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mercoledì 25 novembre 2020
Sulla quantica di noi stessi e la realtà che ci circonda.
Carl Jung affermava che l’incontro di due personalità è come il contatto tra due sostanze chimiche: se avviene una qualche reazione, entrambe saranno trasformate. Per sempre.
Questa grande verità è la base di tutta l’esperienza di vita su questa Terra.
Oltre i confini della fisica, nel pieno della quantistica, sappiamo ormai senza alcun dubbio che alla base della materia ci sono le relazioni.
In altre parole, una molecola può esperire la sua realtà, solo e unicamente attraverso la relazione che saprà instaurare con un’altra molecola.
Allora, se tutto questo è vero, perché ci ostiniamo a credere di essere unidimensionali?
Perché ci costa tanta fatica accettare che tutti, ma proprio tutti, viviamo una perenne dialettica interna?
Veniamo educati al culto dell’ego fin da bambini e nel processo di crescita il bagaglio che ci portiamo sulle spalle di idee, di etichette che ci sono state affibbiate nel tempo diventa più imponente.
Sei timida/o, sei matta/o, sei intelligente, sensibile, egoista.
Così ci convinciamo di conoscerci tranne poi scoprire che, nella realtà, non abbiamo la minima idea di chi siamo nel fondo profondo di noi.
Ho perso il conto delle volte in cui guardandomi attraverso lo sguardo di chi mi circondava pensavo sì, sono questa, ma sono anche questa e questa e questa.
E più mi guardavo dai vostri occhi, più mi distaccavo da me tanto che a trentacinque anni non avevo più la minima idea di chi fossi. Vivevo in uno stato di annebbiamento continuo.
Qualunque cosa facessi pensavo cose di questo genere: ma sono io a volerlo o è la Michela che vuole mia madre, mia sorella, mio padre, mio fratello, il mio ragazzo, la mia migliore amica, chiunque, ma non la vera me?
Qualcuno ci si riconosce?
Mia madre. Il capitolo più corposo della mia biografia.
Mia madre è stata ed è la migliore madre che potesse essere. Sempre, anche quando credeva di sbagliare, in realtà stava facendo l’unica cosa che potesse fare in quel momento.
Essere genitori significa molte cose. Mi è più chiaro, ora che sono madre da un tempo ragionevolmente lungo. Soprattutto vuol dire dare sempre il meglio di sé, anche quando pensi di essere al peggio di te.
Essere lo specchio pulito nel quale tuo figlio guarda.
Essere la donna che mia figlia riceve come primo modello. Un modello che nell’adolescenza o forse più in là, lei ripudierà, ma al quale poi tornerà.
Dentro me convivono molte Michela. Ho impiegato svariati anni e parecchie centinaia di euro in terapia per accettarlo. Mi duole dire che, nel mio caso specifico, la chiave di volta non è stata la terapia, non perché io creda sia la scelta sbagliata in assoluto, ma perché non mi sono mai posta in una posizione relazionale col mio terapeuta, di conseguenza, qualunque tentativo di comunicazione da parte sua era sempre un completo fallimento.Non ascoltavo. Li vivevo come persone da dover accontentare dicendo loro ciò che pensavo volessero sentire e, in fondo, è ciò che ho sempre fatto con tutti. La mia chiave di volta, come molti di voi sanno, è stato il tappetino di yoga dove ogni giorno sono in relazione con me stessa e con la realtà che mi circonda. Sul tappetino, ho scoperto come accendere il canale uditorio e quello percettivo e come spegnere il mio cervello e le idee a lui avvinghiate. Sul tappetino ho imparato ad osservare.
Non importa come, importa che ora sono consapevole della mia molteplicità e che tutti funzioniamo come multipli. Così ho imparato a concedermi il lusso delle delusioni.
Dentro me c’è la piccola Michela. Ha subito un abbandono, necessita di ricordarlo e validarlo ogni giorno per non sentire ancora il torto e l’offesa subita.
C’è la Michela moglie che non riesce a darsi pace perché non è capace di stare in un’unione normale con un uomo. La Michela che soffre perché ogni persona fino ad oggi incontrata la colpevolizza di essere complicata in amore, in amicizia, in famiglia.
C’è la Michela con le manie di controllo che ha bisogno di gestire tutto e tutti.
Ci sono parti oscure dentro ognuno di noi.
Parti di cui ci vergogniamo e che cerchiamo di nascondere alla vista del mondo.
Parti che saremmo disposti a fare di tutto per gestirle, anestetizzarle, ammutolirle, spegnerle.
E in ognuno di noi c’è un impietoso giudice interno.
Spesso le due parti sono in conflitto.
Il giudice non riesce a tenere a bada il bambino umiliato che irrompe nel mezzo di situazioni delicate della nostra vita a richiedere che sia riconosciuto quel dolore.
Allora, interviene una terza parte, ben più pericolosa delle prime due: il pilota automatico.
Lo riconoscete?
Quello che mantiene viva la memoria del dolore dentro noi. Quello che: io questo dolore non lo voglio vivere ancora una volta e allora azzera tutto . Ci spegne il cervello e si mette in un’unica modalità: EVITARE IL DOLORE e diamine ci riesce sempre.
Ognuno col suo modo. Non è forse vero? Un bicchiere di troppo, sostanze stupefacenti, sesso promiscuo, sesso estremo, porno, stalking, bulimia, anoressia, rompere con chi ami prima che rompa lui/lei con te, prenderti cura di tutti quelli che ti circondano eccezion fatta per te stesso.
Ne potrei nominare molte altre.
La maggior parte di noi convive con una personalità da dipendenza senza nemmeno averne idea.
E le dipendenze non sono solo quelle del tossicodipendente per cui risulta necessaria la riabilitazione
Le dipendenze sono reazioni di difesa.
Sono richieste di aiuto da noi, per noi.
È la parte di noi che ci chiede di spegnere il dolore.
Quindi che si fa? Ci lasciamo andare alle dipendenze e agli estremi per distrarre il nostro cervello dal dolore? Per stordire la sofferenza?
Ovviamente, no.
Tuttavia, ho imparato che riconoscere la mia personale tendenza all’autodistruzione e all’autosabotaggio è il primo passo per tenermi sana e equilibrata.
Diventare madre lungo questo processo, mi ha fatta sbandare in principio, ma poi mi ha aiutata perché mi tiene sempre attenta su che tipo di donna voglia essere per onorare mia figlia e cercare di darle il buon esempio.
Ecco, credo che questo sia un buon esercizio che tutti dovremmo fare con o senza figli.
Che tipo di persona vuoi essere per onorare te stesso e la vita che ti è stato concesso di vivere?
La buona notizia è che tutti abbiamo al nucleo di noi, strato dopo strato, al netto del bambino, del giudice, dell’autolesionista, un adulto che può gestire la nostra molteplicità.
Possiamo essere noi stessi nostri genitori.
La nostra natura è mutevole e molteplice, cambia nel corso delle relazioni che instauriamo con l’altro. Tutte queste nature, possono coesistere. Dobbiamo solo imparare ad essere più compassionevoli con noi stessi.
Dobbiamo imparare ad amarci, a perdonarci.
Guardarci allo specchio e dire a noi stessi: io posso aiutare me stesso.
Vuol dire uscire dall’obsoleta idea di noi come un’entità statica e monolitica che ci viene data alla nascita e, capire, che quella con noi stessi è la prima relazione sulla quale siamo obbligati a lavorare fino alla fine dei nostri giorni.
Vuol dire non avere paura di chiederci: chi sono io?
Andare alla scoperta di noi ogni, singolo, giorno.
HAMSA
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mercoledì 10 gennaio 2018
Fenomenologia del Ser e dell'Estar nella lingua spagnola e, come applicarla, al concetto di Amore.
L’amore non basta. Non so più in quante lingue, ci sia ancora bisogno di spiegare questo semplice assioma.
L’AMORE NON BASTA, o se preferite, L’AMORE FINISCE, o più cinicamente, L’AMORE NON ESISTE DOPO I 20 ANNI. Smettiamola di stare a pettinare le bambole.
L’amore, come ce lo raccontiamo, non esiste. Quello, al limite, si chiama innamoramento e, i cervelloni del MIT hanno anche già dimostrato, che dura al massimo un paio di anni.
Amici, siamo italiani, la nostra lingua è tra le più variegate e perfette al mondo. Usiamo i termini giusti.
Un uomo meraviglioso, una volta mi ha detto: la differenza che corre tra amare ed innamorarsi, è, esattamente, quella che corre nella lingua spagnola tra il verbo Ser e il verbo Estar. Entrambi, possono essere tradotti con il nostro essere, ma nella realtà, in spagnolo, l’uso del verbo essere segue due rigide vie, quelle, appunto, di ser y estar. Per un italiano, questo è il punto più problematico della grammatica spagnola. Estar, è transitorio. Oggi è così, domani non si sa. Ser, invece, è imprescindibile dalla tua condizione di essere. È intrinseco al tuo nucleo. Definitivo.
In questa metafora, innamorarsi è temporaneo, è figlio dell’estar. Oggi, ora, qui. Domani? Amare, presuppone, agli occhi di un italiano, la stessa perentorietà del verbo ser per uno spagnolo. Così è e così sarà, per sempre. Curioso che per gli spagnoli però, si dica solo- estar enamorado e mai e poi mai, soy enamorado, perché, quando anche duri molto a lungo, alla fine questa condizione perirà. Ed è ancora più paradossale, che una delle caratteristiche più definitive di noi umani, la morte, sia, in spagnolo, comunque, sorretto dal verbo estar. Si dice, -està muerto e non, -es muerto. Forse, avrei dovuto rispondergli così.
In ogni caso, non so se sia davvero come diceva lui. Me lo chiedo ogni giorno. Ovvio, sarebbe bello pensare all’amore come un porto sicuro dal quale non esci più, ma mi sembra, mio malgrado, un’idea bizzarra. Intrinseco. Che appartiene alla cosa in sé. Che entra nella sua essenza, che procede dalla sua intima natura. Ah certo, certo, come se a 35 anni fosse davvero possibile trovare qualcuno che procede dal suo nucleo al tuo nucleo in un processo di quasi metempsicosi senza snaturarsi! Come se a 35 anni, uno davvero può andarsene a giro per il mondo, sperando di incontrare uno/a che ti comprenda al di là di sé stesso. No, dico, ma siete seri?
Almeno nella temporaneità dell’estar, che a un italiano ricorda più lo stare che l’essere, definiamo una condizione che, nel momento stesso in cui la enunciamo, è vera al 100%. Sono innamorata di te e, in questo momento in cui te lo dico è: liberatorio, vero, profondo, devastante, doloroso, appassionato e forte. Per paradosso, mi è quasi intrinseco. E boom, bada come ti risolvo l’amore!
L’importante, sarebbe conservare l’onestà intellettuale di non promettere.
