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domenica 14 gennaio 2018

Dalla mia palude, alla tua. 7 momenti in cui credevo di aver bisogno di un uomo e poi ho scoperto, ma anche no!

“Quando hai bisogno di un uomo, non c’è mai”. Se sei donna e vivi da sola, sai di cosa parlo.
La prima volta che in casa scatterà il salvavita, penserai che questa cosa dell’indipendenza, non fa per te. Penserai, papà dove sei? Oppure, fidanzato, o ancora, ex marito o, forse, convivente dove sei? Chiamerai un qualsiasi uomo di tua conoscenza e lui, ti dirà che è scattato il salvavita; allora, tu penserai nell’ordine: cosa è un salvavita? E, soprattutto, dove cazzo è il salvavita? A quel punto, scoprirai di avere un quadro elettrico in casa, bypassalo pure perché lì non succede mai nulla di utile, poi mi dirai se ti capiterà almeno una volta, quando il phon fa staccare il contatore e sei in asciugamano in bagno, con una temperatura ambientale percepita di 30 gradi, di riuscire a risolvere la questione con il quadro domestico o, piuttosto, non dovrai scendere mezze ignuda tra la scale, dove la temperatura percepita sarà, invece, -4. Ogni, singola, volta. Ecco, una volta al quadro generale dei contatori, scoprirai che ce ne sono due; uno più grande e uno più piccolo. Entrambi ti appartengono, vedi? C’è il tuo nome. Entrambi, hanno a che fare con l’elettricità, sembra. Respira, non è un caso da filo rosso o filo giallo con relativa esplosione. Perfino Macgyver, non potrebbe fare nulla di più, di ciò che stai per fare tu. Non perdere tempo a chiederti cosa serva a cosa, dove trovi la levetta abbassata, alzala e corri, prima che Freddie Kruger esca dal sottoscala. Sì, perché, ovviamente, i contatori non sono mai in bella mostra. Che ne so io, in una bacheca con una mega insegna CONTATORI! No, devi sempre scendere alle catacombe del tuo palazzo, dove, già ti immagini viva una colonia di ratti transgenici democraticamente organizzati in una monarchica Repubblica con Donald Trump come Presidente. In ShitHole We Trust.
Insomma, bimba, prima regola per vivere da sola: TUTTI GLI ELETTRODOMESTICI CHE GENERANO CALORE, non possono essere accesi in contemporanea. O ti asciughi i capelli, o avvii la lavatrice. Il Medioevo proprio, lo so.
È vero, non c’è un uomo nel raggio di un chilometro, ma la buona notizia è che non ne hai bisogno. Io sono andata a vivere da sola con una bambina di 5 anni e un cane petomane, lo scorso maggio. All’inizio, molte erano le cose che mi spaventano. Eppure, man mano che i giorni passavano, gli scatoloni del trasloco si svuotavano, gli spazi mi diventano familiari e le luci diventano quelle giuste. Non è stato semplice. Sono stata per 28 lunghi anni la figlia di, per poi diventare subito la moglie di e la madre di. Non ho mai avuto la possibilità di essere consapevole di me stessa, dei miei pregi, pochi e dei miei limiti, infiniti. Questa casa è stato un dono.La mia palude, solo mia. In questa casa è iniziato il mio viaggio e lungo il mio tragitto, ho stilato una lista semiseria, di tutti quei momenti nei quali avrei, d’istinto, voluto un uomo accanto, ma a ben pensare, anche no. Alcune di voi, probabilmente, avranno avuto le stesse epifanie.
• Quando compri l’acqua e ti tocca portarla su. Tranne poi, che un uomo, 80 volte su 100, te la lascia all’ingresso e, alla fine, ti incazzi peggio, perché pensi, cosa diamine ti costava mezzo metro in più? A quel punto, ti compri l’armonizzatore T-sonik, come ho fatto io e l’acqua, non la compri proprio più.
• Portare la spesa in casa. Duecento buste, che segano le dita della mano e bloccano la circolazione. È un punto dolente, lo riconosco. Pensa positivo. Questa, è l’occasione in cui puoi imparare a fare la spesa. La regola principe è super semplice: se pesa, non lo vuoi.
• Riporre le decorazioni natalizie sopra l’armadio. Certo, è altamente probabile, che un uomo trascorrerebbe i tre minuti netti dedicati alla suddetta operazione, lamentandosi perché hai osato smuoverlo dal divano quando tu, nel frattempo, hai smontato l’albero, riposto le palle del Natale, ogni anno più grandi, delicate e, inesorabilmente, rotte e messo via le lucine. A quel punto, bimba, fatti un piacere. Chiama un’amica e fatti dare una mano. Stai pure certa, che lei lo farà volentieri senza emettere sbuffi e, dopo, avrai compagnia per un aperitivo.
• Piegare le lenzuola. Ok, questa all’inizio la risolvi appallottolando, poi, come per il resto delle cose della vita, impari che tutto, anche piegare le lenzuola, lo puoi fare da sola, basta sapere come. O così, o vai su youtube, che un video tutorial lo trovi. Sicuro.
• Cambiare il copripiumino di Ikea al tuo letto. Come sopra, ma molto, molto peggio. Amica, su questo punto, fai pace col fatto che lo metterai una merda e dovranno passare almeno due notti, perché il piumino si distenda per benino. Accendi i termosifoni e non ci pensare. O, ancora, metti un pigiama più pesante. Vedi? Hai infinite, altre, possibilità. Ancora, non ti serve, per forza, un uomo. PS i disegnatori di Ikea sono delle vere merde.E sono tutti uomini. Per forza. Il Nord Europa paritario, vive senza ombra di dubbio, fuori dalle camere da letto.
• Riscaldarti i piedi appena entrata nel letto. Riconosco che su questo ci sto lavorando. Avevo pensato di comprare lo scalda-sonno, ma mi piace entrare nel letto freddo e poi riscaldarmi pian, piano. Per ora uso la tecnica Dog-Heater. Prendo il mio cane e lo metto ai miei piedi. Non è lo stesso. È vero, riscaldo un po’ i piedi, ma non saprei spiegare perché, si ghiaccia un poco il cuore. Ma sono ancora in via sperimentale.
• Quando devi portare il cane a fare pipì alle 7 di mattina e non vuoi lasciare tua figlia di 5 anni da sola in casa. Ecco, in quel caso farebbe comodo un uomo in casa. Lui potrebbe portare giù il cane e tu, per gentilezza, preparargli il caffè. Ma nella realtà dei fatti, è altamente probabile, che l’uomo starebbe nel letto a dormire, mentre, tu porteresti il cane giù, quindi, fai come ho fatto io, educa il tuo cane a pisciare dopo le 9 del mattino.


Vedi amica, dal punto di vista pratico, ti puoi bastare. Anzi, dal punto di vista pratico, è senz’altro così. Non è questione ipotetica questa. Certo, è più difficile, ma non è impossibile. La storia per la quale devi essere suffisso di qualcuno, è una bugia che ti hanno raccontato fin da piccola, per vederti camminare dritto senza troppi scossoni. Probabilmente, avessero capito fin da quando eri piccina, il turbamento inenarrabile che sei, ti avrebbero evitato tanti errori. Il casino vero è quando, capito chi sei, individuato dove vuoi andare, annusato il profumo che ti richiamerà sempre, incrociato lo sguardo giusto e ascoltato quella voce che non potrai più dimenticare, dovrai trovare il coraggio di rimanere fedele alla donna che sei diventata a casa tua, nella tua palude. Dovrai trovare la forza di non perderti, di non snaturarti mai più. Di non mortificare te al prolungamento di un altro essere umano, ma soprattutto, dovrai essere così coraggiosa da aprire la porta della tua palude all’orco giusto, quello che sovvertirà ogni singolo punto della lista semiseria e ti farà rivalutare l’intera categoria uomini. Allora, amica, rischierai il paradiso in terra. Ma fino a quel giorno, continua a cercare, non ti fermare a guardare il primo principe, ne hai avuti a sufficienza e, alla fine, sono tutti rospi! Cerca l’orco, cambia gioco. Non sei una principessa, non hai bisogno di un principe, tu!

Arriverà, quel momento arriverà, ora però, chiudi la porta di casa e goditi il silenzio della tua palude.
Te lo sei guadagnato.

venerdì 29 dicembre 2017

Sul Natale appena trascorso e la Medusa del Caravaggio.

Anche questo Natale, è passato. Anche questo Natale, come da tradizione, mi ha portato disastri, malumori e disincanto. Anche questo Natale, mi ha interrogata a fondo, per trovarmi, desolatamente, impreparata. La domanda, sempre la stessa: sono in grado di amare, veramente?
Non è che non ci provi. Non è che non mi emozioni vedere due persone restare anche quando la vita puzza e la fuga, sembra l’unica scelta sensata. Piuttosto, è la mia urgenza di essere compresa che viene, puntualmente, disattesa, nonostante, la mia ossessiva ricerca delle parole adatte.
La cosa più giusta, sarebbe presentarsi con il proprio carico, ben visibile, sulle spalle. Tutto in bella mostra. Esporlo alla luce senza paure, con orgoglio. Denudarsi. È una parola che amo particolarmente. Spogliarsi degli orpelli che ci rendono Belli (chi mi conosce capirà). Smettere di dire le parole giuste. Dimettere gli abiti che ci fanno monaci e restare in piedi in tutto il nostro peggiore orrore. Bisognerebbe, avere la possibilità di dribblare l’intera faccenda del conosciamoci meglio, un passo alla volta, un errore tira l’altro; tanto non ci si conosce mai abbastanza per non smettere di amarsi. Bisognerebbe, poter arrivare con tutti i demoni che ci escono dal capo, come fossimo tutti la meravigliosa Medusa del Caravaggio e, presentarli uno ad uno. Sgranarli di fronte allo sconosciuto, come il più sacro tra i Rosari. Allora, probabilmente, andrebbe così:

-Ciao, ti ho visto da lontano e ti ho riconosciuto. Ti voglio, ti voglio da morire, ma ecco qui il problema, la mia vita è un cazzo di labirinto e sono ricoperta di cicatrici che via, via si rinfuocano e bruciano. C’è questa abitudine che ho di sopravvivere ogni volta. Sono un’unità finita, è inutile che cerchi di completarmi. Sono la peggiore persona che tu possa incontrare. Sono nevrotica, soffro di una rara forma di incontinenza verbale, tradisco me stessa ogni tre minuti, ho una famiglia complicata, per usare un eufemismo, che succhia via ogni mio tentativo di emancipazione. Sono una maniaca del controllo, mangio male. Bevo troppo, lo dice sempre, anche, mia madre. Sono sfrontata. Dico cazzo ogni due parole. Cerco giustificazioni per ogni mia cattiva azione e, credimi, ne compio tante. Costruisco divinità e le distruggo come il Lupo con la capanna dei Tre Porcellini e tu, ti sentirai spesso smarrito per questo. Sono brava a venderti fumo, mentre credi di stringere l’affare della tua vita. Non credo nei compromessi. Prometto e non mantengo. Sono il genere di persona che non capisce quello che sente, anche quando il cuore glielo scrive a caratteri cubitali in volto. Per paradosso, potresti essere l’amore della mia vita, io continuerei a non capirlo, solo per poi averne un leggero sentore, un attimo dopo averti perso, per sempre. Sono infedele nel Dna. Vivo con le valigie fatte perché non so mai quando uscirai dalla mia vita. Non ho paura di ballare da sola. Trascorro la maggior parte del mio presente e del mio futuro, a cancellare il mio passato e, non so se possa interessarti, ma non potrò mai essere tua, perché sono di tutti. Sono Michela Belli e, quindi, devo concedere alle persone tutto quello che vogliono. Non chiedermi perché. Mi è impossibile il contrario.
Ora, posto che, solo un eroe resterebbe, uno dal cuore più puro della norma, a quel punto, sarebbe normale essere oscuri, sempre, anche quando il mondo ti intima di sorridere e cantare Bianco Natale. A quel punto, sarebbe normale, restare nella propria zona di conforto al buio, su un divano, seduti l’una accanto all’altro, i corpi distanti, le anime, in silenzio, avvinghiate a sudare l’ amore. Basterebbe andare in giro con un cartello parlante con su scritto GIORNO OSCURO e il nostro eroe capirebbe che a Natale, tu non puoi essere normale.
Che utopica idea di libertà, vero? Che idea di perfetta felicità è mai questa, non è vero, amiche?
Invece eccomi qui, fuori dalla mia zona di conforto a dover parlare e dare spiegazioni. Mi vengono poste, continuamente, domande alle quali non so dare una risposta, perché le uniche certezze che ho, riguardano me, la mia leggendaria incapacità di prendere la giusta decisione. Perché so che sono una che: l’amore dura tre anni, se non cachi prima le farfalle. E allora mi dico che Natale è andato. Anche quest’anno ce l’ho fatta. Il 6 gennaio è dietro l’angolo, basta stare in apnea un’altra settimana e poi, tornare alla mia immobilità, al mio controllo. Fuori dalle emozioni, che quelle non fanno per me. Mi travolgono, sempre. E conto lentamente le parole già dette, sono ancora lì con te, tra il palato e la gola e mi ricordo di quando Lev Tolstoj ha scritto: “Non è per te questa felicità. Questa felicità è per coloro che non hanno quel che c’è in te”.

