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venerdì 8 dicembre 2017

Girls Hut perché la scrittura bussa sempre

Iniziare un progetto, crederci, appassionarmi e poi abbandonarlo, è tipico di me. Stanza antipanico, era questo. Per la prima volta, decidevo che scrivere era la mia priorità e, per un po', ci ho anche creduto, il tempo necessario a sentirmi schiacciata da me stessa e dalla mia incapacità di scrivere realmente quello che penso perché, se lo faccio, tutti scappano via. E invece tutti a dire che non è così e, forse, è vero che non scapperebbero, ma la paura che ho di ferire o di essere fraintesa, mi paralizza. La parte creativa del mio cervello, si inibisce e tutto quello che ne viene fuori è un patetico nulla. Scrivere, è dare scandalo. Se non dai scandalo, se non sei scomoda, vuol dire che non sei autentica e se non sei autentica, allora, non dovresti scrivere. Da qui, la scelta di non scrivere nulla che fosse più di qualche nota sparsa al margine del mio profilo Facebook.  Lo dicevo l'altro giorno ad una persona il cui cervello, è una meraviglia complessa e appassionante, il mio modus operandi, non è mai cambiato: correre, incendiare e farmi terra bruciata intorno. Sono incapace di aspettare. Forse è per questo che amo i vini. Quando ti versano un buon vino, ti chiedono di aspettare ad assaggiarlo. Lo devi fare decantare, riposare. E più lui riposa, più respira e, più respira, più cambia aspetto, colore e gusto. Le persone sono un po' come i vini. Alcuni tra i giovani, ad esempio, hanno bisogno di tutta l'aria che riescono a prendere. Lo fanno per prendersi il tempo necessario ad ammorbidirsi, per mostrare i loro diversi aromi e gusti stratificati. Ecco, così siamo noi, o almeno, così ero io. Ho avuto bisogno di tanto tempo per rilasciare i miei diversi profumi; per dimostrare che sono la stessa faccia di indefinite versioni. Sono stata molto dura e piena di spigoli. Ho dovuto vivere a lungo una vita che non comprendevo, affinché potessi ammorbidirmi e smussare quei lati di me, che mi precludevano strade che credevo portassero al Signore e che, invece, mi hanno portata ad un calesse. Ogni volta, fino a quando ho smesso di cercare un'illuminazione in posti diversi da me. Non è un caso che i vini vecchi non vadano fatti aerare. Essi rilasciano residui e sedimenti. Analogamente noi, in età adulta, smettiamo di cercare di dimostrare il nostro sapore. Abbiamo consapevolezza di noi e questo ci rende, inevitabilmente, più gustosi.
La mia attuale età, è un po' a quel punto. Ho raggiunto una sufficiente consapevolezza di me come donna e come madre e ho, la piena consapevolezza, di una cosa: sono una persona inquieta. La stasi mi distrugge. Creo, distruggo tutto in una sola istanza e, così, io vivo.
Ho sempre trovato strano come nella negazione di ogni possibile attesa, io trovi il mio unico porto sicuro.
Sono stati due anni di profonde trasformazioni. Ho stravolto la vita che avevo costruito su basi, che credevo solide e che, invece, affondavano nelle sabbie mobili perché, semplicemente, non poggiavano su me stessa. Ho preso fiato, naso all'aria, ho trovato la via dove mi trovo adesso, sempre con la sibillina certezza, che questa è solo una via e che, il percorso, lo creo io. Ho creato una nuova casa piena di amore, di musica, di arte e luce per me e V. Ho aperto le porte ad Artù, il nostro bouledogue francese, che ci insegna, ogni giorno, un amore mai conosciuto prima e sono ripartita da me.
Questa stanza, è la mia nuova casa. La aprirò ogni qual volta sentirò che ho qualcosa di vero da dire. Perché, la scrittura, alla fine, bussa sempre alle mie porte.

domenica 22 novembre 2015

Gli uomini e le donne sono uguali?

Come è possibile che, alle soglie del 2016, una donna di trentatré anni, debba ancora sentirsi in colpa per amare tanto il proprio lavoro?
Quando diventerà naturale, la dedizione di una donna alla professione che svolge?