Le promesse sono arme letali. Uccidono il sentimento, violentano il desiderio perché, sottintendono un senso di responsabilità del quale, le nostre vite di adulti, sono già fin troppo impregnate. Per questo, l’amore dopo i 20 è una leggenda. A 35 anni, non è come quando a 20 anni sei responsabile solo per te stessa e, a dirla tutta, se si osserva, per esempio, la mia vita a 20 anni, neanche tanto. A 20 anni per sempre è davvero per sempre. A 20 anni per sempre è l’unica condizione che ti sembra possa avere senso nel tuo sentimento. Perché ami davvero. Sei nell’essere, nel ser. È un amore intrinseco, totalizzante. È definitivo, tranne poi, inevitabilmente, finire, perché siamo umani. Ma quel per sempre è, per sempre, dentro te. Non è forse vero che il primo amore non si dimentica? A 25, hai preso qualche batosta, ma ci credi ancora, perché Jane Austen ha creato quel cazzo di Mr Darcy e tu non puoi rinunciarvi. A 30, inizi a pensare che, forse, per sempre no, ma almeno un paio di anni. A 35, sei mesi ti sembrano la promessa di fedeltà di un uomo, che davanti a Dio, ti giura di amarti fino alla morte; lo guardi mentre ti offre il caffè e pensi: che si fa? Si fa? E il tuo per sempre, si ferma in quel bar, a baciare quella tazzina di caffè fumante, perché all’uscita non sarete già più gli stessi. Sì, è così. Non provate a negarlo. L’amore a 35 anni è tutto un: “Ascolta io ho da fare, che fai mi cammini accanto sì o no? Perché io non ho tempo e voglia di fermarmi a guardare se ci sei o sei caduto”? Ci camminiamo accanto. Non insieme. Il problema del camminare accanto a qualcuno è che, il percorso può essere meraviglioso, a patto che si mantenga lo stesso passo, lo stesso ritmo. Spesso però, accade che uno dei due inizi, a camminare a passo più svelto o, che l’altro inizi a rallentare, quello che conta, è che il ritmo dei passi non è più dettato in due tempi armonici, ma diventano due assoli e, allora, camminare l’uno accanto all’altra, non ha più senso.
Il problema delle relazioni, di quelle in cui ho sempre vissuto io, è questo. A voler proprio essere onesti, non è che possa biasimare chi ci ha provato a restare nella mia vita.
Il problema delle coppie nelle quali esisto io, sono, appunto, io. E non è che voglia fare la maledetta a tutti i costi. Non è che io cerchi una scusa da- ”ti lascio, perché ti amo troppo” no, è, piuttosto, una sopraggiunta consapevolezza di chi sono. Uno straordinario, tanto atteso, dono del 2018.
Vedete, sono una persona più comune del normale. Molti di voi si ritroveranno in quel che sto per dire, il problema, quello che mi rende patologica, è come reagisco alle mie stesse azioni.
In campo sentimentale, ho una pessima abitudine, lego a me i cuccioli randagi; di base, perché sono una randagia anche io e per la proprietà commutativa non riesco a vedere altri risultati se non randagio+randagia= piccolo randagio non più randagio.
Li prendo dal ciglio delle loro vite, li faccio entrare nella mia, poi prendo il mio cuore per intero e lo metto al centro perfetto delle loro mani. Lo faccio con scienza. Lo faccio per renderli consapevoli che anche un randagio, può prendersi cura di un cuore e, in quel momento, ci credo. I miei bisogni si allineano ai loro. I miei desideri si nutrono e si amplificano attraverso i loro. Ogni volta, ogni singola volta, che ho lasciato entrare un uomo perché mi sembrava abbastanza irruente da volermi con l’energia giusta, alla fine, è stato così. Non sapevo quale “cammino di fede” avremmo intrapreso insieme e viaggiavo nella nostra relazione nella totale inconsapevolezza di me e di loro. Il conto, inutile a dirsi, mi è sempre stato presentato alla fine. Salato. Il casino, è che quando vivi per dare agli altri quel che vogliono o, quel che tu credi sia giusto loro vogliano, arriva sempre il momento in cui, quella cosa gliel’hai data, o se la sono presa e tu, non puoi fare altro che domandarti – e ora? Ed è come un ceffone in pieno volto.
Come un interruttore delle tue emozioni, che quando incontri il randagio lo spegni perché –ho già l’empatia che me ne faccio anche delle mie emozioni? Poi quando lo riaccendi (e lo riaccendi sempre, fidatevi) tutto torna in memoria come un boomerang; ti guardi da fuori e ti domandi- ma dove diamine ero?
Metti i ricordi emotivi in fila. Uno dietro l’altro. Riprendi coscienza di te e scopri che sei emotivamente vuoto. Scopri che non hai più niente da dire. Ma, a quel randagio, hai promesso castelli e bimbi belli e ora, sei in una situazione che gli antichi romani avrebbero descritto come del cazzum.
Ora è dura, non è vero, dire -amici come prima?
Per questo sono sempre rimasta nello estar enamorada. Forse, avrei dovuto rispondergli così.
Il problema con quelli come me, è che noi diamo, ma non prendiamo, perché ci sentiamo dei cazzo di super eroi. Siamo mossi da due motori e solo due: orgoglio e dignità. Questo, ci impone di pensare che, chi ci sta di fronte, sappia chi siamo e cosa vogliamo. Ve lo ricordate quello che vi ho detto all’inizio di questo lungo, estenuante post? Dove lo trovi a 35 anni uno capace di comprendere tu chi sia al di là di sé stesso? Ecco, il problema di quelli come me, è che noi, invece, vogliamo quel tizio lì. E siamo così occupati a risplendere, a fare le meraviglie nelle vite altrui, che non ci occupiamo di fare conoscere noi stessi a chi ci sta di fronte. Li ascoltiamo, li nutriamo, realizziamo le loro grandezze e li facciamo rimbalzare sulla scocca più esterna di noi.
L’orgoglio dell’essere sempre magnifici ce lo impone. Se non chiedi, anzi, se non fai le domande giuste io non ti dico chi sono perché, allora, non ti interessa. Ma ci interessa, è chiaro come il sole. Ci interessa che vogliate sapere. E forse a voi interessa, ma non come noi vogliamo che vi interessi, con la fame di sapere ogni singolo elemento di noi. Con la possibilità di sentirci vivisezionati. Messi sotto il microscopio, perché sei il più magnifico rompicapo che mi sia mai capitato. Con la possibilità di sentirci inseguiti, ma non braccati. Con la possibilità di tacere e di avere la certezza di essere compresi. Con la possibilità, di smetterla di dover dire, - estoy enamorada per poter dire, una volta, almeno una volta, - te amo.
E, sì, non ho detto te quiero, di proposito. Forse, avrei dovuto rispondergli così.
L’AMORE NON BASTA, o se preferite, L’AMORE FINISCE, o più cinicamente, L’AMORE NON ESISTE DOPO I 20 ANNI. Smettiamola di stare a pettinare le bambole.
L’amore, come ce lo raccontiamo, non esiste. Quello, al limite, si chiama innamoramento e, i cervelloni del MIT hanno anche già dimostrato, che dura al massimo un paio di anni.
Amici, siamo italiani, la nostra lingua è tra le più variegate e perfette al mondo. Usiamo i termini giusti.
Un uomo meraviglioso, una volta mi ha detto: la differenza che corre tra amare ed innamorarsi, è, esattamente, quella che corre nella lingua spagnola tra il verbo Ser e il verbo Estar. Entrambi, possono essere tradotti con il nostro essere, ma nella realtà, in spagnolo, l’uso del verbo essere segue due rigide vie, quelle, appunto, di ser y estar. Per un italiano, questo è il punto più problematico della grammatica spagnola. Estar, è transitorio. Oggi è così, domani non si sa. Ser, invece, è imprescindibile dalla tua condizione di essere. È intrinseco al tuo nucleo. Definitivo.
In questa metafora, innamorarsi è temporaneo, è figlio dell’estar. Oggi, ora, qui. Domani? Amare, presuppone, agli occhi di un italiano, la stessa perentorietà del verbo ser per uno spagnolo. Così è e così sarà, per sempre. Curioso che per gli spagnoli però, si dica solo- estar enamorado e mai e poi mai, soy enamorado, perché, quando anche duri molto a lungo, alla fine questa condizione perirà. Ed è ancora più paradossale, che una delle caratteristiche più definitive di noi umani, la morte, sia, in spagnolo, comunque, sorretto dal verbo estar. Si dice, -està muerto e non, -es muerto. Forse, avrei dovuto rispondergli così.
In ogni caso, non so se sia davvero come diceva lui. Me lo chiedo ogni giorno. Ovvio, sarebbe bello pensare all’amore come un porto sicuro dal quale non esci più, ma mi sembra, mio malgrado, un’idea bizzarra. Intrinseco. Che appartiene alla cosa in sé. Che entra nella sua essenza, che procede dalla sua intima natura. Ah certo, certo, come se a 35 anni fosse davvero possibile trovare qualcuno che procede dal suo nucleo al tuo nucleo in un processo di quasi metempsicosi senza snaturarsi! Come se a 35 anni, uno davvero può andarsene a giro per il mondo, sperando di incontrare uno/a che ti comprenda al di là di sé stesso. No, dico, ma siete seri?
Almeno nella temporaneità dell’estar, che a un italiano ricorda più lo stare che l’essere, definiamo una condizione che, nel momento stesso in cui la enunciamo, è vera al 100%. Sono innamorata di te e, in questo momento in cui te lo dico è: liberatorio, vero, profondo, devastante, doloroso, appassionato e forte. Per paradosso, mi è quasi intrinseco. E boom, bada come ti risolvo l’amore!
L’importante, sarebbe conservare l’onestà intellettuale di non promettere.
Le promesse sono arme letali. Uccidono il sentimento, violentano il desiderio perché, sottintendono un senso di responsabilità del quale, le nostre vite di adulti, sono già fin troppo impregnate. Per questo, l’amore dopo i 20 è una leggenda. A 35 anni, non è come quando a 20 anni sei responsabile solo per te stessa e, a dirla tutta, se si osserva, per esempio, la mia vita a 20 anni, neanche tanto. A 20 anni per sempre è davvero per sempre. A 20 anni per sempre è l’unica condizione che ti sembra possa avere senso nel tuo sentimento. Perché ami davvero. Sei nell’essere, nel ser. È un amore intrinseco, totalizzante. È definitivo, tranne poi, inevitabilmente, finire, perché siamo umani. Ma quel per sempre è, per sempre, dentro te. Non è forse vero che il primo amore non si dimentica? A 25, hai preso qualche batosta, ma ci credi ancora, perché Jane Austen ha creato quel cazzo di Mr Darcy e tu non puoi rinunciarvi. A 30, inizi a pensare che, forse, per sempre no, ma almeno un paio di anni. A 35, sei mesi ti sembrano la promessa di fedeltà di un uomo, che davanti a Dio, ti giura di amarti fino alla morte; lo guardi mentre ti offre il caffè e pensi: che si fa? Si fa? E il tuo per sempre, si ferma in quel bar, a baciare quella tazzina di caffè fumante, perché all’uscita non sarete già più gli stessi. Sì, è così. Non provate a negarlo. L’amore a 35 anni è tutto un: “Ascolta io ho da fare, che fai mi cammini accanto sì o no? Perché io non ho tempo e voglia di fermarmi a guardare se ci sei o sei caduto”? Ci camminiamo accanto. Non insieme. Il problema del camminare accanto a qualcuno è che, il percorso può essere meraviglioso, a patto che si mantenga lo stesso passo, lo stesso ritmo. Spesso però, accade che uno dei due inizi, a camminare a passo più svelto o, che l’altro inizi a rallentare, quello che conta, è che il ritmo dei passi non è più dettato in due tempi armonici, ma diventano due assoli e, allora, camminare l’uno accanto all’altra, non ha più senso.
Il problema delle relazioni, di quelle in cui ho sempre vissuto io, è questo. A voler proprio essere onesti, non è che possa biasimare chi ci ha provato a restare nella mia vita.
Il problema delle coppie nelle quali esisto io, sono, appunto, io. E non è che voglia fare la maledetta a tutti i costi. Non è che io cerchi una scusa da- ”ti lascio, perché ti amo troppo” no, è, piuttosto, una sopraggiunta consapevolezza di chi sono. Uno straordinario, tanto atteso, dono del 2018.
