Visualizzazione post con etichetta michelabelli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta michelabelli. Mostra tutti i post

mercoledì 25 novembre 2020

Sulla quantica di noi stessi e la realtà che ci circonda.

Carl Jung affermava che l’incontro di due personalità è come il contatto tra due sostanze chimiche: se avviene una qualche reazione, entrambe saranno trasformate. Per sempre. Questa grande verità è la base di tutta l’esperienza di vita su questa Terra. Oltre i confini della fisica, nel pieno della quantistica, sappiamo ormai senza alcun dubbio che alla base della materia ci sono le relazioni. In altre parole, una molecola può esperire la sua realtà, solo e unicamente attraverso la relazione che saprà instaurare con un’altra molecola. Allora, se tutto questo è vero, perché ci ostiniamo a credere di essere unidimensionali? Perché ci costa tanta fatica accettare che tutti, ma proprio tutti, viviamo una perenne dialettica interna? Veniamo educati al culto dell’ego fin da bambini e nel processo di crescita il bagaglio che ci portiamo sulle spalle di idee, di etichette che ci sono state affibbiate nel tempo diventa più imponente. Sei timida/o, sei matta/o, sei intelligente, sensibile, egoista. Così ci convinciamo di conoscerci tranne poi scoprire che, nella realtà, non abbiamo la minima idea di chi siamo nel fondo profondo di noi. Ho perso il conto delle volte in cui guardandomi attraverso lo sguardo di chi mi circondava pensavo sì, sono questa, ma sono anche questa e questa e questa. E più mi guardavo dai vostri occhi, più mi distaccavo da me tanto che a trentacinque anni non avevo più la minima idea di chi fossi. Vivevo in uno stato di annebbiamento continuo. Qualunque cosa facessi pensavo cose di questo genere: ma sono io a volerlo o è la Michela che vuole mia madre, mia sorella, mio padre, mio fratello, il mio ragazzo, la mia migliore amica, chiunque, ma non la vera me? Qualcuno ci si riconosce? Mia madre. Il capitolo più corposo della mia biografia. Mia madre è stata ed è la migliore madre che potesse essere. Sempre, anche quando credeva di sbagliare, in realtà stava facendo l’unica cosa che potesse fare in quel momento. Essere genitori significa molte cose. Mi è più chiaro, ora che sono madre da un tempo ragionevolmente lungo. Soprattutto vuol dire dare sempre il meglio di sé, anche quando pensi di essere al peggio di te. Essere lo specchio pulito nel quale tuo figlio guarda. Essere la donna che mia figlia riceve come primo modello. Un modello che nell’adolescenza o forse più in là, lei ripudierà, ma al quale poi tornerà. Dentro me convivono molte Michela. Ho impiegato svariati anni e parecchie centinaia di euro in terapia per accettarlo. Mi duole dire che, nel mio caso specifico, la chiave di volta non è stata la terapia, non perché io creda sia la scelta sbagliata in assoluto, ma perché non mi sono mai posta in una posizione relazionale col mio terapeuta, di conseguenza, qualunque tentativo di comunicazione da parte sua era sempre un completo fallimento.Non ascoltavo. Li vivevo come persone da dover accontentare dicendo loro ciò che pensavo volessero sentire e, in fondo, è ciò che ho sempre fatto con tutti. La mia chiave di volta, come molti di voi sanno, è stato il tappetino di yoga dove ogni giorno sono in relazione con me stessa e con la realtà che mi circonda. Sul tappetino, ho scoperto come accendere il canale uditorio e quello percettivo e come spegnere il mio cervello e le idee a lui avvinghiate. Sul tappetino ho imparato ad osservare. Non importa come, importa che ora sono consapevole della mia molteplicità e che tutti funzioniamo come multipli. Così ho imparato a concedermi il lusso delle delusioni. Dentro me c’è la piccola Michela. Ha subito un abbandono, necessita di ricordarlo e validarlo ogni giorno per non sentire ancora il torto e l’offesa subita. C’è la Michela moglie che non riesce a darsi pace perché non è capace di stare in un’unione normale con un uomo. La Michela che soffre perché ogni persona fino ad oggi incontrata la colpevolizza di essere complicata in amore, in amicizia, in famiglia. C’è la Michela con le manie di controllo che ha bisogno di gestire tutto e tutti. Ci sono parti oscure dentro ognuno di noi. Parti di cui ci vergogniamo e che cerchiamo di nascondere alla vista del mondo. Parti che saremmo disposti a fare di tutto per gestirle, anestetizzarle, ammutolirle, spegnerle. E in ognuno di noi c’è un impietoso giudice interno. Spesso le due parti sono in conflitto. Il giudice non riesce a tenere a bada il bambino umiliato che irrompe nel mezzo di situazioni delicate della nostra vita a richiedere che sia riconosciuto quel dolore. Allora, interviene una terza parte, ben più pericolosa delle prime due: il pilota automatico. Lo riconoscete? Quello che mantiene viva la memoria del dolore dentro noi. Quello che: io questo dolore non lo voglio vivere ancora una volta e allora azzera tutto . Ci spegne il cervello e si mette in un’unica modalità: EVITARE IL DOLORE e diamine ci riesce sempre. Ognuno col suo modo. Non è forse vero? Un bicchiere di troppo, sostanze stupefacenti, sesso promiscuo, sesso estremo, porno, stalking, bulimia, anoressia, rompere con chi ami prima che rompa lui/lei con te, prenderti cura di tutti quelli che ti circondano eccezion fatta per te stesso. Ne potrei nominare molte altre. La maggior parte di noi convive con una personalità da dipendenza senza nemmeno averne idea. E le dipendenze non sono solo quelle del tossicodipendente per cui risulta necessaria la riabilitazione Le dipendenze sono reazioni di difesa. Sono richieste di aiuto da noi, per noi. È la parte di noi che ci chiede di spegnere il dolore. Quindi che si fa? Ci lasciamo andare alle dipendenze e agli estremi per distrarre il nostro cervello dal dolore? Per stordire la sofferenza? Ovviamente, no. Tuttavia, ho imparato che riconoscere la mia personale tendenza all’autodistruzione e all’autosabotaggio è il primo passo per tenermi sana e equilibrata. Diventare madre lungo questo processo, mi ha fatta sbandare in principio, ma poi mi ha aiutata perché mi tiene sempre attenta su che tipo di donna voglia essere per onorare mia figlia e cercare di darle il buon esempio. Ecco, credo che questo sia un buon esercizio che tutti dovremmo fare con o senza figli. Che tipo di persona vuoi essere per onorare te stesso e la vita che ti è stato concesso di vivere? La buona notizia è che tutti abbiamo al nucleo di noi, strato dopo strato, al netto del bambino, del giudice, dell’autolesionista, un adulto che può gestire la nostra molteplicità. Possiamo essere noi stessi nostri genitori. La nostra natura è mutevole e molteplice, cambia nel corso delle relazioni che instauriamo con l’altro. Tutte queste nature, possono coesistere. Dobbiamo solo imparare ad essere più compassionevoli con noi stessi. Dobbiamo imparare ad amarci, a perdonarci. Guardarci allo specchio e dire a noi stessi: io posso aiutare me stesso. Vuol dire uscire dall’obsoleta idea di noi come un’entità statica e monolitica che ci viene data alla nascita e, capire, che quella con noi stessi è la prima relazione sulla quale siamo obbligati a lavorare fino alla fine dei nostri giorni. Vuol dire non avere paura di chiederci: chi sono io? Andare alla scoperta di noi ogni, singolo, giorno. HAMSA

domenica 22 novembre 2015

Gli uomini e le donne sono uguali?

Come è possibile che, alle soglie del 2016, una donna di trentatré anni, debba ancora sentirsi in colpa per amare tanto il proprio lavoro?
Quando diventerà naturale, la dedizione di una donna alla professione che svolge?
Sono stata tirata su da una madre lavoratrice. Lavoratrice nel senso che da casa, si usciva alle 7.30 e si rientrava la sera a cena. Non è mai stata la madre ferma ai fornelli per più di quindici minuti, eppure, non ho mai avuto problemi alimentari ed ho, sempre, mangiato tutto il necessario. Sono stata in compagnia di mia nonna durante la maggior parte della mia infanzia, ho avuto molte baby sitter che ricordo con estremo affetto e non ho mai lasciato la scuola prima delle 4.30 fino a quando, questo è stato possibile, inclusi tre giorni la settimana delle scuole medie e, sapete una cosa? Mi sono divertita da morire e non ho mai, ripeto mai, dubitato della totale dedizione di mia madre a me come figlia e del suo incondizionato amore, perché anche nei giorni in cui la vedevo poco, il tempo che mi dedicava era di qualità altissima. Era come entrare in un mondo segreto fatto di simboli e intese solo nostre. 
Mia madre è una donna titanica. E' una fenice, forse una delle ultime rimaste. Non conto le volte che l'ho vista rinascere dalle ceneri dei suoi problemi. E' una donna che appassiona tutti quelli che la incontrano. Ammetto che, non è stato facile essere sua figlia. Mi correggo, non è facile essere sua figlia. Anche oggi che sono mamma e lei è nonna, non è facile percorrere la mia strada senza rischiare, ogni volta di percorrere le sue orme e inseguire le sue ombre. Oggi, posso capire la netta divisione tra la mia mamma e il suo essere donna. Come madre, a volte dimentica la sua modernità e mi confonde. Come donna, credetemi è tutto ciò che noi femmine vorremmo essere: bella, intelligente, perspicace, capace, estrosa, ma con i piedi ben piantati a terra e, soprattutto, indipendente, ma non nel senso teorico del termine, no. Mia madre è l'essenza dell'indipendenza, è la parola fatta persona. Ha precorso i tempi, negli anni del bigottismo spietato. A casa, innamorandosi e procreando con un uomo già reduce di un precedente matrimonio e padre di due figli. Ci ha convissuto, in un momento storico in cui se convivevi eri poco più di una puttana e dopo, lo ha anche lasciato. Della serie: bandite questa donna dalle chiese di tutta Europa. Eppure mi ha insegnato cosa sia la famiglia. Si è risposata e con il nuovo marito, anche egli separato e con due figli all'attivo, ha creato una nuova famiglia. Una delle prime vere famiglie aperte, almeno nella zona in cui vivevo io. La mia famiglia è ancora più speciale perché ha scientemente scelto di resistere agli urti e alle tempeste e oggi, nonostante l'incredulità di molti, siamo fortissimi e ci amiamo profondamente. 
Nel mondo professionale, ha svolto per anni, una professione sotto il completo appannaggio degli uomini: arredatrice di interni. Lo ha fatto con grazia, eleganza e talmente bene che è stata contesa dai migliori studi di Napoli fino ad andare a lavorare in Basilicata cinque giorni la settimana e nemmeno in quei momenti io sentivo l'assenza di mamma, perché lei era comunque presente. Chiuso il capitolo arredamento, ha provato, per farmi felice, a restare a casa, pur essendo io molto piccola, ricordo bene che mi accorgevo di quanto non fosse ciò che veramente voleva. Poi ha aperto un ristorante con il suo attuale marito. Un piccolo ristorante che in poco tempo diventò una leggenda tra i sessantottini della Napoli bene, tanto da doversi spostare in un locale più grande e poi... ma basta, questo post non è nato come biografia di mia madre. Il punto che volevo toccare è, quanto si sarà sentita in colpa mia madre, per non essere la mamma del mulino bianco? Perché vedete amiche, non importa quanto la società finga di appoggiare l'uguaglianza tra i sessi. La verità è che questa ancora non esiste e onestamente, non credo esisterà mai. Siamo ancora fermi al punto di partenza. La donna, deve ancora scegliere se essere mamma o donna che lavora. Mi spiego meglio.
Un uomo lavora, secondo il mio punto di vista, non fa nulla di eccezionale, se non quello che facciamo tutti noi esseri umani eppure, lui lo farà notare, quando gli chiederai di svuotare la lavastoviglie, lui dirà, io lavoro, sono stanco. Lui si arrogherà il diritto di essere stanco perché, poverino, lui lavora e, sebbene tu sappia, di lavorare il doppio di lui, purtroppo sei una donna. Non conosci la stanchezza e la svuoti tu la cazzo di lavastoviglie, oppure, semplicemente, non lo farà nessuno e, con ogni probabilità, mentre svuoti la lavastoviglie sei ancora con le scarpe col tacco, stai giocando con tua figlia, cucini e trovi anche il tempo di essere su whatsapp con un'amica. Perché sei donna, ma devi ancora parlare di uguaglianza.
Un uomo lavora e per quanto istruito e di buona famiglia sia, alla fine, ti porterà il conto amica mia, credimi è così. Non lo fa per cattiveria, lo fa perché è nella sua natura. Puoi lavorare, perché tu, amica PUOI lavorare, ti viene concesso di farlo  e di fare la mamma e la moglie o la compagna, la lesbica, la transgender, sono tutte concessioni che ci vengono gentilmente provviste dagli uomini. 
"Certo, amore che sono contento che hai trovato un lavoro che ami! Hai il mio totale appoggio, ma a che ora pensi di tornare? No, per sapere..." ecco, questo è più o meno quello che ti sentirai dire. A te, non è mai passato per l'anticamera del cervello, di porre questa domanda al tuo compagno, perché dai per scontato, che tornerà quando avrà finito. Sei stata educata, in quanto donna, a non fracassare le palle degli uomini e, di conseguenza, ti adegui e ti organizzi con casa, vita e figli, senza pesare sui piani lavorativi del tuo uomo. Lui no. Lui è stato educato che le mutande gliele devi lavare tu, quindi col cazzo che si può organizzare, senza sapere quando torni a casa a lavargli le mutande.
Ora poi, siamo nell'era digitale, quindi le tattiche, peraltro molto poco intelligenti degli uomini, sono cambiate. E così ti arrivano i messaggini su whatsapp, le richieste di facetime, oppure le telefonate perché quella povera stella di tuo/a figlio/a ti vuole vedere e zaac! eccolo, il nervo scoperto, il tallone di Achille, ormai il senso di colpa si è insinuato, il tuo cuore è già inquinato, la gioia pura e semplice che provavi un istante fa,  nel fare quello che ami è andata piuff... sparita. Ora ti senti solo una carogna egoista che lascia il sabato a casa il suo tesoro inestimabile, l'unico amore della sua intera esistenza che non si affievolirà mai, ma anzi crescerà solamente.
Non importa quanto tu ami il tuo lavoro, o te stessa, quanto tu non voglia cedere alle provocazioni e goderti, finalmente, dopo tanto, troppo tempo, il tuo momento, sarà tutto sempre troppo poco, paragonato al senso di colpa che la voce triste e annoiata del tuo stesso sangue all'altro capo del telefono ti provoca. Quanto vale la felicità di mio figlio? E' un costo inestimabile, giusto? Vale tutti i sacrifici del mondo, non è vero? Vale la nostra stessa esistenza, che bisogno c'è di dirlo? 
Ma quanto vale una madre felice? Ecco, questo è quello che forse, dovremmo iniziare a chiederci. Quanto una donna felice può essere una buona madre? Quanto può esserlo una madre infelice?
La felicità è una scelta, mi è stato insegnato da poco. E' una scelta coraggiosa che dobbiamo compiere ogni giorno. E' coraggiosa, ora lo so, perché la felicità passa per la conoscenza e l'accettazione della propria imperfezione. Amica che mi leggi, se mi leggi. Scegli la felicità, scegli te stessa, opera una scelta che i più valuteranno egoista e fa sì che tua figlia, abbia un modello di donna sano ed equilibrato da seguire, se invece il tuo è un bimbo, fa sì che tuo figlio impari ad amare le donne con il rispetto e il semplice buon senso che ci è dovuto.
E buon lavoro, amica.

martedì 17 novembre 2015

L'africa a casa mia.

