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lunedì 22 gennaio 2018

Condivido, dunque, sono . Una guida ai tipi umani su Facebook

Sono una snob. Te lo dico subito, così non devi andare avanti nella lettura, se questo concetto ti infastidisce.
Sono una snob e, ne ho abbastanza, della gran parte dell’umanità che troviamo sui social network. Voglio dire, l’idiozia accompagna noi esseri umani da sempre, ma non neghiamo che facebook ha peggiorato a livelli esponenziali la situazione.
Se gli alieni dovessero dare uno sguardo alle nostre pagine facebook prima di un’invasione, alla fine rinuncerebbero:
-“Actarus, fa manovra con la navicella! Tanto questi scemi ci stanno pensando da soli ad estinguersi. Sono così occupati a scattarsi i selfie che si sono dimenticati come ci si bacia!”
Dico davvero, l’altro giorno leggevo un articolo che titolava più o meno così: “i giovani di oggi, preferiscono la vita online a quella offline. Si vedono poco, si baciano meno e preferiscono il sesso virtuale a quello reale”. L’articolo poi continuava sottolineando che forse, anche questo era il motivo per il calo delle malattie veneree. Un preservativo no, eh?
In ogni caso, questa storia del web ci è sfuggita di mano. Lo ha pubblicamente riconosciuto, un vecchio dirigente facebook che, in seguito ad una crisi esistenziale, si è licenziato e ha chiesto perdono all’umanità che sente di aver contribuito a rovinare. Ovviamente, si è tenuto i guadagni di questo suo crimine etico, ma si è detto molto pentito ed infelice. Che poi è la normale condizione degli esseri umani, qualcuno avrebbe dovuto dirglielo. Però, lui è pentito, infelice e vergognosamente ricco. Pora stella!

Più cresco, più mi rendo conto che bisognerebbe prendere la patente per più abilità umane, non solo guidare. Per votare ad esempio, ma questa è un’altra storia. E ci vorrebbe la patente anche per usare internet. Insomma, è vero, tutti noi abbiamo avuto i nostri momenti di disordine e delirio on line, ma se errare è umano, perseverare è diabolico. Non si tratta di voler fare l’intellettuale a tutti i costi, è proprio che stiamo perdendo il contatto con la realtà sembra di vivere un episodio senza fine di Black Mirror.
Siamo una società di nevrastenici narcisisti e gli alieni di prima riderebbero di noi perché ci troverebbero piccoli ominidi ridicoli. Pericolosamente ignoranti e disgustosamente egoisti. Pensaci, quanto è raro vedere in rete delle condivisioni che siano realmente tese all’atto della comunione? Il tasto sharing è tutta una gigantesca masturbazione autocelebrativa. Lo scopo principale di facebook ad esempio, la connessione con le gente, si è esaurita in una manciata di selfie e, ogni volta che apro l'app, mi sembra di assistere alla fiera delle vanità.

Siamo tutti dipendenti dall’economia dei like. Tutte reginette e re del ballo di fine anno di un liceo americano, ma la vita non è un mediocre film yankee e, a dirla proprio tutta, trovo deprimente che ancora non abbiamo imparato la lezione del cinema di oltreoceano, i due reali del ballo alla fine della fiera, sono adulti insoddisfatti cronici che vivono nel passato. Ma il passato non ha nulla di nuovo da offrire e allora, perché continuare a nascondersi? E invece siamo tutti lì, in rete, a fare a gara a chi ce l'ha più lungo. Facebook è davvero come un gigantesco, sterminato liceo americano e, come tale, ha anche i suoi gruppi di tipi umani.

I Narcisisti al contrario. Particolarmente comune tra noi donne. Quelle che pubblicano post intrisi di una dilagante falsa autoironia, quando è chiaro come il sole che vogliono solo essere rassicurate. Di continuo. Oppure, quelle che pubblicano mille scatti dei loro culi e poi ci piazzano la didascalia intellettuale. Quando sarebbe così bello, onesto e originale, se proprio ci vuoi mettere una didascalia, scrivere: bada che gran bel culo che ho? Oh, via. A Cesare, quel che è di Cesare. Parlo di ragazze che pubblicano foto di loro stesse in una conditio di lapalissiana topaggine, che ha richiesto tra le 2 e le 3 ore di trucco e parrucco e poi ci piazzano #OggiCosì #MakeUpFree #ComeMammaMiHaFatta . Davvero, mi viene voglia di andare ad abbracciarle: - “Oh, vieni qui poverina. Non ti preoccupare. Hai ragione, sei solo bella”. Tanto è quel che conta.
#IFiltriDiSnapaChatTisonoSfuggitiDiMano
I Girelloni. Trasversali a tutti i generi e a tutte le età. Quelli che facebook è l’album fotografico dei loro ricordi di viaggi. Peccato, si tratti solo di selfie su selfie con lontano, sullo sfondo, uno scenario diverso. Mare, montagna, Empire State Building, Tour Eiffel. Non una foto di un paesaggio. A testimonianza che il messaggio della foto è, ancora una volta, guarda dove sono? E poi ci piazzano l’hashtag #fromwhereistand oppure #greetingsfrom...
Mi domando sempre se abbiano davvero fatto il viaggio o, piuttosto, non abbiano montato un set ad hoc.
I Calimero. Anche questi tipi umani sono molto vari e valicano genere ed età, anagrafica però, perché su quella cerebrale, sembra siano tutti fermi ai 12. Quelli che ogni status è un’allusione maliziosa verso qualcuno che, ovviamente, sta facendo loro un torto. Tutti ce l’hanno con loro. Tutti vogliono fargli un’ingiustizia. Tutti vivono la loro vita pianificando come fare per distruggere la loro. #StewieGriffinForPresident
I Very Social. Quelli che…. Quelli che si iscrivono ad ogni gruppo quelli che…
#FattiUnaVita
Gli Ancien Régime. Sono i nostalgici ad ogni costo. Quelli che si stava meglio nel passato, sempre. Gente che se gli dici : -“Guarda che il poeta diceva qui e ora”! Loro risponderanno: -“Sì vabe’, ma negli anni 80…”
#SiStavaMeglioQuandoSiStavaPeggio
I Kitty-Kat. I fanatici dei gattini. Questa, è gente che mi preoccupa, eppure, ho delle carissime amiche che ne fanno parte. Cari Kitty Kat, i vostri gatti non vogliono dominare il mondo, non sono nemmeno particolarmente scaltri. Sono dei cazzo di normalissimi gatti. #FaiPaceColFattoCheHaiUnGattoNonUnPremioPulitzerInCasa
I Filosofi. Loro si esprimono solo per aforismi per altro scritti male e citazione associate, immancabilmente, al personaggio storico sbagliato.
#CarpeDiemNonLHaDettoTottiLoGiuro
I PornoFood. Non possono pensare di bere un caffè senza informare l’intero etere. Che se fanno un tramezzino devono fare avere un orgasmo multiplo a Bastianich.
#MagnateloPoiIlTramezzino
I Michael Moore Addicted. A questi il culo gli sta rubando la camicia. Le case farmaceutiche sono formate da adoratori di Satana che complottano per ammazzarci tutti. Quelli che se hai la febbre, non la prendere l’aspirina tanto è solo un’invenzione malefica dei super potenti per sterminarci in silenzio senza che ce ne accorgiamo. Sui vaccini meglio non parlarne se non vuoi essere sparato a vista, ma oh so’tutti pacifisti però.
#MaSePrendiLAspirinaComeLiFaiGliAnticorpi?
Gli Apocalypse Now. Ieri i Maya, oggi Trump e Kim, l’importante è averci l’apocalisse del giorno. Qualcosa per cui preoccuparsi dell’imminente implosione del nostro pianeta.
#TheEndIsNear
I Politically Correct che di solito viaggiano a braccetto con i politologi. Gruppo misto a maggioranza femminile, che Je suis Charlie e We are the World, We are the Children e poi ti chiamano troia se quel coglione del fidanzato ti chiede l’amicizia su facebook che tu resti lì e non sai se dargli una craniata sulle gengive, o piuttosto, darle un abbraccio carico di empatia. #WeAreTheWorldMaGiùLeManiDalMioUomoTroia
I Comunisti col Rolex. Hasta la Victoria Siempre, tatuaggio del Che, ma aiutiamoli a casa loro a questi negretti simpatici.
#NonSonoIoAdEssereRazzistaSonoLoroAdEssereUnPòNegri
I Laici. Gruppo molto vasto, che fa proseliti ogni secondo, anche ora mentre leggi. Quelli che non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani. Profondità psicologiche inarrivabili, lo so. Che tu vorresti spiegargli che non è così, ma poi ti toccherebbe tenere un paio di corsi monografici di storia antica 1 e 2.
#AllahAkbar
I Tuttologi. Oddio, questi sono buffi e sono tantissimi, più dei laici giuro. Quelli che hanno un’enciclopedica conoscenza di tutto perché hanno studiato su wikipedia e google.
#CeraUnaVoltaIlCepuOggiAbbiamoGoogle

Il punto della questione, non è tanto cliccare o meno su condividi. Il punto vero, è l’intenzione. Cosa vogliamo comunicare al mondo di noi? Cosa vogliamo lasciare al mondo? Cosa vogliamo regalare a chi ci legge? Dovremmo fare tutti un po’ di analisi, contare fino a 10 prima di condividere un qualunque contenuto e domandarci: mi è necessario farlo?

E, infine, non credere che io non abbia pensato a quelli come me. Io, ovviamente, faccio parte del gruppo dei peggiori. I Bastian Contrari. Il nostro motto è fa quello che ti dico, ma non fare quello che faccio. Siamo gli amici polemici del gruppo. Alla sala mensa del liceo americano ci trovi al tavolo dei nerds. Critichiamo l’attitudine al condivido, dunque, sono, ma, alla fine, condividiamo anche noi. È vero. Siamo tutti schiavi del faccialibro.

Tutti, a parte il gruppo dei ribelli. Dio, quelli li ammiro. Quelli che spengono internet e dicono non mi avrai mai.

Vorrei essere così un giorno, ma per il momento tocca fare i conti con la mia vanità e accettare che condivido, ergo, sono, anche io.

martedì 16 gennaio 2018

Decalogo dell'orco. Ovvero, 10 doti che al mio orco ideale non possono mancare.

Nello scorso post, ho dichiarato di non essere una principessa. Questa, è un’affermazione talmente vera, che mia figlia Virginia, anni 5, sgrana gli occhi in una smorfia di disgusto alla vista del colore rosa o di una qualunque delle Disney Princess. Lo so, che dentro, segretamente, sogna di essere Elsa di Frozen, ma il bisogno di assomigliare a mamma, è talmente forte che rinuncia volentieri ad essere una principessa. O, come fa piacere pensare a me, magari si fida talmente tanto del mio punta di vista che, se a mamma le principesse non la entusiasmano affatto, allora chi se le fila! Oh, che poi avrà tutta la dannata adolescenza per fare il bastian contrario. Zitte va, lo so da me, ripetiamolo insieme: Virginia è un essere umano distinto da te, se vuole essere una principessa, lasciala vivere il sogno, ma scusate, che male c’è a spingerla verso un modello più come dire? Cazzuto. Presidente della Repubblica, per dirne uno. Che poi bimbe, il problema delle principesse, glissata tutta la questione vestiario, acconciature e canzoncine, è il principe. Giovane, bello, occhi color cielo, calzamaglia, forte, generoso e, ultimo ma non per importanza, anche nobile. Ma che due palle! Ma a chi lo volete dare questo debito? No, grazie. A me datemelo adulto, affascinante, occhi color carbone, forte quello sì, ma che abbia soprattutto una forte, fortissima personalità, di quelle titaniche. Uno che sappia come sopravvivermi, che non si aspetti che io gli faccia da mamma, moglie e fidanzata. Il fatto è che ci ho già provato. Non mi interessa. Generoso sì, ma non fesso. Nobile? Ma anche no, a chi lo volete dare lo stress del protocollo? No, davvero i principi teneteli voi, a me datemi un orco. Bruto, brontolo e che sia mio, tutto mio. Uno con una palude simile alla mia. Una palude a numero chiuso, per intenderci. Uno che, quando ci vedi insieme, pensi: -“Guarda lì che snob quei due! Ma che stronzi!” e più lo pensi, più noi ridiamo perché in realtà non siamo snob, siamo solo molto selettivi e, abbiamo vissuto abbastanza per essere liberi dall’obbligo sociale del volemose tutti bene.
Un orco, voglio un orco. Di principi ho fatto vere e proprie scorpacciate, li ho trovati sempre indigesti tutti intrisi del loro ridicolo narcisismo. Meglio un orco, di quelli che ti restano appiccicati per un tempo più o meno lungo quanto il per sempre. Avete presente? Di quelli che non li senti in un unico punto preciso del corpo. Si dice che quando si è innamorati, si avvertano le farfalle nello stomaco ed è vero. Chi di noi, non ha, almeno una volta, avvertito quella sensazione di vuoto allo stomaco? Con un orco, amiche mie, è ben diverso. È una sensazione impossibile da definire in un punto definito, perché è talmente travolgente, da prenderti contemporaneamente cuore, stomaco, gambe, utero, olfatto e, ahimè, testa. Allora ho pensato, okay, già questa storia delle sensazioni mi può aiutare a non sbagliare, ancora. In fondo, un principe non potrebbe mai e poi mai provocare un uragano simile perché, se il suo karma è salvare le damigelle, allora, sarà geneticamente impossibilitato a travolgerle. Ed è vero. Voglio dire, mi pare logico, ma allora, come faccio a capire qual è, l’orco giusto per me? Non basta mica che sia brontolo, o rischi di trovarti con un nano di Biancaneve tra le lenzuola. E, analogamente, non è che puoi chiedere il curriculum vitae sentimentale a tutti quelli che incontri. Magari si potesse.
-Per quale posizione ti candidi?
-Principe azzurro.
- Il conto, prego.
O scene di questo tipo:
-Leggo sul tuo curriculum che tra le esperienze passate indichi fidanzate con tendenze materne?
Smorfia di disgusto. E la telecamera mi vedrebbe scappare via senza nemmeno arrivare al dolce.

