Visualizzazione post con etichetta #blogger #bloggeritaliane #blogdiscrittura #blogspotitalia #scrivere #scrivereperpassione #scriverechepassione #scriverepervivere #vivereperscrivere #scriverepermestiere. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta #blogger #bloggeritaliane #blogdiscrittura #blogspotitalia #scrivere #scrivereperpassione #scriverechepassione #scriverepervivere #vivereperscrivere #scriverepermestiere. Mostra tutti i post

sabato 13 ottobre 2018

Sull'orlo di un precipizio, col sole in fronte. Ovvero: quello che mia figlia deve sapere sull'amore per se stesse.

C’è una crepa in tutte le cose. È da lì che entra la luce.
Leonard Cohen
(attribuita)

Ci sono chiusure che fanno più male di altre e porte che resteranno, invece, per sempre solo socchiuse su quel dolore muto che ti ricorda di non aver terminato la tua trasformazione.
Al mattino ci vedi filtrare la luce attraverso e, per un momento, pensi di essere tornata, ma in realtà lo sai di essere già altrove.
In cosa ci trasforma il dolore? In una migliore e più forte versione di noi? Nel noi 2.0? Come se, aver sofferto abbastanza, garantisse al nostro software un aggiornamento di sistema e lo rendesse migliore? Senza cadute di linea, sempre connesso. Senza bug. Liberi dagli errori di scrittura del nostro codice interno.
O, invece, il dolore ci rende meschini? Duri, egoisti perché, in fondo, cosa ci resta di umano tolta l’empatia?
Quando si può dire poi, che il dolore è stato abbastanza?
Su che scala di sopportazione devo basare il ragionamento? Sulla tua? Perché se partiamo dalla mia, ho paura che non smetteremo di soffrire.
Alcuni sostengono, con un guizzo della discussione particolarmente ironico che, il dolore rende ribelli. Avessi questa capacità di assolvere me stessa, vivrei di certo in maniera più leggera la mia vita. Nella realtà, non so da che parte sono. Ribelle? Forse, mi aiuterebbe pensare di me: Michela, hai attraversato le fiamme e ora sei nella resistenza. Sei una ribelle.