A volte mi chiedo perché non possa fare a meno di mettermi in discussione.
Io sono un po' come i rettili, lo sono sempre stata, ad un certo punto, ho bisogno di cambiare pelle e non c'è nulla e non c'è nessuno, capace di fermarmi.
Ormai dovrei esserci abituata e invece, ancora oggi, mi fa male. E' proprio un dolore fisico. Il corpo sacrificato che si straccia le vecchie pelli di dosso e il nuovo strato, brillante, ma ancora troppo sensibile.
Le cose accadono per un motivo, sempre. Non ho un Dio particolare a cui parlare la sera, prima di addormentarmi. Credo però sia dannatamente vero che le vie del Signore sono infinite.
Fino al giorno in cui ho deciso di sposarmi, ho sempre agito di pancia. Sono fatta così, il mio motore sono le emozioni, anzi, spesso le sensazioni. Non sempre mi è andata bene. Sulla base delle mie esperienze, mi ero fatta l'idea che scegliere col cuore solamente, fosse sbagliato. Ho scelto mio marito con il cervello. Ecco, detta così può sembrare una cosa cinica e patetica, invece no. Mio marito è stata la prima scelta adulta della mia vita. Ho usato la testa. In quel momento frequentavo anche un altro ragazzo. Un ragazzo con il quale avevo dei trascorsi burrascosi, dovuti in gran parte, alla disarmante somiglianza dei nostri caratteri. Due prime donne insieme, non vanno lontano. Così quando ho pensato, ho trent'anni suonati e sono stanca di bruciare, ho capito che, mio marito, al quale non mi legava solamente un'emozione di pancia, ma anche una ventennale amicizia e conoscenza, era la persona giusta al mio progetto di vita. O questo, oppure, come sono più orientata a credere, i miei ormoni hanno scelto lui per riprodursi. In questi giorni però, mia madre mi ha invitato ad usare il cervello e quindi ecco la teoria dell'aver scelto mio marito col cervello e non con gli ormoni. :)
Insomma, il matrimonio è stato lo spartiacque della mia esistenza. Non avevo mai veramente pensato di sposarmi, mi era cara la massima di Troisi: "io non è che sia contrario al matrimonio, però mi pare che un uomo e una donna, siano le persone meno adatte a sposarsi", ma ad un certo punto mi sono buttata e mi sono ritrovata in una centrifuga incessante di emozioni e di ormoni, se consideriamo che dopo quattro mesi di matrimonio ero già incinta di Virginia. La nascita di Virginia ed i suoi primi tre anni di vita, sono stati un vero e proprio giro sulle montagne russe. Tanto che, guardando molte mie amiche che continuano a riprodursi senza il minimo cenno di cedimento mentale, inizio a domandarmi se davvero non sia il problema.
Virginia si è impossessata di me. Ha, di fatto, espropriato me stessa dal possesso del mio corpo che io ho sempre amato, essendo di base un'egocentrica narcisista, della mia capacità relazionale, fattore fondamentale al mio benessere psico fisico, perché con una bambina prima attaccata alle tette a fagocitare le quattro energie ancora rimaste nel tuo organismo e poi, col tempo, quando cresce, una bambina che vuole saltare, ciarlare e avere svelati tutti i perché del mondo, costantemente h 24, non è facile relazionarsi col mondo, spesso, hai solo voglia di un barattolo di nutella: muto e confortevole. Ma soprattutto, il mio amore più grande, la mia ragione di vita bla, bla, bla si è impossessata dei miei silenzi. Ora, chi scrive, ma anche chi legge, lo saprà. I silenzi reggono le nostre esistenze. Sono i pilastri della nostra vita. E' nel silenzio che si creano i romanzi, è nel silenzio che vivo la vita Anna Karenina. Il tutto, condito da un marito e non ho bisogno di altri approfondimenti, credo.
Insomma, sono passata dalla condizione di figlia, a quella di moglie e madre, in un lasso di tempo, davvero troppo breve. Non sono mai potuta essere donna, punto.
Fin qui, tutto normale. Regolari turbamenti di una donna media di trentatré anni. Giusto?
Senonché, mi si presenta l'occasione di un nuovo lavoro. Chi mi conosce, sa che ho sempre fatto un lavoro che, in generale, non mi piaceva. Questo nuovo lavoro invece... whaoooo, è quello che ho sempre sognato. Ho detto, cavoli mi butto. E in un nano secondo, la mia vita è stata ributtata in una centrifuga. Una centrifuga bellissima però fatta di colori, culture e aromi di diverse culture. E' solo che il mio nuovo lavoro, ha una controindicazione. Ti svuota. Vivi tante storie umane al giorno e alla sera, sei schiacciata dal senso di inadeguatezza e piccineria dell'umanità con l'unico microscopico, eppure, fondamentale risvolto positivo, dell'aver, a tuo modo, contribuito a creare un sorriso su volti che fino a tre mesi fa, rischiavano la morte nel mar Mediterraneo. Questo è un lavoro che da e toglie quasi in egual misura, eppure, non lo cambierei mai. Da qui il cambio di pelle, i turbamenti e l'assenza di scrittura. Sono ancora in fase di rodaggio. Sto ancora cercando di capire come fare, a non portarmi tutti i loro bagagli emotivi sulle spalle.
Ma è un buon momento per la mia anima. Ho ritrovato le scelte di pancia, perché se il cervello avesse contribuito alla scelta, sarei rimasta dov'ero, dove non vedevo, ignoravo e, in sostanza, giravo in tondo.
Ho scoperto che non hai nemmeno bisogno di partire per aver il mal d'Africa.
A volte penso che l'Africa non sia nemmeno un continente, a volte penso che l'Africa sia una condizione d'essere. Africa è amore incondizionato. Africa è dignità. Africa è gli occhi più belli del mondo. Africa è dove si mangia in tre si mangia in dieci. Africa è musica. Africa è risate fragorose. Africa sono tanti suoni familiari e chiassosi. Africa è un tempo dilatato. Africa è dolce indolenza, mista a incomprensibile pigrizia. Africa è it's not my stress. Africa è wifi no buono. Africa è you can't change the future. Africa è It's up to God e tu con i tuoi trentatré anni di retaggi culturali, sei lì che li guardi e li vorresti scrollare dalla loro beata indolenza e urlare vai e prenditi ciò che vuoi perché è così che sei stata educata, eppure, in qualche modo, senti di non doverlo fare, senti di non voler risucchiare anche loro nel nostro meccanismo malato, ma lo saranno e perderanno l'ingenuità e il candore delle loro stupende pelli nere. Allora, tutto ciò che ti resta e sperare che accada il più in la possibile e nel frattempo, semplicemente amarli.

giovedì 15 ottobre 2015

Moll Flanders, Viola Vertigini e Vaniglia e la chick lit quella buona

Ho, da poco, finito di leggere "Viola, vertigini e vaniglia" di Monica Coppola.
Ora, voi lo sapete, questo non è un blog di recensioni, ma davvero, ho voglia di parlare di questo romanzo per vari motivi. Primo tra tutti, mentre lo leggevo, trovavo tutta una serie di analogie tra Viola ed Eva e dentro me pensavo, Dio buono, le vorrei far conoscere :D inoltre, è un chick lit come piace a me, brioso, romantico, buffo, ironico, eppure, in alcuni punti, in grado di farti riflettere.
Quando i lettori appartenenti alla cerchia snob, della serie leggo solo classici, oppure, tomi di 1500 pagine e corbezzolate simili, mi chiedono stupiti come mai mi piaccia la chick lit, vorrei sempre rispondere loro, che vadano a studiarsi un po' di letteratura.
La chick lit, per me sta al nucleo della letteratura. Quando nell'epoca borghese in Inghilterra si diffonde la moda del piacere di leggere, le prime ad aderire sono le donne. Parliamo dell'epoca di Robinson Crusoe, che fa da propaganda all'idea del self made man, è vero, ma è anche, di Moll Flanders. Ora, non so in quanti abbiano avuto la fortuna di leggere questo capolavoro di Daniel Defoe, ma chi l'ha fatto, non potrà non convenire con me che Moll, è la mamma di tutte le nostre eroine della chick lit. Moll è la prima Bridget. Nel romanzo infatti, accompagniamo Moll lungo tutta la sua vita e assistiamo alla sua crescita ed è questo, il punto centrale di tutta la chick lit. La trama segue una parabola prestabilita, la protagonista, tocca gli abissi e poi risale e ci lascia con un happy ending. Ovviamente, giacché la letteratura risente della storia, il lieto fine di Moll (vivere la parte finale della sua vita onestamente e morire pentita dei suoi peccati e quindi perdonata dal Signore) è un po' diverso dal nostro lieto fine e infatti, Viola, per esempio, ci lascia intendere che vivrà una vita da sogno nel suo sogno con l'uomo dei sogni. :)
Ecco, questo è ciò che amo della chick lit, quando è scritta bene. Non è come leggere un romanzo erotico, soprattutto perché, grazie a Dio, non ci sono frustini, perizoma di pelle e fragole e champagne, piuttosto, è come leggere una novella picaresca.
Sono romanzi introspettivi. Ci mostrano un'evoluzione umana, sia da un punto esteriore che da un punto di vista interiore. Ma torniamo a Viola, vi va?
Incontriamo Viola, in un momento di stasi della sua vita. Fa un lavoro che non ha nulla a che fare con ciò che vuole fare e, paradossalmente, ma questo è la società che glielo impone, si sente anche fortunata a svolgerlo. Ha un sogno, uno di quelli grandi, ingestibili e per questo, ancora più importanti: diventare una scrittrice. Il fato bussa alla sua porta (altro elemento necessario alla chick) e lei, lo segue. Ancora non sa, che questo le costerà, una delle più grandi lezioni della sua vita.
Non voglio spoilerare nulla, perché desidero che lo leggiate in più persone possibili. Dico solo che, ciò che ho amato di questo romanzo, è che Viola alla fine della fiera, alla fine di tutti i suoi disastri, capisce di dover essere lei, la fautrice del suo destino. L'azione, come unica strada possibile per realizzare i propri sogni. L'azione, perché solo chi agisce, sbaglia e poi impara.
A tutto questo, e qui entro nel particolare di Viola, dovete aggiungere, una caratterizzazione spettacolare dei personaggi. Quello che non ho detto prima, è che pur essendo una grande amante della chick lit, non sono mai riuscita a trovare un'autrice italiana che non cadesse nella ridicola e triste brutta copia delle colleghe americane. Insomma, lo capisco. L'America è affascinante. Da autrice, comprendo bene che una cosa è scrivere Josh, altra, è scrivere Giosuè. Ambientare un romanzo in un piccolo sobborgo dello stato di New York, dona atmosfere più pittoresche delle campagne toscane perché, insomma l'erba del vicino e tutte quelle cose... chiedetelo a un americano e vi dirà che le ambientazioni italiane sono più affascinanti. Ma è questa la sfida per uno scrittore, che non scrive fantasy, rimanere fedeli a se stesso e al proprio mondo. Scrivere di ciò che conosce, essere veritiero e realista e, amici, Monica Coppola, per me, è stata grande anche da questo punto di vista.
La sua Torino, è una città dinamica, culturale e pure mondana! E che te ne fai di New York quando hai tutto questo, a casa tua?!
Insomma, Viola Vertigini e Vaniglia, entra a pieno titolo, per questa lettrice qui che, ripeto non recensisce di abitudine i romanzi, nella stanza tutta per me, cce mi ha lasciato in dote la mia amata Virginia. Perché, amici, ve lo dico, Virginia Woolf scriveva Chick lit, chiedetelo a Clarissa Dalloway!

lunedì 5 ottobre 2015

un tempo anche io odiavo il lunedì

Questa cosa del lunedì, quando sei madre di una bambina di tre anni, inizi a rivalutarla.
Il tempo, segue un movimento ostinato e contrario, a quello della tua giovinezza spensierata.
A vent'anni canti con Vasco:

La "ragazza" mi ha lasciato 
è colpa mia! 
Sono stato anche "bocciato" 
e non andrò via 
Passerò tutta l'estate Qui! 
....compresi i Lunedì! 
...quelli li odio di più... 
non lo so, ma è così!....... 
ODIO i LUNEDÌ 
........i LUNEDÌ ! 

