venerdì 18 maggio 2018

Amore, maionese e bulimia.

Certi amori sono come la maionese.
Non è che tu abbia spazio per alcun dubbio. Lo sai. Lo sai con matematica certezza che, la maionese, è cibo spazzatura, nuoce alla tua salute, eppure, è il tuo cibo preferito. Non c’è un cazzo da fare. Che poi non è che tu sia una che mangia solo junkie food. Tre anni fa, per esempio, eri decisa. Eri sposata, una lattante all’attivo; sentivi che era arrivato il momento per diventare vegana. Lo avevi sempre sognato. Così hai deciso di studiare. Hai comprato manuali su manuali di cucina vegana. Tu, che in vita tua avevi solo aperto scatolette, ora parlavi di erba spirulina e zenzero come non avessi mangiato altro in tutta la tua vita. Hai comprato un estrattore, a freddo, ovvio, lo sanno tutti che la centrifuga a caldo distrugge molecole e vitamine e ti sei lanciata nel tunnel degli estratti verdi per due mesi o giù di lì, poi un giorno hai aperto il frigorifero, ti sei fiondata su maionese e birra e sei tornata in te, bye bye vegan!
Insomma, lo sai che potresti, dovresti mangiare altro e, se ti concentri, per un po’, lo fai. Cibo green, cibo pulito, organico, bio a chilometro zero. Cibo proteico che nutra te, i tuoi muscoli, la tua autostima e il tuo amor proprio, eppure, arriva sempre il momento in cui apri il frigo, e non puoi, forse non vuoi, -chi sei tu per giudicare-, resistere.
Ognuno ha la sua debolezza, la mia (e quella di mia sorella maggiore, buon sangue non mente) è la maionese, forse tu sei più da gelato o da nutella. Magari c’è qualcuno tra voi che leggete, che è da patatine in busta (io non mi faccio mancare nemmeno quella) e chi, invece, potrebbe nutrirsi solo di pizza. Quello che conta è che, ognuno di noi, ha almeno un cibo spazzatura che rappresenti al meglio, anche il rapporto con quello che in noi si traduce come l’amore inarrivabile, quello impossibile. Qualunque sia la tua età, sai di cosa sto parlando. Ammettilo.
Hai presente? La sensazione di fame atavica. La voragine tra petto e bocca dello stomaco. Quel vuoto insaziabile, la bulimia che ti fa lanciare sul tuo cibo di conforto, al sicuro, dal mondo là fuori, brutto e cattivo. Certo, a volte ce la fai. Il frigo lo apri, guardi il barattolo e gli dici -“no, sono più forte io di te”! Ma quanta fatica fai?

Quelle come me, cresciute a pane, maionese e Mr Darcy sono intrinsecamente convinte che l’amore sia quello che ti prende la bulimia. Ti prende il vuoto. La pancia. Il guaio con l’amore bulimico è che dopo la scorpacciata arriva il senso di colpa. È così che a quasi trentasei anni scopri che tu la felicità, la colleghi alla malinconia, al senso di vuoto del post abbuffata. Sei felice per pochi istanti e poi sei nel pieno del tuo senso di colpa. Come se il solo fatto che TU possa essere felice a prescindere dal benessere di chi ti circonda, ti trasformasse in un essere abominevole. Sei felice e ti senti colpa. Il paradosso del benessere, giusto?

Che la bocca sia indolenzita alla fine di un bacio, o altrimenti che senso ha?
Buffo, vero? Come felicità e disperazione, in realtà tocchino le medesime corde in alcuni animi.

Non è bello essere come noi. Sentire lo stomaco chiuso a doppia mandata perché l’amore, o quello che credi tale, ti sta nutrendo da dentro e poi sentire la voragine quando tutto è finito. Qualcuno ci chiama sensation seekers, cercatori di sensazioni, svuotandoci un poco del nostro originario bisogno di sentire nel corpo che qualcosa, oltre noi, c’è.
Sarà che da linguista, gli anglismi mi stanno parecchio sul cazzo, ma l’idea di me che vado alla ricerca forsennata di sensazioni come fossero una dipendenza vera e propria, mi fa sentire parecchio superficiale.

Sarò una cacciatrice di emozioni, non lo so, quello che ho compreso su me e molti altri in relazione all’amore, è che non importa quanto la persona che ci sta di fronte sia straordinaria, quelli come noi, bruciano in fretta.
Non possiamo permetterci il lusso di bruciare le tappe. Non possiamo dire: “okay, facciamo che ci amiamo per sempre e andiamo a vivere insieme”. Per molte ragioni.

Primo siamo esseri che amano sulla distanza. Io ti amo, da lontano. Vi ricorda qualcuno?
Io ti amo quando ci incontriamo, rendiamo l’usuale straordinario e poi rientriamo nelle nostre vite. Io ti amo quando non mi poni nella condizione di aver paura che poi, alla fine, scapperò ancora. Io ti amo, se sei capace di non farmi bruciare le tappe. Di tenermi a freno e no, non ti chiedo di essere il mio baby sitter, ma se amore è reciprocità io, al limite, ti chiedo di aiutarmi a tenere il passo, perché tendo a correre e a sentire la stanchezza della corsa.
Un altro motivo è che ci prende la bulimia e, se la persona che abbiamo di fronte, non è più forte di noi, lo sentiamo. Noi vi annusiamo. Sentiamo l’amore e poi lo ricacciamo. Non è mancanza di rispetto nei vostri confronti è che siamo esseri imperfetti. Come voi, solo un po’ peggio.
E poi, per me e per tutte le madri single come me, c’è il motivo principale che sono i nostri figli ai quali, richiediamo una flessibilità emotiva quasi folle.
Ecco, ora che ci penso, i figli sono il nostro esempio perfetto di amore. Sapete perché quello è un amore che non brucia mai? Perché è un amore che abbiamo avuto la possibilità di conoscere con consapevolezza. Un giorno alla volta, per nove lunghi mesi. Ci hanno fatto soffrire per metterli al mondo, ce li siamo sudati, i nostri figli e poi, da quel giorno, ogni giorno, quando i loro piccoli occhietti assonnati si aprono, ci conquistano e ci danno la possibilità di innamorarci daccapo e, ciononostante, la natura non si imbroglia; quelle come me, sono madri che ogni mattino provano ad essere le fate madrine che pensano di dover essere e mentre la giornata trascorre lenta, il mostro ci prende di nuovo e tutto ciò che cerchiamo è la fuga dalla maternità e dalla frustrazione di non essere abbastanza. Non è forse amore questo? Alcuni risponderebbero di no, invece, lo è. È l’amore assoluto. Quando conosci la battaglia di una persona così, o la accetti o scappi via e, qualunque strada tu scelga, andrà bene. Io, per esempio, non penso che starei mai, con una come me. Una volta qualcuno mi ha detto che lui ha scelto di essere felice, io ho trascorso molti giorni a seguire ad interrogarmi sul perché io non fossi in grado di esserlo. Ho pensato subito che il mio malumore congenito e la mia onnipresente malinconia fossero solo altri due difetti da aggiungere alla mia lista nera. Quella lista che ognuno di noi ha di se stesso e che tiene ben nascosta.
Poi, da qualche parte ho letto una cosa che mi ha fatta piangere molto e mi ha ricordato, che le parole non vengono mai per caso. Come le persone, arrivano quando dovevano arrivare.

Era la sua malinconia che m’incantava, una malinconia che lui non cercava di sconfiggere, una malinconia duratura e persistente, arrivata per restare. Quella condizione insana che chiama a sé fantasmi e apre la strada a convinzioni dure come la pietra. Così diversa dalla mia condizione, che non si poteva nemmeno chiamare malinconia –forse insoddisfazione o debolezza. Saldaña Paris era veramente malinconico: un uomo d’altri tempi che viveva imprigionato in questo; un uomo d’epoca in cui la felicità non era obbligo, ma la fortuna di qualche stupido

Settimane fa mia sorella maggiore, che mi ama a prescindere da me come i miei altri fratelli scelerati nel volermi bene, ma sempre puntuali nel cercare di trascinarmi con i piedi per terra, mi ha detto che l’amore impossibile, a suo parere, è un’esperienza che esiste nella vita di ogni essere umano che tal si dica, ma che in qualche modo, ad un certo punto, bisogno decidere se si voglia o meno vivere di follia o di ragione e, soprattutto, se si voglia o meno vivere di mal di stomaco, labbra intorpidite e vuoti e pieni altalenanti. Vuoi crescere o rimanere immatura? Era un po’ questo che la mia mente pensava, mentre mia sorella parlava con la sua calda voce di casa. Vuoi dare una stabilità a tua figlia, o vuoi continuare a farla vivere nel tuo stesso caos emotivo? Forse, voleva dirmi questo. Non credo, perché mia sorella è una che non vive secondo i codici morali della folla. Poi ho capito. La stabilità di Virginia è in me, non in un rapporto con un altro uomo. Quella è roba che ho in mente io, di certo non lei.
Vuoi ancora continuare a mangiare la maionese, o invece, vuoi accettare che la maionese ti fa male ed è tempo di mangiare cibo più equilibrato? Sono tutte domande che vagano veloci nella mia mente. Un flipper infernale. Risposte non ne ho. Non ne ho e va bene così.
Forse, non è ancora arrivato il momento per me per ricevere risposte. Forse, è solo tempo di pormi domande, forse, è solo tempo di fermare il cuore e lavorare sul meraviglioso cubo di Rubik che è l’amore quando entra in contatto con me.
Arriverà il tempo della stabilità arriverà.

mercoledì 2 maggio 2018

Di yogi e di felicità.

Cose di cui ho paura:
dei vuoti
dei pieni
delle maree interne e di quelle esterne
della stabilità, ma anche dell’immobilità
degli amori a metà
della mia età
della famiglia
della necessità di amare
della capacità di restare e dell’impellenza di andare
dei ricordi che sono più numerosi dei sogni
dei progetti che si esauriscono lungo l’arco di un caffè
della mia identità, quella persa e quella che verrà
del silenzio che non riesce a stare zitto. Mai.
Della mia mente che cerca un modo per spengere tutto.
Della cassa di risonanza che ho al posto dello sterno, che ingabbia, amplifica e caratterizza ogni singola emozione che l’attraversa.
Del sole che non scalda abbastanza e del vento che mi scompiglia i pensieri.

