così, o passa ai jeggins!

martedì 13 febbraio 2018

Sesso per noi donne. Istruzioni per l'uso.

“Last time i saw you, we just split in two”.

Non mi sono mai goduta il sesso come mi sembrava dovessi fare. Mentre tutti intorno a me sembravano vivere per scopare o, a volte, scopare per vivere, io ero più incline a trascorrere il mio tempo leggendo. Giuro. Spesso, mi sono chiesta come mai mi accadesse di provare un totale disinteresse per il sesso. Di base sono una pudica, per indole, più che per educazione. Sono stata allevata da una madre tanto moderna, quanto riservata. A me “il discorso sulla grande S” non è mai stato fatto, quando andavo a scuola, di educazione sessuale non se ne parlava e, in generale, la mia conoscenza sul tema, durante l’adolescenza, mi veniva in egual misura dalla lettura de “I ragazzi dello Zoo di Berlino” e la visione del giovedì sera di “Beverly Hills 90210”. Come dire se scopi hai due possibilità: o muori e ti becchi l’epatite, quando ti va bene o, rischi una gravidanza indesiderata (chi se la dimentica Brenda con la cacarella da primo test di gravidanza) o, ancora, lui si prende ciò che vuole e poi, ciao. Ecco, questo punto in particolare, di devota passività, l’idea che un ragazzo dovesse venire a cogliere il mio fiore, come si diceva un tempo, mi dava la nausea. Mi era chiaro, già da giovanissima che, al limite, il fiore te lo davo io e per evitare l’imbarazzo, mi sembrava geniale l’idea di prendere quel fiore e strapparlo dal prato. Non sono mai stata una persona paziente. Una volta compreso il fine ultimo, mi sembrava stupido stare seduta ad aspettare. Via il dente, via il dolore. Della serie, se proprio devo, decido io dove e quando. Mi ci sono voluti anni e anni per capire quale enorme stupidaggine io abbia fatto. La cosa positiva è che da quella scelta sbagliata in poi, non ho mai più smesso e ho sviluppato, una sorta di fiuto infallibile nel prendere sempre, la scelta più sbagliata possibile. Ognuno ha il suo talento, o no?
Comunque, da mia madre ho ereditato questa idea obsoleta, che il sesso sia una questione intima. Lo so, sono nata nell’epoca storica sbagliata. Questi rapporti alla Gilmore Girls, madre/amica mi fanno paura. A me, mia madre ha sempre detto “ci sono cose che una madre non vuole sapere”. Analogamente, ci sono cose che nemmeno una figlia vuole sapere. Virginia per esempio esplode in una smorfia di disgusto all’idea di vedermi baciare un uomo.
Crescendo poi, ho avuto modo di comprovare a me stessa, che la maggior parte delle donne, nutrono il mio stesso imbarazzo a parlare di sesso. Concettualmente, questo è un atteggiamento che mi fa inorridire. Sono una femminista e vorrei davvero che donne e uomini vivessero la vita partendo dagli stessi strumenti, ma non è così. Il sesso ne è la prova. Non solo nell’attività sessuale, poiché se un uomo cambia continuamente partner, allora, è un gran figo, mentre, se lo fa la donna, allora è una di facile costumi, una Lady Godiva de’noantri. Ma, anche dal punto di vista comunicativo. L’idea della masturbazione femminile è stata in pratica, appena sdoganata, e, anche a questo giro, tocca ringraziare Sex and the City. Della masturbazione maschile se ne parla in pratica, dalla Magna Grecia in poi. Noi donne quando ne parliamo, cerchiamo di essere aggraziate e comunque, non entriamo nei dettagli. Certo, ognuna di noi ha una Samantha per amica. Ma quando si parla di sesso siamo tutte Charlotte, collana di perle e mezzi tacchi inclusi. Anche tra amiche del cuore, dobbiamo sempre superare quella frazione di secondo in cui ti chiedi “Oddio, starà bene dirlo”? e su whatsapp dietro ogni gruppo chat di chiacchiera tra donne, troverete sempre un paio di emoticon di imbarazzo. Poi se ne parla, eh? Ma l’emoticon di imbarazzo c’è sempre.
Ecco nei gruppi whatsapp, o davanti a un caffè, o durante una ceretta (ndr ogni riferimento a luoghi e persone non è puramente casuale) la parola pene non la troverete, al massimo uccello e comunque noi si preferiscono le metafore, vero? Metafore, tra noi mamme con bambini va forte l’evergreen del pennello, solo che per essere più al passo coi tempi, si è passate al pennarello. Quindi, potrà capitarti di incontrare una mamma amica che ti racconta dell’uniposca del marito che quando poi lo incontri al pranzo di fine anno, vorresti sotterrarti perché già sai che finirai per guardargli la patta dei pantaloni, un’altra ti racconterà di come il personal trainer le stia insegnando a colorare senza uscire dagli spazi. Un’altra, che magari ha divorziato e ha iniziato una nuova storia, si sentirà chiedere da tutte le amiche mamme, ma il pennarello ha punta doppia o punta fine? In ogni caso, potrebbe stupire, quanto le donne trovino interessante, ma imbarazzante parlare di sesso.
Personalmente, credo di aver sempre sbagliato compagnia. Mi spiego. A lungo, ho creduto di aver compiuto il peccato originale, in quanto, come spesso accade, ho perso la mia verginità con il ragazzo meno idoneo del pianeta terra a sfiorarmi. Un ragazzo che si appresta ad accompagnare una donna lungo il primo rapporto sessuale, dovrebbe superare un test scritto e guadagnarsi il patentino di sverginatore. Il mio ragazzo dell’epoca, invece, era un neandertaliano di prima pacca, senza il minimo tatto e la conoscenza dell’anatomia femminile pari a quella di uno scimpanzé. Cioè, che al limite poteva passare il tempo a spulciarsi il pennarello, per dire.
Da quel momento in poi, come capita a molte di noi, ho pensato (e diamine, magari avessi azionato il cervello anche prima) “bé, alla fine si fa questo gran parlare della verginità, ma ieri ce l’avevo ed ero qui, oggi l’ho persa e sono ancora qui”. Mi sembrava non fosse cambiato un granché. Ci sono voluti altri dieci anni di sesso sbagliato, di sesso inutile, di sesso orribile, di sesso inconsapevole ed acerbo per capire che il sesso può essere un dono meraviglioso, a patto che trovi l’uomo giusto. In caso contrario, non lo fare. Aspetta. Ne vale la pena. Ecco cosa dirò amia figlia. E queste saranno le poche parole che consumerò sull’argomento.
Il sesso l’ho sempre guardato dal buco della serratura. Un po’ con la curiosità della scienza, cosa accade nel nostro cervello durante un orgasmo? Perché l’umanità tutta si muove nella stessa direzione del sesso? E un po’ con il mio più classico atteggiamento nerd, dal vorrei essere androgina, all’iscrizione al sito degli asessuati. Lungo questo difficile percorso poi, parlando con alcune mie compagne di avventura e di chat whatsapp, ho potuto appurare che, in definitiva, anche nel sesso, è possibile sopravvivere solo istruendo te stessa. La conoscenza rende liberi, lo sostengo da sempre ed è vero, se ascolti i racconti di qualche tua amica, puoi scoprire come evitare delle voragini che ti inghiottirebbero in inutili sprechi di tempo ed energia, è per questo che ho pensato di riportarvi brevemente un piccolo elenco dei tipi sessuali, di modo che possiate riconoscerli da principio e scegliere se proseguire o scappare prima del dessert.