e la cruda verità, è che non sai, quanto li desidererai quei lunedì, quando da lì a dieci anni, ti ritroverai a trascorrere un sabato pomeriggio, in una ludoteca di una piccola provincia toscana, in compagnia di circa cento, sì, ho detto cento bambini. Già questo, diciamolo, dovrebbe far desistere qualunque donna adulta con prole. Voglio dire, già hai preso la malsana decisione di riprodurti e di rinunciare a circa l'80% (sono un'inguaribile ottimista) del tuo tempo, che bisogno c'è di mischiarti ad altri cento mostri? Ma noi donne siamo fatte così. La natura si beffa di noi. Il nostro senso della vista, fa sempre cilecca, quando ci sono bambini nei dintorni. Fateci caso. Alle feste dei bambini, i padri, al massimo accostano l'auto per far scendere madre e figlio al volo e poi... BROOM scappano via a cercare "parcheggio" con delle virgolette gigantesche! Lo sapete perché? Perché hanno un senso della vista che non fa difetto. Loro guardano, noi vediamo. Il che, è folle, se pensate che gli uomini, di norma, sono molto più distratti di noi donne e, sempre in generale, meno avvezzi al particolare. Loro guardano una stanza ricolma di bambini e osservano una massa di esseri umani piagnoni, mocciolosi e chiassosi, portatori di non si sa bene quanti germi. Noi, invece, già partiamo in svantaggio perché, qualcuno li dovrà pure accompagnare fino a destinazione questi figli, ma non contente, entriamo e vediamo tanti bimbetti. L'istinto, quel maledetto, a braccetto con ovaie e utero quei bastardi, ci dicono: "ehi, entra pure, questo è il luogo a cui appartieni. Guarda quella bimba come è vestita carina..." e tu scema, perché sei scema quando si tratta di bambini, entri. Ebbene, è già troppo tardi. Dante, la sapeva lunga e ci cantava:" PERDETE OGNI SPERANZA O VOI CHE ENTRATE". Doveva aver frequentato qualche festa di questo genere, fidatevi. Più ti inoltri nella selva oscura dei gonfiabili, più inizi a guardare attentamente. Quella bimba per esempio, non era vestita carina, ma piuttosto da nana battona e tu vorresti solo trovare la madre e urlarle "tua figlia ha sei anni, cazzoooo!". Inizi a percepire la puzza nauseabonda dei loro piedi. Geox un paio di palle, le scarpe respirano solo quando sono in negozio, poi ci mettono i piedi i mostri e anche le scarpe si rassegnano al loro nefasto destino di puzza. Ecco, tua figlia ora si abbarbica alle tue gambe perché vede arrivare da lontano, un'orda di vichinghi urlanti. Il gioco più divertente che fanno, è saltare l'uno addosso all'altro, tipo ammucchiata di rugby. Ovviamente sono maschi, c'era da chiederlo? Si differenziano sin dalla più tenera età. Le femmine, quelle sono più sottili. Giri lo sguardo, tua figlia fino ad ora è riuscita a fare solo mezzo scivolo, una bambina di circa cinque anni, cerca di pedalare in una di quelle macchinine che si usano all'aperto. Un gruppo di bambine, presumibilmente della stessa età, l'accerchia. Vogliono la macchinina, ma non hanno alcuna intenzione di condividerla con la bambina alla guida. "E' quella la bambina che vi dicevo", questo è tutto ciò che riesci a sentire e decodificare perché, non so se lo sapete, ma i bambini, quando sono in gruppo,  parlano a frequenze sonore che noi umani non riusciamo a decifrare, e tutto quello che riusciamo a distinguere, è:"AAHAHAHAHHAHAHHAHHAAAAAAAAAAAAAAAAAAHHHHHHH".
Il tutto, condito da una buona dose di donne adulte, che contribuiscono a farti girare le palle, che non hai e che sempre più spesso desideri, ad elica. Una donna indiana, con uno sguardo disperato e perso (ti ho nel cuore, sorella) prende un bambino e lo scaraventa su una sedia intimandogli di fermarsi e di respirare, un donnO mastica il chewingum con tutti e trentadue i denti di cui è, presumibilmente dotata, anzi, a dirla tutta, aveva la bocca talmente aperta che ho potuto contare una o due estrazioni, mentre cinguetta con le sue amiche del club "mamme dell'anno". Club di cui tu, non fai chiaramente, parte.
Ma se questo no fosse stato abbastanza, se il solo fatto di trovarmi all'inferno in terra, non fosse bastato a convincermi, che era tempo di fuggire il più lontano possibile, una donna ha deliberatamente deciso di deliziarmi, quando prendendo uno scontrino malconcio dalla sua borsetta griffata, ha soffiato il naso del figlio. Sì, avete compreso bene, ha soffiato il naso moccioloso e catarroso di suo figlio con uno scontrino. Il dopo nella mia mente è molto nebuloso. Non so se sono svenuta, o se il mio alter ego più gentile abbia intuito che era il momento di prendere il sopravvento per salvare quell'esemplare di madre dalle mie fauci, so solo, che mi sono ritrovata con mia sorella da Scarpamondo e non è, che lì la situazione sia stata rosea. Virginia e suo cugino Leonardo, hanno dato il peggio di loro. Mio nipote drogato e ipnotizzato da qualsiasi superficie riflettesse quei cazzo di Minions e Virginia in modalità: voglio provare ogni paio di scarpe esistente. E' così, che mi sono dovuta lasciar scappare il più bel paio di Adidas di tutti i tempi. 
Ho passato il resto del week end, in preda a visioni mistiche di me che rincorro Virginia a sei anni, in preda ad un delirium tremens dall'alcol che mi ci vorrà per arrivarci ai suoi sei anni.  Perciò no, se lo chiedete a me io non lo odio il lunedì, al massimo lo aspetto.

giovedì 1 ottobre 2015

La teoria del nord e del sud

Qualcuno di voi, la conosce Madame de Stael? Personalmente, l'ho conosciuta al liceo e, già all'epoca, la trovavo cordialmente antipatica, con la sua odiosa teoria, del nord e del sud. Tempo fa poi, ho scoperto che oltre ad essere una razzista, era anche una traditrice e una cospiratrice. Uno di quei rarissimi casi, nei quali, posso dire: "l'avevo detto" no perché, di norma, sono quella a cui viene detto, quindi, pensate un po' il mio sommo gaudio, quando ho scoperto che gran stronza era! :)
In due parole, la signora del romanticismo francese diceva, che nei paesi nordici si produceva bella letteratura perché faceva freddo e questo, induceva le ggenti, a rintanarsi in casa di fronte il camino a raccontarsi storie. Nei paesi mediterranei, considerati, con nostro grande, grandissimo orgoglio SUD :) dove faceva sempre caldo, le ggenti erano tutte dedite all'ozio. Tipo che si sfracassavano di ouzo sotto gli olivi, senza fare un piffero. Il caldo obnubilava le loro menti e quindi, non si produceva buona letteratura. Folle, vero? Voler mettere anche solo a paragone le quattro leggende vichinghe con, non so...  l'Odissea, l'Eneide, l'Iliade. Robetta così, insomma. Eppure, sono sicura, che anche oggi, c'è gente da qualche parte che la pensa così. Voglio dire, senza andare troppo lontano, Salvini apprezzerebbe e converrebbe che Terronia, non produce abbastanza. Poi certo, qualcuno dovrebbe rianimarlo, dopo la notizia di essere anche lui, al sud di qualcun altro...
Comunque, Madame de Stael l'ho sempre detestata e più passa il tempo, più mi convinco di quale abnorme cazzata, i termini giusti da queste parti, si usano, abbia sparato la donna in questione.
Voglio dire, io adoro la letteratura inglese, ma prendo tutta la letteratura inglese e la schiero in campo contro un solo mostro sacro: la Divina Commedia e poi fate vobis :) Scusa, Virginia, ma converresti anche tu con me. Ne sono certa.

E così, eccoci qui, primo ottobre. Prima pioggia e primo freddo. Cervello già avvizzito. Sono in pieno nord. In fondo, ora sono più a nord di quanto non lo fossi al liceo. Magari, la capisco meglio.
Non ho un camino. Abito in un condominio con i termosifoni che vanno a vento e che ad ogni conguaglio di fine anno, mi fanno desiderare sempre più i Caraibi. Però, ho un bollitore. Mi posso fare un te'. Più nordico di così. A Napoli, il te' lo prendiamo solo in caso di diarrea. Ma noi siamo terroni :)
Niente da fare. Il mio cervello meridionale, non ragiona al freddo. 
Poi però decido, proprio oggi, con soli 16 gradi, Bielorussia in pratica, di stravolgere, completamente, il mio nuovo romanzo. Lascio, al centro, solo il nucleo. Tutto intorno si trasforma. Personaggi, ambienti, narratore e qui, amici, la vera svolta. Provo la terza persona. Non so, se sono in grado di usarla, Letizia mi serviva a capirlo. Non ci sono riuscita, ma al diavolo, ci provo.
Piove. La pioggia è incessante. La pioggia, è tutto ciò che mi ha impedito, di vivere in Inghilterra. Bugia, quella era la lontananza dalla mia famiglia. Piove e io scrivo, scrivo come non facevo da così tanto tempo. Ma le parole, quelle vengono fuori brutte, bruttissime. Eppure, qualcosa si è finalmente sbloccato. Sono in una fase a metà tra l'eccitazione e il pentimento, perché ho fin troppa fifa di ricominciare daccapo un romanzo che avevo ormai già iniziato. Le parole non sono quelle che cerco, ma per lo meno, credo di aver, finalmente imboccatola strada giusta. Vedo la luce alla fine del tunnel.
Oddio, e se Madame de Stael avesse avuto sempre ragione?