Buona fine e buon principio.

giovedì 21 dicembre 2017

Che poi, era peggio se nascevo Cane.

Del Natale odio ogni singola cosa, ma più di tutto, mi fa incazzare sapere che nemmeno questo, è l’anno dei Gemelli. Non ho capito cosa aspettino ad ammetterlo. L’anno dei Gemelli non esiste, vi prendiamo per il culo da 2000 anni. Che almeno uno si mette l’animo in pace e non corre ogni primo gennaio a cercare il tema natale, l’ascendente, le stelle, gli astri nascenti e i pianeti in collisione per scoprire che, anche questo cazzo di anno, è dello Scorpione! E quando non è Scorpione, è Pesci, Bilancia, TUTTI, ma non il Gemelli. Il Gemelli, invece, ha sempre qualche pianeta del cazzo in traiettoria che distrugge ogni possibilità di ciorta. Ci chiamano #gemellimaiunagioia, ma noi non lo capiamo. Sì, perché noi dei Gemelli, siamo come i calabroni della storia di Einstein, che poi, magari l’ha detto sua moglie e ci raccontano che l’ha detto Einstein, perché che ve lo dico a fare?! Ma se avete visto il film della sua vita, saprete che la moglie era un pezzo avanti, giusto per informazione. Comunque, il calabrone è quell’insetto la cui apertura alare non è giusta per volare, ma lui non lo sa e vola lo stesso. Ecco, noi dei Gemelli siamo così, non siamo fatti per la felicità, ma la tristezza ci rimbalza e siamo felici lo stesso. Siamo inconsapevolmente felici. Questa inconsapevolezza ci accompagna sempre. Inciampiamo nelle casualità della vita, seguiamo il sesto senso, ci illudiamo di stare in equilibrio e cadiamo, ma ci rialziamo, ogni volta, al tappeto non sappiamo stare.

Siamo come le foglie di Malika Ayane, tremiamo e moriamo un po’ per il nostro stesso cuore, ché lui arriva sempre prima della testa. Lo sappiamo, ma siamo terribilmente testardi, cerchiamo di smentire ogni dannata volta quello che il cuore ci sussurra. Vorremmo, terribilmente vorremmo, essere razionali e, a modo nostro, lo siamo, perché siamo cerebrali. Noi l’amore lo facciamo con la testa, il corpo è solo un mezzo.Per questo tradiamo peggio di altri. Il piacere in un Gemelli nasce in un punto preciso del cervello, nella sfera del linguaggio e della comunicazione. Siamo di quelli che per un congiuntivo sbagliato chiedono il divorzio, per dire. Di quelli che per un complimento ben pensato, uno di quelli che, quando li senti, bruci in un secondo, uno tipo: sei bella e ingiusta, non dormono per un mese, per dire. Perché in quell’incantevole ossimoro, c’è tutto del Gemelli, il sacro e il profano, il bello e il brutto, la vanità e l’interiorità, l’egoismo e l’empatia. Vorremmo essere titanici, ben saldi sui nostri piedi e, invece, siamo condannati alla tempesta. Per questo la gente ci sta intorno, vogliono salire tutti sulla nostra giostra emotiva, provare l’ebbrezza delle nostre montagne russe; finita la corsa tutti via. C’è forse da biasimarli? È complesso da queste parti. Vogliamo l’amore, ma vogliamo essere liberi. Vogliamo la libertà, ma ci sentiamo deprezzati e sviliti, se non siete gelosi fino al midollo di noi, del nostro corpo, del nostro odore, delle nostre parole, del nostro passato e più di ogni altra cosa, del nostro cervello. Se sei così coraggioso, da volere un Gemelli, devi prenderti il suo cervello, il cuore seguirà. Vogliamo la gelosia, non il possesso, perché, se davvero vuoi un Gemelli, lo devi adorare quando è libero, o lo perderai. Non te ne accorgerai. Sarai convinto che sia tutto nella norma, ma nel frattempo quel Gemelli starà distruggendo la tua immagine ai suoi stessi occhi. Brandello dopo brandello, non resterà granché della divinità che ti aveva fatto diventare. Un giorno lo guarderai e capirai che lui è già altrove. Altrove è la nostra dimensione. Qualcuno, mi ha chiesto, ma poi, altrove dov’è? Ci sei stata? È bello lì? È stata la risposta più difficile, alla domanda più complessa, che mi sia stata mai posta, ma alla fine, ho risposto. Credo. Spero. Io vivo in due mondi. Quello in cui sono e quello in cui vivo. E non posso vivere dove sono, perché è un cazzo di casino. L’età adulta sta nel bilanciare i due mondi. A 30 credevo di aver trovato il giusto ago della mia bilancia, mi sbagliavo. A 35 con una nuova vita tra le mani, credevo di aver capito, almeno, io chi fossi e che potevo camminare saltando di palo in frasca tra l’altrove e il qui. Un computer su cui scrivere di altrove, un lavoro nel qui e nell’ora. E, indovinate? Anche quando sono qui, penso ad altrove. Se avete un Gemelli nella vostra vita, provate a fargli la stessa domanda. Sono sicura che questo post, che ai vostri occhi apparirà come sconclusionato e a tratti esagerato, a loro sembrerà ordinaria amministrazione. Siamo fatti così, una valanga di emozioni difficili da gestire, per usare un eufemismo. No, non siamo per tutti, è vero. Non siamo di quelli che si comprano con poco. Siamo bravi a farvi credere di essere della scuola unicorni e arcobaleni, quando la verità è: siamo perversi nella magistrale capacità di prendere, sempre, la scelta più sbagliata possibile. Non è che non la vediamo quella giusta, è proprio che non ci interessa. Sistematicamente noi dobbiamo complicare il pane. Ancora vi chiedo, c’è da biasimarvi quando scappate?

Insomma, io i pianeti in collisione con il mio oroscopo, li capisco. Ci sono giorni in cui mi sveglio come Cenerentola, canticchiando con gli uccelli e usando gentilezza verso ogni essere vivente, poi un coglione mi taglia la strada, mentre sono in ritardo per portare mia figlia a scuola ed è come, se un asteroide dallo spazio, si mettesse nella traiettoria esatta del mio giramento di palle. Ora se calcolate che un anno è fatto da 365 giorni e che ogni giorno un coglione almeno lo dovrete incontrare, vi toccherà iniziare almeno un giorno senza caffè perché avrete dimenticato di comprarlo (questo poi, dove siete causa del vostro male, vale come doppio giorno di merda), sarete fagocitate da un gruppo whatsapp dal quale vorrete disperatamente uscire (questo vale tre giorni di merda), vi innamorerete quando pregavate che non vi accadesse mai più, sarete al settimo cielo per suddetto amore, poi l’amore finirà perché ci sarà qualche congiuntivo sbagliato di troppo, o l’amore non finirà, ma si complicherà e vi asfissierà e vorrete la fuga, e poi la fuga non era quello che volevate e poi altrove, altrove, altrove capirete perché, nemmeno il 2018 sarà l’anno dei Gemelli, amiche. Facciamo pace col fatto che, siamo destinate ad arrancare nella nostra inquietudine e vedrete che questo, non sarà il nostro anno in termine di oroscopo, ma sarà senz’altro l’anno della nostra consapevolezza. O questo, o trasferiamoci tutte in Cina e perculiamo l’oroscopo occidentale. Che poi, non so voi, io sono Cane e tutto quello che so di questo segno, è che il 2017 non era un buon anno e per il 2018, ho già controllato il tasso di cambio Gemelli/Cane e le previsioni sono funeste, con una stellina solitaria in ogni dove: amore, lavoro, fortuna e, anche, salute.

Le ovvietà, anche in Cina.

Che poi una dice, accontentati dell'enneagramma dei caratteri della Gestalt.

Altra, breve, storia triste.

Sono un due.

Fine.

Ciao.

domenica 17 dicembre 2017

Supereroi e vino rosso

Avevo detto che non avrei parlato dei miei vuoti emotivi, ma più vivo, più mi sembra chiaro che, ognuno di noi, è la somma dei propri vuoti. Vuoti emotivi e vuoti che derivano in maniera direttamente proporzionale, da loro. Prendiamo l’annosa questione Michela e la maternità. Essere cresciuta con la sindrome dell’abbandono, mi ha resa una donna perennemente in fuga e diventare madre mi ha, invece, inchiodata a quest’altro essere umano che in simultanea, dipende da me e ha il potere, di fare di me ciò che vuole. Io sono sua. Vorrei poter dire che questo la renda infinitamente ricca, ma per quel che so, valgo poco e lei non lo immagina nemmeno lontanamente.
Della maternità mi fa terrore tutto. Soprattutto, questa sensazione angosciante del camminare costantemente con il cuore pulsante fuori dalla gabbia toracica. Mi fa sentire terribilmente vulnerabile. Oscillo tutto il tempo tra questi due poli, liberare la meraviglia di V e regalarla al mondo, o, rinchiuderla di nuovo nella mia pancia, lontana il più possibile dal mondo e le sue brutture. Riunire il suo respiro e il battito del suo cuore al mio. Il problema principale è smettere di sentirmi un’imbrogliona. Lei mi guarda, mi ama e corre leggera ché la sua mamma sa tutto di tutto, la sua mamma può curarla da tutte le bue e, invece, no. La maggior parte del tempo, ciondolo per la casa senza avere la minima idea di quello che sto facendo. Chiudo gli occhi e spero di non ammaccarla. La paura dell’ammaccarla mi viene dal primo cambio pannolino, da allora, è cambiato tutto intorno a noi. È cambiata V. Sono cambiata io. Ho stravolto innumerevoli volte il suo mondo e, ancora, ho paura di ammaccarla. È una situazione paradossale perché, più lei mi guarda con quegli occhioni pieni di aspettative, più io mi sento piccola e vorrei scappare nell’angolo più remoto di casa, rannicchiarmi al buio e fingere di aspettare mia madre che torna dal lavoro. Devo, invece, reggere il suo sguardo, così puro e autentico da farmi sentire il peggiore essere umano sul pianeta e devo, mentirle, raccontarle che andrà tutto bene e che mamma ci sarà sempre. Sono le bugie bianche, dicono. Sono le bugie che fanno crescere, dicono. Io non lo so. Chiudo gli occhi e spero di non ammaccarle l’anima.

Mi interrogo molto sul mio essere madre. Non penso di essere adatta al compito. Non me la godo come vedo fare a tante mie coetanee. Tutti concordano che essere madri sia la cosa più stancante di tutte. Per me è più di così. Non è, solo, la stanchezza fisica. Quella non la sento più. Mi sono abituata che, il mio modo d’essere è, ormai, questo: #stancacomelamerda
Invece, il silenzio e il mio mondo interiore, fino a cinque anni fa, più movimentato di quello esterno, mi mancano. È come se vivessi in una schizofrenica sincronia tra azioni, parole e mondo circostante. E, tuttavia, sono in diacronia con i miei luoghi interni. Posso davvero dirmi felice quando non trascorro almeno metà della mia giornata a pensare? Allora, mi sono detta che questa cosa di V e di me che sono sua madre, è una versione alternativa della felicità come me la immaginavo. Certo, quando salta sul divano, quando urla impietosa, quando mi dorme addosso, quando mi impedisce di essere me, altro da lei, mi sembra una versione sadomaso e perversa della felicità così come me la immaginavo, ma non posso dirmi infelice perché, quando mi è lontana per più della normale giornata scolastica, vado in deficit di ossigeno. Quindi è un bel casino. Sono una donna spaccata. E, questa scelta di fare la mamma single, mi rende più spaccata della norma.
Chi come me cresce un figlio da sola, almeno nell’ordinaria amministrazione, sa bene di cosa parlo.

Ci sono momenti che senti che non ce la farai. Ci sono giornate, in cui metti davvero le scarpe nel frigorifero, per parafrasare il paradosso di Fedez, ma poi, in qualche modo, varchi la soglia di casa, tu, le buste della spesa biodegradabili perennemente rotte perché, quelle buone sono, ovviamente, appese accanto alla porta di ingresso, il cane che tira perché sta per morire disidratato anche se ci sono 5 gradi, tua figlia che dice “mamma, ti dico una cosa” proprio mentre il manico della busta sta cedendo e tutta la spesa sta per cadere, la lampadina delle scale che l’amministratore ti ha detto avrebbe cambiato un mese fa e, invece, è ancora spenta, allora prendi il cellulare in tasca, cerchi di far luce con la torcia dell’iphone che di norma è mezzogiorno di fuoco, ma la sera non ha nemmeno l’intensità di una candela e, finalmente, in qualche modo, la chiave gira nella serratura ed è magia, è casa.

