giovedì 14 giugno 2018

Di orchi e di sogni infranti.

Cose in cui credo:

-nell’idea di amare con semplicità. Completamente, senza remora alcuna e poi, saltare, sapendo che la probabilità di cadere e farsi male è, in proporzione, più alta di quelle di successo; comunque saltare.
-nel mare al cui cospetto tutto mi è possibile, anche portare la pace in Medio Oriente, per dire.
-nel vino rosso, perché porta con sé tutte le risposte di cui ho mai avuto bisogno. Proprio, tutte.
-nei dubbi, essi, infatti, chiarificano la via. Sempre.
-nel bacio perfetto, quello che quando lo assaggi ti fa girare la testa, non è vero? Chi di voi non l’ha provato? Quello che il mondo intorno tace, ci siete solo tu, l’oggetto del desiderio, le vostre labbra e tutte le parole che il vostro cuore sussurra in quei brevi istanti di eterno.
-nell’amor proprio, perché nemmeno il bacio perfetto dovrebbe impedirti di guardarti allo specchio
-nel silenzio. Ancora la lingua più universale e difficile da imparare.

Mi hanno insegnato, che se fai una lista delle cose che davvero contano, se la tieni sempre a portata di mano, cuore e mente, alla fine, troverai la risposta che cercavi. Il casino, è quando le risposte che trovi, non ti piacciono. Avete presente?
Tra sette giorni compirò trentasei anni. È un’età strana questa. Sembra di vivere una seconda adolescenza che uno poi potrebbe dire “e cosa vuoi di più dalla vita? Vivere la tua adolescenza con le consapevolezze di un’adulta” tranne poi scoprire, a quasi quarant’anni, di aver disimparato la capacità di giudizio acquisita lungo il corso di una vita. Forse l’hai tutta riversata sul non far morire per assideramento tua figlia? Forse tutto quello che sapevi, la convinzione di saper leggere gli avvenimenti con il raziocinio di un’adulta, forse tutto questo, l’hai dimenticato sei anni fa nella sala della croce rossa durante il corso di disostruzione pediatrica? Forse oggi sai fare la manovra di Heimlich, ma non sai capire se hai a che fare con uno stronzo? Forse. Non saprei. Come vi ho già detto ho disimparato la vita, ultimamente.

Come quando ti spezzi un braccio e dopo quaranta giorni di ingessatura, devi riprendere confidenza con la sua capacità articolare e hai paura anche solo ad alzare una tazzina di caffè. Tu sai che puoi farlo, solo che non ricordi di poterlo fare. Ecco, io so che sono in grado di riconoscere uno stronzo, ma, in qualche modo, decido di non seguire il mio codice morale, seguo quello che mi consigliano gli altri e lascio che lo stronzo, ferisca me. Lo so che sapete di cosa parlo. Ormai, è tutto un fiorire di donne quasi ai quaranta, con acne giovanile! Gli ormoni in tempesta e il cuore bendato. A volte penso che il genere femminile stia coscientemente regredendo alla fase adolescenziale per incontrarsi, finalmente, con quello maschile! Che manipolo di narcisisti ego riferiti siamo diventati.

Per esempio, è giusto concludere una relazione perché uno dei due vuole figli e l’altra, no? A prima vista è un atto di profondo amore. Della serie, la mia libertà inizia in me e finisce dove inizia la tua. Oppure, ti amo a tal punto da non volerti chiedere di fare un figlio. E, dall’altra campana, ti amo così tanto che riconosco il tuo bisogno umano di procreare, di lasciare un pezzo di te al mondo che ti lascio libero di andare. Tutto molto bello. Tutto molto maturo. Tutto molto preconfezionato. Tutto, molto, finto. Lui cerca una fattrice, non una donna. Perché, amica, se volesse un figlio da te, se volesse mettere un pezzo di sé dentro te, aborrirebbe la sola idea di avere un qualsiasi altro figlio che non avesse i tuoi occhi o il tuo naso. E lei? Lei è una che con ogni probabilità, non si dovrebbe riprodurre. Non è vera la storia per la quale ogni donna ha l’istinto materno. In generale, le donne non lo hanno di default a meno che, tu non sia educata in seno ad una comunità Amish e, anche in quel caso, te lo hanno inculcato non ce l’hai perché sei la Vergine Maria. Alcune, lo sviluppano appena scoprono di essere incinta (io non ci credo, ma molte giurano di sì), altre, al primo vagito, altre, nemmeno entro la laurea del figliolo e, tuttavia, fanno il loro mestiere di madri, e, tuttavia, amano i loro figli, perché l’amore che si nutre nei confronti di un figlio, è una specie di maledizione alla quale non ti puoi sottrarre. È un bene involontario. Ma come essere umano quella donna lì, è bruciata, perché non voleva fare un figlio, ma ha fatto un figlio. È diverso.
In generale, le donne si dividono in quelle che sanno che diventeranno madri, perché pensano che così giri il mondo e donne che non se lo sono mai chieste. Di solito le seconde sono quelle che le guardi e le ingravidi. Ecco, di solito la seconda tipologia di donna, è quella che dirà all’uomo in oggetto che non vuole figli. È un assunto vero? Forse. Il punto è che se l’uomo l’ama deve voler restare, a prescindere dalla riproduzione. Se non resta, semplicemente, non ti ama. Pietra sopra.
O, più verosimilmente, in donne che ammettono che la maternità le fa tremendamente soffrire e, donne che ti raccontano ma che bel castello marcondirondirondello.

Non è così difficile da comprendere, amica. Hai una laurea e non sai decifrare il comportamento di un altro essere umano?
Quanto ancora lascerai che lui si arroghi il diritto di non rispondere ai tuoi whatsapp, quando tutto ciò che fai è cercare di capire cosa stia accadendo? Ma, allo stesso tempo, quante altre volte vorrai porre una domanda per la quale hai già una risposta? Non c’è niente di più morto di un amore morto; se lui ha smesso di amarti per un solo istante, allora, nulla gli impedirà di farlo per il resto del tempo che potrete condividere. Tu lo sai, eppure, sembra sia una tua priorità ricoprirti di vergogna, in nome di cosa? Vuoi davvero stare qui a mendicare che lui ti ami?
Fallo andare per la sua strada, siediti sulla riva del fiume e aspetta di vedere il cadavere del tuo nemico passare, perché passerà, amica, ci puoi giurare. Forse ora non lo credi. Forse, ora non vedi la tua luce perché hai concesso ad un uomo di eclissarti. Ancora una volta, anche quando il tuo papà ti ha vista brillare.

A dispetto di quanto pensassi, hai visto?! Non lo fai perché sei la principessa smarrita di papà. Lo fai, perché non hai abbastanza stima di te stessa. È solo questo che ti rende meno amabile amica.

Non è il tuo cattivissimo papà. Sei tu. Sei tu a rendere accessibile il tuo cuore al dolore, al sopruso e all’abbandono. Sei tu che gli hai concesso di entrare e di uscire come fossi un cesso pubblico. SEI TU. Non è il tuo papà, non sono i fantasmi del tuo passato, non è nemmeno lui. SEI TU. Non hai saputo amarti nemmeno questa volta e non conta quante volte hai pregato Budda o chi per lui, di indicarti la via dell’amore, tu resti sempre la ragazza che non sapeva amare.
Quella che continua incessantemente a provarci ad essere amata. Una volta, almeno una volta e cade sempre nello stesso patetico errore. Una folle, come direbbe qualcuno, che persiste nell’errore pensando, in qualche modo perverso, di riuscire a cambiare il risultato. E invece, no, il risultato non cambia.
Gli orchi buoni non esistono, amica. Ora lo sai anche tu. Non c’è spazio per principi, draghi e orchi nella tua fiaba. Sei solo tu e un cazzo di mostro. Cosa farai, scapperai ancora? Cercherai riparo nell’abbraccio di un altro, più nuovo, eroe che prestissimo, troverà troppo complessa l’avventura dell’amarti e andrà altrove, in un castello con marmocchi e pasta al pomodoro? O, invece, questa volta, lo guarderai negli occhi il mostro e gli sussurrerai che lui esiste solo perché tu lo rendi possibile?
È questa l’unica domanda, amica.

“Hello, i’ve waited here for you. Everlong”