Questa è una lista più o meno accurata delle mie più grandi paure. Di quei post it che nei film americani, la protagonista appenderebbe al frigorifero, stilerebbe un piano per superarlo e, paura dopo paura, avventura dopo avventura, amore dopo amore, alla fine, le supererebbe tutte. Ma questo non è un film e se lo fosse, mi farei rimborsare il biglietto perché, che senso ha guardare un film senza lieto fine? Io le mie paure, di solito, le evito accuratamente e, sono così brava a farlo che ho impiegato circa 36 anni a metterle in ordine nella testa e sul foglio. Le paure si affrontano, poi ci siamo noi che le nutriamo per bene fino a farci controllare. Quelli come noi, hanno ampi momenti di vita e lunghissimi declini. Momenti che ciclicamente tornano a farci male, vero? Ci sono giorni che vorrei scrivere, sento il flusso delle parole gorgogliare a fior di pelle, eppure, non una parola viene fuori. Sono quei giorni in cui mi prudono i pensieri. Sono quei giorni in cui metto tutto in discussione, me, le mie scelte, le mie pseudo certezze. Quei giorni in cui i dubbi mi attanagliano e non mi fanno vedere chiaro o, forse, vedo così chiaro da capire che non mi è dato sapere, ché la verità non esiste e più dubiti, più sai. Interrogarsi va bene, ma farlo dovrebbe significare accettare che le risposte, a volte arrivano, altre no e, quando questo capita, bisognerebbe mettervi un punto, inspirare forte e guardare altrove come quando diventi madre e devi per forza uscire dalla fase del perché e darti una mossa per trovare, invece, le risposte ai perché di tua figlia.

V- “oggi ero al Comune con papà e ho visto una sposa”
Io- “davvero? Che bello”!
V- “tu dove ti sei sposata? Al Comune”?
Io- “in chiesa”
V- “perché quella sposa non si è sposata in chiesa”?
Io- “forse non crede in Dio”?
V- “Tu credi in Dio, mamma”?
Io- “Sì, ci credo” (bugia numero uno o, forse, verità in cerca di conferme)
V- “perché quella sposa non crede in Dio”?
Io- “perché alcuni credono in Budda, altri in Allah, altri in Geova e, alcuni, in nessuno. È una scelta”
V- “non credere in nessuno può essere una buona scelta per la tua vita”?
Io- “Sì, può esserlo, se ti basta”
V- “A te basta credere in Dio”?
Io- “Sì, mi basta” (bugia numero due, non mi basta affatto e, infatti, ancora mi domando se io ci creda o meno)
V- “ perché ti basta”?
Io- “perché, amore, ci sono delle cose che non si possono spiegare e,questo, ci aiuta ad accettare tutte le risposte che ci vengono dal cuore”
V- “perché”?
Io- “Tu credi a Babbo Natale”?
V- “sì, ci credo”
Io- “perché credi a Babbo Natale”?
V- “non lo so, perché mi porta i regali credo”
Io- “ e ti basta questo per crederci”?
V- “Sì, e la Befana”
Io- “ecco, con Dio più o meno, funziona così, come con Babbo Natale”

Seguono attimi di silenzio in cui quasi mi pare di vedere gli ingranaggi del suo meraviglioso, nuovo cervello scevro da schemi e categorie mentali arrovellarsi veloci per mettere in ordine le nostre chiacchiere.

V- “mamma…”
Io-“Sì, Virginia…”(esausta)
V- “Allora, Babbo Natale è Dio”?
Io-“Sì, Virginia. Babbo Natale è Dio”

Ecco, Babbo Natale è Dio; a me piace pensare che risposte del genere, possano bastare non tanto alla nostra insaziabile curiosità, quanto al nostro desiderio di sentirci al sicuro. Mi piace pensare che le mie risposte possano essere la sua coperta di Linus.
Dicono che Virginia assomigli tutta al padre. A volte quando la guardo, mi sembra pericolosamente vicina a me. Lo sguardo serio, l’atteggiamento contrito di chi non ha bisogno di nessuno e, invece, diamine cosa darebbe per sentirsi amata. L’eterna incompresa. Se da un lato mi risulta facile capire i moti del suo cuore tenebroso, dall’altro vorrei che seguisse strade molto lontane dalla mia. Anche questo è un atteggiamento immaturo ed egoista, lo so. Siamo quel che siamo e il tentativo di cambiare la sua natura perché so che sarà difficile da gestire, la dice lunga su che tipo di madre io sia.
Sono fatta di pieni e di vuoti. Di piene e di arsure, se volete usare termini meno destabilizzanti. Un’eterna altalena diabolica che non mi concede la stasi. Il problema è quando entro in contatto con i pieni, perché i vuoti mi diventano insopportabili. Per questo mi tengo distante. Per questo evito. Per questo l’amore nella mia vita è una battaglia. Per questo io non posso fermarmi. Per questo non vi ascolto e, invece, vi sento. Tutto nella mia esistenza è teso ad evitare i vuoti che mi annichiliscono. Le piene sono difficili da gestire. Tutto è accelerato. Tutto è idealizzato. Tutto è portato all’estremo, così tanto, che non riesci a vederne il confine. Tanto che non riesci a capire se quello che provi è reale. E quando arrivano i vuoti, le arsure, tutto si fa pesante e il mondo ti schiaccia. La chiamano vita, giusto? Eppure mi risulta impossibile. Mi sento una maratoneta e i metri si fanno chilometri impossibili da coprire. Le gambe pesanti come due tronchi, il corpo che non risponde ai comandi, la mente che non sa più gestire la più semplice delle conversazioni e la gente, la gente mi affatica. Parlare loro. Intrattenerli, quando l’unica cosa che vorrei è spegnere la luce sul mondo e andare a dormire un sonno che mi rinfranchi dall’essere viva e il suo dannato peso. La chiamano vita e, allora, cerco un modo per viverla.
Conosco un uomo meraviglioso che ritiene di essere in possesso della ricetta per la felicità. Te la racconta e quasi ti convince sia semplice essere felici. Basta sorridere.
Lui sceglie di essere felice, che uno pensa:-e che ci vuole? Ora scelgo anche io. E, invece, non è così. La felicità, è un’arte. Complessa, peraltro. Non puoi scegliere di accendere e spegnere la felicità, perché quella, al limite, la chiami gioia. Devi scegliere di essere felice anche quando non hai un motivo che sia uno e tutto intorno a te crolla. Allora mi sono detta, bene faccio una lista e vedo se ho, almeno, le carte in regola per essere felice e, se scopro di non averle, mi sposto. Non sono un albero, infondo.
1) Mi piace quello che faccio per vivere? Anche se non è il lavoro dei miei sogni, almeno, mi trasmette l’energia e la voglia di alzarmi al mattino?
2) Mi piace dove mi trovo?
3) Sono felice di trascorrere del tempo con gli amici che ho?
4) Mi da piacere compiere le operazioni più basilari di una giornata, come ad esempio, cucinare un buon pasto caldo per me o per mia figlia?

Le mie, non sono state risposte positive e allora, mi sono detta, magari non sono tagliata per questo tipo di felicità, ma se non questa, allora quale? Quanti tipi di felicità esistono, poi?

A me la felicità arriva in fasi di piena creativa. Quando scrivo, ma non solo. Quando leggo e mi vien voglia di scrivere e superare le parole del giorno prima. Quando penso a cosa scrivere, quando qualcuno mi dice:-sai, ho letto quello che hai scritto. Io sono felice. Io sono. Io legittimo la mia ragione di esistere attraverso la felicità che mi procura lo scrivere.
Scrivo, quindi, sono… felice.
Ma la mia piena dura sempre poco, perché richiede fatica. La felicità, richiede costanza e fatica. È un lavoro a tempo pieno. Come quando inizi a praticare Yoga e sei l’ultimo membro del corso, tutti già nella posizione dello scorpione e tu hai solo voglia di urlare perché quel silenzio, quella fatica ti inchioda al tappetino di gomma dove ti viene richiesto di provare e di ascoltare, te, il tuo respiro e tutto il mondo intorno. Ecco, il cammino di un vero yogi richiede pratica ed esercizio fino alla tomba. Analogamente, la felicità vera, quella imperturbabile perché interna al tuo io, non fa sconti e richiede la tua presenza costante. Da qualche tempo ho deciso che io voglio essere yogi della felicità. Voglio dire, è altamente improbabile che nel futuro prossimo io riesca nella posizione dello scorpione, ma alla fine state certi che ci riuscirò, perché vedete, la questione è universale. In definitiva, non credo di essere originale neppure nel non riuscire ad essere felice, perché sono sbagliata io, non la felicità, vi ricorda forse qualcuno? In molti, sono sicura, condividono questo sentimento da border sempre all’erta. Sono piena, come molti altri di voi, di zone d’ombra. Ormai mi è chiaro. La natura non la cambi, ma impari a conoscerla e, si spera, ad arginarla. Ho una scala di valori molto disordinata che, in definitiva, cambia insieme al ciclo lunare. Con la maturità, ho imparato che le mie lune devo assecondarle.Come le stagioni, qui sulla Terra. Io sono il pianeta di me stessa. Non sono un satellite, non più. Non ho più voglia, né tempo, per inseguire. Dunque, l’unica strada per me percorribile, è andare dritto al mio nucleo e invertire la mia stessa rotazione. Il segreto, mi sono detta più volte, è tutto lì. Arrivare al nucleo e invertire la rotazione. Io ci credo e dovreste anche voi. Dovremmo tutti capire che siamo noi e solo noi, il centro del nostro tutto.

E allora sì che sarò felice, in qualche modo, un giorno.
Con i miei disordini, i miei tumulti e le mie parole sparse al vento.

domenica 8 aprile 2018

Di Alessandro Magno e del crollo di un impero nel mio cuore.

Quando hai amato un uomo che per te era il sole, la luna, il cosmo, il tempo, la rabbia e l’orgoglio, è un vero casino comprendere poi, che l’amore non deve farti male dentro, altrimenti, semplicemente, non è amore, è altro da lui.