Così, mi è venuto in mente di stilare, il mio decalogo dell’orco. 10 doti che al mio orco ideale, non possono proprio mancare. In ordine decrescente, anche se, nella realtà dei fatti, 10 vale 10.

10) Deve avere gusto. Un uomo che non sa vestire, è un uomo che non ama il bello. Un uomo che non ama il bello, non ama l’arte. Un uomo che non ama l’arte, non ama la vita.
Keats diceva: “Beauty is truth, truth beauty. – That is all Ye know on earth and all Ye need to know”.
9) Deve essere onesto, anche quando rischieremo di odiarci. Lo so, starete pensando e che ci vuole? Ma la verità è che l’onestà, non è mai una dote universale, né univoca. Non siamo mai, brutalmente onesti, in egual misura, con tutti. Vorrei un uomo così sicuro del mio amore e del suo amore da dirmi :- “Michela, fermati, ci stiamo perdendo”. Sarò stata particolarmente sfortunata, ma non ne ho mai incontrato uno. Alla fine di ogni mia relazione, sono, sempre, cascati tutti dal Pero. Ma sono, sempre, state enormi balle le loro. Io, non esplodo mai all’improvviso, sono logorroica a livelli patologici, se sento che mi stai perdendo, non esiste possibilità alcuna che non te l’abbia detto in, almeno, cento modi diversi.
8) Deve amare musica buona e, per buona, intendo quella che ascolto io e deve amarla dal vivo. Insomma, ho sposato un uomo che ascoltava Massimo Ranieri e acquistava su iTunes la compilation di Sanremo. Sapete ormai tutti come è finita. Voglio dire, gli voglio un gran bene, è il migliore papà del mondo, ma di musica non capiva un cazzo. Per fortuna, oggi, anche sua figlia si occupa della sua educazione musicale. Non è colpa sua. Sono cresciuta con il poster di Kurt Cobain sul letto. Avrei dovuto saperlo. Siamo ciò che amiamo. Stessa storia per il cinema.
Caro orco, se non ti piace Almodóvar, se non piangi almeno un pochino quando Penélope Cruz canta Volver; se Pulp Fiction non è un film con i controcazzi, non disturbarti a conoscermi.
7) Deve amare la lettura, forse, più della musica e, deve amare, sentire me parlare della letteratura come il Papa parla del Signore, la stessa foga, la medesima devozione. Deve voler trascorrere un’intera notte con me, mentre, tra un amplesso e un altro, gli leggo le poesie di Sylvia Plath e sì, è morta suicida e no, non è deprimente. ( E, Marina, per fortuna non sei uomo, o avremmo avuto un problema, Houston ndr)
6) Deve ridere come un cretino alle mie battute, ai mille link deficienti che mi invia la mia Giulia che io posso decidere o meno, di inoltrargli. E, deve commentarli. È un dovere dal quale non può esimersi.
5) Deve amare il cibo etnico, ma concordare che il cinese è sempre il migliore, che il giappo fa solo più fighi. Mi deve far assaggiare il vietnamita che non ho mai provato, ma alla fine deve convenire con me: il cinese è sempre il cinese.
4) Deve condividere, supportare e placare le mie turbe alimentari dai cibi alcalini passando per l’idiosincrasia verso McDonald e deve comprendere la mia ipocondria.
3) Deve stupirmi. Ogni, singolo, giorno. Mi deve tenere sulla corda. Deve sfidarmi senza temere di perdere. Deve lasciarmi essere chi sono, con tutto il mio enorme bagaglio di conoscenza senza farmi sentire in obbligo di fingere di non sapere qualcosa, per non ferire il suo ego. Deve volermi vedere risplendere nel mezzo della mia conoscenza. Deve volermi nella sua squadra, sempre perché a volte impari e, a volte, insegni e il bello è tutto lì.
2) Deve avere il sorriso più genuino, aperto e naturale del mondo perché, lo vorrò vedere ogni dannato giorno, anche mentre staremo litigando e gli dirò - ma che ridi a fare? In realtà, sarò felice di vederlo ridere. Il suo sorriso, dovrà essere la mia ancora, il punto fermo a cui far ritorno. No, anzi, dovrà essere ciò che non vorrà mai farmi andare.
1) Deve essere un cazzo di uomo di cultura con un cervello strepitoso, che ti faccia venir voglia di strapparti le mutande ogni qual volta, apra bocca.

Lo so, un orco così esiste solo nella versione BBC Wales di Sherlock Holmes perché, amico orco, se non possiedi il vocabolario, l’intelligenza e il carisma di Benedict Cumberbatch, è davvero difficile che io mi innamori di te, ma la buona notizia, è che il mio è un progetto a lungo termine. Non ho più voglia di bruciare, per questo, ti voglio regalare quello che non ho mai dato nessun principe passato da queste parti.
Nelle favole, ci hanno abituate che alle principesse prendono il cuore. La loro forza, la loro purezza, di norma, risiede lì, nel cuore, la casa del vero amore. Fortuna, che abbiamo appurato che io non sono una principessa, anche perché il mio cuore, è parecchio mal messo. Io ti voglio regalare il fulcro di me, il mio cervello, la cosa più cara che ho. In ogni sua sinapsi. Voglio prenderlo e metterlo nelle tue mani, non perché io creda che tu debba proteggerlo, a quello ci penso benissimo da me, ma perché voglio goderne con te. Voglio prendere il mio cervello, unirlo al tuo. Fonderli in un’unica mente e ridisegnare infiniti mondi, con te.
Voglio che tu beva da me, che mi usi come tua sorgente di curiosità.
Voglio darti la verità, sempre. Perché la verità ci rende liberi e io, voglio essere libera insieme a te. Voglio regalarti il lusso di sopravvalutarci, senza mai doverti ricredere.
Voglio essere il tempio della tua forza al quale far ritorno, ogni sera per meditare.
Voglio essere la risposta ai tuoi perché.
Voglio, infinitamente voglio, essere l’ultima che bacerai.
Quella alla quale offrirai per sempre da bere.

domenica 14 gennaio 2018

Dalla mia palude, alla tua. 7 momenti in cui credevo di aver bisogno di un uomo e poi ho scoperto, ma anche no!

“Quando hai bisogno di un uomo, non c’è mai”. Se sei donna e vivi da sola, sai di cosa parlo.
La prima volta che in casa scatterà il salvavita, penserai che questa cosa dell’indipendenza, non fa per te. Penserai, papà dove sei? Oppure, fidanzato, o ancora, ex marito o, forse, convivente dove sei? Chiamerai un qualsiasi uomo di tua conoscenza e lui, ti dirà che è scattato il salvavita; allora, tu penserai nell’ordine: cosa è un salvavita? E, soprattutto, dove cazzo è il salvavita? A quel punto, scoprirai di avere un quadro elettrico in casa, bypassalo pure perché lì non succede mai nulla di utile, poi mi dirai se ti capiterà almeno una volta, quando il phon fa staccare il contatore e sei in asciugamano in bagno, con una temperatura ambientale percepita di 30 gradi, di riuscire a risolvere la questione con il quadro domestico o, piuttosto, non dovrai scendere mezze ignuda tra la scale, dove la temperatura percepita sarà, invece, -4. Ogni, singola, volta. Ecco, una volta al quadro generale dei contatori, scoprirai che ce ne sono due; uno più grande e uno più piccolo. Entrambi ti appartengono, vedi? C’è il tuo nome. Entrambi, hanno a che fare con l’elettricità, sembra. Respira, non è un caso da filo rosso o filo giallo con relativa esplosione. Perfino Macgyver, non potrebbe fare nulla di più, di ciò che stai per fare tu. Non perdere tempo a chiederti cosa serva a cosa, dove trovi la levetta abbassata, alzala e corri, prima che Freddie Kruger esca dal sottoscala. Sì, perché, ovviamente, i contatori non sono mai in bella mostra. Che ne so io, in una bacheca con una mega insegna CONTATORI! No, devi sempre scendere alle catacombe del tuo palazzo, dove, già ti immagini viva una colonia di ratti transgenici democraticamente organizzati in una monarchica Repubblica con Donald Trump come Presidente. In ShitHole We Trust.
Insomma, bimba, prima regola per vivere da sola: TUTTI GLI ELETTRODOMESTICI CHE GENERANO CALORE, non possono essere accesi in contemporanea. O ti asciughi i capelli, o avvii la lavatrice. Il Medioevo proprio, lo so.
È vero, non c’è un uomo nel raggio di un chilometro, ma la buona notizia è che non ne hai bisogno. Io sono andata a vivere da sola con una bambina di 5 anni e un cane petomane, lo scorso maggio. All’inizio, molte erano le cose che mi spaventano. Eppure, man mano che i giorni passavano, gli scatoloni del trasloco si svuotavano, gli spazi mi diventano familiari e le luci diventano quelle giuste. Non è stato semplice. Sono stata per 28 lunghi anni la figlia di, per poi diventare subito la moglie di e la madre di. Non ho mai avuto la possibilità di essere consapevole di me stessa, dei miei pregi, pochi e dei miei limiti, infiniti. Questa casa è stato un dono.La mia palude, solo mia. In questa casa è iniziato il mio viaggio e lungo il mio tragitto, ho stilato una lista semiseria, di tutti quei momenti nei quali avrei, d’istinto, voluto un uomo accanto, ma a ben pensare, anche no. Alcune di voi, probabilmente, avranno avuto le stesse epifanie.
• Quando compri l’acqua e ti tocca portarla su. Tranne poi, che un uomo, 80 volte su 100, te la lascia all’ingresso e, alla fine, ti incazzi peggio, perché pensi, cosa diamine ti costava mezzo metro in più? A quel punto, ti compri l’armonizzatore T-sonik, come ho fatto io e l’acqua, non la compri proprio più.
• Portare la spesa in casa. Duecento buste, che segano le dita della mano e bloccano la circolazione. È un punto dolente, lo riconosco. Pensa positivo. Questa, è l’occasione in cui puoi imparare a fare la spesa. La regola principe è super semplice: se pesa, non lo vuoi.
• Riporre le decorazioni natalizie sopra l’armadio. Certo, è altamente probabile, che un uomo trascorrerebbe i tre minuti netti dedicati alla suddetta operazione, lamentandosi perché hai osato smuoverlo dal divano quando tu, nel frattempo, hai smontato l’albero, riposto le palle del Natale, ogni anno più grandi, delicate e, inesorabilmente, rotte e messo via le lucine. A quel punto, bimba, fatti un piacere. Chiama un’amica e fatti dare una mano. Stai pure certa, che lei lo farà volentieri senza emettere sbuffi e, dopo, avrai compagnia per un aperitivo.
• Piegare le lenzuola. Ok, questa all’inizio la risolvi appallottolando, poi, come per il resto delle cose della vita, impari che tutto, anche piegare le lenzuola, lo puoi fare da sola, basta sapere come. O così, o vai su youtube, che un video tutorial lo trovi. Sicuro.
• Cambiare il copripiumino di Ikea al tuo letto. Come sopra, ma molto, molto peggio. Amica, su questo punto, fai pace col fatto che lo metterai una merda e dovranno passare almeno due notti, perché il piumino si distenda per benino. Accendi i termosifoni e non ci pensare. O, ancora, metti un pigiama più pesante. Vedi? Hai infinite, altre, possibilità. Ancora, non ti serve, per forza, un uomo. PS i disegnatori di Ikea sono delle vere merde.E sono tutti uomini. Per forza. Il Nord Europa paritario, vive senza ombra di dubbio, fuori dalle camere da letto.
• Riscaldarti i piedi appena entrata nel letto. Riconosco che su questo ci sto lavorando. Avevo pensato di comprare lo scalda-sonno, ma mi piace entrare nel letto freddo e poi riscaldarmi pian, piano. Per ora uso la tecnica Dog-Heater. Prendo il mio cane e lo metto ai miei piedi. Non è lo stesso. È vero, riscaldo un po’ i piedi, ma non saprei spiegare perché, si ghiaccia un poco il cuore. Ma sono ancora in via sperimentale.
• Quando devi portare il cane a fare pipì alle 7 di mattina e non vuoi lasciare tua figlia di 5 anni da sola in casa. Ecco, in quel caso farebbe comodo un uomo in casa. Lui potrebbe portare giù il cane e tu, per gentilezza, preparargli il caffè. Ma nella realtà dei fatti, è altamente probabile, che l’uomo starebbe nel letto a dormire, mentre, tu porteresti il cane giù, quindi, fai come ho fatto io, educa il tuo cane a pisciare dopo le 9 del mattino.