Chi non soffre di sindrome dell’abbandono, pensa che la cosa sia superabile con la presenza. Della serie, ci sono non mi vedi? Non me andrò mai. Tranne poi disattendere le tue aspettative quando, inevitabilmente, vanno via. Sebbene la capacità di restare, -da me riscontrata solo in due esseri umani (di cui una è mia figlia) e nel mio cane,- sia una dote che mi sorprenderebbe in maniera piacevole, non è con la presenza che si risolve la “cosa” come la chiamate voi per liquidare il disagio il più velocemente possibile, ché già abbiamo tanto da fare, ci manchi tu e le tue turbe psicologiche.
Se devo dirla tutta, a me piacciono le distanze da colmare, non ho bisogno di saperti fisicamente accanto a me per non nutrire il terrore che poi mi abbandonerai. Anzi, io devo stare sulla distanza per restare, altrimenti, scappo via in un perverso gioco inverso delle parti, per non concedere a te, l’oggetto del mio desiderio, di lasciarmi sola. È la vicinanza mentale, nel mio caso, a farmi sentire che ci sei. Questa, è una vicinanza molto rara e quando la percepisco, amo perdutamente.
Il vero casino con quelli come noi è che la paura di essere abbandonati, non passa mai, solo che negli anni, ognuno di noi trova il modo di farci i conti ed è allora, che diventi il supersayan della solitudine, a livelli talmente alti, da considerare la solitudine, un esercizio di contemplazione mistica.
Ogni randagio, sa di cosa parlo.
Alcuni sono diventati impenetrabili. Vero? Il cuore inespugnabile, trincerato al sicuro dietro anni di esercizio alla dura regola dell’orgoglio e dignità. Lo sguardo fiero che guarda già oltre, prima ancora di vederti. Vi conosco, camminate impettiti nella vita ché nulla può toccarvi. Siete forti, o volete farci credere così, siete audaci o incoscienti forse, siete quelli che al tavolo da gioco tengono banco.
Altri, adottano la filosofia di Forrest. Loro corrono e non si fermano. Sono in fuga perenne dalle loro vite perché, essere abbandonati ancora una volta è un’onta insopportabile.
Poi ci sono io e con me, altri milioni di persone, immagino.
Io sono proprio stronza. Cammino con questo cuore gigantesco sulle spalle in bella vista e lo regalo ad ogni creatura vivente me ne chieda un po’. Non ho paura di ammaccarlo. Certo, è frangibile, proprio come i vostri, eppure non si spezza mai. Si gonfia. Quadruplica la sua dimensione quando siamo innamorati e si ridimensiona quando ci feriscono, ma resta sempre lì: allo scoperto, ma in trincea. Sono un soldato dell’amore. Lo sono diventata in venticinque anni di abbandoni. Quando però qualcuno mi da l’idea di essere sul procinto di andare via, non è un gran problema per me. Ne prendo nota. Sento l’orgoglio bruciare che suggerisce al cuore di chiudersi, trincerarsi appunto e volare altrove. È un campanello d’allarme, avete presente? L’orgoglio mi dice di non perdermi, di non lasciare che la tua assenza sia un problema per la mia vita ed è per questo che, posso tranquillamente guardarti mentre ti porti via da me. Io posso restare a soffrire, perché soffro nel corpo e nella mente, ma non nel cuore. Puoi star certo, che quello è già altrove.
Il mio cuore è uno scudo scintillante, un diamante indistruttibile. È indomito e selvaggio. Non conosco un altro modo di stare al mondo, se non col cuore in mano, in piedi, sull’orlo di un precipizio. Alla luce calda del sole. Nella verità. Ad ogni costo. Questo mi rende impegnativa. L’ho accettato. Va bene così. Meglio questo, dell’apnea. Mi piace essere chiassosa, invece. Sbaglio tanto, sbaglio sempre, ma sono arrivata ai trentasei anni dura e pura e questo, mi racconta qualcosa di me. La vita è fatta di sentieri. Alcuni si percorrono mano nella mano con qualcuno. Non esiste un motivo reale. A volte, è solo che fare la strada in compagnia è piacevole. Tutte le mani che ho lasciato andare, appartengono a volti che posso guardare dritti in faccia, senza l’ombra della vergogna delle mie azioni, che pure a volte sono state ignobili, perché sono stata sempre vera.
Vedete, il fatto è che sono sotto la severa lente di ingrandimento di una piccola donna di sei anni. Mai come in questo momento della mia vita, sono quel che faccio e non quel che dico. Ho la necessità di dimostrarle che, abitare la verità è l’unica scelta possibile, anche quando questa ti rende impopolare agli occhi di quelli che dicevano di amarti. Anzi, soprattutto in quei casi. Forse li perderai, ma ne acquisterai in amor proprio e, alla fine dei giochi, l’amor proprio, è tutto ciò che ti resterà. Quello che mi preme la mia V possa apprendere, è il suo valore inestimabile. Voglio che comprenda che più le sarà detto che richiede troppe attenzioni, che è complicata, ingestibile, incontentabile, più non sarà lei il problema, ma la mediocrità di chi le sta accanto in quel momento e allora, sarà meglio alzare un po’ l’asticella del suo standard qualitativo e diventare più selettiva. Voglio essere brava, almeno in questo. Come madre voglio che il mio messaggio le risuoni chiaro per sempre. Ad ogni inevitabile delusione, ad ogni assenza e, perfino ad ogni abbandono che dovrà subire perché il mondo è fatto così, voglio che senta la mia voce sussurrarle: non sei troppo tu, sono troppo poco loro.

Ho trentasei anni. Ho sofferto molto, non mi spaventa pensare a quanto ancora soffrirò, perché ho imparato che la maggior parte degli abbandoni vengono a ricordarci non quello che NON siamo, quanto, piuttosto, quello che siamo.
Io abito la verità. Amo ogni persona che scelgo con ogni fibra di me. Sono frangibile e ne sono consapevole, è per questo che non mi spezzo.
Mai.
Per V, per me e per quelli che abitano la verità.

Col sole in fronte.

giovedì 19 luglio 2018

I basilari.