martedì 29 settembre 2015

Michela e la crisi dei trentatré

Alla fine scusate, chi ha detto che la crisi di mezza età, arrivi per forza, verso i cinquanta.
Per quanto mi riguarda, ho trentatré anni e sono già alla mia seconda crisi esistenziale. 
No, dico davvero, non sto esagerando.
La prima, l'ho attraversata all'inizio dell'università. Devo ammettere, di non aver fatto le scelte giuste per combatterla. Vita nuova, studi nuovi, ecco il paradigma di partenza. Le persone equilibrate, sanno che i cambiamenti vanno affrontati uno alla volta, io no. Io feci più o meno, quello che si può considerare, una crudele operazione di potatura su un albero perfettamente in salute e tagliai tutti i rami. Tutti. Il risultato, l'ho detto, non fu molto positivo, soprattutto perché la mia migliore amica, decise di trasferirsi a cinquemila chilometri di distanza da me, proprio in quel frangente. Ho vissuto i seguenti anni universitari, come Frodo che scappa da Gollum. Nel continuo terrore di ripiombare nei miei rami secchi. Ad un certo punto poi, ho pensato di aver ritrovato la bussola e per alcuni anni, quasi sei per la verità, sono stata impelagata, in una relazione malata. Di quelle che lui, è così piccino da dover disintegrare, la stima che tu hai di te stessa, ogni giorno, per poter affermare la sua esistenza. Fino ad allora, avevo sempre pensato di essere una ragazza intelligente e, in effetti, non è che all'improvviso mi fossi rincoglionita. Quelle sono relazioni, impossibili da descrivere. Sono storie che da fuori guardi e pensi "ma cosa avrà quella ragazza che non va, per stare con un soggetto simile?", salvo poi scoprire che, ehi! Sei proprio tu, quel tipo di ragazza. Quella che ha una venerazione inspiegabile per il peggior tipo possibile di maschio, che crede di essere un alfa e invece, è un omuncolo qualunque.
Avete presente? Uno di quelli afflitti dal morbo di Apollo. Uno di quelli che, se finisci per sposarlo, garantito che ti conviene farti regalare per Natale, un abbonamento dal ginecologo per lo screening contro l'herpes, per dire. Che poi, se malauguratamente, dovessi scoprire anche di avercelo, sarebbe colpa tua, alla fine. Quel tipo di uomo, insomma. Un ominide. Ognuna di noi, deve incontrarli, almeno una volta nella vita. E' una legge di vita non scritta, come i calzini, che entrano accoppiati in lavatrice e ne escono in solitaria. Solo il cosmo, sa che fine abbia fatto il suo compagno.  Anzi, nel caso del maschio Apollo,  se ne incontri uno, sei anche parecchio fortunata. Conosco donne, che ripetutamente, incappano nello stesso odioso esemplare e, in quel caso, non è che ripetita iuvant, ma vaglielo a spiegare!
La cosa davvero preoccupante però, era che anche all'epoca, io sapevo di stare male. Sentivo dentro di me, che quella relazione era asfissiante e che non stavo facendo altro che mortificare me stessa. Mi punivo per aver tagliato i rami che credevo secchi e che invece, erano ancora così pieni di vita? Non lo so. Ve l'ho detto, fuggivo. Fuggivo da tutti. La mia famiglia, detestava il mio maschio Apollo, anche questo, mi spingeva a stare con lui. Insomma, avevo combattuto per affermare il mio diritto a vederlo, non avrei mai accettato, di tornare indietro e dire: "scusate, avevate ragione", meglio soffrire, vivere nella costante consapevolezza che non sei, dove dovresti essere, finendo per stentare a riconoscere, la flebile voce di quella sconosciuta che dentro te urla: "ma che diamine stai facendo?", nel frattempo, sentire crescere dal tuo tronco, altri rami, e realizzare, che quelli vecchi, fanno ancora male. Non sono stata io a porre fine a quella storia. E come avrei potuto? Io non c'ero più. Non so dove fossi.  Ho sentito dire, che quando si è in coma, si è, ma su un altro livello dimensionale. Qualcosa del genere. Tipo che sei in dormiveglia, senti i rumori della vita in sottofondo, ma non ti svegli. Ecco, è così che vivevo. La vita mi scorreva accanto, in sottofondo. Ho pianto molto. Ho versato più lacrime di quante credevo possibile. Non erano lacrime di una donna che ama e che viene lasciata. C'era una tono di disperazione diversa nel mio pianto. Piangevo perché non sapevo da dove iniziare per ritrovarmi. Dico davvero. Piangevo perché sentivo dentro un vuoto incolmabile. Mi sentivo come una maschera del carnevale di Venezia. Da bambina le trovavo terrificanti, mi spaventava a morte, l'idea, quasi certezza, che dietro quelle maschere, ci fosse solo buio. 
Poi una sera, mi capitò di mangiare cinese e questo fu lo switch di cui avevo bisogno. Un involtino primavera, uno spaghetto di soia alle verdure, ed ero di nuovo io. Banale, vero? Come basti, a volte, solo sedersi ed essere, per ritrovarsi. Non avevo mangiato cinese per sei anni, perché Apollo, non lo gradiva ed io, io in fondo, chi ero per chiedere di mangiare cinese? Non chiedevo e non mi veniva dato. Kurt Cobain, una delle costanti della mia vita, svegliatosi dopo il coma, chiese un Milk Shake a fragola, per ritrovarsi in pace con la vita. Si vede che a me, bastava un biscotto della fortuna.
Dalla cena cinese in poi, è stato davvero un crescendo di ricordi di chi io fossi. Sono Michela Belli, napoletana, amo il cibo cinese, amo scrivere, amo leggere, amo studiare e, soprattutto, amo pensare. Dio, che sapore di libertà, il pensiero. Ho giurato, che mai più, me ne sarei fatta privare.
Sei anni, quanti giorni? Quante ore, minuti e stagioni? Eppure, nessuna traccia lasciata nella mia memoria emotiva, solo immagini, che scorrono sul file di memoria del mio cervello, catalogate come scene di un brutto film.
Ma il post, non nasceva per parlare di Apollo, credetemi, non vale nemmeno una mia parola.
Dicevo, trentatré anni e due crisi esistenziali. 
Sono stata, credo, una buona figlia. Sono stata educata al dovere, alla sublimazione dei nostri desideri attraverso la dura etica del: prima il dovere e poi il piacere. 
I miei genitori sono imprenditori, di quelli che, fossimo vissuti nell'epoca giusta, garantito che ci mettevano su un carretto e tutti alla ricerca dell'Eldorado. Io e i miei fratelli, abbiamo sempre lavorato nelle aziende dei nostri genitori. Tutta la vita ho trascorso, a sentirmi dire: "come sei fortunata!" oppure il più gettonato: "loro (i miei genitori) lo fanno per voi! Non ti rendi conto di ciò che hai", come se, il fatto che i miei genitori avessero deciso di fare impresa, dovesse per forza significare che anche io e i miei fratelli, dovessimo farlo e, in effetti, così è stato. Ho vissuto tutta la mia vita, sentendomi la pecora nera di casa. Guardavo i miei fratelli lavorare senza lamentarsi e mi sentivo malissimo, perché dentro me, ogni singolo atomo del mio organismo, diceva che non voleva farlo.
Ciò nonostante, quando ho dovuto scegliere cosa fare, ho scelto l'impresa di famiglia. All'epoca pensavo per non deluderli, proprio come pensavo che i miei genitori facessero tutto quello che facevano, per noi figli. Sarei dovuta crescere ancora molto e guardarmi dentro con totale onestà, per capire, che io avevo scelto loro perché sì, gli ero grata, ma più di tutto, avevo paura di mettermi alla prova. Proprio come solo dopo essere diventata madre, avrei scoperto, che i miei genitori sono imprenditori perché è l'impresa (in entrambe le accezioni della nostra lingua) il loro motore. Il loro, non il mio. Poi, diamine, è ovvio che tutto ciò che un genitore conquista, resti poi ai figli. In quel momento però, ero ancora molto giovane e, in verità, in opposizione a quello che la gente credeva, fin troppo grata ai miei genitori, per scegliere di non seguirli. Ero figlia e, in un certo senso, di loro possesso. Non nel senso di: sei nostra figlia, comandiamo noi. Loro erano i miei genitori. Due persone dal carattere molto forte e carismatico. Tutti li seguivano. Li ho visti cambiare come camaleonti e ho visto, i loro dipendenti seguirli senza batter ciglio, come avrei mai potuto pensare di non seguirli anche io? E poi, ma mi ripeto, era comodo, sicuro, viaggiare sempre con le spalle coperte.
Per un po', non ci ho pensato. In fondo, credetemi quando vi dico, che l'albergo della mia famiglia è un'estensione della mia famiglia. Non potrei mai pensare, di disfarmene. Camminare su quei pavimenti, salire le scale di ingresso di quell'albergo, mi faceva -mi fa- sentire così orgogliosa, che ogni domanda si assopiva in me, al solo guardare l'insegna della Bella Mbriana.
Seguivo la marea, anzi con l'apertura di un nuovo hotel in Toscana, ero davvero convinta di trovarmi al timone della mia vita. Un nuovo inizio. Nuova terra, nuovo lavoro ed io presente da zero.
Non era il lavoro dei miei sogni, ma chi fa il lavoro dei propri sogni? Mi venivano in mente un paio di esempi, ma mi dicevo, quella è gente fortunata, non frignare e vai a lavorare.
Poi è arrivata Virginia. Di nuovo, non ero in me. Di nuovo allo sbando. Di nuovo senza una rotta da seguire. Di nuovo annichilita da qualcun altro e poco contava se si trattava del più grande amore della mia vita, ancora non ero padrona di me stessa. Mi sono ritrovata a trentatré anni a passare dall'essere proprietà dei miei genitori, all'essere proprietà di mia figlia. Da qualche parte, nel mezzo, avrei potuto scoprire chi volevo essere e cosa volevo fare e invece, non l'avevo fatto. Di qui, la mia nuova crisi. 
Non è facile, scoprire a soli trentatré anni, di essere già così piena di rimpianti. Solo adesso, imparo a conviverci.
Per fortuna, in questo senso, la scrittura mi salva ogni giorno.
Ogni pezzo scritto, ogni pagina sudata, mi racconta chi sono e dove voglio andare.
Dicono che i trentatré siano gli anni di Cristo, per questo, pieni di tumulti e dolori che nemmeno il giovane Werther, credetemi. Non mi resta che aspettare.
Nel frattempo alla crisi dei trentatré rispondo con un sonoro: sono Michela Belli e sono un'autrice.



domenica 13 settembre 2015

Il girone degli ignavi di un'aspirante autrice. Storia di un fallimento annunciato

Questa cosa del voler emergere come autrice, questo dovermi, volermi  imporre su una piccola fetta di pubblico che si affezioni a me, nello stesso modo in cui io, sono indissolubilmente legata ad alcuni autori, tutto questo mi svuota e, detto francamente, inizia a non piacermi. 
E' che tira fuori il lato oscuro di me, capite? Non l'invidia, non siate banali. A dire la verità, forse, è qualcosa di più subdolo e infimo dell'invidia. E' come se avessi smarrito, da qualche parte, o in qualche altro libro, la capacità di godere della compagnia di un buon romanzo, cosa che fino a pochissimo tempo fa era, praticamente, la mia attività principale. 
Ora le fasi che attraverso quando apro un libro sono, sostanzialmente, due:
1) lettura del lettore. Gli occhi si riempiono delle belle parole che lo scrittore mi regala, i luoghi della storia diventano i luoghi in cui vorrei vivere, i personaggi, le persone che vorrei frequentare, la protagonista, la donna che vorrei essere, il protagonista, va da sé, l'uomo che vorrei amare. E fin qui, tutto normale. Roba da lettrice compulsiva.
2) Dapprima, l'ammirazione di chi ama le parole. "Che brava/o! Che uso strepitoso della scrittura!" poi questa, lascia spazio ad un minuscolo seme di invidia. Un sentimento così insondabile dentro me, da sembrarmi comunque, sempre e solo ammirazione e poi, ecco che arriva la viltà, non sarò mai in grado di scrivere così, che scrivo a fare allora? Non ho questo talento, in realtà non ho talento alcuno, quelli che hanno apprezzato Eva, allora? Lo hanno fatto per gentilezza, il mondo è pieno di persone gentili e le ho incontrate tutte io. Ho una mente logorroica. Ognuno ha le proprie croci, che ci volete fare? Ecco, l'ignavia. Mi si appiccica addosso, non riesco a reagire. L'apatia mi impedisce di fare quello che amo di più: scrivere.
Mi chiedo cosa sia cambiato da quando scrivevo per il semplice fatto di scrivere. Quando ho iniziato a pensare a tutto questo stupido, vile contorno?
Qualcuno ha detto che nessun sogno è impossibile, se siamo, anche solo capaci, di immaginarlo. Certo, si era però dimenticato, un ATTENZIONE a caratteri cubitali. Riformulato in maniera più realista e corretta il pensiero sarebbe: nessun sogno è impossibile, se siamo, anche solo capaci di immaginarlo. ATTENZIONE però, il tuo peggior nemico sarai tu, la tua paura e l'ignavia che si impossesserà della tua stupida mente.
Qui giace la creatività di Michela Belli. Autrice finita nell'oblio prima di pubblicare un romanzo.

Così trascorro le mie giornate di questo strano settembre, che sa già di ottobre, schivando ogni possibilità di scrivere. Mi alzo con indolenza la mattina, la mente che gravita tutto il giorno intorno alla scrittura, senza mai, prendere veramente in considerazione, l'idea di sedermi al computer e come dire? Scrivere. Vado in hotel, dove penso ad altrettante futilità che nulla hanno a che vedere, con la scrittura e mi racconto che ho davvero una montagna di cose da fare. Torno a casa, sfamo marito e figlia, metto a riposare mia figlia, mi riprometto i classici  dieci minuti e mi alzo, così resto due ore a letto guardando American Next Top Model. Ecco, l'ignavia che tipo di persona mi ha fatta diventare! Virginia si sveglia e, ovviamente, mi dedico a lei e ai nostri giochi, poi preparo una cena veloce e in un balzo è l'ora di andare a dormire di nuovo, certo potrei scrivere proprio quando Virginia si addormenta e, non nego, che sento qualche piccolo scombussolamento allo stomaco, un invito al Mio Tempo, ma lo metto a tacere obbligandomi a chiudere gli occhi. Perché, è così difficile, stancante, snervante dover far fronte alla Michela polemica, perennemente depressa e pensierosa. Capite?
Insomma, la solita vita di un ignavo, suppongo. 
Non è scritto che tutti arrivino al traguardo, no? Che male c'è? A parte, il lancinante dolore che sento al cuore?

lunedì 10 agosto 2015

Di scrittura e biscotti americani.

Scrivere bene, per alcuni è come sfornare biscotti. Avete presente i cookies americani? Piccoli dischi profumati, perfetti, bitorzoluti al punto giusto con scaglie di cioccolato e quel gusto prima dolce, poi subito, il sentore del bicarbonato salato, a completare la sinfonia? Ecco, scrivere un romanzo, per me significa sfornare un'invitante teglia, di biscotti americani.
Tutti credono che sia semplice fare i biscotti e, analogamente, tutti credono sia facile scrivere.
Ah, hai scritto un romanzo? Ah, hai appena sfornato una teglia di biscotti? Ne prendo uno, grazie. Uguale, no? Non fa una piega.
In pochi si chiedono quanta fatica costi, sedere davanti a una pagina bianca. Il terrore viscerale, di non riuscire a riempirla e il sospetto, una volta riempita, che quello che hai scritto sia aria fritta.  Roba ridondante, già sentita, inconsciamente copiata a qualcuno, perché, inutile dirlo, tutti sarebbero capaci, di fare meglio. E poi, quando la storia comincia a prender forma, scoprire che non hai idea di quali nomi usare. Constatare che non riesci ad entrare a un livello più profondo di conoscenza con quei personaggi che, tu stessa, hai creato.
Non so se sia o meno, questione di geni speciali, talenti innati o fattore X, chiamatelo un po' come vi pare. Spesso, mi illudo sia questione di perseveranza, di abitudine alla fatica e pura e semplice professionalità che, col tempo, si spera, si acquisisce. Questo, in un certo senso, mi mette al riparo dal terrore del fallimento assicurato, perché ho 33 anni e poca esperienza se, paragonata alla maggior parte degli scrittori che amo. Ecco perché, quando acquisto un libro, non guardo mai, la bio dell'autore. Ho paura di deprimermi nello scoprire una data post o coeva al 1982. Già se riporta una data che so, tra il 1975 e il '79, mi sento al sicuro. Sento come se la dea della scrittura, nel mio subconscio con le fattezze della statua della libertà, mi dicesse: "ehi, amica, tranquilla, hai ancora un quinquennio anno più, anno meno. Puo' ancora succedere di tutto!" e poi, magari, la immagino lì che dice dammi il cinque e tutto torna a splendere, e gli unicorni e gli arcobaleni restano fermi dove sono. Voglio dire, non sarebbe stupendo? Altre volte però, mi capita di leggere libri talmente ben scritti, da non poter fare a meno di pensare: questo non ha nulla a che vedere con l'abnegazione, questo è scrivere, nella sua forma più intelligibile. Una capacità che trascende tutto. La sfrenata volontà dello scrittore di creare, la perseveranza del novellino, la storia raccontata stessa. SCRIVERE, punto. In quei momenti, mi chiedo, ma che diamine scrivo a fare? Poi, ovvio, scrivo lo stesso, perché scrivere mi rende felice, ma questo interrogativo non smette mai di farmi compagnia. Una compagnia, non richiesta, ma che forse mi sprona a far meglio, quando non mi butta col morale sotto terra. E' per questa ragione, che quando arriva il momento di scrivere, di riunire tutti i post it, tutte le idee e tutte la parole, non leggo. Non voglio sentirmi in competizione con i libri e gli scrittori che ho amato e cerco di evitare il più possibile la contaminazione perché, se è vero che quando uno scrittore mi entra nel cuore non lo abbandono più, è pur vero che rischio di farmi influenzare dagli stili altrui. Ecco, qui poi entro in un altro turbinio di seghe mentali. Ma io ho uno stile? Non ne ho idea. Scrivo bene, benino, male o malissimo? Altro interrogativo senza risposta.
Un'altra cosa che mi domando, è che fine abbia fatto,  il fuoco sacro che teneva Baudelaire sveglio alle quattro di notte per scrivere le sue poesie. Dove sia la personalità borderline maniaco compulsiva di Virginia Woolf così squisitamente artistica. Dove siano gli abusi di Charles Bukowski, il delirium tremens di Edagr Allan Poe, la reclusione volontaria dell'inimitabile Emily Dickinson, l'omosessualità e il carcere di Oscar Wilde o il suicidio di donne come Sylvia Plath e Marina Cvetaeva. Al contrario, io ho sempre vissuto una vita tranquilla. Ho avuto i banali problemi della maggior parte delle persone cresciute negli anni '90. Genitori separati, non in maniera civile, famiglia allargata, nuovi equilibri da creare, nuovi affetti e poi gli ormoni dell'adolescenza eccetera eccetera e poi sì, l'abbandono da parte di tuo padre, l'aver perso di vista per venti e più anni, i tuoi fratelli dal lato paterno, per poi scoprire che hanno nuove famiglie, figlie che ti somigliano in modo impressionante e che ahimè, qualcuno ha anche perso i capelli, vero Cocco? Ma, come vedete, sono tutte cose superabili. Almeno, io sono andata oltre. Sono altrove e chi ci ha perso alla fine della fiera, non sono stata io. Viene quasi da pensare, che senza questi eventi tragici, uno scrittore non sia in grado di possedere la propria anima, la stanza tutta per sé e scrivere, finalmente.
Voglio dire, io alle quattro di notte, cavalco il mio unicorno e non smonto fino alle 6.30 del mattino col primo caffè della giornata. Che speranza ho, allora io?
Dove si colloca la mia anima in tutto questo? Quale porta della mia anima devo aprire, per trovare la mia stanza? Anche questo, è uno dei motivi di essere del blog. Almeno, è per questo che si chiama Stanza antipanico. In fondo,  questa stanza, mi consente di fare la conoscenza e in seguito, se sarò onesta al cento per cento con me stessa, mi consentirà di possedere la mia anima e alla fine, magari, sfornerò una profumata teglia di biscotti americani anche io.