Vedi amica, dal punto di vista pratico, ti puoi bastare. Anzi, dal punto di vista pratico, è senz’altro così. Non è questione ipotetica questa. Certo, è più difficile, ma non è impossibile. La storia per la quale devi essere suffisso di qualcuno, è una bugia che ti hanno raccontato fin da piccola, per vederti camminare dritto senza troppi scossoni. Probabilmente, avessero capito fin da quando eri piccina, il turbamento inenarrabile che sei, ti avrebbero evitato tanti errori. Il casino vero è quando, capito chi sei, individuato dove vuoi andare, annusato il profumo che ti richiamerà sempre, incrociato lo sguardo giusto e ascoltato quella voce che non potrai più dimenticare, dovrai trovare il coraggio di rimanere fedele alla donna che sei diventata a casa tua, nella tua palude. Dovrai trovare la forza di non perderti, di non snaturarti mai più. Di non mortificare te al prolungamento di un altro essere umano, ma soprattutto, dovrai essere così coraggiosa da aprire la porta della tua palude all’orco giusto, quello che sovvertirà ogni singolo punto della lista semiseria e ti farà rivalutare l’intera categoria uomini. Allora, amica, rischierai il paradiso in terra. Ma fino a quel giorno, continua a cercare, non ti fermare a guardare il primo principe, ne hai avuti a sufficienza e, alla fine, sono tutti rospi! Cerca l’orco, cambia gioco. Non sei una principessa, non hai bisogno di un principe, tu!

Arriverà, quel momento arriverà, ora però, chiudi la porta di casa e goditi il silenzio della tua palude.
Te lo sei guadagnato.

mercoledì 10 gennaio 2018

Fenomenologia del Ser e dell'Estar nella lingua spagnola e, come applicarla, al concetto di Amore.

L’amore non basta. Non so più in quante lingue, ci sia ancora bisogno di spiegare questo semplice assioma.
L’AMORE NON BASTA, o se preferite, L’AMORE FINISCE, o più cinicamente, L’AMORE NON ESISTE DOPO I 20 ANNI. Smettiamola di stare a pettinare le bambole.
L’amore, come ce lo raccontiamo, non esiste. Quello, al limite, si chiama innamoramento e, i cervelloni del MIT hanno anche già dimostrato, che dura al massimo un paio di anni.

Amici, siamo italiani, la nostra lingua è tra le più variegate e perfette al mondo. Usiamo i termini giusti.
Un uomo meraviglioso, una volta mi ha detto: la differenza che corre tra amare ed innamorarsi, è, esattamente, quella che corre nella lingua spagnola tra il verbo Ser e il verbo Estar. Entrambi, possono essere tradotti con il nostro essere, ma nella realtà, in spagnolo, l’uso del verbo essere segue due rigide vie, quelle, appunto, di ser y estar. Per un italiano, questo è il punto più problematico della grammatica spagnola. Estar, è transitorio. Oggi è così, domani non si sa. Ser, invece, è imprescindibile dalla tua condizione di essere. È intrinseco al tuo nucleo. Definitivo.
In questa metafora, innamorarsi è temporaneo, è figlio dell’estar. Oggi, ora, qui. Domani? Amare, presuppone, agli occhi di un italiano, la stessa perentorietà del verbo ser per uno spagnolo. Così è e così sarà, per sempre. Curioso che per gli spagnoli però, si dica solo- estar enamorado e mai e poi mai, soy enamorado, perché, quando anche duri molto a lungo, alla fine questa condizione perirà. Ed è ancora più paradossale, che una delle caratteristiche più definitive di noi umani, la morte, sia, in spagnolo, comunque, sorretto dal verbo estar. Si dice, -està muerto e non, -es muerto. Forse, avrei dovuto rispondergli così.

In ogni caso, non so se sia davvero come diceva lui. Me lo chiedo ogni giorno. Ovvio, sarebbe bello pensare all’amore come un porto sicuro dal quale non esci più, ma mi sembra, mio malgrado, un’idea bizzarra. Intrinseco. Che appartiene alla cosa in sé. Che entra nella sua essenza, che procede dalla sua intima natura. Ah certo, certo, come se a 35 anni fosse davvero possibile trovare qualcuno che procede dal suo nucleo al tuo nucleo in un processo di quasi metempsicosi senza snaturarsi! Come se a 35 anni, uno davvero può andarsene a giro per il mondo, sperando di incontrare uno/a che ti comprenda al di là di sé stesso. No, dico, ma siete seri?
Almeno nella temporaneità dell’estar, che a un italiano ricorda più lo stare che l’essere, definiamo una condizione che, nel momento stesso in cui la enunciamo, è vera al 100%. Sono innamorata di te e, in questo momento in cui te lo dico è: liberatorio, vero, profondo, devastante, doloroso, appassionato e forte. Per paradosso, mi è quasi intrinseco. E boom, bada come ti risolvo l’amore!
L’importante, sarebbe conservare l’onestà intellettuale di non promettere.

Le promesse sono arme letali. Uccidono il sentimento, violentano il desiderio perché, sottintendono un senso di responsabilità del quale, le nostre vite di adulti, sono già fin troppo impregnate. Per questo, l’amore dopo i 20 è una leggenda. A 35 anni, non è come quando a 20 anni sei responsabile solo per te stessa e, a dirla tutta, se si osserva, per esempio, la mia vita a 20 anni, neanche tanto. A 20 anni per sempre è davvero per sempre. A 20 anni per sempre è l’unica condizione che ti sembra possa avere senso nel tuo sentimento. Perché ami davvero. Sei nell’essere, nel ser. È un amore intrinseco, totalizzante. È definitivo, tranne poi, inevitabilmente, finire, perché siamo umani. Ma quel per sempre è, per sempre, dentro te. Non è forse vero che il primo amore non si dimentica? A 25, hai preso qualche batosta, ma ci credi ancora, perché Jane Austen ha creato quel cazzo di Mr Darcy e tu non puoi rinunciarvi. A 30, inizi a pensare che, forse, per sempre no, ma almeno un paio di anni. A 35, sei mesi ti sembrano la promessa di fedeltà di un uomo, che davanti a Dio, ti giura di amarti fino alla morte; lo guardi mentre ti offre il caffè e pensi: che si fa? Si fa? E il tuo per sempre, si ferma in quel bar, a baciare quella tazzina di caffè fumante, perché all’uscita non sarete già più gli stessi. Sì, è così. Non provate a negarlo. L’amore a 35 anni è tutto un: “Ascolta io ho da fare, che fai mi cammini accanto sì o no? Perché io non ho tempo e voglia di fermarmi a guardare se ci sei o sei caduto”? Ci camminiamo accanto. Non insieme. Il problema del camminare accanto a qualcuno è che, il percorso può essere meraviglioso, a patto che si mantenga lo stesso passo, lo stesso ritmo. Spesso però, accade che uno dei due inizi, a camminare a passo più svelto o, che l’altro inizi a rallentare, quello che conta, è che il ritmo dei passi non è più dettato in due tempi armonici, ma diventano due assoli e, allora, camminare l’uno accanto all’altra, non ha più senso.
Il problema delle relazioni, di quelle in cui ho sempre vissuto io, è questo. A voler proprio essere onesti, non è che possa biasimare chi ci ha provato a restare nella mia vita.
Il problema delle coppie nelle quali esisto io, sono, appunto, io. E non è che voglia fare la maledetta a tutti i costi. Non è che io cerchi una scusa da- ”ti lascio, perché ti amo troppo” no, è, piuttosto, una sopraggiunta consapevolezza di chi sono. Uno straordinario, tanto atteso, dono del 2018.

Vedete, sono una persona più comune del normale. Molti di voi si ritroveranno in quel che sto per dire, il problema, quello che mi rende patologica, è come reagisco alle mie stesse azioni.

In campo sentimentale, ho una pessima abitudine, lego a me i cuccioli randagi; di base, perché sono una randagia anche io e per la proprietà commutativa non riesco a vedere altri risultati se non randagio+randagia= piccolo randagio non più randagio.

Li prendo dal ciglio delle loro vite, li faccio entrare nella mia, poi prendo il mio cuore per intero e lo metto al centro perfetto delle loro mani. Lo faccio con scienza. Lo faccio per renderli consapevoli che anche un randagio, può prendersi cura di un cuore e, in quel momento, ci credo. I miei bisogni si allineano ai loro. I miei desideri si nutrono e si amplificano attraverso i loro. Ogni volta, ogni singola volta, che ho lasciato entrare un uomo perché mi sembrava abbastanza irruente da volermi con l’energia giusta, alla fine, è stato così. Non sapevo quale “cammino di fede” avremmo intrapreso insieme e viaggiavo nella nostra relazione nella totale inconsapevolezza di me e di loro. Il conto, inutile a dirsi, mi è sempre stato presentato alla fine. Salato. Il casino, è che quando vivi per dare agli altri quel che vogliono o, quel che tu credi sia giusto loro vogliano, arriva sempre il momento in cui, quella cosa gliel’hai data, o se la sono presa e tu, non puoi fare altro che domandarti – e ora? Ed è come un ceffone in pieno volto.
Come un interruttore delle tue emozioni, che quando incontri il randagio lo spegni perché –ho già l’empatia che me ne faccio anche delle mie emozioni? Poi quando lo riaccendi (e lo riaccendi sempre, fidatevi) tutto torna in memoria come un boomerang; ti guardi da fuori e ti domandi- ma dove diamine ero?

Metti i ricordi emotivi in fila. Uno dietro l’altro. Riprendi coscienza di te e scopri che sei emotivamente vuoto. Scopri che non hai più niente da dire. Ma, a quel randagio, hai promesso castelli e bimbi belli e ora, sei in una situazione che gli antichi romani avrebbero descritto come del cazzum.
Ora è dura, non è vero, dire -amici come prima?

Per questo sono sempre rimasta nello estar enamorada. Forse, avrei dovuto rispondergli così.

Il problema con quelli come me, è che noi diamo, ma non prendiamo, perché ci sentiamo dei cazzo di super eroi. Siamo mossi da due motori e solo due: orgoglio e dignità. Questo, ci impone di pensare che, chi ci sta di fronte, sappia chi siamo e cosa vogliamo. Ve lo ricordate quello che vi ho detto all’inizio di questo lungo, estenuante post? Dove lo trovi a 35 anni uno capace di comprendere tu chi sia al di là di sé stesso? Ecco, il problema di quelli come me, è che noi, invece, vogliamo quel tizio lì. E siamo così occupati a risplendere, a fare le meraviglie nelle vite altrui, che non ci occupiamo di fare conoscere noi stessi a chi ci sta di fronte. Li ascoltiamo, li nutriamo, realizziamo le loro grandezze e li facciamo rimbalzare sulla scocca più esterna di noi.
L’orgoglio dell’essere sempre magnifici ce lo impone. Se non chiedi, anzi, se non fai le domande giuste io non ti dico chi sono perché, allora, non ti interessa. Ma ci interessa, è chiaro come il sole. Ci interessa che vogliate sapere. E forse a voi interessa, ma non come noi vogliamo che vi interessi, con la fame di sapere ogni singolo elemento di noi. Con la possibilità di sentirci vivisezionati. Messi sotto il microscopio, perché sei il più magnifico rompicapo che mi sia mai capitato. Con la possibilità di sentirci inseguiti, ma non braccati. Con la possibilità di tacere e di avere la certezza di essere compresi. Con la possibilità, di smetterla di dover dire, - estoy enamorada per poter dire, una volta, almeno una volta, - te amo.

E, sì, non ho detto te quiero, di proposito. Forse, avrei dovuto rispondergli così.

giovedì 21 dicembre 2017

Che poi, era peggio se nascevo Cane.

Del Natale odio ogni singola cosa, ma più di tutto, mi fa incazzare sapere che nemmeno questo, è l’anno dei Gemelli. Non ho capito cosa aspettino ad ammetterlo. L’anno dei Gemelli non esiste, vi prendiamo per il culo da 2000 anni. Che almeno uno si mette l’animo in pace e non corre ogni primo gennaio a cercare il tema natale, l’ascendente, le stelle, gli astri nascenti e i pianeti in collisione per scoprire che, anche questo cazzo di anno, è dello Scorpione! E quando non è Scorpione, è Pesci, Bilancia, TUTTI, ma non il Gemelli. Il Gemelli, invece, ha sempre qualche pianeta del cazzo in traiettoria che distrugge ogni possibilità di ciorta. Ci chiamano #gemellimaiunagioia, ma noi non lo capiamo. Sì, perché noi dei Gemelli, siamo come i calabroni della storia di Einstein, che poi, magari l’ha detto sua moglie e ci raccontano che l’ha detto Einstein, perché che ve lo dico a fare?! Ma se avete visto il film della sua vita, saprete che la moglie era un pezzo avanti, giusto per informazione. Comunque, il calabrone è quell’insetto la cui apertura alare non è giusta per volare, ma lui non lo sa e vola lo stesso. Ecco, noi dei Gemelli siamo così, non siamo fatti per la felicità, ma la tristezza ci rimbalza e siamo felici lo stesso. Siamo inconsapevolmente felici. Questa inconsapevolezza ci accompagna sempre. Inciampiamo nelle casualità della vita, seguiamo il sesto senso, ci illudiamo di stare in equilibrio e cadiamo, ma ci rialziamo, ogni volta, al tappeto non sappiamo stare.