V continua a spiegarti che Matteo le ha tirato i capelli. Di istinto, le dici che i maschi fanno così quando una bambina gli piace. Mentre lo dici ti odi, perché pensi di stare perpetrando la violenza di genere su una bambina di 5 anni dandole l’idea che, un maschio è violento se ama. Poi pensi sticazzi, a me dicevano così e mai nessuno maschio ha pensato di sfiorarmi perché, di solito, sei tu, a fare paura agli uomini. Ti dici che sei solo stata fortunata. Allora, decidi di correggere il tiro e spieghi a tua figlia che la violenza non è mai una scelta giusta. Cerchi con le ultime energie della giornata di prepararle una cena decente. Riponi la spesa nei mobili. Il cane deve mangiare, ma non mangia se non ti fermi accanto a lui. Apri un Santa Cristina, uno di troppo, ma di nuovo sticazzi e mentre vai in decompressione col primo sorso, realizzi che anche oggi l’hai sfangata.
La giornata è andata.
Sei un super eroe con una bambina con la pancia piena, il cane pure e un calice di rosso in una mano.

lunedì 11 dicembre 2017

Le regine del 33, 33 e 33

L’altro giorno, parlavo con una mia cara amica. Una donna che amo e stimo in egual misura, in quella maniera assoluta di metempsicosi per la quale, una diventa identica all’altra, nel percorso che si fa insieme. Una cosa che con un uomo non potrebbe mai capitare, a meno che, non si incontri uno di quegli esseri mitologici muniti di un pene e di una sensibilità femminile che gli dica come usarlo. Un femminista, vero. Lo dico e mi sembra di infrangere un tabù. L’ultimo baluardo sulla via dell’illuminazione circa rapporti di coppia uomo/donna. Insomma, se ne conoscete uno, esponetelo al mondo, che qui siamo tutte alla ricerca del Sacro Graal. Non siate egoiste. Non siate quel tipo di donna che trova, per puro caso, il cioccolattino giusto in una scatola dai gusti di merda e pensa “ora me lo pappo io da sola, mangiatelo tu, quello al marzapane!”. Siate altruiste. Dite no al marzapEne per tutto il genere femminile. Facciamo rete, no? Oggi si fa rete per tutto. Non so nei vostri lavori, ma nel mio, c’è un “tavolo di consulta” per ogni tipo di scelta, da quelle importanti alla festa del Natale.

Insomma, sabato sera, io tornavo da un incontro con la cittadinanza di Piombino, teso alla sensibilizzazione sul tema immigrati e lei era a casa. Lei in coma sul divano, io in coma in auto. Lei in lotta con la noia, io con la parte di me perennemente in fuga, ma questo, ve lo racconto un’altra volta e lei, come fa sempre, mi ha fatto riflettere su una teoria interessante.
Noi, donne intorno ai 30 –dove, a dirla fuori dai denti, non si capisce se siamo più intorno ai 30 o ai 40, considerato che siamo proprio nel mezzo, ma, in fondo, lo sanno tutti che i 40 di oggi sono i 30 di ieri- al netto di un’indipendenza economica che, spesso, si accompagna ad una maggiore sicurezza e autostima e, quindi, nel campo sentimentale, ad una emancipazione dall’altro, con un matrimonio o una convivenza alle spalle, un cane o un gatto a riscaldarci il cuore e, alcune, con delle estensioni di noi, i figli, da crescere, siamo quelle del 33-33 e 33.

No, non siamo afflitte da una perversa sindrome di Peter Pan che ci cristallizza agli anni di Cristo in croce. Per quanto dolorosi siano stati, la maggior parte di noi, ne è uscita ammaccata, ma in qualche modo incolume, da quei 365 giorni di panico e delirio che sono i 33. E, no, 33 non è il numero di uomini che abbiamo amato. 33 è la quota vitale che siamo, fisicamente capaci, di dedicare.

Se è vero che siamo unità intere, allora, un 33% della nostra quota di energie, la dedichiamo al lavoro. Un lavoro che abbiamo imparato ad amare e a sentire nostro. Un lavoro che spesso sfida le leggi della fisica di piegamento e flessione di un corpo e di uno spirito, ma che cavalchiamo come intrepide amazzoni.
Un altro 33% della nostra quota vitale, va alla famiglia, qualunque essa sia. Da quella mononucleare con te e il gatto (che poi sono sempre almeno due i gatti) a quella della mamma single, con un bouledogue francese affetto da aerofagia acuta e una quarentenne rinchiusa nel corpo di una cinquenne come figlia, o, ancora, quella con te e la tua donna o il tuo uomo, o quella in cui ci sei tu, un marito e figli di diverse unioni o, quella strana cosa chiamata famiglia tradizionale, che a me da sempre i brividi e della quale stento a fidarmi per incolmabili vuoti emotivi, dei quali, state tranquille/i, non parlerò. Per quello esiste una stanza con divano apposta. Il lettino non c’è. Non sperateci. È un’altra leggenda.
Infine, l’altro 33% alcune lo dedicano all’amore, altre al sesso, quello adulto, pieno e cosciente. Quelle parecchio fortunate, coniugano entrambe le cose. Per un periodo sufficientemente lungo del proprio viaggio.
L’altro 1% che fine fa? Quello, è il maledetto quid impazzito che vaga feroce lungo le tre parti di noi. A volte fa pendere la bilancia sul 33 del lavoro; in quel caso, ci danno delle ciniche arriviste. Altre volte sul 33 della famiglia e ci chiamano casalinghe frustrate, altre, sul 33 del sesso, allora ci chiamano ninfomani, altre sul 33 dell’amore e lì, amiche, sono pene. Vero?

Insomma, è la storia di sempre. Come in Sex and The City, io l’ho amato quel telefilm, ma bimbe, che fatica a restare imprigionata in uno solo dei personaggi!
Carrie, la Regina di Cuori. Quella dei grandi incendi emotivi e degli iperbolici interrogativi, quella che osserva il mondo con l’occhio curioso dello scrittore.
Samantha, la Regina delle Picche, dell’indipendenza economica, della libertà sessuale, ma anche capace di contenere il dolore di un cancro.
Miranda, la Regina di Quadri, la più umana e sarcastica, quella della verità ad ogni costo, quella della mamma single, della donna tradita, della moglie che perdona; quella dei chili di troppo post partum e delle difficoltà di una donna che, pensava di voler fare carriera più di ogni altra cosa al mondo, ma poi scopre che, diventare madre, inevitabilmente ti cambia. Forse non nel nucleo, ma, di certo, nel modo di operare le scelte.
E, infine, Charlotte, la Regina di Fiori. La Regina della Casa, quella dell’Amore con la A maiuscola, capace di convertirsi ad un altro Dio per il suo uomo. Quella elegante. Quella di cultura. Forse la più sottovalutata. Quella che, a prima vista, sembra una borghese ipocrita che spaccia la sua istruzione, per amore dell’arte (è una gallerista ndr). E invece, poi, si scopre una donna capace di grandi profondità, fragile, ma titanica quando serve.

Ognuna di queste è il braccio armato e il cuore pulsante dell’altra e, insieme, formano una meravigliosa Matrioska.
Invece, cosa facciamo noi? Ridimensioniamo, ogni giorno, qualche parte di noi. Un taglietto qui, ché essere così libere sessualmente non va bene, un morso alla lingua ché il sarcasmo non è segno di intelligenza brillante, ma di cattiva educazione, un altro muretto da ergere nel cuore ché tutta questa passione per la vita finirà per distruggerti e una collana di perle in più, perché sei pur sempre una donna. Siamo noi, le prime ad ingabbiare le Quattro Regine che dormono dentro di noi. Siamo noi, le prime a non accettare che siamo quelle del 33. Abbiamo imparato ad imporci tutto: diete, palestra, jeans troppo stretti, tacchi troppo alti, un marito che detestiamo e non siamo capaci di convincere noi stesse che le donne come ce le hanno fatte figurare da bambine, non esistono più. Va bene così. Noi amiamo così e amare così, non significa, non amare abbastanza, essere così, non significa, non essere abbastanza. Va bene essere così, ripetilo con me, va bene essere così.
Puoi essere Regina di cuori, quadri, fiori e picche tutto in un’unica giornata perché, l’unica cosa vera, è che nessuno, ha il diritto di toglierti lo scettro che ti sei guadagnata. Tu sei la regina del 33 e vai bene così.