Vedete, sono una persona più comune del normale. Molti di voi si ritroveranno in quel che sto per dire, il problema, quello che mi rende patologica, è come reagisco alle mie stesse azioni.
In campo sentimentale, ho una pessima abitudine, lego a me i cuccioli randagi; di base, perché sono una randagia anche io e per la proprietà commutativa non riesco a vedere altri risultati se non randagio+randagia= piccolo randagio non più randagio.
Li prendo dal ciglio delle loro vite, li faccio entrare nella mia, poi prendo il mio cuore per intero e lo metto al centro perfetto delle loro mani. Lo faccio con scienza. Lo faccio per renderli consapevoli che anche un randagio, può prendersi cura di un cuore e, in quel momento, ci credo. I miei bisogni si allineano ai loro. I miei desideri si nutrono e si amplificano attraverso i loro. Ogni volta, ogni singola volta, che ho lasciato entrare un uomo perché mi sembrava abbastanza irruente da volermi con l’energia giusta, alla fine, è stato così. Non sapevo quale “cammino di fede” avremmo intrapreso insieme e viaggiavo nella nostra relazione nella totale inconsapevolezza di me e di loro. Il conto, inutile a dirsi, mi è sempre stato presentato alla fine. Salato. Il casino, è che quando vivi per dare agli altri quel che vogliono o, quel che tu credi sia giusto loro vogliano, arriva sempre il momento in cui, quella cosa gliel’hai data, o se la sono presa e tu, non puoi fare altro che domandarti – e ora? Ed è come un ceffone in pieno volto.
Come un interruttore delle tue emozioni, che quando incontri il randagio lo spegni perché –ho già l’empatia che me ne faccio anche delle mie emozioni? Poi quando lo riaccendi (e lo riaccendi sempre, fidatevi) tutto torna in memoria come un boomerang; ti guardi da fuori e ti domandi- ma dove diamine ero?
Metti i ricordi emotivi in fila. Uno dietro l’altro. Riprendi coscienza di te e scopri che sei emotivamente vuoto. Scopri che non hai più niente da dire. Ma, a quel randagio, hai promesso castelli e bimbi belli e ora, sei in una situazione che gli antichi romani avrebbero descritto come del cazzum.
Ora è dura, non è vero, dire -amici come prima?
Per questo sono sempre rimasta nello estar enamorada. Forse, avrei dovuto rispondergli così.
Il problema con quelli come me, è che noi diamo, ma non prendiamo, perché ci sentiamo dei cazzo di super eroi. Siamo mossi da due motori e solo due: orgoglio e dignità. Questo, ci impone di pensare che, chi ci sta di fronte, sappia chi siamo e cosa vogliamo. Ve lo ricordate quello che vi ho detto all’inizio di questo lungo, estenuante post? Dove lo trovi a 35 anni uno capace di comprendere tu chi sia al di là di sé stesso? Ecco, il problema di quelli come me, è che noi, invece, vogliamo quel tizio lì. E siamo così occupati a risplendere, a fare le meraviglie nelle vite altrui, che non ci occupiamo di fare conoscere noi stessi a chi ci sta di fronte. Li ascoltiamo, li nutriamo, realizziamo le loro grandezze e li facciamo rimbalzare sulla scocca più esterna di noi.
L’orgoglio dell’essere sempre magnifici ce lo impone. Se non chiedi, anzi, se non fai le domande giuste io non ti dico chi sono perché, allora, non ti interessa. Ma ci interessa, è chiaro come il sole. Ci interessa che vogliate sapere. E forse a voi interessa, ma non come noi vogliamo che vi interessi, con la fame di sapere ogni singolo elemento di noi. Con la possibilità di sentirci vivisezionati. Messi sotto il microscopio, perché sei il più magnifico rompicapo che mi sia mai capitato. Con la possibilità di sentirci inseguiti, ma non braccati. Con la possibilità di tacere e di avere la certezza di essere compresi. Con la possibilità, di smetterla di dover dire, - estoy enamorada per poter dire, una volta, almeno una volta, - te amo.
E, sì, non ho detto te quiero, di proposito. Forse, avrei dovuto rispondergli così.
martedì 17 novembre 2015
L'africa a casa mia.
A volte mi chiedo perché non possa fare a meno di mettermi in discussione.
Io sono un po' come i rettili, lo sono sempre stata, ad un certo punto, ho bisogno di cambiare pelle e non c'è nulla e non c'è nessuno, capace di fermarmi.
Ormai dovrei esserci abituata e invece, ancora oggi, mi fa male. E' proprio un dolore fisico. Il corpo sacrificato che si straccia le vecchie pelli di dosso e il nuovo strato, brillante, ma ancora troppo sensibile.
Le cose accadono per un motivo, sempre. Non ho un Dio particolare a cui parlare la sera, prima di addormentarmi. Credo però sia dannatamente vero che le vie del Signore sono infinite.
Fino al giorno in cui ho deciso di sposarmi, ho sempre agito di pancia. Sono fatta così, il mio motore sono le emozioni, anzi, spesso le sensazioni. Non sempre mi è andata bene. Sulla base delle mie esperienze, mi ero fatta l'idea che scegliere col cuore solamente, fosse sbagliato. Ho scelto mio marito con il cervello. Ecco, detta così può sembrare una cosa cinica e patetica, invece no. Mio marito è stata la prima scelta adulta della mia vita. Ho usato la testa. In quel momento frequentavo anche un altro ragazzo. Un ragazzo con il quale avevo dei trascorsi burrascosi, dovuti in gran parte, alla disarmante somiglianza dei nostri caratteri. Due prime donne insieme, non vanno lontano. Così quando ho pensato, ho trent'anni suonati e sono stanca di bruciare, ho capito che, mio marito, al quale non mi legava solamente un'emozione di pancia, ma anche una ventennale amicizia e conoscenza, era la persona giusta al mio progetto di vita. O questo, oppure, come sono più orientata a credere, i miei ormoni hanno scelto lui per riprodursi. In questi giorni però, mia madre mi ha invitato ad usare il cervello e quindi ecco la teoria dell'aver scelto mio marito col cervello e non con gli ormoni. :)
Insomma, il matrimonio è stato lo spartiacque della mia esistenza. Non avevo mai veramente pensato di sposarmi, mi era cara la massima di Troisi: "io non è che sia contrario al matrimonio, però mi pare che un uomo e una donna, siano le persone meno adatte a sposarsi", ma ad un certo punto mi sono buttata e mi sono ritrovata in una centrifuga incessante di emozioni e di ormoni, se consideriamo che dopo quattro mesi di matrimonio ero già incinta di Virginia. La nascita di Virginia ed i suoi primi tre anni di vita, sono stati un vero e proprio giro sulle montagne russe. Tanto che, guardando molte mie amiche che continuano a riprodursi senza il minimo cenno di cedimento mentale, inizio a domandarmi se davvero non sia il problema.
Virginia si è impossessata di me. Ha, di fatto, espropriato me stessa dal possesso del mio corpo che io ho sempre amato, essendo di base un'egocentrica narcisista, della mia capacità relazionale, fattore fondamentale al mio benessere psico fisico, perché con una bambina prima attaccata alle tette a fagocitare le quattro energie ancora rimaste nel tuo organismo e poi, col tempo, quando cresce, una bambina che vuole saltare, ciarlare e avere svelati tutti i perché del mondo, costantemente h 24, non è facile relazionarsi col mondo, spesso, hai solo voglia di un barattolo di nutella: muto e confortevole. Ma soprattutto, il mio amore più grande, la mia ragione di vita bla, bla, bla si è impossessata dei miei silenzi. Ora, chi scrive, ma anche chi legge, lo saprà. I silenzi reggono le nostre esistenze. Sono i pilastri della nostra vita. E' nel silenzio che si creano i romanzi, è nel silenzio che vivo la vita Anna Karenina. Il tutto, condito da un marito e non ho bisogno di altri approfondimenti, credo.
Insomma, sono passata dalla condizione di figlia, a quella di moglie e madre, in un lasso di tempo, davvero troppo breve. Non sono mai potuta essere donna, punto.
Fin qui, tutto normale. Regolari turbamenti di una donna media di trentatré anni. Giusto?
Senonché, mi si presenta l'occasione di un nuovo lavoro. Chi mi conosce, sa che ho sempre fatto un lavoro che, in generale, non mi piaceva. Questo nuovo lavoro invece... whaoooo, è quello che ho sempre sognato. Ho detto, cavoli mi butto. E in un nano secondo, la mia vita è stata ributtata in una centrifuga. Una centrifuga bellissima però fatta di colori, culture e aromi di diverse culture. E' solo che il mio nuovo lavoro, ha una controindicazione. Ti svuota. Vivi tante storie umane al giorno e alla sera, sei schiacciata dal senso di inadeguatezza e piccineria dell'umanità con l'unico microscopico, eppure, fondamentale risvolto positivo, dell'aver, a tuo modo, contribuito a creare un sorriso su volti che fino a tre mesi fa, rischiavano la morte nel mar Mediterraneo. Questo è un lavoro che da e toglie quasi in egual misura, eppure, non lo cambierei mai. Da qui il cambio di pelle, i turbamenti e l'assenza di scrittura. Sono ancora in fase di rodaggio. Sto ancora cercando di capire come fare, a non portarmi tutti i loro bagagli emotivi sulle spalle.
Ma è un buon momento per la mia anima. Ho ritrovato le scelte di pancia, perché se il cervello avesse contribuito alla scelta, sarei rimasta dov'ero, dove non vedevo, ignoravo e, in sostanza, giravo in tondo.
Ho scoperto che non hai nemmeno bisogno di partire per aver il mal d'Africa.
A volte penso che l'Africa non sia nemmeno un continente, a volte penso che l'Africa sia una condizione d'essere. Africa è amore incondizionato. Africa è dignità. Africa è gli occhi più belli del mondo. Africa è dove si mangia in tre si mangia in dieci. Africa è musica. Africa è risate fragorose. Africa sono tanti suoni familiari e chiassosi. Africa è un tempo dilatato. Africa è dolce indolenza, mista a incomprensibile pigrizia. Africa è it's not my stress. Africa è wifi no buono. Africa è you can't change the future. Africa è It's up to God e tu con i tuoi trentatré anni di retaggi culturali, sei lì che li guardi e li vorresti scrollare dalla loro beata indolenza e urlare vai e prenditi ciò che vuoi perché è così che sei stata educata, eppure, in qualche modo, senti di non doverlo fare, senti di non voler risucchiare anche loro nel nostro meccanismo malato, ma lo saranno e perderanno l'ingenuità e il candore delle loro stupende pelli nere. Allora, tutto ciò che ti resta e sperare che accada il più in la possibile e nel frattempo, semplicemente amarli.
Io sono un po' come i rettili, lo sono sempre stata, ad un certo punto, ho bisogno di cambiare pelle e non c'è nulla e non c'è nessuno, capace di fermarmi.
Ormai dovrei esserci abituata e invece, ancora oggi, mi fa male. E' proprio un dolore fisico. Il corpo sacrificato che si straccia le vecchie pelli di dosso e il nuovo strato, brillante, ma ancora troppo sensibile.
Le cose accadono per un motivo, sempre. Non ho un Dio particolare a cui parlare la sera, prima di addormentarmi. Credo però sia dannatamente vero che le vie del Signore sono infinite.