Siamo come le foglie di Malika Ayane, tremiamo e moriamo un po’ per il nostro stesso cuore, ché lui arriva sempre prima della testa. Lo sappiamo, ma siamo terribilmente testardi, cerchiamo di smentire ogni dannata volta quello che il cuore ci sussurra. Vorremmo, terribilmente vorremmo, essere razionali e, a modo nostro, lo siamo, perché siamo cerebrali. Noi l’amore lo facciamo con la testa, il corpo è solo un mezzo.Per questo tradiamo peggio di altri. Il piacere in un Gemelli nasce in un punto preciso del cervello, nella sfera del linguaggio e della comunicazione. Siamo di quelli che per un congiuntivo sbagliato chiedono il divorzio, per dire. Di quelli che per un complimento ben pensato, uno di quelli che, quando li senti, bruci in un secondo, uno tipo: sei bella e ingiusta, non dormono per un mese, per dire. Perché in quell’incantevole ossimoro, c’è tutto del Gemelli, il sacro e il profano, il bello e il brutto, la vanità e l’interiorità, l’egoismo e l’empatia. Vorremmo essere titanici, ben saldi sui nostri piedi e, invece, siamo condannati alla tempesta. Per questo la gente ci sta intorno, vogliono salire tutti sulla nostra giostra emotiva, provare l’ebbrezza delle nostre montagne russe; finita la corsa tutti via. C’è forse da biasimarli? È complesso da queste parti. Vogliamo l’amore, ma vogliamo essere liberi. Vogliamo la libertà, ma ci sentiamo deprezzati e sviliti, se non siete gelosi fino al midollo di noi, del nostro corpo, del nostro odore, delle nostre parole, del nostro passato e più di ogni altra cosa, del nostro cervello. Se sei così coraggioso, da volere un Gemelli, devi prenderti il suo cervello, il cuore seguirà. Vogliamo la gelosia, non il possesso, perché, se davvero vuoi un Gemelli, lo devi adorare quando è libero, o lo perderai. Non te ne accorgerai. Sarai convinto che sia tutto nella norma, ma nel frattempo quel Gemelli starà distruggendo la tua immagine ai suoi stessi occhi. Brandello dopo brandello, non resterà granché della divinità che ti aveva fatto diventare. Un giorno lo guarderai e capirai che lui è già altrove. Altrove è la nostra dimensione. Qualcuno, mi ha chiesto, ma poi, altrove dov’è? Ci sei stata? È bello lì? È stata la risposta più difficile, alla domanda più complessa, che mi sia stata mai posta, ma alla fine, ho risposto. Credo. Spero. Io vivo in due mondi. Quello in cui sono e quello in cui vivo. E non posso vivere dove sono, perché è un cazzo di casino. L’età adulta sta nel bilanciare i due mondi. A 30 credevo di aver trovato il giusto ago della mia bilancia, mi sbagliavo. A 35 con una nuova vita tra le mani, credevo di aver capito, almeno, io chi fossi e che potevo camminare saltando di palo in frasca tra l’altrove e il qui. Un computer su cui scrivere di altrove, un lavoro nel qui e nell’ora. E, indovinate? Anche quando sono qui, penso ad altrove. Se avete un Gemelli nella vostra vita, provate a fargli la stessa domanda. Sono sicura che questo post, che ai vostri occhi apparirà come sconclusionato e a tratti esagerato, a loro sembrerà ordinaria amministrazione. Siamo fatti così, una valanga di emozioni difficili da gestire, per usare un eufemismo. No, non siamo per tutti, è vero. Non siamo di quelli che si comprano con poco. Siamo bravi a farvi credere di essere della scuola unicorni e arcobaleni, quando la verità è: siamo perversi nella magistrale capacità di prendere, sempre, la scelta più sbagliata possibile. Non è che non la vediamo quella giusta, è proprio che non ci interessa. Sistematicamente noi dobbiamo complicare il pane. Ancora vi chiedo, c’è da biasimarvi quando scappate?

Insomma, io i pianeti in collisione con il mio oroscopo, li capisco. Ci sono giorni in cui mi sveglio come Cenerentola, canticchiando con gli uccelli e usando gentilezza verso ogni essere vivente, poi un coglione mi taglia la strada, mentre sono in ritardo per portare mia figlia a scuola ed è come, se un asteroide dallo spazio, si mettesse nella traiettoria esatta del mio giramento di palle. Ora se calcolate che un anno è fatto da 365 giorni e che ogni giorno un coglione almeno lo dovrete incontrare, vi toccherà iniziare almeno un giorno senza caffè perché avrete dimenticato di comprarlo (questo poi, dove siete causa del vostro male, vale come doppio giorno di merda), sarete fagocitate da un gruppo whatsapp dal quale vorrete disperatamente uscire (questo vale tre giorni di merda), vi innamorerete quando pregavate che non vi accadesse mai più, sarete al settimo cielo per suddetto amore, poi l’amore finirà perché ci sarà qualche congiuntivo sbagliato di troppo, o l’amore non finirà, ma si complicherà e vi asfissierà e vorrete la fuga, e poi la fuga non era quello che volevate e poi altrove, altrove, altrove capirete perché, nemmeno il 2018 sarà l’anno dei Gemelli, amiche. Facciamo pace col fatto che, siamo destinate ad arrancare nella nostra inquietudine e vedrete che questo, non sarà il nostro anno in termine di oroscopo, ma sarà senz’altro l’anno della nostra consapevolezza. O questo, o trasferiamoci tutte in Cina e perculiamo l’oroscopo occidentale. Che poi, non so voi, io sono Cane e tutto quello che so di questo segno, è che il 2017 non era un buon anno e per il 2018, ho già controllato il tasso di cambio Gemelli/Cane e le previsioni sono funeste, con una stellina solitaria in ogni dove: amore, lavoro, fortuna e, anche, salute.

Le ovvietà, anche in Cina.

Che poi una dice, accontentati dell'enneagramma dei caratteri della Gestalt.

Altra, breve, storia triste.

Sono un due.

Fine.

Ciao.

domenica 17 dicembre 2017

Supereroi e vino rosso

Avevo detto che non avrei parlato dei miei vuoti emotivi, ma più vivo, più mi sembra chiaro che, ognuno di noi, è la somma dei propri vuoti. Vuoti emotivi e vuoti che derivano in maniera direttamente proporzionale, da loro. Prendiamo l’annosa questione Michela e la maternità. Essere cresciuta con la sindrome dell’abbandono, mi ha resa una donna perennemente in fuga e diventare madre mi ha, invece, inchiodata a quest’altro essere umano che in simultanea, dipende da me e ha il potere, di fare di me ciò che vuole. Io sono sua. Vorrei poter dire che questo la renda infinitamente ricca, ma per quel che so, valgo poco e lei non lo immagina nemmeno lontanamente.
Della maternità mi fa terrore tutto. Soprattutto, questa sensazione angosciante del camminare costantemente con il cuore pulsante fuori dalla gabbia toracica. Mi fa sentire terribilmente vulnerabile. Oscillo tutto il tempo tra questi due poli, liberare la meraviglia di V e regalarla al mondo, o, rinchiuderla di nuovo nella mia pancia, lontana il più possibile dal mondo e le sue brutture. Riunire il suo respiro e il battito del suo cuore al mio. Il problema principale è smettere di sentirmi un’imbrogliona. Lei mi guarda, mi ama e corre leggera ché la sua mamma sa tutto di tutto, la sua mamma può curarla da tutte le bue e, invece, no. La maggior parte del tempo, ciondolo per la casa senza avere la minima idea di quello che sto facendo. Chiudo gli occhi e spero di non ammaccarla. La paura dell’ammaccarla mi viene dal primo cambio pannolino, da allora, è cambiato tutto intorno a noi. È cambiata V. Sono cambiata io. Ho stravolto innumerevoli volte il suo mondo e, ancora, ho paura di ammaccarla. È una situazione paradossale perché, più lei mi guarda con quegli occhioni pieni di aspettative, più io mi sento piccola e vorrei scappare nell’angolo più remoto di casa, rannicchiarmi al buio e fingere di aspettare mia madre che torna dal lavoro. Devo, invece, reggere il suo sguardo, così puro e autentico da farmi sentire il peggiore essere umano sul pianeta e devo, mentirle, raccontarle che andrà tutto bene e che mamma ci sarà sempre. Sono le bugie bianche, dicono. Sono le bugie che fanno crescere, dicono. Io non lo so. Chiudo gli occhi e spero di non ammaccarle l’anima.

Mi interrogo molto sul mio essere madre. Non penso di essere adatta al compito. Non me la godo come vedo fare a tante mie coetanee. Tutti concordano che essere madri sia la cosa più stancante di tutte. Per me è più di così. Non è, solo, la stanchezza fisica. Quella non la sento più. Mi sono abituata che, il mio modo d’essere è, ormai, questo: #stancacomelamerda
Invece, il silenzio e il mio mondo interiore, fino a cinque anni fa, più movimentato di quello esterno, mi mancano. È come se vivessi in una schizofrenica sincronia tra azioni, parole e mondo circostante. E, tuttavia, sono in diacronia con i miei luoghi interni. Posso davvero dirmi felice quando non trascorro almeno metà della mia giornata a pensare? Allora, mi sono detta che questa cosa di V e di me che sono sua madre, è una versione alternativa della felicità come me la immaginavo. Certo, quando salta sul divano, quando urla impietosa, quando mi dorme addosso, quando mi impedisce di essere me, altro da lei, mi sembra una versione sadomaso e perversa della felicità così come me la immaginavo, ma non posso dirmi infelice perché, quando mi è lontana per più della normale giornata scolastica, vado in deficit di ossigeno. Quindi è un bel casino. Sono una donna spaccata. E, questa scelta di fare la mamma single, mi rende più spaccata della norma.
Chi come me cresce un figlio da sola, almeno nell’ordinaria amministrazione, sa bene di cosa parlo.

Ci sono momenti che senti che non ce la farai. Ci sono giornate, in cui metti davvero le scarpe nel frigorifero, per parafrasare il paradosso di Fedez, ma poi, in qualche modo, varchi la soglia di casa, tu, le buste della spesa biodegradabili perennemente rotte perché, quelle buone sono, ovviamente, appese accanto alla porta di ingresso, il cane che tira perché sta per morire disidratato anche se ci sono 5 gradi, tua figlia che dice “mamma, ti dico una cosa” proprio mentre il manico della busta sta cedendo e tutta la spesa sta per cadere, la lampadina delle scale che l’amministratore ti ha detto avrebbe cambiato un mese fa e, invece, è ancora spenta, allora prendi il cellulare in tasca, cerchi di far luce con la torcia dell’iphone che di norma è mezzogiorno di fuoco, ma la sera non ha nemmeno l’intensità di una candela e, finalmente, in qualche modo, la chiave gira nella serratura ed è magia, è casa.

V continua a spiegarti che Matteo le ha tirato i capelli. Di istinto, le dici che i maschi fanno così quando una bambina gli piace. Mentre lo dici ti odi, perché pensi di stare perpetrando la violenza di genere su una bambina di 5 anni dandole l’idea che, un maschio è violento se ama. Poi pensi sticazzi, a me dicevano così e mai nessuno maschio ha pensato di sfiorarmi perché, di solito, sei tu, a fare paura agli uomini. Ti dici che sei solo stata fortunata. Allora, decidi di correggere il tiro e spieghi a tua figlia che la violenza non è mai una scelta giusta. Cerchi con le ultime energie della giornata di prepararle una cena decente. Riponi la spesa nei mobili. Il cane deve mangiare, ma non mangia se non ti fermi accanto a lui. Apri un Santa Cristina, uno di troppo, ma di nuovo sticazzi e mentre vai in decompressione col primo sorso, realizzi che anche oggi l’hai sfangata.
La giornata è andata.
Sei un super eroe con una bambina con la pancia piena, il cane pure e un calice di rosso in una mano.

lunedì 10 agosto 2015

Di scrittura e biscotti americani.