Sono stata tirata su da una madre lavoratrice. Lavoratrice nel senso che da casa, si usciva alle 7.30 e si rientrava la sera a cena. Non è mai stata la madre ferma ai fornelli per più di quindici minuti, eppure, non ho mai avuto problemi alimentari ed ho, sempre, mangiato tutto il necessario. Sono stata in compagnia di mia nonna durante la maggior parte della mia infanzia, ho avuto molte baby sitter che ricordo con estremo affetto e non ho mai lasciato la scuola prima delle 4.30 fino a quando, questo è stato possibile, inclusi tre giorni la settimana delle scuole medie e, sapete una cosa? Mi sono divertita da morire e non ho mai, ripeto mai, dubitato della totale dedizione di mia madre a me come figlia e del suo incondizionato amore, perché anche nei giorni in cui la vedevo poco, il tempo che mi dedicava era di qualità altissima. Era come entrare in un mondo segreto fatto di simboli e intese solo nostre. 
Mia madre è una donna titanica. E' una fenice, forse una delle ultime rimaste. Non conto le volte che l'ho vista rinascere dalle ceneri dei suoi problemi. E' una donna che appassiona tutti quelli che la incontrano. Ammetto che, non è stato facile essere sua figlia. Mi correggo, non è facile essere sua figlia. Anche oggi che sono mamma e lei è nonna, non è facile percorrere la mia strada senza rischiare, ogni volta di percorrere le sue orme e inseguire le sue ombre. Oggi, posso capire la netta divisione tra la mia mamma e il suo essere donna. Come madre, a volte dimentica la sua modernità e mi confonde. Come donna, credetemi è tutto ciò che noi femmine vorremmo essere: bella, intelligente, perspicace, capace, estrosa, ma con i piedi ben piantati a terra e, soprattutto, indipendente, ma non nel senso teorico del termine, no. Mia madre è l'essenza dell'indipendenza, è la parola fatta persona. Ha precorso i tempi, negli anni del bigottismo spietato. A casa, innamorandosi e procreando con un uomo già reduce di un precedente matrimonio e padre di due figli. Ci ha convissuto, in un momento storico in cui se convivevi eri poco più di una puttana e dopo, lo ha anche lasciato. Della serie: bandite questa donna dalle chiese di tutta Europa. Eppure mi ha insegnato cosa sia la famiglia. Si è risposata e con il nuovo marito, anche egli separato e con due figli all'attivo, ha creato una nuova famiglia. Una delle prime vere famiglie aperte, almeno nella zona in cui vivevo io. La mia famiglia è ancora più speciale perché ha scientemente scelto di resistere agli urti e alle tempeste e oggi, nonostante l'incredulità di molti, siamo fortissimi e ci amiamo profondamente. 
Nel mondo professionale, ha svolto per anni, una professione sotto il completo appannaggio degli uomini: arredatrice di interni. Lo ha fatto con grazia, eleganza e talmente bene che è stata contesa dai migliori studi di Napoli fino ad andare a lavorare in Basilicata cinque giorni la settimana e nemmeno in quei momenti io sentivo l'assenza di mamma, perché lei era comunque presente. Chiuso il capitolo arredamento, ha provato, per farmi felice, a restare a casa, pur essendo io molto piccola, ricordo bene che mi accorgevo di quanto non fosse ciò che veramente voleva. Poi ha aperto un ristorante con il suo attuale marito. Un piccolo ristorante che in poco tempo diventò una leggenda tra i sessantottini della Napoli bene, tanto da doversi spostare in un locale più grande e poi... ma basta, questo post non è nato come biografia di mia madre. Il punto che volevo toccare è, quanto si sarà sentita in colpa mia madre, per non essere la mamma del mulino bianco? Perché vedete amiche, non importa quanto la società finga di appoggiare l'uguaglianza tra i sessi. La verità è che questa ancora non esiste e onestamente, non credo esisterà mai. Siamo ancora fermi al punto di partenza. La donna, deve ancora scegliere se essere mamma o donna che lavora. Mi spiego meglio.
Un uomo lavora, secondo il mio punto di vista, non fa nulla di eccezionale, se non quello che facciamo tutti noi esseri umani eppure, lui lo farà notare, quando gli chiederai di svuotare la lavastoviglie, lui dirà, io lavoro, sono stanco. Lui si arrogherà il diritto di essere stanco perché, poverino, lui lavora e, sebbene tu sappia, di lavorare il doppio di lui, purtroppo sei una donna. Non conosci la stanchezza e la svuoti tu la cazzo di lavastoviglie, oppure, semplicemente, non lo farà nessuno e, con ogni probabilità, mentre svuoti la lavastoviglie sei ancora con le scarpe col tacco, stai giocando con tua figlia, cucini e trovi anche il tempo di essere su whatsapp con un'amica. Perché sei donna, ma devi ancora parlare di uguaglianza.