Fino al giorno in cui ho deciso di sposarmi, ho sempre agito di pancia. Sono fatta così, il mio motore sono le emozioni, anzi, spesso le sensazioni. Non sempre mi è andata bene. Sulla base delle mie esperienze, mi ero fatta l'idea che scegliere col cuore solamente, fosse sbagliato. Ho scelto mio marito con il cervello. Ecco, detta così può sembrare una cosa cinica e patetica, invece no. Mio marito è stata la prima scelta adulta della mia vita. Ho usato la testa. In quel momento frequentavo anche un altro ragazzo. Un ragazzo con il quale avevo dei trascorsi burrascosi, dovuti in gran parte, alla disarmante somiglianza dei nostri caratteri. Due prime donne insieme, non vanno lontano. Così quando ho pensato, ho trent'anni suonati e sono stanca di bruciare, ho capito che, mio marito, al quale non mi legava solamente un'emozione di pancia, ma anche una ventennale amicizia e conoscenza, era la persona giusta al mio progetto di vita. O questo, oppure, come sono più orientata a credere, i miei ormoni hanno scelto lui per riprodursi. In questi giorni però, mia madre mi ha invitato ad usare il cervello e quindi ecco la teoria dell'aver scelto mio marito col cervello e non con gli ormoni. :)
Insomma, il matrimonio è stato lo spartiacque della mia esistenza. Non avevo mai veramente pensato di sposarmi, mi era cara la massima di Troisi: "io non è che sia contrario al matrimonio, però mi pare che un uomo e una donna, siano le persone meno adatte a sposarsi", ma ad un certo punto mi sono buttata e mi sono ritrovata in una centrifuga incessante di emozioni e di ormoni, se consideriamo che dopo quattro mesi di matrimonio ero già incinta di Virginia. La nascita di Virginia ed i suoi primi tre anni di vita, sono stati un vero e proprio giro sulle montagne russe. Tanto che, guardando molte mie amiche che continuano a riprodursi senza il minimo cenno di cedimento mentale, inizio a domandarmi se davvero non sia il problema.
Virginia si è impossessata di me. Ha, di fatto, espropriato me stessa dal possesso del mio corpo che io ho sempre amato, essendo di base un'egocentrica narcisista, della mia capacità relazionale, fattore fondamentale al mio benessere psico fisico, perché con una bambina prima attaccata alle tette a fagocitare le quattro energie ancora rimaste nel tuo organismo e poi, col tempo, quando cresce, una bambina che vuole saltare, ciarlare e avere svelati tutti i perché del mondo, costantemente h 24, non è facile relazionarsi col mondo, spesso, hai solo voglia di un barattolo di nutella: muto e confortevole. Ma soprattutto, il mio amore più grande, la mia ragione di vita bla, bla, bla si è impossessata dei miei silenzi. Ora, chi scrive, ma anche chi legge, lo saprà. I silenzi reggono le nostre esistenze. Sono i pilastri della nostra vita. E' nel silenzio che si creano i romanzi, è nel silenzio che vivo la vita Anna Karenina. Il tutto, condito da un marito e non ho bisogno di altri approfondimenti, credo.
Insomma, sono passata dalla condizione di figlia, a quella di moglie e madre, in un lasso di tempo, davvero troppo breve. Non sono mai potuta essere donna, punto.
Fin qui, tutto normale. Regolari turbamenti di una donna media di trentatré anni. Giusto?
Senonché, mi si presenta l'occasione di un nuovo lavoro. Chi mi conosce, sa che ho sempre fatto un lavoro che, in generale, non mi piaceva. Questo nuovo lavoro invece... whaoooo, è quello che ho sempre sognato. Ho detto, cavoli mi butto. E in un nano secondo, la mia vita è stata ributtata in una centrifuga. Una centrifuga bellissima però fatta di colori, culture e aromi di diverse culture. E' solo che il mio nuovo lavoro, ha una controindicazione. Ti svuota. Vivi tante storie umane al giorno e alla sera, sei schiacciata dal senso di inadeguatezza e piccineria dell'umanità con l'unico microscopico, eppure, fondamentale risvolto positivo, dell'aver, a tuo modo, contribuito a creare un sorriso su volti che fino a tre mesi fa, rischiavano la morte nel mar Mediterraneo. Questo è un lavoro che da e toglie quasi in egual misura, eppure, non lo cambierei mai. Da qui il cambio di pelle, i turbamenti e l'assenza di scrittura. Sono ancora in fase di rodaggio. Sto ancora cercando di capire come fare, a non portarmi tutti i loro bagagli emotivi sulle spalle.
Ma è un buon momento per la mia anima. Ho ritrovato le scelte di pancia, perché se il cervello avesse contribuito alla scelta, sarei rimasta dov'ero, dove non vedevo, ignoravo e, in sostanza, giravo in tondo.
Ho scoperto che non hai nemmeno bisogno di partire per aver il mal d'Africa.
A volte penso che l'Africa non sia nemmeno un continente, a volte penso che l'Africa sia una condizione d'essere. Africa è amore incondizionato. Africa è dignità. Africa è gli occhi più belli del mondo. Africa è dove si mangia in tre si mangia in dieci. Africa è musica. Africa è risate fragorose. Africa sono tanti suoni familiari e chiassosi. Africa è un tempo dilatato. Africa è dolce indolenza, mista a incomprensibile pigrizia. Africa è it's not my stress. Africa è wifi no buono. Africa è you can't change the future. Africa è It's up to God e tu con i tuoi trentatré anni di retaggi culturali, sei lì che li guardi e li vorresti scrollare dalla loro beata indolenza e urlare vai e prenditi ciò che vuoi perché è così che sei stata educata, eppure, in qualche modo, senti di non doverlo fare, senti di non voler risucchiare anche loro nel nostro meccanismo malato, ma lo saranno e perderanno l'ingenuità e il candore delle loro stupende pelli nere. Allora, tutto ciò che ti resta e sperare che accada il più in la possibile e nel frattempo, semplicemente amarli.
giovedì 15 ottobre 2015
Moll Flanders, Viola Vertigini e Vaniglia e la chick lit quella buona
Ho, da poco, finito di leggere "Viola, vertigini e vaniglia" di Monica Coppola.
Ora, voi lo sapete, questo non è un blog di recensioni, ma davvero, ho voglia di parlare di questo romanzo per vari motivi. Primo tra tutti, mentre lo leggevo, trovavo tutta una serie di analogie tra Viola ed Eva e dentro me pensavo, Dio buono, le vorrei far conoscere :D inoltre, è un chick lit come piace a me, brioso, romantico, buffo, ironico, eppure, in alcuni punti, in grado di farti riflettere.
Quando i lettori appartenenti alla cerchia snob, della serie leggo solo classici, oppure, tomi di 1500 pagine e corbezzolate simili, mi chiedono stupiti come mai mi piaccia la chick lit, vorrei sempre rispondere loro, che vadano a studiarsi un po' di letteratura.
La chick lit, per me sta al nucleo della letteratura. Quando nell'epoca borghese in Inghilterra si diffonde la moda del piacere di leggere, le prime ad aderire sono le donne. Parliamo dell'epoca di Robinson Crusoe, che fa da propaganda all'idea del self made man, è vero, ma è anche, di Moll Flanders. Ora, non so in quanti abbiano avuto la fortuna di leggere questo capolavoro di Daniel Defoe, ma chi l'ha fatto, non potrà non convenire con me che Moll, è la mamma di tutte le nostre eroine della chick lit. Moll è la prima Bridget. Nel romanzo infatti, accompagniamo Moll lungo tutta la sua vita e assistiamo alla sua crescita ed è questo, il punto centrale di tutta la chick lit. La trama segue una parabola prestabilita, la protagonista, tocca gli abissi e poi risale e ci lascia con un happy ending. Ovviamente, giacché la letteratura risente della storia, il lieto fine di Moll (vivere la parte finale della sua vita onestamente e morire pentita dei suoi peccati e quindi perdonata dal Signore) è un po' diverso dal nostro lieto fine e infatti, Viola, per esempio, ci lascia intendere che vivrà una vita da sogno nel suo sogno con l'uomo dei sogni. :)
Ecco, questo è ciò che amo della chick lit, quando è scritta bene. Non è come leggere un romanzo erotico, soprattutto perché, grazie a Dio, non ci sono frustini, perizoma di pelle e fragole e champagne, piuttosto, è come leggere una novella picaresca.
Sono romanzi introspettivi. Ci mostrano un'evoluzione umana, sia da un punto esteriore che da un punto di vista interiore. Ma torniamo a Viola, vi va?
Incontriamo Viola, in un momento di stasi della sua vita. Fa un lavoro che non ha nulla a che fare con ciò che vuole fare e, paradossalmente, ma questo è la società che glielo impone, si sente anche fortunata a svolgerlo. Ha un sogno, uno di quelli grandi, ingestibili e per questo, ancora più importanti: diventare una scrittrice. Il fato bussa alla sua porta (altro elemento necessario alla chick) e lei, lo segue. Ancora non sa, che questo le costerà, una delle più grandi lezioni della sua vita.
Non voglio spoilerare nulla, perché desidero che lo leggiate in più persone possibili. Dico solo che, ciò che ho amato di questo romanzo, è che Viola alla fine della fiera, alla fine di tutti i suoi disastri, capisce di dover essere lei, la fautrice del suo destino. L'azione, come unica strada possibile per realizzare i propri sogni. L'azione, perché solo chi agisce, sbaglia e poi impara.
A tutto questo, e qui entro nel particolare di Viola, dovete aggiungere, una caratterizzazione spettacolare dei personaggi. Quello che non ho detto prima, è che pur essendo una grande amante della chick lit, non sono mai riuscita a trovare un'autrice italiana che non cadesse nella ridicola e triste brutta copia delle colleghe americane. Insomma, lo capisco. L'America è affascinante. Da autrice, comprendo bene che una cosa è scrivere Josh, altra, è scrivere Giosuè. Ambientare un romanzo in un piccolo sobborgo dello stato di New York, dona atmosfere più pittoresche delle campagne toscane perché, insomma l'erba del vicino e tutte quelle cose... chiedetelo a un americano e vi dirà che le ambientazioni italiane sono più affascinanti. Ma è questa la sfida per uno scrittore, che non scrive fantasy, rimanere fedeli a se stesso e al proprio mondo. Scrivere di ciò che conosce, essere veritiero e realista e, amici, Monica Coppola, per me, è stata grande anche da questo punto di vista.
La sua Torino, è una città dinamica, culturale e pure mondana! E che te ne fai di New York quando hai tutto questo, a casa tua?!
Insomma, Viola Vertigini e Vaniglia, entra a pieno titolo, per questa lettrice qui che, ripeto non recensisce di abitudine i romanzi, nella stanza tutta per me, cce mi ha lasciato in dote la mia amata Virginia. Perché, amici, ve lo dico, Virginia Woolf scriveva Chick lit, chiedetelo a Clarissa Dalloway!
Ora, voi lo sapete, questo non è un blog di recensioni, ma davvero, ho voglia di parlare di questo romanzo per vari motivi. Primo tra tutti, mentre lo leggevo, trovavo tutta una serie di analogie tra Viola ed Eva e dentro me pensavo, Dio buono, le vorrei far conoscere :D inoltre, è un chick lit come piace a me, brioso, romantico, buffo, ironico, eppure, in alcuni punti, in grado di farti riflettere.
Quando i lettori appartenenti alla cerchia snob, della serie leggo solo classici, oppure, tomi di 1500 pagine e corbezzolate simili, mi chiedono stupiti come mai mi piaccia la chick lit, vorrei sempre rispondere loro, che vadano a studiarsi un po' di letteratura.