Scrivere bene, per alcuni è come sfornare biscotti. Avete presente i cookies americani? Piccoli dischi profumati, perfetti, bitorzoluti al punto giusto con scaglie di cioccolato e quel gusto prima dolce, poi subito, il sentore del bicarbonato salato, a completare la sinfonia? Ecco, scrivere un romanzo, per me significa sfornare un'invitante teglia, di biscotti americani.
Tutti credono che sia semplice fare i biscotti e, analogamente, tutti credono sia facile scrivere.
Ah, hai scritto un romanzo? Ah, hai appena sfornato una teglia di biscotti? Ne prendo uno, grazie. Uguale, no? Non fa una piega.
In pochi si chiedono quanta fatica costi, sedere davanti a una pagina bianca. Il terrore viscerale, di non riuscire a riempirla e il sospetto, una volta riempita, che quello che hai scritto sia aria fritta.  Roba ridondante, già sentita, inconsciamente copiata a qualcuno, perché, inutile dirlo, tutti sarebbero capaci, di fare meglio. E poi, quando la storia comincia a prender forma, scoprire che non hai idea di quali nomi usare. Constatare che non riesci ad entrare a un livello più profondo di conoscenza con quei personaggi che, tu stessa, hai creato.
Non so se sia o meno, questione di geni speciali, talenti innati o fattore X, chiamatelo un po' come vi pare. Spesso, mi illudo sia questione di perseveranza, di abitudine alla fatica e pura e semplice professionalità che, col tempo, si spera, si acquisisce. Questo, in un certo senso, mi mette al riparo dal terrore del fallimento assicurato, perché ho 33 anni e poca esperienza se, paragonata alla maggior parte degli scrittori che amo. Ecco perché, quando acquisto un libro, non guardo mai, la bio dell'autore. Ho paura di deprimermi nello scoprire una data post o coeva al 1982. Già se riporta una data che so, tra il 1975 e il '79, mi sento al sicuro. Sento come se la dea della scrittura, nel mio subconscio con le fattezze della statua della libertà, mi dicesse: "ehi, amica, tranquilla, hai ancora un quinquennio anno più, anno meno. Puo' ancora succedere di tutto!" e poi, magari, la immagino lì che dice dammi il cinque e tutto torna a splendere, e gli unicorni e gli arcobaleni restano fermi dove sono. Voglio dire, non sarebbe stupendo? Altre volte però, mi capita di leggere libri talmente ben scritti, da non poter fare a meno di pensare: questo non ha nulla a che vedere con l'abnegazione, questo è scrivere, nella sua forma più intelligibile. Una capacità che trascende tutto. La sfrenata volontà dello scrittore di creare, la perseveranza del novellino, la storia raccontata stessa. SCRIVERE, punto. In quei momenti, mi chiedo, ma che diamine scrivo a fare? Poi, ovvio, scrivo lo stesso, perché scrivere mi rende felice, ma questo interrogativo non smette mai di farmi compagnia. Una compagnia, non richiesta, ma che forse mi sprona a far meglio, quando non mi butta col morale sotto terra. E' per questa ragione, che quando arriva il momento di scrivere, di riunire tutti i post it, tutte le idee e tutte la parole, non leggo. Non voglio sentirmi in competizione con i libri e gli scrittori che ho amato e cerco di evitare il più possibile la contaminazione perché, se è vero che quando uno scrittore mi entra nel cuore non lo abbandono più, è pur vero che rischio di farmi influenzare dagli stili altrui. Ecco, qui poi entro in un altro turbinio di seghe mentali. Ma io ho uno stile? Non ne ho idea. Scrivo bene, benino, male o malissimo? Altro interrogativo senza risposta.
Un'altra cosa che mi domando, è che fine abbia fatto,  il fuoco sacro che teneva Baudelaire sveglio alle quattro di notte per scrivere le sue poesie. Dove sia la personalità borderline maniaco compulsiva di Virginia Woolf così squisitamente artistica. Dove siano gli abusi di Charles Bukowski, il delirium tremens di Edagr Allan Poe, la reclusione volontaria dell'inimitabile Emily Dickinson, l'omosessualità e il carcere di Oscar Wilde o il suicidio di donne come Sylvia Plath e Marina Cvetaeva. Al contrario, io ho sempre vissuto una vita tranquilla. Ho avuto i banali problemi della maggior parte delle persone cresciute negli anni '90. Genitori separati, non in maniera civile, famiglia allargata, nuovi equilibri da creare, nuovi affetti e poi gli ormoni dell'adolescenza eccetera eccetera e poi sì, l'abbandono da parte di tuo padre, l'aver perso di vista per venti e più anni, i tuoi fratelli dal lato paterno, per poi scoprire che hanno nuove famiglie, figlie che ti somigliano in modo impressionante e che ahimè, qualcuno ha anche perso i capelli, vero Cocco? Ma, come vedete, sono tutte cose superabili. Almeno, io sono andata oltre. Sono altrove e chi ci ha perso alla fine della fiera, non sono stata io. Viene quasi da pensare, che senza questi eventi tragici, uno scrittore non sia in grado di possedere la propria anima, la stanza tutta per sé e scrivere, finalmente.
Voglio dire, io alle quattro di notte, cavalco il mio unicorno e non smonto fino alle 6.30 del mattino col primo caffè della giornata. Che speranza ho, allora io?
Dove si colloca la mia anima in tutto questo? Quale porta della mia anima devo aprire, per trovare la mia stanza? Anche questo, è uno dei motivi di essere del blog. Almeno, è per questo che si chiama Stanza antipanico. In fondo,  questa stanza, mi consente di fare la conoscenza e in seguito, se sarò onesta al cento per cento con me stessa, mi consentirà di possedere la mia anima e alla fine, magari, sfornerò una profumata teglia di biscotti americani anche io.

sabato 1 agosto 2015

Come rovinare la reputazione di tua figlia. Corso monografico di Michela Belli.

Sono una mamma imperfetta, oggi è 1 agosto e lo posso, serenamente, confessare. Insomma, non è che poi fosse questo gran mistero di Fatima.
Come tutti sapete, lo dico ogni giorno da un mese ormai, ieri era il compleanno di Virginia. Questa notizia, da sola, mi portava, su un livello puramente teorico, gioia. Dal punto di vista organizzativo invece: GUERRAAAAAAA!
Il fatto è, che non sono una persona da liste di cose da fare divise su livelli prioritari di importanza e tempi di svolgimento.

Una persona normale, una madre organizzata e raziocinante avrebbe gestito la cosa così:

Problema: siamo agli inizi di luglio, tua figlia ti chiede di festeggiare con gli amichetti del nido il suo compleanno all'acqua park.
Dati:
Figlia, ce l'ho

Invito, ce l'ho su whtasapp perché non andando più al nido da fine giugno non ho a chi dare gli inviti cartacei. Ma per sicurezza relativo sms a tutte le mamme e perché no, piccolo messaggio cartaceo in bacheca al nido per quei bimbi che frequentano luglio. Ovviamente il tutto tra la prime due e al massimo la terza settimana di Luglio. Voglio dire già la terza, sei una madre che non presta attenzione al proprio figlio. Non sulla mia scala di valori, ma appuro ogni giorno, che per molte mamme la mia scala di valori è folle.

Modulo adesione alla festa: scaricato da internet il giorno che la figlia chiede il pool party e consegnato con due settimane di largo anticipo, indicando menù, eventuali allergie e simili.
torta, vedi su. Prenotata con largo anticipo una settimana prima.
Decorazioni, ce le ho tutte. Ovviamente acquistate qualche giorno prima e consegnate la mattina alla piscina.

Svolgimento: Sono in pieno controllo. Sono una madre multitasking. Fossimo negli Stati Uniti mi candiderebbero alla carica di madre dell'anno. Non mi sfugge nulla. Sono nata per organizzare compleanni ai poppanti. 

Michela, invece, reagisce così.

Problema: siamo agli inizi di luglio, tua figlia ti chiede di festeggiare con gli amichetti del nido il suo compleanno all'acqua park.

Dati:
Figlia, ce l'ho

Invito, ce l'ho. Una settimana prima, su whatsapp perché non andando più al nido da fine giugno non ho a chi dare gli inviti cartacei. Fine. Il mio cervello mono cellulare non si pone altri quesiti. Il mio unico neurone, probabilmente, ha spedito l'invito elettronico, prima di assumere caffeina quel giorno. Poi arriva il giorno della festa e scopri, che non tutte le mamme hanno whatsapp. Voglio dire, nel 2015, alcuni esseri umani possono, realmente, fare a meno di whatsapp. Fenomeni, loro. Tu, resterai marchiata a vita come la mamma già nota come un po' stronza, ora a tutti gli effetti, che non ha invitato tutti i bimbi del nido. Tua figlia, già  ricordata come la timida, sì, quella che non mangia al nido, ora sarà: come, non te la ricordi? Ma sì, la figlia della stronza snob, quella che non ha invitato tutti i bimbi alla festa. Ma poi, una festa in piscina?! ma chi si crede di essere?
E non importerà a nessuno che tu, eri sinceramente convinta, che sulla chat delle mamme del nido, ci fossero tutte, ma proprio tutte, perché arrivano sempre talmente tanti messaggi da confonderti poiché di base, sei sempre con la testa tra le nuvole e presti poca attenzione al mondo. Quelle mamme avranno ragione, alla fine ti convincerai anche tu che sì, a pesarci meglio, sei stata un po' stronza e un po' snob.
Come rovinare la reputazione di vostra figlia. Corso monografico di Michela Belli.
Modulo adesione: scaricato da internet il giorno prima della festa. Compilato per metà, perché non riesco mai a rientrare in  nessuna categoria e i moduli mi mettono ansia. Non sono una persona categorica, figuriamoci una madre. Io e mia figlia, siamo cittadine onorarie della terra di mezzo con Frodo e tutti gli altri. Aspetta, era la compagnia dell'anello o Harry Potter quello della terra di mezzo? Di bene in meglio, Michela. Ora nemmeno più le storie ti ricordi! Se avevi mezzo punto sulla scala del valore aggiunto delle capacità materne, il tuo era quello delle letture e della fantasia e con questa festa ti sei giocato anche quello.
In ogni caso, il modulo ce l'ho. Più o meno. A metà, ma ci sta.

Decorazioni. Tutte comprate, nell'ordine: due palloncini all'elio di Frozen e il tema Frozen ti salva, perché sarai pure una con la testa tra le nuvole, ma conosci tua figlia, un cartellone tristissimo acquistato dai cinesi che dice è qui la festa, ma è la mattina del 31 luglio, di meglio non si può fare. Riformulo, di meglio, TU, la mamma imperfetta non sai fare.
Torta: quella l'hai prenotata ieri sempre con la sfoglia di Frozen, piccola volpe.


Svolgimento: come avevo anticipato GUERRAAAA.
Appuntamento dato per le 15.00 o forse erano le 15.30 no, aspetta scopri che alla tua amica che viene da Piombino  avevi detto alle 14.00. Genio, un vero genio. Arrivi alle 14.45 e due mamme sono già dentro con i loro pargoli. Ovviamente, non conoscendosi (una del nido, l'altra no) in punti diametralmente opposti del parco acquatico. Entri con borsa del mare e figlia al seguito. Hai, ovviamente e lo dico con una punta di cocente dolore e delusione al cuore, dimenticato le borse della festa in auto. A pochi metri dalla piscina dei piccoli, dove in teoria nel tuo cervello, ma non giureresti di averlo detto alla mamme, pensavi di fare la festa, incontri la tua amica, quella non del nido. Una delle tue più vecchie e care amiche, che per fortuna ti conosce e sa cosa può aspettarsi dalla frana inenarrabile che sei come persona. Ti vede annaspare già nel più profondo panico e entra in azione. Ok, amici questa donna è sposata ad un marinaio della marina americana, ha due figlie di cui una è Attila versione femminile, le ha cresciute, praticamente, da sola perché il marito è sempre in missione. Ti aiuto io. Quelle parole ti svoltano la giornata, perché non conta come andrà, hai un viso familiare dalla tua e questo, in qualche modo ti assolve. Ti sembra quasi che dica: ehi, è di Michela che stiamo parlando, cosa ti aspettavi? Ma in senso positivo. Comunque, tu ostenti sicurezza, lei sa che bari, ma è il gioco delle parti, ora sei una madre, non puoi dire semplicemente, Ilaria, faresti questa cosa della festa tu al posto mio? Ti voglio bene, grazie.
Nel frattempo, ti arrivano messaggi dell'altra nuova amica, quella del nido, che, per fortuna, ha già capito di che pasta sei fatta, ma tu, sei in missione, lo spirito della marina statunitense si è impossessato di te, sei ricoperta di tatuaggi tradizionali americani di ancore e rondini, sei nel bel mezzo di un episodio di NCIS, la tua missione è una: scoprire dove cazzo sia la laguna col tavolo che,  all'ingresso del parco, ti hanno detto, averti dedicato.
L'amica col marito marinaio, che per inciso vive negli Stati Uniti di America è in Italia in visita e non era mai stata all'Acqua Park prima in vita sua, ti dice? Ma quale? Quello dietro il fast food? Faccina perplessa delle emoticon che stia ad indicare un misto di stima, ammirazione e gratitudine per la tua amica, non hai tempo di interrogarti sul come LEI sappia dove sia il fast food dell'acqua Park di Follonica. Non lo puoi sapere. magari, a casa sua a Seattle, la sera dopo che ha messo a dormire le sue due figlie, dopo aver riposto i libri universitari (perché tra figlie e vita ha deciso anche di riprendere l'università, un eroe o una pazza decidete voi) le prende la strana voglia di googlare Follonica, acqua park, maps. Cazzo ne sai, gli americani so' strani. Comunque ti salva il culo e ti porta a destinazione. Arrivi e il tavolo non è pronto. Inspiri ed espiri, conti fino a dieci perché tra 3,2,1 questa personcina per bene che fingo di essere esploderà per dare spazio alla vaiassa napoletana che intimamente sono e nulla di grave, con la calma si ottiene. Ti impossessi di due tavoli e inizi a respirare. L'amica del nido è ancora dispersa, la troverai.
Scarti il regalo della tua amica, le bimbe scalciano per le piscine, inizi a spogliare la tua, nel frattempo arrivano altri invitati. Almeno hai il tavolo. E' spoglio, triste, senza colore alcuno, ma hai il tavolo. Mentre stai per mollare tua figlia alla tua amica intravedi madre e sorella. Ok, nulla può andare storto, ora che hai le tue colonne portanti. Ti avvii alla macchina per prendere le borse frigo e il resto delle cose della festa e incroci altri invitati cinguetti il più gaudiamente possibile "Ciao, benvenuti la festa è..." quando incroci lo sguardo di tuo marito. Il tuo porto sicuro. I tatuaggi tradizionali americani, si sciolgono veloci, passi da NCIS a qualche cosa di smielato e sei al sicuro. Il marinaio ora è lui, tu puoi concentrarti sul fare la mamma. paradossalmente il ruolo di marinaio ti viene più facile, ma ti impegni e non sai nemmeno come, ma tra qualche bagno in piscina e quattro chiacchiere sono arrivati quasi tutti. E' l'ora della merenda arrivate al tavolo che ora vanta i due palloncini all'elio ed il cartellone è qui la festa. Servono ad ogni bimbo un vassoio con un bel menù da fast food, quello che vieti a tuo fratello di comprare ai figli, ma fottesega questa è una festa e sei già abbastanza nella merda per polemizzare.
I bimbi mangiano, ogni genitore ha un bicchiere e due patatine in mano. Ti puoi rilassare più o meno.
Si torna in piscina un altro bagno e poi, finalmente, le 17.30 Cake time, gente!