1) Il Trivellatore. Questo tipo umano, è segretamente convinto che all’interno della vagina, si nasconda il bottino dell’Isola del Tesoro di Robert Louis Stevenson. Di norma non conosce l’anatomia femminile, egli è infatti convinto che se scaverà bene, alla fine, il suo pene creerà un varco su un altro mondo, quello dell’ano. Amiche, il Trivellatore lo riconoscerete dal bacio che non è deciso, no, è più un tentativo di omicidio per asfissia. Caro Trivellatore, la lingua serve a parlare, baciare e leccare non a bloccare le vie aeree.
2) Il Fisico. Lui lo riconosci dalla precisione certosina dei movimenti. È uno che quando ti stende valuta velocemente l’inclinazione del tuo bacino in relazione con l’angolo retto prodotto dalle sue anche tra le tue cosce. A una certa ti chiederà la somma dei cateti e se ti piace più veloce ché lui conosce a menadito le leggi della termodinamica. Il suo bacio è studiato e per nulla naturale. Consigliato a tutte quelle che, il sesso è questione di numeri e pratica.
3) Braccio di ferro. Tipo umanoide molto diffuso tra i portatori di pene. Uno che Redbull ti mette le ali. Di solito lo trovi accanto al bilanciere in palestra. Muscoli pompati e micro pene che poi una non è che cerca le dimensioni sia chiaro, ma uno che gli piace più il suo bicipite del tuo culo, amica fatti una domanda e datti una risposta.
4) Il Chiacchierone. Mentre siete nell’atto di copulare, ti riempie la testa di parole che a un certo punto ti senti smarrita nel mezzo del cammin di nostra vita e ti domandi quando finirà con le chiacchiere e inizierà il lavoro sporco per il quale lo hai interpellato: farti venire un orgasmo, non il mal di testa per inquinamento acustico!
5) Il Laureato. Questo non ti sta scopando amica, è più concentrato a perseguire la laurea cum laude in sessuologia. Ogni trenta secondi ti domanda cosa provi se ti tocca qui o se ti tocca lì. Non sei la sua donna, non sei il suo grande amore, sei il suo ateneo. Quando avrà finito con te, andrà a studiare altrove. In questo caso, il mio consiglio è, vendica sul laureato, le tue frustrazioni universitarie. Sii la più esigente delle prof, almeno ci guadagnerete entrambi, lui in conoscenza, tu in ringiovanimento cellulare.
6) Il Chierichetto. Tra un cunnilingus e un amplesso ti sciorina tutto il calendario cristiano cattolico. “OH GESU’!” “OH MADONNA MIA!” “OH VOLTO SANTO!” Avete presente, no amiche? Poi dicono che questo non è un paese altamente influenzato dalla presenza del Vaticano.
7) L’aficionado Youporn. Alle soglie dei quaranta, ancora non ha compreso che la pornografia crea falsi miti. Allora cari aficionados, noi donne proviamo a spiegarvelo un’altra volta. Ripetete dopo di me: LE DIMENSIONI NON CONTANO se poi non lo sapete usare. Non siamo fatte di gomma e a un certo punto ci spezziamo anche noi. La nostra apertura di cosce non è direttamente proporzionale al vostro desiderio di smontarci.
8) Il Superstizioso. Lui per religione lo fa una volta a settimana. Stesso giorno, stesso luogo, nelle stesse posizioni. È un tipo d’uomo che pensa, erroneamente, di poter pigiare qualche tasto, sempre gli stessi ovviamente, per procurarvi piacere. Di norma, il rapporto sessuale lo stressa enormemente, soffre di eiaculazione precoce e si prepara all’atto, con preservativi o unguenti ritardanti.
9) Il Coniglietto. Ogni donna ha avuto la sventura di incontrarne uno. Tempo stimato per l’operazione 60 secondi, entra, esplora, alza la coppa al cielo nel suo personale stile THE CHAAAAAMPIONNNN e invece, tu donna, riesci solo a pensare, non pervenuto.
10) Il Cavaliere. Ultimo, ma non per importanza, egli si preoccupa di osservare le rigide regole del Galateo. È il tipo di uomo che chiede il permesso prima di muoversi. “Posso baciarti”? “Ti darà mica fastidio se te la lecco”? “Hai problemi se ti infilo un dito nell’ano”? e su quest’ultima ci sarebbe da aprire un dibattito. Ma non finisce qui, amiche lui vi chiede il permesso di raggiungere l’orgasmo e alla fine di tutto il cerimoniale consumato in 120 secondi, vi chiederà, “Ti è piaciuto”? Amico, se me lo chiedi vuol dire che sai perfettamente che, no, non mi è piaciuto affatto.

Insomma, quella dei rapporti sessuali è una strada tortuosa. Un ginepraio, nel quale è meglio che tu impari a muoverti in fretta con passo deciso e svelto. È importante che tu abbia piena consapevolezza di chi sei, cosa vuoi e soprattutto, di come lo vuoi. A molti uomini non dovrebbe essere concesso di accoppiarsi perché è per colpa di questi individui, che molte donne che potrebbero avere una sana, equilibrata e gioiosa vita sessuale, invece si ritrovano a chiedersi sempre più spesso: sarò mica frigida?

Personalmente, non apprezzo nessuno dei tipi umani su citati. Quando pensavo che per me il sesso fosse stato solo materia riproduttiva, condannato a rimanere merce di scambio tra uomini e donne, ho invece avuto in dono la più bella e profonda esperienza sessuale della mia intera esistenza. Ho incontrato un uomo che in qualche modo ha percepito che a me il sesso comunemente inteso, non mi scompiglia. Lui ha da subito capito che preferisco farlo con la testa per un tempo illimitato prima che possa anche solo sfiorarmi. Quest’orco d’uomo ha capito che se fai sesso col mio corpo, allora, semplicemente, non lo fai con me, ché io risiedo nel mio stesso cervello e non altrove.
Quando lo guardo vedo cosa vede lui quando vede me ed è subito amore che esplode in ogni direzione possibile. Un amore impossibile da contenere. Un amore che esplode in amplessi di indefiniti spazi e interminabili battiti di vita vera.

Non ho risposte alla maggior parte delle domande che mi porge Virginia. Di norma, sono una donna che ragiona nell’ottica del dubbio. Qualcosa invece l’ho pienamente compresa della vita, dell’amore e quindi del sesso, che, non è come credevo una parte marginale nella storia di un uomo e di una donna che decidono di camminare insieme per un pezzo di vita. Ho capito che, l’unica cosa che conta è trovare qualcuno che ti spieghi chi sei, che ti baci come se da quel bacio dipendesse la sua stessa vita e che ti abbracci tanto, con tutto il corpo non solo con le braccia.
Qualcuno che farci l’amore significa ricongiungerti con la parte di te che avevi smarrito. Il tuo doppio. Il tuo gemello.
Se non sarà così, bimba lascialo a qualcun’altra perché non gli piaci abbastanza. Alla fine quello giusto arriva. Sempre.
Promesso.



“Last time I saw you we just split in two
You was looking at me
I was looking at you
Had a way so familiar
I could not recognize
‘Cause you had blood in your face, I had blood in my eyes
But I could swear by your expression
That the pain down in your soul
Was the same as down in mine”

The Origin Of Love- Hedwig and the Angry Inch

domenica 4 febbraio 2018

Il primo amore, il suo dolce inganno e la libertà.


