“In greco, ritorno si dice nóstos; álgos significa sofferenza. La nostalgia è, dunque, la sofferenza provocata dal desiderio inappagato di ritornare”.
Milan Kundera (l’ignoranza)
È forse questo il sentimento che mi accompagna da così tanto tempo? La nostalgia di me, il non vedermi più tornare? Quanto tempo trascorso col passo del gambero alla ricerca dell’altro capo del filo? Un’instancabile Penelope. Qualcosa che potesse finalmente colmare la voragine al centro del mio petto. Quel vuoto che troppe volte ho temuto di non saper dissimulare. Ha il male di vivere. Così dicono di me e, diamine, magari fosse stato davvero solo questo. È una ragazza fragile. È una donna perennemente depressa, ma che le mancherà poi? Quando, al limite, siamo represse, non depresse che poi è peggio.
E la vita nel frattempo si snoda nei dettagli di uno scadente film, mentre tu da fuori ti guardi brancolare nei medesimi errori di sempre senza capire perché.
-un’adolescenza lampo
-una laurea buona, ma non buonissima
-un matrimonio, ottimo, se solo la protagonista fosse certa di volersi sposare
-un lavoro sbagliato, il più sbagliato possibile
-la maternità, il caos e il suo delirio, l’amore, il divorzio.
Un susseguirsi di cliché banali. Vero? Ti ci rivedi anche tu, non è così? Casino più, casino meno. Cosa c’è in questo susseguirsi di eventi tipici della vita umana che non va? Perché tu, invece, non riesci a tenere il passo? Tu che hai trascorso anni a vivisezionare ogni singolo ricordo della tua esistenza. Tu che i tuoi traumi li conosci uno ad uno. Spesso passeggi con loro, li tieni per mano. Tu che conosci il nome di ogni emozione repressa, tu che non le lasci esplodere nelle tue relazioni perché i mostri sono i tuoi e li gestisci tu. Sola. Tu che la vita è meglio in terapia così non rischi di distruggere gli altri con le tue frustrazioni. Proprio tu, non ti incastri, nelle giornate che ti ritrovi a vivere e il motivo, ragazza mia, è semplice. Paradossale sì, ma semplice. Non hai la minima idea di chi tu realmente sia. È per questo che sei così vagabonda. È per questo che oscilli in un moto infernale da una vita all’altra. È per questo, che il tuo amore è una donna di cui hai paura. Perché lei è te più di te stessa, la versione indomita di te. Apparentemente, amica, la vita che hai fino ad oggi vissuto, con i demoni, i mostri nel cassetto e i sogni sotto al letto, non ti ha insegnato nulla di importante. Il castello di carte della brava bimba che hai imparato ad essere era, appunto, carta straccia e ora, come farai? Ora, che hai gli occhi aperti sui cumuli delle tue bugie sapientemente ricamate sulle scelte più inconsapevoli e folli possibile, cosa hai intenzione di farne di questa vita qui?
Passo uno: comprendi che la vita è la tua. Tua non è un aggettivo possessivo come gli altri. Pronuncialo piano, a bocca piena di te e, prenditi la responsabilità della tua vita. Di ogni suo aspetto.
Passo due: la felicità è una conseguenza, non una meta. Piantala di agire secondo la logica del faccio questo così rendo felice chi mi circonda. Non esiste sillogismo più perverso. Le perversioni, tienile dove servono e basta. Vivi assecondando la tua natura e la felicità arriverà e se non lo farà, ma tanto lo farà, hai sempre tutto il vino che vuoi!
Passo tre: ricordi tutte le virtù che ti hanno fatto esercitare perché una brava ragazza si comporta così? La buona educazione, la generosità, la bontà, la solidarietà, il garbo, la classe ad ogni costo? Ecco, amica, prendile e buttale via dal tuo viaggio, tieni con te solo il coraggio. È tutto ciò che la vita ti richiederà. Il coraggio.
Abbi il coraggio di essere chi sei e null’altro.
Abbi il coraggio di rischiare, anche quando sai che ti farai piuttosto male.
Abbi il coraggio di cambiare. Fallo il più spesso possibile. Non ascoltarli quelli che ti rimproverano di non saper vivere in maniera adulta la routine. Sì, è vero, non lo sai fare. Evviva Dio! Sei come il vento, prova a prendermi se ci riesci!
Abbi il coraggio di amare. Ama, come ti viene richiesto lì, alla bocca dello stomaco, perché bimba, è nello stomaco che risiede la verità, non nelle categorie mentali. Ama lì, nel posto sbagliato, al momento sbagliato, la persona sbagliata perché domani scoprirai che quello era il posto giusto, con la persona giusta nell’unico momento possibile.