Arriva lei, trionfante, la regina Elsa. Mentre tutti cantano tanti auguri e tua figlia in piedi sul trespolo si sente la principessa che davvero è, ti rendi conto che la candelina sulla torta col numero 3 non ti convince. Cosa ha di strano? Fai velocemente mente locale. E' la candelina sbagliata. Nella borsa hai tutto il set di stelline con la candelina giusta. Ormai è tardi lei l'ha già spenta col sorriso del trionfo di chi ha i polmoni tanto grandi da riuscire in un sol soffio a spegnere le candeline. Mamma guarda che so fare!?

La festa è finita. Ne sei uscita più o meno incolume. Sei un po' ammaccata. Hai avuto ancora una volta la prova provante di essere un casino vivente. Tua figlia però gioisce come non mai. E' felice e tanto, ti dici, basta e poi, le amiche del nido hanno finalmente capito con chi hanno a che fare, l'anno prossimo già sapranno cosa aspettarsi alla festa del quarto compleanno di tua figlia che hai già deciso avrà menù biologico.

Buon compleanno, amore.

giovedì 30 luglio 2015

ricomincio da blogspot e da Virginia, ancora e per sempre Virginia

Questo blog è come me. Non so se sia proprio positivo, magari almeno in rete dovrei cercare di essere più, come dire, assennata e costante. Invece, stanza antipanico è nato su wordpress, poi si è spostato su un hosting diverso e ora, approda su blogspot, dove credo, spero, resterà.

E' poi significativo, ricominciare scrivere di me il 30 luglio.

Questo giorno tre anni fa, mi vedeva con 30 kg di amore in più. Fuori dai tempi calcolati per la mia gravidanza, in piedi, perché la pancia non mi consentiva altre posizioni, in banca con mia sorella Serena, mentre aspettavo il nostro turno.

E niente, all'improvviso entra un tizio e urla:" FERMI TUTTI E' UNA RAPINA!" e indovinate un po'?  Non scherzava! Io, che non solo ero incinta, quindi, con tutti i sensi affinati e perennemente all'erta per qualche misteriosa memoria primordiale del nostro organismo, ma anche e pur sempre, napoletana, prendo mia sorella e la trascino via a nasconderci dal direttore (peggiore posto se ci penso oggi) e gli dico allarmata: "Direttore è in corso una rapina", il simpatico genio dietro la sua comoda scrivania ride e dice: "Ah e chi la fa? Tu?" ebbene sì amici, questi sono i manager del nostro bel paese, gli dico che ovviamente non scherzo e lui cosa fa? Va nel panico, amici! Roba da sei in fila alla posta e il tuo intestino inizia ad attorcigliarsi per il cornetto a cioccolato e il cappuccino al bar, quel tipo di panico. Un panico da, dove cazzo è il bagno più vicino, insomma. Nella sua crisi di panico, dice che deve chiamare i carabinieri che l'iter giusto è questo, io rispondo che se non fosse ancora accorto, sono incinta e se i rapinatori si incazzano prendono me come ostaggio di certo, insomma, ma la televisione tematica che l'hanno inventata a fare se poi nessuno si prende il disturbo di apprendere le sue lezioni di vita. Io le serie crime le guardo e i rapinatori nelle banche americane prendono SEMPRE le donne incinta. Nel frattempo i rapinatori, in realtà erano due non uno come avevo pensato perché il secondo era in fila accanto a me con tanto di ticket per il turno in cassa, urlano a tutti di stare faccia terra, di non emettere suoni e di non piangere. Mia sorella più in panico del direttore e di me che, avendo dalla mia le serie crime e una madre pseudo giallista, mi sentivo abbastanza al sicuro e poi diciamolo pure, quando sei incinta ti senti invulnerabile, decide che avendo lei l'incasso del nostro hotel in borsa, doveva uscire dalla stanza del direttore per non mettermi in pericolo (questo non so come abbiamo potuto pensarlo, ma sono attimi di terrore, lo giuro) quindi sguscia lentamente fuori dalla stanza. A questo punto, con mia sorella fuori nel campo di battaglia, sento un panico montante prendersi gioco di ogni mio singolo filamento di carne. Conto i secondi da quando il direttore preme il pulsante di chiamata diretta a i carabinieri al loro arrivo. Circa 60 interminabili secondi. Il minuto più lungo della mia intera esistenza. Mia sorella era in pericolo per colpa mia e non sapevo cosa fare. Lei di là pensava lo stesso, ma io ero incinta e dopo aver pianto al telefono con il call center della Telecom qualche tempo prima, avevo capito che le mie emozioni erano un tantino amplificate.
I carabinieri arrivano quando ormai i rapinatori erano scappati col bottino, scoppio in un pianto che non credevo possibile. Con lacrimoni, singhiozzi, scossoni e tutto il repertorio, avete presente? Mia sorella era ovviamente illesa e viva. Nel frattempo dall'ampia vetrata vedo accorrere mio marito che aveva saputo che ero in banca durante la rapina. Anche lui, inutile dirlo, visibilmente sconvolto. Un napoletano all'estero, non immagina mai di restare coinvolto in una rapina. pensa sempre, se non mi è capitato in 30 anni a Napoli, non mi succederà mai più. Invece vieni a vivere in una piccola, deliziosa cittadina della provincia toscana e taac, ti rapinano in banca con bandana a coprire la bocca, pistola e tutto il resto.
Tutti chiamano i soccorsi per la donna incinta. Questa volta la donna incinta, quella di cui tutti si preoccupano, ero io. Questo mi faceva sentire anche in colpa. Mi portano al pronto soccorso per misurare la pressione e per fortuna, nulla è accaduto, ma insomma signora che sfortuna! In questo nostro paese, non si può vivere! ma erano stranieri? No, italiani e no, non del sud.
Torno a casa e continuo la mia giornata, mi sento un po' agitata, ma mi rispondo che, in fondo, a tutti capita prima o poi nella vita una rapina e che non è successo nulla che quindi è meglio smetterla di lagnarsi.

La sera preparo la cena per me e mio marito, carico la lavastoviglie e mi ritiro in camera. E' il 30 luglio, fa davvero  troppo caldo per il divano quindi opto per il lettone e mi sintonizzo su un bel film.
A metà film inizio a pensare che finalmente benefibra di cui in gravidanza ero dipendente, avesse fatto effetto. Mi alzo, anzi per amore della cronaca, rotolo come mi ero ben abituata a fare giù dal letto e mi dirigo al bagno, dove con una naturalezza e una semplicità che non mi aspettavo per l'evento, urlo: "PAPIIIIII DOBBIAMO ANDARE IN OSPEDALE!".

In un lampo saltiamo in auto, allertiamo mia madre che si fa trovare al primo pit stop di questa folle, bellissima e super gioiosa corsa in ospedale. Arrivo urlando, perché dei canonici 10 minuti ogni contrazione iniziale io non ho avuto traccia. Gli infermieri mi siedono sulla sedia a rotelle correndo, dicono fate presto o la farà in ascensore. Arrivo alla prima misurazione, sono le 23 e 30 di sera del 30 luglio e sono di 2 cm e mezzo alle 01.00 sono di 10 cm. Questo per dire  che nella camera da letto io non ci sono mai entrata, sono stata direttamente portata in sala travaglio dove mio marito, il mio favoloso, insostituibile uomo non mi ha mai lasciata, nemmeno per un secondo. Mi ha sentita urlare come un orco donna ubriaca di scotch scozzese alle prese con uno elfo testa grossa che cerca di uscirgli dalla vagina e non ha battuto ciglio. Mi ha passato circa 4 litri di acqua, sempre col sorriso sulle labbra, senza mai fermarsi col tifo  da stadio "vai, amore ce la fai, sei grande, sei bellissima" quest'ultima era proprio una bella bugia, io lo sapevo, ma glielo facevo dire, un po' perché non avevo le energie per zittirlo e, un po' perché si sentiva utile e mi faceva piacere per lui.
Dalle 01 alle 04 le ostetriche sono state insieme a noi, mi incitavano dicendo spingi, usa gli addominali, io ho replicato non so quante volte, dicendo che gli addominali non li avevo perché non avevo mai fatto sport e non so bene per quale motivo, a questa affermazione, ho chiesto loro scusa per questo. Sì, amiche, mi sono scusata con le ostetriche per non aver fatto sport. Anche a questo porta la gravidanza, chiedi scusa di esistere mentre come la più spaventosa delle scimmie urlatrici spingi fuori la testa e poi il corpo di tuo figlio.

Alle 4.58 del mattino del 31 luglio 2012 però, mentre morivo letteralmente dal dolore, nascevo di nuovo. Da allora, la mia vita ha un nuovo centro. Un centro che profuma di bebe' appena nato, di crema per il cambio pannolini e di vita e che cambia fragranza ad ogni obiettivo che la mia Virginia raggiunge ed io con lei.

Insomma, amici, domani Virginia compirà 3 anni. I 3 anni più dannatamente ricchi e pregni di significato della mia intera esistenza.
Lasciate quindi che faccia un brindisi virtuale in questa parte di mondo virtuale:

A te, mia adorata creatura
e alle mille avventure che ci attendono.

Ti amo,
mamma

martedì 28 luglio 2015

Le tre fasi della scrittura, o anche, scappa e prendi un libro di algebra, credi a me.

L'altro giorno mi è stato chiesto di descrivermi come scrittrice. Facile, ho pensato, io non una scrittrice. La verità, non mi stanco mai di dirlo, è che io sono, semplicemente, una che scrive. Non lo faccio nemmeno più in maniera compulsiva come quando, non avevo Virginia e trascorrevo la maggior parte del mio tempo nel favoloso mondo delle idee. Ora che devo ritagliarmi spazio e tempo, scrivo in maniera quasi programmata e dico quasi perché spesso, non riesco neppure a seguire i programmi. Diciamo che sono una che scrive appena ha un minuto per se stessa.
Se anche però io avessi tutto il tempo del mondo per scrivere, comunque non potrei sentirmi scrittrice. Per diventare scrittori, bisogna attraversare una fase di consacrazione? Chi ci conferisce questo titolo? L'esperienza? Il fatto di vendere delle copie dei propri libri? O semplicemente l'atto in sé di scrivere storie?Non lo so.
Parlare di scrittura,non è mai facile. Molti in internet (e non solo), lo fanno con un po' troppa leggerezza. E' abbastanza comune, trovare blog in cui ti dicono, vieni, leggi me, io sono l'esperto di scrittura, salvo poi scoprire, che le quattro scempiaggini scritte sui loro blog, sono parte di quelle verità assolute di cui, solo gli stolti e gli insicuri sono alla ricerca. La ricetta magica per perdere 20 kg in un solo giorno, roba di questo tipo. Avete presente? Ma dico io, un po' di onestà intellettuale, di umiltà. Sono doti davvero in disuso in questa società di super esperti nascosti dietro i loro schermi.
Io sono un'italiana media. Dio che bella dote la normalità. Scrivo più di quanto leggo. Vorrei poter vivere di quel che scrivo, ma a trentatré anni, posso, con relativa certezza, dire che non diventerò un campione di vendita. Eppure, non per questo posso accettare di scendere a compromessi, quando farlo significa, svilire il mio lavoro. Ma questa è un'altra storia e ne parlerò un'altra volta. Ora mi preme dire altro.
Scrivere un romanzo non è così facile come sembra. Non è che una mattina ti svegli, la Musa ti bacia e boom hai scritto la storia del secolo. E' più un discorso che attraversa almeno tre fasi conclamate (questo per lo meno, è il mio caso) .
Eccitazione: in questa fase, mi sento un essere soprannaturale. Ho il dono della parola scritta. L'universo mi ama. La farfalla si posa sul fiore nel momento esatto in cui io sto guardando quel fiore. Sono in Matrix, lo so. Pillola rossa o pillola blu? Faccio parte di una casta di eletti. Insieme governeremo il mondo. Convinceremo l'umanità  a leggere. Le librerie saranno luoghi mistici di adorazione per tutti (non solo per alcuni strambi tra cui la sottoscritta) e soprattutto nessuno, NESSUNO dovrà più subire l'onta di trovare nella vetrina di una libreria un cantante di Maria de Filippi o un lacchè qualunque di Maria de Filippi. Insomma, Maria de Filippi potrà andare anche a cagare nel mio mondo post-eccitazione. Lo so, è follia. Nessuno mette Maria de Filippi in un angolo (cit.), ma amici, questa è solo la prima fase, aspettate di arrivare alla terza.