La chick lit, per me sta al nucleo della letteratura. Quando nell'epoca borghese in Inghilterra si diffonde la moda del piacere di leggere, le prime ad aderire sono le donne. Parliamo dell'epoca di Robinson Crusoe, che fa da propaganda all'idea del self made man, è vero, ma è anche, di Moll Flanders. Ora, non so in quanti abbiano avuto la fortuna di leggere questo capolavoro di Daniel Defoe, ma chi l'ha fatto, non potrà non convenire con me che Moll, è la mamma di tutte le nostre eroine della chick lit. Moll è la prima Bridget. Nel romanzo infatti, accompagniamo Moll lungo tutta la sua vita e assistiamo alla sua crescita ed è questo, il punto centrale di tutta la chick lit. La trama segue una parabola prestabilita, la protagonista, tocca gli abissi e poi risale e ci lascia con un happy ending. Ovviamente, giacché la letteratura risente della storia, il lieto fine di Moll (vivere la parte finale della sua vita onestamente e morire pentita dei suoi peccati e quindi perdonata dal Signore) è un po' diverso dal nostro lieto fine e infatti, Viola, per esempio, ci lascia intendere che vivrà una vita da sogno nel suo sogno con l'uomo dei sogni. :)
Ecco, questo è ciò che amo della chick lit, quando è scritta bene. Non è come leggere un romanzo erotico, soprattutto perché, grazie a Dio, non ci sono frustini, perizoma di pelle e fragole e champagne, piuttosto, è come leggere una novella picaresca.
Sono romanzi introspettivi. Ci mostrano un'evoluzione umana, sia da un punto esteriore che da un punto di vista interiore. Ma torniamo a Viola, vi va?
Incontriamo Viola, in un momento di stasi della sua vita. Fa un lavoro che non ha nulla a che fare con ciò che vuole fare e, paradossalmente, ma questo è la società che glielo impone, si sente anche fortunata a svolgerlo. Ha un sogno, uno di quelli grandi, ingestibili e per questo, ancora più importanti: diventare una scrittrice. Il fato bussa alla sua porta (altro elemento necessario alla chick) e lei, lo segue. Ancora non sa, che questo le costerà, una delle più grandi lezioni della sua vita.
Non voglio spoilerare nulla, perché desidero che lo leggiate in più persone possibili. Dico solo che, ciò che ho amato di questo romanzo, è che Viola alla fine della fiera, alla fine di tutti i suoi disastri, capisce di dover essere lei, la fautrice del suo destino. L'azione, come unica strada possibile per realizzare i propri sogni. L'azione, perché solo chi agisce, sbaglia e poi impara.
A tutto questo, e qui entro nel particolare di Viola, dovete aggiungere, una caratterizzazione spettacolare dei personaggi. Quello che non ho detto prima, è che pur essendo una grande amante della chick lit, non sono mai riuscita a trovare un'autrice italiana che non cadesse nella ridicola e triste brutta copia delle colleghe americane. Insomma, lo capisco. L'America è affascinante. Da autrice, comprendo bene che una cosa è scrivere Josh, altra, è scrivere Giosuè. Ambientare un romanzo in un piccolo sobborgo dello stato di New York, dona atmosfere più pittoresche delle campagne toscane perché, insomma l'erba del vicino e tutte quelle cose... chiedetelo a un americano e vi dirà che le ambientazioni italiane sono più affascinanti. Ma è questa la sfida per uno scrittore, che non scrive fantasy, rimanere fedeli a se stesso e al proprio mondo. Scrivere di ciò che conosce, essere veritiero e realista e, amici, Monica Coppola, per me, è stata grande anche da questo punto di vista.
La sua Torino, è una città dinamica, culturale e pure mondana! E che te ne fai di New York quando hai tutto questo, a casa tua?!
Insomma, Viola Vertigini e Vaniglia, entra a pieno titolo, per questa lettrice qui che, ripeto non recensisce di abitudine i romanzi, nella stanza tutta per me, cce mi ha lasciato in dote la mia amata Virginia. Perché, amici, ve lo dico, Virginia Woolf scriveva Chick lit, chiedetelo a Clarissa Dalloway!
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giovedì 1 ottobre 2015
La teoria del nord e del sud
Qualcuno di voi, la conosce Madame de Stael? Personalmente, l'ho conosciuta al liceo e, già all'epoca, la trovavo cordialmente antipatica, con la sua odiosa teoria, del nord e del sud. Tempo fa poi, ho scoperto che oltre ad essere una razzista, era anche una traditrice e una cospiratrice. Uno di quei rarissimi casi, nei quali, posso dire: "l'avevo detto" no perché, di norma, sono quella a cui viene detto, quindi, pensate un po' il mio sommo gaudio, quando ho scoperto che gran stronza era! :)
In due parole, la signora del romanticismo francese diceva, che nei paesi nordici si produceva bella letteratura perché faceva freddo e questo, induceva le ggenti, a rintanarsi in casa di fronte il camino a raccontarsi storie. Nei paesi mediterranei, considerati, con nostro grande, grandissimo orgoglio SUD :) dove faceva sempre caldo, le ggenti erano tutte dedite all'ozio. Tipo che si sfracassavano di ouzo sotto gli olivi, senza fare un piffero. Il caldo obnubilava le loro menti e quindi, non si produceva buona letteratura. Folle, vero? Voler mettere anche solo a paragone le quattro leggende vichinghe con, non so... l'Odissea, l'Eneide, l'Iliade. Robetta così, insomma. Eppure, sono sicura, che anche oggi, c'è gente da qualche parte che la pensa così. Voglio dire, senza andare troppo lontano, Salvini apprezzerebbe e converrebbe che Terronia, non produce abbastanza. Poi certo, qualcuno dovrebbe rianimarlo, dopo la notizia di essere anche lui, al sud di qualcun altro...
Comunque, Madame de Stael l'ho sempre detestata e più passa il tempo, più mi convinco di quale abnorme cazzata, i termini giusti da queste parti, si usano, abbia sparato la donna in questione.
Voglio dire, io adoro la letteratura inglese, ma prendo tutta la letteratura inglese e la schiero in campo contro un solo mostro sacro: la Divina Commedia e poi fate vobis :) Scusa, Virginia, ma converresti anche tu con me. Ne sono certa.
E così, eccoci qui, primo ottobre. Prima pioggia e primo freddo. Cervello già avvizzito. Sono in pieno nord. In fondo, ora sono più a nord di quanto non lo fossi al liceo. Magari, la capisco meglio.
Non ho un camino. Abito in un condominio con i termosifoni che vanno a vento e che ad ogni conguaglio di fine anno, mi fanno desiderare sempre più i Caraibi. Però, ho un bollitore. Mi posso fare un te'. Più nordico di così. A Napoli, il te' lo prendiamo solo in caso di diarrea. Ma noi siamo terroni :)
Niente da fare. Il mio cervello meridionale, non ragiona al freddo.
Poi però decido, proprio oggi, con soli 16 gradi, Bielorussia in pratica, di stravolgere, completamente, il mio nuovo romanzo. Lascio, al centro, solo il nucleo. Tutto intorno si trasforma. Personaggi, ambienti, narratore e qui, amici, la vera svolta. Provo la terza persona. Non so, se sono in grado di usarla, Letizia mi serviva a capirlo. Non ci sono riuscita, ma al diavolo, ci provo.
Piove. La pioggia è incessante. La pioggia, è tutto ciò che mi ha impedito, di vivere in Inghilterra. Bugia, quella era la lontananza dalla mia famiglia. Piove e io scrivo, scrivo come non facevo da così tanto tempo. Ma le parole, quelle vengono fuori brutte, bruttissime. Eppure, qualcosa si è finalmente sbloccato. Sono in una fase a metà tra l'eccitazione e il pentimento, perché ho fin troppa fifa di ricominciare daccapo un romanzo che avevo ormai già iniziato. Le parole non sono quelle che cerco, ma per lo meno, credo di aver, finalmente imboccatola strada giusta. Vedo la luce alla fine del tunnel.
Oddio, e se Madame de Stael avesse avuto sempre ragione?
martedì 29 settembre 2015
Michela e la crisi dei trentatré
Alla fine scusate, chi ha detto che la crisi di mezza età, arrivi per forza, verso i cinquanta.
Per quanto mi riguarda, ho trentatré anni e sono già alla mia seconda crisi esistenziale.
No, dico davvero, non sto esagerando.
La prima, l'ho attraversata all'inizio dell'università. Devo ammettere, di non aver fatto le scelte giuste per combatterla. Vita nuova, studi nuovi, ecco il paradigma di partenza. Le persone equilibrate, sanno che i cambiamenti vanno affrontati uno alla volta, io no. Io feci più o meno, quello che si può considerare, una crudele operazione di potatura su un albero perfettamente in salute e tagliai tutti i rami. Tutti. Il risultato, l'ho detto, non fu molto positivo, soprattutto perché la mia migliore amica, decise di trasferirsi a cinquemila chilometri di distanza da me, proprio in quel frangente. Ho vissuto i seguenti anni universitari, come Frodo che scappa da Gollum. Nel continuo terrore di ripiombare nei miei rami secchi. Ad un certo punto poi, ho pensato di aver ritrovato la bussola e per alcuni anni, quasi sei per la verità, sono stata impelagata, in una relazione malata. Di quelle che lui, è così piccino da dover disintegrare, la stima che tu hai di te stessa, ogni giorno, per poter affermare la sua esistenza. Fino ad allora, avevo sempre pensato di essere una ragazza intelligente e, in effetti, non è che all'improvviso mi fossi rincoglionita. Quelle sono relazioni, impossibili da descrivere. Sono storie che da fuori guardi e pensi "ma cosa avrà quella ragazza che non va, per stare con un soggetto simile?", salvo poi scoprire che, ehi! Sei proprio tu, quel tipo di ragazza. Quella che ha una venerazione inspiegabile per il peggior tipo possibile di maschio, che crede di essere un alfa e invece, è un omuncolo qualunque.
Avete presente? Uno di quelli afflitti dal morbo di Apollo. Uno di quelli che, se finisci per sposarlo, garantito che ti conviene farti regalare per Natale, un abbonamento dal ginecologo per lo screening contro l'herpes, per dire. Che poi, se malauguratamente, dovessi scoprire anche di avercelo, sarebbe colpa tua, alla fine. Quel tipo di uomo, insomma. Un ominide. Ognuna di noi, deve incontrarli, almeno una volta nella vita. E' una legge di vita non scritta, come i calzini, che entrano accoppiati in lavatrice e ne escono in solitaria. Solo il cosmo, sa che fine abbia fatto il suo compagno. Anzi, nel caso del maschio Apollo, se ne incontri uno, sei anche parecchio fortunata. Conosco donne, che ripetutamente, incappano nello stesso odioso esemplare e, in quel caso, non è che ripetita iuvant, ma vaglielo a spiegare!
La cosa davvero preoccupante però, era che anche all'epoca, io sapevo di stare male. Sentivo dentro di me, che quella relazione era asfissiante e che non stavo facendo altro che mortificare me stessa. Mi punivo per aver tagliato i rami che credevo secchi e che invece, erano ancora così pieni di vita? Non lo so. Ve l'ho detto, fuggivo. Fuggivo da tutti. La mia famiglia, detestava il mio maschio Apollo, anche questo, mi spingeva a stare con lui. Insomma, avevo combattuto per affermare il mio diritto a vederlo, non avrei mai accettato, di tornare indietro e dire: "scusate, avevate ragione", meglio soffrire, vivere nella costante consapevolezza che non sei, dove dovresti essere, finendo per stentare a riconoscere, la flebile voce di quella sconosciuta che dentro te urla: "ma che diamine stai facendo?", nel frattempo, sentire crescere dal tuo tronco, altri rami, e realizzare, che quelli vecchi, fanno ancora male. Non sono stata io a porre fine a quella storia. E come avrei potuto? Io non c'ero più. Non so dove fossi. Ho sentito dire, che quando si è in coma, si è, ma su un altro livello dimensionale. Qualcosa del genere. Tipo che sei in dormiveglia, senti i rumori della vita in sottofondo, ma non ti svegli. Ecco, è così che vivevo. La vita mi scorreva accanto, in sottofondo. Ho pianto molto. Ho versato più lacrime di quante credevo possibile. Non erano lacrime di una donna che ama e che viene lasciata. C'era una tono di disperazione diversa nel mio pianto. Piangevo perché non sapevo da dove iniziare per ritrovarmi. Dico davvero. Piangevo perché sentivo dentro un vuoto incolmabile. Mi sentivo come una maschera del carnevale di Venezia. Da bambina le trovavo terrificanti, mi spaventava a morte, l'idea, quasi certezza, che dietro quelle maschere, ci fosse solo buio.