venerdì 25 maggio 2018

Cara madre single,

ma forse, semplicemente, cara amica madre,

lo so, casa tua non è un Carnevale di Rio. Dalle tue parti la vita è più una corsa sulle montagne russe, alti e abissi in ventiquattro ore. Una vita al pantoprazolo, altro che dove c’è Barilla, c’è casa.
Hai scelto di mettere il depuratore al rubinetto dell’acqua della cucina. IL DEPURATORE AL RUBINETTO. Questo spiega in tre parole la situazione attuale della tua esistenza: sei desolatamente sola e non importa quanto le persone che ami ti dicano il contrario, la verità è che sei così sola, da essere l’unica che poi dovrebbe portare la cassetta d’acqua a piedi, su per le scale.
Sei quella che pianifica di aspettare che tua figlia si addormenti per guardare un film o la tua serie preferita che in qualche modo misterioso, sei riuscita a scaricare, poi arriva sera, con lei il silenzio e tutto quello di cui hai voglia, è piangere in santa pace, senza paura di essere vista. Grossi, iper salati lacrimoni che bruciano. Anche stasera guardi il film domani, vero?
Hai finito da tempo immemore di guardare alle pubblicità con disappunto, a te non riguarda affatto quello che accade nella giungla della Pavesi dove il peggio che può succedere è la visita della suocera vestita da pelle di leopardo. Non sai cosa significhi aver un rapporto speciale con l’Ace pavimenti, perché il massimo del tempo che dedichi alla casa, è la lavasciuga della Folletto.
Cara amica, lo so anche oggi ti è toccata la sveglia, i pianti per la scuola, i capricci per il cartone animato del mattino, le suppliche perché si bevano quelle due dita di latte e non fa nulla che tu non mangi latticini e assumi il calcio dalla frutta secca, il tuo modello materno inconscio, ti impone che il latte sia la vera fonte di calcio e in fondo, chi sei tu per contraddire la voce interna di tua nonna che lavora di sgretolamento di maroni anche dalla tomba? I genitori si sa, e quindi i nonni peggio, lavorano anche da morti. Amen, che latte sia. Veronesi sa una sega, meglio nonna.
Amica, le conosco anche io le crociate per la mise del mattino, che “sotto il grembiule conta, mamma”!
Sei quella che nei giorni di festa terrorizza la figlia, raccontando storie di apertura scolastica parziale per i bimbi che fanno i monelli.
Sei quella che alle quattro del pomeriggio, ovvero, dieci minuti dopo l’uscita da scuola, si domanda: “è troppo presto per bere”?
Il momento più intenso della tua giornata è quando alle sette di sera metti in tavola la cena al tuo piccolo umano e tu, ti versi da bere. L’ora felice di mamma, la chiami. Tutto in perenne solitaria.
Sei la solita donna di sempre, eppure non ti trovi più. Ti avevano detto che sarebbe passata, che avresti imparato ad accettare che quella persona lì, quella che ti aveva accompagnato fino al test di gravidanza, sarebbe tornata. Ti avevano assicurato che il cervello sarebbe tornato ai funzionamenti di un tempo, alla vivacità, alla curiosità, alla giovialità del voler conoscere tutto del mondo e, invece, ti ritrovi stanca al solo accendere google earth. Certo, oggi a distanza di qualche anno dalla tua pipì su quello stick, le capacità mnemoniche sono rientrate negli standard di coloro che non hanno subito traumi alla corteccia cerebrale, anzi, se guardi bene, oggi il tuo cervello è una macchina complessa stupenda, piena di nuovi optional, prima sconosciuti: dal multitasking alla capacità di ritrovare una scarpetta di Barbie in un mare di micro oggetti mal riposti in una gigantesca cesta giocattoli, alla sorprendente capacità di ricordare ogni singolo nome di non una, ma quattro serie di LOL. Tutto questo però ha un prezzo. Che fine ha fatto la tua capacità di ricordare interi periodi di Anna Karenina? Tornerà, ti dicevano e invece, la tua capacità di leggere e ricordare deve essersi persa tra le righe dell’ultima lettura di storie della buona notte ed è per questo che a tua figlia tu non leggi fiabe, ma miti greci. La maternità è per te come un interminabile corso di studi al CEPU della tua città.

Tuo figlio è lo spartiacque della tua esistenza: quando eri te stessa e quando hai smesso di esserlo. Guardi alla metà di te stessa mancante con uno strano disincanto, che una pensa tu abbia compreso che quella grande assente non tornerà mai più e, invece, eccoti lì “aspettando, Godot”. La maternità ti sembra un concetto chiaro, eppure, non applicabile alle tue capacità di essere umano e più la tua prole cresce, più la tua incapacità si palesa e, allora, paradossalmente, in quegli attimi di sgomento, rientri nella tua vecchia pelle di umano non amabile. Ti riconosci, non è vero? La curva del sorriso contrito di chi sbatte in faccia alla vita la sua forza e poi, invece, crolla ad ogni caduta.
Hai voluto fare l’eroe, ancora una volta. Non è vero? Quella che, io sono madre, padre, amica e all’occorrenza Dio e oggi? Oggi sei nel caos e sei dannatamente stanca. Nemmeno a questo giro sei stata in grado di comprendere che tocca chiedere aiuto. Che il mondo non crolla se ammetti di non essere il mago di Oz.

Sei madre. Questa frase ti ha spaventata così tanto, che oggi, ti definisce nella tua totalità e mentre il mondo ti guarda e vede una specie di dea che ha creato un altro essere umano, un vero super eroe con il potere eccitante di dare la vita, di portare al mondo il nuovo, tu invece, ti guardi e pensi: tutto qui quello che sono? Dove sono andati a finire i tuoi sogni? E li rincorri senza sapere più cosa diamine cerchi. Allora trascorri il tempo a domandarti chi sei? Sei in una nuova spaventosa adolescenza con contorno di tempesta ormonale. Il ciclo si accorcia e la vita si accorcia solo che tu non senti il tic tac dell’orologio biologico, ma quello dei tuoi fallimenti. Quelli lavorativi, quelli sentimentali e quelli personali. La frustrazione ti spinge al patetico giochetto del condizionale “se non avessi scelto la strada impervia…” e tutti intorno a te, ti sembrano dannatamente felici nei loro matrimoni ammaccati e nelle loro case che profumano di cena. Non è così amica, sono solo comodi. Non tutti, è chiaro. Alcuni lo sono davvero, innamorati, ma non di quell’amore che tu credevi possibile. La scelta, infondo, è tutta lì.

Vedi, amica, io lo so perché sei qui, sono come te. Sei un’inguaribile romantica. L’amore per te è quello assoluto e non ha nulla a che fare con la procreazione, o meglio, è solo, al limite, la ciliegina sulla torta. Tu vuoi un uomo che voglia te, la donna che sei. Vuoi un amore fanciullesco direbbe qualcuno. E così sia. La verità è che se volevi l’amore borghese dell’amarsi a metà solo in caso di fecondazione, allora, restavi con tuo marito. Forse il tuo destino sarà di restare sola, o forse, un giorno sarai ricompensata per tutto il male che ti sei fatta e quell’amore che desideri arriverà, è puro gioco d’azzardo, all-in.

Eppure amica, non è questo il punto. Non è l’amore il punto. Hai fatto scelte complesse, perché sei un essere complesso ed è per questo che il tuo essere mamma, non segue sentieri regolari. Non puoi aspettarti di essere “diversa” e poi avere un ménage familiare “normale”. Non puoi aspettarti di essere quello che sei e poi pensare di avere un figlio che rientri nei canoni tradizionali di bimbo. Tuo figlio è come te. Tuo figlio è te. È l’estensione del tuo battito cardiaco, del tuo cervello e della tua stessa sensibilità. Tuo figlio, è una creatura meravigliosa, che segue strade impervie come te e il tuo unico compito, è accompagnarlo e sì, è un compito duro. A volte troppo, ma è anche il viaggio più straordinario che tu possa mai fare. Per ogni pianto versato in silenzio, nel buio della tua casa, quella casa che spesso sembra un a prigione, c’è una carezza, un bacio, un sorriso, una nuova scoperta di tuo figlio. E allora amica, va bene così. Perdona te stessa, per non essere quello che tu credi che il mondo e tuo figlio si aspettavano tu fossi e sorridi. Perdona te stessa, per tutti i drammi, i traumi e i problemi che credi di arrecare a tuo figlio e ricordati che la vita è fatta di tanti traguardi non uno solo e che quelli che oggi ti sembrano bambini più equilibrati, solo perché hanno mamma e papà sotto lo stesso tetto, probabilmente, domani saranno adulti che non saranno in grado di combattere per l’amore e si lasceranno andare al più facile e rispettabile compromesso del creare una vita insieme su basi troppe volte, inesistenti. Non lo so. Forse sarà così, o forse, tuo figlio condividerà le stesse nevrosi di tutti gli altri. Magari di più, in fondo, è tuo figlio. La verità che mi pare di aver colto in tutto questo casino della genitorialità, è che qualunque cosa tu scelga di fare, alla fine, sbagli e allora, magari, vale la pena di ridimensionare le tue ansie, amica. Forse, l’importante è l’essenziale e l’essenziale, dovrebbe essere, preoccuparsi di non crescere un serial killer. O sbaglio?

E per quello che riguarda te, amica, versati pure da bere non è stasera che cambierà la tua vita. In realtà non deve nemmeno cambiare. Devi darti tempo. Hai scelto di amare, allora ama, fallo con il cuore.

Il tuo cuore batte circa centoquattromila volte in un solo giorno. Sembravano di più, non pensi? Ogni singolo battito del tuo cuore è prezioso, non devi sprecarlo in inutili paragoni con il resto del mondo. Tu sei unica e unico è il battito del tuo cuore. Un ritmo inimitabile. Seguilo.
Ognuno danza col suo cuore, anche tu.

Con amore,
Michela

PS Buona fine dell'anno scolastico. Ora saranno cazzi, ma quando i giochi si fanno duri, le dure cominciano a giocare.

venerdì 18 maggio 2018

Amore, maionese e bulimia.