È una verità universalmente riconosciuta: i bambini sono la più grande gioia nella vita di uomini e donne che superata la fase #PerdonameMadrePorMiVidaLoca decidono di metter su famiglia e, in questo metter su, ignorano l’inferno in terra che stanno per attraversare, quindi, tenuto conto della più elementare conoscenza della cosmologia dantesca, sarebbe forse più consono dire metter giù, inabissare, o, ancora, affondare o, più semplicemente, seppellire la loro voglia di vivere per almeno sedici anni a seguire da quella notte brava durante la quale, si sono immaginati a correr felici per campi di girasoli con i loro pargoletti. Anzi, no, aspettate un secondo, mi dicono dalla regia che gli anni non sono sedici perché la crisi e tutto il resto, ma almeno ventotto. Sono pur sempre i figli di noi choosy questi qui. Ma noi al principio non lo sappiamo, continuiamo a sfornare figli, per nove mesi ti immagini quei piedini cicciottelli, le manine paffutelle e il profumo di buono, quel profumo che non hai mai sentito prima e che non sentirai altrove: profumo di vita nuova. Poi, partorisci. Ti ritrovi un Gremlins tra le braccia: dolcissimo alla vista, un piccolo demone nella verità dei fatti. Signori e signori, questo è il segreto ultimo dell’evoluzione perché diciamolo pure, con la consapevolezza del dopo, uno col cazzo che li farebbe!
Abbandonate ogni speranza voi che entrate: benvenuti nel meraviglioso mondo della genitorialità. Guida semi seria ai basilari.
Avete mai googlato operazioni basilari per mantenere in vita un cucciolo di essere umano? Io, l’ho fatto. Sono una maniaca del controllo, più che del mio istinto, mi fido dei libri. Se cerchi in rete, dal neonato all’infante, le risposte differiscono pochissimo. Ora, prima che partano le tempeste di insulti e le chiamate agli assistenti sociali, anche io ho imparato l’arte della finzione. Ci vado anche io fuori scuola a prender parte alla commedia “Essere madre è un Carnevale di Rio”, a volte poi sostituita dal sempreverde melodramma “Mia figlia è un piccolo raggio di sole che viene ad illuminare le mie giornate con le sue domande curiose e sempre pertinenti sull’ineluttabilità del tempo che scorre e su chi sia Dio”, ma non prendiamoci in giro. Per i prossimi due minuti, secondo più secondo meno che impiegherete a leggere questo piccolo sfogo, io decido di abbassare il velo di Maya su questi piccoli esseri umani che ci piace chiamare bambini e vi racconto la verità che so per certo non essere solo mia, quella che ho sentito ai peggiori aperitivi tra madri, quelli che al secondo americano ti vendo il figliolo per un pomeriggio libero. La verità ultima è una. Non ci sono scappatoie. I bambini sono dei rompi balle. Oh, via l’ho detto! Ora, preso atto di questa grande verità, col petto più leggero per aver detto quella verità nascosta in fondo al cuore, scevri dal peso della madre perfetta che vive in sordina alla moglie perfetta, cerchiamo di mettere i puntini sulle i e aiutiamo quella nostra amica che ancora non sa cosa significhi essere genitore e che più presto di quanto creda, si ritroverà a desiderare di lanciarsi da un dirupo perché, la paura di schiantarsi sarebbe nettamente inferiore a quella che prova ora, mentre guarda suo figlio neonato che ancora non ha perso il moncone del cordone ombelicale perché lei è, ovviamente, o così crede, un’incapace. Mi sembra di vederla che frenetica con un pannolino in mano, la poppa che le perde latte, due ore di sonno sulle spalle, si chiede: cosa cazzo mi aveva detto di fare l’ostetrica? Amica, ma anche amico mi auguro, ripeti con me: non è difficile come sembra. Per mantenere vivo un essere umano devi conoscere i basilari. Una volta fatti tuoi questi, il resto vivilo con leggerezza e tieni sempre a portata di mano una bottiglia di vino. A mio avviso, i basilari, sono quattro:
-lavarlo
-vestirlo
-nutrirlo
-metterlo a dormire.