martedì 29 settembre 2015

Michela e la crisi dei trentatré

Alla fine scusate, chi ha detto che la crisi di mezza età, arrivi per forza, verso i cinquanta.
Per quanto mi riguarda, ho trentatré anni e sono già alla mia seconda crisi esistenziale. 
No, dico davvero, non sto esagerando.
La prima, l'ho attraversata all'inizio dell'università. Devo ammettere, di non aver fatto le scelte giuste per combatterla. Vita nuova, studi nuovi, ecco il paradigma di partenza. Le persone equilibrate, sanno che i cambiamenti vanno affrontati uno alla volta, io no. Io feci più o meno, quello che si può considerare, una crudele operazione di potatura su un albero perfettamente in salute e tagliai tutti i rami. Tutti. Il risultato, l'ho detto, non fu molto positivo, soprattutto perché la mia migliore amica, decise di trasferirsi a cinquemila chilometri di distanza da me, proprio in quel frangente. Ho vissuto i seguenti anni universitari, come Frodo che scappa da Gollum. Nel continuo terrore di ripiombare nei miei rami secchi. Ad un certo punto poi, ho pensato di aver ritrovato la bussola e per alcuni anni, quasi sei per la verità, sono stata impelagata, in una relazione malata. Di quelle che lui, è così piccino da dover disintegrare, la stima che tu hai di te stessa, ogni giorno, per poter affermare la sua esistenza. Fino ad allora, avevo sempre pensato di essere una ragazza intelligente e, in effetti, non è che all'improvviso mi fossi rincoglionita. Quelle sono relazioni, impossibili da descrivere. Sono storie che da fuori guardi e pensi "ma cosa avrà quella ragazza che non va, per stare con un soggetto simile?", salvo poi scoprire che, ehi! Sei proprio tu, quel tipo di ragazza. Quella che ha una venerazione inspiegabile per il peggior tipo possibile di maschio, che crede di essere un alfa e invece, è un omuncolo qualunque.
Avete presente? Uno di quelli afflitti dal morbo di Apollo. Uno di quelli che, se finisci per sposarlo, garantito che ti conviene farti regalare per Natale, un abbonamento dal ginecologo per lo screening contro l'herpes, per dire. Che poi, se malauguratamente, dovessi scoprire anche di avercelo, sarebbe colpa tua, alla fine. Quel tipo di uomo, insomma. Un ominide. Ognuna di noi, deve incontrarli, almeno una volta nella vita. E' una legge di vita non scritta, come i calzini, che entrano accoppiati in lavatrice e ne escono in solitaria. Solo il cosmo, sa che fine abbia fatto il suo compagno.  Anzi, nel caso del maschio Apollo,  se ne incontri uno, sei anche parecchio fortunata. Conosco donne, che ripetutamente, incappano nello stesso odioso esemplare e, in quel caso, non è che ripetita iuvant, ma vaglielo a spiegare!
La cosa davvero preoccupante però, era che anche all'epoca, io sapevo di stare male. Sentivo dentro di me, che quella relazione era asfissiante e che non stavo facendo altro che mortificare me stessa. Mi punivo per aver tagliato i rami che credevo secchi e che invece, erano ancora così pieni di vita? Non lo so. Ve l'ho detto, fuggivo. Fuggivo da tutti. La mia famiglia, detestava il mio maschio Apollo, anche questo, mi spingeva a stare con lui. Insomma, avevo combattuto per affermare il mio diritto a vederlo, non avrei mai accettato, di tornare indietro e dire: "scusate, avevate ragione", meglio soffrire, vivere nella costante consapevolezza che non sei, dove dovresti essere, finendo per stentare a riconoscere, la flebile voce di quella sconosciuta che dentro te urla: "ma che diamine stai facendo?", nel frattempo, sentire crescere dal tuo tronco, altri rami, e realizzare, che quelli vecchi, fanno ancora male. Non sono stata io a porre fine a quella storia. E come avrei potuto? Io non c'ero più. Non so dove fossi.  Ho sentito dire, che quando si è in coma, si è, ma su un altro livello dimensionale. Qualcosa del genere. Tipo che sei in dormiveglia, senti i rumori della vita in sottofondo, ma non ti svegli. Ecco, è così che vivevo. La vita mi scorreva accanto, in sottofondo. Ho pianto molto. Ho versato più lacrime di quante credevo possibile. Non erano lacrime di una donna che ama e che viene lasciata. C'era una tono di disperazione diversa nel mio pianto. Piangevo perché non sapevo da dove iniziare per ritrovarmi. Dico davvero. Piangevo perché sentivo dentro un vuoto incolmabile. Mi sentivo come una maschera del carnevale di Venezia. Da bambina le trovavo terrificanti, mi spaventava a morte, l'idea, quasi certezza, che dietro quelle maschere, ci fosse solo buio. 
Poi una sera, mi capitò di mangiare cinese e questo fu lo switch di cui avevo bisogno. Un involtino primavera, uno spaghetto di soia alle verdure, ed ero di nuovo io. Banale, vero? Come basti, a volte, solo sedersi ed essere, per ritrovarsi. Non avevo mangiato cinese per sei anni, perché Apollo, non lo gradiva ed io, io in fondo, chi ero per chiedere di mangiare cinese? Non chiedevo e non mi veniva dato. Kurt Cobain, una delle costanti della mia vita, svegliatosi dopo il coma, chiese un Milk Shake a fragola, per ritrovarsi in pace con la vita. Si vede che a me, bastava un biscotto della fortuna.
Dalla cena cinese in poi, è stato davvero un crescendo di ricordi di chi io fossi. Sono Michela Belli, napoletana, amo il cibo cinese, amo scrivere, amo leggere, amo studiare e, soprattutto, amo pensare. Dio, che sapore di libertà, il pensiero. Ho giurato, che mai più, me ne sarei fatta privare.
Sei anni, quanti giorni? Quante ore, minuti e stagioni? Eppure, nessuna traccia lasciata nella mia memoria emotiva, solo immagini, che scorrono sul file di memoria del mio cervello, catalogate come scene di un brutto film.
Ma il post, non nasceva per parlare di Apollo, credetemi, non vale nemmeno una mia parola.
Dicevo, trentatré anni e due crisi esistenziali. 
Sono stata, credo, una buona figlia. Sono stata educata al dovere, alla sublimazione dei nostri desideri attraverso la dura etica del: prima il dovere e poi il piacere. 
I miei genitori sono imprenditori, di quelli che, fossimo vissuti nell'epoca giusta, garantito che ci mettevano su un carretto e tutti alla ricerca dell'Eldorado. Io e i miei fratelli, abbiamo sempre lavorato nelle aziende dei nostri genitori. Tutta la vita ho trascorso, a sentirmi dire: "come sei fortunata!" oppure il più gettonato: "loro (i miei genitori) lo fanno per voi! Non ti rendi conto di ciò che hai", come se, il fatto che i miei genitori avessero deciso di fare impresa, dovesse per forza significare che anche io e i miei fratelli, dovessimo farlo e, in effetti, così è stato. Ho vissuto tutta la mia vita, sentendomi la pecora nera di casa. Guardavo i miei fratelli lavorare senza lamentarsi e mi sentivo malissimo, perché dentro me, ogni singolo atomo del mio organismo, diceva che non voleva farlo.
Ciò nonostante, quando ho dovuto scegliere cosa fare, ho scelto l'impresa di famiglia. All'epoca pensavo per non deluderli, proprio come pensavo che i miei genitori facessero tutto quello che facevano, per noi figli. Sarei dovuta crescere ancora molto e guardarmi dentro con totale onestà, per capire, che io avevo scelto loro perché sì, gli ero grata, ma più di tutto, avevo paura di mettermi alla prova. Proprio come solo dopo essere diventata madre, avrei scoperto, che i miei genitori sono imprenditori perché è l'impresa (in entrambe le accezioni della nostra lingua) il loro motore. Il loro, non il mio. Poi, diamine, è ovvio che tutto ciò che un genitore conquista, resti poi ai figli. In quel momento però, ero ancora molto giovane e, in verità, in opposizione a quello che la gente credeva, fin troppo grata ai miei genitori, per scegliere di non seguirli. Ero figlia e, in un certo senso, di loro possesso. Non nel senso di: sei nostra figlia, comandiamo noi. Loro erano i miei genitori. Due persone dal carattere molto forte e carismatico. Tutti li seguivano. Li ho visti cambiare come camaleonti e ho visto, i loro dipendenti seguirli senza batter ciglio, come avrei mai potuto pensare di non seguirli anche io? E poi, ma mi ripeto, era comodo, sicuro, viaggiare sempre con le spalle coperte.
Per un po', non ci ho pensato. In fondo, credetemi quando vi dico, che l'albergo della mia famiglia è un'estensione della mia famiglia. Non potrei mai pensare, di disfarmene. Camminare su quei pavimenti, salire le scale di ingresso di quell'albergo, mi faceva -mi fa- sentire così orgogliosa, che ogni domanda si assopiva in me, al solo guardare l'insegna della Bella Mbriana.
Seguivo la marea, anzi con l'apertura di un nuovo hotel in Toscana, ero davvero convinta di trovarmi al timone della mia vita. Un nuovo inizio. Nuova terra, nuovo lavoro ed io presente da zero.
Non era il lavoro dei miei sogni, ma chi fa il lavoro dei propri sogni? Mi venivano in mente un paio di esempi, ma mi dicevo, quella è gente fortunata, non frignare e vai a lavorare.
Poi è arrivata Virginia. Di nuovo, non ero in me. Di nuovo allo sbando. Di nuovo senza una rotta da seguire. Di nuovo annichilita da qualcun altro e poco contava se si trattava del più grande amore della mia vita, ancora non ero padrona di me stessa. Mi sono ritrovata a trentatré anni a passare dall'essere proprietà dei miei genitori, all'essere proprietà di mia figlia. Da qualche parte, nel mezzo, avrei potuto scoprire chi volevo essere e cosa volevo fare e invece, non l'avevo fatto. Di qui, la mia nuova crisi. 
Non è facile, scoprire a soli trentatré anni, di essere già così piena di rimpianti. Solo adesso, imparo a conviverci.
Per fortuna, in questo senso, la scrittura mi salva ogni giorno.
Ogni pezzo scritto, ogni pagina sudata, mi racconta chi sono e dove voglio andare.
Dicono che i trentatré siano gli anni di Cristo, per questo, pieni di tumulti e dolori che nemmeno il giovane Werther, credetemi. Non mi resta che aspettare.
Nel frattempo alla crisi dei trentatré rispondo con un sonoro: sono Michela Belli e sono un'autrice.



domenica 13 settembre 2015

Il girone degli ignavi di un'aspirante autrice. Storia di un fallimento annunciato

Questa cosa del voler emergere come autrice, questo dovermi, volermi  imporre su una piccola fetta di pubblico che si affezioni a me, nello stesso modo in cui io, sono indissolubilmente legata ad alcuni autori, tutto questo mi svuota e, detto francamente, inizia a non piacermi. 
E' che tira fuori il lato oscuro di me, capite? Non l'invidia, non siate banali. A dire la verità, forse, è qualcosa di più subdolo e infimo dell'invidia. E' come se avessi smarrito, da qualche parte, o in qualche altro libro, la capacità di godere della compagnia di un buon romanzo, cosa che fino a pochissimo tempo fa era, praticamente, la mia attività principale. 
Ora le fasi che attraverso quando apro un libro sono, sostanzialmente, due:
1) lettura del lettore. Gli occhi si riempiono delle belle parole che lo scrittore mi regala, i luoghi della storia diventano i luoghi in cui vorrei vivere, i personaggi, le persone che vorrei frequentare, la protagonista, la donna che vorrei essere, il protagonista, va da sé, l'uomo che vorrei amare. E fin qui, tutto normale. Roba da lettrice compulsiva.
2) Dapprima, l'ammirazione di chi ama le parole. "Che brava/o! Che uso strepitoso della scrittura!" poi questa, lascia spazio ad un minuscolo seme di invidia. Un sentimento così insondabile dentro me, da sembrarmi comunque, sempre e solo ammirazione e poi, ecco che arriva la viltà, non sarò mai in grado di scrivere così, che scrivo a fare allora? Non ho questo talento, in realtà non ho talento alcuno, quelli che hanno apprezzato Eva, allora? Lo hanno fatto per gentilezza, il mondo è pieno di persone gentili e le ho incontrate tutte io. Ho una mente logorroica. Ognuno ha le proprie croci, che ci volete fare? Ecco, l'ignavia. Mi si appiccica addosso, non riesco a reagire. L'apatia mi impedisce di fare quello che amo di più: scrivere.
Mi chiedo cosa sia cambiato da quando scrivevo per il semplice fatto di scrivere. Quando ho iniziato a pensare a tutto questo stupido, vile contorno?
Qualcuno ha detto che nessun sogno è impossibile, se siamo, anche solo capaci, di immaginarlo. Certo, si era però dimenticato, un ATTENZIONE a caratteri cubitali. Riformulato in maniera più realista e corretta il pensiero sarebbe: nessun sogno è impossibile, se siamo, anche solo capaci di immaginarlo. ATTENZIONE però, il tuo peggior nemico sarai tu, la tua paura e l'ignavia che si impossesserà della tua stupida mente.
Qui giace la creatività di Michela Belli. Autrice finita nell'oblio prima di pubblicare un romanzo.

Così trascorro le mie giornate di questo strano settembre, che sa già di ottobre, schivando ogni possibilità di scrivere. Mi alzo con indolenza la mattina, la mente che gravita tutto il giorno intorno alla scrittura, senza mai, prendere veramente in considerazione, l'idea di sedermi al computer e come dire? Scrivere. Vado in hotel, dove penso ad altrettante futilità che nulla hanno a che vedere, con la scrittura e mi racconto che ho davvero una montagna di cose da fare. Torno a casa, sfamo marito e figlia, metto a riposare mia figlia, mi riprometto i classici  dieci minuti e mi alzo, così resto due ore a letto guardando American Next Top Model. Ecco, l'ignavia che tipo di persona mi ha fatta diventare! Virginia si sveglia e, ovviamente, mi dedico a lei e ai nostri giochi, poi preparo una cena veloce e in un balzo è l'ora di andare a dormire di nuovo, certo potrei scrivere proprio quando Virginia si addormenta e, non nego, che sento qualche piccolo scombussolamento allo stomaco, un invito al Mio Tempo, ma lo metto a tacere obbligandomi a chiudere gli occhi. Perché, è così difficile, stancante, snervante dover far fronte alla Michela polemica, perennemente depressa e pensierosa. Capite?
Insomma, la solita vita di un ignavo, suppongo. 
Non è scritto che tutti arrivino al traguardo, no? Che male c'è? A parte, il lancinante dolore che sento al cuore?

lunedì 10 agosto 2015

Di scrittura e biscotti americani.