Certi amori sono come la maionese.
Non è che tu abbia spazio per alcun dubbio. Lo sai. Lo sai con matematica certezza che, la maionese, è cibo spazzatura, nuoce alla tua salute, eppure, è il tuo cibo preferito. Non c’è un cazzo da fare. Che poi non è che tu sia una che mangia solo junkie food. Tre anni fa, per esempio, eri decisa. Eri sposata, una lattante all’attivo; sentivi che era arrivato il momento per diventare vegana. Lo avevi sempre sognato. Così hai deciso di studiare. Hai comprato manuali su manuali di cucina vegana. Tu, che in vita tua avevi solo aperto scatolette, ora parlavi di erba spirulina e zenzero come non avessi mangiato altro in tutta la tua vita. Hai comprato un estrattore, a freddo, ovvio, lo sanno tutti che la centrifuga a caldo distrugge molecole e vitamine e ti sei lanciata nel tunnel degli estratti verdi per due mesi o giù di lì, poi un giorno hai aperto il frigorifero, ti sei fiondata su maionese e birra e sei tornata in te, bye bye vegan!
Insomma, lo sai che potresti, dovresti mangiare altro e, se ti concentri, per un po’, lo fai. Cibo green, cibo pulito, organico, bio a chilometro zero. Cibo proteico che nutra te, i tuoi muscoli, la tua autostima e il tuo amor proprio, eppure, arriva sempre il momento in cui apri il frigo, e non puoi, forse non vuoi, -chi sei tu per giudicare-, resistere.
Ognuno ha la sua debolezza, la mia (e quella di mia sorella maggiore, buon sangue non mente) è la maionese, forse tu sei più da gelato o da nutella. Magari c’è qualcuno tra voi che leggete, che è da patatine in busta (io non mi faccio mancare nemmeno quella) e chi, invece, potrebbe nutrirsi solo di pizza. Quello che conta è che, ognuno di noi, ha almeno un cibo spazzatura che rappresenti al meglio, anche il rapporto con quello che in noi si traduce come l’amore inarrivabile, quello impossibile. Qualunque sia la tua età, sai di cosa sto parlando. Ammettilo.
Hai presente? La sensazione di fame atavica. La voragine tra petto e bocca dello stomaco. Quel vuoto insaziabile, la bulimia che ti fa lanciare sul tuo cibo di conforto, al sicuro, dal mondo là fuori, brutto e cattivo. Certo, a volte ce la fai. Il frigo lo apri, guardi il barattolo e gli dici -“no, sono più forte io di te”! Ma quanta fatica fai?

Quelle come me, cresciute a pane, maionese e Mr Darcy sono intrinsecamente convinte che l’amore sia quello che ti prende la bulimia. Ti prende il vuoto. La pancia. Il guaio con l’amore bulimico è che dopo la scorpacciata arriva il senso di colpa. È così che a quasi trentasei anni scopri che tu la felicità, la colleghi alla malinconia, al senso di vuoto del post abbuffata. Sei felice per pochi istanti e poi sei nel pieno del tuo senso di colpa. Come se il solo fatto che TU possa essere felice a prescindere dal benessere di chi ti circonda, ti trasformasse in un essere abominevole. Sei felice e ti senti colpa. Il paradosso del benessere, giusto?

Che la bocca sia indolenzita alla fine di un bacio, o altrimenti che senso ha?
Buffo, vero? Come felicità e disperazione, in realtà tocchino le medesime corde in alcuni animi.

Non è bello essere come noi. Sentire lo stomaco chiuso a doppia mandata perché l’amore, o quello che credi tale, ti sta nutrendo da dentro e poi sentire la voragine quando tutto è finito. Qualcuno ci chiama sensation seekers, cercatori di sensazioni, svuotandoci un poco del nostro originario bisogno di sentire nel corpo che qualcosa, oltre noi, c’è.
Sarà che da linguista, gli anglismi mi stanno parecchio sul cazzo, ma l’idea di me che vado alla ricerca forsennata di sensazioni come fossero una dipendenza vera e propria, mi fa sentire parecchio superficiale.

Sarò una cacciatrice di emozioni, non lo so, quello che ho compreso su me e molti altri in relazione all’amore, è che non importa quanto la persona che ci sta di fronte sia straordinaria, quelli come noi, bruciano in fretta.
Non possiamo permetterci il lusso di bruciare le tappe. Non possiamo dire: “okay, facciamo che ci amiamo per sempre e andiamo a vivere insieme”. Per molte ragioni.

Primo siamo esseri che amano sulla distanza. Io ti amo, da lontano. Vi ricorda qualcuno?
Io ti amo quando ci incontriamo, rendiamo l’usuale straordinario e poi rientriamo nelle nostre vite. Io ti amo quando non mi poni nella condizione di aver paura che poi, alla fine, scapperò ancora. Io ti amo, se sei capace di non farmi bruciare le tappe. Di tenermi a freno e no, non ti chiedo di essere il mio baby sitter, ma se amore è reciprocità io, al limite, ti chiedo di aiutarmi a tenere il passo, perché tendo a correre e a sentire la stanchezza della corsa.
Un altro motivo è che ci prende la bulimia e, se la persona che abbiamo di fronte, non è più forte di noi, lo sentiamo. Noi vi annusiamo. Sentiamo l’amore e poi lo ricacciamo. Non è mancanza di rispetto nei vostri confronti è che siamo esseri imperfetti. Come voi, solo un po’ peggio.
E poi, per me e per tutte le madri single come me, c’è il motivo principale che sono i nostri figli ai quali, richiediamo una flessibilità emotiva quasi folle.
Ecco, ora che ci penso, i figli sono il nostro esempio perfetto di amore. Sapete perché quello è un amore che non brucia mai? Perché è un amore che abbiamo avuto la possibilità di conoscere con consapevolezza. Un giorno alla volta, per nove lunghi mesi. Ci hanno fatto soffrire per metterli al mondo, ce li siamo sudati, i nostri figli e poi, da quel giorno, ogni giorno, quando i loro piccoli occhietti assonnati si aprono, ci conquistano e ci danno la possibilità di innamorarci daccapo e, ciononostante, la natura non si imbroglia; quelle come me, sono madri che ogni mattino provano ad essere le fate madrine che pensano di dover essere e mentre la giornata trascorre lenta, il mostro ci prende di nuovo e tutto ciò che cerchiamo è la fuga dalla maternità e dalla frustrazione di non essere abbastanza. Non è forse amore questo? Alcuni risponderebbero di no, invece, lo è. È l’amore assoluto. Quando conosci la battaglia di una persona così, o la accetti o scappi via e, qualunque strada tu scelga, andrà bene. Io, per esempio, non penso che starei mai, con una come me. Una volta qualcuno mi ha detto che lui ha scelto di essere felice, io ho trascorso molti giorni a seguire ad interrogarmi sul perché io non fossi in grado di esserlo. Ho pensato subito che il mio malumore congenito e la mia onnipresente malinconia fossero solo altri due difetti da aggiungere alla mia lista nera. Quella lista che ognuno di noi ha di se stesso e che tiene ben nascosta.
Poi, da qualche parte ho letto una cosa che mi ha fatta piangere molto e mi ha ricordato, che le parole non vengono mai per caso. Come le persone, arrivano quando dovevano arrivare.

Era la sua malinconia che m’incantava, una malinconia che lui non cercava di sconfiggere, una malinconia duratura e persistente, arrivata per restare. Quella condizione insana che chiama a sé fantasmi e apre la strada a convinzioni dure come la pietra. Così diversa dalla mia condizione, che non si poteva nemmeno chiamare malinconia –forse insoddisfazione o debolezza. Saldaña Paris era veramente malinconico: un uomo d’altri tempi che viveva imprigionato in questo; un uomo d’epoca in cui la felicità non era obbligo, ma la fortuna di qualche stupido

Settimane fa mia sorella maggiore, che mi ama a prescindere da me come i miei altri fratelli scelerati nel volermi bene, ma sempre puntuali nel cercare di trascinarmi con i piedi per terra, mi ha detto che l’amore impossibile, a suo parere, è un’esperienza che esiste nella vita di ogni essere umano che tal si dica, ma che in qualche modo, ad un certo punto, bisogno decidere se si voglia o meno vivere di follia o di ragione e, soprattutto, se si voglia o meno vivere di mal di stomaco, labbra intorpidite e vuoti e pieni altalenanti. Vuoi crescere o rimanere immatura? Era un po’ questo che la mia mente pensava, mentre mia sorella parlava con la sua calda voce di casa. Vuoi dare una stabilità a tua figlia, o vuoi continuare a farla vivere nel tuo stesso caos emotivo? Forse, voleva dirmi questo. Non credo, perché mia sorella è una che non vive secondo i codici morali della folla. Poi ho capito. La stabilità di Virginia è in me, non in un rapporto con un altro uomo. Quella è roba che ho in mente io, di certo non lei.
Vuoi ancora continuare a mangiare la maionese, o invece, vuoi accettare che la maionese ti fa male ed è tempo di mangiare cibo più equilibrato? Sono tutte domande che vagano veloci nella mia mente. Un flipper infernale. Risposte non ne ho. Non ne ho e va bene così.
Forse, non è ancora arrivato il momento per me per ricevere risposte. Forse, è solo tempo di pormi domande, forse, è solo tempo di fermare il cuore e lavorare sul meraviglioso cubo di Rubik che è l’amore quando entra in contatto con me.
Arriverà il tempo della stabilità arriverà.

mercoledì 2 maggio 2018

Di yogi e di felicità.

Cose di cui ho paura:
dei vuoti
dei pieni
delle maree interne e di quelle esterne
della stabilità, ma anche dell’immobilità
degli amori a metà
della mia età
della famiglia
della necessità di amare
della capacità di restare e dell’impellenza di andare
dei ricordi che sono più numerosi dei sogni
dei progetti che si esauriscono lungo l’arco di un caffè
della mia identità, quella persa e quella che verrà
del silenzio che non riesce a stare zitto. Mai.
Della mia mente che cerca un modo per spengere tutto.
Della cassa di risonanza che ho al posto dello sterno, che ingabbia, amplifica e caratterizza ogni singola emozione che l’attraversa.
Del sole che non scalda abbastanza e del vento che mi scompiglia i pensieri.