Poi una sera, mi capitò di mangiare cinese e questo fu lo switch di cui avevo bisogno. Un involtino primavera, uno spaghetto di soia alle verdure, ed ero di nuovo io. Banale, vero? Come basti, a volte, solo sedersi ed essere, per ritrovarsi. Non avevo mangiato cinese per sei anni, perché Apollo, non lo gradiva ed io, io in fondo, chi ero per chiedere di mangiare cinese? Non chiedevo e non mi veniva dato. Kurt Cobain, una delle costanti della mia vita, svegliatosi dopo il coma, chiese un Milk Shake a fragola, per ritrovarsi in pace con la vita. Si vede che a me, bastava un biscotto della fortuna.
Dalla cena cinese in poi, è stato davvero un crescendo di ricordi di chi io fossi. Sono Michela Belli, napoletana, amo il cibo cinese, amo scrivere, amo leggere, amo studiare e, soprattutto, amo pensare. Dio, che sapore di libertà, il pensiero. Ho giurato, che mai più, me ne sarei fatta privare.
Sei anni, quanti giorni? Quante ore, minuti e stagioni? Eppure, nessuna traccia lasciata nella mia memoria emotiva, solo immagini, che scorrono sul file di memoria del mio cervello, catalogate come scene di un brutto film.
Ma il post, non nasceva per parlare di Apollo, credetemi, non vale nemmeno una mia parola.
Dicevo, trentatré anni e due crisi esistenziali.
Sono stata, credo, una buona figlia. Sono stata educata al dovere, alla sublimazione dei nostri desideri attraverso la dura etica del: prima il dovere e poi il piacere.
I miei genitori sono imprenditori, di quelli che, fossimo vissuti nell'epoca giusta, garantito che ci mettevano su un carretto e tutti alla ricerca dell'Eldorado. Io e i miei fratelli, abbiamo sempre lavorato nelle aziende dei nostri genitori. Tutta la vita ho trascorso, a sentirmi dire: "come sei fortunata!" oppure il più gettonato: "loro (i miei genitori) lo fanno per voi! Non ti rendi conto di ciò che hai", come se, il fatto che i miei genitori avessero deciso di fare impresa, dovesse per forza significare che anche io e i miei fratelli, dovessimo farlo e, in effetti, così è stato. Ho vissuto tutta la mia vita, sentendomi la pecora nera di casa. Guardavo i miei fratelli lavorare senza lamentarsi e mi sentivo malissimo, perché dentro me, ogni singolo atomo del mio organismo, diceva che non voleva farlo.
Ciò nonostante, quando ho dovuto scegliere cosa fare, ho scelto l'impresa di famiglia. All'epoca pensavo per non deluderli, proprio come pensavo che i miei genitori facessero tutto quello che facevano, per noi figli. Sarei dovuta crescere ancora molto e guardarmi dentro con totale onestà, per capire, che io avevo scelto loro perché sì, gli ero grata, ma più di tutto, avevo paura di mettermi alla prova. Proprio come solo dopo essere diventata madre, avrei scoperto, che i miei genitori sono imprenditori perché è l'impresa (in entrambe le accezioni della nostra lingua) il loro motore. Il loro, non il mio. Poi, diamine, è ovvio che tutto ciò che un genitore conquista, resti poi ai figli. In quel momento però, ero ancora molto giovane e, in verità, in opposizione a quello che la gente credeva, fin troppo grata ai miei genitori, per scegliere di non seguirli. Ero figlia e, in un certo senso, di loro possesso. Non nel senso di: sei nostra figlia, comandiamo noi. Loro erano i miei genitori. Due persone dal carattere molto forte e carismatico. Tutti li seguivano. Li ho visti cambiare come camaleonti e ho visto, i loro dipendenti seguirli senza batter ciglio, come avrei mai potuto pensare di non seguirli anche io? E poi, ma mi ripeto, era comodo, sicuro, viaggiare sempre con le spalle coperte.
Per un po', non ci ho pensato. In fondo, credetemi quando vi dico, che l'albergo della mia famiglia è un'estensione della mia famiglia. Non potrei mai pensare, di disfarmene. Camminare su quei pavimenti, salire le scale di ingresso di quell'albergo, mi faceva -mi fa- sentire così orgogliosa, che ogni domanda si assopiva in me, al solo guardare l'insegna della Bella Mbriana.
Seguivo la marea, anzi con l'apertura di un nuovo hotel in Toscana, ero davvero convinta di trovarmi al timone della mia vita. Un nuovo inizio. Nuova terra, nuovo lavoro ed io presente da zero.
Non era il lavoro dei miei sogni, ma chi fa il lavoro dei propri sogni? Mi venivano in mente un paio di esempi, ma mi dicevo, quella è gente fortunata, non frignare e vai a lavorare.
Poi è arrivata Virginia. Di nuovo, non ero in me. Di nuovo allo sbando. Di nuovo senza una rotta da seguire. Di nuovo annichilita da qualcun altro e poco contava se si trattava del più grande amore della mia vita, ancora non ero padrona di me stessa. Mi sono ritrovata a trentatré anni a passare dall'essere proprietà dei miei genitori, all'essere proprietà di mia figlia. Da qualche parte, nel mezzo, avrei potuto scoprire chi volevo essere e cosa volevo fare e invece, non l'avevo fatto. Di qui, la mia nuova crisi.
Non è facile, scoprire a soli trentatré anni, di essere già così piena di rimpianti. Solo adesso, imparo a conviverci.
Per fortuna, in questo senso, la scrittura mi salva ogni giorno.
Ogni pezzo scritto, ogni pagina sudata, mi racconta chi sono e dove voglio andare.
Dicono che i trentatré siano gli anni di Cristo, per questo, pieni di tumulti e dolori che nemmeno il giovane Werther, credetemi. Non mi resta che aspettare.
Nel frattempo alla crisi dei trentatré rispondo con un sonoro: sono Michela Belli e sono un'autrice.
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martedì 15 settembre 2015
Letizia nomen omen
Letizia era, a dire di tutti, un vero caso di nomen omen. Come quelle bimbe che gli chiedi "Come ti chiami?" e loro, con serafica compostezza, rispondono: "Serena" e tu pensi, di nome e di fatto, tranne poi nascondere, una tendenza all'irrequietezza e agli eccessi. Ecco, Letizia era quel caso specifico di nomen omen.
Quella mattina di metà settembre, l'estate sembrava dare l'ultimo colpo di coda.
Le temperature, erano sopra la media stagionale, come avevano detto alla radio. Il cielo, di un perfetto blu terso, sembrava a tratti finto, dipinto sul cartonato delle scenografie arrangiate nelle recite scolastiche. Cobalto, questo era il tono di blu, pensò Letizia, mentre sulla sua bicicletta con il cestino in vimini, la gonna dal sapore vagamente gitano, ma pur sempre chic ad accarezzare le gambe magre, si dirigeva al forno del mercato coperto per una bella focaccia della mattina.
Aveva sempre preferito una prima colazione salata, al classico cappuccino e cornetto. Non era una donna da zucchero doppio nel caffè, al contrario, lo preferiva amaro. Sua nonna, che l'aveva cresciuta, le aveva insegnato a guardare alla sostanza delle cose e a fare a meno, di tutti gli ornamenti ecco quindi come, il caffè era amaro e il cornetto era pressocché inutile, quando potevi avere, della focaccia che assurgeva al ruolo di: prima colazione, spuntino della mezza mattina e, a volte, quando Letizia decideva di non rientrare a casa, di spacco pranzo e poi, ma questo era un suo pensiero personale che non avrebbe mai condiviso con la nonna, era privo di grassi saturi.
Il campanello della bicicletta di Letizia trillò forte, mentre passava a tutta velocità per la via Giacomelli che, di poco la distanziava, dalla scuola in via Gorizia.
-"Pistaaaaaa"solo questo fu ciò che riuscì ad udire Filippo, quando, appena in tempo per non essere scaraventato per aria, rimbalzò sullo scalino dal quale era appena sceso. Guardò filare dritto quel fulmine in bicicletta, solo un'aroma di pane appena sfornato aveva lasciato.
Letizia giunse in via Gorizia, scese dalla bicicletta e si appoggiò al muretto accanto a lei.
I cancelli della scuola si spalancarono, molti erano i bambini che, in quella calda mattina, facevano ritorno ai loro banchetti, altri, invece, varcavano la soglia per la prima volta, alcuni di loro, i più impavidi urlando: "Mamma, guarda che faccio? Vado da solo!". Letizia cacciò la focaccia dalla busta del forno e affondò i denti.
Si preparava alla spettacolo.
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-"Pistaaaaa", Filippo, fece appena in tempo a rimbalzare all'indietro, sul marciapiede dal quale era sceso. Un intenso profumo di pane caldo inondò le sue narici. Una ragazza in bici, aveva appena rischiato di investirlo. Provinciali, pensò stizzito, convinti che questo buco di città, dimenticato da Dio, sia di loro proprietà, se ne vanno scorrazzando in bicicletta, senza tener conto delle norme di base del codice della strada. Non riuscirò mai ad abituarmi a questi maremmani.
La via Fiume ora, lo portava al mare. Arrivato alla banchina della piccola darsena, inspirò profondamente. L'aria pregna di salsedine, gli pizzicò i bronchi e l'orgoglio. Eppure, Milano non gli mancava affatto. Alla vista di quella immensa tavola blu, si ricordò perché, aveva scelto di lasciare la grande città. Quella mattina di settembre in particolare, il mare, si confondeva con il cielo, in un orizzonte perfetto ed irraggiungibile, o forse, irraggiungibile, quindi, perfetto, non avrebbe saputo dirlo Filippo. Era un uomo dai grandi obiettivi, tutti, scientificamente scelti, tra quelli utopici. Aveva quarant'anni suonati, un passato prossimo da pubblicitario rampante a Milano, un divorzio in via di conclusione, per fortuna amichevole e, una notte brava alle spalle.
Non era poi questa grande eccezione, il suo divorzio così friendly. In fondo, era di Milano, per Dio. Da quelle parti si viaggiava alla velocità socio-culturale degli Stati Uniti di America. Milano città di moda, di televisione, di expo e di Starbucks. Milano globalizzata, Milano dai mercatini alimentari bio e chilometro 0 la domenica mattina in villa. La gente veniva da tutto il mondo per vistare i Navigli e salutare la Madonnina del Duomo eppure, Milano, l'aveva portato su quel ponte una notte. Scosse la testa, come ogni volta che, quel pensiero lontano, bussava alle porte della sua mente.