Scrivere bene, per alcuni è come sfornare biscotti. Avete presente i cookies americani? Piccoli dischi profumati, perfetti, bitorzoluti al punto giusto con scaglie di cioccolato e quel gusto prima dolce, poi subito, il sentore del bicarbonato salato, a completare la sinfonia? Ecco, scrivere un romanzo, per me significa sfornare un'invitante teglia, di biscotti americani.
Tutti credono che sia semplice fare i biscotti e, analogamente, tutti credono sia facile scrivere.
Ah, hai scritto un romanzo? Ah, hai appena sfornato una teglia di biscotti? Ne prendo uno, grazie. Uguale, no? Non fa una piega.
In pochi si chiedono quanta fatica costi, sedere davanti a una pagina bianca. Il terrore viscerale, di non riuscire a riempirla e il sospetto, una volta riempita, che quello che hai scritto sia aria fritta.  Roba ridondante, già sentita, inconsciamente copiata a qualcuno, perché, inutile dirlo, tutti sarebbero capaci, di fare meglio. E poi, quando la storia comincia a prender forma, scoprire che non hai idea di quali nomi usare. Constatare che non riesci ad entrare a un livello più profondo di conoscenza con quei personaggi che, tu stessa, hai creato.
Non so se sia o meno, questione di geni speciali, talenti innati o fattore X, chiamatelo un po' come vi pare. Spesso, mi illudo sia questione di perseveranza, di abitudine alla fatica e pura e semplice professionalità che, col tempo, si spera, si acquisisce. Questo, in un certo senso, mi mette al riparo dal terrore del fallimento assicurato, perché ho 33 anni e poca esperienza se, paragonata alla maggior parte degli scrittori che amo. Ecco perché, quando acquisto un libro, non guardo mai, la bio dell'autore. Ho paura di deprimermi nello scoprire una data post o coeva al 1982. Già se riporta una data che so, tra il 1975 e il '79, mi sento al sicuro. Sento come se la dea della scrittura, nel mio subconscio con le fattezze della statua della libertà, mi dicesse: "ehi, amica, tranquilla, hai ancora un quinquennio anno più, anno meno. Puo' ancora succedere di tutto!" e poi, magari, la immagino lì che dice dammi il cinque e tutto torna a splendere, e gli unicorni e gli arcobaleni restano fermi dove sono. Voglio dire, non sarebbe stupendo? Altre volte però, mi capita di leggere libri talmente ben scritti, da non poter fare a meno di pensare: questo non ha nulla a che vedere con l'abnegazione, questo è scrivere, nella sua forma più intelligibile. Una capacità che trascende tutto. La sfrenata volontà dello scrittore di creare, la perseveranza del novellino, la storia raccontata stessa. SCRIVERE, punto. In quei momenti, mi chiedo, ma che diamine scrivo a fare? Poi, ovvio, scrivo lo stesso, perché scrivere mi rende felice, ma questo interrogativo non smette mai di farmi compagnia. Una compagnia, non richiesta, ma che forse mi sprona a far meglio, quando non mi butta col morale sotto terra. E' per questa ragione, che quando arriva il momento di scrivere, di riunire tutti i post it, tutte le idee e tutte la parole, non leggo. Non voglio sentirmi in competizione con i libri e gli scrittori che ho amato e cerco di evitare il più possibile la contaminazione perché, se è vero che quando uno scrittore mi entra nel cuore non lo abbandono più, è pur vero che rischio di farmi influenzare dagli stili altrui. Ecco, qui poi entro in un altro turbinio di seghe mentali. Ma io ho uno stile? Non ne ho idea. Scrivo bene, benino, male o malissimo? Altro interrogativo senza risposta.
Un'altra cosa che mi domando, è che fine abbia fatto,  il fuoco sacro che teneva Baudelaire sveglio alle quattro di notte per scrivere le sue poesie. Dove sia la personalità borderline maniaco compulsiva di Virginia Woolf così squisitamente artistica. Dove siano gli abusi di Charles Bukowski, il delirium tremens di Edagr Allan Poe, la reclusione volontaria dell'inimitabile Emily Dickinson, l'omosessualità e il carcere di Oscar Wilde o il suicidio di donne come Sylvia Plath e Marina Cvetaeva. Al contrario, io ho sempre vissuto una vita tranquilla. Ho avuto i banali problemi della maggior parte delle persone cresciute negli anni '90. Genitori separati, non in maniera civile, famiglia allargata, nuovi equilibri da creare, nuovi affetti e poi gli ormoni dell'adolescenza eccetera eccetera e poi sì, l'abbandono da parte di tuo padre, l'aver perso di vista per venti e più anni, i tuoi fratelli dal lato paterno, per poi scoprire che hanno nuove famiglie, figlie che ti somigliano in modo impressionante e che ahimè, qualcuno ha anche perso i capelli, vero Cocco? Ma, come vedete, sono tutte cose superabili. Almeno, io sono andata oltre. Sono altrove e chi ci ha perso alla fine della fiera, non sono stata io. Viene quasi da pensare, che senza questi eventi tragici, uno scrittore non sia in grado di possedere la propria anima, la stanza tutta per sé e scrivere, finalmente.
Voglio dire, io alle quattro di notte, cavalco il mio unicorno e non smonto fino alle 6.30 del mattino col primo caffè della giornata. Che speranza ho, allora io?
Dove si colloca la mia anima in tutto questo? Quale porta della mia anima devo aprire, per trovare la mia stanza? Anche questo, è uno dei motivi di essere del blog. Almeno, è per questo che si chiama Stanza antipanico. In fondo,  questa stanza, mi consente di fare la conoscenza e in seguito, se sarò onesta al cento per cento con me stessa, mi consentirà di possedere la mia anima e alla fine, magari, sfornerò una profumata teglia di biscotti americani anche io.

sabato 1 agosto 2015

Come rovinare la reputazione di tua figlia. Corso monografico di Michela Belli.

Sono una mamma imperfetta, oggi è 1 agosto e lo posso, serenamente, confessare. Insomma, non è che poi fosse questo gran mistero di Fatima.
Come tutti sapete, lo dico ogni giorno da un mese ormai, ieri era il compleanno di Virginia. Questa notizia, da sola, mi portava, su un livello puramente teorico, gioia. Dal punto di vista organizzativo invece: GUERRAAAAAAA!
Il fatto è, che non sono una persona da liste di cose da fare divise su livelli prioritari di importanza e tempi di svolgimento.

Una persona normale, una madre organizzata e raziocinante avrebbe gestito la cosa così:

Problema: siamo agli inizi di luglio, tua figlia ti chiede di festeggiare con gli amichetti del nido il suo compleanno all'acqua park.
Dati:
Figlia, ce l'ho

Invito, ce l'ho su whtasapp perché non andando più al nido da fine giugno non ho a chi dare gli inviti cartacei. Ma per sicurezza relativo sms a tutte le mamme e perché no, piccolo messaggio cartaceo in bacheca al nido per quei bimbi che frequentano luglio. Ovviamente il tutto tra la prime due e al massimo la terza settimana di Luglio. Voglio dire già la terza, sei una madre che non presta attenzione al proprio figlio. Non sulla mia scala di valori, ma appuro ogni giorno, che per molte mamme la mia scala di valori è folle.

Modulo adesione alla festa: scaricato da internet il giorno che la figlia chiede il pool party e consegnato con due settimane di largo anticipo, indicando menù, eventuali allergie e simili.
torta, vedi su. Prenotata con largo anticipo una settimana prima.
Decorazioni, ce le ho tutte. Ovviamente acquistate qualche giorno prima e consegnate la mattina alla piscina.

Svolgimento: Sono in pieno controllo. Sono una madre multitasking. Fossimo negli Stati Uniti mi candiderebbero alla carica di madre dell'anno. Non mi sfugge nulla. Sono nata per organizzare compleanni ai poppanti. 

Michela, invece, reagisce così.

Problema: siamo agli inizi di luglio, tua figlia ti chiede di festeggiare con gli amichetti del nido il suo compleanno all'acqua park.

Dati:
Figlia, ce l'ho

Invito, ce l'ho. Una settimana prima, su whatsapp perché non andando più al nido da fine giugno non ho a chi dare gli inviti cartacei. Fine. Il mio cervello mono cellulare non si pone altri quesiti. Il mio unico neurone, probabilmente, ha spedito l'invito elettronico, prima di assumere caffeina quel giorno. Poi arriva il giorno della festa e scopri, che non tutte le mamme hanno whatsapp. Voglio dire, nel 2015, alcuni esseri umani possono, realmente, fare a meno di whatsapp. Fenomeni, loro. Tu, resterai marchiata a vita come la mamma già nota come un po' stronza, ora a tutti gli effetti, che non ha invitato tutti i bimbi del nido. Tua figlia, già  ricordata come la timida, sì, quella che non mangia al nido, ora sarà: come, non te la ricordi? Ma sì, la figlia della stronza snob, quella che non ha invitato tutti i bimbi alla festa. Ma poi, una festa in piscina?! ma chi si crede di essere?
E non importerà a nessuno che tu, eri sinceramente convinta, che sulla chat delle mamme del nido, ci fossero tutte, ma proprio tutte, perché arrivano sempre talmente tanti messaggi da confonderti poiché di base, sei sempre con la testa tra le nuvole e presti poca attenzione al mondo. Quelle mamme avranno ragione, alla fine ti convincerai anche tu che sì, a pesarci meglio, sei stata un po' stronza e un po' snob.
Come rovinare la reputazione di vostra figlia. Corso monografico di Michela Belli.
Modulo adesione: scaricato da internet il giorno prima della festa. Compilato per metà, perché non riesco mai a rientrare in  nessuna categoria e i moduli mi mettono ansia. Non sono una persona categorica, figuriamoci una madre. Io e mia figlia, siamo cittadine onorarie della terra di mezzo con Frodo e tutti gli altri. Aspetta, era la compagnia dell'anello o Harry Potter quello della terra di mezzo? Di bene in meglio, Michela. Ora nemmeno più le storie ti ricordi! Se avevi mezzo punto sulla scala del valore aggiunto delle capacità materne, il tuo era quello delle letture e della fantasia e con questa festa ti sei giocato anche quello.
In ogni caso, il modulo ce l'ho. Più o meno. A metà, ma ci sta.

Decorazioni. Tutte comprate, nell'ordine: due palloncini all'elio di Frozen e il tema Frozen ti salva, perché sarai pure una con la testa tra le nuvole, ma conosci tua figlia, un cartellone tristissimo acquistato dai cinesi che dice è qui la festa, ma è la mattina del 31 luglio, di meglio non si può fare. Riformulo, di meglio, TU, la mamma imperfetta non sai fare.
Torta: quella l'hai prenotata ieri sempre con la sfoglia di Frozen, piccola volpe.


Svolgimento: come avevo anticipato GUERRAAAA.
Appuntamento dato per le 15.00 o forse erano le 15.30 no, aspetta scopri che alla tua amica che viene da Piombino  avevi detto alle 14.00. Genio, un vero genio. Arrivi alle 14.45 e due mamme sono già dentro con i loro pargoli. Ovviamente, non conoscendosi (una del nido, l'altra no) in punti diametralmente opposti del parco acquatico. Entri con borsa del mare e figlia al seguito. Hai, ovviamente e lo dico con una punta di cocente dolore e delusione al cuore, dimenticato le borse della festa in auto. A pochi metri dalla piscina dei piccoli, dove in teoria nel tuo cervello, ma non giureresti di averlo detto alla mamme, pensavi di fare la festa, incontri la tua amica, quella non del nido. Una delle tue più vecchie e care amiche, che per fortuna ti conosce e sa cosa può aspettarsi dalla frana inenarrabile che sei come persona. Ti vede annaspare già nel più profondo panico e entra in azione. Ok, amici questa donna è sposata ad un marinaio della marina americana, ha due figlie di cui una è Attila versione femminile, le ha cresciute, praticamente, da sola perché il marito è sempre in missione. Ti aiuto io. Quelle parole ti svoltano la giornata, perché non conta come andrà, hai un viso familiare dalla tua e questo, in qualche modo ti assolve. Ti sembra quasi che dica: ehi, è di Michela che stiamo parlando, cosa ti aspettavi? Ma in senso positivo. Comunque, tu ostenti sicurezza, lei sa che bari, ma è il gioco delle parti, ora sei una madre, non puoi dire semplicemente, Ilaria, faresti questa cosa della festa tu al posto mio? Ti voglio bene, grazie.
Nel frattempo, ti arrivano messaggi dell'altra nuova amica, quella del nido, che, per fortuna, ha già capito di che pasta sei fatta, ma tu, sei in missione, lo spirito della marina statunitense si è impossessato di te, sei ricoperta di tatuaggi tradizionali americani di ancore e rondini, sei nel bel mezzo di un episodio di NCIS, la tua missione è una: scoprire dove cazzo sia la laguna col tavolo che,  all'ingresso del parco, ti hanno detto, averti dedicato.
L'amica col marito marinaio, che per inciso vive negli Stati Uniti di America è in Italia in visita e non era mai stata all'Acqua Park prima in vita sua, ti dice? Ma quale? Quello dietro il fast food? Faccina perplessa delle emoticon che stia ad indicare un misto di stima, ammirazione e gratitudine per la tua amica, non hai tempo di interrogarti sul come LEI sappia dove sia il fast food dell'acqua Park di Follonica. Non lo puoi sapere. magari, a casa sua a Seattle, la sera dopo che ha messo a dormire le sue due figlie, dopo aver riposto i libri universitari (perché tra figlie e vita ha deciso anche di riprendere l'università, un eroe o una pazza decidete voi) le prende la strana voglia di googlare Follonica, acqua park, maps. Cazzo ne sai, gli americani so' strani. Comunque ti salva il culo e ti porta a destinazione. Arrivi e il tavolo non è pronto. Inspiri ed espiri, conti fino a dieci perché tra 3,2,1 questa personcina per bene che fingo di essere esploderà per dare spazio alla vaiassa napoletana che intimamente sono e nulla di grave, con la calma si ottiene. Ti impossessi di due tavoli e inizi a respirare. L'amica del nido è ancora dispersa, la troverai.
Scarti il regalo della tua amica, le bimbe scalciano per le piscine, inizi a spogliare la tua, nel frattempo arrivano altri invitati. Almeno hai il tavolo. E' spoglio, triste, senza colore alcuno, ma hai il tavolo. Mentre stai per mollare tua figlia alla tua amica intravedi madre e sorella. Ok, nulla può andare storto, ora che hai le tue colonne portanti. Ti avvii alla macchina per prendere le borse frigo e il resto delle cose della festa e incroci altri invitati cinguetti il più gaudiamente possibile "Ciao, benvenuti la festa è..." quando incroci lo sguardo di tuo marito. Il tuo porto sicuro. I tatuaggi tradizionali americani, si sciolgono veloci, passi da NCIS a qualche cosa di smielato e sei al sicuro. Il marinaio ora è lui, tu puoi concentrarti sul fare la mamma. paradossalmente il ruolo di marinaio ti viene più facile, ma ti impegni e non sai nemmeno come, ma tra qualche bagno in piscina e quattro chiacchiere sono arrivati quasi tutti. E' l'ora della merenda arrivate al tavolo che ora vanta i due palloncini all'elio ed il cartellone è qui la festa. Servono ad ogni bimbo un vassoio con un bel menù da fast food, quello che vieti a tuo fratello di comprare ai figli, ma fottesega questa è una festa e sei già abbastanza nella merda per polemizzare.
I bimbi mangiano, ogni genitore ha un bicchiere e due patatine in mano. Ti puoi rilassare più o meno.
Si torna in piscina un altro bagno e poi, finalmente, le 17.30 Cake time, gente!