Questa è una lista più o meno accurata delle mie più grandi paure. Di quei post it che nei film americani, la protagonista appenderebbe al frigorifero, stilerebbe un piano per superarlo e, paura dopo paura, avventura dopo avventura, amore dopo amore, alla fine, le supererebbe tutte. Ma questo non è un film e se lo fosse, mi farei rimborsare il biglietto perché, che senso ha guardare un film senza lieto fine? Io le mie paure, di solito, le evito accuratamente e, sono così brava a farlo che ho impiegato circa 36 anni a metterle in ordine nella testa e sul foglio. Le paure si affrontano, poi ci siamo noi che le nutriamo per bene fino a farci controllare. Quelli come noi, hanno ampi momenti di vita e lunghissimi declini. Momenti che ciclicamente tornano a farci male, vero? Ci sono giorni che vorrei scrivere, sento il flusso delle parole gorgogliare a fior di pelle, eppure, non una parola viene fuori. Sono quei giorni in cui mi prudono i pensieri. Sono quei giorni in cui metto tutto in discussione, me, le mie scelte, le mie pseudo certezze. Quei giorni in cui i dubbi mi attanagliano e non mi fanno vedere chiaro o, forse, vedo così chiaro da capire che non mi è dato sapere, ché la verità non esiste e più dubiti, più sai. Interrogarsi va bene, ma farlo dovrebbe significare accettare che le risposte, a volte arrivano, altre no e, quando questo capita, bisognerebbe mettervi un punto, inspirare forte e guardare altrove come quando diventi madre e devi per forza uscire dalla fase del perché e darti una mossa per trovare, invece, le risposte ai perché di tua figlia.

V- “oggi ero al Comune con papà e ho visto una sposa”
Io- “davvero? Che bello”!
V- “tu dove ti sei sposata? Al Comune”?
Io- “in chiesa”
V- “perché quella sposa non si è sposata in chiesa”?
Io- “forse non crede in Dio”?
V- “Tu credi in Dio, mamma”?
Io- “Sì, ci credo” (bugia numero uno o, forse, verità in cerca di conferme)
V- “perché quella sposa non crede in Dio”?
Io- “perché alcuni credono in Budda, altri in Allah, altri in Geova e, alcuni, in nessuno. È una scelta”
V- “non credere in nessuno può essere una buona scelta per la tua vita”?
Io- “Sì, può esserlo, se ti basta”
V- “A te basta credere in Dio”?
Io- “Sì, mi basta” (bugia numero due, non mi basta affatto e, infatti, ancora mi domando se io ci creda o meno)
V- “ perché ti basta”?
Io- “perché, amore, ci sono delle cose che non si possono spiegare e,questo, ci aiuta ad accettare tutte le risposte che ci vengono dal cuore”
V- “perché”?
Io- “Tu credi a Babbo Natale”?
V- “sì, ci credo”
Io- “perché credi a Babbo Natale”?
V- “non lo so, perché mi porta i regali credo”
Io- “ e ti basta questo per crederci”?
V- “Sì, e la Befana”
Io- “ecco, con Dio più o meno, funziona così, come con Babbo Natale”

Seguono attimi di silenzio in cui quasi mi pare di vedere gli ingranaggi del suo meraviglioso, nuovo cervello scevro da schemi e categorie mentali arrovellarsi veloci per mettere in ordine le nostre chiacchiere.

V- “mamma…”
Io-“Sì, Virginia…”(esausta)
V- “Allora, Babbo Natale è Dio”?
Io-“Sì, Virginia. Babbo Natale è Dio”

Ecco, Babbo Natale è Dio; a me piace pensare che risposte del genere, possano bastare non tanto alla nostra insaziabile curiosità, quanto al nostro desiderio di sentirci al sicuro. Mi piace pensare che le mie risposte possano essere la sua coperta di Linus.
Dicono che Virginia assomigli tutta al padre. A volte quando la guardo, mi sembra pericolosamente vicina a me. Lo sguardo serio, l’atteggiamento contrito di chi non ha bisogno di nessuno e, invece, diamine cosa darebbe per sentirsi amata. L’eterna incompresa. Se da un lato mi risulta facile capire i moti del suo cuore tenebroso, dall’altro vorrei che seguisse strade molto lontane dalla mia. Anche questo è un atteggiamento immaturo ed egoista, lo so. Siamo quel che siamo e il tentativo di cambiare la sua natura perché so che sarà difficile da gestire, la dice lunga su che tipo di madre io sia.
Sono fatta di pieni e di vuoti. Di piene e di arsure, se volete usare termini meno destabilizzanti. Un’eterna altalena diabolica che non mi concede la stasi. Il problema è quando entro in contatto con i pieni, perché i vuoti mi diventano insopportabili. Per questo mi tengo distante. Per questo evito. Per questo l’amore nella mia vita è una battaglia. Per questo io non posso fermarmi. Per questo non vi ascolto e, invece, vi sento. Tutto nella mia esistenza è teso ad evitare i vuoti che mi annichiliscono. Le piene sono difficili da gestire. Tutto è accelerato. Tutto è idealizzato. Tutto è portato all’estremo, così tanto, che non riesci a vederne il confine. Tanto che non riesci a capire se quello che provi è reale. E quando arrivano i vuoti, le arsure, tutto si fa pesante e il mondo ti schiaccia. La chiamano vita, giusto? Eppure mi risulta impossibile. Mi sento una maratoneta e i metri si fanno chilometri impossibili da coprire. Le gambe pesanti come due tronchi, il corpo che non risponde ai comandi, la mente che non sa più gestire la più semplice delle conversazioni e la gente, la gente mi affatica. Parlare loro. Intrattenerli, quando l’unica cosa che vorrei è spegnere la luce sul mondo e andare a dormire un sonno che mi rinfranchi dall’essere viva e il suo dannato peso. La chiamano vita e, allora, cerco un modo per viverla.
Conosco un uomo meraviglioso che ritiene di essere in possesso della ricetta per la felicità. Te la racconta e quasi ti convince sia semplice essere felici. Basta sorridere.
Lui sceglie di essere felice, che uno pensa:-e che ci vuole? Ora scelgo anche io. E, invece, non è così. La felicità, è un’arte. Complessa, peraltro. Non puoi scegliere di accendere e spegnere la felicità, perché quella, al limite, la chiami gioia. Devi scegliere di essere felice anche quando non hai un motivo che sia uno e tutto intorno a te crolla. Allora mi sono detta, bene faccio una lista e vedo se ho, almeno, le carte in regola per essere felice e, se scopro di non averle, mi sposto. Non sono un albero, infondo.
1) Mi piace quello che faccio per vivere? Anche se non è il lavoro dei miei sogni, almeno, mi trasmette l’energia e la voglia di alzarmi al mattino?
2) Mi piace dove mi trovo?
3) Sono felice di trascorrere del tempo con gli amici che ho?
4) Mi da piacere compiere le operazioni più basilari di una giornata, come ad esempio, cucinare un buon pasto caldo per me o per mia figlia?

Le mie, non sono state risposte positive e allora, mi sono detta, magari non sono tagliata per questo tipo di felicità, ma se non questa, allora quale? Quanti tipi di felicità esistono, poi?

A me la felicità arriva in fasi di piena creativa. Quando scrivo, ma non solo. Quando leggo e mi vien voglia di scrivere e superare le parole del giorno prima. Quando penso a cosa scrivere, quando qualcuno mi dice:-sai, ho letto quello che hai scritto. Io sono felice. Io sono. Io legittimo la mia ragione di esistere attraverso la felicità che mi procura lo scrivere.
Scrivo, quindi, sono… felice.
Ma la mia piena dura sempre poco, perché richiede fatica. La felicità, richiede costanza e fatica. È un lavoro a tempo pieno. Come quando inizi a praticare Yoga e sei l’ultimo membro del corso, tutti già nella posizione dello scorpione e tu hai solo voglia di urlare perché quel silenzio, quella fatica ti inchioda al tappetino di gomma dove ti viene richiesto di provare e di ascoltare, te, il tuo respiro e tutto il mondo intorno. Ecco, il cammino di un vero yogi richiede pratica ed esercizio fino alla tomba. Analogamente, la felicità vera, quella imperturbabile perché interna al tuo io, non fa sconti e richiede la tua presenza costante. Da qualche tempo ho deciso che io voglio essere yogi della felicità. Voglio dire, è altamente improbabile che nel futuro prossimo io riesca nella posizione dello scorpione, ma alla fine state certi che ci riuscirò, perché vedete, la questione è universale. In definitiva, non credo di essere originale neppure nel non riuscire ad essere felice, perché sono sbagliata io, non la felicità, vi ricorda forse qualcuno? In molti, sono sicura, condividono questo sentimento da border sempre all’erta. Sono piena, come molti altri di voi, di zone d’ombra. Ormai mi è chiaro. La natura non la cambi, ma impari a conoscerla e, si spera, ad arginarla. Ho una scala di valori molto disordinata che, in definitiva, cambia insieme al ciclo lunare. Con la maturità, ho imparato che le mie lune devo assecondarle.Come le stagioni, qui sulla Terra. Io sono il pianeta di me stessa. Non sono un satellite, non più. Non ho più voglia, né tempo, per inseguire. Dunque, l’unica strada per me percorribile, è andare dritto al mio nucleo e invertire la mia stessa rotazione. Il segreto, mi sono detta più volte, è tutto lì. Arrivare al nucleo e invertire la rotazione. Io ci credo e dovreste anche voi. Dovremmo tutti capire che siamo noi e solo noi, il centro del nostro tutto.

E allora sì che sarò felice, in qualche modo, un giorno.
Con i miei disordini, i miei tumulti e le mie parole sparse al vento.

domenica 8 aprile 2018

Di Alessandro Magno e del crollo di un impero nel mio cuore.

Quando hai amato un uomo che per te era il sole, la luna, il cosmo, il tempo, la rabbia e l’orgoglio, è un vero casino comprendere poi, che l’amore non deve farti male dentro, altrimenti, semplicemente, non è amore, è altro da lui.