Quando l'ho incontrato, non ero altro che un guscio di cartapesta vuoto, l’ombra di quella che ricordavo. La mia fretta di andare, comunque andare, ha sempre reso difficile guardarmi intorno. L’unica occasione in cui mi sono fermata, è arrivata Virginia. In realtà, non è esatto dire che mi sia fermata. Ero in trepidante attesa, ma già fluivo. Non sono in grado di restare. Ecco quello che so di me. Non so restare con la testa, non so restare con il corpo. Sono una che lascia le cose a metà, i discorsi galleggiare nell’aria e le relazioni irrisolte. Quando l’ho vista per la prima volta, mia figlia, ho compreso che si può sentire di essere venuti al mondo per una ragione. Virginia ha gli occhi di due colori diversi, uno color nocciola chiaro come i miei, uno color nutella come il suo papà. Mi sono sempre detta che, fin dagli albori, sapeva di non voler far dispiacere nessuno dei due perché entrambi siamo venuti al mondo per essere i suoi genitori. Avessi saputo amare il suo papà, come ci meritavamo, ora forse sarei qui a scrivere di altro. Mi piace sognare che sarei stata una donna capace di comprendere la ragione d’essere di giallozafferano.it; una che le amiche di Virginia a casa sarebbero investite già sull’uscio dal profumo di plum-cake alla banana, che poi Virginia non mangia le banane, ma nel mio sogno, sarei in grado di farle mangiare tutta la frutta del mondo. Roba che l’uomo del Monte ci passerebbe il testimone dell’ananas. Per dire.
Tutti sappiamo che, non è andata così. Io e il suo papà ci siamo lasciati, perché io non so restare. Io devo andare. Al padre di mia figlia, il mio ex marito, voglio un bene incredibile, desidero che sia spudoratamente felice e, letteralmente, adoro la sua attuale compagna. Lo so, molte di voi a questo punto sgraneranno gli occhi. Per il nostro tradizionale sistema di valori nazional-cattolico-popolare, in qualità di ex moglie dovrei stare sulla difensiva e temere il suo rapporto con mia figlia. La verità è che questa ragazza invece a me piace, soprattutto perché è così matta da sobbarcarsi le ansie di un uomo quasi divorziato e una bimba di sei anni con il gene e il carattere impossibile di sua madre. Non sono gelosa, al contrario sono felice di sapere che mia figlia è amata e sono lieta, che possa avere un altro modello di donna, oltre al mio, da seguire. In ogni caso, questo non è un post sul mio atipico ménage familiare, ma annoto che vorrò parlarne.

Cosa vi dicevo? Ah sì, l’ho incontrato ed ero fragile. Ero nel mezzo di un matrimonio che non comprendevo (ma non rimpiango), di una maternità che mi inabissava e da qualche parte sentivo lontana una eco che mi invitava a prendere nuovamente e forse per la prima volta, possesso di me. L’ho visto, il terreno sotto i miei piedi si è aperto in una gigantesca voragine. I colori si sono fatti più vividi, gli odori intensi. Quando l’ho guardato la prima volta negli occhi, sapevo che nulla sarebbe stato più lo stesso. Era diverso da ogni altro uomo prima di lui. Conoscerlo è significato conoscere un’altra vita, un altro mondo, uno nel quale ero finalmente dove volevo essere, dove avevo scelto io di essere. Eppure, inspiegabilmente, tutti quelli che ci circondavano si sono interrogati sulla natura del nostro rapporto e sulla sua reale ragione di essere, tanto da aver in qualche modo inquinato il suo cuore. Come era possibile che due individui nati in due mondi così alieni, potessero veramente amarsi? Come era possibile che due persone di nascita così lontana potessero amarsi tanto da svuotare l’intero universo del suo significato quando le loro mani non si incrociavano? Era un amore che non lasciava spazio ad altro. Questo ci rendeva invincibili da un lato, attaccabili dall’altro. Amare lui era un’esperienza totalitaria e, per questo, mi confondeva. L’ho amato come si ama Dio. In uno stato di contemplazione e adorazione. In una perpetua attesa di miracoli e, di miracoli, ne ha fatti tanti, ma ha, in qualche modo, trovato il modo di spezzarmi il cuore ogni singolo giorno della nostra storia d’amore. Mi ha voluta con la stessa forza con la quale lo volevo io. Entrambi in adorazione, immobili in un limbo che sognavamo essere il varco sul paradiso e che, nella pratica, si traduceva in un inferno in terra, un purgatorio quando ci andava bene. Che ti promette il paradiso e nel frattempo ti punisce per i tuoi peccati. Era un amore nato sotto un cattivissimo auspicio. Sulle ceneri di un altro. Cosa poteva venirne fuori di buono? Eppure, abbiamo strenuamente provato. Eppure, si è rotto ogni angolo del mio cuore infinite volte e, altrettante, lui l’ha rimesso insieme. Ancora legalmente sposata, con una bambina da gestire. Lui spiantato, arrivato da questa parte del Mediterraneo su un gommone. Un bimbo sperduto dell’isola che non c’è. Una missione impossibile dal primo sguardo e, infatti, la prima volta che mi guardò, fui incapace di proferire verbo, tutto ciò che riuscivo a pensare era che mi stavo ficcando in un gigantesco caos. Un amore come ne incontri uno nella vita, ma in fondo non sono tutti così gli amori? Joshua Mark mi faceva male in tutto il corpo, come avrebbe detto Borges con parole molto più piene delle mie. Ma Joshua Mark era anche pieno di zone d’ombra che, inevitabilmente, si sono riflesse su di me e la mia esistenza. La più grande, quella che ha disintegrato tutto, la mia totale incapacità di fidarmi di lui, del suo passato intendo. La sensazione annichilente di dover, ogni nuovo giorno, fare la sua conoscenza daccapo. Il racconto della sua vita mi arrivava a briciole che con troppa fatica mettevo in un ordine che fosse cronologicamente accettabile nella mia mente di donna occidentale. E poi, il giudizio della mia famiglia, il giudizio del mondo che ci vedeva solo da fuori. La paura di essere un bluff fuori da quel microcosmo che era il campo di accoglienza in cui gravitavamo. La reale difficoltà di trovare un posto in cui incontrarci. E, infine, la paura di un sentimento così forte che poteva portarmi verso una sola direzione: la catastrofe e l’abbandono.

Lui era il mio Alessandro e io il suo Efestione. Mi rendo conto che il paragone appare azzardato, ma io gli ero ciecamente fedele, come appunto, Efestione al suo Magno. La sua migliore amica e la sua amante. L’ho visto arrivare da lontano, conquistare il mondo e poi perderlo. Lo ha perso quando ha permesso al suo cuore di diventare freddo. Quando ha smesso di essere titanico e si è arreso al letame che ci circondava. Lo ha perso il giorno in cui mi ha messa nella posizione di guardarlo e di non vedere più il leone d’Africa che amavo, ma solo un uomo d’Africa come lo vedevano il resto degli occidentali. In una parola, distante. Distante da me, dal mio mondo, dal mio sistema di valori e, quindi, dalla mia vita. Quando ho capito che ero l’unica che lavorava incessantemente a quell’amore. In quel preciso momento mi ha persa. Ho perso il conto di quante volte gli abbia detto che l’amore, per quelle come me, non basta. Con lui ho condiviso il momento più importante della mia vita, la mia rinascita. Ha segnato il momento in cui ho capito che fino a quel momento avevo vissuto per fare felici gli altri. E vorrei, Dio quanto vorrei, dirvi che adesso non è più così, che ora ho trovato la giusta misura tra il compiacere gli altri e soddisfare i miei desideri, ma mentirei. Solo che ora, non mi aspetto più di essere capace di frapporre il mio volere a quello degli altri. Ho preso coscienza che io così sono e che forse, la mia felicità risiede proprio nel fare felici gli altri. Non so se mi spiego. In quante siamo così? Vi vedo, leggere questo incredibilmente lungo monologo amoroso e dire: “Oh, mio Dio, ma parla di me”? Ebbene amiche, diciamolo pure che stiamo sbagliando tutto. Che tanto si fa bene o si fa male, ci criticano lo stesso e allora, che senso ha non fare ciò che ci va? Sì, ecco io lo dico, ma non lo so fare perché ho questa forma mentale assurda e masochista, che mi obbliga a vedere sempre tutti, ma proprio tutti i risvolti di una questione, passando anche sul mio stesso cuore. Ragiono nell’ottica del dubbio e se posso dire la mia, per me è giusto farlo. Mi fanno paura quelli che sanno tutto, quelli che non si interrogano, quelli che non si ripiegano su loro stessi e vivono la vita a passo spedito senza un solo perché scoperto. Ecco, quattro motivi per cambiare di nuovo la mia vita. Non tutte le relazioni finiscono perché l’amore finisce. Anzi, se ho capito qualcosa nei miei primi sei anni da trentenne, è che da adulta le relazioni finiscono per una miriade di motivazione e, raramente, l’amore si annovera tra queste.

Attraverso l’incontro impossibile che ho tanto voluto con Joshua, ho capito una cosa di me e la voglio condividere con voi. Lo faccio per esorcizzare me stessa, ma anche perché sono donna e so, che in molte condividete la mia natura contraddittoria di basto io a me stessa e datemi un Mulino e vi sforno Tegolini tutto il giorno.

Quando io e mio marito ci siamo separati, per lungo tempo ho continuato a lavargli la biancheria, l’idea di farlo non mi mortificava affatto. Non ero responsabile per le sue mutande, in verità non lo ero mai stata sebbene lui si ostinasse a lasciarle in giro, ma lo facevo, non perché fossi una donna incredibilmente buona, ma perché farlo, non levava nulla alla mia condizione sicura di isolamento. Ero sola. Mi lamentavo di lui, come marito e come padre, ma la verità è che io non gli ho mai aperto le porte. Ero intoccabile. La vera responsabile del fallimento del nostro progetto famiglia, oggi lo so, ero io, ma il cuore non ammette la ragione e la tragedia dell’essere umano è tutta lì.

La vera responsabilità, il vero rischio, è prendere il cuore di un uomo e tenerlo tra le tue mani e poi, prendere il tuo e metterlo nelle sue.
Fidarsi e affidarsi. È questo il brivido che fa scappare quelle come noi, vero?
Impegnarsi e responsabilizzarsi affinché l’incantesimo non si spezzi.
Anche questa volta, non l’ho fatto.
Ho amato come non credevo avrei mai potuto fare, senza guardare in faccia niente. Dimenticando il mondo intero eppure io non mi sono mai affidata a Joshua e non mi sono mai fidata di lui. Sono stata così brava e perversa da sabotare anche l’amore che una dice ti ho aspettata tutta la vita.

Un giorno l’ho guardato ed ero forte abbastanza per lasciarlo un passo indietro e poi due e poi tre.
Ho avuto paura. Ancora. Ho pensato che nulla è eterno e che io, di certo, non sarei rimasta ad aspettare la fine. Ancora. E piano, piano ho distrutto il leone e ho creato l’uomo. Quando poi l’Impero è crollato, io ero già altrove.

Ma amore non è questo.
Amore non può e non deve essere questo.

