martedì 29 settembre 2015

Michela e la crisi dei trentatré

Alla fine scusate, chi ha detto che la crisi di mezza età, arrivi per forza, verso i cinquanta.
Per quanto mi riguarda, ho trentatré anni e sono già alla mia seconda crisi esistenziale. 
No, dico davvero, non sto esagerando.
La prima, l'ho attraversata all'inizio dell'università. Devo ammettere, di non aver fatto le scelte giuste per combatterla. Vita nuova, studi nuovi, ecco il paradigma di partenza. Le persone equilibrate, sanno che i cambiamenti vanno affrontati uno alla volta, io no. Io feci più o meno, quello che si può considerare, una crudele operazione di potatura su un albero perfettamente in salute e tagliai tutti i rami. Tutti. Il risultato, l'ho detto, non fu molto positivo, soprattutto perché la mia migliore amica, decise di trasferirsi a cinquemila chilometri di distanza da me, proprio in quel frangente. Ho vissuto i seguenti anni universitari, come Frodo che scappa da Gollum. Nel continuo terrore di ripiombare nei miei rami secchi. Ad un certo punto poi, ho pensato di aver ritrovato la bussola e per alcuni anni, quasi sei per la verità, sono stata impelagata, in una relazione malata. Di quelle che lui, è così piccino da dover disintegrare, la stima che tu hai di te stessa, ogni giorno, per poter affermare la sua esistenza. Fino ad allora, avevo sempre pensato di essere una ragazza intelligente e, in effetti, non è che all'improvviso mi fossi rincoglionita. Quelle sono relazioni, impossibili da descrivere. Sono storie che da fuori guardi e pensi "ma cosa avrà quella ragazza che non va, per stare con un soggetto simile?", salvo poi scoprire che, ehi! Sei proprio tu, quel tipo di ragazza. Quella che ha una venerazione inspiegabile per il peggior tipo possibile di maschio, che crede di essere un alfa e invece, è un omuncolo qualunque.
Avete presente? Uno di quelli afflitti dal morbo di Apollo. Uno di quelli che, se finisci per sposarlo, garantito che ti conviene farti regalare per Natale, un abbonamento dal ginecologo per lo screening contro l'herpes, per dire. Che poi, se malauguratamente, dovessi scoprire anche di avercelo, sarebbe colpa tua, alla fine. Quel tipo di uomo, insomma. Un ominide. Ognuna di noi, deve incontrarli, almeno una volta nella vita. E' una legge di vita non scritta, come i calzini, che entrano accoppiati in lavatrice e ne escono in solitaria. Solo il cosmo, sa che fine abbia fatto il suo compagno.  Anzi, nel caso del maschio Apollo,  se ne incontri uno, sei anche parecchio fortunata. Conosco donne, che ripetutamente, incappano nello stesso odioso esemplare e, in quel caso, non è che ripetita iuvant, ma vaglielo a spiegare!
La cosa davvero preoccupante però, era che anche all'epoca, io sapevo di stare male. Sentivo dentro di me, che quella relazione era asfissiante e che non stavo facendo altro che mortificare me stessa. Mi punivo per aver tagliato i rami che credevo secchi e che invece, erano ancora così pieni di vita? Non lo so. Ve l'ho detto, fuggivo. Fuggivo da tutti. La mia famiglia, detestava il mio maschio Apollo, anche questo, mi spingeva a stare con lui. Insomma, avevo combattuto per affermare il mio diritto a vederlo, non avrei mai accettato, di tornare indietro e dire: "scusate, avevate ragione", meglio soffrire, vivere nella costante consapevolezza che non sei, dove dovresti essere, finendo per stentare a riconoscere, la flebile voce di quella sconosciuta che dentro te urla: "ma che diamine stai facendo?", nel frattempo, sentire crescere dal tuo tronco, altri rami, e realizzare, che quelli vecchi, fanno ancora male. Non sono stata io a porre fine a quella storia. E come avrei potuto? Io non c'ero più. Non so dove fossi.  Ho sentito dire, che quando si è in coma, si è, ma su un altro livello dimensionale. Qualcosa del genere. Tipo che sei in dormiveglia, senti i rumori della vita in sottofondo, ma non ti svegli. Ecco, è così che vivevo. La vita mi scorreva accanto, in sottofondo. Ho pianto molto. Ho versato più lacrime di quante credevo possibile. Non erano lacrime di una donna che ama e che viene lasciata. C'era una tono di disperazione diversa nel mio pianto. Piangevo perché non sapevo da dove iniziare per ritrovarmi. Dico davvero. Piangevo perché sentivo dentro un vuoto incolmabile. Mi sentivo come una maschera del carnevale di Venezia. Da bambina le trovavo terrificanti, mi spaventava a morte, l'idea, quasi certezza, che dietro quelle maschere, ci fosse solo buio. 
Poi una sera, mi capitò di mangiare cinese e questo fu lo switch di cui avevo bisogno. Un involtino primavera, uno spaghetto di soia alle verdure, ed ero di nuovo io. Banale, vero? Come basti, a volte, solo sedersi ed essere, per ritrovarsi. Non avevo mangiato cinese per sei anni, perché Apollo, non lo gradiva ed io, io in fondo, chi ero per chiedere di mangiare cinese? Non chiedevo e non mi veniva dato. Kurt Cobain, una delle costanti della mia vita, svegliatosi dopo il coma, chiese un Milk Shake a fragola, per ritrovarsi in pace con la vita. Si vede che a me, bastava un biscotto della fortuna.