Passo quattro: cancella la nozione di tempo dalla mappa del tuo viaggio. Il tempo non esiste. È un’umana invenzione e in quanto tale, imperfetto, ed è suscettibile di cambiamenti e miglioramenti. Tu resta nel tuo tempo. Il tuo ora. Lo so che il mondo fa chiasso e tu devi trovare il silenzio, ma ascolta il tuo orologio. Il segreto, amica è respirare. È così che trovi il passo giusto. Il tuo tempo, il tuo viaggio, la tua vita. La tua felicità.
Esci dal tuo cantuccio, quel posto così comodo costruito in meticolosi anni di battaglie. Spogliati tutta e, quando sarai completamente nuda, osserva bene chi resta e chi va, ma presta l’occhio anche a chi arriva, non perché il nuovo sia meglio del vecchio, spesso non lo è, ormai lo sai, ma perché fino a quando manterrai lo sguardo altrove, saprai di andare nella giusta direzione. Non dietro, non accanto, neppure oltre, solo altrove. Nei tuoi luoghi.
E, infine, amica è il momento del quinto passo: la violenza peggiore per quelle come noi, eppure, è il vero passo del cambiamento. Impara che le parole, non sono le armi letali che credevi. Le parole, persino le tue che credi di usarle tanto bene, sono solo petali nei nostri cannoni. Siamo ciò che facciamo, non quello che diciamo che faremo. Per questo motivo, goditi la musica inebriante del loro suono, poi però piega le parole ad un’azione. Se le parole di chi ami, sono belle ma non sono seguite da un’azione, anche irruenta, anche eccessiva, tu, quelle parole, lasciale cadere nel vuoto di chi le ha pronunciate e passa oltre.
Vedi amica, non c’è modo di fermare la vita. L’unica cosa che puoi fare, è sederti in silenzio. Respira. Lenta. Tutta l’aria che puoi.
Shhh! Ascolta la vita che accade, amica.
Senti che bel rumore.
Michela
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lunedì 26 novembre 2018
giovedì 1 novembre 2018
Sotto pelle.
Sotto questa pelle che tutti toccate, si nasconde un’altra Michela. La sento sgomitare per emergere.
È indomita, irrequieta, perennemente in tempesta. Beve a grandi sorsi la vita come fosse Scotch finemente invecchiato, brinda con fiducia a ciascuno dei suoi insuccessi. Sa che solo questi, la porteranno alla meta. Qualunque essa sia.
Se elimini uno strato, trovi un’altra Michela. Ha da poco superato i trenta. Ha sposato il suo più caro amico, perché sapeva di casa. Aveva sperato che questo bastasse a crearne una che fosse nuova e solo sua. L’aveva arredata con amore e vi aveva messo dentro una bambina meravigliosa. Non aveva tenuto conto che quella bambina, sarebbe diventata presto il più impietoso degli specchi e avrebbe finito per ricordarle ogni singolo giorno, la menzogna che viveva in quella casa. Non era casa sua. Nemmeno quella lo era. Da allora ne cerca una.
Se scavi ancora, ne trovi un’altra. Non ha ancora trent’anni. È innamorata più dell’amore che di un uomo in particolare. Ad ogni nuova storia, non riesce a spiegarsi come sia possibile arrendersi all’idea che lui sia quello giusto, se poi deve spiegargli come fare ad esserlo. Non lo sa ancora, ma lo farà altre svariate decine di volte. Spiegare se stessa. Giustificare se stessa. Per essere amata. Altrettante volte, scoprirà di non esserlo mai stata. Per questo, forse, non si spiega più.
Al di sotto di quella Michela, ce n’è un’altra. Non sa ancora quanto disincanto sia capace di provare la sua mente. È, invece, all’estenuante ricerca della stabilità e, in quell’unica parola, ha racchiuso la ricerca intera della sua felicità. Vuole una famiglia che non sia sgangherata, dove si parli solo a bassa voce e ci si abbracci tutto il tempo. Sogna una casa inondata di luce, di avere il pollice verde e di saper cucinare la lasagna con la stessa familiarità con cui è in grado di bere tre shottini uno dietro l’altro. È una alla quale, la vita ha insegnato a reggere bene l’alcol, non a mantenere in piedi l’amore. A periodi alterni combatte con le altre per far sì che i suoi sogni non finiscano nel dimenticatoio. È, forse, la più sottile tra loro, ma anche, l’unica che non smette di sgomitare. Mai.