Stiracchiò le braccia e distolse lo sguardo dal mare. Si girò verso i palazzi e nello scorgere il portone di Lidia, il suo orgoglio si riebbe, si scrollò via quel pizzicore che la salsedine gli aveva provocato e si beò, per un breve istante, di se stesso. Era pur sempre un uomo. Si avviò verso il primo bar del lungomare e si mise a sedere ai tavolini della terrazza, per ordinare un caffè. Lidia gli tornò in mente. Anche lei, gli aveva offerto un caffè al loro risveglio, ma lui aveva rifiutato. Non se la sentiva di restare lì e doverle parlare, non che non amasse parlare, al contrario. Era un pubblicitario, la parola, era il suo pane quotidiano e quante parole, infatti, le aveva raccontato la sera prima a cena, in quel buonissimo ristorante: Il Sottomarino. Annotò mentalmente il nome del ristorante per un'altra occasione e un'altra donna. Era da poco a Follonica e non aveva ancora finito di ampliare il suo giro di locali e, soprattutto, il giro di donne da frequentare. Si alzò, lasciò i soldi in un piattino, dove il cameriere, aveva lasciato con noncuranza uno scontrino e se ne andò. Tutto questo, a Milano sarebbe stato inverosimile. Sarebbe sbucato fuori di certo un barbone per intascarsi i pochi euro del caffè, ma si sa, un caffè dietro l'altro... e risolvi la giornata. Le grandi città ti impongono, fin dalla nascita, poche regole, una sola per la verità: mangia o sarai mangiato. Filippo lo sapeva bene.
Mentre si incamminava ora, verso casa sua, che era proprio nella piazza a mare della città, la sua attenzione, fu catturata da una gonna bianca a grandi, forse troppo grandi, pensò Filippo, pois viola.
La gonna sventolava allegra e sfacciata su un muretto. Fece muovere lo sguardo prima all'ingiù dove scorse due scarpe ballerina blu e poi verso su, un golfino dello stesso blu acceso delle scarpe, abbracciava, in maniera soffice, almeno così gli parve, il corpo minuto di una ragazza dai capelli biondi, raccolti in uno chignon.
Di nuovo, un forte profumo di pane, inondò le sue narici.
Illustrazione della mitica e inimitabile Natascha Wanvestraut
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Letizia era pronta a godersi lo spettacolo. C'era, chi aveva l'abitudine di andare in aeroporto, nei terminal di arrivo, per assistere agli abbracci commossi di persone, che non si vedano da chissà quanto tempo. Alcuni, stentavano anche a riconoscersi. Altri, mettevano su un siparietto sarcastico, a nascondere l'emozione e il battito accelerato del cuore, sotto la camicia. Altri, invece, erano più riservati e liquidavano l'imbarazzo dell'incontro, in un goffo abbraccio con pacca sulla spalla. Letizia aveva osservato queste reazioni decine e decine di volte, non dal vivo; a Follonica non c'era un aeroporto, ma su youtube. Aveva consumato centinaia di video amatoriali, girati nei terminal di tutto il mondo. Cosa mai aveva l'umanità da affascinarla con tanto vigore? Non se lo sapeva spiegare.
Fin da piccola si era sentita elogiare per il suo spirito di osservazione. Occhio di lince, così la chiamava sua madre. A quel pensiero, una fitta di dolore la colpì dritta allo stomaco. Erano passati già venti anni, ma il dolore, non sembrava essersi sedato, ancora. Andava e tornava come un'onda violenta sullo scoglio più alto. Ad intervalli irregolari così che lei, non potesse nemmeno prepararsi all'urto. Chiuse il sacchetto del forno e lo ripose nel cestino di vimini della bicicletta. Con una mano, accarezzò un mazzo di peonie rosa, anch'esso adagiato nello stesso cestino in vimini. Si concentrò nuovamente sul cancello di ingresso della scuola.
Le maestre erano, ora, tutte sul gradino più alto, con gli appelli appena formati:
Prima A
d'Atri Leonardo, un piccolo spettacolo di uomo, avanzò sicuro di sé. Capelli ricciolini ad incorniciare il viso di un ruba cuori. Letizia gli sorrise, il bambino contraccambiò, sfoderando un sorriso aperto e pieno di vita. A quel punto, si voltò verso sua madre, una giovane donna mora, con il medesimo sguardo profondo : "Ciao, mamma. Vado dai bimbi nuovi". La donna sorrise con amore e cacciò in gola le lacrime: "Ciao, pesciolino. A dopo".
Una frase come tante, una frase che si dice ogni giorno. Letizia, lo sapeva bene. Le promesse, anche quelle delle nostre mamme, non sempre vengono mantenute.
Virò lo sguardo lievemente a sinistra. Un'altra maestra, chiamava il suo gruppo.
Quinta A
Benini Asia
de Paolis Virginia
Di Tella Filippo
Magro Gloria
quattro bimbetti in gruppo, corsero spediti dalla maestra. Le tre bimbe, parlottavano tra di loro. A Letizia parve di sentire le parole: diario, nuove penne, quaderni bellissimi. Il maschietto, un bel bambino, più alto della media e con un bel viso dai tratti dolci ed eleganti, si girò e fece cenno di ciao con la mano alla mamma che, nel frattempo, già era con lo sguardo sul secondo figlio, anch'egli, in procinto di essere chiamato dalla sua maestra.
Letizia, sentì un sorriso nascere sulle sue labbra e uno strano calore, riempirle lo stomaco. Era felicità, stentava sempre a riconoscerla. Non era una donna triste, era però, spesso prigioniera dei suoi stessi pensieri. Ognuno danza con i suoi demoni, lo aveva imparato ormai. In quel momento, per esempio, sentiva il calore della felicità nella pancia, ma non riusciva ad irradiarlo al resto del corpo.
All'improvviso, sentì l'urgenza di voltarsi. C'era un uomo che la fissava. Si sentì avvampare. Il calore dalla pancia, passo alle guance. Si innervosì, cercò invano di obbligarsi a guardare la maestra, ma ormai aveva finito il suo appello e riuscì solo a guardare gli ultimi della fila entrare nella scuola. Questo, la indispettì ancora di più. Aveva perso il clamore, il boato di gioia e le urlette dei bimbi alla fine dell'elenco, quando urlano olè, oppure, hip hip urrà!
Si girò ancora, lui era ancora là. Le sorrise. Lei sentì uno strano solletico alle parti basse. Questa volta, si prese il tempo necessario per osservarlo. In fondo, era un occhio di lince, pochi secondi le bastavano.
Andava per i quaranta. Aveva capelli ondulati, castani e un paio di occhiali da sole, che le impedivano di scrutarne il colore degli occhi. Questo la incuriosì ulteriormente.
Non le sembrò avesse il giusto abbigliamento, per essere le nove e trenta del mattino e per trovarsi fuori una scuola elementare. Sarà un padre? O forse un fratello, si trovò d'un tratto a sperare, senza capire bene il perché. Anche se, riconosceva da sola, un fratello di quarant'anni sarebbe stata cosa quanto meno, rara, ma non voleva porre limiti alla provvidenza.
Le sorrise ancora, poi, abbassò lo sguardo e proseguì dritto.
Guai in vista, disse a se stessa, Letizia.
Poche ore dopo, si scoprì a pensare che, per la prima volta in vita sua, la frase: guai in vista le provocava ugualmente, un solletico e una curiosità diffusi.
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Giunto a casa, Filippo, fece una doccia veloce e si preparò per la giornata.
Pensò a Milano, alle corse in metro per arrivare in orario in agenzia. Anche in inverno, con le temperature minime di gennaio, finiva per arrivare madido di sudore in ufficio. Questo, era un elemento che, di sicuro, non gli mancava: la perenne corsa. Ora correva, sì, ma sul lungomare, all'alba, quando gli capitava di rientrare a casa sua la sera. Sorrise tra sé e sé e si avviò alla sua scrivania.
La casa di Filippo, era al quindicesimo piano della torre azzurra, come la chiamavano da queste parti. Un eco-mostro di trenta piani con un panorama mozzafiato. Dal finestrone del suo studio, Filippo riusciva a vedere tutta la costa, verso sud, fino al promontorio dell'Argentario, verso nord, fino a oltre le lucine del porto di Piombino e in fine, dritto di fronte a sé, il paradiso: l'Elba, il Giglio e tutte le formiche. Quando il cielo era sgombro dalle nuvole come oggi, se cercavi con attenzione, riuscivi anche a riconoscere la Corsica. Aprì la tenda a pacchetto di Ikea, spalancò il vetro in posizione vasistas e inspirò nuovamente. L'aria di mare, non gli bastava più. Forse perché era in debito di quaranta anni di smog metropolitano, fatto sta, che da quando abitava sul mare, anche solo l'idea di allontanarsi da quella enorme massa di acqua salata, gli era insopportabile. Si sedette alla scrivania e accese il suo portatile. Il volto di Letizia e il suo profumo di pane caldo, tornarono prepotenti. Una cosa che Filippo non aveva abbandonato della sua vecchia vita, era la forma mentis del pubblicitario. Tutto quello che viveva o anche solo vedeva, era per lui uno strumento pubblicitario. Da Letizia, dalla sua gonna a pois viola, dalla bicicletta con il cestino di vimini, i fiori e il profumo di pane, avrebbe potuto facilmente ricavare quattro o cinque spot per grandi marchi e, in effetti, lo aveva mentalmente fatto, ma poi si ricordò di non essere più un pubblicitario. Si ricordò di essere libero e iniziò a lavorare alla copertina di un romanzo che gli era stata commissionata. Lavorare da free lance, gli piaceva. Adorava l'idea, che tale rimaneva, perché la sua non era una natura né casalinga, né tantomeno pigra, di poter lavorare in mutande. Quando era stanco si prendeva un piccolo break caffè e, al diavolo, se durava più di cinque minuti. Nessuno lo cronometrava a casa sua. Metteva su una capsula di Nescafé e con calma la gustava, senza nemmeno doversi alzare dalla sua scrivania, anzi, era sempre alla sua scrivania, che si accendeva la sigaretta del post caffè. Un atto sacro per qualsiasi fumatore, che la società così detta civile, cercava in tutti i modi possibili di distruggere. Cosa ci leveranno dopo? La sigaretta sul cesso? Si domandava con rabbia il pubblicitario. E, in effetti, qualcuno avrebbe potuto ribattere che quella, gliel'avevano già tolta, se solo Filippo avesse seguito, la comune regola del saper vivere del PROIBITO FUMARE nei bagni pubblici.
Lavorò alla copertina senza fermarsi, se non per qualche caffè e per un tramezzino al volo, fino alle 19 di sera. Tutta una tirata, come un tir appunto, proprio come piaceva a lui. Inseriva la marcia e con la musica giusta avrebbe potuto anche lavorare fino alla fine dei tempi.
Alle 19 poi una telefonata di Chiara, la sua ex moglie lo interruppe.
Chiara era una modella. Era straordinariamente bella, molto più bella di Filippo che pure, non era male, come gli faceva notare lei i primi tempi della loro frequentazione. Quando lui nel gesto di aprirle la portiera dell'automobile, le sussurrava-"sei uno schianto" e lei, ribatteva senza tanti giri di parole -"anche tu non sei niente male" come nei migliori film americani. Ah, Chiara... l'aveva adorata e se n'era innamorato seduta stante, al primo incontro di quell'aperitivo organizzato dalla sua agenzia, per l'evento di lancio, di un'edizione limitata della Coca-Cola. Quella sera aveva fatto il pagliaccio come piace alle donne, l'aveva fatta sorridere, guadagnandosi subito il suo numero di telefono. Spesso aveva pensato che era stato fin troppo semplice ottenerlo, ma di solito, liquidava il pensiero, ricordandosi che la concorrenza era davvero esigua, fino a quando non trovò Chiara a letto con Marco, che fino al giorno prima, era stato il suo migliore amico e partner di lavoro, a quel punto gli fu chiaro perché era stato così facile ottenere il suo numero di telefono. Chiara era un po' puttana e lui, ci aveva messo un punto. Certo, ora, a distanza di mesi, a distanza di quattrocento chilometri, da lei e da quel bastardo travestito da amico, gli sembrava semplicemente di averci messo un punto. La verità però, era un po' diversa. Non esistono separazioni facili e Filippo, non era un caso diverso.