Concentrazione: ogni nervo del mio corpo, ogni neurone e sinapsi del mio cervello, tutto di me, è teso alla creazione della storia che ho in mente. Incipit, culmine e finale. Tutto già scritto con le parole perfette della mente. Le conoscete? Se non le avete mai incontrate, vi prego, scappate il più velocemente possibile. Aprite il primo libro di algebra che vi capita sottomano e buttatevi nel mondo dei numeri perché, le parole della mente, sono doppiogiochiste. Sono delle stronze se mi consentite il francesismo. Sono quelle parole che ogni scrittore ama e teme. Quelle che quando stai immaginando la storia ti solleticano dietro la nuca. Le parole perfette. Quelle per le quali, non esiste necessità di sinonimi, parafrasi o altro. Sono l'essenza definitiva e assoluta di quello che volevi dire. Quelle per le quali, ringrazi Dio o chi per lui, per essere nato in Italia ed essere capace di parlare la più favolosa lingua del mondo. Poi apri il computer, il foglio elettronico ti si apre davanti e puff! Sparite. O meglio, le metti per iscritto e come per magia, non significano più un cazzo. Francesismi con la pala su questo blog, amici.

Depressione: non sono nessuno. Non sono uno scrittore, non sono nemmeno una persona intelligente. Non riesco ad esprimere quello che voglio dire, no, anzi, non voglio dire proprio niente perché non ho la capacità minima comune dell'essere umano, di formare frasi di senso compiuto. BASTA, BASTA, BASTA, non scriverò mai più in vita mia. Nemmeno per fare la lista della spesa, tanto la lascio sempre sul banco della cucina. Vedi? Sei una cretina, chi scrive una lista della spesa per poi dimenticarla? (TUTTI, risposta che mi darò solo nella prossima fase). In fondo, ho già un lavoro, ho una famiglia a cui badare, una casa.
Sì, basta (chiudendo con disprezzo il computer) non ho bisogno di scrivere per essere felice. Mi basta una carta di credito come alla maggior parte degli esseri umani quando è giù di morale. Esco, compro la cosa più inutile che possa essere stata creata e felice me ne torno a casa. Ancora credo di non voler mai più scrivere. La storia, quella è sempre nella regione del mio cervello abitata dai volti che ho incontrato in trentatré anni di vita di sfuggita. Il tizio in treno, la donna che usa l'iphone in spiaggia come specchietto, i due ragazzi che si baciano, il belloccio che si sente Brad Pitt e invece non arriva nemmeno ai livelli di Gabriel Garko che, voglio dire,questa gran cosa non è così via, fino ad arrivare ai personaggi della storia che mi frulla nel cervello in questo momento. Sono onde che vanno e vengono, si infrangono rumorose dietro la mia nuca e chiedono di essere ascoltate.
Queste sono le tre fasi che di norma attraverso quando devo scrivere una storia. Come vi raccontavo, amici, sono tre le fasi conclamate. Queste fasi possono sfociare solo ed unicamente in due grandi mari: il successo o il fallimento. Spesso le storie che immagino restano a farmi compagnia per un po'. Sembrano buone, interessanti e vivono lungo il corso di venti o trenta pagine di word. Alla fine però, muoiono lì. Appese come i panni freschi di bucato. Profumano di buono, ma se non li stiri non li puoi indossare. A meno che tu non viva negli USA, ma qui in Italia, noi si usa ancora stirare. Purtroppo. Altre volte invece, le trenta pagine diventano cinquanta, poi novanta e per magia sei a cento e allora ti rendi conto che quella storia è diventato un libro e questa, amici, è la sensazione di potenza più esaltante che un essere umano possa sentire. E per quei momenti appena prima di capire che sì, stai scrivendo un libro, che ogni volta supero la depressione e mi dico, fanculo! Se incontro uno che non dimentica mai la lista della spesa a casa io lo evito. E' un tipo sospetto!

Sono donna ergo bugiarda, aka le bugie che devi conoscere per sopravvivere ad una vita da donna.

Noi donne mentiamo. Questa frase, lo riconosco, può sembrare, lo slogan adatto ad un gruppetto di maschilisti, ma leggete con attenzione. Noi donne (in verità noi essere umani,ma sono donna e mi occupo del mio genere) mentiamo. E' la società, che ci ha insegnato a farlo in certi casi, in altri, è lo spirito di sopravvivenza.
Da bambina, menti quando, siete pronte per uscire di casa e tu dici a tua madre che non hai bisogno di fare la pipì. Sei pigra e poi il water è così alto. Allora tua madre ti da fiducia, perché è una buona madre e non vuole ledere la tua autostima, uscite e zaac devi farla, ma tu, stoica sin da piccola, in quanto donna e, di strada ne hai da farne, tesoro, la tieni, il tuo perineo, che ancora non sai nemmeno di possedere, è in splendida forma , quindi, metti su un'improbabile danza del ventre, tua madre ovviamente lo sa, ma vuole vedere fin dove vuoi arrivare. Inutile dirlo,  alla fine sei costretta ad accovacciarti dietro un albero. Scema, falla a casa, ascolta un'amica!
Da ragazzina, menti quando, le tue amiche sono tutte oltre il confine della prima mestruazione e tu no, allora dici che sì, ovvio che l'hai avuta anche tu. Oppure menti perché, al contrario, sei l'unica oltre quel confine e cerchi disperatamente di tornare indietro perché non eri pronta a lasciare le bambole così presto. In ogni caso, l'ormone ti porta alla bugia.
Da adolescente menti sulle stesse questioni maschili, quali:
  • sigarette: tu giuri e spergiuri di non fumare. la tua camera grigio Londra, palesa la menzogna agli occhi di tutti, ma sei nel pieno della fase fottesega, hai 15 anni quindi "Cazzo, non fumo!". Un alieno è entrato dalla finestra, ha detto di essere sulla terra per uno studio sulle nostre abitudini. Ha preso dal tuo zaino le sigarette DI CLAUDIA, se n'è accese un paio et voilà il fumo. La balla regge alla grande. Nella tua mente l'unico anello debole è Claudia che non fuma, ma fottesega, tua madre nemmeno la conosce ancora Claudia che inizierà a fumare verso i 18 anni, ma questo è irrilevante.
  • canne: tua madre- hai provato a fumare una canna?
    tu- No, mamma, ma che come ti viene in mente? sguardo colpevole che ruota vorticosamente e ridarella isterica. Mettiti di tua spontanea volontà una tuta a strisce bianco e nere che fai prima. Ciaone proprio.
  • Alcol: tua madre- ma in quel bar dove vi ritrovate vendono alcol ai minorenni?
    tu- Seeeee, io con la mia 5000 lire di paghetta- da dividere probabilmente con tua sorella- (voglio dire, questo potrebbe o non potrebbe essere un ricordo della mia adolescenza) compro solo una coca cola e poi tutti gettoni per il video game Bubble Bobble.
    Nel momento in cui, senza alcuna domanda posta, spieghi cosa te ne fai della paghetta, stai automaticamente dichiarando la tua colpevolezza. In più la coca cola ti fa schifo e tua madre lo sa e sei la negazione ai video game e questo lo sanno proprio tutti.
Da giovane donna, affini l'arte della menzogna. Hai venti anni e la prova costume inizia ad essere un argomento che irretisce anche te che, fino a ieri, avevi tutti i neuroni funzionanti ed al loro posto.
Tua madre- hai mangiato all'università?
Tu- sì (senza perderti in digressioni, tanto lo sai che ti chiederà cosa, visto che brava bugiarda sei diventata?)
Tua madre- Cosa?
Tu- (sorriso compiaciuto) un panino provola e crudo con Mara (una tic tac, un caffè e un pacchetto di marlboro light).
Scema! Hai fatto un danno solo a te stessa, non a tua madre, ma hai 20 anni, non lo puoi capire, forse, non lo devi ancora capire.
Ancora:
tu- mamma dormo da Claudia stasera. (ti ricorda qualcuno, amica?) Poi fai una figlia e scopri che non solo a venti anni era una decerebrata irresponsabile, ma anche fortunata! Avresti potuto incontrare un maniaco e non un fidanzato normale con il quale credevi di dover vivere per l'eternità stile Delena (sì, muoio per the vampire diaries) e invece hai preso a calci in culo dopo un po', ma hai 20 anni, lo capisco, vivere una relazione poco salubre è da manuale. Sei nel pieno del tuo all in.
Poi, arriva, è ragionevole pensare verso i 25 anni, l'età adulta. Io sono un po' lenta e il processo ha impiegato proprio un quinquennio intero, a 30 però ero adulta.
Hai una laurea in tasca che non usi, hai scelto l'uomo giusto (e non sai nemmeno tu come hai fatto) ti sei sposata, avevi giurato che non l'avresti fatto, ma, di nuovo, le donne mentono. Insomma, a 30anni cosa c'è ancora da mentire, mi chiederai? Si suppone tu sia adulta e vaccinata. Voglio dire, hai una tua casa, sei indipendente e invece... le donne mentono, poi non dire che non ti avevo avvisata!
Hai un lavoro, una casa, un uomo, una pseudo vita sociale e SOLE 24 ore di tempo al giorno, ovvio che menti! Devi mentire. E' lo spirito di sopravvivenza di cui ti parlavo all'inizio del post, che te lo impone.
Tu e il tuo uomo lavorate entrambi,ma tu hai la sventura di rientrare prima a casa. Ok? Quindi la cosa va così, non provare a negarlo.
Amore telefona.
A.- tesoro, che si mangia stasera? Hai cucinato?
Tu- Certo!
Non è vero, sei ancora col culo sul divano a spippolare sull'iphone. La verità, quel corpo estraneo alla tua bocca donna, è la seguente: fino a quella telefonata non avevi nemmeno immaginato che si dovesse mangiare, perché ehi, non è mai stato un tuo problema, ma di tua madre. Devi smetterla di pensare che il piano fuochi della cucina esista solo per il caffè della mattina e che tua madre presto o tardi imparerà a cucinare per via telepatica. Quindi ti alzi, mi sembra di vederti, apri una busta di insalata, aggiungi, sale, olio e limone (perché al tuo uomo pice il limone e tu sei una buona compagna) , apri due scatolette di tonno e la cena è servita! Con l'esperienza poi, imparerai ch el'insalata va condita quando amore è a casa o si ammoscia. :)
Poi diventi madre. Amica, queste sono le menzogne più grandi  che dirai, perché è la società ed un manipolo di bigotte che te lo impongono. Dirai che la gravidanza è uno stato di delizia e di salute! BUGIA, BUGIA, BUGIA. La nausea, i piedi affetti da elefantiasi e la pancia così grande da renderti impossibile la visione della punta dei piedi TI FA CAGARE, dillo. Sei normale, tranquilla. Menti pure, lo facciamo tutte, ma poche di noi lo ammettono.
Quindi, l'erede viene al mondo e ok, il tuo cuore capitola come non farà mai più, a meno che, tu non sia così folle, da farne un altro, perché, mi dicono, in quel caso, il cuore raddoppia (altra bugia del sesso femminile? Non lo so, non ti posso aiutare. Ne ho una e sto bene, banco). Ti dici che in questo rapporto, non ci saranno bugie, solo candore. Stai mentendo in quello stesso istante. Di bugie, amica mia, dovrai dirne a tuo/a figlio/a e anche a più riprese. Quando ti vedrà esausta e triste a causa sua (poppate, mesi di insonnia sono solo due delle gioie della maternità) tu gli racconterai una balla che riuscirà a non far dubitare tua figlio o tua figlia del tuo perfetto e imperturbabile stato di felicità. Gli mentirai quando lo porterai a fare il primo vaccino, distraendolo con un pupazzo qualunque mentre il dottore gli fa la siringa, anzi, le siringhe e gli mentirai più o meno lungo tutto il vostro cammino, dicendo a te stessa e quindi a lui/lei che sei totalmente certa di quello che stai facendo. Bugia enorme, la maternità è la cosa più spaventosa ed il percorso meno chiaro che affronterai mai nella tua vita, ma va bene così, per fortuna hai tuo figlio/a che saprà condurti alla grande. Impara solo a fidarti di lui/lei. Io, sono un pessimo esempio. Sono una madre nevrotica, segnata dalla paura dell'abbandono talmente tanto, che  sommergo Virginia di attenzioni e baci che nemmeno mi chiede, povera stella. E le dico tante balle. A mia discolpa, Virginia è una bambina mentalmente impegnativa. A due anni, appena cioè, ha imparato a dire perché, è iniziato il mio calvario. Mento per disperazione. I nostri dialoghi sono un susseguirsi di perché e rischiano di portarmi spesso e volentieri alla neuro, così le mento, invento storie è questo quello che faccio. E' questa la mia tecnica, ogni madre ha la sua. Conosco mia figlia. Il mondo dell'immaginazione è il suo posto. Allora, quando sento che quel perché è l'ultimo che riesco a reggere con una conversazione razionale, parte la storia e lei, in qualche modo, trova pace. Si cheta. Quindi ecco il mio consiglio. Menti e crea un mondo pieno di fantasia e storie belle da immaginare per tuo figlio/a, tanto il mondo è un posto infame e molto presto toccherà lasciarlo/a camminare da solo/a, per lo meno, avrà un bagaglio di storie da raccontarsi quando la vita gli sembrerà insopportabile.
Con "amore" che, ormai già sa, che sul tema cucina e affini, sei una bugiarda patologica, sai, dentro te, di non aver più bisogno di mentire. E' il tuo porto franco dalle bugie. Eppure amica mia,  ci saranno momenti da ora in poi in cui gli mentirai. Lo farai, paradossalmente, perché lo ami tanto, troppo e non vuoi si senta escluso dall'orbita del tuo cuore che, a sua volta, orbita ormai solo intorno all'esistenza del tuo erede.
Amica, non ti voglio mentire, almeno tra di noi, diciamoci le vere verità del nostro bellissimo universo femminile.
Se sei diventata madre da poco, anzi, mi correggo, se solo hai partorito da un tempo indecifrato, ci saranno momenti in cui la tua stessa femminilità ti sembra una grossa bugia. Momenti in cui sarai solo l'ombra della donna che eri e in effetti, amica, non sei più quella donna, sei tanto di più. Sarai stressata, impaurita, nervosa e soprattutto stanca perché casa, figli, marito, lavoro... la vita insomma. Tuo marito che ti ama, ti cercherà. Ad un certo punto, lui reclamerà la vostra vecchia intimità. Lui ancora non sa che, quell'intimità ormai e morta e sepolta. RIP. Allora amica, tu mentirai e fingerai di voler anche tu quell'intimità. E lo farai. Lo so, ora stai leggendo e penserai MAI E POI MAI, ma fidati lo farai perché tu e "amore" in questo momento siete su due livelli di intimità diversi.  A te interessa quello mentale, a lui quello fisico e sappi che più invecchierete, più sarà così. No, non dico che la maternità rende asessuate, per niente, ma cambia qualcosa nel nucleo del tuo essere più profondo. Sei madre. E' un processo irreversibile. Lo so, suona banale, ma amica, dillo comunque a te stessa, ti aiuterà. Sei madre, hai ospitato per 9 lunghi mesi un altro essere umano dentro il tuo stesso corpo. Dio mio, è pazzesco solo scriverlo. Hai rinunciato al naturale possesso di te stessa per 9 mesi. Hai condiviso sangue, aria, cibo e acqua con un altro essere che viveva dentro te stessa. Quale uomo sarebbe capace di tanto? Quale uomo potrà mai provare questa intimità con un altro essere vivente? Capisci ora, perché dico, che il tuo concetto di intimità si è spostato? Devi solo scoprire una nuova intimità con il tuo "amore". In qualche modo la gravidanza, ha estromesso il tuo cervello, dal suo ruolo di padrone del tuo corpo, che aveva sempre esercitato. Diciamo che il tuo corpo, in qualche modo, è in comproprietà con tuo/a figlio/a. Tornare a vedere il tuo corpo come un semplice agglomerato di carne e ossa e non, come un tempio sacro, è un procedimento lento. A volte richiede anni. Alcune donne non smettono di pensare a se stesse come un posto sacro, dove l'intimità reale è solo quella che si instaura con il proprio inquilino :) Personalmente ci sto ancora lavorando. Dopo il parto, mi sono presa il mio tempo. Be' diciamo che la natura che è donna, ci da una mano in questo senso ;P Dicevo ho impiegato tempo a ritrovare mio marito. Per un po', tutto quello che vedevo era il padre di Virginia. Non ho mai smesso di amarlo, ma ero come dire, una neofita di questa nuova prospettiva dell'intimità e poi, ho allattato Virginia per 19 mesi, questo non rendeva il mio ciclo ormonale proprio quello di un tempo :) poi qualcosa è cambiato. Gli ho mentito? Sì, perché lo amo e volevo tenerlo stretto a me. Lo rifarei? Sì, perché grazie a quel paio di bugie dette a quel tempo oggi siamo una coppia più forte. Ci diamo appuntamento di pomeriggio come due adolescenti e ho fatto pace col fatto che lui è uomo, non è colpa sua se non può capire i tumulti e le fragilità a cui la maternità ci sottopone.
Voglio solo dirti che, va bene così. Prenditi il tuo tempo. Nel frattempo vai incontro al tuo "amore" e fa quello che fanno tutte le donne dalla notte dei tempi (anche se, non si perché non sta bene ammetterlo) menti. L'appetito vien mangiando, non lo sai?
Vorrei dire qualcosa tipo, vedi? Mentire è normale e non è così sbagliato se lo fai per le motivazioni giuste, ma mentirei ancora e ancora e ancora. Mentire è sbagliato, ma forse questo non è mentire, forse questo è solo vivere.