Un sottilissimo strato al di sotto, trovi un’altra Michela. Ha poco più di tredici anni e aspetta che suo papà e i suoi fratelli tornino a prenderla. È furiosa, brucia le tappe e si vende al mondo. Non le interessa l’amore, le preme essere raccolta. Che siano quelli sbagliati a farlo però, così che la fuga si mantenga sempre semplice. Negli anni, ha affinato l’arte della fuga e ad oggi, nessuno è ancora riuscito a prenderla.
Al di sotto di tutti gli strati, risiede la Michela che scrive. Lei è libera da legacci familiari, dagli schemi sociali, libera dalla morale che le altre non comprendono, eppure, seguono, libera finanche dalla fisicità e vive nei cuori di tutti quelli che la leggono. Sa di poter dire di sé che possiede solo tre cose, una figlia, un cane e la scrittura e, in verità, tanto le basta. È selvaggia, perennemente innamorata. Lei danza con i lupi ché non teme lo scontro fino a che le resteranno pagine da riempire.
È la Michela del nucleo, quella dello strato basale, le tiene tutte strette al cuore, le dirige in questa vita che troppe volte si complica. Litiga spesso con ognuna di loro, e ad ogni pace fatta è un nuovo strato e una nuova Michela. Le stringe la mano e gentile le sussurra:
“Benvenuta, quando avrai finito riconsegnami la chiave e chiudi la porta sul mio cuore” poi con sguardo serio aggiunge “E, per favore, sii più gentile con la prossima te”!
Michela
È indomita, irrequieta, perennemente in tempesta. Beve a grandi sorsi la vita come fosse Scotch finemente invecchiato, brinda con fiducia a ciascuno dei suoi insuccessi. Sa che solo questi, la porteranno alla meta. Qualunque essa sia.
Se elimini uno strato, trovi un’altra Michela. Ha da poco superato i trenta. Ha sposato il suo più caro amico, perché sapeva di casa. Aveva sperato che questo bastasse a crearne una che fosse nuova e solo sua. L’aveva arredata con amore e vi aveva messo dentro una bambina meravigliosa. Non aveva tenuto conto che quella bambina, sarebbe diventata presto il più impietoso degli specchi e avrebbe finito per ricordarle ogni singolo giorno, la menzogna che viveva in quella casa. Non era casa sua. Nemmeno quella lo era. Da allora ne cerca una.
Se scavi ancora, ne trovi un’altra. Non ha ancora trent’anni. È innamorata più dell’amore che di un uomo in particolare. Ad ogni nuova storia, non riesce a spiegarsi come sia possibile arrendersi all’idea che lui sia quello giusto, se poi deve spiegargli come fare ad esserlo. Non lo sa ancora, ma lo farà altre svariate decine di volte. Spiegare se stessa. Giustificare se stessa. Per essere amata. Altrettante volte, scoprirà di non esserlo mai stata. Per questo, forse, non si spiega più.
Al di sotto di quella Michela, ce n’è un’altra. Non sa ancora quanto disincanto sia capace di provare la sua mente. È, invece, all’estenuante ricerca della stabilità e, in quell’unica parola, ha racchiuso la ricerca intera della sua felicità. Vuole una famiglia che non sia sgangherata, dove si parli solo a bassa voce e ci si abbracci tutto il tempo. Sogna una casa inondata di luce, di avere il pollice verde e di saper cucinare la lasagna con la stessa familiarità con cui è in grado di bere tre shottini uno dietro l’altro. È una alla quale, la vita ha insegnato a reggere bene l’alcol, non a mantenere in piedi l’amore. A periodi alterni combatte con le altre per far sì che i suoi sogni non finiscano nel dimenticatoio. È, forse, la più sottile tra loro, ma anche, l’unica che non smette di sgomitare. Mai.
Un sottilissimo strato al di sotto, trovi un’altra Michela. Ha poco più di tredici anni e aspetta che suo papà e i suoi fratelli tornino a prenderla. È furiosa, brucia le tappe e si vende al mondo. Non le interessa l’amore, le preme essere raccolta. Che siano quelli sbagliati a farlo però, così che la fuga si mantenga sempre semplice. Negli anni, ha affinato l’arte della fuga e ad oggi, nessuno è ancora riuscito a prenderla.
Al di sotto di tutti gli strati, risiede la Michela che scrive. Lei è libera da legacci familiari, dagli schemi sociali, libera dalla morale che le altre non comprendono, eppure, seguono, libera finanche dalla fisicità e vive nei cuori di tutti quelli che la leggono. Sa di poter dire di sé che possiede solo tre cose, una figlia, un cane e la scrittura e, in verità, tanto le basta. È selvaggia, perennemente innamorata. Lei danza con i lupi ché non teme lo scontro fino a che le resteranno pagine da riempire.