Il primo amore è un’enorme bugia.
A questo punto, conquistata questa consapevolezza, dovremmo tutti fare pace con l’incontrovertibile seguente verità: il primo amore è un comodo nascondiglio dalla realtà, nel quale troviamo facile riparo per giustificare la nostra infelicità.
In altre parole, il primo amore è la nostra coperta di Linus, ovvero l’oggetto transizionale che aiuta il bambino nella fase di sviluppo dell’io e di differenziazione dalla madre. Il bambino lo sceglie autonomamente tra mille. Non importa quanto gli altri giocattoli siano costosi, scintillanti, nuovi e con più possibilità di gioco, il bambino compie la sua scelta in maniera naturale, dando retta alla sensazione che quell’oggetto gli trasmette. Qualcosa che sa di morbido e caldo, qualcosa che sa di mamma. È una fase delicata così come delicato, è l’intero processo di crescita e di distacco dalla madre, ma alla fine il bambino si emancipa dalla sua copertina e si lancia nella vita. Nel corso del suo viaggio quel bambino, incontrerà molti altri simboli totem, che l’aiuteranno a comprendere meglio la sua identità e la sua storia, ma nessuno eguaglierà il sentimento di appartenenza e di unione che nutriva per quella copertina. Le mie amiche mamme sapranno dirvi se sbaglio.
Di fronte al primo amore però alcuni di noi, si comportano come un bambino con un patologico attaccamento alla sua copertina. Non riusciamo a lasciarlo andare e ci aggrappiamo alla sua realtà simbolica, con la medesima tenacia con cui il celebre personaggio dei Peanuts trascina dietro di sé la sua copertina.
Ecco, quando la vita si fa vera le relazioni si fanno adulte e richiedono la nostra partecipazione attiva con una serie di prese di posizione, alcuni di noi corrono a rifugiarsi nel ricordo del primo amore. Uno schema mentale altamente adolescenziale, una ridicola illusione che se la nostra vita non è la favola che ci eravamo raccontati sarebbe stata, è perché abbiamo incontrato il primo nel momento sbagliato, troppo presto, troppo tardi, non ancora. Quindi, restiamo lì, in quel patetico gioco alla sliding doors, ve lo ricordate il film? Quanti di noi hanno pensato che quel film fosse la copia carbone delle nostre vite? Il destino che si beffa della nostra vita, della nostra favola.
Voglio la favola! Voglio la favola! Voglio la favola! E nel frattempo, mettiamo in standby il cuore perché se l’amore che ho di fronte non è assolutamente perfetto, allora non mi scomodo nemmeno a viverlo! E lì restiamo, in attesa di un sentimento che ci risolva la vita. Mi domando, non è follia questa? Preferiamo ciondolare in un’esistenza di infelicità e vuoti emotivi piuttosto che costruire qualcosa che ci ricordi che siamo vivi e che siamo capaci, come il resto della popolazione mondiale, di amare.

Invecchiamo e ci aggrappiamo alla nostalgia del se ipotetico.
Tutti quei se avessi potuto, voluto, dovuto tesi al sole, come panni ad asciugare, col loro profumo di pulito e di nuovo.
Godiamo della malinconia delle aspettative che ci sembrano sempre più promettenti della realtà e non ci rendiamo conto di quanto sia l’aspettativa stessa, un tranello.
Infatti, solo chi non agisce è al sicuro dall’errore. Analogamente, solo coloro che non ci vivono, non ci possono deludere. C’è forse, qualcosa di romantico in tutto questo che mi sono persa? Non credo. È, a ben guardare, un atteggiamento vigliacco che ci intrappola e ci fa ricurvare su noi stessi, tagliandoci fuori dal mondo che ci circonda e, di conseguenza, da ogni possibilità di essere felici. Scriviamo canzoni, libri e film sulla ricerca spasmodica della felicità e poi la rifuggiamo. Che esseri buffi siamo. Vero?
Vivere l’illusione del ricordo del primo amore ben oltre i 30 è solo l’ennesimo tentativo di auto sabotaggio. Il tiro mancino che giochiamo a noi stessi, perché quando al panno verde chiedono l’all-in, tu hai, l’impellenza di cambiare carte. Ancora una volta. Finisce così che nelle tue partite non “vedi” mai. Arriva sempre qualcun altro a vincere il tuo piatto. Non è vero?

Il primo amore è la scusa delle scuse, il tentativo, un po’ egoista, di impedire a noi stessi di essere felici. Conosco un uomo che potrebbe raccontarvi quale perversa campionessa io sia, a questo gioco. Ci vuole costanza a mandare tutto all’aria. Sempre. La buona notizia è che sto cercando di cambiare. La cattiva, è che non so, se durante il tragitto, mieterò altre vittime.
Sto cercando di cambiare. È vero. Lo giuro, perché, alla fine dei conti, al netto della paura di mettermi alla prova, quindi al netto di me, se è vero che siamo la somma delle nostre paure e delle nostre speranze, non mi restava altro che un desiderio irrealizzato, un’aspettativa mancata. Non potevo mai dire, -“almeno ci ho provato”. Sì, perché se c’è una cosa che ho capito alla soglia dei 36 è che restare, non significa quasi mai provare. Sono rimasta in quasi tutte le mie relazioni a lungo, molto, ma molto più a lungo di quanto in verità, ci fossi stata. Erano relazioni fantasma, tutte erano destinate a perire perché, indovinate? In nessuna di queste, c’era lui. Il mio primo amore. Ho trascorso gli anni della mia educazione sentimentale, costruendo un ideale irraggiungibile e poi lo distruggevo, in un ciclo infinito di Eros e Thanatos. Amore e morte, tutto e nulla. Un ideale inarrivabile anche a sé stesso. Lo so, sembra un paradosso. La verità, che prima mi era oscura e che ora, invece mi è chiara, è, che negli ultimi dieci anni, se anche il mio primo amore si fosse ripresentato nella mia vita, non l’avrei fatto entrare e lui non mi avrebbe riconosciuta così, col cuore tutto chiuso che mi ritrovo. E perché mai? Qualche ammaccatura qui e lì e questo, mi ha davvero consentito di arrendermi? Come mi si potrebbe mai amare in queste condizioni? Chi potrebbe mai imparare a conoscermi, tutta raggomitolata su me stessa, con in testa un’illusione vecchia venti anni?

Conosco molte di voi che si comportano come me. Murate in sé stesse. Che si raccontano la storia del ricaricare il cuore. Che ti dicono-“ sono in sciopero del sentire”. Sono stata, siamo state, in sciopero per davvero un tempo interminabile. Come è successo che siamo arrivate a 36 anni, col cuore pieno di piombo?
Siamo tazze vuote, di quelle che si usano per la prima colazione, con la scritta “Fill me up”, riempimi e, diamine bimbe, già questo è sbagliato. Riempimi tu. Pensa tu a me. Demandiamo ad altri, quello che dovremmo fare noi. Renderci pregne, (sarà un caso che, per gli animali, ingravidare si dica rendere pregna)? Unità piene. Quando, invece, l’unica possibilità contemplata, dovrebbe essere, bastare a noi stesse. Da sole. Tutte intere. Integralmente tutte e, a volte, fermarci a guardare il fondo profondo dei nostri vuoti, come fossero fondi di caffè, leggervi il nostro futuro. Fare la loro amicizia. Tenerli stretti come un souvenir dal passato e ricordare, che in quanto tale, non potrà mai offrirci nulla di nuovo. Quindi, attraversare le tempeste che abitano i nostri golfi interni. In altre parole, aprire il nostro cuore al modo indicativo, tempo presente. L’unico che conta, l’unico che veramente ci meriti e, in quel presente, accogliere le infinite possibilità che abbiamo di amare, non già come abbiamo fatto durante il primo amore, ma infinite volte meglio. Con la nozione del sé e di quello che ci accade.

Il primo amore è un inganno. Ci racconta che nulla e nessuno potrà mai eguagliarlo. Agli inganni, puoi decidere di resistere. Ma hai bisogno di una rete di salvataggio, come Ulisse con le sirene, che lui voleva ascoltarne il canto, e i suoi uomini lo legarono e remarono più forte che potevano. Ecco, il mio consiglio in tal senso, è che vi circondiate di una rete sociale forte. La mia, è indistruttibile, tutte donne titaniche.