Amore è che il tuo orco ti sorprende, ti chiede di seguirlo ad occhi chiusi.
Amore è non tanto scoprire di riuscire a chiuderli, quanto di riuscire a non aprirli fino a quando non raggiungete la destinazione.
Amore è quello.
Il resto è semplicemente altro.



mercoledì 21 marzo 2018

L'amicizia dopo i 30. Pensavo fosse vero e invece...

Questa storia comincia così:

“Alcune persone si rifugiano in chiesa; altre nella poesia; io nei miei amici”

Questa frase è stata attribuita a Virginia Woolf, dico attribuita perché, chiunque conosca questa straordinaria autrice, saprà di lei due cose:
1) Si rifugiava nella scrittura prima che negli amici, ma è anche vero che, si veda il punto 2
2) Era un po’ matta. Tipo che a volte, sentiva gli uccelli parlare in greco antico sui rami degli alberi della sua casa di campagna. Suonata. Quel tipo di matta, insomma.
Quindi, quando si tratta della mia adorata, è vero tutto e il suo contrario. È vero, infatti, che non era la misantropa che i libri di letteratura inglese del liceo vogliono raccontarci. Al contrario, era una donna piena di vita come emerge dai suoi diari. Aveva la risata fragorosa e contagiosa con la battuta sempre pronta. Ma Virginia Woolf, amava troppo l’umanità, e quest’ultima, in cambio, non amava abbastanza lei. Questa fu la sua più grande fragilità. Questo la uccise. Non la sua malattia mentale. La normalità d’altronde, si sa, è sopravvalutata. Ama come amava lei e scoprirai quanto è difficile stare al mondo e quanto è semplice frangere il tuo cuore milioni di volte nell’arco di una sola vita.
Chi conosce me, invece, vi dirà sul mio conto almeno due cose che sono universalmente riconosciute:
1) Io venero Virginia Woolf a livelli oserei dire patologici, tanto da dedicarle la vita di mia figlia che di lei reca il nome e, spero, la stessa scintilla vitale e creativa.
2) Non sento gli uccellini cantare in greco antico, al massimo aspirano un’acca, ma sono matta quanto lei e sento l’umanità con la sua medesima intensità.
Come Virginia, ho sempre ritrovato me stessa nella scrittura, la sola che non mi abbia mai abbandonata e cerco rifugio nelle amiche, o sedicenti tali. Be’ queste, a differenza della penna, mi hanno abbandonata più volte di quanto mi faccia piacere ammettere. Allora, mi sono seduta a pensare: vuoi vedere che me lo merito? E, in effetti, questo post non è su Virginia Woolf, sebbene, sarebbe di certo più costruttivo e interessante parlare di lei. No, questo post è sulle amiche dopo i trenta. È per quelle come me che ci sperano sempre ed è per dire loro: non è solo l’amore ad ingannare, a volte anche l’amicizia, credevi fosse amica e invece era una stronza! Quindi bimba, sei fai parte del club “amore, pace ed empatia” come me, fai pace col fatto che se non hai modo di proteggere il cuore con impalcature a prova di tentativo di suicidio dall’ultimo piano, ti toccherà soffrire per un’amica che ti spezzerà il cuore in mille pezzi e tu desidererai vendetta dapprima, dirgliene quattro poi, dimostrarle che chi perde il tesoro è lei, ma poi, alla fine, raggiungerai la consapevolezza che, la vita è fatta così, si dona sempre più di quanto si riceva. Ci sono amicizie che quando finiscono non lasciano traccia emotiva in te e tu stessa realizzi di aver investito poco in quel rapporto, altre volte fa malissimo e sapere perché quel rapporto sia finito è fondamentale per voltare pagina. Come quando finisce un amore, devi vivere il lutto.

Al liceo avevo stretto amicizia con una ragazza che era in poche parole, il prolungamento di me stessa. Il suo nome era Serena, ma il suo, non era un caso di nomen omen. La vita, l’aveva fatta ribelle e a me tanto bastava per amarla. Abbiamo condiviso speranze, sogni e poesie. Poesie come se piovessero. Ci siamo nutrite l’una l’altra di parole e musica in interminabili lettere di amore (le ho conservate tutte) e musica con musicassette studiate e registrate sull’anatomia delle nostre emozioni. Il mondo nasceva e moriva nelle nostre giornate piene di filosofia spicciola che profumava di gioventù e rock and roll. Poi è la vita è accaduta, il mio primo vero amore, la morte di sua madre che ha inchiodato il suo animo leggero al terreno e la mia nota paura di impegni relazionali che possono portare all’abbandono. Ho sbagliato molto con lei. Non ho retto il peso della straordinarietà che lei credeva di vedere e, l’asso tarocco che vive latente in me, è venuto fuori. Per un po’ ha cercato di comprendermi, poi ha smesso, a giusta ragione, ché la vita la chiamava a ben più urgenti questioni. Io l’ho presa e l’ho chiusa nel cassetto a lei dedicato nel mio cuore con l’etichetta: “SERENA, UN VADEMECUM DI COSE DA NON FARE QUANDO INCONTRI UN’AMICA: MAI LASCIARLA SOLA QUANDO HA BISOGNO DI TE”. E, in effetti, non l’ho mai più fatto. Ho così tanto odiato me stessa e ho provato così tanta vergogna di me che mi sono sempre guardata bene dal farlo nuovamente. Nel corso della mia vita, da allora, ho abbandonato a più riprese: studi, libri in lettura, libri in stesura, il basso elettrico, svariati uomini di cui uno mentre ero ancora follemente innamorata, un marito, progetti di vita, parti di famiglia, una casa, due iguane, ma mai più un’amica ed è solo merito di Serena P.
Oggi io e Serena, siamo nuovamente in contatto. La nostra è una nuova amicizia. Entrambe mamme, entrambe lavoriamo e a giugno ci incontreremo dopo tanti anni, a Firenze, al concerto dei Foo Fighters, musica eravamo e musica ritorniamo ad essere. Tutto è bene quel che finisce bene.

Da allora però, il mio Karma delle amicizie si è guastato. Qualcosa è andato storto. Ma sono anche stata fortunata, a dirla tutta, in quegli stessi anni, ho avuto la più grande fortuna della mia vita. Ho scoperto che la mia persona, quella che pensi solo Meredith e Cristina si amano così, io in realtà ce l’avevo sotto il naso, solo che ero troppo impegnata ad atteggiarmi a bad girl per riconoscerla.
Claudia è entrata nella mia vita col sorriso, portando solo e sempre gioia sconfinata, amore incondizionato, speranza nella vita, comprensione, telepatia, accettazione di me, brividi e, da allora in poi non è mai più uscita. La mia persona dal lontano anno duemila. Diciotto anni di amore puro. La relazione più lunga della mia esistenza. E pensate, è venuto fuori che, in realtà, siamo più unite noi di Meredith e Cristina, ché loro tra le gravidanze, l’adozione e la vedovanza della prima e la carriera in Svizzera dell’altra, si sono perse. Noi due, invece, anche a circa tremila chilometri di distanza siamo e per sempre saremo, noi. Tante persone sono entrate nella nostra vita in diciotto anni. Due mariti, uno è rimasto, l’altro no. Due figli che si amano quanto le loro mamme e che noi amiamo come avessimo ciascuna di noi, due figli. Quattro cani, si veda i figli e tanti amici. Alcuni sono rimasti, altri sono andati, ma nessuno ha mai potuto sedere al centro dei nostri cuori perché quei posti sono stati assegnati venti anni fa. Da questa amicizia, ma in verità, da lei come essere umano, imparo ogni giorno cosa significhino parole come: determinazione, volontà, sobrietà, classe, semplicità, fedeltà, lealtà, amore, sopravvivenza e onestà intellettuale. Claudia, rende il mondo un posto più pulito e me una persona migliore. Sempre e per sempre, bimba.

Poi, ci sono le amicizie della maggiore età. Su queste, il sunto è presto fatto. Le amiche dell’età adulta si dividono in due macro categorie. Le ride or die quelle con le quali ti butteresti col paracadute, per intenderci e le stronze approfittatrici. Che poi le due macro categorie producono anche una serie di sottocategorie, come ad esempio le amiche che prima ti convincono a saltare e poi ti rubano il paracadute, e allora, scopri che sono stronze e che tu non sei la loro Thelma. Alla fine meglio dividerle alla vecchia maniera, dopo averle conosciute, tra buone amiche e conoscenti. Le amiche della maggiore età, dovrebbero altresì essere definite per definizione, amiche della ragione. Ma se devo dirla tutta, io, per esempio, se penso a Cecilia, immagino una scena di follia ad ogni costo, notte fonda io e lei ubriache come due bisce nei peggiori bar di Caracas con l’elevata possibilità di tornare a casa senza un rene venduto a un trafficante di organi per pagarci due tatuaggi e il taxi fino all’aeroporto. Ecco, lei è quel tipo di amica, che poi, a titolo informativo, è la madre della migliore amica di mia figlia Virginia, roba che al parco mandano gli assistenti sociali a spiarci, per dire.

Tra queste dell’età adulta poi, ci sono quelle con le quali hai condiviso il momento peggiore della tua esistenza; quando eri così grassa da non poterti, letteralmente, abbassare sulle tue stesse gambe perché, a causa della ritenzione idrica, rischiavi un misto tra implosione ed esplosione ad ogni movimento, o come amate dire voi durante la gravidanza. Sono le amiche del corso preparto. Con loro si instaura un mutuo tacito accordo secondo cui nessuna consentirà cotanta bruttura alle altre di nuovo. Nemmeno in caso di nuova gravidanza e, infatti, le mie due amiche, hanno avuto anche altre due nuove gravidanze, ma non sono lievitate mai più. Se lo chiedete a loro, vi risponderanno che hanno capito che saremmo diventate amiche, quando un giorno, sedute tutte in cerchio nelle nostre pance mongolfiera a passarci di mano in mano, un improbabile fantoccio neonato per apprendere tutti i segreti del cambio pannolino, io inorridii alla notizia che i neonati potevano defecare anche nel pieno della notte e tu, madre, eri anche tenuta ad alzarti e cambiarlo. In quel momento le ho guardate, ero disperata e loro hanno compreso che avevo bisogno di essere guidata. Non hanno più smesso. Il nostro rapporto, è cresciuto di pari passo ai nostri figli e a braccetto con le lezioni di genitorialità che la vita, ci impartiva. Ma la cosa straordinaria è che il nostro rapporto è uscito dall’edulcorato mondo pannolini e rigurgitini immediatamente ed è diventato un rapporto vero, concreto, scevro da tutte le balle che madri si raccontano ed è divenuto un rapporto di amicizia vera. Sono due donne, Cristina e Annarita, che io amo e ammiro in egual misura e se dovessi incontrale in qualunque parte del mondo e in qualunque fase della mia vita, mi riterrei sempre fortunate a poterle chiamare amiche. E poi gente, mi salvano il culo continuamente. Mi salvano da me stessa. E mi hanno trascinata in palestra. A me. Michela Pigra Belli. Se non è amicizia questa, non saprei. Sono le amiche che guardo dare sfogo alle loro isterie e capisco, matematicamente, perché mi sono amiche. Sono le amiche che il pettegolezzo ci sta tutto e se siete fuori a cena si va in tre al bagno. Sono le amiche del liceo, fuori tempo massimo dal liceo. Che loro lo sanno che frana sei, ma diamine, ti tendono una mano per non cadere. Quelle amiche che ti fanno rivalutare la vita e l’umanità e ti fanno desiderare di non essere l’asociale di sempre.