Dalla cena cinese in poi, è stato davvero un crescendo di ricordi di chi io fossi. Sono Michela Belli, napoletana, amo il cibo cinese, amo scrivere, amo leggere, amo studiare e, soprattutto, amo pensare. Dio, che sapore di libertà, il pensiero. Ho giurato, che mai più, me ne sarei fatta privare.
Sei anni, quanti giorni? Quante ore, minuti e stagioni? Eppure, nessuna traccia lasciata nella mia memoria emotiva, solo immagini, che scorrono sul file di memoria del mio cervello, catalogate come scene di un brutto film.
Ma il post, non nasceva per parlare di Apollo, credetemi, non vale nemmeno una mia parola.
Dicevo, trentatré anni e due crisi esistenziali. 
Sono stata, credo, una buona figlia. Sono stata educata al dovere, alla sublimazione dei nostri desideri attraverso la dura etica del: prima il dovere e poi il piacere. 
I miei genitori sono imprenditori, di quelli che, fossimo vissuti nell'epoca giusta, garantito che ci mettevano su un carretto e tutti alla ricerca dell'Eldorado. Io e i miei fratelli, abbiamo sempre lavorato nelle aziende dei nostri genitori. Tutta la vita ho trascorso, a sentirmi dire: "come sei fortunata!" oppure il più gettonato: "loro (i miei genitori) lo fanno per voi! Non ti rendi conto di ciò che hai", come se, il fatto che i miei genitori avessero deciso di fare impresa, dovesse per forza significare che anche io e i miei fratelli, dovessimo farlo e, in effetti, così è stato. Ho vissuto tutta la mia vita, sentendomi la pecora nera di casa. Guardavo i miei fratelli lavorare senza lamentarsi e mi sentivo malissimo, perché dentro me, ogni singolo atomo del mio organismo, diceva che non voleva farlo.
Ciò nonostante, quando ho dovuto scegliere cosa fare, ho scelto l'impresa di famiglia. All'epoca pensavo per non deluderli, proprio come pensavo che i miei genitori facessero tutto quello che facevano, per noi figli. Sarei dovuta crescere ancora molto e guardarmi dentro con totale onestà, per capire, che io avevo scelto loro perché sì, gli ero grata, ma più di tutto, avevo paura di mettermi alla prova. Proprio come solo dopo essere diventata madre, avrei scoperto, che i miei genitori sono imprenditori perché è l'impresa (in entrambe le accezioni della nostra lingua) il loro motore. Il loro, non il mio. Poi, diamine, è ovvio che tutto ciò che un genitore conquista, resti poi ai figli. In quel momento però, ero ancora molto giovane e, in verità, in opposizione a quello che la gente credeva, fin troppo grata ai miei genitori, per scegliere di non seguirli. Ero figlia e, in un certo senso, di loro possesso. Non nel senso di: sei nostra figlia, comandiamo noi. Loro erano i miei genitori. Due persone dal carattere molto forte e carismatico. Tutti li seguivano. Li ho visti cambiare come camaleonti e ho visto, i loro dipendenti seguirli senza batter ciglio, come avrei mai potuto pensare di non seguirli anche io? E poi, ma mi ripeto, era comodo, sicuro, viaggiare sempre con le spalle coperte.
Per un po', non ci ho pensato. In fondo, credetemi quando vi dico, che l'albergo della mia famiglia è un'estensione della mia famiglia. Non potrei mai pensare, di disfarmene. Camminare su quei pavimenti, salire le scale di ingresso di quell'albergo, mi faceva -mi fa- sentire così orgogliosa, che ogni domanda si assopiva in me, al solo guardare l'insegna della Bella Mbriana.
Seguivo la marea, anzi con l'apertura di un nuovo hotel in Toscana, ero davvero convinta di trovarmi al timone della mia vita. Un nuovo inizio. Nuova terra, nuovo lavoro ed io presente da zero.
Non era il lavoro dei miei sogni, ma chi fa il lavoro dei propri sogni? Mi venivano in mente un paio di esempi, ma mi dicevo, quella è gente fortunata, non frignare e vai a lavorare.
Poi è arrivata Virginia. Di nuovo, non ero in me. Di nuovo allo sbando. Di nuovo senza una rotta da seguire. Di nuovo annichilita da qualcun altro e poco contava se si trattava del più grande amore della mia vita, ancora non ero padrona di me stessa. Mi sono ritrovata a trentatré anni a passare dall'essere proprietà dei miei genitori, all'essere proprietà di mia figlia. Da qualche parte, nel mezzo, avrei potuto scoprire chi volevo essere e cosa volevo fare e invece, non l'avevo fatto. Di qui, la mia nuova crisi. 
Non è facile, scoprire a soli trentatré anni, di essere già così piena di rimpianti. Solo adesso, imparo a conviverci.
Per fortuna, in questo senso, la scrittura mi salva ogni giorno.
Ogni pezzo scritto, ogni pagina sudata, mi racconta chi sono e dove voglio andare.
Dicono che i trentatré siano gli anni di Cristo, per questo, pieni di tumulti e dolori che nemmeno il giovane Werther, credetemi. Non mi resta che aspettare.
Nel frattempo alla crisi dei trentatré rispondo con un sonoro: sono Michela Belli e sono un'autrice.