martedì 4 agosto 2015

la vita di dentro, la scrittura e il matrimonio.

Stamattina sono tornata in spiaggia, dopo una settimana di assenza.
Come di consueto ho nell'ordine desiderato:
A) lanciarmi in acqua senza dover passare per la riva
B) dall'acqua poi, rilanciarmi direttamente sul lettino perché la sabbia che si appiccica ai piedi bagnati e poi,  praticamente inonda, ogni oggetto che ti sei portato dietro, fa parecchio schifo.

Invece, poiché, con mio sommo giubilo, sono madre di una ormai treenne, il mio arrivo in spiaggia, ha seguito il solito iter: pausa al forno per la schiaccia, parcheggio del passeggino ultra moderno, ultra pesante ed ultra ingombrante di Virginia (nota futura al mio alter ego materno che tanto non ascolto, anzi, mi apro una birra ogni volta che la sento mormorare guarda-che-culetto-da-prendere-a-morsi-ha-quel-bel-bimbetto, se decidi di procurarti altri tre anni, nella migliore delle ipotesi, di insonnia, emicranie da inquinamento acustico e mani nella merda come fosse marmellata di corbezzoli, almeno compra un passeggino leggero, oppure, emigra in un paese tipo gli Stati Uniti dove le case, gli ascensori, le auto e tutto intorno è a dimensione gigantesca, BIG come direbbe mio marito, ma questa è un'altra storia) e infine slalom tra gli ombrelloni con borsa del mare inspiegabilmente, visto che ho comprato le asciugamani in microfibra notoriamente brutte, ma leggere, più pesante di una zavorra e Virginia in braccio, perché sono le 11.30 e "mamma, in collooo, brucia la sabbia!".
In ogni caso, arrivo madida di sudore al mio agognato ombrellone 51 e schianto in terra a pochi millimetri dal lettino, con borsone e bambina. La dolce nonnina mia vicina stagionale, ci sorride. Ci conosce, sa che siamo un po' disfunzionali, ma non infastidiamo. Spoglio e incremo entrambe e via a mare. Quando su una scala da 1 a 50 abbiamo raggiunto un livello di inzuppamento, a Napoli impurpamiento, 60, decido che è ora di trascinare mia figlia fuori dall'acqua, non prima però, di  aver desiderato di estinguermi dalla terra, mentre Virginia, sulla riva, candidamente si cala il costume, per pisciare con tanto di posizione a sedia.
Il mio sguardo passa da modalità miope sua propria di natura, a serial killer verso Virginia, e in fine a non -conosco -affatto -quella -creatura con tanto di distanza di sicurezza quando guardo i bagnanti che, a dirla tutta, non ci guardano affatto, tutti tranne una donna. Le sorrido e mi sorride, la conversazione telepatica che è seguita, è stata è più o meno questa:
Io-"questi bimbi senza sovrastrutture e censure sociali, come sono dolci"
Signora sorridente- "Sì, però la pipì fa un po' schifo,"
Io- "Vabe', almeno così sai dove l'ha fatta, prima a passeggio in acqua ho avvertito 5 correnti tropicali sospette!"
Signora sorridente-"Cacchio, dove? Ma non era bandiera blu, Follonica?"

Riporto lo sguardo su mia figlia:
"Virginia, amore ti ho detto tante volte che- sguardo a destra e a sinistra, per controllare non ci stiano sentendo, abbasso la voce di un'ottava- non devi abbassarti il costume per fare pipì a mare. La devi fare nel costume in piedi!!
Lei cerca di replicare "Ma mammaaaaa, si abbassano le mutandine per fare pipì!" un' istantanea di me, l'anno scorso, a luglio, mentre cerco disperatamente di far capire a mia figlia, nei tre lunghissimi giorni di spannolinamento ufficiale, che la pipì e la cacca non si fanno nelle mutande, mi fa barcollare. Quella dei bambini, è una logica crudele.
"Sì, amore, tranne che a mare. A mare la pipì si fa nel costume in piedi" le dico poco convinta. Dio ti prego, fa che non mi chieda della cacca. Sembra poco sicura della risposta, ma a tre anni, Virginia sembra già aver accettato che, a volte, la tua mamma e più o meno tutto il genere umano, ti deludono con le bugie.

Archiviata la pratica pipì, ci asciughiamo e mangiamo un pezzo di schiaccia al sole e per un istante magico, siamo nella quiete completa. Il mare si infrange rumoroso e pacifico sulla riva, il maestrale ci accarezza senza ululare e il sole ci riscalda la pelle ancora umida. La schiaccia, quel piccolo miracolo nato solo da acqua e farina nelle sapienti mani di donne molto, ma molto lontane da me, ci fa compagnia e ci ricorda che, a volte, anche solo stare sedute l'una in compagnia dell'altra a masticare pezzi croccanti di chiaccia come la chiama Virgy, è già un bel gioco. Il tutto dura il tempo necessario per far sì, che la schiaccia arrivi dritto nel suo stomaco, poi, Virginia rompe l'incantesimo decretando l'inizio del tempo del castello di sabbia. Andiamo quindi a prendere la sacca di giochi in cabina.

Arrivati alla cabina 32, la nostra, apriamo la porta di legno blu scuro e, insieme al bellissimo odore di salmastra incrostata alle vernici di anni e anni, una piccola sorpresa mi riscalda il cuore. Mio fratello, mio ospite l'ultima volta che ero venuta in spiaggia, ha messo in ordine la baraonda di cose che io avevo molto diligentemente lasciato a cazzo di cane sul pavimento della già minuscola cabina, nella quale, a quel punto, era diventato impossibile entrare. Tutto in ordine. Tutto sciacquato in mare e poi con garbo, cura e dolcezza, riposto al proprio posto. Un proprio posto che io non avevo la minima idea esistesse. Il salvagente appeso, tutti i giochi in un angolo e tanto, tantissimo amore lasciato lì da lui, per me, per noi.
Perché ci hai raccontato questa cosa della cabina e dell'intera giornata a mare, direte voi?!
La risposta, in verità, non è ancora arrivata ad un livello conscio dentro di me. E' solo che, ultimamente, penso molto a chi sono diventata, come sono arrivata ad essere quel che sono e, soprattutto, a chi voglio diventare.
Quando ero ragazza, da qualche parte l'ho detto già, sono stata molto innamorata di un ragazzo. Moltissimo. Era davvero quello che si dice una perla di ragazzo. Un ragazzo di casa. Un ragazzo pulito dentro e fuori e, in adolescenza, soprattutto la pulizia intesa come sana abitudine di lavarsi nel genere maschile, fissa un target quasi inarrivabile. Era una storia a tutto tondo, così forte da diventare ingestibile. Almeno per me, che ero piccola e credevo di esser donna fatta. Così, col cuore gonfio di sentimenti contrastanti, presi l'unica decisione che una donna con le palle avrebbe potuto prendere, almeno questo, era ciò che mi ripetevo e troncai di netto la storia. Per le potature grosse, sono sempre stata l'esperta da chiamare, ma di questo, forse, parlerò altrove. Il fatto è che la cabina lasciata in ordine da mio fratello, è stata, questa mattina, la mia maddalena. Mi sono ricordata di una sera in cui nella mia camera, questo ragazzo bellissimo, dolcissimo e innamoratissimo, piegava i miei vestiti per nessuna ragione più speciale, del semplice piacere di far qualcosa per la persona amata e di me che invece di essergliene grata, gli urlavo contro qualche cattiveria sulla libido di una donna che va a finire sotto i piedi quando vede il suo uomo piegare i vestiti. Oggi che sono una donna sposata, la mia risposta è il vero opposto. Se vedo mio marito ritirare il bucato, piuttosto che alzare i suoi calzini da terra senza aspettarsi che passi io a farlo, la mia libido mista alla gratitudine mista ancora alla pura e semplice incredulità sale alle stelle. Non so più un granché di quel ragazzo, ma spero per la donna che ama, che non abbia mai smesso di piegare i vestiti solo perché una stronzetta saccente che invece non sapeva nulla di nulla della vita, gli aveva urlato di smetterla.
Questo pensiero stamattina, mi ha poi portata a pensare al blog e più generalmente, alla scrittura che poi, è ciò che mi spinge nel mondo.
Si può essere madre, donna felicemente sposata e scrittrice di qualità senza auto censurarsi? L'altro giorno leggevo un bellissimo intervento della scrittrice Loredana Limone, nel quale esprimeva un suo punto di vista. L'ho trovato molto interessante e lo vorrei condividere con voi. La scrittrice della trilogia del Borgo Propizio, affermava, che per scrivere un romanzo, bisogna lavorare di fantasia e coltivare un bagaglio di esperienze " ci vuole la vita, dentro" alla quale poi, eventi e personaggi della storia, attingeranno per trarne spessore e credibilità, ma solo ( e qui la sottile differenza che, non lo nascondo, ha creato un piccolo fraintendimento tra me e Loredana) ed unicamente DOPO aver vissuto.  Sono completamente d'accordo, ma credo anche, sia molto, molto difficile.
Crescendo, ho smesso di essere quella stronzetta saccente che ha spezzato il cuore del ragazzo che in fondo al cuore lei stessa amava. Sono diventata molto, forse troppo, attenta alla sensibilità delle persone che amo e che mi circondano e questo, probabilmente ha irreparabilmente minato la mia libertà intellettuale e artistica. Mi seguite?
Ritornando al mio quesito, sì, credo sia possibile, quando si ha il compagno giusto. Personalmente ho un marito che amo tantissimo, che è casa mia più di qualsiasi luogo io abbia mai chiamato casa. Scrostato un primo superficiale, strato di gelosia che io stessa proverei nel leggere di altre persone pur sapendole di fantasia, perché pur sempre, devono partire da qualcosa, qualcuno che dentro noi abita, sono certa del suo supporto e del suo orgoglio quando dice a mare e monti "Mia moglie (ben sottolineando quel mia) ha scritto un romanzo" "Sì, ma è auto pubblicato" arrivo io a ridimensionare la cosa.
Quello che mi tormenta davvero, è altro. Come può un compagno, scegliere scientemente di vivere tutta la sua esistenza, con una donna con tutte le maree interiori che si ritrova una scrittrice?
Come potrò io imparare a tenerle a bada?
Mio marito, sarà sempre così titanico come oggi lo conosco, da non sentirsi schiacciato dalla "mia vita di dentro?"

Non lo so. Questo mi turba, ma per ora preferisco guardarlo ritinteggiare di fucsia  la camera di nostra figlia (Virgy è un leone dai gusti molto, molto discreti) e sorridere con lui con una birra ghiacciata per aperitivo, perché il suo sorriso bellissimo agita le mie maree più di qualsiasi vita di dentro.

giovedì 30 luglio 2015

ricomincio da blogspot e da Virginia, ancora e per sempre Virginia

Questo blog è come me. Non so se sia proprio positivo, magari almeno in rete dovrei cercare di essere più, come dire, assennata e costante. Invece, stanza antipanico è nato su wordpress, poi si è spostato su un hosting diverso e ora, approda su blogspot, dove credo, spero, resterà.

E' poi significativo, ricominciare scrivere di me il 30 luglio.

Questo giorno tre anni fa, mi vedeva con 30 kg di amore in più. Fuori dai tempi calcolati per la mia gravidanza, in piedi, perché la pancia non mi consentiva altre posizioni, in banca con mia sorella Serena, mentre aspettavo il nostro turno.