Il primo amore è una bugia. La mia, è rimasta appiccicata alla mia anima, per diciassette lunghissimi anni. Il ricordo quasi beatificato di un uomo che, da adulto, non conosco nemmeno. Cioè, magari è uno stronzo, per dire. E invece, è pure un tipo intelligente, sportivo e di classe. Della serie, non mi faccio mancare niente. Eppure, quanto era rassicurante, sapere che una parte del mio cuore, sarebbe rimasta, per sempre, preservata dalla possibilità di soffrire per un amore sbagliato? Quanto era più semplice, rendere una parte di me inespugnabile? Spesso ho creduto che l’incantesimo del primo amore fosse finito. A volte l’ho sperato. Ma una parte di me, restava sempre al sicuro. Ho dato la colpa a lui, poverino. Ho dato la colpa ad un sentimento troppo profondo per una poco più che liceale. Ho dato la colpa a mio padre, che per un po’ è stato per me, ciò che i Templari erano per Eco: quelli che c’entrano sempre. Non volevo vedere, non volevo accettare di non essere ancora pronta. Sono diventata madre e non ero ancora pronta. Ho messo fine al mio matrimonio e non ero ancora pronta.
E poi, come in tutti gli incantesimi, qualcuno, un giorno tira il grilletto e lo sono, pronta.
La bellezza, invece, è iniziata quando ho cominciato a scegliere di amarlo, ogni giorno.
E no, non mi è dato sapere nulla del domani e sì, resto un mistero anche per me, ma a ben guardare, non mi serve, se la sua mano è nella mia, io salto, io mi risolvo. E tanto basta, perché è vero, il primo amore è dolcissimo, ma è l’ultimo quello che conta, e a questa mano, non ho paura, chiamo l’all in.

lunedì 29 gennaio 2018

Io sono Heathcliff, io sono il mio mostro.

Amy Winehouse diceva:-“Quelle come me, sono destinate ad avere l’anima perpetuamente in tempesta”.

Avessi avuto consapevolezza di questa grande verità qualche anno fa, mi sarei evitata parecchie notti trascorse a piangere.
Ciascuno di noi danza con i suoi demoni, si dice così giusto? Ma quanto è necessario, invece, vivere per comprenderlo fino in fondo?
Io ho un mostro che mi vive dentro. Ecco, l’ho detto. È un mostro crudele, mi fa fare cose che non vorrei. A lungo nella mia vita, ho regolato le mie azioni sulla base dei suoi umori. Quante volte puoi morire, prima di capire di essere vivo e che le tue zone d’ombra, le tue cicatrici e i tuoi demoni sono indissolubilmente legati a te? Nella mia esperienza muoio ogni due o tre anni, solo un po’, il resto lo lascio vivo per godermi lo spettacolo. La prima volta avevo 20 anni, ho ucciso il mio primo amore nel tentativo di uccidere il mostro. L’ho fatto con crudele sangue freddo. L’ho accoltellato in pieno petto, nel centro nevralgico del suo orgoglio, preferendogli il nulla, pur di liberarmi di lui che mi amava tanto, che mi amava troppo. Che poi già dicevano che lui era un angelo e io un demone e lo stavo inquinando col mio marciume di mostro. Credevo di essere libera, lontana dal senso di oppressione che mi veniva, dal terrore che lui andasse via prima di me e mi rendesse, ancora una volta, una sciocca bimbetta di 12 anni che guarda le spalle del suo papà andare via, lontane. Chi aveva il tempo di domandarsi perché? Allora sentite cosa feci. Trovai il suo punto debole e vi conficcai tutto il mio mostro nella sua pienezza, così che fosse fin troppo facile odiarmi. Un gioco da ragazzi, veramente ben riuscito se chiedete a lui anche oggi.
Da allora, l’ho rifatto spesso. So che molte di voi, lo hanno fatto. Proprio come me.

Uccidi prima che ti uccidano. È l’abc della sopravvivenza.

Siamo le figlie di uomini che hanno avuto in sorte di essere padri e che poi, a 70 anni, si scoprono papà. Un po’ tardi, se me lo chiedete, che a quel punto sono nonni e tu non lo vuoi nemmeno più un papà, ti basta il padre di tua figlia da gestire. Il mio papà è il mostro ed è una cosa ovvia, banale e mediocre. Il mio papà, l’ho odiato con la medesima intensità con la quale lo amavo. E più mi faceva sentire un cliché banale, l’orfanella che ricerca in ogni uomo il suo papà, più lo odiavo e più lo odiavo, più l’amavo, in un’inesauribile battaglia, senza esclusione di colpi. Escluso il mio primo amore, quello che ho metaforicamente ammazzato, ho consapevolmente scelto l’uomo sbagliato. In un perverso gioco di ruoli, cercavo sempre il maschio diverso da mio padre. Mio padre è un architetto finemente istruito, molto raffinato, un artista, perdutamente innamorato delle donne, e patologicamente bugiardo. Mi è sempre stato detto che gli somiglio tanto, nel volto, nel corpo e nei modi di fare, soprattutto nel modo di amare. Ecco perché non sono un architetto e ecco perché, i miei uomini, sono stati tutti molto distanti da me. Pragmatici, risoluti, tendenti al turpiloquio e alle dipendenze. Lontani anni luce da papillon, golfini di lana e tecnigrafi e possibilmente, con le mani brutte perché, mio papà, ha delle mani divine.

Ho frequentato meccanici, camerieri, tatuatori, pittori, chitarristi, batteristi, scultori, marinai e uomini venuti da lontanissimo, studenti pessimi, pessimi soggetti, ragazzi interrotti per citare il titolo di uno dei miei film preferiti (girls interrupted ndr). Tutti uomini destinati ad entrare nella mia vita, per darmi la dolce illusione di colmare un vuoto, tranne poi disattendere il compito e sbattermi in faccia quel buco divenuto voragine.
Altro cliché banale, vi suona familiare amiche?
Questo mi faceva sentire al sicuro, perché un uomo così diverso da mio padre, non avrebbe potuto abbandonarmi. Un uomo così, non aveva il potere di ferirmi, al contrario, mi dava il coltello dalla parte del manico. Quanto è facile sentirsi forti sulla base di strumenti che tu hai avuto la fortuna di avere e il tuo avversario, no? Sì, sono stata meschina. No, non ne avevo motivo se non punire un uomo che, quegli uomini non conoscevano nemmeno.
Un uomo mi aveva torturata e resa orfana e la testa di un uomo, io bramavo e ottenevo, ogni disperatissima volta. Ho attraversato la giungla delle relazioni sentimentali con disordine e strafottenza. Sono stata una stronzetta cinica e ho fatto il bello e il cattivo tempo in ogni relazione. Ho camminato per i sentieri dei loro cuori col passo di un gigante che non si cura particolarmente dei suoi giardini.
E ho mentito. Buon sangue, in fondo, non mente. La mela non cade lontana dall’albero, vero?
La fiera delle ovvietà, non è così, amiche? Eppure, lo abbiamo fatto tutte noi del -Club delle Piccole Fiammiferaie che il babbo preferisce andare altrove, piuttosto che stare con loro-. Vero, o, falso?
Mentire a quegli uomini, per farvi amare con ogni fibra del loro essere. Mentire a voi stesse per non riconoscere subito che è tutto sbagliato.
Mentire, perché l’importante è mantenere il controllo e non consentire mai più a nessuno di abbandonarti.