Quelle che il loro inchiostro è sul tuo corpo per sempre e con loro condividi il finale "E visse da sola felice e contenta e se ne sbatte per sempre le palle del Principe Azzuro, tanto lei ci aveva la progenie e i cani. Cani a gogo". Ti voglio bene, Carolina.

Poi ci sono le amiche sul lavoro, che ci devi trascorrere un botto di tempo insieme e senza sapere come e quando, scopri di conoscerle a menadito. Quando le incontri, non l’avresti mai detto, ma poi finisci per affidargli tua figlia, come è accaduto con la mia piccola Sofia. Che di piccolo ha solo un numero anagrafico, ma che è grande, in tutti i sensi: di testa e di cuore. Che la guardo negli occhietti vispi e profondi che si ritrova e vedo me alla sua età, identica spiccicata e vorrei solo abbracciarla e dirle forte: CORRI VIA, SCAPPA!

E, infine, ci sono, le narcisiste. Quelle che hanno la parola amicizia sulla bocca ben salda, ma che sul cuore trema un poco. Vero? Non è colpa loro, mai. Non è che non vogliono esserci, è solo che c’è sempre un loro dolore wertheriano di mezzo, un loro struggimento da dover superare, poi stai ben certa che verranno. Poi. Alla fine. Al netto del loro prezioso soffrire. Il tuo non conterà, mai. Fai pace con questa semplice verità e, allora, potrai esser loro amica. Imponi te stessa e la loro schiena è tutto ciò che vedrai. È una questione di priorità, le tue e le loro. Il fatto amica, è che tu non sarai mai e poi mai una loro priorità. Assumi questa consapevolezza, falla macerare nel tuo cuore ferito e vai avanti. Non c’è altra possibilità. Ti deluderanno sempre e, le deluderai sempre. Con loro, non sarai mai al sicuro e la sensazione di abbandono che conosci fin troppo bene, quella stessa sensazione di non essere abbastanza per far sì che si resti al tuo fianco, continuerà a strisciarti dentro e ti impedirà di essere te stessa fino in fondo perché continuerai a pensare: “posso dirlo o faccio succedere un’altra tragedia”? E tu non sei davvero più il tipo di persona da sturm und drang. Tu sei un due, così ti hanno detto e sei una cazzo di regina, la gente deve voler restare. Sempre. Ad ogni costo. Se non è così tu amica, vai avanti.

Allora, quando incontri un’amica di questo tipo, tu pensa solo a questo, che se ne hai anche solo una di amica, non hai bisogno di altro perché:

"Per raro che sia il vero amore, è meno raro della vera amicizia". Francois de la Rochefoucauld

lunedì 12 marzo 2018

La palestra come la vedo io. SKY IS THE LIMIT

Arriva sempre, nella vita di ogni donna, il giorno in cui questa si guarda allo specchio e sa che deve correre ai ripari. Come un Freccia Rossa che la investe a massima velocità. Di solito, lo sfortunato evento è l’infelice epilogo del suo primo rapporto sessuale in reggiseno, o peggio ancora, in reggiseno e maglietta. Della serie, amico cerca, punta e scappa via. Le tette te le sei giocate al ventiduesimo mese di allattamento, quando tutti dicevano –“Oh, che bella questa cosa che allatti ancora!” e tu avresti voluto tanto spiegare che no, non era una libera scelta era il piccolo Gremlin, si era attaccata indemoniata alle tue cazzo di poppe 22 mesi orsono!
So da fonti certe che l’epifania del corpo flaccido è arrivato ad alcune donne in spiaggia, la prima volta che si sono dovute chinare a fare un merdosissimo castello di sabbia e quello che fino a 12 mesi fa era un sexy accenno di pancetta da danza del ventre, ora in moto oscillatorio è solo trippa post parto. Altre hanno detto, di aver fatto a pugni con l’immagine di loro cui erano abituate alla Coop mentre erano intente a prendere un barattolo di legumi dallo scaffale più alto e quello che un tempo era un normale bicipite non allenato le ha con veemenza schiaffeggiate! Sbaam, corri ai ripari, chiatta! Che poi, diciamolo, a nessuna donna sopra i 30 e madre è chiaro perché tenere in braccio un essere umano il cui peso varia tra i 5 e 10 kg non serva un cazzo all’allenamento dei bicipiti, ma ti assicura la lussazione di un’anca e la relativa apertura di un conto forfettario dal fiosiokinesiterapista! Questa mettiamola, sotto la voce: i mille misteri della maternità.

Insomma, vi è un momento al quale nessuna può sfuggire, in cui l’impietosa legge fisica della gravità, bussa alla tua porta.
Personalmente, avevo studiato uno stratagemma di fuga da me stessa, che mi aveva permesso di superare con una buona dose di fottesega, tutte le tappe appena citate. La mia tattica, basata su 36 anni di vita era semplice, ma geniale: assecondare la mia apatia, mentendo spudoratamente a me stessa e devo dire, vivevo felice. Mi raccontavo castronerie di ogni genere, “oggi, è martedì, di Venere e di Marte, non si da principio all’arte. Oggi, è lunedì e devo affrontare il monday blue. Il mercoledì devi ancora affrontare metà settimana. Il giovedì, che fai, neghi l’aperitivo alle tue amiche?” e così daccapo al lunedì seguente fino a quando, un giorno ai saldi invernali della Benetton, non mi sono trovata di fronte ad un’amara verità: non posso più comprare un jeans senza misurarlo. L’ho detto. Che poi uno ti vede, pensa che sei magra e allora che ti lamenti a fare? E, invece, che ne sanno loro del dimagrimento della massa muscolare che ti rende sorella diretta di Slimer?

La verità amiche, è che nella lotta alla legge di gravità, siamo un fronte unico di soldati fasciate in divise dagli improbabili colori fotonici, scoordinate come tante scimmie che ballano la Makarena a urlare STRETCHING (ndr lo stretching è il momento di chiusura dell’allenamento)!!!!

A trentasei anni, il culo del mattino, dopo 8 ore di sonno, non è lo stesso culo della sera.
Raggiunta questa consapevolezza, tutte ci iscriviamo in palestra!

E così, quel lunedì maledetto, è arrivato e tu ti ritrovi a sudare come un porco, che non sai nemmeno se poi è vero che i porci sudino, ma l’immagine ti sembra renda bene l’idea con due delle tue più care amiche, che ben conoscono la tua proverbiale indolenza e un manipolo di altre donne, tutte più grandi di te e tutte più allenate di te. Quando senti il tuo Personal Trainer urlare plank e tu confusa cerchi di capire A) come sia successo che tu abbia un PT e B) cosa cazzo sia un plank. Poi ti guardi intorno, vedi queste signore distese pancia sotto col peso sui gomiti e sulle punte dei piedi, mantenere questa folle posizione, per più di 60 secondi grazie alla trazione addominale e tu, invece, cadi dopo 3 secondi netti e comprendi che non hai la minima idea di quello che stai facendo e che non sei in possesso di una cosa fondamentale alla palestra: gli addominali.

Andare in palestra, è di per sé, quando rapportato alla figura di Michela Belli, un evento a metà tra l’apparizione della Madonna ai Pastorelli di Fatima e l’adorazione della vacca nella cultura hindi.
Da qualsiasi angolazione tu la voglia vedere, c’è un qualcosa di mistico.

Quando 3 anni fa le mie amiche mi hanno condotta alla lezione prova di Zumba, abbiamo trovato l’istruttore e le altre allieve che impersonavano un Presepe vivente in mio onore, poi quando alla fine della lezione, l’istruttore mi guardò e mi disse “se vado a sinistra, anche tu devi farlo” tutte smontarono il Presepe e mi diedero un bel calcio nel culo. Le mie amiche presero le distanze, “noi questa imbranata, non la conosciamo!” Scherzo, però davvero, per una pigra come me, trovare la palestra giusta è stato un lento e sacro peregrinare. Sono una di quelle che, i proprietari delle palestre la vedono, e sanno che il pollo da spennare è appena entrato. Due chiacchiere e pago l’intero abbonamento annuale, perché si risparmia sono mica scema io, la card, il certificato di sana e robusta costituzione e poi qualcosa va storto. Mi alleno, un giorno, soffro da cani per l’acido lattico dovuto alla mia inettitudine, ritorno in palestra e poi il giorno dopo piove. Il lento declino. La pioggia arriva e mi ricorda che sono pigra, che non ho voglia di fare un cazzo, mi stappo una birra e ciao. Davvero, il mio rapporto con il corroborante mondo del fitness è stato sempre questo, invece a questo giro, complice il culo moscio, la compagnia delle mie amiche, la simpatia di David il PT e delle altre ginnaste anonime, come le chiamo io, ho accettato la palestra come una vera e propria rivoluzione interiore.

La palestra mi fa sempre schifo, ma il fatto stesso di riconoscerlo, mi pone in una condizione di consapevolezza e autodeterminazione e, allo stesso tempo, mi conosco abbastanza da sapere che questa parentesi di ascensione mistica, non durerà per sempre, quindi, ho pensato di prendere appunti.

Quello che leggerete di seguito, è un resoconto semiserio dei miei lunedì, mercoledì e venerdì mattina da circa tre mesi a questa parte. Nota Bene la dimensione temporale, come in ogni ascensione che si rispetti, si dilata e si restringe (insieme al mio ormai super allenato perineo) in maniera diversa dal presente cosmico che noi tutti viviamo. In tale contesto, tre mesi potrebbero essere di meno e tre ore potrebbero in effetti non essere proprio tre ore, ma perdonerete l’artificio letterario, teso a provocare la vostra totale empatia.