Quando l'ho incontrato, non ero altro che un guscio di cartapesta vuoto, l’ombra di quella che ricordavo. La mia fretta di andare, comunque andare, ha sempre reso difficile guardarmi intorno. L’unica occasione in cui mi sono fermata, è arrivata Virginia. In realtà, non è esatto dire che mi sia fermata. Ero in trepidante attesa, ma già fluivo. Non sono in grado di restare. Ecco quello che so di me. Non so restare con la testa, non so restare con il corpo. Sono una che lascia le cose a metà, i discorsi galleggiare nell’aria e le relazioni irrisolte. Quando l’ho vista per la prima volta, mia figlia, ho compreso che si può sentire di essere venuti al mondo per una ragione. Virginia ha gli occhi di due colori diversi, uno color nocciola chiaro come i miei, uno color nutella come il suo papà. Mi sono sempre detta che, fin dagli albori, sapeva di non voler far dispiacere nessuno dei due perché entrambi siamo venuti al mondo per essere i suoi genitori. Avessi saputo amare il suo papà, come ci meritavamo, ora forse sarei qui a scrivere di altro. Mi piace sognare che sarei stata una donna capace di comprendere la ragione d’essere di giallozafferano.it; una che le amiche di Virginia a casa sarebbero investite già sull’uscio dal profumo di plum-cake alla banana, che poi Virginia non mangia le banane, ma nel mio sogno, sarei in grado di farle mangiare tutta la frutta del mondo. Roba che l’uomo del Monte ci passerebbe il testimone dell’ananas. Per dire.
Tutti sappiamo che, non è andata così. Io e il suo papà ci siamo lasciati, perché io non so restare. Io devo andare. Al padre di mia figlia, il mio ex marito, voglio un bene incredibile, desidero che sia spudoratamente felice e, letteralmente, adoro la sua attuale compagna. Lo so, molte di voi a questo punto sgraneranno gli occhi. Per il nostro tradizionale sistema di valori nazional-cattolico-popolare, in qualità di ex moglie dovrei stare sulla difensiva e temere il suo rapporto con mia figlia. La verità è che questa ragazza invece a me piace, soprattutto perché è così matta da sobbarcarsi le ansie di un uomo quasi divorziato e una bimba di sei anni con il gene e il carattere impossibile di sua madre. Non sono gelosa, al contrario sono felice di sapere che mia figlia è amata e sono lieta, che possa avere un altro modello di donna, oltre al mio, da seguire. In ogni caso, questo non è un post sul mio atipico ménage familiare, ma annoto che vorrò parlarne.

Cosa vi dicevo? Ah sì, l’ho incontrato ed ero fragile. Ero nel mezzo di un matrimonio che non comprendevo (ma non rimpiango), di una maternità che mi inabissava e da qualche parte sentivo lontana una eco che mi invitava a prendere nuovamente e forse per la prima volta, possesso di me. L’ho visto, il terreno sotto i miei piedi si è aperto in una gigantesca voragine. I colori si sono fatti più vividi, gli odori intensi. Quando l’ho guardato la prima volta negli occhi, sapevo che nulla sarebbe stato più lo stesso. Era diverso da ogni altro uomo prima di lui. Conoscerlo è significato conoscere un’altra vita, un altro mondo, uno nel quale ero finalmente dove volevo essere, dove avevo scelto io di essere. Eppure, inspiegabilmente, tutti quelli che ci circondavano si sono interrogati sulla natura del nostro rapporto e sulla sua reale ragione di essere, tanto da aver in qualche modo inquinato il suo cuore. Come era possibile che due individui nati in due mondi così alieni, potessero veramente amarsi? Come era possibile che due persone di nascita così lontana potessero amarsi tanto da svuotare l’intero universo del suo significato quando le loro mani non si incrociavano? Era un amore che non lasciava spazio ad altro. Questo ci rendeva invincibili da un lato, attaccabili dall’altro. Amare lui era un’esperienza totalitaria e, per questo, mi confondeva. L’ho amato come si ama Dio. In uno stato di contemplazione e adorazione. In una perpetua attesa di miracoli e, di miracoli, ne ha fatti tanti, ma ha, in qualche modo, trovato il modo di spezzarmi il cuore ogni singolo giorno della nostra storia d’amore. Mi ha voluta con la stessa forza con la quale lo volevo io. Entrambi in adorazione, immobili in un limbo che sognavamo essere il varco sul paradiso e che, nella pratica, si traduceva in un inferno in terra, un purgatorio quando ci andava bene. Che ti promette il paradiso e nel frattempo ti punisce per i tuoi peccati. Era un amore nato sotto un cattivissimo auspicio. Sulle ceneri di un altro. Cosa poteva venirne fuori di buono? Eppure, abbiamo strenuamente provato. Eppure, si è rotto ogni angolo del mio cuore infinite volte e, altrettante, lui l’ha rimesso insieme. Ancora legalmente sposata, con una bambina da gestire. Lui spiantato, arrivato da questa parte del Mediterraneo su un gommone. Un bimbo sperduto dell’isola che non c’è. Una missione impossibile dal primo sguardo e, infatti, la prima volta che mi guardò, fui incapace di proferire verbo, tutto ciò che riuscivo a pensare era che mi stavo ficcando in un gigantesco caos. Un amore come ne incontri uno nella vita, ma in fondo non sono tutti così gli amori? Joshua Mark mi faceva male in tutto il corpo, come avrebbe detto Borges con parole molto più piene delle mie. Ma Joshua Mark era anche pieno di zone d’ombra che, inevitabilmente, si sono riflesse su di me e la mia esistenza. La più grande, quella che ha disintegrato tutto, la mia totale incapacità di fidarmi di lui, del suo passato intendo. La sensazione annichilente di dover, ogni nuovo giorno, fare la sua conoscenza daccapo. Il racconto della sua vita mi arrivava a briciole che con troppa fatica mettevo in un ordine che fosse cronologicamente accettabile nella mia mente di donna occidentale. E poi, il giudizio della mia famiglia, il giudizio del mondo che ci vedeva solo da fuori. La paura di essere un bluff fuori da quel microcosmo che era il campo di accoglienza in cui gravitavamo. La reale difficoltà di trovare un posto in cui incontrarci. E, infine, la paura di un sentimento così forte che poteva portarmi verso una sola direzione: la catastrofe e l’abbandono.

Lui era il mio Alessandro e io il suo Efestione. Mi rendo conto che il paragone appare azzardato, ma io gli ero ciecamente fedele, come appunto, Efestione al suo Magno. La sua migliore amica e la sua amante. L’ho visto arrivare da lontano, conquistare il mondo e poi perderlo. Lo ha perso quando ha permesso al suo cuore di diventare freddo. Quando ha smesso di essere titanico e si è arreso al letame che ci circondava. Lo ha perso il giorno in cui mi ha messa nella posizione di guardarlo e di non vedere più il leone d’Africa che amavo, ma solo un uomo d’Africa come lo vedevano il resto degli occidentali. In una parola, distante. Distante da me, dal mio mondo, dal mio sistema di valori e, quindi, dalla mia vita. Quando ho capito che ero l’unica che lavorava incessantemente a quell’amore. In quel preciso momento mi ha persa. Ho perso il conto di quante volte gli abbia detto che l’amore, per quelle come me, non basta. Con lui ho condiviso il momento più importante della mia vita, la mia rinascita. Ha segnato il momento in cui ho capito che fino a quel momento avevo vissuto per fare felici gli altri. E vorrei, Dio quanto vorrei, dirvi che adesso non è più così, che ora ho trovato la giusta misura tra il compiacere gli altri e soddisfare i miei desideri, ma mentirei. Solo che ora, non mi aspetto più di essere capace di frapporre il mio volere a quello degli altri. Ho preso coscienza che io così sono e che forse, la mia felicità risiede proprio nel fare felici gli altri. Non so se mi spiego. In quante siamo così? Vi vedo, leggere questo incredibilmente lungo monologo amoroso e dire: “Oh, mio Dio, ma parla di me”? Ebbene amiche, diciamolo pure che stiamo sbagliando tutto. Che tanto si fa bene o si fa male, ci criticano lo stesso e allora, che senso ha non fare ciò che ci va? Sì, ecco io lo dico, ma non lo so fare perché ho questa forma mentale assurda e masochista, che mi obbliga a vedere sempre tutti, ma proprio tutti i risvolti di una questione, passando anche sul mio stesso cuore. Ragiono nell’ottica del dubbio e se posso dire la mia, per me è giusto farlo. Mi fanno paura quelli che sanno tutto, quelli che non si interrogano, quelli che non si ripiegano su loro stessi e vivono la vita a passo spedito senza un solo perché scoperto. Ecco, quattro motivi per cambiare di nuovo la mia vita. Non tutte le relazioni finiscono perché l’amore finisce. Anzi, se ho capito qualcosa nei miei primi sei anni da trentenne, è che da adulta le relazioni finiscono per una miriade di motivazione e, raramente, l’amore si annovera tra queste.

Attraverso l’incontro impossibile che ho tanto voluto con Joshua, ho capito una cosa di me e la voglio condividere con voi. Lo faccio per esorcizzare me stessa, ma anche perché sono donna e so, che in molte condividete la mia natura contraddittoria di basto io a me stessa e datemi un Mulino e vi sforno Tegolini tutto il giorno.

Quando io e mio marito ci siamo separati, per lungo tempo ho continuato a lavargli la biancheria, l’idea di farlo non mi mortificava affatto. Non ero responsabile per le sue mutande, in verità non lo ero mai stata sebbene lui si ostinasse a lasciarle in giro, ma lo facevo, non perché fossi una donna incredibilmente buona, ma perché farlo, non levava nulla alla mia condizione sicura di isolamento. Ero sola. Mi lamentavo di lui, come marito e come padre, ma la verità è che io non gli ho mai aperto le porte. Ero intoccabile. La vera responsabile del fallimento del nostro progetto famiglia, oggi lo so, ero io, ma il cuore non ammette la ragione e la tragedia dell’essere umano è tutta lì.