Sono stata una brava bambina per il mio mostro. L’ho seguito, l’ho viziato e l’ho fatto vincere, anche quando desideravo fermarmi. Il fatto è, amiche, che per quelle come noi, le emozioni non sono un’esperienza di positiva gioia. Siamo più brave a non scegliere. A fare quelle che seguono il fato, che anche la fortuna mi ha abbandonata. Eh, già. Che codarde! Ci riempiamo la bocca di parole come amore, vita insieme, cuore, anima e poi non abbiamo le palle di guardarci dentro. Siamo spiriti pavidi. Il mondo ci guarda e pensa:-“Guarda lì che guerriera”, perché abbiamo imparato a fare chiasso, ma la verità è che quando dobbiamo parlare, ci inabissiamo. Non è vero? Non siamo brave a spogliarci davanti al mondo. Non ci piace che ci guardino.

Quando incontri un orco (ricordate l’orco del post del 14/01 ndr?) questa sensazione cambia. Quando incontri un orco, cambi prospettiva e lo capisci. È un’esperienza ad alto tasso di stress emotivo. Un maremoto interno continuo, che non lascia spazio alla rassegnazione, mai. Un bisogno imponderabile di prendere posizione, di elevare la tua mente a uno stato di perenne consapevolezza. Inizi a sentire prepotente la necessità di investigare te stessa e lui. Di nutrire dubbi. Di convivere con i tuoi dannati demoni, di sapere che sì, lo puoi fare, puoi conviverci e forse, un giorno scagliarli via senza nemmeno sapere se valga la pena farlo che, in fondo, sei quello che sei, perché lungo tutto il tragitto, attraverso tutti quei giorni hai imparato a conoscerti e, adesso, ti andrebbe bene anche essere chi sei, in tutta la tua complessità.
Incontri un orco e scopri che è la persona più vicina a quel modello di uomo che credevi vicino al tuo papà e che hai evitato tutta la tua dannata vita. Forse, sei banale anche in questo, vero? Realizzi di non poter fare a meno di farlo entrare in te perché guardando lui, vedi te, che lui è un orco, ma è anche un angelo ed è un demone come te. Puzza di vita quanto te.

E senti una vocina lontana sussurrare:-“I am Heathcliff”.
Ti ricordi che quello è amore, il resto, semplicemente non lo è. Il resto, è altro.
E allora comprendi che è tempo di essere chi sei.
Sei pronta a scegliere, il che è già di per sé una magia. Scegli una relazione nella quale, la porta è sempre aperta e ogni giorno, in due, si sceglie di chiuderla e restare dentro.

Non puoi fare altro che farti guidare.
E sperare.
Scegliere e sperare.

lunedì 22 gennaio 2018

Condivido, dunque, sono . Una guida ai tipi umani su Facebook

Sono una snob. Te lo dico subito, così non devi andare avanti nella lettura, se questo concetto ti infastidisce.
Sono una snob e, ne ho abbastanza, della gran parte dell’umanità che troviamo sui social network. Voglio dire, l’idiozia accompagna noi esseri umani da sempre, ma non neghiamo che facebook ha peggiorato a livelli esponenziali la situazione.
Se gli alieni dovessero dare uno sguardo alle nostre pagine facebook prima di un’invasione, alla fine rinuncerebbero:
-“Actarus, fa manovra con la navicella! Tanto questi scemi ci stanno pensando da soli ad estinguersi. Sono così occupati a scattarsi i selfie che si sono dimenticati come ci si bacia!”
Dico davvero, l’altro giorno leggevo un articolo che titolava più o meno così: “i giovani di oggi, preferiscono la vita online a quella offline. Si vedono poco, si baciano meno e preferiscono il sesso virtuale a quello reale”. L’articolo poi continuava sottolineando che forse, anche questo era il motivo per il calo delle malattie veneree. Un preservativo no, eh?
In ogni caso, questa storia del web ci è sfuggita di mano. Lo ha pubblicamente riconosciuto, un vecchio dirigente facebook che, in seguito ad una crisi esistenziale, si è licenziato e ha chiesto perdono all’umanità che sente di aver contribuito a rovinare. Ovviamente, si è tenuto i guadagni di questo suo crimine etico, ma si è detto molto pentito ed infelice. Che poi è la normale condizione degli esseri umani, qualcuno avrebbe dovuto dirglielo. Però, lui è pentito, infelice e vergognosamente ricco. Pora stella!

Più cresco, più mi rendo conto che bisognerebbe prendere la patente per più abilità umane, non solo guidare. Per votare ad esempio, ma questa è un’altra storia. E ci vorrebbe la patente anche per usare internet. Insomma, è vero, tutti noi abbiamo avuto i nostri momenti di disordine e delirio on line, ma se errare è umano, perseverare è diabolico. Non si tratta di voler fare l’intellettuale a tutti i costi, è proprio che stiamo perdendo il contatto con la realtà sembra di vivere un episodio senza fine di Black Mirror.
Siamo una società di nevrastenici narcisisti e gli alieni di prima riderebbero di noi perché ci troverebbero piccoli ominidi ridicoli. Pericolosamente ignoranti e disgustosamente egoisti. Pensaci, quanto è raro vedere in rete delle condivisioni che siano realmente tese all’atto della comunione? Il tasto sharing è tutta una gigantesca masturbazione autocelebrativa. Lo scopo principale di facebook ad esempio, la connessione con le gente, si è esaurita in una manciata di selfie e, ogni volta che apro l'app, mi sembra di assistere alla fiera delle vanità.

Siamo tutti dipendenti dall’economia dei like. Tutte reginette e re del ballo di fine anno di un liceo americano, ma la vita non è un mediocre film yankee e, a dirla proprio tutta, trovo deprimente che ancora non abbiamo imparato la lezione del cinema di oltreoceano, i due reali del ballo alla fine della fiera, sono adulti insoddisfatti cronici che vivono nel passato. Ma il passato non ha nulla di nuovo da offrire e allora, perché continuare a nascondersi? E invece siamo tutti lì, in rete, a fare a gara a chi ce l'ha più lungo. Facebook è davvero come un gigantesco, sterminato liceo americano e, come tale, ha anche i suoi gruppi di tipi umani.