Lo so, uno legge una lista di quattro micragnosi punti e si fa l’idea che sia semplice, tranne poi irrimediabilmente scoprire, che essere genitori, più che assomigliare ad una check list da spuntare, assomiglia ad una vera e propria Guerra Santa, ma come in ogni guerra, anche in questa, c’è bisogno di strategia. Essere in due di certo aiuta, perché loro sono piccini, ma credetemi studi recentissimi affermano che più la storia umana evolve, più gli esseri umani nascono dotati di cazzimma. Giuro. Non è come quando eravate piccoli voi. Dimenticate i bambini che nei viaggi in auto, giocavano a trovare 3 numeri uguali di seguito sulle targhe per ore e ore. Questo è il bambino italiano 2.0 un ibrido tra un bambino normale (la notte, quando dorme) e un hacker che per hobby irrompe nell’internet banking dei genitori. Mentre mangia pane con la nutella. Mentre mangia pane con la nutella e guarda i tutorial su Youtube. Lo so che sapete di cosa sto parlando. C’è tutto un altro codice linguistico, ad esempio. Avete provato a comunicare con un bambino di sei anni ultimamente? No, perché è tutto un susseguirsi di citazioni a metà strada tra Kant e Maria de Filippi. Sono la generazione Youtube, dove anche attraverso il filtro parentale, trovi video documentari che vanno a braccetto con tutorial di gente matta che gioca. Stiamo parlando di bambini il cui gioco preferito è guardare la gente che gioca su Youtube. Houston, abbiamo un problema grosso qui.
Io parlo moltissimo con Virginia, perché entrambe soffriamo di un grave caso di incontinenza verbale. Spesso mi devo fermare per obbligarmi a pensare che questa bambina dal vocabolario particolarmente ricco (ma che non ha ancora imparato l’uso del se ipotetico) ha sei anni, non trenta come me. La sento parlare con tranquillità di argomenti che so per certo non aver mai toccato con lei e poi le sento dire che l’ha imparato alla tele o su internet. La guardo muovere per aria le mani, difendere con tenacia le sue idee, imporre il suo volere e sono spaventata. In primo luogo, di non essere pronta a regalare al mondo tanta meraviglia e, inoltre, che il mondo la sporchi troppo presto.
E non siamo noi genitori. Uscite da questa trappola prima che possiate. Non fatevi convincere dai nonni (capitolo a parte) che siete voi ad essere deboli. NO. Urlatelo forte. Non siamo noi ad essere deboli, sono loro ad essere dei piccoli criminali informatici. A sei anni, non nutrivo nemmeno la consapevolezza di avere una voce per oppormi al volere degli adulti. Di tutti gli adulti. Non c’erano adulti di serie A e di serie B. I miei fratelli maggiori, all’epoca adolescenti, erano già adulti. I bambini di oggi fanno terrore. Sembrano trentenni intrappolati in corpi troppo piccoli. Mi dico che poi migliora, ma poi mi ricordo di cosa mi diceva mia madre quando mi disperavo perché Virginia non faceva cacca le fatidiche cinque volte al giorno che ti raccontano al corso preparto: figli piccoli, problemi piccoli. Figli grandi, problemi grandi. Quando me lo diceva mi faceva infuriare, non lo capivo, sembrava solo un modo affettuoso, ma pressapochista di liquidare le mie ansie e la sensazione che mi restava era solo una: paura. Tutto ciò che mi domandavo era “quando capiranno che faranno meglio a togliermela prima che la rompa”? Poi, nel giro di pochissimo, ho capito. Nel mentre però, mi separavo, divorziavo, prendevo un cane, traslocavo, cambiavo lavoro e mia figlia finiva le materne. Il tutto, pensate un po’, mentre la vita proseguiva per i fatti suoi, senza che lei morisse o io la rompessi, almeno non in maniera evidente. Per le crepe dell’ego tocca aspettare l’adolescenza e l’età adulta, quando sul lettino del suo analista, mi descriverà come una stronza cinica che le anteponeva la scrittura e che le ha impedito di andare in giro vestita da Barbie Pole Dance quando aveva cinque anni e si scoprirà, con tutta probabilità, che questo le ha impedito un percorso intimo che fosse equilibrato e sano. Voglio dire, alla fine è sempre colpa delle madri oppure Freud, non ci aveva capito una sega. In ogni caso, durante questi sei anni di conoscenza con mia figlia, ho affinato l’arte di scegliere le battaglie da combattere. Le mie, sono solo le quattro che ho elencato. E ora, per dimostrarvi che facevo sul serio con la cosa dello stigma della madre perfetta e che mi sono stufata di rincorrere un ideale che non potrò mai raggiungere non perché io sia particolarmente incapace, ma perché è inarrivabile in quanto inesistente, vi racconto la nostra routine come amano chiamarla i sedicenti esperti di genitorialità in rete.