E niente, all'improvviso entra un tizio e urla:" FERMI TUTTI E' UNA RAPINA!" e indovinate un po'?  Non scherzava! Io, che non solo ero incinta, quindi, con tutti i sensi affinati e perennemente all'erta per qualche misteriosa memoria primordiale del nostro organismo, ma anche e pur sempre, napoletana, prendo mia sorella e la trascino via a nasconderci dal direttore (peggiore posto se ci penso oggi) e gli dico allarmata: "Direttore è in corso una rapina", il simpatico genio dietro la sua comoda scrivania ride e dice: "Ah e chi la fa? Tu?" ebbene sì amici, questi sono i manager del nostro bel paese, gli dico che ovviamente non scherzo e lui cosa fa? Va nel panico, amici! Roba da sei in fila alla posta e il tuo intestino inizia ad attorcigliarsi per il cornetto a cioccolato e il cappuccino al bar, quel tipo di panico. Un panico da, dove cazzo è il bagno più vicino, insomma. Nella sua crisi di panico, dice che deve chiamare i carabinieri che l'iter giusto è questo, io rispondo che se non fosse ancora accorto, sono incinta e se i rapinatori si incazzano prendono me come ostaggio di certo, insomma, ma la televisione tematica che l'hanno inventata a fare se poi nessuno si prende il disturbo di apprendere le sue lezioni di vita. Io le serie crime le guardo e i rapinatori nelle banche americane prendono SEMPRE le donne incinta. Nel frattempo i rapinatori, in realtà erano due non uno come avevo pensato perché il secondo era in fila accanto a me con tanto di ticket per il turno in cassa, urlano a tutti di stare faccia terra, di non emettere suoni e di non piangere. Mia sorella più in panico del direttore e di me che, avendo dalla mia le serie crime e una madre pseudo giallista, mi sentivo abbastanza al sicuro e poi diciamolo pure, quando sei incinta ti senti invulnerabile, decide che avendo lei l'incasso del nostro hotel in borsa, doveva uscire dalla stanza del direttore per non mettermi in pericolo (questo non so come abbiamo potuto pensarlo, ma sono attimi di terrore, lo giuro) quindi sguscia lentamente fuori dalla stanza. A questo punto, con mia sorella fuori nel campo di battaglia, sento un panico montante prendersi gioco di ogni mio singolo filamento di carne. Conto i secondi da quando il direttore preme il pulsante di chiamata diretta a i carabinieri al loro arrivo. Circa 60 interminabili secondi. Il minuto più lungo della mia intera esistenza. Mia sorella era in pericolo per colpa mia e non sapevo cosa fare. Lei di là pensava lo stesso, ma io ero incinta e dopo aver pianto al telefono con il call center della Telecom qualche tempo prima, avevo capito che le mie emozioni erano un tantino amplificate.
I carabinieri arrivano quando ormai i rapinatori erano scappati col bottino, scoppio in un pianto che non credevo possibile. Con lacrimoni, singhiozzi, scossoni e tutto il repertorio, avete presente? Mia sorella era ovviamente illesa e viva. Nel frattempo dall'ampia vetrata vedo accorrere mio marito che aveva saputo che ero in banca durante la rapina. Anche lui, inutile dirlo, visibilmente sconvolto. Un napoletano all'estero, non immagina mai di restare coinvolto in una rapina. pensa sempre, se non mi è capitato in 30 anni a Napoli, non mi succederà mai più. Invece vieni a vivere in una piccola, deliziosa cittadina della provincia toscana e taac, ti rapinano in banca con bandana a coprire la bocca, pistola e tutto il resto.
Tutti chiamano i soccorsi per la donna incinta. Questa volta la donna incinta, quella di cui tutti si preoccupano, ero io. Questo mi faceva sentire anche in colpa. Mi portano al pronto soccorso per misurare la pressione e per fortuna, nulla è accaduto, ma insomma signora che sfortuna! In questo nostro paese, non si può vivere! ma erano stranieri? No, italiani e no, non del sud.
Torno a casa e continuo la mia giornata, mi sento un po' agitata, ma mi rispondo che, in fondo, a tutti capita prima o poi nella vita una rapina e che non è successo nulla che quindi è meglio smetterla di lagnarsi.

La sera preparo la cena per me e mio marito, carico la lavastoviglie e mi ritiro in camera. E' il 30 luglio, fa davvero  troppo caldo per il divano quindi opto per il lettone e mi sintonizzo su un bel film.
A metà film inizio a pensare che finalmente benefibra di cui in gravidanza ero dipendente, avesse fatto effetto. Mi alzo, anzi per amore della cronaca, rotolo come mi ero ben abituata a fare giù dal letto e mi dirigo al bagno, dove con una naturalezza e una semplicità che non mi aspettavo per l'evento, urlo: "PAPIIIIII DOBBIAMO ANDARE IN OSPEDALE!".

In un lampo saltiamo in auto, allertiamo mia madre che si fa trovare al primo pit stop di questa folle, bellissima e super gioiosa corsa in ospedale. Arrivo urlando, perché dei canonici 10 minuti ogni contrazione iniziale io non ho avuto traccia. Gli infermieri mi siedono sulla sedia a rotelle correndo, dicono fate presto o la farà in ascensore. Arrivo alla prima misurazione, sono le 23 e 30 di sera del 30 luglio e sono di 2 cm e mezzo alle 01.00 sono di 10 cm. Questo per dire  che nella camera da letto io non ci sono mai entrata, sono stata direttamente portata in sala travaglio dove mio marito, il mio favoloso, insostituibile uomo non mi ha mai lasciata, nemmeno per un secondo. Mi ha sentita urlare come un orco donna ubriaca di scotch scozzese alle prese con uno elfo testa grossa che cerca di uscirgli dalla vagina e non ha battuto ciglio. Mi ha passato circa 4 litri di acqua, sempre col sorriso sulle labbra, senza mai fermarsi col tifo  da stadio "vai, amore ce la fai, sei grande, sei bellissima" quest'ultima era proprio una bella bugia, io lo sapevo, ma glielo facevo dire, un po' perché non avevo le energie per zittirlo e, un po' perché si sentiva utile e mi faceva piacere per lui.
Dalle 01 alle 04 le ostetriche sono state insieme a noi, mi incitavano dicendo spingi, usa gli addominali, io ho replicato non so quante volte, dicendo che gli addominali non li avevo perché non avevo mai fatto sport e non so bene per quale motivo, a questa affermazione, ho chiesto loro scusa per questo. Sì, amiche, mi sono scusata con le ostetriche per non aver fatto sport. Anche a questo porta la gravidanza, chiedi scusa di esistere mentre come la più spaventosa delle scimmie urlatrici spingi fuori la testa e poi il corpo di tuo figlio.

Alle 4.58 del mattino del 31 luglio 2012 però, mentre morivo letteralmente dal dolore, nascevo di nuovo. Da allora, la mia vita ha un nuovo centro. Un centro che profuma di bebe' appena nato, di crema per il cambio pannolini e di vita e che cambia fragranza ad ogni obiettivo che la mia Virginia raggiunge ed io con lei.

Insomma, amici, domani Virginia compirà 3 anni. I 3 anni più dannatamente ricchi e pregni di significato della mia intera esistenza.
Lasciate quindi che faccia un brindisi virtuale in questa parte di mondo virtuale:

A te, mia adorata creatura
e alle mille avventure che ci attendono.

Ti amo,
mamma

martedì 28 luglio 2015

Self publishing sì oppure no?

Quesito della vita. Quando si è un pesce piccolo, quando si è del semplice plancton nell'oceano dell'editoria, hai davvero pochissime chances che il tuo libro valichi mai la cerchia famiglia/amici/conoscenti. Per quanto già tra questi troverete delle dolorose defezioni.
E' vero, noi italiani, scriviamo tutti. Siamo un popolo di scribacchini. Pochi di noi lo fanno veramente bene. Onestamente, non so in quale gruppo mi trovi. Inizio seriamente a dubitare di me stessa. Ci sono delle volte in cui leggendomi penso, però! Non scrivi male, amica. Ma altre, ahimè il più delle volte, in cui detesto cordialmente ogni singola parola. Approssimative, amatoriali. Una vergogna per me e per chi mi legge. Scrivere Eva e l'assoluto, è stato un processo naturale. Nel farlo, non ho mai pensato a quando poi avrei scritto la parola FINE. Intendiamoci, io non appartengo al gruppo di persone che va millantando di scrivere solo per se stessi. Diffidate, quelli sono bugiardi. Sono come quelle donne che ti dicono , "hai visto come sono ingrassata"? Per sentirsi dire "Scherzi? Sei una stecca da biliardo!". Io scrivo perché voglio che mi si legga. Al massimo, io il problema, (e lo sto scoprendo solo ora) ce l'ho a farmi pagare per essere letta. Nel senso che, non avendo io una casa editrice, mi capita che qualcuno acquisti il cartaceo di Eva sul blog e allora, devo essere pagata direttamente, bene, quando questo accade mi vergogno da morire, ma dicono passi. Fa tutto, regolarmente parte, del lento processo di evoluzione del famoso pelo sullo stomaco.
A dire il vero, mentre scrivevo, non credevo nemmeno di voler pubblicare, era più come se per magia, il mio libro si trovasse appena terminato, nelle librerie di ogni italiano senza passare per processi di stampa, negozi ecc. Dal produttore al consumatore. Filiera corta. Così me la figuravo la cosa. Quando però, mi sono resa conto che mi risultava difficile staccarmi da Eva e l'assoluto e buttarmi in un'altra storia, allora, ho capito che Eva doveva uscire dal mio computer.
Vedete, amici, quando scrivi un romanzo, instauri con le sue pagine una vera e propria relazione amorosa. C'è la fase del corteggiamento, quando le parole, fanno capolino nella tua testa e tu le rincorri. Poi, le parole danno vita ai personaggi, alla storia. A volte questi, ti sorridono e senti un calore avvolgerti il cervello, altre volte invece, questi vanno per la loro strada e allora, accade che ci litighi. Sono litigi di amore. Minacci di non tornare più, di stare meglio senza di loro, ma alla fine, come nelle più banali delle liti tra innamorati, tu con la tastiera sotto le dita, torni sempre. Poi, è ragionevole pensare dopo un tempo che va tra i dieci e i dodici mesi, il romanzo è  finito. Spieghiamo meglio, per i non addetti ai lavori, tu con la tastiera ti illudi che sia finito, in realtà, dovrai rileggerlo e riscriverlo ancora tante di quelle volte da detestarlo e volerlo via, fuori dalla tua testa. Per sempre. Ecco, con Eva invece, era come aver lasciato una storia d'amore appesa a un filo. Chi di voi on ha mai vissuto un'esperienza simile? Quelle storie che bruciano tanto sotto la pelle. Le riconoscete? Quelle di cui avete dichiarato la fine e che nella realtà dei vostri giorni invece, sono ancora dappertutto dentro di voi. Quelle storie che vi lasciano ancorate a quel maledetto "se". L'ombra ingombrante di quel "se" ipotetico, mi impediva di pensare. Avevo tante idee che poi, morivano tutte all'ombra di Eva. Allora  mi sono detta, è tempo di saltare.
Eva e l'assoluto  è il mio primo romanzo e i suoi limiti, li conosco tutti alla perfezione. Nonostante questo, ho deciso di saltare e come tutti sappiamo, quando si decide di saltare nel vuoto, è consigliabile non guardare nell'abisso.
Ho iniziato come tutti. Ricerca per genere all'interno dei cataloghi, per non sbagliare casa editrice. Eva, appartiene al fortunato filone della chick lit. anche in Italia, abbastanza popolare.
Prima bruciatura. Tutte le case editrici (almeno quelle da me trovate) riportano due tipi di informazione.
A) in questo momento non accettiamo manoscritti
B) non accettiamo manoscritti non accompagnati da un agente letterario.
Il mio primo pensiero è stato Kurt Cobain. Poi ho pensato al grunge e a tutte le indie band della scena musicale di Seattle degli anni '90. Poi ho pensato alle Major che hanno, nella maggior parte dei casi, rovinato quelle band. Nirvana inclusi. Prendete Bleach, poi ascoltate Nevermind e poi ne riparliamo. Non è che mi aspettassi la strada sgombra. Non sono nata ieri. Io amo Bleach.
Quindi, invio il manoscritto a tutte le case editrici indipendenti che trovo. Quelle che titolano nei loro siti fasulli, NOI SIAMO DALLA PARTE DEL TALENTO E DELLA CULTURA. Cerco di fare le cose per benino, spulcio i cataloghi, ma alla fine mando ovunque il libro, perché ci vuole pelo sullo stomaco e un altro no, non mi farà male.
Da quasi subito, roba che aspettavano solo me, i lettori e i direttori editoriali erano a corto di materiale, mi arrivano lettere entusiaste. Proposte editoriali come se piovesse. Tutte però, con un'innocua (secondo loro) piccola postilla. E' richiesto un piccolissimo contributo spese (circa 1000 euro, euro più euro mancante). Chi ha letto il Pendolo di Foucault, sa bene chi siano gli Autori a Proprie Spese (APS) ed io, mai e poi mai parteciperei ad una fiera delle vanità simile, circondata da questi soggetti fasulli che inquinano un mercato già ingolfato abbondantemente da: soubrettine, calciatori e cantanti non si sa bene perché. Che poi, diciamolo, non è che tu paghi e sei in una botte  di ferro. No. Il post pubblicazione resta comunque tutto sulle tue spalle. Presentazioni, reading e finanche la distribuzione che, con questi soggetti truffaldini, è pressoché inesistente, se consideriamo che il romanzo è di norma, disponibile nelle librerie PREVIA PRENOTAZIONE. Quindi grazie, ma no grazie. Ciaone proprio, case editrici a pagamento.
Allora penso, ho bisogno di un agente letterario. Apro internet, faccio le mie ricerchine e trovo l'agenzia letteraria dei miei sogni. Già mi vedo con il mio completo tailleur (non possiedo tailleur e non so perché mi immagino in questa veste) parlare col mio agente che crede in me e mette a frutto la sua ventennale esperienza nel settore per permettermi di pubblicare con la casa editrice giusta. Poi, però, qualcosa mi distrae. Le parole scheda di valutazione inediti, rapiscono la mia attenzione. Devo averla. In sole quattro settimane, per la modica cifra di 427 euro (iva inclusa) avrò una scheda completa della mia opera.
Bisogna fare due conti. Quattrocentoventisette euro, sono tanti o sono pochi? Sono pochi, ho già deciso. O meglio, sono tanti in linea di massima, ma la vita è fatta di priorità. Per qualcuno la priorità è mangiare un Magnum algida, per me, è ricevere una scheda di valutazione del mio inedito. Stacco un assegno (non accettano bonifici), stampo il romanzo e spedisco.
Le quattro settimane più lunghe della mia vita passano, lente, ma passano. Finché un giorno, non arriva la scheda tanto attesa. Devo rileggerla un paio di volte per capirla. Sembra, che l'intero romanzo sia stato demolito e invece, a ben guardare, non è così.
La situazione è più o meno questa.
AMBIENTE da cambiare (in origine, Eva era ambientato sulla east coast degli USA, infarcita di riferimenti pop a serie televisive e sogni di letture passate, nella sua versione definitiva invece, il romanzo, è ambientato in una piccola cittadina della Maremma Toscana.  Un saltino niente male). Il segreto, mi dice il lettore professionale, consiste nel parlare di luoghi e società che ben si conoscono. Mi sembra ragionevole, certo a meno che tu non sia Proust che ha scritto Alla ricerca del tempo perduto, senza mai uscire di casa, ma quello è un genio e di geni ne nascono tipo uno su un milione, no? Nonè di certo il mio caso.
PERSONAGGI da approfondire. Buon ritratto psicologico. Particolare interesse potrebbe destare la figura del nonno.
LINGUAGGIO notevole sia in parti descrittive che in dialoghi e in fine anche complimenti per essere riuscita ad elevare la narrazione dai soliti tòpos un po' inflazionati del genere chick lit.
In definitiva però, come sospettavo, il libro non è pronto alla pubblicazione. E meno male che le Case editrici a pagamento, avevano tutti avanzato proposte editoriali senza minimamente toccare la storia. Ma lo avranno letto, secondo voi? Continuo a chiedermelo ancora oggi.
Bene, mandare in valutazione il romanzo è stata la scelta più giusta. Ora basta riscrivere l'intero romanzo. L'unico problema, è che devo lasciarlo riposare un po'. Devo depurare il mio cervello da ogni frase scritta e ripartorirla. Facile, no? Devo solamente dare nuova vita alla mia Eva.
L'ho fatto, ci è voluto un altro anno. A quel punto, mi dico, devo rimandarlo in valutazione ancora. Ora, io non voglio essere pignola e polemica, lo giuro, ma secondo voi, uno che ha già mandato in visione un inedito e ricevuto scheda di valutazione, poi a correzioni apportate lo rimanda in visione, deve pagare daccapo i 427 euro? Ma anche, no! Non l'ho fatto, non solo per i 427 euro che ora mi sembravano una cifra spropositata, ma anche perché qualcosa mi diceva, che un'altra scheda mi sarebbe arrivata, con altre correzioni ed il gioco sarebbe potuto andare avanti per sempre a rilanci di 500 euro. E' come la storia delle case editrici a pagamento, no? Non vedo etica personalmente, in un agente che si fa pagare per leggere un libro. Ma diamine, forse sbaglio.
E quindi niente, la situazione era più o meno questa. Una catastrofe di dimensioni bibliche. Case editrici tradizionali, una sorta di mostri immobili, inavvicinabili. Dice, loro fanno scouting sui blog, sulle riviste on line. Ok, ma io scrivo romanzi, non so tenere un blog (e voi amici che mi leggete potrete di certo testimoniarlo) e non so scrivere articoli (anche qui, ho capitolato. Sono in attesa di iniziare una collaborazione con dei tipi fighissimi).
L'editoria a pagamento, non fa per me.
Con le agenzie letterarie, sembra di dover accendere un'ipoteca su una carriera non ancora partita e chissà se mai lo farà.
E' stato a quel punto che ho scelto la storia del self-made man di Crusoe. Lo ricordate? Certo, lui è un borghese del '700 inglese e io , una che scrive, ma le basi sono le stesse. Libertà, indipendenza, sudore e spirito di avventura.
Da quella decisione  in poi, (avvenuta poi parecchi anni dopo, ma questa è un'altra storia) tutto è stato più veloce e facile.
Ho scelto la piattaforma Narcissus ( https://www.narcissus.me ) e in un solo click completamente gratuito, Eva ha ricevuto il suo codice isbn. Se hai un isbn, hai un libro e boom! in circa 48 ore, tutti gli store on line (non solo i grandi colossi) vendevano il mio romanzo. Eva, era finalmente fuori dalla mia testa. Inutile dire, che ora sono intenta alla progettazione del mio secondo romanzo. Si intitolerà "Ne vale la pena" e si spera non debba attraversare il calvario di Eva e l'assoluto.
Non mi sono mai pentita di aver scelto la strada de self publishing, ma a volte, in questa cosa del post produzione, mi sento tremendamente sola. Questa è una fase tanto più tosta del travaglio creativo e soprattutto, richiede altissime competenze.
Hai a che fare con report di vendita, e tante porte in faccia da blogger (per fortuna non tutti) che non recensiscono autori auto pubblicati un po' perché fa poco figo, insomma non è come ricevere in lettura un romanzo non ancora sul mercato di una grande casa editrice, lo capisco e un po' perché dicono di aver avuto cattive esperienze, di romanzi illeggibili. Come dire in pratica che, ogni libro letto edito da una casa editrice, è stata un'esperienza di lettura indimenticabile. Ma di cosa stiamo parlando?
E poi c'è il marketing, io sono proprio negata in questo senso. Ho un blog che non riesco a indicizzare sicché fate voi. E la social reputation che, mio malgrado, devo curare da me ed è difficile credetemi quando non si è popolari, ti devi inventare prezzemolino e in ogni caso sempre molto attiva sui social network quando si suppone tu abbia anche un lavoro, famiglia, casa, una vita insomma. Ma non mi lamento, ogni volta che ricevo dall'etere un segnale positivo, il cuore si riempie di gioia e le fatiche diventano un ricordo lontano. Ah, poi ci sono le librerie che ti rifiutano le presentazioni perché sei self published, vedi blogger, il discorso è il medesimo con in più da parte loro, che se sei auto pubblicato non porti gente. Ah bada, io facevo la serata da te per giovare anche del TUO pubblico. Andiamo bene, andiamo.
Tutto questo fino ad arrivare ad oggi, ad una libreria di Napoli che mi risponde nella persona dell'organizzatore eventi "Devi pubblicare con i grandi, col self non vai da nessuna parte. Il mercato lo fanno loro".
Ma no? Ma davvero? Il problema è proprio questo, non si era capito?