I Narcisisti al contrario. Particolarmente comune tra noi donne. Quelle che pubblicano post intrisi di una dilagante falsa autoironia, quando è chiaro come il sole che vogliono solo essere rassicurate. Di continuo. Oppure, quelle che pubblicano mille scatti dei loro culi e poi ci piazzano la didascalia intellettuale. Quando sarebbe così bello, onesto e originale, se proprio ci vuoi mettere una didascalia, scrivere: bada che gran bel culo che ho? Oh, via. A Cesare, quel che è di Cesare. Parlo di ragazze che pubblicano foto di loro stesse in una conditio di lapalissiana topaggine, che ha richiesto tra le 2 e le 3 ore di trucco e parrucco e poi ci piazzano #OggiCosì #MakeUpFree #ComeMammaMiHaFatta . Davvero, mi viene voglia di andare ad abbracciarle: - “Oh, vieni qui poverina. Non ti preoccupare. Hai ragione, sei solo bella”. Tanto è quel che conta.
#IFiltriDiSnapaChatTisonoSfuggitiDiMano
I Girelloni. Trasversali a tutti i generi e a tutte le età. Quelli che facebook è l’album fotografico dei loro ricordi di viaggi. Peccato, si tratti solo di selfie su selfie con lontano, sullo sfondo, uno scenario diverso. Mare, montagna, Empire State Building, Tour Eiffel. Non una foto di un paesaggio. A testimonianza che il messaggio della foto è, ancora una volta, guarda dove sono? E poi ci piazzano l’hashtag #fromwhereistand oppure #greetingsfrom...
Mi domando sempre se abbiano davvero fatto il viaggio o, piuttosto, non abbiano montato un set ad hoc.
I Calimero. Anche questi tipi umani sono molto vari e valicano genere ed età, anagrafica però, perché su quella cerebrale, sembra siano tutti fermi ai 12. Quelli che ogni status è un’allusione maliziosa verso qualcuno che, ovviamente, sta facendo loro un torto. Tutti ce l’hanno con loro. Tutti vogliono fargli un’ingiustizia. Tutti vivono la loro vita pianificando come fare per distruggere la loro. #StewieGriffinForPresident
I Very Social. Quelli che…. Quelli che si iscrivono ad ogni gruppo quelli che…
#FattiUnaVita
Gli Ancien Régime. Sono i nostalgici ad ogni costo. Quelli che si stava meglio nel passato, sempre. Gente che se gli dici : -“Guarda che il poeta diceva qui e ora”! Loro risponderanno: -“Sì vabe’, ma negli anni 80…”
#SiStavaMeglioQuandoSiStavaPeggio
I Kitty-Kat. I fanatici dei gattini. Questa, è gente che mi preoccupa, eppure, ho delle carissime amiche che ne fanno parte. Cari Kitty Kat, i vostri gatti non vogliono dominare il mondo, non sono nemmeno particolarmente scaltri. Sono dei cazzo di normalissimi gatti. #FaiPaceColFattoCheHaiUnGattoNonUnPremioPulitzerInCasa
I Filosofi. Loro si esprimono solo per aforismi per altro scritti male e citazione associate, immancabilmente, al personaggio storico sbagliato.
#CarpeDiemNonLHaDettoTottiLoGiuro
I PornoFood. Non possono pensare di bere un caffè senza informare l’intero etere. Che se fanno un tramezzino devono fare avere un orgasmo multiplo a Bastianich.
#MagnateloPoiIlTramezzino
I Michael Moore Addicted. A questi il culo gli sta rubando la camicia. Le case farmaceutiche sono formate da adoratori di Satana che complottano per ammazzarci tutti. Quelli che se hai la febbre, non la prendere l’aspirina tanto è solo un’invenzione malefica dei super potenti per sterminarci in silenzio senza che ce ne accorgiamo. Sui vaccini meglio non parlarne se non vuoi essere sparato a vista, ma oh so’tutti pacifisti però.
#MaSePrendiLAspirinaComeLiFaiGliAnticorpi?
Gli Apocalypse Now. Ieri i Maya, oggi Trump e Kim, l’importante è averci l’apocalisse del giorno. Qualcosa per cui preoccuparsi dell’imminente implosione del nostro pianeta.
#TheEndIsNear
I Politically Correct che di solito viaggiano a braccetto con i politologi. Gruppo misto a maggioranza femminile, che Je suis Charlie e We are the World, We are the Children e poi ti chiamano troia se quel coglione del fidanzato ti chiede l’amicizia su facebook che tu resti lì e non sai se dargli una craniata sulle gengive, o piuttosto, darle un abbraccio carico di empatia. #WeAreTheWorldMaGiùLeManiDalMioUomoTroia
I Comunisti col Rolex. Hasta la Victoria Siempre, tatuaggio del Che, ma aiutiamoli a casa loro a questi negretti simpatici.
#NonSonoIoAdEssereRazzistaSonoLoroAdEssereUnPòNegri
I Laici. Gruppo molto vasto, che fa proseliti ogni secondo, anche ora mentre leggi. Quelli che non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani. Profondità psicologiche inarrivabili, lo so. Che tu vorresti spiegargli che non è così, ma poi ti toccherebbe tenere un paio di corsi monografici di storia antica 1 e 2.
#AllahAkbar
I Tuttologi. Oddio, questi sono buffi e sono tantissimi, più dei laici giuro. Quelli che hanno un’enciclopedica conoscenza di tutto perché hanno studiato su wikipedia e google.
#CeraUnaVoltaIlCepuOggiAbbiamoGoogle

Il punto della questione, non è tanto cliccare o meno su condividi. Il punto vero, è l’intenzione. Cosa vogliamo comunicare al mondo di noi? Cosa vogliamo lasciare al mondo? Cosa vogliamo regalare a chi ci legge? Dovremmo fare tutti un po’ di analisi, contare fino a 10 prima di condividere un qualunque contenuto e domandarci: mi è necessario farlo?

E, infine, non credere che io non abbia pensato a quelli come me. Io, ovviamente, faccio parte del gruppo dei peggiori. I Bastian Contrari. Il nostro motto è fa quello che ti dico, ma non fare quello che faccio. Siamo gli amici polemici del gruppo. Alla sala mensa del liceo americano ci trovi al tavolo dei nerds. Critichiamo l’attitudine al condivido, dunque, sono, ma, alla fine, condividiamo anche noi. È vero. Siamo tutti schiavi del faccialibro.

Tutti, a parte il gruppo dei ribelli. Dio, quelli li ammiro. Quelli che spengono internet e dicono non mi avrai mai.

Vorrei essere così un giorno, ma per il momento tocca fare i conti con la mia vanità e accettare che condivido, ergo, sono, anche io.

martedì 16 gennaio 2018

Decalogo dell'orco. Ovvero, 10 doti che al mio orco ideale non possono mancare.

Nello scorso post, ho dichiarato di non essere una principessa. Questa, è un’affermazione talmente vera, che mia figlia Virginia, anni 5, sgrana gli occhi in una smorfia di disgusto alla vista del colore rosa o di una qualunque delle Disney Princess. Lo so, che dentro, segretamente, sogna di essere Elsa di Frozen, ma il bisogno di assomigliare a mamma, è talmente forte che rinuncia volentieri ad essere una principessa. O, come fa piacere pensare a me, magari si fida talmente tanto del mio punta di vista che, se a mamma le principesse non la entusiasmano affatto, allora chi se le fila! Oh, che poi avrà tutta la dannata adolescenza per fare il bastian contrario. Zitte va, lo so da me, ripetiamolo insieme: Virginia è un essere umano distinto da te, se vuole essere una principessa, lasciala vivere il sogno, ma scusate, che male c’è a spingerla verso un modello più come dire? Cazzuto. Presidente della Repubblica, per dirne uno. Che poi bimbe, il problema delle principesse, glissata tutta la questione vestiario, acconciature e canzoncine, è il principe. Giovane, bello, occhi color cielo, calzamaglia, forte, generoso e, ultimo ma non per importanza, anche nobile. Ma che due palle! Ma a chi lo volete dare questo debito? No, grazie. A me datemelo adulto, affascinante, occhi color carbone, forte quello sì, ma che abbia soprattutto una forte, fortissima personalità, di quelle titaniche. Uno che sappia come sopravvivermi, che non si aspetti che io gli faccia da mamma, moglie e fidanzata. Il fatto è che ci ho già provato. Non mi interessa. Generoso sì, ma non fesso. Nobile? Ma anche no, a chi lo volete dare lo stress del protocollo? No, davvero i principi teneteli voi, a me datemi un orco. Bruto, brontolo e che sia mio, tutto mio. Uno con una palude simile alla mia. Una palude a numero chiuso, per intenderci. Uno che, quando ci vedi insieme, pensi: -“Guarda lì che snob quei due! Ma che stronzi!” e più lo pensi, più noi ridiamo perché in realtà non siamo snob, siamo solo molto selettivi e, abbiamo vissuto abbastanza per essere liberi dall’obbligo sociale del volemose tutti bene.
Un orco, voglio un orco. Di principi ho fatto vere e proprie scorpacciate, li ho trovati sempre indigesti tutti intrisi del loro ridicolo narcisismo. Meglio un orco, di quelli che ti restano appiccicati per un tempo più o meno lungo quanto il per sempre. Avete presente? Di quelli che non li senti in un unico punto preciso del corpo. Si dice che quando si è innamorati, si avvertano le farfalle nello stomaco ed è vero. Chi di noi, non ha, almeno una volta, avvertito quella sensazione di vuoto allo stomaco? Con un orco, amiche mie, è ben diverso. È una sensazione impossibile da definire in un punto definito, perché è talmente travolgente, da prenderti contemporaneamente cuore, stomaco, gambe, utero, olfatto e, ahimè, testa. Allora ho pensato, okay, già questa storia delle sensazioni mi può aiutare a non sbagliare, ancora. In fondo, un principe non potrebbe mai e poi mai provocare un uragano simile perché, se il suo karma è salvare le damigelle, allora, sarà geneticamente impossibilitato a travolgerle. Ed è vero. Voglio dire, mi pare logico, ma allora, come faccio a capire qual è, l’orco giusto per me? Non basta mica che sia brontolo, o rischi di trovarti con un nano di Biancaneve tra le lenzuola. E, analogamente, non è che puoi chiedere il curriculum vitae sentimentale a tutti quelli che incontri. Magari si potesse.
-Per quale posizione ti candidi?
-Principe azzurro.
- Il conto, prego.
O scene di questo tipo:
-Leggo sul tuo curriculum che tra le esperienze passate indichi fidanzate con tendenze materne?
Smorfia di disgusto. E la telecamera mi vedrebbe scappare via senza nemmeno arrivare al dolce.