9 commenti:

  1. Puoi dirlo forte che sei un'autrice e quindi hai gia' trovato un pezzo di tem forse il piu' importante. Non ti affannare a cercare te stessa ma scopriti un po' per volta, giorno dopo giorno e passo dopo passo. Io ti ho trovata circa 15 anni fa e ringrazio Dio ogni giorno per questo!!!<3 ( P.S. poiche' sono una talpa e non so come fare apparire il mio nome ti dico qui che sono io, Moussy)

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    1. sei la mia certezza, sempre. love u 2 bits

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  2. non sono ancora arrivata ai 33, in compenso di crisi ne ho già attraversate tante...sono proprio i rimpianti e i dolori ad averti regalato i tuoi nuovi occhi, quelli con cui stai imparando ad inseguire i tuoi sogni ♥ continua così!

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    1. <3 è vero, è solo che alcuni giorni perdo la strada!

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    2. <3 è vero, è solo che alcuni giorni perdo la strada!

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  3. C'è una frase di Jonathan Safran Foer che racchiude totalmente il mio pensiero (e di anni ne ho 31) :
    A volte mi sento schiacciato dal peso di tutte le vite che non ho vissuto . Ogni scelta porta con sé la rinuncia a mille alternative, e spesso mi chiedo come sarei ora se quel giorno avessi scelto B anziché A...

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    1. Adoro Jonathan Safran Foer <3
      Dillo a me Alenixedda, io vivo uno sliding doors h24 :)

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    2. Adoro Jonathan Safran Foer <3
      Dillo a me Alenixedda, io vivo uno sliding doors h24 :)

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  4. C'hai qualcosa di scritto per i 44? :(

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