È la Michela del nucleo, quella dello strato basale, le tiene tutte strette al cuore, le dirige in questa vita che troppe volte si complica. Litiga spesso con ognuna di loro, e ad ogni pace fatta è un nuovo strato e una nuova Michela. Le stringe la mano e gentile le sussurra:
“Benvenuta, quando avrai finito riconsegnami la chiave e chiudi la porta sul mio cuore” poi con sguardo serio aggiunge “E, per favore, sii più gentile con la prossima te”!
Michela
domenica 28 ottobre 2018
L'amore al circo.
La vita sentimentale dopo il divorzio è una giungla. Uno crede che dopo aver messo fine a un matrimonio, ad una promessa di eternità che avevi scomodato persino Dio a testimoniare, dopo aver distrutto una famiglia, dopo aver platealmente fallito nel più banale dei concetti dell’età adulta: restare fermi, tu abbia capito il segreto per affrontare la vita, tranne poi scoprire che non ci avevi capito una sega. Nemmeno a questo giro di giostra.
Ti ritrovi, quindi, a quaranta anni nel mezzo di una vita che assomiglia sempre più al momento in cui aiuti tua figlia di sei anni a fare i compiti di scuola e lei non riesce a star seduta. Un dondolio incessante con picchi di noia altissimi, seguiti da inevitabili momenti di distrazione e l’incapacità a fermarsi.
Non puoi, non vuoi star ferma, perché non vuoi, non puoi guardare al tuo dolore.
Quello che puoi fare è ingranare la marcia e lanciarti nella mischia; una mischia che vista da fuori sembra divertente e che, invece, nella maggior parte dei casi nasconde frustrazioni e confusioni peggiori di quelle che vivevi durante l’adolescenza e, in effetti, dicono che i quaranta siano i nuovi venti. Il cuore ragiona con la logica dell’adolescenza, l’ormone anche, ma il cervello è pur sempre quello di un adulto con un nemico enorme dalla sua: il tempo ed è, forse, questo il conflitto peggiore. Almeno un adolescente innamorato, ha il tempo dalla sua. Il tempo di amare, il tempo di pensare di capire per poi scoprire di non poter mettere logica al cuore, mai, nemmeno quando sarebbe auspicabile al mantenimento della tua stessa integrità. Un adolescente ha il tempo di aver paura della solitudine, noi no. Al contrario, abbiamo scoperto quanto sia preziosa la solitudine. Noi che fino a poco tempo fa, pensavamo saremmo morti di solitudine e i nostri vicini lo avrebbero scoperto dopo giorni, solo per la puzza della decomposizione del cadavere provenire dall’interno del nostro appartamento, ora, invece, siamo quelli che si sta meglio soli con le proprie idiosincrasie, piuttosto che nella posizione in cui devi convivere e tollerare i difetti di un altro, eppure siamo qui che vogliamo innamorarci, vogliamo farci male. Vero? Siamo una banda di nevrotici o cosa?
L’amore è un vizio che fa male. Se vivessimo in una civiltà più evoluta lo venderebbero in sigarette la cui confezione recherebbe il monito L’AMORE UCCIDE, invece, ci lasciano come mine vaganti nella consapevolezza che stiamo facendoci male, al freddo, fuori un bar fino all’ultimo tiro.
So che molti di voi sanno di cosa parlo. Il brutto del divorzio, della separazione, della rottura, non è l’ovvietà del mettere fine a un amore. Non c’è nulla di più morto di un amore morto. Fatto il funerale, sei in grado di ripartire. Il problema non è nemmeno il dolore che rechi ai figli, semmai è un’aggravante, ma per lo meno, verranno su con la consapevolezza di avere genitori umani ed imperfetti o questo è ciò che ci raccontiamo.
Il problema del post divorzio è mettere ordine in te, è scoprirsi incapaci di restare, perché quel divorzio, quel documento che dice “fine” al tuo matrimonio, sancisce un confine, una linea invisibile che non vuoi più, mai più valicare. È questo che ci impedisce di restare? Non lo so.
Restare è l’unità di misura dell’amore adulto e nessuno di noi, è più capace di farlo.
Ci potete riconoscere, mano in tasca, drink in una mano e piede in posa di fuga.
Siamo casi umani nel circo di paradossi.
C’è quello che lo trovi fuori un bar ed è la nota stonata. Chiaramente in un luogo alieno al suo originale progetto di vita dove regnava l’ordine e che ora, combatte l’ira nei confronti del fato, della vita, della moglie, di se stesso, per essersi concesso di arrivare fino a dove si trova oggi. Annaffia il tutto con un paio di Spritz di troppo. È un uomo che sa bene di essere solo di passaggio in questo tendone. Sa che quando avrà imparato a domare i suoi leoni, avrà perso l’interesse per il carrozzone di artisti circensi.