Suona la sveglia, ho scelto il cinguettio degli uccellini per infondermi un po’ di sano positivismo primaverile, ma una sveglia che suona alle 7.00 quando sono sei anni, o anche 2190 giorni, che non dormi 8 ore di fila perché, il Creatore ha deciso di puntare ogni notte una sveglia alle 4 nel ritmo sonno veglia della tua pargoletta, non infonde un granché di brio e ottimismo. Invece, ti scaraventa veloce nella prima bestemmia della giornata e in seguito è tutto un colorato fluire di Santi dal Calendario Gregoriano. Ma tu, sei decisa, vuoi quel culo di marmo, ti alzi e cerchi di sorridere a tua figlia che, nel frattempo, nei primi due minuti di veglia ti ha già raccontato i sogni della notta trascorsa e tu sei lì che cerchi di connettere i due neuroni svegli del tuo cervello, ma tutto quello che puoi pensare è caffè, caffè, caffè. Ti trascini in cucina, ti bei per un nanosecondo della tua scelta di comprare la Lavazza a modo mio, a 36 anni hai sviluppato una tale idiosincrasia alla sopportazione del mondo PRE CAFFE’, che i due minuti di attesa della moka ti erano, ormai, insopportabili. In centoventi secondi, hai già bevuto due caffè. Inizi a decodificare l’ambiente che ti circonda, chi sei, dove sei, cosa fai. La parola palestra fa capolino mostruosa nella tua coscienza, mediti di scappare. È il primo stadio del lunedì: la negazione. Seguiranno la frustrazione, la rabbia, l’accettazione e la libertà.
Incapsuli tua figlia nel grembiule, indossi la tuta e ti avvii verso il nefasto destino. Dopo aver lasciato tua figlia a scuola e provato inconsciamente a perdere più tempo possibile in chiacchiere con le maestre che ti guardano interdette con il chiaro interrogativo del “cosa cazzo vuole questa stamattina, non le basta che mi subisco sua figlia devo pure darle a parlare” e un “AHHHHHHHHHHHHHHHH” perché è così che mi immagino il cervello di una maestra di scuola materna, arrivo al parcheggio della palestra. Sono in anticipo, ancora. Lo faccio di proposito. Ho bisogno di raccogliere le forze. Alzo lo sguardo. Giurerei di aver intravisto la scritta ARBEIT MACHT FREI, invece è solo un adesivo che sigla NO PAIN, NO GAIN. Penso a un altro Santo dal Calendario.
Una lacrima vuole scendere prepotente, sul mio volto. La ricaccio indietro. Sono in piena fase frustrazione. Perché? Perché? Mi domando inquieta, mentre porto il mio corpo flaccido nel freddo spogliatoio. Fa freddo. Fa, un cazzo di freddo. Ora è rabbia.
Entro in sala, sono in piena fase accettazione. Rotolo con mestizia, letteralmente, da una postazione all’altra.
Warm up e tu pensi via, giù, ormai sono una che sa quello che fa. Adolf chiama il primo giro di addominali, e ti ritrovi a cosce aperte con un uomo che ti urla farfallina e all’improvviso ti domandi dove sia l’acchiappa farfalle e, non c’è versi, pensi che la tua farfalla è deforme, la farfallina delle altre è sempre più bella.

Le mie compagne di cella, sono dei tipi umani fantastici.
C’è la morbida, una signora morbida nel corpo e nel sorriso, che ride e tu non puoi fare a meno di sorridere con lei. Lei è la prima che cerco, perché quando ho freddo, mi riscalda il tepore del suo sorriso. La Yes We Can, che la guardi e sai che il cambiamento è possibile, lei è la stacanovista della situazione, non importa quanto sia dura, lei ce la farà. La calvinista, che lei odia la palestra come te, ma la sua morale, la sua etica alla fatica e, soprattutto, il suo noto amore per i dolci, fanno di lei l’atleta per eccellenza, lei piange con te, ma a differenza tua, spinge su quei cazzo di glutei. Poi, c’è la boia al patibolo che ad ogni postazione spegne la voglia di vivere un po’ di più, con lei hai una speciale connessione mistica. Ancora, flashdance, che lei balla poi del resto frega il giusto, la over the top solo che Sylvester Stallone si girava il berretto, lei inforca una bandana e diventa una cocainomane, non si ferma un secondo, lei tiene in ordine la sala, raccoglie i soldi per la sala, porta la pesa persone per farci pesare e non smette un secondo l’allenamento, che tu vorresti abbracciarla e dirle, qui ci vuole un intervento e passarle una porzione di cibo unto e bisunto. E poi lui, Adolf alias il diavolo veste Nike. Il mio incubo. A volte lo guardo e vorrei infierire su di lui con il forcone che si porta dietro dall’inferno, altre, lo guardo e penso non ce la faccio, ma la verità è che lui è la mia maggiore fonte di ispirazione. David, è speciale per me. Io auguro a ogni donna chiappe flosce come me, di incontrare sul suo cammino, un istruttore così. Lui ama quel che fa con una pulizia di sentimenti, una passione, una dedizione e un’ironia, coinvolgenti. Quando senti che stai per cedere, quando senti che in pochi secondi ti si strapperà ogni muscolo, lui viene e ti spinge oltre il limite che ti eri prefissata. Non importa quanto sia alto il limite, lui viene e ti alza di una tacca l’asticella e tu sei lì e giuri che non puoi farcela e lui ti sorride e dice “ce la fai anche quando non ce la fai” e diamine, ce la fai e dopo un paio di mesi, scopri che i muscoli si iniziano a definire e stenti a riconoscerti, perché tu non sei una che ha l’abitudine di tornare. Tu lasci sempre tutto a metà, ma non questa volta.
Alla fine della lezione un solo coro si leva al cielo STRETCHING e il sorriso torna sul tuo volto. È l’ultima fase, la libertà.
Anche questa mattina hai dimostrato a te stessa che ce la puoi fare e scopri all’improvviso, che la palestra ti ha insegnato una cosa importante: nella vita bisogna impegnarsi, bisogna sudare, bisogna fare un passo alla volta, bisogna fare una fatica bestiale perché quando vedi un piccolo risultato prender forma sul tuo corpo, è come se, d’un tratto, non vi fossero montagne abbastanza alte da scalare, poi, diamine, esci dalla palestra e torni la donna di sempre, persa tra dubbi amletici, ipocondriache paure della morte e terrore del mostro che senti di essere, ma quell’ora e mezza di vita pratica a cervello in posizione off, ti riporta alla vita, ogni dannato giorno dispari e allora ti dici che sì, la palestra come macro-universo è per te un posto di merda, sì sudi e ti stanchi, ma in qualche modo, ora sai perché ci vai, perché ti mette in moto tutta una serie di processi interiori più importanti dei centimetri persi e dei muscoli ridefiniti. Sono procedimenti interni che contano, perché definiscono te, come donna, come essere umano, te e la tua rivoluzione umana, te e il tuo tempo e allora aspetti il mercoledì e ti ripeti che “ce la fai anche quando non ce la fai”.

lunedì 5 marzo 2018

Di Londra, Alice e il Bianconiglio.

A Gatwick, l’aria taglia il viso e ti ricorda che sei viva, il volo è andato bene. Anche questa volta sei al di qua del mare.
Londra è un luogo fisico, una città camaleontica, un angolo di pianeta in cui, in effetti, trovi tutto il mondo, ma Londra è, più di tutto, il luogo del mio cuore. Quel posto dentro me che resta immutato dove accartocciarmi in pensieri indissolubilmente felici, quando tutto intorno, invece, crolla e accade spesso, che io costruisca e veda crollare. Sono fatta così, impiego la medesima forza nel costruire e nel distruggere. Dico sul serio, a volte ho pensato di avere un super potere perché, chi altri è così matto, cieco, o più semplicemente, così idiota da volere e respingere contemporaneamente una cosa, una persona, un luogo? La paura di vivere, che qualcuno molto più profondo e illuminato di me chiamava il male di vivere, è in me così radicata, che nemmeno l’idea di realizzare un sogno tanto grande, al quale sono così affezionata, come appunto vivere a Londra, ha mai potuto smuovermi dal porto sicuro in cui mi trovo. Accadeva così che, negli anni, tutti passavano, sostavano o rimanevano a Londra, tutti tranne me.

Per lunghissimo tempo, ho tenuto la mia vita in standby, proprio per questo motivo. Aspettavo il coraggio necessario a vivere perché, alla fine dei giochi, di questo si trattava. È l’iperbolica questione del leone contro l’agnello, non possiamo farci molto. A un certo punto è giusto abbracciare la propria natura. Di giustificazioni me ne sono date a vagonate, ma dentro me, sapevo che la verità è che c’è chi ha coraggio e voglia di vivere e di esplorare e chi, invece, non ce l’ha. Lo chiamano il gene del viaggiatore. Verosimilmente io faccio parte dei secondi e per quanto sia più poetico additare il fato, è pur vero, che a te stessa, non dovresti mentire. Come si dice, in un mondo di approssimazioni e bugie almeno a te resta fedele, giusto? E, invece, di bugie a me stessa ne dico molte. Non ho gran rispetto di me, delle mie emozioni e non ascolto il mio cuore con la dovuta attenzione. Mai. Perché devo correre, devo arrivare presto, devo essere amata, devo dimostrare quale splendore io sia. Che sono un castello addobbato a festa, che sono un luogo incantato in cui farti godere delle meraviglie della vita quando la verità, è che sono feccia, altro che castelli e corti e grandi feste. Un’illusionista se credete, o forse, solo una bugiarda patologica. Londra è un pò così. Chi la conosce lo sa. È nobilissima e miserabile nell’arco di un giro del London Eye. Se l’enneagramma della Gestalt potesse essere usato sulle città, lei sarebbe un due, il suo profumo di casa, me lo racconta sempre. Regale ad ogni passo, ad ogni angolo. Una nobildonna sul baratro della follia, il cappello da cerimonia e la veletta a coprirle lo sguardo pieno di lacrime per l’ennesimo amore finito male. La ami e la odi in egual misura. Ma Londra, è anche il colore dei matrimoni indiani di Bricklane col profumo della via del curry. È il tè delle cinque con il latte, che tu pensi che ti farà schifo e, invece, ti ritrovi a berlo tutti i giorni. Passano gli anni, diventi intollerante al latte vaccino e ti reinventi nel Chai latte alla soia. Londra è la musica punk che esce anarchica da qualche sottoscala di Camden, il mercatino antiquario di Portobello al sabato mattina nella bella Notting Hill, quella del film dove Julia Roberts molla Hollywood per il ciuffo fluente e l’accento sexy del bel Hugh Grant. Londra è poter mangiare la pizza napoletana da Michele. Londra è arrivare lì neo laureata, avere paura del mondo, incontrare un gattino randagio e metter su famiglia con lei (vero, Stefania?). Londra è diventare donna e decidere che quella è casa tua da adulta (vero, Claudia?) Vivere in un flat con persone provenienti da diversi continenti, cenare una sera portoghese, una sera sudanese, una sera italiano perché tanto siete tutti in casa insieme. È trovare un giardino segreto mentre ti dirigi a lavoro, vederlo fiorire in primavera e sentire che tu e la città siete diventate amiche. Londra è guardare la partita in un pub con l’amico musulmano che prega Allah che faccia vincere il Barca, mentre l’amico napoletano impreca e chiede aiuto a San Gennaro per proteggere la rete degli azzurri, avendo la matematica certezza che nessuno si offenderà. Londra è affascinante e discreta, chiassosa e silenziosa, da bosco e da riviera come dicono in Toscana. Per questo è un due. Te ciacca e t’ammereca come diciamo a Napoli, per questo, è l’amante perfetta. É il mio metro di paragone, come quei fidanzati che ti restano dentro, che tutti quelli che seguiranno dovranno reggere il confronto. Roba che New York è stupenda, ma Londra… solo la mia Napoli può reggere il confronto, ma nell’aggettivo mia vi ho già spiegato il motivo, o no?