Un uomo lavora e per quanto istruito e di buona famiglia sia, alla fine, ti porterà il conto amica mia, credimi è così. Non lo fa per cattiveria, lo fa perché è nella sua natura. Puoi lavorare, perché tu, amica PUOI lavorare, ti viene concesso di farlo  e di fare la mamma e la moglie o la compagna, la lesbica, la transgender, sono tutte concessioni che ci vengono gentilmente provviste dagli uomini. 
"Certo, amore che sono contento che hai trovato un lavoro che ami! Hai il mio totale appoggio, ma a che ora pensi di tornare? No, per sapere..." ecco, questo è più o meno quello che ti sentirai dire. A te, non è mai passato per l'anticamera del cervello, di porre questa domanda al tuo compagno, perché dai per scontato, che tornerà quando avrà finito. Sei stata educata, in quanto donna, a non fracassare le palle degli uomini e, di conseguenza, ti adegui e ti organizzi con casa, vita e figli, senza pesare sui piani lavorativi del tuo uomo. Lui no. Lui è stato educato che le mutande gliele devi lavare tu, quindi col cazzo che si può organizzare, senza sapere quando torni a casa a lavargli le mutande.
Ora poi, siamo nell'era digitale, quindi le tattiche, peraltro molto poco intelligenti degli uomini, sono cambiate. E così ti arrivano i messaggini su whatsapp, le richieste di facetime, oppure le telefonate perché quella povera stella di tuo/a figlio/a ti vuole vedere e zaac! eccolo, il nervo scoperto, il tallone di Achille, ormai il senso di colpa si è insinuato, il tuo cuore è già inquinato, la gioia pura e semplice che provavi un istante fa,  nel fare quello che ami è andata piuff... sparita. Ora ti senti solo una carogna egoista che lascia il sabato a casa il suo tesoro inestimabile, l'unico amore della sua intera esistenza che non si affievolirà mai, ma anzi crescerà solamente.
Non importa quanto tu ami il tuo lavoro, o te stessa, quanto tu non voglia cedere alle provocazioni e goderti, finalmente, dopo tanto, troppo tempo, il tuo momento, sarà tutto sempre troppo poco, paragonato al senso di colpa che la voce triste e annoiata del tuo stesso sangue all'altro capo del telefono ti provoca. Quanto vale la felicità di mio figlio? E' un costo inestimabile, giusto? Vale tutti i sacrifici del mondo, non è vero? Vale la nostra stessa esistenza, che bisogno c'è di dirlo? 
Ma quanto vale una madre felice? Ecco, questo è quello che forse, dovremmo iniziare a chiederci. Quanto una donna felice può essere una buona madre? Quanto può esserlo una madre infelice?
La felicità è una scelta, mi è stato insegnato da poco. E' una scelta coraggiosa che dobbiamo compiere ogni giorno. E' coraggiosa, ora lo so, perché la felicità passa per la conoscenza e l'accettazione della propria imperfezione. Amica che mi leggi, se mi leggi. Scegli la felicità, scegli te stessa, opera una scelta che i più valuteranno egoista e fa sì che tua figlia, abbia un modello di donna sano ed equilibrato da seguire, se invece il tuo è un bimbo, fa sì che tuo figlio impari ad amare le donne con il rispetto e il semplice buon senso che ci è dovuto.
E buon lavoro, amica.

martedì 28 luglio 2015

Self publishing sì oppure no?

Quesito della vita. Quando si è un pesce piccolo, quando si è del semplice plancton nell'oceano dell'editoria, hai davvero pochissime chances che il tuo libro valichi mai la cerchia famiglia/amici/conoscenti. Per quanto già tra questi troverete delle dolorose defezioni.