C’è quello che per superare l’onta dell’essere stato abbandonato, deve misurarsi con tutti. Con se stesso, con l’amico che le aggancia tutte, con la palestra, con la capacità di bere come avesse ancora venti anni. Lo guardi e sembra leggergli in volto che ogni piccola vittoria, ogni tacca aggiunta alla sua cintura, è una manifesta metafora dei ceffoni che vorrebbe dare alla ex. Ma è un pagliaccio, non perché faccia ridere, ma perché dei clown porta la medesima malinconia.
C’è il sovversivo. Diamine lui ti confonde. Lo capisco. È uno che ha attraversato il dolore. È uno che lo vedi e ti sembra vada in giro con un cartello che dice danneggiato, maneggiare con cura. Lo guardi e ne vedi i fantasmi, sai che lui ti guarda e vede le stesse, identiche cose. Due matti che girano il mondo a volto scoperto, cercando di proteggersi come possono. Quello che ha sovvertito le regole del dolore. Che si è fatto male e che sa che d’amore non si muore. Lo sa per certo. Per questo è così pericoloso. Che tu vorresti correre ad avvisare le donne nel raggio di chilometri. Scappa amica, non ti far trascinare in un turbinio che già sai vi consumerà entrambi. Ci sei già stata lì. Lo sai com’è. È un escapologo, si libererebbe anche di noi amica, e noi siamo troppo in là per queste guerre strategiche. Per questo, resta dove sei e non ti muovere. Lascialo a quelle che hanno bisogno di dimostrare quanto sono sirene.
Poi c’è quello che si trova una donna sulle ginocchia e tanto basta. Lui si commenta da sé. Prova a chiedergli il nome di quella donna.
Il sempre verde Peter Pan che ancora si crede un figo e che, invece, fa desolatamente ridere. Lo riconosci amica, non è vero? Pensa, c’è ancora qualcuna così tonta, da credere di essere in grado di cambiarlo, perché lui aspettava solo lei e il suo amore!
Maschi e femmine, quarantenni e giù di lì.
Le donne. In quello stesso tendone da circo, ci siamo anche noi, travestite da teenager solo con i muscoli che si arrendono alla forza di gravità. L’ultima volta che eravamo andate a in discoteca c’erano i roboanti anni 90 con la loro musica commerciale, ora si balla la Trap e fingiamo di sapere di cosa si stia parlando. Ma che fatica, bimba! Come se dover vendere la parte giusta di noi, ogni giorno, al lavoro e nel mondo, non fosse già troppo.
Per noi, la storia è diversa. Lo sappiamo. La sottile linea tra il si vuole divertire e il è una mignotta, la conosciamo tutte. Non è vero? La solita vecchia solfa del se l’è voluto lei a prescindere.
Prima paga pegno perché hai la vagina, poi se ne riparla. Forse. Per noi, anche il tendone da circo è un posto difficile.
Tra di noi puoi trovare quella che ho fatto la moglie, ho fatto la mamma, ora tocca a me, qualcuno dovrebbe dirle che non toccherà mai a lei fino a quando non si concederà di conoscersi e che quel Campari finge solo di esserle amico.
C’è quella che mentre ti parla, è in posizione radar. Ho quaranta anni e circa duecento uova ancora attive. Amica, fanne una frittata. Ascolta il mio consiglio.
C’è quella che gioca a fare Desdemona e, in qualche modo, trova sempre un coglione, pronto a fare Otello.
Quelle che quaranta anni e un giorno, ma ancora al cesso insieme.
E, in fine, quella che combatte con tutte le sue forze, non il tempo che le rimane per procreare, quanto il tempo per trovare marito. Un continuo giro di mosca cieca per accaparrarsi un uomo che la faccia sentire meno sola.
Lei non lo sa, ma la solitudine, è una condizione della nostra mente.