In un pub seguo le indicazioni per i servizi igienici delle donne, mi ritrovo in una parte della struttura molto più vecchia, di circa mezzo metro più bassa, devo, infatti, inclinare la testa per proseguire. Quando la rialzo, sono Alice nel mezzo del paese delle meraviglie, avete presente quando incontra lo stregatto e gli chiede indicazioni, ve lo ricordate quel passaggio?
-“che strada devo prendere”?
-“dove vuoi andare”? fu la risposta di lui
-“non lo so” rispose Alice
-“allora” disse il gatto “non importa”

mi risveglio nel mezzo della mia ricerca proustiana. Non lo so. La drammatica verità della mia vita è questa. Non so dove voglia andare e non ho la minima idea di chi io voglia essere.
Cosa voglio fare da grande? Ma soprattutto, quando diventerò grande?
Ho quasi trentasei anni. L’età, dicono, è un numero, ma più mi guardo intorno, più scopro che, nel mio caso, questa storia dei numeri è particolarmente vera, mi seguite?
Quelli della mia generazione sanno di cosa sto parlando. Non nascondiamoci. Ci chiamano picky, non hanno capito che siamo solo confusi. Siamo spaventati e se posso dire la mia, abbiamo ogni cazzo di diritto di esserlo. Ci hanno scaraventato in questo mondo nel pieno dei fallimenti dei loro sogni e poi si disperavano del nostro cinismo e del nostro sarcasmo.

Personalmente, sono ancora più figlia di quanto mi senta madre. La sera quando vedo la mia mamma ho bisogno che mi stringa e in quell’abbraccio mi faccia sentire perdonata di essere la frana che sono. Eppure sono sei anni, che mi esercito a fare la mamma e sì, per ora sono ancora persa nel mare delle indecisioni croniche: dovrà mettere il cappello? Ci sarà troppo vento? Se la mando a scuola con la tosse sono una madre degenere? Ma se mi separo e poi rendo noto a mia figlia di sei anni che ci si può rinnamorare e poi scoprire, ancora, che l’amore non è abbastanza per vivere, minerò per sempre la sua fiducia nei rapporti di coppia? Cose semplici, insomma. Domande alle quali è facile rispondere, direi.
Vorrei essere spietata. Mi correggo, vorrei piantarla una buona volta di essere spietata solo con me stessa e iniziare ad esserlo con chi mi circonda e pretende che io sia perfetta come si aspetta. Non lo sono. Non sono perfetta. Sono la brutta copia del tema. Tutta cancellata, piena di digressioni e frasi al margine.
Diamine, come vorrei essere mia madre. Non potrò mai spiegarvelo. La mia mamma è una che la vedi e vuoi essere lei, non ci sono cazzi. Sono cresciuta con l’idea che avesse la verità in tasca e il verbo sotto la lingua, poi, per carità, alla mia età, probabilmente, brancolava nel buio al mio pari (ne dubito) ma lo faceva con una classe e un ingegno che la gente non poteva non cadere ai suoi piedi e, amici, lo facevano credetemi. Una, cazzo, di, regina. Io sono Alice, invece. Pigra, svogliata sui libri, incostante, capricciosa e perfettamente in grado di inseguire un coniglio col panciotto e l’orologio a cipolla più grande di lui, senza pensare che l’inseguimento non le porterà di certo nulla di buono per poi ritrovarsi a piangere. Sono cresciuta con Alice, come lei mi faccio rapire dai colori e penso poco all’essenza. Nulla è come appare. È il mio mantra, ma poi mi distraggo e cado nel vecchio errore di sempre. Sono sempre alla ricerca del dannato bianconiglio. Non c’è tana in cui non cerchi di scovarlo; ecco le tane in questione, mi riportano in tondo sempre a Londra. Anche oggi. Trentasei anni, una figlia a carico, un cane e un cuore appesantito. Sono di nuovo qui a guardare questa spaventosa città negli occhi. Ancora faccia a faccia col mio bianconiglio e lui, ancora sfugge. Mi porta in tondo, senza via di uscita. L’unica differenza è che, ve l’ho detto altrove in qualche altro post, sono diventata consapevole.

Oggi, posso in tutta onestà dire di essere consapevole di non sapere.

Ho trentasei anni, me lo ripeto, così magari la smetto di farmi sconti. È ragionevole pensare che non diventerò una scrittrice di successo. Raggiunta questa consapevolezza, dovrei sentirmi libera e scrivere per il puro piacere di farlo, giusto? Bé, non è così. Ancora scrivo nella speranza che il bianconiglio smetta di sfuggirmi. Ancora lo faccio con quella vocina dentro me che sussurra:-“Ah, scrivi? Che carina! E poi che lavori fai”? Il lavoro è fatica. Il lavoro deve affaticare, per questo a Napoli lo chiamiamo ‘a fatic.
Ho da fare i conti con l’affitto anche io e quando non è l’affitto è il senso di colpa calvinista che mia madre mi ha inculcato. Sono cresciuta in una famiglia nella quale si vive per lavorare. Il lavoro nobilita l’uomo e gli apre le porte del paradiso, poco conta che gli schiuda l’inferno in terra. Non mi aspetto che il lavoro mi porti piacere, insomma. Sono sempre stata convinta di essere destinata a qualcosa di gigantesco, ultimamente, ho il terrore che questo qualcosa sia accaduto e io non me ne sia accorta. O così, oppure sono davvero destinata ad essere una persona normale, dalla vita normale e, non me ne vogliate, ma non sono ancora pronta ad accettarlo.
Oggi, mia sorella maggiore mi ha scritto una cosa molto bella, mi ha detto dimenticati un po’ del tuo dolore e lasciati andare. Salta. Avrei voluto dirle che sono ossessionata dai salti. Che salto di palo in frasca, ma che lo faccio per le motivazioni sbagliate. Che non sono una che salta per il brivido dell’ignoto e dell’adrenalina, ma perché ho il terrore di fermarmi e sentire di nuovo la terra venirmi meno sotto i piedi. Che salto perché se salto, non mi prendi e se non mi prendi, non mi freghi. Salto perché se salto devo stare attenta a non cadere e, allora, ho ancora il tempo necessario a non guardare in faccia la realtà: che non so come fare a vivere. Che sono sempre sull’orlo del baratro, con troppe parole da dire e poco ordine mentale per raccontarvele tutte. Che vorrei smettere di guardare la donna che sono allo specchio e trovare un essere umano equilibrato che sa tenere la sua merda sotto controllo, come una quasi trentaseienne, dovrebbe saper fare.
Che salto e sono sempre maledettamente nuda davanti a tutti voi, che sono perennemente senza speranza alcuna nel futuro e che, nonostante tutto, sono ancora qui a scrivervi di me, perché lo devo fare, scrivo per non morire. A voi sembra esagerato, di base lo è, ma ho provato a lungo a non scrivere e me ne morivo ogni giorno un po’. Salto, sono sempre allo scoperto e sul cuore ho un bersaglio gigantesco che urla spara qui! Salto solo in una direzione in avanti e aspetto di tornare al punto di partenza per fare meglio il mio gioco. Salto perché ce la faccio sempre, alla fine. Sono come quei bicchieri da rum che non cadono mai a terra. Salto perché ho un terrore paralizzante della vita, ma piuttosto che ammetterlo mi strapperei un rene e, allora, salto.
Invece, alla fine, l’ho ringraziata e le ho detto che mi ha risolto il finale del post.
Che è pure una dichiarazione d’amore se mi si conosce.

Poi, oggi mi sveglio in un giorno in cui Salvini può diventare il nuovo Premier del mio amato Paese e, allora, mi dico che questo è un buon motivo per espatriare, ma che, in fondo, anche Alice, alla fine, si sveglia del suo sogno.

Inspiro
Espiro
E chiudo forte gli occhi.

venerdì 23 febbraio 2018

Vestibilità dell’amore e dei jeans. Teorema sulla giusta taglia. O se preferisci, quando trovi il jeans giusto, compralo e non lasciarlo più .