E' vero, noi italiani, scriviamo tutti. Siamo un popolo di scribacchini. Pochi di noi lo fanno veramente bene. Onestamente, non so in quale gruppo mi trovi. Inizio seriamente a dubitare di me stessa. Ci sono delle volte in cui leggendomi penso, però! Non scrivi male, amica. Ma altre, ahimè il più delle volte, in cui detesto cordialmente ogni singola parola. Approssimative, amatoriali. Una vergogna per me e per chi mi legge. Scrivere Eva e l'assoluto, è stato un processo naturale. Nel farlo, non ho mai pensato a quando poi avrei scritto la parola FINE. Intendiamoci, io non appartengo al gruppo di persone che va millantando di scrivere solo per se stessi. Diffidate, quelli sono bugiardi. Sono come quelle donne che ti dicono , "hai visto come sono ingrassata"? Per sentirsi dire "Scherzi? Sei una stecca da biliardo!". Io scrivo perché voglio che mi si legga. Al massimo, io il problema, (e lo sto scoprendo solo ora) ce l'ho a farmi pagare per essere letta. Nel senso che, non avendo io una casa editrice, mi capita che qualcuno acquisti il cartaceo di Eva sul blog e allora, devo essere pagata direttamente, bene, quando questo accade mi vergogno da morire, ma dicono passi. Fa tutto, regolarmente parte, del lento processo di evoluzione del famoso pelo sullo stomaco.
A dire il vero, mentre scrivevo, non credevo nemmeno di voler pubblicare, era più come se per magia, il mio libro si trovasse appena terminato, nelle librerie di ogni italiano senza passare per processi di stampa, negozi ecc. Dal produttore al consumatore. Filiera corta. Così me la figuravo la cosa. Quando però, mi sono resa conto che mi risultava difficile staccarmi da Eva e l'assoluto e buttarmi in un'altra storia, allora, ho capito che Eva doveva uscire dal mio computer.
Vedete, amici, quando scrivi un romanzo, instauri con le sue pagine una vera e propria relazione amorosa. C'è la fase del corteggiamento, quando le parole, fanno capolino nella tua testa e tu le rincorri. Poi, le parole danno vita ai personaggi, alla storia. A volte questi, ti sorridono e senti un calore avvolgerti il cervello, altre volte invece, questi vanno per la loro strada e allora, accade che ci litighi. Sono litigi di amore. Minacci di non tornare più, di stare meglio senza di loro, ma alla fine, come nelle più banali delle liti tra innamorati, tu con la tastiera sotto le dita, torni sempre. Poi, è ragionevole pensare dopo un tempo che va tra i dieci e i dodici mesi, il romanzo è  finito. Spieghiamo meglio, per i non addetti ai lavori, tu con la tastiera ti illudi che sia finito, in realtà, dovrai rileggerlo e riscriverlo ancora tante di quelle volte da detestarlo e volerlo via, fuori dalla tua testa. Per sempre. Ecco, con Eva invece, era come aver lasciato una storia d'amore appesa a un filo. Chi di voi on ha mai vissuto un'esperienza simile? Quelle storie che bruciano tanto sotto la pelle. Le riconoscete? Quelle di cui avete dichiarato la fine e che nella realtà dei vostri giorni invece, sono ancora dappertutto dentro di voi. Quelle storie che vi lasciano ancorate a quel maledetto "se". L'ombra ingombrante di quel "se" ipotetico, mi impediva di pensare. Avevo tante idee che poi, morivano tutte all'ombra di Eva. Allora  mi sono detta, è tempo di saltare.
Eva e l'assoluto  è il mio primo romanzo e i suoi limiti, li conosco tutti alla perfezione. Nonostante questo, ho deciso di saltare e come tutti sappiamo, quando si decide di saltare nel vuoto, è consigliabile non guardare nell'abisso.
Ho iniziato come tutti. Ricerca per genere all'interno dei cataloghi, per non sbagliare casa editrice. Eva, appartiene al fortunato filone della chick lit. anche in Italia, abbastanza popolare.
Prima bruciatura. Tutte le case editrici (almeno quelle da me trovate) riportano due tipi di informazione.
A) in questo momento non accettiamo manoscritti
B) non accettiamo manoscritti non accompagnati da un agente letterario.
Il mio primo pensiero è stato Kurt Cobain. Poi ho pensato al grunge e a tutte le indie band della scena musicale di Seattle degli anni '90. Poi ho pensato alle Major che hanno, nella maggior parte dei casi, rovinato quelle band. Nirvana inclusi. Prendete Bleach, poi ascoltate Nevermind e poi ne riparliamo. Non è che mi aspettassi la strada sgombra. Non sono nata ieri. Io amo Bleach.