Arriva lei, trionfante, la regina Elsa. Mentre tutti cantano tanti auguri e tua figlia in piedi sul trespolo si sente la principessa che davvero è, ti rendi conto che la candelina sulla torta col numero 3 non ti convince. Cosa ha di strano? Fai velocemente mente locale. E' la candelina sbagliata. Nella borsa hai tutto il set di stelline con la candelina giusta. Ormai è tardi lei l'ha già spenta col sorriso del trionfo di chi ha i polmoni tanto grandi da riuscire in un sol soffio a spegnere le candeline. Mamma guarda che so fare!?

La festa è finita. Ne sei uscita più o meno incolume. Sei un po' ammaccata. Hai avuto ancora una volta la prova provante di essere un casino vivente. Tua figlia però gioisce come non mai. E' felice e tanto, ti dici, basta e poi, le amiche del nido hanno finalmente capito con chi hanno a che fare, l'anno prossimo già sapranno cosa aspettarsi alla festa del quarto compleanno di tua figlia che hai già deciso avrà menù biologico.

Buon compleanno, amore.

martedì 28 luglio 2015

Veg o non veg?

Lo so che anche tu che stai leggendo, hai l'amico vegano. No, non sei tu il vegano, perché se lo fossi non frequenteresti il mio blog, ma quello di un altro vegano. In fondo, lo capisco, l'alimentazione per voi è una religione. Io sono stata educata e cresciuta da mia madre, ormai l'avrete capito tutti, è onnipresente nei miei post. Lei mi ha sempre detto :"Si mangia per sopravvivere" e quindi io sono venuta su con l'idea che mangiare, significava nutrirsi, punto. Poi sono cresciuta e ho scoperto gli aperitivi e allora ho capito che mangiare significa accompagnare un prosecco in compagnia di un'amica! No, dai mamma, giuro non sono un'alcolizzata! Scusate, è un gioco tra di noi.
Insomma, la settimana scorsa c'è stato il sole quasi tutti i giorni, la temperatura era gradevole, intorno ai 20° e allora, cosa fa una qualunque donna dopo i trenta?Si guarda allo specchio, uno sguardo al giorno basta, tanto lo scempio è sempre lo stesso e decide di uscire dal letargo. Questa è un'operazione delicata. La donna media post 30, si  muove su più livelli.
  • dieta drenante obbligandosi a bere 4 lt di acqua al giorno quando fino al giorno prima bevevi due caffè al mattino, un aperitivo alle 19 (perché a quell'ora hai bisogno di innescare l'udito selettivo delle tate al nido) e due bicchieri di vino a cena per far compagnia a tuo marito.
  • prima colazione con bicchiere di acqua e limone e bifidus actiregularis con la pala. Così tra un secolo circa ti verrà il ventre piatto della Marcuzzi.
  • ceretta alcune donne (e ahimè anche alcuni uomini) sono ossessionati dal glabro. Non lo comprendo. Forse perché per natura non sono pelosa, ma credo che se la natura abbia posto dei peli in determinate parti del corpo umano, una ragione ci sarà e poi diciamoci la verità, fa male. LA CERETTA FA MALISSIMO! Non è come un tatuaggio che tu vai incontro al dolore, lo fronteggi e poi ti ritrovi un bel tatuaggio,no! Qui la storia è diversa. Già che entri dall'estetista e questa ti mette in posizioni da Kamasutra e ok, la visuale deve essere quella giusta, ma poi ti cola della cera bollente sul corpo, strappa via insieme ai peli uno strato di derma e poi non ci ricavi nulla! Non ti ritrovi nulla sulla pelle. Pensateci.
  • abbonamento solarium per dieci lampade, l'undicesima gratis e non si sa perché alla decima non ci arriva nessuno.
  • shopping compulsivo. Non importa di cosa tu abbia bisogno. Primavera è stagione di acquisti. Le giornate si allungano, la temperatura si fa più mite, una passeggiata ti costa almeno un cinquanta euro, perché con questo caldo che fai un gelatino non lo compri? E sono i primi 2€, due metri più in la una profumeria. Ok, non compro nulla, solo scrocco sulla prova profumi e ti ritrovi ad aver invece acquistato shampoo, balsamo, un improbabile bagno doccia alle bacche di Goji (che fanno bene, ma anche schifo, quindi ripieghi sull'utilizzo esterno dei loro benefici) e siamo sui 30€ come minimo e poi che fai non ti fermi ad acquistare quel gonfino che in tutto indosserai solo due volte perché tra dieci giorni farà troppo caldo per indossarlo? Certo che lo compri! Ed ecco che si è arrivati a 50€. 
Da qui, il mio acquisto di un estrattore a bassa velocità. Insomma, basta non ho più 20 anni. E' inutile che io finga di essere su quei livelli. Ormai sono passata alla crema base trucco e la crema antirughe la sera con relativo tonico lifting per la zona occhi. Si cambia vita e alimentazione. La cosa però pensavo fosse più semplice. Sono un'accanita mangiatrice di frutta secca da sempre, punto mio per la dieta vegan. Verdure e insalate, come sopra. Frutta, sono pigra. Se mamma sbuccia... hihi dal 2011 poi, cioè dal mio matrimonio, aspetta era il 2011?? Comunque, da allora non mangio frutta in pratica. Mi dico, ok ce la puoi fare Michela, lo devi fare oppure smetti di fracassare i maroni di tutti con la storia che Virginia non mangia abbastanza frutta e verdure, sii tu il giusto esempio e così spendo 200€ circa per un estrattore di frutta e verdure, questo, l'estate scorsa. I primi tempi viaggio sulla cresta dell'entusiasmo, sono tonica, sono vegana (nel senso che mi facevo i succhi verdi), sono un'ambientalista, giuro che non baro mai più con la raccolta differenziata. Poi è arrivato settembre. La pioggia, il freddo e il mio estrattore è tornato nel mobile. Al suo posto una mini cantina, di quelle che si posano direttamente sul top della cucina, avete presente? Scherzo, aspetta, scherzo davvero?
Ma poi è arrivata di nuovo la primavera e complice il terribile anno che è stato il primo anno di nido di Virginia, dal punto di vista della MIA (per fortuna non sua) salute, ho deciso di dare un'altra possibilità alla storia del vegano, o quasi.
Vado su internet e inizio a documentarmi. Caspita c'è una miriade di siti e blog sull'argomento. Ok, sarà facile allora. Pian piano che leggo, vedo salsicce e friarielli abbandonarmi sempre più. Ok i frarielli restano, ma cos'è un friariello senza una salsiccia? Questa visione, mi turba, ma decido di andare comunque avanti. Sono di esempio per Virginia, mi dico. Intanto i blog mi raccontano ognuno la loro verità. Il mondo è come te lo immagini, giusto? Peccato che in questo caso, la fantasia prenda troppe volte il sopravvento, o questo oppure cari vegani siete da rinchiudere, perché non è possibile che un sito riporti una tabella di cibi divisi tra acidi e alcalini e il sito dopo mi proponga una tabella diametralmente opposta! Ciaone proprio. L'unica verità assoluta. L'unico elemento di pace. Il quid che mette tutti i vegani d'accordo amici miei, è il limone. Tutti concordano che il limone sembra acido, ma in realtà è alcalino. Un false friend, avete presente? Ma potrai mica cibarti di limoni? Voglio dire, è vero, se la vita ti offre limoni, tu facci una limonata, ma poiché la mia forma mentale è più limoni= sale e tequila, non so come procedere, capite?
In ogni caso, niente, neppure i limoni mi hanno fermata. Sono in fase detox. Non mangio carboidrati semplici da una settimana, mangio solo Kamut. Questo mi rende una persona migliore? No, solo molto triste. Latte e derivati sono avvantaggiata, non li mangio dal 2009. Carne e pesce. Ok, io ci ho provato. Il mio corpo dopo un po' cede. Da adolescente sono stata vegetariana (seriamente) per un anno intero (roba che non compravo nemmeno gli snack al distributore per paura di contaminazione con grassi animali, le etichette, all'epoca, erano molto poco chiare), ma poi ho avuto seri problemi di carenza di ferritina per i quali, ho dovuto riprendere a mangiarla e la sensazione della mia prima salsiccia dopo dodici mesi, non la dimenticherò mai più. Il mio corpo esprimeva una sola cosa: gratitudine.
La mia migliore amica, Claudia ve l'ho presentata in qualche altro post, è vegetariana, lei sta bene così, ma Cristo Sante non rompe il cazzo se ti vede mangiare un animale morto! Se vai a cena con uno vegano, ma chi prendo in giro? I vegani non ci vengono a cena con un onnivoro e se ci vengono, si mangiano due verdure alla piastra e ti guardano disgustati per tutto il resto del tempo!
E poi il costo... ragazzi siete mai entrati un supermercato bio? No dico, scusa tu ragazza della cassa, ma vedi scritto Beyoncé sulla mia fronte? Come puoi vendermi un pacco di semi di zucca da circa 250gr a 6.00€ ? Dice, l'alimentazione vegana fa dimagrire e ti credo, digiuni!
In ogni caso, questo è quel che penso dei vegani. Ognuno è libero di mangiare come diavolo vuole. Anche noi, quindi smettetela di rompere le balle e andate a mangiare qualche altro semino!

Perché te lo dice la mamma.

L'altro giorno, ti ho guardata, l'ho fatto con occhio distratto, mentre preparavo la cena. Ho inclinato lo sguardo da dietro lo spazio vuoto, quello tra il lato del televisore e la colonna in acciaio del mobile che separa il salone dalla cucina e ti ho vista, seduta sul tappeto mentre chiacchieravi con le tue principesse, le coccolavi con amore con quella dolcezza che tanto ti caratterizza.
E' stato uno di quei momenti, che da grande di certo vivrai, nei quali la nostra anima (per chi ci crede) o qualche atomo esce dal nostro corpo e osserva la realtà nella quale siamo immersi per un millesimo di secondo e l'epifania ti sorprende. Durano un'eternità in un millesimo di secondo, paradossale non credi? Eppure, mia adorata creatura, restano indelebili nella nostra memoria. I tuoi quali saranno? Che tipo di ragazza prima e donna poi, sarai?
Che genere di madre sarò quando tu metterai distanza tra di noi?
Sarò in grado di farti comprendere il valore dell'essere onesti, sempre a qualsiasi costo (come lo sei adesso quando dici, brutti capelli mamma, con la stessa spietata verità sulle labbra, così devi essere).
Saprò trasmetterti l'amore per la conoscenza, l'insaziabile fame di libri, parole, idee.
I soldi, quella vile e spregevole cosa chiamata denaro, amore mio fuggi sempre da loro. Inaridiscono il cuore, spengono il cervello e la creatività.
Non seguire le mode, non inseguire le folle, ma non essere arrogante.
Sii amorevole, perché è nella tua natura. Vorrei poter mantenere nella tua memoria, vivo il ricordo di te stessa a tre anni non ancora compiuti,perché, in questo preciso momento, sei l'essenza profonda della purezza. Sei delicata, gentile e non hai il minimo schema mentale.
Non cadere nello stereotipo stupido e becero nel quale io stessa sono caduta a più riprese, della ricerca della perfezione. La perfezione non esiste, cresci con questo ben impresso nella tua mente e tutto sarà più semplice per te. I tuoi passi saranno più leggeri e non conoscerai mai l'odiosa zavorra del non essere abbastanza. Io non ti voglio e non ti ho mai voluta perfetta, perché tu sei Virginia e sei oltre. Tu sei oltre, non dimenticarlo mai.
Il Signore (per chi ci crede) o forse solo io e il papà, abbiamo fatto in modo che tu abbia un bel faccino elegante e dai contorni armoniosi, sei bella, ma sappi che non è così importante esserlo. Ci sarà un momento della tua vita, avrai più o meno 13 anni in cui sarai molto confusa, non sarai più una bimba, ma non sarai ancora una donna. Le Barbie che ora ami
tanto, le sentirai strette e scoprirai che tu non hai il loro corpo. Stai tranquilla amore, nessuno ce l'ha, sei normale. La normalità, parliamone. La normalità è sopravvalutata, non dimenticarlo mai. Ricordi il discorso sulla perfezione? Bene, con la normalità è più o meno lo stesso, non esiste LA normalità, esiste LA TUA normalità e tanto basta e se questo non dovesse bastare a chi ti sta intorno cucciola mia, be' tu mandali a fanculo. Sì, ho detto fanculo, lo so che ti ho detto che sulla bocca di una bimba come te sono brutte alcune parole e fanculo è al primo posto, ma ascolta la tua mamma, a volte nella vita, un fanculo ci sta tutto! Non è dalle parole che si giudica una persona, ma dalle azioni, quindi fanculo a chi non ti accetta per quella che sei.
Sii leggera, non rendere la tua adolescenza una continua elucubrazione mentale. Non è vale la pena. Ok, lo so. Dovrai farlo e lo farai per sempre. Chiamiamola biologia, o più semplicemente, genetica. Tua madre è stata la regina delle pippe mentali (lo so, le parolacce sono brutte, ma questa lettera è uno spazio aereo Charlie, bimba, qui non abbiamo limiti). Tua madre le ha inventate le seghe mentali, quindi lo so, dentro di me lo so, che tu non ne sarai immune, ma ti prego, ti prego, non assecondarle. Impara ad assecondare il sorriso. Hai un sorriso disarmante, aperto e gioioso. Il tuo sorriso ha un potere curativo, usalo bimba.
Sei intelligente. Ormai lo so per certo. Quando eri nella mia pancia, non mi preoccupavo granché del tuo aspetto fisico, ma mi ossessionava l'idea della tua intelligenza. Mi domandavo che tipo sarà mia figlia? Che intelligenza avrà? Sarà brillante? Sarà acuta? Tu sei andata oltre ogni mia aspettativa. Sei sveglia e per sveglia intendo che sei avanti, lo dico sul serio. Lo sai amore, la mamma e la nonna soffrono di uno strano morbo per il quale non riescono a non vedere la realtà delle cose anche quando questa fa male, per questo motivo, se ti dico che sei molto intelligente, tu credimi sulla parola. La tua intelligenza potrebbe rivelarsi la tua migliore arma, ma anche il tuo peggior nemico, dipende da come vorrai usarla, ma soprattutto da come vorrai vivere. Io ti auguro di vivere sempre al sole, senza doverti scusare mai per quello che sei e senza dover mai cedere all'ombra anche se, purtroppo, molto presto conoscerei anche lei, ma tu sei Virginia, sei oltre e saprai sempre ritrovare la luce.
Conto di restare ancora tanto, tantissimo tempo nella tua vita, ma so che sono la tua mamma e tu la mia splendida figlia e anche se oggi sono il tuo mondo e tu graviti intorno a me tutto il giorno, presto questo processo sarà interrotto da te, proprio da te e allora, probabilmente, non avrai molta voglia di ascoltare la tua mamma dire che sei la creatura più strepitosa che io conosca e allora ho pensato di scrivertelo.
Non importa quanta distanza tu metterai tra di noi, io sarò sempre ad un battito di cuore da te.
Ti amo,
Mamma