-LAVARLA: più o meno funziona così -“Amore, andiamoci a lavare”
-“Noooooo, mamma nooo ti prego non farmi lavare non mi voglio lavare. Ti prego, ti prego ti pregooooo” la scena di norma continua con me che la trascino al bagno, la spoglio; lei urla che mi odia che non ho il diritto di scegliere se lei si debba lavare o meno, io la lancio sotto la doccia e non appena la prima goccia di acqua sfiora il suo beato cuoio capelluto…
-“NOOOOOO, mamma nooooo lo shampoo no” non rispondo, di proposito, perché anche sull’orlo di una crisi di nervi, non le voglio mentire. Questa è l’unica promessa fatta a me stessa il giorno in cui è nata e l’ho guardata per la prima volta. Lei lo sa. Lei lo sa sempre. Afferro la boccetta di shampoo, sono il gladiatore al mio segnale scatenate l’inferno. Ne usciamo stremate. Entrambe, ma io di più. Riposiamo il tempo di arrivare al momento asciugatura capelli. E a questo punto ho solo una nota a me stessa da fare, ogni, singolo, shampoo: madri che non vi fate convincere a far tenere i capelli lunghi alle vostre figlie, avete capito tutto della vita!
-VESTIRLA: ecco qui ci sarebbe da scrivere un piccolo compendio. Sulla moda e dintorni. Di Virginia de Paolis. La mia bimba ha un’idea precisa, molto precisa di cosa HA STILE e cosa NON HA STILE. Di base, secondo lei io non ho stile, lei, invece, sì. Nel suo immaginario del mondo della moda, tutto ciò che è oscenamente tamarro, tutto ciò che sbrilluccica e la fa sembrare Edward Cullen al sole, meglio se anche catarifrangente ad un livello tale sia possibile riconoscerla da Giove, ha stile. Io, sua madre, colei che l’ha portata in grembo per 9 mesi facendole ascoltare solo Vasco Rossi, Nirvana e Foo Fighters. Io che l’addormentavo con Jeff Buckley, vesto solo total black e quando mi sento particolarmente di buon umore oso un blu navy, ma mai e poi mai stampe a fantasia. Capirete, quindi, che sulla questione stile, abbiamo dovuto lavorare un poco, trovando di volta in volta, nuovi compromessi. Abbiamo creato una prima netta divisione tra abiti Rock e da Principessa, per poi arrivare allo Chic-Rock e al Cheap Principesco. Quindi, se la mattina non ho intenzione di farla andare a scuola nei panni di una mini Drag Queen, devo mediare, cedendo sulle paillettes, ma che siano sempre e solo sul nero. Dio benedica la scuola pubblica e i grembiulini.
-NUTRIRLA: mia figlia ha digiunato per i primi sei anni della sua vita. Lo so, starete pensando che barba! La solita madre esagerata, forse, invece, penserete io sia una madre particolarmente degenere. Ebbene amici, non esagero e pur non essendo propriamente Wendy di Peter Pan, posso dire di averla mantenuta in vita. Forse, perché l’ho allattata a richiesta fino a quasi due anni compiuti, non saprei dire esattamente quale sia stato il motivo, ma fino a qualche tempo fa, il cibo non destava in lei la minima curiosità. Quando è andata al nido, io che sono una di quelle madri che tende a preparare al peggio le maestre, dissi loro che Virginia non avrebbe mangiato. Loro risposero con i loro sorrisi dolci e pieni di esperienza che tutte le madri dicevano così e che poi per emulazione, invece, i bimbi mangiavano tutti. Sorrisi con garbo annuendo. All’uscita pensai tra me e me che quelle donne, che poi avrei imparato a conoscere e apprezzare tanto, erano delle ingenue e che non conoscevano mia figlia. La prima parola che ha detto Virginia è stata NO. Il concetto di emulazione non la sfiora affatto. Virginia è nata sotto il segno del leone ed è un quattro che tradotto in un linguaggio a noi umani comprensibile suona così: STICAZZI e buona fortuna a tutti voi che entrate in contatto con lei! In un anno di nido e tre di materne, Virginia ha mangiato forse quattro volte, nel senso che di due volte in quattro anni, ho testimonianze fotografiche, del resto no. Vivo nell’ignoranza e da quando lo faccio, sto molto meglio. Oggi, a sei anni quasi compiuti, mangia dopo attenta vivisezione di quello che le passa nel piatto, ma è un continuo negoziare. –“un video per due pisellini”. Roba così. È diseducativo, lo so, ma il mio compito è tenerla in vita e farlo cercando di non incorrere in dipendenza da Xanax.
E, in fine, amici e amiche che pensate a quanto possa essere dolce il momento della ninna, vi racconto come funziona nella pratica (almeno a casa mia e di quelli onesti).
METTERLA A DORMIRE: dopo averla sapientemente fatta cenare alle 19.15 di modo che fino alle 20.00 mi illudo abbia avuto abbastanza tempo per continuare a fare il nulla che le piace tanto fare, al rintocco delle 20 e un minuto inizio a farla abituare all’idea che la giornata sia volta al termine.
L’idea, che ve lo dico a fare, non le piace per nulla. Ore 20.15 -“V. spegni la tele, metti il pigiama e vai a dormire”.
-“No". Lei il no lo dice per default. Virginia amore mi passi l’acqua? No. Virginia, tesoro santo, mangiamo? No. Virginia, cuore mio, vai a mettere le scarpe. No. Virginia, amore assoluto ed indiscusso della mia intera esistenza, facciamo la doccia. No. Virginia, miracolo della vita, io ti ho fatto e io ti distruggo, passami l’acqua, mangia, metti le scarpe e fai la doccia. Ecco, così per esempio la comunicazione funziona e quel no diventa, per miracolo, sì. È tutta una questione di trovare il codice linguistico giusto.
20.30 -“V cosa esattamente di SPEGNI LA TELE non ti è chiaro, amore santo?”
-“Ho detto, finisco di guardare l’ultimo episodio. Almeno” Ogni sera, annoto che con il se ipotetico, mia figlia non ha capito una sega di come si usi l’avverbio almeno.
E poi va più o meno di questo passo fino a quando una delle due non perde le staffe, di solito io. A quel punto, tra imprecazioni di vario genere, minacce di scuola militare e simili, spengo la televisione. Lei in lacrime per aver subito l’ennesima ingiustizia da questa madre troppo severa come ama appellarmi, va in camera sua sbattendo la porta e urlando al vuoto, al soffitto, a Dio a tutti meno che a me ben trincerata nella strafottenza del ruolo di comandante, che mi odia e che non è affatto giusto. Ora, nel letto chiede una storia. Dopo un’intera giornata di battaglie a pochi metri dal traguardo, lei ti chiede la storia, ma non una qualunque -“Mamma, una lunga però”. Compromesso, una lunga ma cinque pagine non di più, che poi diventano dieci, quindici fino a quando non mi addormento mentre leggo. Verso le 24 di solito, mi sveglio dolorante e me ne vado nel mio letto dove poi le arriverà intorno alle 5. Ed è così sempre. Ogni. Singola. Sera.