Quindi, invio il manoscritto a tutte le case editrici indipendenti che trovo. Quelle che titolano nei loro siti fasulli, NOI SIAMO DALLA PARTE DEL TALENTO E DELLA CULTURA. Cerco di fare le cose per benino, spulcio i cataloghi, ma alla fine mando ovunque il libro, perché ci vuole pelo sullo stomaco e un altro no, non mi farà male.
Da quasi subito, roba che aspettavano solo me, i lettori e i direttori editoriali erano a corto di materiale, mi arrivano lettere entusiaste. Proposte editoriali come se piovesse. Tutte però, con un'innocua (secondo loro) piccola postilla. E' richiesto un piccolissimo contributo spese (circa 1000 euro, euro più euro mancante). Chi ha letto il Pendolo di Foucault, sa bene chi siano gli Autori a Proprie Spese (APS) ed io, mai e poi mai parteciperei ad una fiera delle vanità simile, circondata da questi soggetti fasulli che inquinano un mercato già ingolfato abbondantemente da: soubrettine, calciatori e cantanti non si sa bene perché. Che poi, diciamolo, non è che tu paghi e sei in una botte  di ferro. No. Il post pubblicazione resta comunque tutto sulle tue spalle. Presentazioni, reading e finanche la distribuzione che, con questi soggetti truffaldini, è pressoché inesistente, se consideriamo che il romanzo è di norma, disponibile nelle librerie PREVIA PRENOTAZIONE. Quindi grazie, ma no grazie. Ciaone proprio, case editrici a pagamento.
Allora penso, ho bisogno di un agente letterario. Apro internet, faccio le mie ricerchine e trovo l'agenzia letteraria dei miei sogni. Già mi vedo con il mio completo tailleur (non possiedo tailleur e non so perché mi immagino in questa veste) parlare col mio agente che crede in me e mette a frutto la sua ventennale esperienza nel settore per permettermi di pubblicare con la casa editrice giusta. Poi, però, qualcosa mi distrae. Le parole scheda di valutazione inediti, rapiscono la mia attenzione. Devo averla. In sole quattro settimane, per la modica cifra di 427 euro (iva inclusa) avrò una scheda completa della mia opera.
Bisogna fare due conti. Quattrocentoventisette euro, sono tanti o sono pochi? Sono pochi, ho già deciso. O meglio, sono tanti in linea di massima, ma la vita è fatta di priorità. Per qualcuno la priorità è mangiare un Magnum algida, per me, è ricevere una scheda di valutazione del mio inedito. Stacco un assegno (non accettano bonifici), stampo il romanzo e spedisco.
Le quattro settimane più lunghe della mia vita passano, lente, ma passano. Finché un giorno, non arriva la scheda tanto attesa. Devo rileggerla un paio di volte per capirla. Sembra, che l'intero romanzo sia stato demolito e invece, a ben guardare, non è così.
La situazione è più o meno questa.
AMBIENTE da cambiare (in origine, Eva era ambientato sulla east coast degli USA, infarcita di riferimenti pop a serie televisive e sogni di letture passate, nella sua versione definitiva invece, il romanzo, è ambientato in una piccola cittadina della Maremma Toscana.  Un saltino niente male). Il segreto, mi dice il lettore professionale, consiste nel parlare di luoghi e società che ben si conoscono. Mi sembra ragionevole, certo a meno che tu non sia Proust che ha scritto Alla ricerca del tempo perduto, senza mai uscire di casa, ma quello è un genio e di geni ne nascono tipo uno su un milione, no? Nonè di certo il mio caso.
PERSONAGGI da approfondire. Buon ritratto psicologico. Particolare interesse potrebbe destare la figura del nonno.
LINGUAGGIO notevole sia in parti descrittive che in dialoghi e in fine anche complimenti per essere riuscita ad elevare la narrazione dai soliti tòpos un po' inflazionati del genere chick lit.
In definitiva però, come sospettavo, il libro non è pronto alla pubblicazione. E meno male che le Case editrici a pagamento, avevano tutti avanzato proposte editoriali senza minimamente toccare la storia. Ma lo avranno letto, secondo voi? Continuo a chiedermelo ancora oggi.
Bene, mandare in valutazione il romanzo è stata la scelta più giusta. Ora basta riscrivere l'intero romanzo. L'unico problema, è che devo lasciarlo riposare un po'. Devo depurare il mio cervello da ogni frase scritta e ripartorirla. Facile, no? Devo solamente dare nuova vita alla mia Eva.