Ritorno al futuro. Una lettera.

Cara me stessa,
lo so, in questo momento, non riesci ad immaginare che avrai mai più un equilibrio e che il tuo destino non sarà per sempre, quello di vivere in bilico tra la paura di cadere e la paradossale voglia di farlo, per non pensarci più.
Lo so che quella voragine che ti ha lasciato nel cuore, hai paura non possa mai guarire.
Lo so che scappare quando il gioco si fa serio e le emozioni si fanno vere, palpitanti, in questo momento, ti sembra la scelta più giusta per la tua stessa sicurezza. In fondo hai subìto e sofferto un abbandono e questo nessuno mai potrà cancellarlo.
Credi di aver fatto del male a tante persone. Hai sbattuto porte in faccia, hai usato parole al vetriolo col chiaro intento di colpire la dignità dei sentimenti di chi invece, testardo, ti amava e questo, ti provoca sensi di colpa indomabili e molte notti insonni.
Hai paura di non riuscire a tener testa agli impegni che altri hanno scelto di darti e che tu, silenziosamente hai accettato, per paura di essere un'ingrata.
Dubiti della tua capacità di giudizio, perché nel tempo, hai troppe volte dovuto scoprire che le bugie degli uomini, sono condimento per ogni loro relazione sociale.
Non voglio dirti bugie. La vita è semplicemente così, sottosopra ed è meglio che tu ci faccia l'abitudine ed impari piuttosto, a prenderti con decisione il buono che ti offre, perché sappi che la vita ci offre sempre del bene.
Un giorno incontrerai un uomo e lui saprà capirti e rispettarti.
Sarà il tuo migliore amico, godrà dei tuoi successi, si rammaricherà con te delle tue sconfitte, ma sarà motore propulsore per nuove partenze. Ti spalleggerà sempre, ti farà riposare sul suo petto quando la giornata ti avrà messa a tappeto e scenderà in battaglia tutti i giorni per te. Si farà carico dei tuoi casini, non ti giudicherà e non ti censurerà mai.
Con lui avrai occasione quotidianamente di sorridere e di ridere, anche quando tutto intorno crolla.
Ti chiederà di sposarlo in ginocchio, si commuoverà nel farlo (lo so che non avevi nei tuoi piani il matrimonio per ovvie ragioni, ma vedrai che non sarà così male-a parte gli indumenti che lui lascerà dappertutto come Pollicino, il suo armadio lasciato costantemente aperto e le scarpe ovunque tranne che nell'apposita scarpiera-) e tu gli risponderai sì, con un sì che non avevi mai pronunciato prima, sicuro ed assoluto.
Sarà il padre della tua adorata e meravigliosa creatura ed in lei potrai amare con rinnovato candore la vita e tuo marito come al primo incontro perché sappi me stessa, che tua figlia sarà la copia carbone del papà.
Soprattutto con quest'uomo incredibile che avrai la fortuna di incontrare e sposare, potrai restar seduta sul divano, guardarlo girare le spalle e avere la certezza assoluta che non se andrà perché ha proprio in te, tutto ciò che gli serve per essere sereno. La sera guarderete i film in televisione e lui mentre ti massaggerà i piedi ti chiederà: - ma è un film introspettivo?- intendendo dire d'autore e tu riderai, dirai sì e lo obbligherai a guardarlo (questo fino all'arrivo di vostra figlia, poi il telecomando ed il televisore vi saranno banditi e quella piccola dittatrice sceglierà ogni sera di guardare Gatto col Cappello di Dr Seuss, tu l'odierai, ma sempre meglio di Peppa Pig, fidati. Poi mi dirai.)
Piangi pure me stessa, sappi che questa è un'attitudine che non perderai mai, nemmeno con l'età della maturità (anzi, in gravidanza piangerai al telefono disperata con il call center della Telecom che tarderà nell'allaccio della linea telefonica, ma poi in seguito, sarà un aneddoto da raccontare -molto in seguito-), ma vedrai, passerà. La bruciante rabbia che ribolle sotto la tua giovane pelle passerà, il tuo cuore guarirà, la tua anima sarà di nuovo leggera ed allora troverai il coraggio di riaprire porte, che ora credi chiuse  per sempre.
Sarai felice, te lo prometto.
con amore,
Michela

sabato 25 luglio 2015

l'amica bionica, io ce l'ho e tu?

Questo post nasce perché, anche io, ho una di quelle amiche bioniche che ti fanno capire quanto tu sia pari allo zero assoluto nel "favoloso mondo dei detersivi e della cucina".
Che poi lei non lo fa apposta e la tragedia è proprio lì. Lei si muove come una donzella leggiadra nel quadrato infernale della cucina e non solo nella sua, che uno, al limite, potrebbe pensare, è la sua cucina è ovvio che si senta a suo agio, che poi, neppure sarebbe vero, perché io nella mia cucina, soffro le stesse crisi isteriche che soffrono gli apprendisti cuochi di masterchef al pressure test! Lei cucina di tutto. I cordon bleu per esempio, vi prego, parliamone. Allora amiche care, i cordon bleu esistono perché qualcuno ha avuto pietà delle donne come me e ha ben pensato di inventare qualcosa che tu lo togli dalla scatola e lo butti in forno e nel frattempo ti versi un calice di vino e ti fai l'happy hour nell'attesa che il forno compia la magia(perché che in casa mia si frigga, non è contemplato, lo so che è più buono e più veloce e quest'ultima cosa potrebbe anche convincermi, ma puzza troppo ed io quando presi casa dissi, amore io voglio l'open space, maledetta me e i telefilm americani, ma dell'open space prima o poi vi parkerò perché gli architetti dovrebbero vietarlo). Lei invece no, lei compra il petto di pollo lo frulla, sì amiche care avete capito bene LO FRULLA e poi, non contenta, lo mischia con so quante altre diavolerie e poi lo lavora con le mani e poi niente, non lo so come fa, ma ne escono dei cordon bleu della Madonna! E non c'è discorso che tenga, credetemi io le ho provate tutte. Insomma, è come cucinare i sofficini Findus fai da te, ma zitte va' che domani quella li prepara se glielo fate notare! Alla fine vi dico solo questo, ho provato a farli anche io. Perché lei è così, ti entra nella testa! Avete presente quando in tv danno le olimpiadi di pattinaggio sul ghiaccio e le pattinatrici fanno tutte quelle figure a mezz'aria che in fondo al cuore tu per un attimo pensi "cazzo ci vuole, lo so fare anche io!", ecco lei in cucina è così. Quindi un giorno, ho preso la mia Moulinex che in vita sua a casa mia aveva solo visto le carote, lo giuro solennemente e ho detto a mio marito, io i cordon bleu li faccio! E poi nulla, a parte che mi faceva schifo toccare il pollo e allora lo prendevo con due cucchiai di acciaio e forse per questo motivo proprio, ma alla fine mi sono venute fuori delle polpette e allora Christian quel sant'uomo di mio marito, ha detto: "amore non ti preoccupare sono brutte, ma saranno buone". Be', così non è stato e qui, mi fermo.
Il sabato mattina noi donne normali ci svegliamo e Santo Iddio con calma più vicina al coma che ad un comune serafico risveglio, ci prepariamo il caffè, lei no. Lei si sveglia, dopo aver lavorato tutta la settimana otto ore al giorno, prepara la tipica colazione dei campioni -brit. style- per il marito e la figlia e poi così, tra una lavata al pavimento di tutta la casa ed una velocissima lavatrice di tutti i tessuti dell'abitazione incluse tende e coprimaterassi ( confesso di non avere un coprimaterasso) prepara l'impasto per le pizze e lo lascia a lievitare, e allora, in quel momento una donna normale si scaraventerebbe sul divano a maledirsi per la brillante idea della pasta per le pizze, lei no, lei apre tutti gli armadi di casa e fa ordine e con ordine amiche, intendo che divide per colori, tessuti, look e frequenza di uso. Ahaaah, no dai scherzo, non è una maniaca del controllo, parole sue, deve solo sapere in ogni istante della sua e della nostra esistenza che stiamo facendo. La tipica donna che se ci vai in vacanza ti stressa con il planning delle vacanze e tu sei lì disperata che cerchi di farle capire quale odioso ossimoro sia planning e vacanze nella stessa frase, ma contro di lei, non puoi nulla, che poi, a dirla tutta, ti coinvolge nella sua follia. E' una donna fantastica giuro, lei non lo capisce mica che è bionica, per lei siamo tutte così. Amiche, qui si parla di una donna che tu la inviti a cena e dopo averla fatta cucinare, lei ti rimette anche tutto in ordine. Voglio dire, è un affare dove la trovate una così? Io al limite se mi inviti a cena, vengo, porto il vino e mi riporto il vuoto a rendere! Dai scherzo, mamma! Scusate la digressione, ma mia madre l'altro giorno mi ha sgridata perché dice che quando scrivo faccio di tutto per sembrare un' alcolizzata. Che vi ridete voi, amiche? Aprite voi un blog e poi vediamo le vostre mamme cosa ne pensano delle vostre abitudini etiliche. :)
E insomma niente, questo post esiste per due motivi, il primo è, che questa mia amica, si è da poco trasferita in un'altra lontanissima città, mi manca tanto e la scrittura condita con una buona dose di sarcasmo è l'unico modo che conosco per esorcizzare la nostalgia, il secondo molto più serio a pensarci bene, è che l'altro giorno sono andata a fare la spesa e come sempre mi accade quando sono al supermercato la sua vocina fastidiosa mi ronza in testa "non comprare le sovracosce di pollo che costano tanto (confesso che in vita mia non ho mai guardato i prezzi degli alimenti, di norma la mia strategia al supermercato è: entrare, velocissima prendere tutto quello che mi capita sotto occhi, ovviamente la lista che ho fatto l'ho dimenticata sul banco della cucina, e quindi torno a casa e puntualmente mi sono dimenticata il caffè) prendi il pezzo a forma di cuore, costa meno". Ok, uno non sapevo che esistesse il pezzo a cuore, nel senso che non l'avevo proprio mai visto, due sono di furia prendo le sovracosce e mio marito e mia figlia dovranno anche ringraziare, di solito a quella vocina, ho sempre risposto così, l'altro giorno invece, lei mi mancava più del solito e allora, mi sono fermata davanti al banco frigo della Coop, ho cercato il pezzo a cuore ed effettivamente è a forma di cuore, non ho guardato il prezzo, ma l'ho comprato.
Quindi, questo post, fondamentalmente esiste per una ragione, no, più esattamente, per un quesito oserei dire amletico, io il pezzo a cuore l'ho comprato, ma ora cosa cazzo ci faccio?
Miss you, bitch.
PS ndr ecco perché non comprerò mai più l'offerta delle orate Coop due pezzi a 3 euro e 80, tu lì per lì pensi, questa è un'offerta e poiché ho imparato a fare la spesa degli adulti la compro, poi torni a casa e lo metti in freezer. Poi dopo un mese circa lo scongeli di fretta e furia e scopri di dovergli ficcare una forbice da un buco che credo (ma non voglio indagare oltre) sia il culo, aprirlo per benino e CON LE DITA tirargli fuori l'inferno oppure, come dite voi brave donne di casa eviscerarlo. Ma vaffanculo all'offerta!

l'educazione sentimentale.