La vera responsabilità, il vero rischio, è prendere il cuore di un uomo e tenerlo tra le tue mani e poi, prendere il tuo e metterlo nelle sue.
Fidarsi e affidarsi. È questo il brivido che fa scappare quelle come noi, vero?
Impegnarsi e responsabilizzarsi affinché l’incantesimo non si spezzi.
Anche questa volta, non l’ho fatto.
Ho amato come non credevo avrei mai potuto fare, senza guardare in faccia niente. Dimenticando il mondo intero eppure io non mi sono mai affidata a Joshua e non mi sono mai fidata di lui. Sono stata così brava e perversa da sabotare anche l’amore che una dice ti ho aspettata tutta la vita.

Un giorno l’ho guardato ed ero forte abbastanza per lasciarlo un passo indietro e poi due e poi tre.
Ho avuto paura. Ancora. Ho pensato che nulla è eterno e che io, di certo, non sarei rimasta ad aspettare la fine. Ancora. E piano, piano ho distrutto il leone e ho creato l’uomo. Quando poi l’Impero è crollato, io ero già altrove.

Ma amore non è questo.
Amore non può e non deve essere questo.

Amore è che il tuo orco ti sorprende, ti chiede di seguirlo ad occhi chiusi.
Amore è non tanto scoprire di riuscire a chiuderli, quanto di riuscire a non aprirli fino a quando non raggiungete la destinazione.
Amore è quello.
Il resto è semplicemente altro.



mercoledì 21 marzo 2018

L'amicizia dopo i 30. Pensavo fosse vero e invece...

Questa storia comincia così:

“Alcune persone si rifugiano in chiesa; altre nella poesia; io nei miei amici”

Questa frase è stata attribuita a Virginia Woolf, dico attribuita perché, chiunque conosca questa straordinaria autrice, saprà di lei due cose:
1) Si rifugiava nella scrittura prima che negli amici, ma è anche vero che, si veda il punto 2
2) Era un po’ matta. Tipo che a volte, sentiva gli uccelli parlare in greco antico sui rami degli alberi della sua casa di campagna. Suonata. Quel tipo di matta, insomma.
Quindi, quando si tratta della mia adorata, è vero tutto e il suo contrario. È vero, infatti, che non era la misantropa che i libri di letteratura inglese del liceo vogliono raccontarci. Al contrario, era una donna piena di vita come emerge dai suoi diari. Aveva la risata fragorosa e contagiosa con la battuta sempre pronta. Ma Virginia Woolf, amava troppo l’umanità, e quest’ultima, in cambio, non amava abbastanza lei. Questa fu la sua più grande fragilità. Questo la uccise. Non la sua malattia mentale. La normalità d’altronde, si sa, è sopravvalutata. Ama come amava lei e scoprirai quanto è difficile stare al mondo e quanto è semplice frangere il tuo cuore milioni di volte nell’arco di una sola vita.
Chi conosce me, invece, vi dirà sul mio conto almeno due cose che sono universalmente riconosciute:
1) Io venero Virginia Woolf a livelli oserei dire patologici, tanto da dedicarle la vita di mia figlia che di lei reca il nome e, spero, la stessa scintilla vitale e creativa.
2) Non sento gli uccellini cantare in greco antico, al massimo aspirano un’acca, ma sono matta quanto lei e sento l’umanità con la sua medesima intensità.
Come Virginia, ho sempre ritrovato me stessa nella scrittura, la sola che non mi abbia mai abbandonata e cerco rifugio nelle amiche, o sedicenti tali. Be’ queste, a differenza della penna, mi hanno abbandonata più volte di quanto mi faccia piacere ammettere. Allora, mi sono seduta a pensare: vuoi vedere che me lo merito? E, in effetti, questo post non è su Virginia Woolf, sebbene, sarebbe di certo più costruttivo e interessante parlare di lei. No, questo post è sulle amiche dopo i trenta. È per quelle come me che ci sperano sempre ed è per dire loro: non è solo l’amore ad ingannare, a volte anche l’amicizia, credevi fosse amica e invece era una stronza! Quindi bimba, sei fai parte del club “amore, pace ed empatia” come me, fai pace col fatto che se non hai modo di proteggere il cuore con impalcature a prova di tentativo di suicidio dall’ultimo piano, ti toccherà soffrire per un’amica che ti spezzerà il cuore in mille pezzi e tu desidererai vendetta dapprima, dirgliene quattro poi, dimostrarle che chi perde il tesoro è lei, ma poi, alla fine, raggiungerai la consapevolezza che, la vita è fatta così, si dona sempre più di quanto si riceva. Ci sono amicizie che quando finiscono non lasciano traccia emotiva in te e tu stessa realizzi di aver investito poco in quel rapporto, altre volte fa malissimo e sapere perché quel rapporto sia finito è fondamentale per voltare pagina. Come quando finisce un amore, devi vivere il lutto.

Al liceo avevo stretto amicizia con una ragazza che era in poche parole, il prolungamento di me stessa. Il suo nome era Serena, ma il suo, non era un caso di nomen omen. La vita, l’aveva fatta ribelle e a me tanto bastava per amarla. Abbiamo condiviso speranze, sogni e poesie. Poesie come se piovessero. Ci siamo nutrite l’una l’altra di parole e musica in interminabili lettere di amore (le ho conservate tutte) e musica con musicassette studiate e registrate sull’anatomia delle nostre emozioni. Il mondo nasceva e moriva nelle nostre giornate piene di filosofia spicciola che profumava di gioventù e rock and roll. Poi è la vita è accaduta, il mio primo vero amore, la morte di sua madre che ha inchiodato il suo animo leggero al terreno e la mia nota paura di impegni relazionali che possono portare all’abbandono. Ho sbagliato molto con lei. Non ho retto il peso della straordinarietà che lei credeva di vedere e, l’asso tarocco che vive latente in me, è venuto fuori. Per un po’ ha cercato di comprendermi, poi ha smesso, a giusta ragione, ché la vita la chiamava a ben più urgenti questioni. Io l’ho presa e l’ho chiusa nel cassetto a lei dedicato nel mio cuore con l’etichetta: “SERENA, UN VADEMECUM DI COSE DA NON FARE QUANDO INCONTRI UN’AMICA: MAI LASCIARLA SOLA QUANDO HA BISOGNO DI TE”. E, in effetti, non l’ho mai più fatto. Ho così tanto odiato me stessa e ho provato così tanta vergogna di me che mi sono sempre guardata bene dal farlo nuovamente. Nel corso della mia vita, da allora, ho abbandonato a più riprese: studi, libri in lettura, libri in stesura, il basso elettrico, svariati uomini di cui uno mentre ero ancora follemente innamorata, un marito, progetti di vita, parti di famiglia, una casa, due iguane, ma mai più un’amica ed è solo merito di Serena P.
Oggi io e Serena, siamo nuovamente in contatto. La nostra è una nuova amicizia. Entrambe mamme, entrambe lavoriamo e a giugno ci incontreremo dopo tanti anni, a Firenze, al concerto dei Foo Fighters, musica eravamo e musica ritorniamo ad essere. Tutto è bene quel che finisce bene.

Da allora però, il mio Karma delle amicizie si è guastato. Qualcosa è andato storto. Ma sono anche stata fortunata, a dirla tutta, in quegli stessi anni, ho avuto la più grande fortuna della mia vita. Ho scoperto che la mia persona, quella che pensi solo Meredith e Cristina si amano così, io in realtà ce l’avevo sotto il naso, solo che ero troppo impegnata ad atteggiarmi a bad girl per riconoscerla.
Claudia è entrata nella mia vita col sorriso, portando solo e sempre gioia sconfinata, amore incondizionato, speranza nella vita, comprensione, telepatia, accettazione di me, brividi e, da allora in poi non è mai più uscita. La mia persona dal lontano anno duemila. Diciotto anni di amore puro. La relazione più lunga della mia esistenza. E pensate, è venuto fuori che, in realtà, siamo più unite noi di Meredith e Cristina, ché loro tra le gravidanze, l’adozione e la vedovanza della prima e la carriera in Svizzera dell’altra, si sono perse. Noi due, invece, anche a circa tremila chilometri di distanza siamo e per sempre saremo, noi. Tante persone sono entrate nella nostra vita in diciotto anni. Due mariti, uno è rimasto, l’altro no. Due figli che si amano quanto le loro mamme e che noi amiamo come avessimo ciascuna di noi, due figli. Quattro cani, si veda i figli e tanti amici. Alcuni sono rimasti, altri sono andati, ma nessuno ha mai potuto sedere al centro dei nostri cuori perché quei posti sono stati assegnati venti anni fa. Da questa amicizia, ma in verità, da lei come essere umano, imparo ogni giorno cosa significhino parole come: determinazione, volontà, sobrietà, classe, semplicità, fedeltà, lealtà, amore, sopravvivenza e onestà intellettuale. Claudia, rende il mondo un posto più pulito e me una persona migliore. Sempre e per sempre, bimba.

Poi, ci sono le amicizie della maggiore età. Su queste, il sunto è presto fatto. Le amiche dell’età adulta si dividono in due macro categorie. Le ride or die quelle con le quali ti butteresti col paracadute, per intenderci e le stronze approfittatrici. Che poi le due macro categorie producono anche una serie di sottocategorie, come ad esempio le amiche che prima ti convincono a saltare e poi ti rubano il paracadute, e allora, scopri che sono stronze e che tu non sei la loro Thelma. Alla fine meglio dividerle alla vecchia maniera, dopo averle conosciute, tra buone amiche e conoscenti. Le amiche della maggiore età, dovrebbero altresì essere definite per definizione, amiche della ragione. Ma se devo dirla tutta, io, per esempio, se penso a Cecilia, immagino una scena di follia ad ogni costo, notte fonda io e lei ubriache come due bisce nei peggiori bar di Caracas con l’elevata possibilità di tornare a casa senza un rene venduto a un trafficante di organi per pagarci due tatuaggi e il taxi fino all’aeroporto. Ecco, lei è quel tipo di amica, che poi, a titolo informativo, è la madre della migliore amica di mia figlia Virginia, roba che al parco mandano gli assistenti sociali a spiarci, per dire.