L'ho fatto, ci è voluto un altro anno. A quel punto, mi dico, devo rimandarlo in valutazione ancora. Ora, io non voglio essere pignola e polemica, lo giuro, ma secondo voi, uno che ha già mandato in visione un inedito e ricevuto scheda di valutazione, poi a correzioni apportate lo rimanda in visione, deve pagare daccapo i 427 euro? Ma anche, no! Non l'ho fatto, non solo per i 427 euro che ora mi sembravano una cifra spropositata, ma anche perché qualcosa mi diceva, che un'altra scheda mi sarebbe arrivata, con altre correzioni ed il gioco sarebbe potuto andare avanti per sempre a rilanci di 500 euro. E' come la storia delle case editrici a pagamento, no? Non vedo etica personalmente, in un agente che si fa pagare per leggere un libro. Ma diamine, forse sbaglio.
E quindi niente, la situazione era più o meno questa. Una catastrofe di dimensioni bibliche. Case editrici tradizionali, una sorta di mostri immobili, inavvicinabili. Dice, loro fanno scouting sui blog, sulle riviste on line. Ok, ma io scrivo romanzi, non so tenere un blog (e voi amici che mi leggete potrete di certo testimoniarlo) e non so scrivere articoli (anche qui, ho capitolato. Sono in attesa di iniziare una collaborazione con dei tipi fighissimi).
L'editoria a pagamento, non fa per me.
Con le agenzie letterarie, sembra di dover accendere un'ipoteca su una carriera non ancora partita e chissà se mai lo farà.
E' stato a quel punto che ho scelto la storia del self-made man di Crusoe. Lo ricordate? Certo, lui è un borghese del '700 inglese e io , una che scrive, ma le basi sono le stesse. Libertà, indipendenza, sudore e spirito di avventura.
Da quella decisione  in poi, (avvenuta poi parecchi anni dopo, ma questa è un'altra storia) tutto è stato più veloce e facile.
Ho scelto la piattaforma Narcissus ( https://www.narcissus.me ) e in un solo click completamente gratuito, Eva ha ricevuto il suo codice isbn. Se hai un isbn, hai un libro e boom! in circa 48 ore, tutti gli store on line (non solo i grandi colossi) vendevano il mio romanzo. Eva, era finalmente fuori dalla mia testa. Inutile dire, che ora sono intenta alla progettazione del mio secondo romanzo. Si intitolerà "Ne vale la pena" e si spera non debba attraversare il calvario di Eva e l'assoluto.
Non mi sono mai pentita di aver scelto la strada de self publishing, ma a volte, in questa cosa del post produzione, mi sento tremendamente sola. Questa è una fase tanto più tosta del travaglio creativo e soprattutto, richiede altissime competenze.
Hai a che fare con report di vendita, e tante porte in faccia da blogger (per fortuna non tutti) che non recensiscono autori auto pubblicati un po' perché fa poco figo, insomma non è come ricevere in lettura un romanzo non ancora sul mercato di una grande casa editrice, lo capisco e un po' perché dicono di aver avuto cattive esperienze, di romanzi illeggibili. Come dire in pratica che, ogni libro letto edito da una casa editrice, è stata un'esperienza di lettura indimenticabile. Ma di cosa stiamo parlando?
E poi c'è il marketing, io sono proprio negata in questo senso. Ho un blog che non riesco a indicizzare sicché fate voi. E la social reputation che, mio malgrado, devo curare da me ed è difficile credetemi quando non si è popolari, ti devi inventare prezzemolino e in ogni caso sempre molto attiva sui social network quando si suppone tu abbia anche un lavoro, famiglia, casa, una vita insomma. Ma non mi lamento, ogni volta che ricevo dall'etere un segnale positivo, il cuore si riempie di gioia e le fatiche diventano un ricordo lontano. Ah, poi ci sono le librerie che ti rifiutano le presentazioni perché sei self published, vedi blogger, il discorso è il medesimo con in più da parte loro, che se sei auto pubblicato non porti gente. Ah bada, io facevo la serata da te per giovare anche del TUO pubblico. Andiamo bene, andiamo.
Tutto questo fino ad arrivare ad oggi, ad una libreria di Napoli che mi risponde nella persona dell'organizzatore eventi "Devi pubblicare con i grandi, col self non vai da nessuna parte. Il mercato lo fanno loro".
Ma no? Ma davvero? Il problema è proprio questo, non si era capito?