Le tre fasi della scrittura, o anche, scappa e prendi un libro di algebra, credi a me.

L'altro giorno mi è stato chiesto di descrivermi come scrittrice. Facile, ho pensato, io non una scrittrice. La verità, non mi stanco mai di dirlo, è che io sono, semplicemente, una che scrive. Non lo faccio nemmeno più in maniera compulsiva come quando, non avevo Virginia e trascorrevo la maggior parte del mio tempo nel favoloso mondo delle idee. Ora che devo ritagliarmi spazio e tempo, scrivo in maniera quasi programmata e dico quasi perché spesso, non riesco neppure a seguire i programmi. Diciamo che sono una che scrive appena ha un minuto per se stessa.
Se anche però io avessi tutto il tempo del mondo per scrivere, comunque non potrei sentirmi scrittrice. Per diventare scrittori, bisogna attraversare una fase di consacrazione? Chi ci conferisce questo titolo? L'esperienza? Il fatto di vendere delle copie dei propri libri? O semplicemente l'atto in sé di scrivere storie?Non lo so.
Parlare di scrittura,non è mai facile. Molti in internet (e non solo), lo fanno con un po' troppa leggerezza. E' abbastanza comune, trovare blog in cui ti dicono, vieni, leggi me, io sono l'esperto di scrittura, salvo poi scoprire, che le quattro scempiaggini scritte sui loro blog, sono parte di quelle verità assolute di cui, solo gli stolti e gli insicuri sono alla ricerca. La ricetta magica per perdere 20 kg in un solo giorno, roba di questo tipo. Avete presente? Ma dico io, un po' di onestà intellettuale, di umiltà. Sono doti davvero in disuso in questa società di super esperti nascosti dietro i loro schermi.
Io sono un'italiana media. Dio che bella dote la normalità. Scrivo più di quanto leggo. Vorrei poter vivere di quel che scrivo, ma a trentatré anni, posso, con relativa certezza, dire che non diventerò un campione di vendita. Eppure, non per questo posso accettare di scendere a compromessi, quando farlo significa, svilire il mio lavoro. Ma questa è un'altra storia e ne parlerò un'altra volta. Ora mi preme dire altro.
Scrivere un romanzo non è così facile come sembra. Non è che una mattina ti svegli, la Musa ti bacia e boom hai scritto la storia del secolo. E' più un discorso che attraversa almeno tre fasi conclamate (questo per lo meno, è il mio caso) .
Eccitazione: in questa fase, mi sento un essere soprannaturale. Ho il dono della parola scritta. L'universo mi ama. La farfalla si posa sul fiore nel momento esatto in cui io sto guardando quel fiore. Sono in Matrix, lo so. Pillola rossa o pillola blu? Faccio parte di una casta di eletti. Insieme governeremo il mondo. Convinceremo l'umanità  a leggere. Le librerie saranno luoghi mistici di adorazione per tutti (non solo per alcuni strambi tra cui la sottoscritta) e soprattutto nessuno, NESSUNO dovrà più subire l'onta di trovare nella vetrina di una libreria un cantante di Maria de Filippi o un lacchè qualunque di Maria de Filippi. Insomma, Maria de Filippi potrà andare anche a cagare nel mio mondo post-eccitazione. Lo so, è follia. Nessuno mette Maria de Filippi in un angolo (cit.), ma amici, questa è solo la prima fase, aspettate di arrivare alla terza.

Concentrazione: ogni nervo del mio corpo, ogni neurone e sinapsi del mio cervello, tutto di me, è teso alla creazione della storia che ho in mente. Incipit, culmine e finale. Tutto già scritto con le parole perfette della mente. Le conoscete? Se non le avete mai incontrate, vi prego, scappate il più velocemente possibile. Aprite il primo libro di algebra che vi capita sottomano e buttatevi nel mondo dei numeri perché, le parole della mente, sono doppiogiochiste. Sono delle stronze se mi consentite il francesismo. Sono quelle parole che ogni scrittore ama e teme. Quelle che quando stai immaginando la storia ti solleticano dietro la nuca. Le parole perfette. Quelle per le quali, non esiste necessità di sinonimi, parafrasi o altro. Sono l'essenza definitiva e assoluta di quello che volevi dire. Quelle per le quali, ringrazi Dio o chi per lui, per essere nato in Italia ed essere capace di parlare la più favolosa lingua del mondo. Poi apri il computer, il foglio elettronico ti si apre davanti e puff! Sparite. O meglio, le metti per iscritto e come per magia, non significano più un cazzo. Francesismi con la pala su questo blog, amici.

Depressione: non sono nessuno. Non sono uno scrittore, non sono nemmeno una persona intelligente. Non riesco ad esprimere quello che voglio dire, no, anzi, non voglio dire proprio niente perché non ho la capacità minima comune dell'essere umano, di formare frasi di senso compiuto. BASTA, BASTA, BASTA, non scriverò mai più in vita mia. Nemmeno per fare la lista della spesa, tanto la lascio sempre sul banco della cucina. Vedi? Sei una cretina, chi scrive una lista della spesa per poi dimenticarla? (TUTTI, risposta che mi darò solo nella prossima fase). In fondo, ho già un lavoro, ho una famiglia a cui badare, una casa.
Sì, basta (chiudendo con disprezzo il computer) non ho bisogno di scrivere per essere felice. Mi basta una carta di credito come alla maggior parte degli esseri umani quando è giù di morale. Esco, compro la cosa più inutile che possa essere stata creata e felice me ne torno a casa. Ancora credo di non voler mai più scrivere. La storia, quella è sempre nella regione del mio cervello abitata dai volti che ho incontrato in trentatré anni di vita di sfuggita. Il tizio in treno, la donna che usa l'iphone in spiaggia come specchietto, i due ragazzi che si baciano, il belloccio che si sente Brad Pitt e invece non arriva nemmeno ai livelli di Gabriel Garko che, voglio dire,questa gran cosa non è così via, fino ad arrivare ai personaggi della storia che mi frulla nel cervello in questo momento. Sono onde che vanno e vengono, si infrangono rumorose dietro la mia nuca e chiedono di essere ascoltate.
Queste sono le tre fasi che di norma attraverso quando devo scrivere una storia. Come vi raccontavo, amici, sono tre le fasi conclamate. Queste fasi possono sfociare solo ed unicamente in due grandi mari: il successo o il fallimento. Spesso le storie che immagino restano a farmi compagnia per un po'. Sembrano buone, interessanti e vivono lungo il corso di venti o trenta pagine di word. Alla fine però, muoiono lì. Appese come i panni freschi di bucato. Profumano di buono, ma se non li stiri non li puoi indossare. A meno che tu non viva negli USA, ma qui in Italia, noi si usa ancora stirare. Purtroppo. Altre volte invece, le trenta pagine diventano cinquanta, poi novanta e per magia sei a cento e allora ti rendi conto che quella storia è diventato un libro e questa, amici, è la sensazione di potenza più esaltante che un essere umano possa sentire. E per quei momenti appena prima di capire che sì, stai scrivendo un libro, che ogni volta supero la depressione e mi dico, fanculo! Se incontro uno che non dimentica mai la lista della spesa a casa io lo evito. E' un tipo sospetto!

Sono donna ergo bugiarda, aka le bugie che devi conoscere per sopravvivere ad una vita da donna.