Sky è per me una costante fonte di riflessione ed ispirazione.
In questi giorni, hanno inserito un nuovo canale che, purtroppo, credo sia solo temporale. Sky atlantic (che già di suo era un gran bel canale) è ora sdoppiato in Sky atlantic 1992. Questo canale ha una programmazione STUPENDA che consiste in una maratona perenne di Beverly Hills, 90210. Sì, amica dico a te, se non hai mai visto questo telefilm, cambia blog, o sei troppo vecchia, o troppo giovane e questo post non fa per te. Anzi no, accetta il consiglio vai avanti nella lettura perché ce n'è per tutte noi e per tutti i gusti.
Dunque, vi dicevo, io mi interrogo. Questo è fondamentale nella vita. mai e dico mai smettere di interrogarsi.
La mia educazione sentimentale, è nata con Beverly Hills 90210 e più precisamente con Dylan Mckay alias Luke Perry. All'epoca avevo soli dieci anni e non mi ero mai particolarmente preoccupata dei maschi, nel senso, che pur essendo cresciuta in un ambiente a maggioranza maschile, per me i maschi non differivano in niente dalle femmine e da me stessa.
Nella sesta puntata della prima stagione di BH90210 però, quando Brenda decide di cambiare colore dei capelli, incappando purtroppo in un improbabile biondo arancione, tutto è cambiato.
Lei esce per una corsa (indossando degli abiti osceni, ma questa un'altra storia) e chi ti incontra? Lui. Dylan Mckay, bello come il dio Apollo che appena la vede ferma la moto, spegne il motore, scende e si toglie il casco -e qui si rischia il primo infarto- poi sorride e accavalla lievemente le gambe spaventosamente magre nei suoi jeans perfettamente consumati e inizia a parlare. All'epoca non parlavo inglese e lo streaming non esisteva, cacchio internet non esisteva in verità (qui si parla del mesozoico!), quindi la cosa, andò così: Dylan attraverso la più calda e affascinante voce di Italia (Francesco Prando) inizia a parlare e boom! mi sono innamorata per la prima volta in vita mia! E con me credo il 70% della popolazione femminile del globo.
Lui la guarda sorridente e suadente e dice qualcosa sul cambiamento del colore di capelli, lei sorride, muore, rinasce e si innamora contemporaneamente e gli chiede non preferivi le bionde? e lui ancora col sorriso e guardandola da capo a piedi (nel modo in cui, poi lo scoprirò dopo qualche anno, ogni donna brama di essere guardata almeno una volta nella vita) le risponde, la frase delle frasi. Una frase molto poco poetica, in verità forse anche un pò volgare, ma non conta, è la prima frase d'amore che ho sentito ed è quella che davvero non ho mai dimenticato:
Bionde, brune, con i capelli rossi, con i calzoncini corti...
Questa frase, breve, tutt'altro che profonda e maschilista fino al midollo, è la dichiarazione di amore di Dylan Mckay a Brenda Walsh, che all'epoca era il mio prototipo ideale di donna.
Da lì, da quel preciso istante, ho scoperto l'esistenza del genere umano maschile (un pò presto per i miei tempi, oggi sarei stata spaventosamente in ritardo) quello che all'epoca non sapevo ancora, era che il genere umano è spaventosamente variegato e che io,  in qualche modo, mi ero già posizionata da un lato del burrone.
Nel caotico mondo dei sentimenti umani, nell'intramontabile conflitto uomo/donna e nell' indefinito percorso che ci porta sempre gli uni verso le altre, io muovevo i primi passi da crocerossina.
Brandon, il bravo ragazzo della serie, che a tratti ci prova anche a fare il figo, con scarsissimi risultati, non l'ho mai guardato fino ad oggi, ma di questo parlerò in conclusione di post.
Dal bel Dylan di LA al mio amatissimo (ancora oggi) Robbie Williams dei Take That, il passo è stato breve. Avevo adesso 11 anni, Dylan aveva già maltratto il cuore di Brenda, ma la cosa davvero strana è che quando Robbie stava con i Take That non era il bello e dannato del gruppo, era solo il burlone poi dopo si separa dalla band e be' sì, poi dopo, Dylan con i suoi solo accennati problemi di alcool, di famiglia, di troppi soldi e di donne gli faceva un baffo. Voglio dire Robbie ha stravissuto ed era reale ed era per la me di 11 anni per questo motivo, più raggiungibile e più vero. Ma ero ancora troppo piccola per capire.
Dopo Robbie, amore mai completamente passato, ma solo messo in stand by perché ero a questo punto adolescente ergo pseudo punk-grunge ergo ancora hasta la victoria siempre! mi innamoro (grazie all'influsso benevolo dei miei cugini, se non lo ammetto pubblicamente, finisce che vengono a sputtanarmi fin sul blog, fidatevi) perdutamente di Kurt Cobain leader dei Nirvana, che guardate un pò è tossicomane, riservato, geniale e sprezzante delle regole della vita sociale e infatti muore poco tempo dopo. Per lunghi anni comunque io ho seguitato ad amarlo, rischiando di essere anche tacciata di necrofilia.
Di bravi ragazzi nemmeno l'ombra, ancora il mio cervello, non contempla neppure lontanamente la possibilità di essere felice e spensierata con un ragazzo.
Parallelamente, nella vita reale di tutti i giorni, mi fidanzo con un ragazzo diciamo così, complicato. Carino, molto dolce, molto profondo, ma con una situazione familiare difficile da gestire alla sua età, tanto difficile da impedirgli gli studi. Mi dico che va bene, che lo posso aiutare io (DIN, DIN, DIN campanello della crocerossina, ma nulla ancora non lo sento, sono troppo occupata a salvare l'amore della mia vita del momento) che in fondo ho già di mio una famiglia super incasinata, posso gestire tutto. E invece no, non posso, dovrò prima salvare me stessa e non immagino nemmeno in quel momento che per farlo, dovrò avere una figlia, ma questo è un altro capitolo.
Intanto il tempo passa, inizia la parte interessante del liceo e degli studi ed inizia, la mia storia d'amore con la letteratura. Io, inutile dirlo, sono sempre sul carro dei bad boys e degli oppressi, sì perché sono ovviamente rossa dai capelli alle tshirt del Che.
Tutti a tessere le lodi di William Shakespeare e come non farlo? Io però mi sento più attratta da quel pazzo di Christopher Marlowe dalla vita dissoluta e finita tragicamente appena ventinovenne in una rissa. Dico, scherziamo? Mistero e pericolo, sì, grazie, sono il mio pane quotidiano.
E come non citare una delle mie più forti passioni letterarie? Heathcliff di Cime Tempestose. L'anti eroe byroniano per eccellenza. Burbero, cattivo, sprezzante della vita e della società eppure capace di amare anche dopo la sua morte Catherine.
La lista sarebbe lunga. Byron stesso, Charles Baudelaire fino ad arrivare indietro al grande Achille, che rompe tutti gli schemi, che sfida la vita e finanche gli dei e che mostra capacità di amare in modo puro solo il suo Patroclo. Eppure ci sarebbe anche Ettore, no? L'eroe, colui che uccide proprio Patroclo. Anche lui, come Achille è un guerriero, è forte, è un vero uomo, ma è troppo onesto, troppo rispettoso dei valori e non riesce a rompere le regole. Come nella maggior parte delle coppie letterarie di eroi (e anche televisive) esiste per fare da controparte, non è mai il fulcro, non è mail fuoco.
Achille poi che, nelle nostre visioni moderne è personificato da Brad Pitt, dai diciamocelo onestamente, è impossibile non amarlo!
Ma perché? Cos'è che spingeva me e la stragrande maggioranza delle donne verso i cattivi ragazzi? Mi spiego meglio. Esistono due categorie principali di donne (così come di uomini).
Le crocerossine. Eccomi, presente all'appello.
e le eterne figlie.
Le prime in realtà, secondo il mio modesto parere, non fanno altro che sublimare lungo tutta la loro vita, un desiderio ed un bisogno più grandi: diventare madri.
La donna, in fondo, ha questo scopo principale: procreare e prendersi cura del proprio bambino. Accade quindi che quando si ha l'età sentimentale (concedetemi il termine) giusta per diventare madri e mogli, semplicemente ci si evolve. Questo è ciò che è capitato a me. Quando sono cresciuta sentimentalmente, e ancora di più, quando sono diventata madre, il mio cuore ha smesso di battere al suo consueto ritmo. Quando ho conosciuto mia figlia Virginia ed ho guardato dritto negli occhi dell'amore più puro che avessi mai provato, ho svestito gli abiti della crocerossina e sono rinata come donna. Ora amo me, tanto quanto amo Chris. E' una sensazione di totale appagamento che il salvataggio di un altro essere umano, non ti concede di provare. Quelle sono emozioni. Emozioni anche molto intense e divertenti, ma l'amore non è salvare qualcuno, al limite è salvarsi insieme, in un'armonia dualistica e non in un rapporto monoteista come sempre accade alle crocerossine.
Le seconde, le eterne figlie, be' io quelle non le posso comprendere perché non mi è stato dato in sorte di essere una figlia innamorata del suo papà, non posso quindi avere una visione onesta e cristallina e forse sono mossa dall'invidia, non lo so, ma mi incuriosiscono perché sono madre di una figlia femmina innamorata di suo padre.
Questo tipo di donna, rifugge il pericolo, perché cerca il porto sicuro, l'abbraccio paterno appunto. Sono donne che sono attratte dal potere (anche economico), perché il potere è sintomo di forza e forza e sinonimo di sicurezza e quindi ecco ancora il loro papà. Voglio dire, questo non l'ho detto io per prima, ma Freud, no? con tutti i raccapriccianti annessi e connessi sessuali di Edipo ed Elettra. Bene io, fatta eccezione per la perversione sessuale, credo sia vero. Tuttavia, ho paura che queste donne però, non acquisiscano mai un'autonomia emotiva, una forza ed una sicurezza emotiva, finendo per restare ancorate con forza ad un porto sicuro e dimenticandosi che, qualcuno un giorno ha detto, che è vero, il porto è il posto più sicuro in cui una nave può stare, ma non è per rimanerci che le navi sono state create.
Ho impiegato molto a capire cosa fosse a spingermi verso questo tipo di relazioni. Ho rischiato tanto e ho perso molto, troppo. Mi è valso un grande amore finito nel cesso e  Quattro Stracci di Guccini a perseguitarmi per anni, fino a quando poi semplicemente, non sono cresciuta. Un giorno mi sono svegliata ero donna e mi bastavo. Non avevo più bisogno di essere il centro del mondo di un uomo, non nutrivo più l'impellente necessità di salvare nessuno. E' così che ho incontrato il più grande amore della mia vita, mio marito Christian. Lui si distacca completamente dal genere di uomo che ho raccontato fino ad ora, per quanto, anche lui abbia avuto una vita poco regolare fino a me (ma chi di noi l'ha avuta?).
Nella faida Team Dylan e Team Brandon dalla quale siamo partiti, lui è senza dubbio nella squadra di Brandon. E' un uomo, buono, solare, pieno di amici, molto legato alla sua e alla mia famiglia. Ama molto se stesso e questo gli consente di amare con serenità anche me. Poi cavoli, è polemico, un pò rude e logorroico, ma è pur sempre un uomo, cosa vi aspettavate!?
Non so se sia veramente così. Non posso non ammettere con candore che mi piacciono ancora e sempre mi piaceranno i ragazzi belli e dannati, sguardo basso e sorriso per pochi, ma mi auguro che mia figlia Virginia sia una ragazza più furba di quanto lo sia stata la sua mamma. Mi auguro che sia del team Brandon e che no si faccia incastrare in nessuna delle due categorie di cui ho parlato. Sogno che sia libera da qualsiasi tipo di etichetta e che sia, ora che possiamo intervenire io e il papà, tanto amata da bastarsi per sempre, perché, grazie a lei io l'ho capito, solo amando noi stesse possiamo realmente amare qualcun altro.