E, allora Michela cosa ci vuoi dire? Forse che sei pentita di essere madre? O, forse, che faremmo bene a non fare figli?
Onestamente, non ho risposte. Non so se sia meglio una vita senza figli. So che di sicuro è più semplice viver senza di loro. Tuttavia, diventare madre mi ha fatto esperire una condizione di vitalità mai provata prima. Essere così potente da creare la vita. Nutrirla dentro e fuori dall’utero e poi, fare la conoscenza di questo essere umano che è la traccia di te su questo pianeta. Essere responsabile per la vita di un altro essere umano è un viaggio difficilissimo che ti fa vivere con la costante sensazione di avere il cuore fuori dalla gabbia toracica. Senza difese. Ti domandi come tu possa anche solo pensare di riuscire a vivere così? E, invece, in qualche modo che non riesci a spiegare, ce la fai.
Alla voce istinto materno, il mio codice genetico risponde non pervenuto e combatto ogni giorno l’istinto di fuga più consono alla mia natura. Non credo nell’Istituzione famiglia così come ci viene presentata dal Vaticano, in quanto donna, non penso che mia figlia sia il meglio che la vita possa offrirmi o, almeno, non credo e, anzi spero non sia, tutto ciò che la vita possa offrirmi. Abito una vita che è al di fuori di mia figlia e maledico la mia condizione di madre con estrema (a volte troppa, lo riconosco) facilità tanto che, chi non conosce il mio congenito sarcasmo, mi fraintende. Per fortuna, mia figlia è dotata della stessa vena sarcastica e ha ereditato il mio senso dell’umorismo. Eppur tuttavia, non tornerei mai e poi mai indietro. Sono un essere umano migliore da quando la conosco. Eppure, mi ha insegnato ad amare e non c’è uomo che tenga. Eppure, mi sento onorata e benedetta per l’opportunità che è vedere crescere un figlio. Essere madre, anzi genitore, richiede una grande dose di coraggio. Una dose di coraggio inesauribile. Per fortuna, i figli ce lo insegnano poco alla volta ad essere così forti e quando lo fanno, ti fanno dubitare di te ogni singolo giorno, ma nello stesso momento del dubbio, trovi conferma del significato delle parole: sfida, vita, risate, amore e gioia sconfinata e allora io mi dico che ho i basilari. Io ho trovato i miei, ogni genitore ha i suoi. Ho i miei basilari e tutti i campi di girasole del mondo da attraversare mano nella mano con V. E va bene così.






giovedì 14 giugno 2018

Di orchi e di sogni infranti.