Noi donne mentiamo. Questa frase, lo riconosco, può sembrare, lo slogan adatto ad un gruppetto di maschilisti, ma leggete con attenzione. Noi donne (in verità noi essere umani,ma sono donna e mi occupo del mio genere) mentiamo. E' la società, che ci ha insegnato a farlo in certi casi, in altri, è lo spirito di sopravvivenza.
Da bambina, menti quando, siete pronte per uscire di casa e tu dici a tua madre che non hai bisogno di fare la pipì. Sei pigra e poi il water è così alto. Allora tua madre ti da fiducia, perché è una buona madre e non vuole ledere la tua autostima, uscite e zaac devi farla, ma tu, stoica sin da piccola, in quanto donna e, di strada ne hai da farne, tesoro, la tieni, il tuo perineo, che ancora non sai nemmeno di possedere, è in splendida forma , quindi, metti su un'improbabile danza del ventre, tua madre ovviamente lo sa, ma vuole vedere fin dove vuoi arrivare. Inutile dirlo,  alla fine sei costretta ad accovacciarti dietro un albero. Scema, falla a casa, ascolta un'amica!
Da ragazzina, menti quando, le tue amiche sono tutte oltre il confine della prima mestruazione e tu no, allora dici che sì, ovvio che l'hai avuta anche tu. Oppure menti perché, al contrario, sei l'unica oltre quel confine e cerchi disperatamente di tornare indietro perché non eri pronta a lasciare le bambole così presto. In ogni caso, l'ormone ti porta alla bugia.
Da adolescente menti sulle stesse questioni maschili, quali:
  • sigarette: tu giuri e spergiuri di non fumare. la tua camera grigio Londra, palesa la menzogna agli occhi di tutti, ma sei nel pieno della fase fottesega, hai 15 anni quindi "Cazzo, non fumo!". Un alieno è entrato dalla finestra, ha detto di essere sulla terra per uno studio sulle nostre abitudini. Ha preso dal tuo zaino le sigarette DI CLAUDIA, se n'è accese un paio et voilà il fumo. La balla regge alla grande. Nella tua mente l'unico anello debole è Claudia che non fuma, ma fottesega, tua madre nemmeno la conosce ancora Claudia che inizierà a fumare verso i 18 anni, ma questo è irrilevante.
  • canne: tua madre- hai provato a fumare una canna?
    tu- No, mamma, ma che come ti viene in mente? sguardo colpevole che ruota vorticosamente e ridarella isterica. Mettiti di tua spontanea volontà una tuta a strisce bianco e nere che fai prima. Ciaone proprio.
  • Alcol: tua madre- ma in quel bar dove vi ritrovate vendono alcol ai minorenni?
    tu- Seeeee, io con la mia 5000 lire di paghetta- da dividere probabilmente con tua sorella- (voglio dire, questo potrebbe o non potrebbe essere un ricordo della mia adolescenza) compro solo una coca cola e poi tutti gettoni per il video game Bubble Bobble.
    Nel momento in cui, senza alcuna domanda posta, spieghi cosa te ne fai della paghetta, stai automaticamente dichiarando la tua colpevolezza. In più la coca cola ti fa schifo e tua madre lo sa e sei la negazione ai video game e questo lo sanno proprio tutti.
Da giovane donna, affini l'arte della menzogna. Hai venti anni e la prova costume inizia ad essere un argomento che irretisce anche te che, fino a ieri, avevi tutti i neuroni funzionanti ed al loro posto.
Tua madre- hai mangiato all'università?
Tu- sì (senza perderti in digressioni, tanto lo sai che ti chiederà cosa, visto che brava bugiarda sei diventata?)
Tua madre- Cosa?
Tu- (sorriso compiaciuto) un panino provola e crudo con Mara (una tic tac, un caffè e un pacchetto di marlboro light).
Scema! Hai fatto un danno solo a te stessa, non a tua madre, ma hai 20 anni, non lo puoi capire, forse, non lo devi ancora capire.
Ancora:
tu- mamma dormo da Claudia stasera. (ti ricorda qualcuno, amica?) Poi fai una figlia e scopri che non solo a venti anni era una decerebrata irresponsabile, ma anche fortunata! Avresti potuto incontrare un maniaco e non un fidanzato normale con il quale credevi di dover vivere per l'eternità stile Delena (sì, muoio per the vampire diaries) e invece hai preso a calci in culo dopo un po', ma hai 20 anni, lo capisco, vivere una relazione poco salubre è da manuale. Sei nel pieno del tuo all in.
Poi, arriva, è ragionevole pensare verso i 25 anni, l'età adulta. Io sono un po' lenta e il processo ha impiegato proprio un quinquennio intero, a 30 però ero adulta.
Hai una laurea in tasca che non usi, hai scelto l'uomo giusto (e non sai nemmeno tu come hai fatto) ti sei sposata, avevi giurato che non l'avresti fatto, ma, di nuovo, le donne mentono. Insomma, a 30anni cosa c'è ancora da mentire, mi chiederai? Si suppone tu sia adulta e vaccinata. Voglio dire, hai una tua casa, sei indipendente e invece... le donne mentono, poi non dire che non ti avevo avvisata!
Hai un lavoro, una casa, un uomo, una pseudo vita sociale e SOLE 24 ore di tempo al giorno, ovvio che menti! Devi mentire. E' lo spirito di sopravvivenza di cui ti parlavo all'inizio del post, che te lo impone.
Tu e il tuo uomo lavorate entrambi,ma tu hai la sventura di rientrare prima a casa. Ok? Quindi la cosa va così, non provare a negarlo.
Amore telefona.
A.- tesoro, che si mangia stasera? Hai cucinato?
Tu- Certo!
Non è vero, sei ancora col culo sul divano a spippolare sull'iphone. La verità, quel corpo estraneo alla tua bocca donna, è la seguente: fino a quella telefonata non avevi nemmeno immaginato che si dovesse mangiare, perché ehi, non è mai stato un tuo problema, ma di tua madre. Devi smetterla di pensare che il piano fuochi della cucina esista solo per il caffè della mattina e che tua madre presto o tardi imparerà a cucinare per via telepatica. Quindi ti alzi, mi sembra di vederti, apri una busta di insalata, aggiungi, sale, olio e limone (perché al tuo uomo pice il limone e tu sei una buona compagna) , apri due scatolette di tonno e la cena è servita! Con l'esperienza poi, imparerai ch el'insalata va condita quando amore è a casa o si ammoscia. :)
Poi diventi madre. Amica, queste sono le menzogne più grandi  che dirai, perché è la società ed un manipolo di bigotte che te lo impongono. Dirai che la gravidanza è uno stato di delizia e di salute! BUGIA, BUGIA, BUGIA. La nausea, i piedi affetti da elefantiasi e la pancia così grande da renderti impossibile la visione della punta dei piedi TI FA CAGARE, dillo. Sei normale, tranquilla. Menti pure, lo facciamo tutte, ma poche di noi lo ammettono.
Quindi, l'erede viene al mondo e ok, il tuo cuore capitola come non farà mai più, a meno che, tu non sia così folle, da farne un altro, perché, mi dicono, in quel caso, il cuore raddoppia (altra bugia del sesso femminile? Non lo so, non ti posso aiutare. Ne ho una e sto bene, banco). Ti dici che in questo rapporto, non ci saranno bugie, solo candore. Stai mentendo in quello stesso istante. Di bugie, amica mia, dovrai dirne a tuo/a figlio/a e anche a più riprese. Quando ti vedrà esausta e triste a causa sua (poppate, mesi di insonnia sono solo due delle gioie della maternità) tu gli racconterai una balla che riuscirà a non far dubitare tua figlio o tua figlia del tuo perfetto e imperturbabile stato di felicità. Gli mentirai quando lo porterai a fare il primo vaccino, distraendolo con un pupazzo qualunque mentre il dottore gli fa la siringa, anzi, le siringhe e gli mentirai più o meno lungo tutto il vostro cammino, dicendo a te stessa e quindi a lui/lei che sei totalmente certa di quello che stai facendo. Bugia enorme, la maternità è la cosa più spaventosa ed il percorso meno chiaro che affronterai mai nella tua vita, ma va bene così, per fortuna hai tuo figlio/a che saprà condurti alla grande. Impara solo a fidarti di lui/lei. Io, sono un pessimo esempio. Sono una madre nevrotica, segnata dalla paura dell'abbandono talmente tanto, che  sommergo Virginia di attenzioni e baci che nemmeno mi chiede, povera stella. E le dico tante balle. A mia discolpa, Virginia è una bambina mentalmente impegnativa. A due anni, appena cioè, ha imparato a dire perché, è iniziato il mio calvario. Mento per disperazione. I nostri dialoghi sono un susseguirsi di perché e rischiano di portarmi spesso e volentieri alla neuro, così le mento, invento storie è questo quello che faccio. E' questa la mia tecnica, ogni madre ha la sua. Conosco mia figlia. Il mondo dell'immaginazione è il suo posto. Allora, quando sento che quel perché è l'ultimo che riesco a reggere con una conversazione razionale, parte la storia e lei, in qualche modo, trova pace. Si cheta. Quindi ecco il mio consiglio. Menti e crea un mondo pieno di fantasia e storie belle da immaginare per tuo figlio/a, tanto il mondo è un posto infame e molto presto toccherà lasciarlo/a camminare da solo/a, per lo meno, avrà un bagaglio di storie da raccontarsi quando la vita gli sembrerà insopportabile.
Con "amore" che, ormai già sa, che sul tema cucina e affini, sei una bugiarda patologica, sai, dentro te, di non aver più bisogno di mentire. E' il tuo porto franco dalle bugie. Eppure amica mia,  ci saranno momenti da ora in poi in cui gli mentirai. Lo farai, paradossalmente, perché lo ami tanto, troppo e non vuoi si senta escluso dall'orbita del tuo cuore che, a sua volta, orbita ormai solo intorno all'esistenza del tuo erede.
Amica, non ti voglio mentire, almeno tra di noi, diciamoci le vere verità del nostro bellissimo universo femminile.
Se sei diventata madre da poco, anzi, mi correggo, se solo hai partorito da un tempo indecifrato, ci saranno momenti in cui la tua stessa femminilità ti sembra una grossa bugia. Momenti in cui sarai solo l'ombra della donna che eri e in effetti, amica, non sei più quella donna, sei tanto di più. Sarai stressata, impaurita, nervosa e soprattutto stanca perché casa, figli, marito, lavoro... la vita insomma. Tuo marito che ti ama, ti cercherà. Ad un certo punto, lui reclamerà la vostra vecchia intimità. Lui ancora non sa che, quell'intimità ormai e morta e sepolta. RIP. Allora amica, tu mentirai e fingerai di voler anche tu quell'intimità. E lo farai. Lo so, ora stai leggendo e penserai MAI E POI MAI, ma fidati lo farai perché tu e "amore" in questo momento siete su due livelli di intimità diversi.  A te interessa quello mentale, a lui quello fisico e sappi che più invecchierete, più sarà così. No, non dico che la maternità rende asessuate, per niente, ma cambia qualcosa nel nucleo del tuo essere più profondo. Sei madre. E' un processo irreversibile. Lo so, suona banale, ma amica, dillo comunque a te stessa, ti aiuterà. Sei madre, hai ospitato per 9 lunghi mesi un altro essere umano dentro il tuo stesso corpo. Dio mio, è pazzesco solo scriverlo. Hai rinunciato al naturale possesso di te stessa per 9 mesi. Hai condiviso sangue, aria, cibo e acqua con un altro essere che viveva dentro te stessa. Quale uomo sarebbe capace di tanto? Quale uomo potrà mai provare questa intimità con un altro essere vivente? Capisci ora, perché dico, che il tuo concetto di intimità si è spostato? Devi solo scoprire una nuova intimità con il tuo "amore". In qualche modo la gravidanza, ha estromesso il tuo cervello, dal suo ruolo di padrone del tuo corpo, che aveva sempre esercitato. Diciamo che il tuo corpo, in qualche modo, è in comproprietà con tuo/a figlio/a. Tornare a vedere il tuo corpo come un semplice agglomerato di carne e ossa e non, come un tempio sacro, è un procedimento lento. A volte richiede anni. Alcune donne non smettono di pensare a se stesse come un posto sacro, dove l'intimità reale è solo quella che si instaura con il proprio inquilino :) Personalmente ci sto ancora lavorando. Dopo il parto, mi sono presa il mio tempo. Be' diciamo che la natura che è donna, ci da una mano in questo senso ;P Dicevo ho impiegato tempo a ritrovare mio marito. Per un po', tutto quello che vedevo era il padre di Virginia. Non ho mai smesso di amarlo, ma ero come dire, una neofita di questa nuova prospettiva dell'intimità e poi, ho allattato Virginia per 19 mesi, questo non rendeva il mio ciclo ormonale proprio quello di un tempo :) poi qualcosa è cambiato. Gli ho mentito? Sì, perché lo amo e volevo tenerlo stretto a me. Lo rifarei? Sì, perché grazie a quel paio di bugie dette a quel tempo oggi siamo una coppia più forte. Ci diamo appuntamento di pomeriggio come due adolescenti e ho fatto pace col fatto che lui è uomo, non è colpa sua se non può capire i tumulti e le fragilità a cui la maternità ci sottopone.
Voglio solo dirti che, va bene così. Prenditi il tuo tempo. Nel frattempo vai incontro al tuo "amore" e fa quello che fanno tutte le donne dalla notte dei tempi (anche se, non si perché non sta bene ammetterlo) menti. L'appetito vien mangiando, non lo sai?
Vorrei dire qualcosa tipo, vedi? Mentire è normale e non è così sbagliato se lo fai per le motivazioni giuste, ma mentirei ancora e ancora e ancora. Mentire è sbagliato, ma forse questo non è mentire, forse questo è solo vivere.

P.S. A mia figlia Virginia, vorrei dire, sei nei guai bambina, ogni bugia che mi dirai, io l'ho già detta. Stai in campana, baby.