C’è un momento, in tutte le relazioni post 30, che definire di grande imbarazzo, è dire poco.
Lo hai conosciuto per caso, lui ti piace e per piacere intendo che sembra avere una vita adulta regolare. Uno che puoi infilare nella categoria: inquilino autonomo in affitto, con lavoro semi stabile (almeno non sogna più di fare il calciatore), fa ancora sport però, perché, come te, ha chiaro che la bellezza del ciuco ha imboccato il viale del tramonto; può permettersi di offrirti una pizza perché, se è vero che sei una donna moderna che crede nella parità dei sessi senza nemmeno avere bisogno di dirlo, è pur vero che una pizza offerta è il minimo sindacale richiesto e, soprattutto, lui non sembra un impegno-fobico. Ora sia ben chiaro, tu non lo sai ancora, ma è altamente probabile che, invece, lo sia un impegno-fobico della peggior specie e, alla fine della fiera, proverà anche a farti sentire una donnetta oppressiva e insicura.
Dunque, tu e il maschio in questione, uscite da un paio di mesi e il momento che entrambi temevate, è arrivato. Quel sentore sbiadito dapprima, più forte ad ogni bacio, che all’improvviso rotolerà fuori dalla tua lingua in una frase di questo genere: “ma io e te, cosa siamo”? Oppure, “Dove stiamo andando”?
Non importa quanto tu non voglia essere quella che fa la domanda, alla fine la farai, perché, nella stragrande maggioranza dei casi, a noi donne tocca lo scotto biologico dell’essere più mature.
Hai superato da un pezzo i 30, gli anni dei sabato sera inconcludenti e leggeri come l’elio, sono stati spazzati via dalle troppe visioni di Bridget Jones e Sex and the City, con l’unica, piccolissima differenza che tu, non hai Mr Darcy o Mr Big a farti compagnia, vero? Forse eri una che trascorreva le quarantotto ore del week end in discoteca senza mai tornare a casa fino alla domenica mattina dopo l’immancabile cornetto all’alba; probabilmente eri una da pub e musica dal vivo sotto fiumi di birra alla spina a fare da groupie al chitarrista di turno, bello, dannato e convinto di essere il Kurt Cobain del nuovo millennio, tranne poi essere una bruttissima copia di una sottospecie di rock star dell’interland della Seattle anni ’90 e noi siamo nel primo ventennio dei 2000, o forse, eri una da Cosmo con le amiche e sesso tantrico con il bello della palestra, cervello grande quanto una nocciolina e una tavola da surf al posto degli addominali. Chiunque tu sia stata, quello è il passato ragazza! Non hai più 20 anni, ma nemmeno 25 purtroppo e neppure 30, ne hai quasi 40 e, semplicemente, non ti va più di iniziare qualcosa che già sai non porterà a nulla e, sebbene, tu non abbia la minima idea di dove diamine tu stia andando, quello che sai con assoluta certezza, è dove non vuoi andare a finire, nel giro dei whatsapp settimanali del maschio in questione. Ed è proprio per questo che ti usi violenza ora e gli chiedi: “Che direzione sta prendendo questa cosa tra di noi”?
Ora, il volto del maschio alfa starà passando in rassegna ogni gradazione di rosso esistente in natura, anzi, in alcuni, nemmeno troppo rari casi, sembra che sul volto del malcapitato si palesi una tela del grande Pollock; lo sguardo a cercare la via di fuga più vicina, puoi facilmente dedurre, dalla velocità dei suoi pensieri quasi palpabili, che sta velocemente calcolando i risparmi del suo conto in banca, per acquistare un biglietto di sola andata per lo Yemen, ma tu, un po’ per buona educazione ché ti hanno insegnato che non si interrompe il flusso di coscienza di nessuno, neppure di un primate come quello che hai di fronte, un po’ per banale curiosità, perché vuoi vedere dove andrà a parare e un po’, perché se stronzo deve essere, non sarai di certo tu, a rendergli il lavoro sporco più semplice e meno imbarazzante, lo lasci annaspare.
“Tesoro, sei una ragazza straordinaria…” che di solito è l’incipit del più celebre “non sono alla ricerca di una storia seria al momento” o, del sempreverde “il problema non sei tu, sono io”.
Amica, guardiamoci negli occhi con sincerità. La verità, è che non gli piaci abbastanza. Non farlo, non lasciarti alla disperazione. Lo so, la tentazione è forte. Lui è bello, ti piace tanto e il cliché dell’amore impossibile che solo tu puoi salvare, bussa di nuovo forte alla tua porta. Non aprire quella porta! È un horror mediocre che già conosci a memoria. Sbattigliela forte sul muso quella maledetta porta. Tu vali più di questi patetici siparietti, devi solo scoprirlo. Ho due notizie per te. Una buona e una cattiva. La buona è che hai coraggio a sufficienza per affrontare il viaggio, la cattiva, è che sarà il viaggio più estenuante di tutta la tua intera esistenza, più stancante del partorire e crescere un figlio. La strada della consapevolezza di sé è lunga, tortuosa, complessa e infinitamente variabile e, soprattutto, dolorosa. È come entrare in una casa degli specchi di indefinite dimensioni. Ad ogni incontro la tua immagine si deforma, si accorcia fino al paradosso, facendoti sembrare nulla più di un nano da circo, altre volte si allunga a dismisura facendoti compiacere fin troppo del riverbero della tua immagine, ma alla fine della casa, sarai dall’altra parte di te stessa e ne sarà valsa la pena. O almeno, così dicono, io sono nel bel mezzo del mio viaggio ed è un cazzo di casino, credetemi. Non mi allungo di un centimetro, eppure, faccio stretching a vagonate. Ma mi sono accartocciata troppo in passato e ora, è dura, mantenere la posizione eretta. Quanto è facile scegliere un amore non corrisposto? Un amore che ti faccia soffrire, che ti faccia dire lui non mi ama con relativo interrogatorio in loop nel cervello “perché non mi ama? Cosa ho che non va”? Credimi, è un vecchio, vecchissimo meccanismo di protezione. Più non ti ama, più ti condanni alla sofferenza e più ti regali alla sofferenza, più te ne resti in disparte e ti guardi bene dal metterti in gioco e te ne resti appallottolata come un cazzo di armadillo nel tuo dolore, un divano, l’immancabile coperta e un kg di gelato che poi tra un mese rimpiangerai e un film strappalacrime. Ora, anche se la mia versione del dolore contempla un litro di vino rosso, patatine e Tarantino, io ti capisco benissimo. La felicità è faticosa. Richiede una presa di posizione, richiede costanza, pazienza, una buona dose di tolleranza e un continuo lavorio di introspezione. Nono so te, ma io sono già stanca al solo pensiero. Non parlo di queste robe New Age. Avrò provato duecento corsi di Yoga, solo che mi rivedo di più nel connubio Namasté e Vaffanculo. Ecco, mi sa che dello Yoga, non ho colto qualcosina, per dire.
Dall’altro lato, invece, un amore corrisposto mette in circolo tutta una serie di energie super potenti che rischiano di darti alla testa. È tutto un continuo confrontarsi. Non sei più un’isola. Sei un piccolo arcipelago. Ed è stressante. Devi continuamente esplorare lati di te che non sapevi neppure esistessero e, non sempre ti piacciono. Quasi mai, ammettiamolo. Devi farti un milione di domande, trovare risposte e non si accettano rinvii a giudizio. E scoprire, per esempio, che pensavi di baciare abbastanza il tuo uomo per poi scoprire che no, non lo fai e allora è tutto un perché? Perché non lo baci come vuole lui? Perché non lo ami? Perché non ti piace? E ti troverai a voler scappare e dirai cose insensate tipo, vado a spegnere il forno, per trovare il silenzio necessario a levarti dall’imbarazzo di una discussione che, in primo luogo, non credevi nemmeno necessaria, ma lui spingerà e spingerà fino a quando non avrà la sua risposta e tu farai lo stesso con lui. E, alla fine, è solo che sei fatta di merda e sei scostante. Pensavi di sapere tutto di te e ora scopri che sei scostante e che quando dormi non ti devono toccare. Capisci che intendo? Il vero amore si interroga ed è un cazzo di casino!
Scegliere un amore minato alla base, uno di quelli in cui è chiaro come il sole che non andrete lontano perché sei sempre sulla tua isola e lui sulla sua, significa dire: “aspetto un altro giro di giostra prima di provare ad essere felice”. E non è che non vada bene. Non credo che si sia completi solo in una situazione di coppia, al contrario, credo che non puoi stare in coppia se non sei completa come essere umano, ma credo anche, che ci si conosce per analogie e differenze e farlo con chi ti ama e ti sprona a guardarti con i suoi occhi sia doloroso, ma liberatorio.
Quando mi dicevano che l’amore non è la battaglia emotiva che credevo necessaria alla vita,
non ci credevo. Ho sempre pensato che amore fosse sinonimo di follia, guerra, cecità e tempesta. Mi sbagliavo a metà. Quello è il modo che una combattente come me conosce per farsi largo nel mondo, da sola. È il modo di amare che si impara quando non si è mai stati amati, o meglio, quando abbiamo sentito che la nostra essenza sfuggiva all’oggetto del nostro amore. Quel modo fatto di cieca ostinazione e autodeterminazione. Lo vedi il denominatore comune di egocentrismo ed egoismo?
Poi lungo il cammino, rischi di scoprire che, invece, l’amore dovrebbe essere l’opposto e può esserlo. Porsi cioè, in una condizione di ascolto di sé, dell’altro e del mondo, in un processo sopraffino di osmosi.
Non c’è un granché di scelta in amore. Ti deve stare da Dio. È uno di quei casi in cui sei di fronte al dubbio amletico “quel jeans lo compro, sì o no”? Si allargherà, o in altri casi, si restringerà? Il punto è che l’amore è quel paio di jeans perfetti che tutte sogniamo di comprare. Quello che finalmente ti farà il culo cosmico che ti meriti e buonanotte, JLO!
L’uomo giusto lo senti. È vero. Ti calza a pennello, come un cazzo di guanto. E il segreto è tutto lì. Quando senti che il tuo corpo si incastra a perfezione con il suo. Quando non riesci a pensare a un sabato sera migliore di quello trascorso con lui a fare anche nulla. Quando i sorrisi sono tutti belli, ma il suo è l’unico che ti accende.
Quello giusto è un continuo volersi togliersi le scarpe per entrare in casa, insieme.
Quello giusto è mani che si cercano, bocche che si riempiono di baci, parole e progetti.
Quello giusto è il primo che sceglieresti in squadra, ogni volta.
Quello giusto è quello che ribalta l’idea che avevi di te; che ti fa essere una nuova e migliore versione di te. Una te 2.0.
Ed è vero, non è facile. È difficile, profondo, destabilizzante e richiede la capacità di concentrazione e di pace interiore di un monaco buddista alla ricerca del nirvana. Ma la corsa è pazzesca, di quando in quando, capita che vi fermiate a godere il panorama e allora capisci che le relazioni d’amore, in fondo, sono questo, essere lì per l’altro, stringergli la mano e guardare insieme nella stessa direzione. Possibilmente, con una sua mano sul tuo culo e l’altra a coprirti la schiena.

Quindi, tutto questo lungo post per dire cosa, cara Michela?
Che se il tuo “jeans“ non ti fascia il culo come vuoi tu, amica lascialo andare. Non hai davvero più tempo per questo.
Deve calzarti a pennello. Deve essere il jeans che non butterai mai più. Non importa quanto ingrasserai o quanto dimagrirai. Quello, sarà il jeans nel quale vorrai rientrare per il resto dei tuoi giorni.
O così, o passa ai jeggins!