Sono stata sola la maggior parte della mia vita e i momenti durante i quali mi sono sentita più sola sono stati, sempre, quelli in cui ero in coppia perché, cosa c’è di più triste del condividere lo spazio fisico della tua vita con un essere umano col quale non condividi l’unico spazio reale, quello mentale? È per questo che io nel mio spazio mentale non faccio entrare nessuno. O quasi. Ci provo almeno, anche se di tanto in tanto, qualcuno è in grado di insinuarsi nella mia mente, di norma lì iniziano i casini, amici. Una volta l’ho aperto ad una donna. Ho pensato che sarei stata al sicuro con lei perché, appunto, era donna e insieme avremmo indossato le nostre lenti da donna e avremmo guardato al mondo mano nella mano e, invece, ha pensato bene di pugnalarmi dritta al cuore. Quindi, ho creato un post it gigante e l’ho appeso alla porta del mio cervello, appena dietro la sezione sogni e progetti, tra la voglia di scrivere e l’incapacità di farlo, recita NON FARLI ENTRARE, a caratteri cubitali. Fino a quando non comprenderò che il mio unico limite sono io, fino a che non capirò cosa fare di me stessa e della mia incapacità di fermare gli altri quando mi feriscono, fino a quando non smetterò di fornire a tutti le armi giuste per mettermi al tappeto, io quello spazio, lo terrò chiuso a doppia mandata. Questo non mi impedisce di innamorarmi. Ma mi impedisce di implodere ogni volta che mi innamoro. Perché se è vero che il mio cuore è indistruttibile, il mio cervello, invece, è la cosa più fragile che ho e devo difenderla.
Da qualche parte nel web, ho letto che il segreto per stare con qualcuno è mantenere lo stesso passo, non guardare nella stessa direzione, non rincorrersi, non mirare al medesimo traguardo. A giudicare dai like, in molti erano della stessa opinione. Non io, o meglio, non credo sia la visione che una donna divorziata, con una figlia e un cane all’attivo, possa mantenere sull’amore. Nella fase della vita in cui mi trovo io e nella quale siamo in molti, neppure mantenere lo stesso passo basta a trattenerci. Il percorso può anche vederci affiancarci, ma alla fine, inevitabilmente il mio passo o forse il suo, più spesso il mio, si fa più veloce o forse più lento (c’è poi una reale differenza tra gli opposti)? E sono convinta che, se non è mantenere lo sguardo nella stessa direzione e se non basta la condivisione di un’emozione (quest’ultima di certo no), allora è ancora la meta, l’unica cosa che conta. Il problema della meta è che, di solito, lì c’è un premio individuale, non di squadra, ad aspettarci.
Ecco, io della mia meta so molto poco, ancora. Non so se, ad esempio, sia una meta che ha necessariamente bisogno di una metà. Sono una che è abituata a viaggiare sola e leggera, allora forse, sono destinata a raggiungere da sola il traguardo e lì, forse, stringere la mano ad un altro corridore solitario come me, quando sarò grigia e vecchia. O magari, ci arriverò stringendo la mano che si posa attualmente sulla mia. So però che quel giorno avrò superato il mio stesso limite, avrò saputo sublimare la mia indipendenza e il mio bisogno di solitudine in valori aggiunti e avrò insegnato a me stessa e, quindi, a Virginia, che bastarsi è il più grande atto di amore possibile e insieme cammineremo, mano nella mano, mirando ad un altro traguardo, condivideremo la medesima emozione, partendo dallo stesso punto. Non ci rincorreremo, non ci aspetteremo, ma avremo lo stesso passo.
Ti ritrovi, quindi, a quaranta anni nel mezzo di una vita che assomiglia sempre più al momento in cui aiuti tua figlia di sei anni a fare i compiti di scuola e lei non riesce a star seduta. Un dondolio incessante con picchi di noia altissimi, seguiti da inevitabili momenti di distrazione e l’incapacità a fermarsi.
Non puoi, non vuoi star ferma, perché non vuoi, non puoi guardare al tuo dolore.
Quello che puoi fare è ingranare la marcia e lanciarti nella mischia; una mischia che vista da fuori sembra divertente e che, invece, nella maggior parte dei casi nasconde frustrazioni e confusioni peggiori di quelle che vivevi durante l’adolescenza e, in effetti, dicono che i quaranta siano i nuovi venti. Il cuore ragiona con la logica dell’adolescenza, l’ormone anche, ma il cervello è pur sempre quello di un adulto con un nemico enorme dalla sua: il tempo ed è, forse, questo il conflitto peggiore. Almeno un adolescente innamorato, ha il tempo dalla sua. Il tempo di amare, il tempo di pensare di capire per poi scoprire di non poter mettere logica al cuore, mai, nemmeno quando sarebbe auspicabile al mantenimento della tua stessa integrità. Un adolescente ha il tempo di aver paura della solitudine, noi no. Al contrario, abbiamo scoperto quanto sia preziosa la solitudine. Noi che fino a poco tempo fa, pensavamo saremmo morti di solitudine e i nostri vicini lo avrebbero scoperto dopo giorni, solo per la puzza della decomposizione del cadavere provenire dall’interno del nostro appartamento, ora, invece, siamo quelli che si sta meglio soli con le proprie idiosincrasie, piuttosto che nella posizione in cui devi convivere e tollerare i difetti di un altro, eppure siamo qui che vogliamo innamorarci, vogliamo farci male. Vero? Siamo una banda di nevrotici o cosa?