P.S. A mia figlia Virginia, vorrei dire, sei nei guai bambina, ogni bugia che mi dirai, io l'ho già detta. Stai in campana, baby.

Veg o non veg?

Lo so che anche tu che stai leggendo, hai l'amico vegano. No, non sei tu il vegano, perché se lo fossi non frequenteresti il mio blog, ma quello di un altro vegano. In fondo, lo capisco, l'alimentazione per voi è una religione. Io sono stata educata e cresciuta da mia madre, ormai l'avrete capito tutti, è onnipresente nei miei post. Lei mi ha sempre detto :"Si mangia per sopravvivere" e quindi io sono venuta su con l'idea che mangiare, significava nutrirsi, punto. Poi sono cresciuta e ho scoperto gli aperitivi e allora ho capito che mangiare significa accompagnare un prosecco in compagnia di un'amica! No, dai mamma, giuro non sono un'alcolizzata! Scusate, è un gioco tra di noi.
Insomma, la settimana scorsa c'è stato il sole quasi tutti i giorni, la temperatura era gradevole, intorno ai 20° e allora, cosa fa una qualunque donna dopo i trenta?Si guarda allo specchio, uno sguardo al giorno basta, tanto lo scempio è sempre lo stesso e decide di uscire dal letargo. Questa è un'operazione delicata. La donna media post 30, si  muove su più livelli.
  • dieta drenante obbligandosi a bere 4 lt di acqua al giorno quando fino al giorno prima bevevi due caffè al mattino, un aperitivo alle 19 (perché a quell'ora hai bisogno di innescare l'udito selettivo delle tate al nido) e due bicchieri di vino a cena per far compagnia a tuo marito.
  • prima colazione con bicchiere di acqua e limone e bifidus actiregularis con la pala. Così tra un secolo circa ti verrà il ventre piatto della Marcuzzi.
  • ceretta alcune donne (e ahimè anche alcuni uomini) sono ossessionati dal glabro. Non lo comprendo. Forse perché per natura non sono pelosa, ma credo che se la natura abbia posto dei peli in determinate parti del corpo umano, una ragione ci sarà e poi diciamoci la verità, fa male. LA CERETTA FA MALISSIMO! Non è come un tatuaggio che tu vai incontro al dolore, lo fronteggi e poi ti ritrovi un bel tatuaggio,no! Qui la storia è diversa. Già che entri dall'estetista e questa ti mette in posizioni da Kamasutra e ok, la visuale deve essere quella giusta, ma poi ti cola della cera bollente sul corpo, strappa via insieme ai peli uno strato di derma e poi non ci ricavi nulla! Non ti ritrovi nulla sulla pelle. Pensateci.
  • abbonamento solarium per dieci lampade, l'undicesima gratis e non si sa perché alla decima non ci arriva nessuno.
  • shopping compulsivo. Non importa di cosa tu abbia bisogno. Primavera è stagione di acquisti. Le giornate si allungano, la temperatura si fa più mite, una passeggiata ti costa almeno un cinquanta euro, perché con questo caldo che fai un gelatino non lo compri? E sono i primi 2€, due metri più in la una profumeria. Ok, non compro nulla, solo scrocco sulla prova profumi e ti ritrovi ad aver invece acquistato shampoo, balsamo, un improbabile bagno doccia alle bacche di Goji (che fanno bene, ma anche schifo, quindi ripieghi sull'utilizzo esterno dei loro benefici) e siamo sui 30€ come minimo e poi che fai non ti fermi ad acquistare quel gonfino che in tutto indosserai solo due volte perché tra dieci giorni farà troppo caldo per indossarlo? Certo che lo compri! Ed ecco che si è arrivati a 50€. 
Da qui, il mio acquisto di un estrattore a bassa velocità. Insomma, basta non ho più 20 anni. E' inutile che io finga di essere su quei livelli. Ormai sono passata alla crema base trucco e la crema antirughe la sera con relativo tonico lifting per la zona occhi. Si cambia vita e alimentazione. La cosa però pensavo fosse più semplice. Sono un'accanita mangiatrice di frutta secca da sempre, punto mio per la dieta vegan. Verdure e insalate, come sopra. Frutta, sono pigra. Se mamma sbuccia... hihi dal 2011 poi, cioè dal mio matrimonio, aspetta era il 2011?? Comunque, da allora non mangio frutta in pratica. Mi dico, ok ce la puoi fare Michela, lo devi fare oppure smetti di fracassare i maroni di tutti con la storia che Virginia non mangia abbastanza frutta e verdure, sii tu il giusto esempio e così spendo 200€ circa per un estrattore di frutta e verdure, questo, l'estate scorsa. I primi tempi viaggio sulla cresta dell'entusiasmo, sono tonica, sono vegana (nel senso che mi facevo i succhi verdi), sono un'ambientalista, giuro che non baro mai più con la raccolta differenziata. Poi è arrivato settembre. La pioggia, il freddo e il mio estrattore è tornato nel mobile. Al suo posto una mini cantina, di quelle che si posano direttamente sul top della cucina, avete presente? Scherzo, aspetta, scherzo davvero?
Ma poi è arrivata di nuovo la primavera e complice il terribile anno che è stato il primo anno di nido di Virginia, dal punto di vista della MIA (per fortuna non sua) salute, ho deciso di dare un'altra possibilità alla storia del vegano, o quasi.
Vado su internet e inizio a documentarmi. Caspita c'è una miriade di siti e blog sull'argomento. Ok, sarà facile allora. Pian piano che leggo, vedo salsicce e friarielli abbandonarmi sempre più. Ok i frarielli restano, ma cos'è un friariello senza una salsiccia? Questa visione, mi turba, ma decido di andare comunque avanti. Sono di esempio per Virginia, mi dico. Intanto i blog mi raccontano ognuno la loro verità. Il mondo è come te lo immagini, giusto? Peccato che in questo caso, la fantasia prenda troppe volte il sopravvento, o questo oppure cari vegani siete da rinchiudere, perché non è possibile che un sito riporti una tabella di cibi divisi tra acidi e alcalini e il sito dopo mi proponga una tabella diametralmente opposta! Ciaone proprio. L'unica verità assoluta. L'unico elemento di pace. Il quid che mette tutti i vegani d'accordo amici miei, è il limone. Tutti concordano che il limone sembra acido, ma in realtà è alcalino. Un false friend, avete presente? Ma potrai mica cibarti di limoni? Voglio dire, è vero, se la vita ti offre limoni, tu facci una limonata, ma poiché la mia forma mentale è più limoni= sale e tequila, non so come procedere, capite?
In ogni caso, niente, neppure i limoni mi hanno fermata. Sono in fase detox. Non mangio carboidrati semplici da una settimana, mangio solo Kamut. Questo mi rende una persona migliore? No, solo molto triste. Latte e derivati sono avvantaggiata, non li mangio dal 2009. Carne e pesce. Ok, io ci ho provato. Il mio corpo dopo un po' cede. Da adolescente sono stata vegetariana (seriamente) per un anno intero (roba che non compravo nemmeno gli snack al distributore per paura di contaminazione con grassi animali, le etichette, all'epoca, erano molto poco chiare), ma poi ho avuto seri problemi di carenza di ferritina per i quali, ho dovuto riprendere a mangiarla e la sensazione della mia prima salsiccia dopo dodici mesi, non la dimenticherò mai più. Il mio corpo esprimeva una sola cosa: gratitudine.
La mia migliore amica, Claudia ve l'ho presentata in qualche altro post, è vegetariana, lei sta bene così, ma Cristo Sante non rompe il cazzo se ti vede mangiare un animale morto! Se vai a cena con uno vegano, ma chi prendo in giro? I vegani non ci vengono a cena con un onnivoro e se ci vengono, si mangiano due verdure alla piastra e ti guardano disgustati per tutto il resto del tempo!
E poi il costo... ragazzi siete mai entrati un supermercato bio? No dico, scusa tu ragazza della cassa, ma vedi scritto Beyoncé sulla mia fronte? Come puoi vendermi un pacco di semi di zucca da circa 250gr a 6.00€ ? Dice, l'alimentazione vegana fa dimagrire e ti credo, digiuni!
In ogni caso, questo è quel che penso dei vegani. Ognuno è libero di mangiare come diavolo vuole. Anche noi, quindi smettetela di rompere le balle e andate a mangiare qualche altro semino!