Tra queste dell’età adulta poi, ci sono quelle con le quali hai condiviso il momento peggiore della tua esistenza; quando eri così grassa da non poterti, letteralmente, abbassare sulle tue stesse gambe perché, a causa della ritenzione idrica, rischiavi un misto tra implosione ed esplosione ad ogni movimento, o come amate dire voi durante la gravidanza. Sono le amiche del corso preparto. Con loro si instaura un mutuo tacito accordo secondo cui nessuna consentirà cotanta bruttura alle altre di nuovo. Nemmeno in caso di nuova gravidanza e, infatti, le mie due amiche, hanno avuto anche altre due nuove gravidanze, ma non sono lievitate mai più. Se lo chiedete a loro, vi risponderanno che hanno capito che saremmo diventate amiche, quando un giorno, sedute tutte in cerchio nelle nostre pance mongolfiera a passarci di mano in mano, un improbabile fantoccio neonato per apprendere tutti i segreti del cambio pannolino, io inorridii alla notizia che i neonati potevano defecare anche nel pieno della notte e tu, madre, eri anche tenuta ad alzarti e cambiarlo. In quel momento le ho guardate, ero disperata e loro hanno compreso che avevo bisogno di essere guidata. Non hanno più smesso. Il nostro rapporto, è cresciuto di pari passo ai nostri figli e a braccetto con le lezioni di genitorialità che la vita, ci impartiva. Ma la cosa straordinaria è che il nostro rapporto è uscito dall’edulcorato mondo pannolini e rigurgitini immediatamente ed è diventato un rapporto vero, concreto, scevro da tutte le balle che madri si raccontano ed è divenuto un rapporto di amicizia vera. Sono due donne, Cristina e Annarita, che io amo e ammiro in egual misura e se dovessi incontrale in qualunque parte del mondo e in qualunque fase della mia vita, mi riterrei sempre fortunate a poterle chiamare amiche. E poi gente, mi salvano il culo continuamente. Mi salvano da me stessa. E mi hanno trascinata in palestra. A me. Michela Pigra Belli. Se non è amicizia questa, non saprei. Sono le amiche che guardo dare sfogo alle loro isterie e capisco, matematicamente, perché mi sono amiche. Sono le amiche che il pettegolezzo ci sta tutto e se siete fuori a cena si va in tre al bagno. Sono le amiche del liceo, fuori tempo massimo dal liceo. Che loro lo sanno che frana sei, ma diamine, ti tendono una mano per non cadere. Quelle amiche che ti fanno rivalutare la vita e l’umanità e ti fanno desiderare di non essere l’asociale di sempre.

Quelle che il loro inchiostro è sul tuo corpo per sempre e con loro condividi il finale "E visse da sola felice e contenta e se ne sbatte per sempre le palle del Principe Azzuro, tanto lei ci aveva la progenie e i cani. Cani a gogo". Ti voglio bene, Carolina.

Poi ci sono le amiche sul lavoro, che ci devi trascorrere un botto di tempo insieme e senza sapere come e quando, scopri di conoscerle a menadito. Quando le incontri, non l’avresti mai detto, ma poi finisci per affidargli tua figlia, come è accaduto con la mia piccola Sofia. Che di piccolo ha solo un numero anagrafico, ma che è grande, in tutti i sensi: di testa e di cuore. Che la guardo negli occhietti vispi e profondi che si ritrova e vedo me alla sua età, identica spiccicata e vorrei solo abbracciarla e dirle forte: CORRI VIA, SCAPPA!

E, infine, ci sono, le narcisiste. Quelle che hanno la parola amicizia sulla bocca ben salda, ma che sul cuore trema un poco. Vero? Non è colpa loro, mai. Non è che non vogliono esserci, è solo che c’è sempre un loro dolore wertheriano di mezzo, un loro struggimento da dover superare, poi stai ben certa che verranno. Poi. Alla fine. Al netto del loro prezioso soffrire. Il tuo non conterà, mai. Fai pace con questa semplice verità e, allora, potrai esser loro amica. Imponi te stessa e la loro schiena è tutto ciò che vedrai. È una questione di priorità, le tue e le loro. Il fatto amica, è che tu non sarai mai e poi mai una loro priorità. Assumi questa consapevolezza, falla macerare nel tuo cuore ferito e vai avanti. Non c’è altra possibilità. Ti deluderanno sempre e, le deluderai sempre. Con loro, non sarai mai al sicuro e la sensazione di abbandono che conosci fin troppo bene, quella stessa sensazione di non essere abbastanza per far sì che si resti al tuo fianco, continuerà a strisciarti dentro e ti impedirà di essere te stessa fino in fondo perché continuerai a pensare: “posso dirlo o faccio succedere un’altra tragedia”? E tu non sei davvero più il tipo di persona da sturm und drang. Tu sei un due, così ti hanno detto e sei una cazzo di regina, la gente deve voler restare. Sempre. Ad ogni costo. Se non è così tu amica, vai avanti.

Allora, quando incontri un’amica di questo tipo, tu pensa solo a questo, che se ne hai anche solo una di amica, non hai bisogno di altro perché:

"Per raro che sia il vero amore, è meno raro della vera amicizia". Francois de la Rochefoucauld

lunedì 12 marzo 2018

La palestra come la vedo io. SKY IS THE LIMIT

Arriva sempre, nella vita di ogni donna, il giorno in cui questa si guarda allo specchio e sa che deve correre ai ripari. Come un Freccia Rossa che la investe a massima velocità. Di solito, lo sfortunato evento è l’infelice epilogo del suo primo rapporto sessuale in reggiseno, o peggio ancora, in reggiseno e maglietta. Della serie, amico cerca, punta e scappa via. Le tette te le sei giocate al ventiduesimo mese di allattamento, quando tutti dicevano –“Oh, che bella questa cosa che allatti ancora!” e tu avresti voluto tanto spiegare che no, non era una libera scelta era il piccolo Gremlin, si era attaccata indemoniata alle tue cazzo di poppe 22 mesi orsono!
So da fonti certe che l’epifania del corpo flaccido è arrivato ad alcune donne in spiaggia, la prima volta che si sono dovute chinare a fare un merdosissimo castello di sabbia e quello che fino a 12 mesi fa era un sexy accenno di pancetta da danza del ventre, ora in moto oscillatorio è solo trippa post parto. Altre hanno detto, di aver fatto a pugni con l’immagine di loro cui erano abituate alla Coop mentre erano intente a prendere un barattolo di legumi dallo scaffale più alto e quello che un tempo era un normale bicipite non allenato le ha con veemenza schiaffeggiate! Sbaam, corri ai ripari, chiatta! Che poi, diciamolo, a nessuna donna sopra i 30 e madre è chiaro perché tenere in braccio un essere umano il cui peso varia tra i 5 e 10 kg non serva un cazzo all’allenamento dei bicipiti, ma ti assicura la lussazione di un’anca e la relativa apertura di un conto forfettario dal fiosiokinesiterapista! Questa mettiamola, sotto la voce: i mille misteri della maternità.

Insomma, vi è un momento al quale nessuna può sfuggire, in cui l’impietosa legge fisica della gravità, bussa alla tua porta.
Personalmente, avevo studiato uno stratagemma di fuga da me stessa, che mi aveva permesso di superare con una buona dose di fottesega, tutte le tappe appena citate. La mia tattica, basata su 36 anni di vita era semplice, ma geniale: assecondare la mia apatia, mentendo spudoratamente a me stessa e devo dire, vivevo felice. Mi raccontavo castronerie di ogni genere, “oggi, è martedì, di Venere e di Marte, non si da principio all’arte. Oggi, è lunedì e devo affrontare il monday blue. Il mercoledì devi ancora affrontare metà settimana. Il giovedì, che fai, neghi l’aperitivo alle tue amiche?” e così daccapo al lunedì seguente fino a quando, un giorno ai saldi invernali della Benetton, non mi sono trovata di fronte ad un’amara verità: non posso più comprare un jeans senza misurarlo. L’ho detto. Che poi uno ti vede, pensa che sei magra e allora che ti lamenti a fare? E, invece, che ne sanno loro del dimagrimento della massa muscolare che ti rende sorella diretta di Slimer?

La verità amiche, è che nella lotta alla legge di gravità, siamo un fronte unico di soldati fasciate in divise dagli improbabili colori fotonici, scoordinate come tante scimmie che ballano la Makarena a urlare STRETCHING (ndr lo stretching è il momento di chiusura dell’allenamento)!!!!

A trentasei anni, il culo del mattino, dopo 8 ore di sonno, non è lo stesso culo della sera.
Raggiunta questa consapevolezza, tutte ci iscriviamo in palestra!

E così, quel lunedì maledetto, è arrivato e tu ti ritrovi a sudare come un porco, che non sai nemmeno se poi è vero che i porci sudino, ma l’immagine ti sembra renda bene l’idea con due delle tue più care amiche, che ben conoscono la tua proverbiale indolenza e un manipolo di altre donne, tutte più grandi di te e tutte più allenate di te. Quando senti il tuo Personal Trainer urlare plank e tu confusa cerchi di capire A) come sia successo che tu abbia un PT e B) cosa cazzo sia un plank. Poi ti guardi intorno, vedi queste signore distese pancia sotto col peso sui gomiti e sulle punte dei piedi, mantenere questa folle posizione, per più di 60 secondi grazie alla trazione addominale e tu, invece, cadi dopo 3 secondi netti e comprendi che non hai la minima idea di quello che stai facendo e che non sei in possesso di una cosa fondamentale alla palestra: gli addominali.