Cose in cui credo:

-nell’idea di amare con semplicità. Completamente, senza remora alcuna e poi, saltare, sapendo che la probabilità di cadere e farsi male è, in proporzione, più alta di quelle di successo; comunque saltare.
-nel mare al cui cospetto tutto mi è possibile, anche portare la pace in Medio Oriente, per dire.
-nel vino rosso, perché porta con sé tutte le risposte di cui ho mai avuto bisogno. Proprio, tutte.
-nei dubbi, essi, infatti, chiarificano la via. Sempre.
-nel bacio perfetto, quello che quando lo assaggi ti fa girare la testa, non è vero? Chi di voi non l’ha provato? Quello che il mondo intorno tace, ci siete solo tu, l’oggetto del desiderio, le vostre labbra e tutte le parole che il vostro cuore sussurra in quei brevi istanti di eterno.
-nell’amor proprio, perché nemmeno il bacio perfetto dovrebbe impedirti di guardarti allo specchio
-nel silenzio. Ancora la lingua più universale e difficile da imparare.

Mi hanno insegnato, che se fai una lista delle cose che davvero contano, se la tieni sempre a portata di mano, cuore e mente, alla fine, troverai la risposta che cercavi. Il casino, è quando le risposte che trovi, non ti piacciono. Avete presente?
Tra sette giorni compirò trentasei anni. È un’età strana questa. Sembra di vivere una seconda adolescenza che uno poi potrebbe dire “e cosa vuoi di più dalla vita? Vivere la tua adolescenza con le consapevolezze di un’adulta” tranne poi scoprire, a quasi quarant’anni, di aver disimparato la capacità di giudizio acquisita lungo il corso di una vita. Forse l’hai tutta riversata sul non far morire per assideramento tua figlia? Forse tutto quello che sapevi, la convinzione di saper leggere gli avvenimenti con il raziocinio di un’adulta, forse tutto questo, l’hai dimenticato sei anni fa nella sala della croce rossa durante il corso di disostruzione pediatrica? Forse oggi sai fare la manovra di Heimlich, ma non sai capire se hai a che fare con uno stronzo? Forse. Non saprei. Come vi ho già detto ho disimparato la vita, ultimamente.

Come quando ti spezzi un braccio e dopo quaranta giorni di ingessatura, devi riprendere confidenza con la sua capacità articolare e hai paura anche solo ad alzare una tazzina di caffè. Tu sai che puoi farlo, solo che non ricordi di poterlo fare. Ecco, io so che sono in grado di riconoscere uno stronzo, ma, in qualche modo, decido di non seguire il mio codice morale, seguo quello che mi consigliano gli altri e lascio che lo stronzo, ferisca me. Lo so che sapete di cosa parlo. Ormai, è tutto un fiorire di donne quasi ai quaranta, con acne giovanile! Gli ormoni in tempesta e il cuore bendato. A volte penso che il genere femminile stia coscientemente regredendo alla fase adolescenziale per incontrarsi, finalmente, con quello maschile! Che manipolo di narcisisti ego riferiti siamo diventati.