Così, mi è venuto in mente di stilare, il mio decalogo dell’orco. 10 doti che al mio orco ideale, non possono proprio mancare. In ordine decrescente, anche se, nella realtà dei fatti, 10 vale 10.

10) Deve avere gusto. Un uomo che non sa vestire, è un uomo che non ama il bello. Un uomo che non ama il bello, non ama l’arte. Un uomo che non ama l’arte, non ama la vita.
Keats diceva: “Beauty is truth, truth beauty. – That is all Ye know on earth and all Ye need to know”.
9) Deve essere onesto, anche quando rischieremo di odiarci. Lo so, starete pensando e che ci vuole? Ma la verità è che l’onestà, non è mai una dote universale, né univoca. Non siamo mai, brutalmente onesti, in egual misura, con tutti. Vorrei un uomo così sicuro del mio amore e del suo amore da dirmi :- “Michela, fermati, ci stiamo perdendo”. Sarò stata particolarmente sfortunata, ma non ne ho mai incontrato uno. Alla fine di ogni mia relazione, sono, sempre, cascati tutti dal Pero. Ma sono, sempre, state enormi balle le loro. Io, non esplodo mai all’improvviso, sono logorroica a livelli patologici, se sento che mi stai perdendo, non esiste possibilità alcuna che non te l’abbia detto in, almeno, cento modi diversi.
8) Deve amare musica buona e, per buona, intendo quella che ascolto io e deve amarla dal vivo. Insomma, ho sposato un uomo che ascoltava Massimo Ranieri e acquistava su iTunes la compilation di Sanremo. Sapete ormai tutti come è finita. Voglio dire, gli voglio un gran bene, è il migliore papà del mondo, ma di musica non capiva un cazzo. Per fortuna, oggi, anche sua figlia si occupa della sua educazione musicale. Non è colpa sua. Sono cresciuta con il poster di Kurt Cobain sul letto. Avrei dovuto saperlo. Siamo ciò che amiamo. Stessa storia per il cinema.
Caro orco, se non ti piace Almodóvar, se non piangi almeno un pochino quando Penélope Cruz canta Volver; se Pulp Fiction non è un film con i controcazzi, non disturbarti a conoscermi.
7) Deve amare la lettura, forse, più della musica e, deve amare, sentire me parlare della letteratura come il Papa parla del Signore, la stessa foga, la medesima devozione. Deve voler trascorrere un’intera notte con me, mentre, tra un amplesso e un altro, gli leggo le poesie di Sylvia Plath e sì, è morta suicida e no, non è deprimente. ( E, Marina, per fortuna non sei uomo, o avremmo avuto un problema, Houston ndr)
6) Deve ridere come un cretino alle mie battute, ai mille link deficienti che mi invia la mia Giulia che io posso decidere o meno, di inoltrargli. E, deve commentarli. È un dovere dal quale non può esimersi.
5) Deve amare il cibo etnico, ma concordare che il cinese è sempre il migliore, che il giappo fa solo più fighi. Mi deve far assaggiare il vietnamita che non ho mai provato, ma alla fine deve convenire con me: il cinese è sempre il cinese.
4) Deve condividere, supportare e placare le mie turbe alimentari dai cibi alcalini passando per l’idiosincrasia verso McDonald e deve comprendere la mia ipocondria.
3) Deve stupirmi. Ogni, singolo, giorno. Mi deve tenere sulla corda. Deve sfidarmi senza temere di perdere. Deve lasciarmi essere chi sono, con tutto il mio enorme bagaglio di conoscenza senza farmi sentire in obbligo di fingere di non sapere qualcosa, per non ferire il suo ego. Deve volermi vedere risplendere nel mezzo della mia conoscenza. Deve volermi nella sua squadra, sempre perché a volte impari e, a volte, insegni e il bello è tutto lì.
2) Deve avere il sorriso più genuino, aperto e naturale del mondo perché, lo vorrò vedere ogni dannato giorno, anche mentre staremo litigando e gli dirò - ma che ridi a fare? In realtà, sarò felice di vederlo ridere. Il suo sorriso, dovrà essere la mia ancora, il punto fermo a cui far ritorno. No, anzi, dovrà essere ciò che non vorrà mai farmi andare.
1) Deve essere un cazzo di uomo di cultura con un cervello strepitoso, che ti faccia venir voglia di strapparti le mutande ogni qual volta, apra bocca.

Lo so, un orco così esiste solo nella versione BBC Wales di Sherlock Holmes perché, amico orco, se non possiedi il vocabolario, l’intelligenza e il carisma di Benedict Cumberbatch, è davvero difficile che io mi innamori di te, ma la buona notizia, è che il mio è un progetto a lungo termine. Non ho più voglia di bruciare, per questo, ti voglio regalare quello che non ho mai dato nessun principe passato da queste parti.
Nelle favole, ci hanno abituate che alle principesse prendono il cuore. La loro forza, la loro purezza, di norma, risiede lì, nel cuore, la casa del vero amore. Fortuna, che abbiamo appurato che io non sono una principessa, anche perché il mio cuore, è parecchio mal messo. Io ti voglio regalare il fulcro di me, il mio cervello, la cosa più cara che ho. In ogni sua sinapsi. Voglio prenderlo e metterlo nelle tue mani, non perché io creda che tu debba proteggerlo, a quello ci penso benissimo da me, ma perché voglio goderne con te. Voglio prendere il mio cervello, unirlo al tuo. Fonderli in un’unica mente e ridisegnare infiniti mondi, con te.
Voglio che tu beva da me, che mi usi come tua sorgente di curiosità.
Voglio darti la verità, sempre. Perché la verità ci rende liberi e io, voglio essere libera insieme a te. Voglio regalarti il lusso di sopravvalutarci, senza mai doverti ricredere.
Voglio essere il tempio della tua forza al quale far ritorno, ogni sera per meditare.
Voglio essere la risposta ai tuoi perché.
Voglio, infinitamente voglio, essere l’ultima che bacerai.
Quella alla quale offrirai per sempre da bere.

domenica 14 gennaio 2018

Dalla mia palude, alla tua. 7 momenti in cui credevo di aver bisogno di un uomo e poi ho scoperto, ma anche no!