Andare in palestra, è di per sé, quando rapportato alla figura di Michela Belli, un evento a metà tra l’apparizione della Madonna ai Pastorelli di Fatima e l’adorazione della vacca nella cultura hindi.
Da qualsiasi angolazione tu la voglia vedere, c’è un qualcosa di mistico.

Quando 3 anni fa le mie amiche mi hanno condotta alla lezione prova di Zumba, abbiamo trovato l’istruttore e le altre allieve che impersonavano un Presepe vivente in mio onore, poi quando alla fine della lezione, l’istruttore mi guardò e mi disse “se vado a sinistra, anche tu devi farlo” tutte smontarono il Presepe e mi diedero un bel calcio nel culo. Le mie amiche presero le distanze, “noi questa imbranata, non la conosciamo!” Scherzo, però davvero, per una pigra come me, trovare la palestra giusta è stato un lento e sacro peregrinare. Sono una di quelle che, i proprietari delle palestre la vedono, e sanno che il pollo da spennare è appena entrato. Due chiacchiere e pago l’intero abbonamento annuale, perché si risparmia sono mica scema io, la card, il certificato di sana e robusta costituzione e poi qualcosa va storto. Mi alleno, un giorno, soffro da cani per l’acido lattico dovuto alla mia inettitudine, ritorno in palestra e poi il giorno dopo piove. Il lento declino. La pioggia arriva e mi ricorda che sono pigra, che non ho voglia di fare un cazzo, mi stappo una birra e ciao. Davvero, il mio rapporto con il corroborante mondo del fitness è stato sempre questo, invece a questo giro, complice il culo moscio, la compagnia delle mie amiche, la simpatia di David il PT e delle altre ginnaste anonime, come le chiamo io, ho accettato la palestra come una vera e propria rivoluzione interiore.

La palestra mi fa sempre schifo, ma il fatto stesso di riconoscerlo, mi pone in una condizione di consapevolezza e autodeterminazione e, allo stesso tempo, mi conosco abbastanza da sapere che questa parentesi di ascensione mistica, non durerà per sempre, quindi, ho pensato di prendere appunti.

Quello che leggerete di seguito, è un resoconto semiserio dei miei lunedì, mercoledì e venerdì mattina da circa tre mesi a questa parte. Nota Bene la dimensione temporale, come in ogni ascensione che si rispetti, si dilata e si restringe (insieme al mio ormai super allenato perineo) in maniera diversa dal presente cosmico che noi tutti viviamo. In tale contesto, tre mesi potrebbero essere di meno e tre ore potrebbero in effetti non essere proprio tre ore, ma perdonerete l’artificio letterario, teso a provocare la vostra totale empatia.

Suona la sveglia, ho scelto il cinguettio degli uccellini per infondermi un po’ di sano positivismo primaverile, ma una sveglia che suona alle 7.00 quando sono sei anni, o anche 2190 giorni, che non dormi 8 ore di fila perché, il Creatore ha deciso di puntare ogni notte una sveglia alle 4 nel ritmo sonno veglia della tua pargoletta, non infonde un granché di brio e ottimismo. Invece, ti scaraventa veloce nella prima bestemmia della giornata e in seguito è tutto un colorato fluire di Santi dal Calendario Gregoriano. Ma tu, sei decisa, vuoi quel culo di marmo, ti alzi e cerchi di sorridere a tua figlia che, nel frattempo, nei primi due minuti di veglia ti ha già raccontato i sogni della notta trascorsa e tu sei lì che cerchi di connettere i due neuroni svegli del tuo cervello, ma tutto quello che puoi pensare è caffè, caffè, caffè. Ti trascini in cucina, ti bei per un nanosecondo della tua scelta di comprare la Lavazza a modo mio, a 36 anni hai sviluppato una tale idiosincrasia alla sopportazione del mondo PRE CAFFE’, che i due minuti di attesa della moka ti erano, ormai, insopportabili. In centoventi secondi, hai già bevuto due caffè. Inizi a decodificare l’ambiente che ti circonda, chi sei, dove sei, cosa fai. La parola palestra fa capolino mostruosa nella tua coscienza, mediti di scappare. È il primo stadio del lunedì: la negazione. Seguiranno la frustrazione, la rabbia, l’accettazione e la libertà.
Incapsuli tua figlia nel grembiule, indossi la tuta e ti avvii verso il nefasto destino. Dopo aver lasciato tua figlia a scuola e provato inconsciamente a perdere più tempo possibile in chiacchiere con le maestre che ti guardano interdette con il chiaro interrogativo del “cosa cazzo vuole questa stamattina, non le basta che mi subisco sua figlia devo pure darle a parlare” e un “AHHHHHHHHHHHHHHHH” perché è così che mi immagino il cervello di una maestra di scuola materna, arrivo al parcheggio della palestra. Sono in anticipo, ancora. Lo faccio di proposito. Ho bisogno di raccogliere le forze. Alzo lo sguardo. Giurerei di aver intravisto la scritta ARBEIT MACHT FREI, invece è solo un adesivo che sigla NO PAIN, NO GAIN. Penso a un altro Santo dal Calendario.
Una lacrima vuole scendere prepotente, sul mio volto. La ricaccio indietro. Sono in piena fase frustrazione. Perché? Perché? Mi domando inquieta, mentre porto il mio corpo flaccido nel freddo spogliatoio. Fa freddo. Fa, un cazzo di freddo. Ora è rabbia.
Entro in sala, sono in piena fase accettazione. Rotolo con mestizia, letteralmente, da una postazione all’altra.
Warm up e tu pensi via, giù, ormai sono una che sa quello che fa. Adolf chiama il primo giro di addominali, e ti ritrovi a cosce aperte con un uomo che ti urla farfallina e all’improvviso ti domandi dove sia l’acchiappa farfalle e, non c’è versi, pensi che la tua farfalla è deforme, la farfallina delle altre è sempre più bella.

Le mie compagne di cella, sono dei tipi umani fantastici.
C’è la morbida, una signora morbida nel corpo e nel sorriso, che ride e tu non puoi fare a meno di sorridere con lei. Lei è la prima che cerco, perché quando ho freddo, mi riscalda il tepore del suo sorriso. La Yes We Can, che la guardi e sai che il cambiamento è possibile, lei è la stacanovista della situazione, non importa quanto sia dura, lei ce la farà. La calvinista, che lei odia la palestra come te, ma la sua morale, la sua etica alla fatica e, soprattutto, il suo noto amore per i dolci, fanno di lei l’atleta per eccellenza, lei piange con te, ma a differenza tua, spinge su quei cazzo di glutei. Poi, c’è la boia al patibolo che ad ogni postazione spegne la voglia di vivere un po’ di più, con lei hai una speciale connessione mistica. Ancora, flashdance, che lei balla poi del resto frega il giusto, la over the top solo che Sylvester Stallone si girava il berretto, lei inforca una bandana e diventa una cocainomane, non si ferma un secondo, lei tiene in ordine la sala, raccoglie i soldi per la sala, porta la pesa persone per farci pesare e non smette un secondo l’allenamento, che tu vorresti abbracciarla e dirle, qui ci vuole un intervento e passarle una porzione di cibo unto e bisunto. E poi lui, Adolf alias il diavolo veste Nike. Il mio incubo. A volte lo guardo e vorrei infierire su di lui con il forcone che si porta dietro dall’inferno, altre, lo guardo e penso non ce la faccio, ma la verità è che lui è la mia maggiore fonte di ispirazione. David, è speciale per me. Io auguro a ogni donna chiappe flosce come me, di incontrare sul suo cammino, un istruttore così. Lui ama quel che fa con una pulizia di sentimenti, una passione, una dedizione e un’ironia, coinvolgenti. Quando senti che stai per cedere, quando senti che in pochi secondi ti si strapperà ogni muscolo, lui viene e ti spinge oltre il limite che ti eri prefissata. Non importa quanto sia alto il limite, lui viene e ti alza di una tacca l’asticella e tu sei lì e giuri che non puoi farcela e lui ti sorride e dice “ce la fai anche quando non ce la fai” e diamine, ce la fai e dopo un paio di mesi, scopri che i muscoli si iniziano a definire e stenti a riconoscerti, perché tu non sei una che ha l’abitudine di tornare. Tu lasci sempre tutto a metà, ma non questa volta.
Alla fine della lezione un solo coro si leva al cielo STRETCHING e il sorriso torna sul tuo volto. È l’ultima fase, la libertà.
Anche questa mattina hai dimostrato a te stessa che ce la puoi fare e scopri all’improvviso, che la palestra ti ha insegnato una cosa importante: nella vita bisogna impegnarsi, bisogna sudare, bisogna fare un passo alla volta, bisogna fare una fatica bestiale perché quando vedi un piccolo risultato prender forma sul tuo corpo, è come se, d’un tratto, non vi fossero montagne abbastanza alte da scalare, poi, diamine, esci dalla palestra e torni la donna di sempre, persa tra dubbi amletici, ipocondriache paure della morte e terrore del mostro che senti di essere, ma quell’ora e mezza di vita pratica a cervello in posizione off, ti riporta alla vita, ogni dannato giorno dispari e allora ti dici che sì, la palestra come macro-universo è per te un posto di merda, sì sudi e ti stanchi, ma in qualche modo, ora sai perché ci vai, perché ti mette in moto tutta una serie di processi interiori più importanti dei centimetri persi e dei muscoli ridefiniti. Sono procedimenti interni che contano, perché definiscono te, come donna, come essere umano, te e la tua rivoluzione umana, te e il tuo tempo e allora aspetti il mercoledì e ti ripeti che “ce la fai anche quando non ce la fai”.