Per esempio, è giusto concludere una relazione perché uno dei due vuole figli e l’altra, no? A prima vista è un atto di profondo amore. Della serie, la mia libertà inizia in me e finisce dove inizia la tua. Oppure, ti amo a tal punto da non volerti chiedere di fare un figlio. E, dall’altra campana, ti amo così tanto che riconosco il tuo bisogno umano di procreare, di lasciare un pezzo di te al mondo che ti lascio libero di andare. Tutto molto bello. Tutto molto maturo. Tutto molto preconfezionato. Tutto, molto, finto. Lui cerca una fattrice, non una donna. Perché, amica, se volesse un figlio da te, se volesse mettere un pezzo di sé dentro te, aborrirebbe la sola idea di avere un qualsiasi altro figlio che non avesse i tuoi occhi o il tuo naso. E lei? Lei è una che con ogni probabilità, non si dovrebbe riprodurre. Non è vera la storia per la quale ogni donna ha l’istinto materno. In generale, le donne non lo hanno di default a meno che, tu non sia educata in seno ad una comunità Amish e, anche in quel caso, te lo hanno inculcato non ce l’hai perché sei la Vergine Maria. Alcune, lo sviluppano appena scoprono di essere incinta (io non ci credo, ma molte giurano di sì), altre, al primo vagito, altre, nemmeno entro la laurea del figliolo e, tuttavia, fanno il loro mestiere di madri, e, tuttavia, amano i loro figli, perché l’amore che si nutre nei confronti di un figlio, è una specie di maledizione alla quale non ti puoi sottrarre. È un bene involontario. Ma come essere umano quella donna lì, è bruciata, perché non voleva fare un figlio, ma ha fatto un figlio. È diverso.
In generale, le donne si dividono in quelle che sanno che diventeranno madri, perché pensano che così giri il mondo e donne che non se lo sono mai chieste. Di solito le seconde sono quelle che le guardi e le ingravidi. Ecco, di solito la seconda tipologia di donna, è quella che dirà all’uomo in oggetto che non vuole figli. È un assunto vero? Forse. Il punto è che se l’uomo l’ama deve voler restare, a prescindere dalla riproduzione. Se non resta, semplicemente, non ti ama. Pietra sopra.
O, più verosimilmente, in donne che ammettono che la maternità le fa tremendamente soffrire e, donne che ti raccontano ma che bel castello marcondirondirondello.

Non è così difficile da comprendere, amica. Hai una laurea e non sai decifrare il comportamento di un altro essere umano?
Quanto ancora lascerai che lui si arroghi il diritto di non rispondere ai tuoi whatsapp, quando tutto ciò che fai è cercare di capire cosa stia accadendo? Ma, allo stesso tempo, quante altre volte vorrai porre una domanda per la quale hai già una risposta? Non c’è niente di più morto di un amore morto; se lui ha smesso di amarti per un solo istante, allora, nulla gli impedirà di farlo per il resto del tempo che potrete condividere. Tu lo sai, eppure, sembra sia una tua priorità ricoprirti di vergogna, in nome di cosa? Vuoi davvero stare qui a mendicare che lui ti ami?
Fallo andare per la sua strada, siediti sulla riva del fiume e aspetta di vedere il cadavere del tuo nemico passare, perché passerà, amica, ci puoi giurare. Forse ora non lo credi. Forse, ora non vedi la tua luce perché hai concesso ad un uomo di eclissarti. Ancora una volta, anche quando il tuo papà ti ha vista brillare.

A dispetto di quanto pensassi, hai visto?! Non lo fai perché sei la principessa smarrita di papà. Lo fai, perché non hai abbastanza stima di te stessa. È solo questo che ti rende meno amabile amica.

Non è il tuo cattivissimo papà. Sei tu. Sei tu a rendere accessibile il tuo cuore al dolore, al sopruso e all’abbandono. Sei tu che gli hai concesso di entrare e di uscire come fossi un cesso pubblico. SEI TU. Non è il tuo papà, non sono i fantasmi del tuo passato, non è nemmeno lui. SEI TU. Non hai saputo amarti nemmeno questa volta e non conta quante volte hai pregato Budda o chi per lui, di indicarti la via dell’amore, tu resti sempre la ragazza che non sapeva amare.
Quella che continua incessantemente a provarci ad essere amata. Una volta, almeno una volta e cade sempre nello stesso patetico errore. Una folle, come direbbe qualcuno, che persiste nell’errore pensando, in qualche modo perverso, di riuscire a cambiare il risultato. E invece, no, il risultato non cambia.
Gli orchi buoni non esistono, amica. Ora lo sai anche tu. Non c’è spazio per principi, draghi e orchi nella tua fiaba. Sei solo tu e un cazzo di mostro. Cosa farai, scapperai ancora? Cercherai riparo nell’abbraccio di un altro, più nuovo, eroe che prestissimo, troverà troppo complessa l’avventura dell’amarti e andrà altrove, in un castello con marmocchi e pasta al pomodoro? O, invece, questa volta, lo guarderai negli occhi il mostro e gli sussurrerai che lui esiste solo perché tu lo rendi possibile?
È questa l’unica domanda, amica.

“Hello, i’ve waited here for you. Everlong”