L’amore è un vizio che fa male. Se vivessimo in una civiltà più evoluta lo venderebbero in sigarette la cui confezione recherebbe il monito L’AMORE UCCIDE, invece, ci lasciano come mine vaganti nella consapevolezza che stiamo facendoci male, al freddo, fuori un bar fino all’ultimo tiro.
So che molti di voi sanno di cosa parlo. Il brutto del divorzio, della separazione, della rottura, non è l’ovvietà del mettere fine a un amore. Non c’è nulla di più morto di un amore morto. Fatto il funerale, sei in grado di ripartire. Il problema non è nemmeno il dolore che rechi ai figli, semmai è un’aggravante, ma per lo meno, verranno su con la consapevolezza di avere genitori umani ed imperfetti o questo è ciò che ci raccontiamo.
Il problema del post divorzio è mettere ordine in te, è scoprirsi incapaci di restare, perché quel divorzio, quel documento che dice “fine” al tuo matrimonio, sancisce un confine, una linea invisibile che non vuoi più, mai più valicare. È questo che ci impedisce di restare? Non lo so.
Restare è l’unità di misura dell’amore adulto e nessuno di noi, è più capace di farlo.
Ci potete riconoscere, mano in tasca, drink in una mano e piede in posa di fuga.
Siamo casi umani nel circo di paradossi.
C’è quello che lo trovi fuori un bar ed è la nota stonata. Chiaramente in un luogo alieno al suo originale progetto di vita dove regnava l’ordine e che ora, combatte l’ira nei confronti del fato, della vita, della moglie, di se stesso, per essersi concesso di arrivare fino a dove si trova oggi. Annaffia il tutto con un paio di Spritz di troppo. È un uomo che sa bene di essere solo di passaggio in questo tendone. Sa che quando avrà imparato a domare i suoi leoni, avrà perso l’interesse per il carrozzone di artisti circensi.
C’è quello che per superare l’onta dell’essere stato abbandonato, deve misurarsi con tutti. Con se stesso, con l’amico che le aggancia tutte, con la palestra, con la capacità di bere come avesse ancora venti anni. Lo guardi e sembra leggergli in volto che ogni piccola vittoria, ogni tacca aggiunta alla sua cintura, è una manifesta metafora dei ceffoni che vorrebbe dare alla ex. Ma è un pagliaccio, non perché faccia ridere, ma perché dei clown porta la medesima malinconia.
C’è il sovversivo. Diamine lui ti confonde. Lo capisco. È uno che ha attraversato il dolore. È uno che lo vedi e ti sembra vada in giro con un cartello che dice danneggiato, maneggiare con cura. Lo guardi e ne vedi i fantasmi, sai che lui ti guarda e vede le stesse, identiche cose. Due matti che girano il mondo a volto scoperto, cercando di proteggersi come possono. Quello che ha sovvertito le regole del dolore. Che si è fatto male e che sa che d’amore non si muore. Lo sa per certo. Per questo è così pericoloso. Che tu vorresti correre ad avvisare le donne nel raggio di chilometri. Scappa amica, non ti far trascinare in un turbinio che già sai vi consumerà entrambi. Ci sei già stata lì. Lo sai com’è. È un escapologo, si libererebbe anche di noi amica, e noi siamo troppo in là per queste guerre strategiche. Per questo, resta dove sei e non ti muovere. Lascialo a quelle che hanno bisogno di dimostrare quanto sono sirene.
Poi c’è quello che si trova una donna sulle ginocchia e tanto basta. Lui si commenta da sé. Prova a chiedergli il nome di quella donna.
Il sempre verde Peter Pan che ancora si crede un figo e che, invece, fa desolatamente ridere. Lo riconosci amica, non è vero? Pensa, c’è ancora qualcuna così tonta, da credere di essere in grado di cambiarlo, perché lui aspettava solo lei e il suo amore!
Maschi e femmine, quarantenni e giù di lì.
Le donne. In quello stesso tendone da circo, ci siamo anche noi, travestite da teenager solo con i muscoli che si arrendono alla forza di gravità. L’ultima volta che eravamo andate a in discoteca c’erano i roboanti anni 90 con la loro musica commerciale, ora si balla la Trap e fingiamo di sapere di cosa si stia parlando. Ma che fatica, bimba! Come se dover vendere la parte giusta di noi, ogni giorno, al lavoro e nel mondo, non fosse già troppo.
Per noi, la storia è diversa. Lo sappiamo. La sottile linea tra il si vuole divertire e il è una mignotta, la conosciamo tutte. Non è vero? La solita vecchia solfa del se l’è voluto lei a prescindere.