“Quando hai bisogno di un uomo, non c’è mai”. Se sei donna e vivi da sola, sai di cosa parlo.
La prima volta che in casa scatterà il salvavita, penserai che questa cosa dell’indipendenza, non fa per te. Penserai, papà dove sei? Oppure, fidanzato, o ancora, ex marito o, forse, convivente dove sei? Chiamerai un qualsiasi uomo di tua conoscenza e lui, ti dirà che è scattato il salvavita; allora, tu penserai nell’ordine: cosa è un salvavita? E, soprattutto, dove cazzo è il salvavita? A quel punto, scoprirai di avere un quadro elettrico in casa, bypassalo pure perché lì non succede mai nulla di utile, poi mi dirai se ti capiterà almeno una volta, quando il phon fa staccare il contatore e sei in asciugamano in bagno, con una temperatura ambientale percepita di 30 gradi, di riuscire a risolvere la questione con il quadro domestico o, piuttosto, non dovrai scendere mezze ignuda tra la scale, dove la temperatura percepita sarà, invece, -4. Ogni, singola, volta. Ecco, una volta al quadro generale dei contatori, scoprirai che ce ne sono due; uno più grande e uno più piccolo. Entrambi ti appartengono, vedi? C’è il tuo nome. Entrambi, hanno a che fare con l’elettricità, sembra. Respira, non è un caso da filo rosso o filo giallo con relativa esplosione. Perfino Macgyver, non potrebbe fare nulla di più, di ciò che stai per fare tu. Non perdere tempo a chiederti cosa serva a cosa, dove trovi la levetta abbassata, alzala e corri, prima che Freddie Kruger esca dal sottoscala. Sì, perché, ovviamente, i contatori non sono mai in bella mostra. Che ne so io, in una bacheca con una mega insegna CONTATORI! No, devi sempre scendere alle catacombe del tuo palazzo, dove, già ti immagini viva una colonia di ratti transgenici democraticamente organizzati in una monarchica Repubblica con Donald Trump come Presidente. In ShitHole We Trust.
Insomma, bimba, prima regola per vivere da sola: TUTTI GLI ELETTRODOMESTICI CHE GENERANO CALORE, non possono essere accesi in contemporanea. O ti asciughi i capelli, o avvii la lavatrice. Il Medioevo proprio, lo so.
È vero, non c’è un uomo nel raggio di un chilometro, ma la buona notizia è che non ne hai bisogno. Io sono andata a vivere da sola con una bambina di 5 anni e un cane petomane, lo scorso maggio. All’inizio, molte erano le cose che mi spaventano. Eppure, man mano che i giorni passavano, gli scatoloni del trasloco si svuotavano, gli spazi mi diventano familiari e le luci diventano quelle giuste. Non è stato semplice. Sono stata per 28 lunghi anni la figlia di, per poi diventare subito la moglie di e la madre di. Non ho mai avuto la possibilità di essere consapevole di me stessa, dei miei pregi, pochi e dei miei limiti, infiniti. Questa casa è stato un dono.La mia palude, solo mia. In questa casa è iniziato il mio viaggio e lungo il mio tragitto, ho stilato una lista semiseria, di tutti quei momenti nei quali avrei, d’istinto, voluto un uomo accanto, ma a ben pensare, anche no. Alcune di voi, probabilmente, avranno avuto le stesse epifanie.
• Quando compri l’acqua e ti tocca portarla su. Tranne poi, che un uomo, 80 volte su 100, te la lascia all’ingresso e, alla fine, ti incazzi peggio, perché pensi, cosa diamine ti costava mezzo metro in più? A quel punto, ti compri l’armonizzatore T-sonik, come ho fatto io e l’acqua, non la compri proprio più.
• Portare la spesa in casa. Duecento buste, che segano le dita della mano e bloccano la circolazione. È un punto dolente, lo riconosco. Pensa positivo. Questa, è l’occasione in cui puoi imparare a fare la spesa. La regola principe è super semplice: se pesa, non lo vuoi.
• Riporre le decorazioni natalizie sopra l’armadio. Certo, è altamente probabile, che un uomo trascorrerebbe i tre minuti netti dedicati alla suddetta operazione, lamentandosi perché hai osato smuoverlo dal divano quando tu, nel frattempo, hai smontato l’albero, riposto le palle del Natale, ogni anno più grandi, delicate e, inesorabilmente, rotte e messo via le lucine. A quel punto, bimba, fatti un piacere. Chiama un’amica e fatti dare una mano. Stai pure certa, che lei lo farà volentieri senza emettere sbuffi e, dopo, avrai compagnia per un aperitivo.
• Piegare le lenzuola. Ok, questa all’inizio la risolvi appallottolando, poi, come per il resto delle cose della vita, impari che tutto, anche piegare le lenzuola, lo puoi fare da sola, basta sapere come. O così, o vai su youtube, che un video tutorial lo trovi. Sicuro.
• Cambiare il copripiumino di Ikea al tuo letto. Come sopra, ma molto, molto peggio. Amica, su questo punto, fai pace col fatto che lo metterai una merda e dovranno passare almeno due notti, perché il piumino si distenda per benino. Accendi i termosifoni e non ci pensare. O, ancora, metti un pigiama più pesante. Vedi? Hai infinite, altre, possibilità. Ancora, non ti serve, per forza, un uomo. PS i disegnatori di Ikea sono delle vere merde.E sono tutti uomini. Per forza. Il Nord Europa paritario, vive senza ombra di dubbio, fuori dalle camere da letto.
• Riscaldarti i piedi appena entrata nel letto. Riconosco che su questo ci sto lavorando. Avevo pensato di comprare lo scalda-sonno, ma mi piace entrare nel letto freddo e poi riscaldarmi pian, piano. Per ora uso la tecnica Dog-Heater. Prendo il mio cane e lo metto ai miei piedi. Non è lo stesso. È vero, riscaldo un po’ i piedi, ma non saprei spiegare perché, si ghiaccia un poco il cuore. Ma sono ancora in via sperimentale.
• Quando devi portare il cane a fare pipì alle 7 di mattina e non vuoi lasciare tua figlia di 5 anni da sola in casa. Ecco, in quel caso farebbe comodo un uomo in casa. Lui potrebbe portare giù il cane e tu, per gentilezza, preparargli il caffè. Ma nella realtà dei fatti, è altamente probabile, che l’uomo starebbe nel letto a dormire, mentre, tu porteresti il cane giù, quindi, fai come ho fatto io, educa il tuo cane a pisciare dopo le 9 del mattino.


Vedi amica, dal punto di vista pratico, ti puoi bastare. Anzi, dal punto di vista pratico, è senz’altro così. Non è questione ipotetica questa. Certo, è più difficile, ma non è impossibile. La storia per la quale devi essere suffisso di qualcuno, è una bugia che ti hanno raccontato fin da piccola, per vederti camminare dritto senza troppi scossoni. Probabilmente, avessero capito fin da quando eri piccina, il turbamento inenarrabile che sei, ti avrebbero evitato tanti errori. Il casino vero è quando, capito chi sei, individuato dove vuoi andare, annusato il profumo che ti richiamerà sempre, incrociato lo sguardo giusto e ascoltato quella voce che non potrai più dimenticare, dovrai trovare il coraggio di rimanere fedele alla donna che sei diventata a casa tua, nella tua palude. Dovrai trovare la forza di non perderti, di non snaturarti mai più. Di non mortificare te al prolungamento di un altro essere umano, ma soprattutto, dovrai essere così coraggiosa da aprire la porta della tua palude all’orco giusto, quello che sovvertirà ogni singolo punto della lista semiseria e ti farà rivalutare l’intera categoria uomini. Allora, amica, rischierai il paradiso in terra. Ma fino a quel giorno, continua a cercare, non ti fermare a guardare il primo principe, ne hai avuti a sufficienza e, alla fine, sono tutti rospi! Cerca l’orco, cambia gioco. Non sei una principessa, non hai bisogno di un principe, tu!

Arriverà, quel momento arriverà, ora però, chiudi la porta di casa e goditi il silenzio della tua palude.
Te lo sei guadagnato.