Prima paga pegno perché hai la vagina, poi se ne riparla. Forse. Per noi, anche il tendone da circo è un posto difficile.
Tra di noi puoi trovare quella che ho fatto la moglie, ho fatto la mamma, ora tocca a me, qualcuno dovrebbe dirle che non toccherà mai a lei fino a quando non si concederà di conoscersi e che quel Campari finge solo di esserle amico.
C’è quella che mentre ti parla, è in posizione radar. Ho quaranta anni e circa duecento uova ancora attive. Amica, fanne una frittata. Ascolta il mio consiglio.
C’è quella che gioca a fare Desdemona e, in qualche modo, trova sempre un coglione, pronto a fare Otello.
Quelle che quaranta anni e un giorno, ma ancora al cesso insieme.
E, in fine, quella che combatte con tutte le sue forze, non il tempo che le rimane per procreare, quanto il tempo per trovare marito. Un continuo giro di mosca cieca per accaparrarsi un uomo che la faccia sentire meno sola.
Lei non lo sa, ma la solitudine, è una condizione della nostra mente.
Sono stata sola la maggior parte della mia vita e i momenti durante i quali mi sono sentita più sola sono stati, sempre, quelli in cui ero in coppia perché, cosa c’è di più triste del condividere lo spazio fisico della tua vita con un essere umano col quale non condividi l’unico spazio reale, quello mentale? È per questo che io nel mio spazio mentale non faccio entrare nessuno. O quasi. Ci provo almeno, anche se di tanto in tanto, qualcuno è in grado di insinuarsi nella mia mente, di norma lì iniziano i casini, amici. Una volta l’ho aperto ad una donna. Ho pensato che sarei stata al sicuro con lei perché, appunto, era donna e insieme avremmo indossato le nostre lenti da donna e avremmo guardato al mondo mano nella mano e, invece, ha pensato bene di pugnalarmi dritta al cuore. Quindi, ho creato un post it gigante e l’ho appeso alla porta del mio cervello, appena dietro la sezione sogni e progetti, tra la voglia di scrivere e l’incapacità di farlo, recita NON FARLI ENTRARE, a caratteri cubitali. Fino a quando non comprenderò che il mio unico limite sono io, fino a che non capirò cosa fare di me stessa e della mia incapacità di fermare gli altri quando mi feriscono, fino a quando non smetterò di fornire a tutti le armi giuste per mettermi al tappeto, io quello spazio, lo terrò chiuso a doppia mandata. Questo non mi impedisce di innamorarmi. Ma mi impedisce di implodere ogni volta che mi innamoro. Perché se è vero che il mio cuore è indistruttibile, il mio cervello, invece, è la cosa più fragile che ho e devo difenderla.
Da qualche parte nel web, ho letto che il segreto per stare con qualcuno è mantenere lo stesso passo, non guardare nella stessa direzione, non rincorrersi, non mirare al medesimo traguardo. A giudicare dai like, in molti erano della stessa opinione. Non io, o meglio, non credo sia la visione che una donna divorziata, con una figlia e un cane all’attivo, possa mantenere sull’amore. Nella fase della vita in cui mi trovo io e nella quale siamo in molti, neppure mantenere lo stesso passo basta a trattenerci. Il percorso può anche vederci affiancarci, ma alla fine, inevitabilmente il mio passo o forse il suo, più spesso il mio, si fa più veloce o forse più lento (c’è poi una reale differenza tra gli opposti)? E sono convinta che, se non è mantenere lo sguardo nella stessa direzione e se non basta la condivisione di un’emozione (quest’ultima di certo no), allora è ancora la meta, l’unica cosa che conta. Il problema della meta è che, di solito, lì c’è un premio individuale, non di squadra, ad aspettarci.
Ecco, io della mia meta so molto poco, ancora. Non so se, ad esempio, sia una meta che ha necessariamente bisogno di una metà. Sono una che è abituata a viaggiare sola e leggera, allora forse, sono destinata a raggiungere da sola il traguardo e lì, forse, stringere la mano ad un altro corridore solitario come me, quando sarò grigia e vecchia. O magari, ci arriverò stringendo la mano che si posa attualmente sulla mia. So però che quel giorno avrò superato il mio stesso limite, avrò saputo sublimare la mia indipendenza e il mio bisogno di solitudine in valori aggiunti e avrò insegnato a me stessa e, quindi, a Virginia, che bastarsi è il più grande atto di amore possibile e insieme cammineremo, mano nella mano, mirando ad un altro traguardo, condivideremo la medesima emozione, partendo dallo stesso punto. Non ci rincorreremo, non ci aspetteremo, ma avremo lo stesso passo.
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