-"Ciao, Fili"
-"Chiara." rispose con tono secco e asciutto
-"Come va, tesoro? Il lavoro?"
-"Perché chiami, Chiara?"
-"Non ho smesso di interessarmi a te, solo perché il nostro rapporto è finito"
-"Il nostro rapporto è finito perché tu, hai smesso di interessarti a me, infatti, hai iniziato ad interessarti in maniera piuttosto intima, a qualcun altro. Ho tralasciato qualche dettaglio?"
-"A tal proposito, io e Marco ci troveremo dalle tue parti il prossimo week end. Ho uno shooting alla marina di Ferragamo e Mark mi accompagna con la jeep. Sai che odio i treni"
-"Si chiama di Scarlino"
-"Ma di che parli, Fili? Questa vita di ritiro ti sta rovinando, amore"
- " La marina, Chiara, la marina si chiama, marina di Scarlino, tuttalpiù Puntone, ma non marina di Ferragamo. Da quando gli edifici portano il nome dei loro proprietari?"
-"Ah, davvero? E allora? L'importante è che tu abbia capito"
-"E io cosa dovrei farci che sei da queste parti? Magari dovrei anche andare a prenotarvi una camera?"
-"Oh My God! Saresti un vero tesoro! Scusa devo scappare, mi chiamano al trucco, mi hanno impelagata in uno spot del cazzo sui preservativi. Oops! Scusa, il gioco di parole. Ci vediamo venerdì sera allora. Sei il migliore! Ti amoooo" e con una risatina beata, un po' per lo stupido gioco di parole, un po' perché qualcuno doveva averla fatta sorridere e un po' perché, Chiara, non aveva bisogno dell'umorismo acuto di Woody Allen per ridere, l'ex moglie di FIlippo, mise giù il telefono e lui, dall'altro capo, si ritrovò con l'incombenza spiacevole, paradossale e anche un po' ridicola, di dover prenotare una camera d'albergo alla sua ex moglie e al suo ex migliore amico.
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Dalla scuola di via Gorizia alla via Marconi, dove era l'albergo in cui lavorava Letizia come receptionist, il tragitto era breve. In realtà si potevano scegliere due itinerari diversi, quello interno che attraversava il centro della città con la via dello shopping che brulicava sempre di persone, anche di inverno, quando si presumeva che una cittadina di mare fosse deserta, oppure, il lungo mare che di norma era solo e sempre in compagnia del vento di Tramontana e di qualche donna di mezza età intenta nella camminata veloce per perdere qualche chilo, peccato però, che il lungomare fosse anche costeggiato da bar e gelaterie, pensò Letizia mentre pedalava sulla pista ciclabile, questa volta lenta più che poteva per allungare il percorso. Non era tanto il lavoro a non piacerle, quanto Teresa, sua collega e diretta superiore. Teresa era simpatica a tutti, tranne che a Letizia. Era la tipica collega che tutti desiderano. Una di quelle che usava parole come team, walk-in e revenue ogni trenta secondi, così che tutti avessero chiaro, che lei sapeva di cosa stesse parlando, che l'hospitality, come la chiamava, era una seconda pelle e non un semplice lavoro, come invece lo viveva Letizia. Le diceva -"Leti (e già questo l'indispettiva, perché Letizia odiava i diminuitivi) siamo un grande team io e te" e poi, con la scusa di un controllo della situazione camere, piuttosto che controllo biancheria, la lasciava da sola al desk, oberata di lavoro tra continue email, l'istat da aggiornare e le disponibilità dei vari tour operator da aggiornare. Poi dopo qualche ora, tornava tutta sudata e con i capelli fuori posto e chiedeva: -"Hai per caso aggiornato le OTAs, Leti?" e dopo poco, trotterellava dietro di lei, Ruggiero, il concierge, dieci anni più giovane di Teresa e tanto interessato a fare carriera nel campo alberghiero.
-"Quel ragazzo farà strada" soleva ripetere Teresa, con un sorriso da meretrice.
Sì, quella che porta alle tue mutande, la conosce già benissimo, rispondeva fra sé e sé, Letizia. E invece, tutto quello che poi diceva a voce alta era: -"Ma perché ti ostini a chiamarle OTAs? Ti costa tanto dire Booking? Considerato che lavoriamo solo con questo?". Teresa però, sembrava mostrare sempre più interesse per il culo di Ruggero che, dalla sua postazione, dava le spalle alla reception.
Poco male, si ripeteva Letizia, questo non era il lavoro della sua vita e di sicuro, sarebbe andata via prima o poi da questa cittadina. Di sicuro, ripeteva a sé stessa, il tempo necessario a far riprendere il babbo, il quale erano 20 anni che cercava di riprendersi. Almeno lei, aveva il primo giorno di scuola, che ogni anno, tornava come un vero totem, per ricordarle cosa e come fosse fatta la felicità. Babbo cosa aveva, invece? Un fiasco di vino rosso alla sera e la su' bimba a tenergli compagnia.
Una cosa a cui aveva pensato spessissimo era, la possibilità di un mondo alternativo nel quale, non era la figlia unica, orfana di madre, che tutti conoscevano. In quel caso, sarebbe rimasta a prendersi cura dei genitori? Se entrambi fossero stati vivi e vegeti, sarebbe rimasta lì per loro comunque, oppure, avrebbe pensato che in due, ce la potevano fare e, magari, sarebbe tornata per il Natale, come facevano tutti i suoi amici che vivevano fuori e cioè, la quasi totalità dei suoi amici? La maggior parte delle volte, Letizia pensava, che il dolore che sentiva dentro, non era più il dolore per la perdita della madre. Certo, sapeva bene che, certe perdite, non si superano mai veramente, ma, in qualche modo, il corpo umano, imparava a conviverci. Come quando ti amputano una gamba e tu sogni di correre, camminare, fare l'amore, tutto, con entrambe le gambe, perché dentro te, il tuo io interiore, ha sempre entrambi gli arti. La sindrome dell'arto fantasma, così l'aveva sentita chiamare. Ecco, quando perdi un genitore, in realtà, dentro di te non lo perdi e alla fine, dopo venti anni che non lo vedi, dopo, cioè, più della metà della tua esistenza senza vederlo, semplicemente, ti abitui all'idea che lui viva nella tua dimensione interna, dove hai ancora e sempre dieci anni e tua madre ogni giorno ti accompagna a scuola ed ogni giorno è il primo giorno di scuola della tua quinta elementare e tu, sei felice.
Per fortuna, si era fatta sera ed il suo turno, era ormai volto quasi al termine. Luigi, il portiere di notte, era quasi sempre puntuale, pochi minuti e sarebbe stata libera, anche se, libertà voleva dire tornare a casa da un padre infelice e un po' brillo.
Il telefono dell'hotel, squillò nello stesso momento in cui, le porte scorrevoli della hall si aprirono, Teresa non c'era naturalmente, così, Letizia, fu obbligata a fare cenno con la mano all'uomo appena entrato e si affrettò a rispondere al telefono:
-"Hotel Bologna, buona sera, sono Letizia, come posso aiutarla?"
Dopo cinque minuti trascorsi al telefono domandandosi che diamine di fine avesse fatto Teresa, Letizia attaccò la cornetta, soddisfatta per aver venduto la suite da trecentocinquanta euro a notte. Tirò indietro la sedia per alzarsi e servire il cliente entrato prima.
-"Buona sera, mi perdoni per l'attesa..."
Letizia alzò finalmente lo sguardo dal planning delle camere, l'uomo che la fissava quella stessa mattina fuori la scuola, era davanti al banco della reception e giocherellava con il campanello in ottone.
-"Scommetto che lo suonano tutti, vero?" disse Filippo. DLIN... sfiorò con delicatezza il campanello.
Letizia, lo guardò senza proferire parola. Le mutandine gli solleticarono ancora.
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Senza occhiali da sole, gli occhi erano finalmente a nudo di fronte a lei.
Erano occhi scuri, come quando, da queste parti, il cielo decide che è ora di tempesta, con lo stesso minaccioso grigio, che, però, ti promette il sole subito dopo ed infatti, una punta di azzurro, andava ad addolcire uno sguardo altrimenti, rigido.
Le ciglia, erano chiaramente schiarite dal sole, così come i capelli.
Il sorriso, Letizia, lo aveva già imparato a memoria nei pochi secondi in cui lo aveva spiato mentre la osservava quella mattina. Insomma, in qualche modo folle eppure, stranamente naturale, Letizia sentiva di conoscere quell'uomo da tutta una vita. Sentì dentro l'impulso di dirgli qualcosa tipo: "Ti conosco da prima che tu arrivassi", ma ad ella stessa, parve di stare esagerando.
Lo stava fissando adesso? Non avrebbe saputo dirlo, in verità, l'unica cosa che cercava disperatamente di fare, era ricomporsi, mettere fine, alla marea che sentiva agitarsi nel suo stomaco.
All'improvviso, ebbe un caldo infernale, decise, quindi, di accendere il condizionatore.
-"Caldo, vero?" disse lui, ancora con quel sorriso.
Letizia sentiva dentro di aver dimenticato tutte le parole della lingua italiana, meditò per qualche secondo di rispondere in inglese, ma, ancora, riconobbe da sola l'assurdità di questa situazione. Perché diavolo, quest'uomo l'innervosiva tanto?
-"Posso esserle utile?"
-"Che ci facevi fuori quella scuola questa mattina e, perché eri così concentrata?" in realtà tutto quello che lui le disse fu:
-"Di tutte le cose folli che mi sono ritrovato a fare nella mia vita, questa, ha di sicuro il primato!"
-"Mi scusi?" domandò lei, questa conversazione sembrava non voler proprio partire
-"No, dico, quale altro uomo sano di mente, si prenderebbe la briga di andare a prenotare una camera di albergo in un lussuoso quattro stelle alla sua ex moglie e al farabutto che se la scopa alle tue spalle già da molto tempo prima che diventasse la tua ex?"
-" Non riesco a seguirla" provò a controbattere Letizia
-"Che poi il farabutto in questione è anche il mio migliore amico. Ex migliore amico. Che cliché banale, lo so benissimo da me, cosa crede? Non c'è bisogno di dirlo. Il migliore amico che si tromba tua moglie, nella tua casa, nel tuo letto, mentre tu ti fai il culo per coprirlo a lavoro! Sì, perché io, sono così stronzo, da aver davvero creduto, che Marco-così si chiama il bastardo- avesse incontrato qualcuna e qualcuna, l'aveva incontrata per Dio, solo che gliel'aveva presentata questo stronzo qui che le sta davanti e che le sta per prenotare una camera per loro. Che almeno, sia la più costosa che ha, cazzo. "
-"Ok, mi pare di aver capito che le serve una camera" in fondo, questo tizio no le interessava. Che persona è uno che entra in un albergo e spiattella tutta la sua vita ad una perfetta sconosciuta, peraltro, senza mai prendere fiato, nemmeno per constatare se lo stesse ascoltando o meno.
Lui la guardò con gli occhi più vivaci che Letizia avesse mai visto, la fronte corrugata un po' dalla rabbia, un po' dalla confusione che ora sembrava apparirgli in volto e, all'improvviso, sorrise, la fronte si spianò, aprendosi nel volto più meraviglioso che Letizia avesse mai incontrato.
-"Scusa, questa situazione sembra venuta fuori dal teatro dell'assurdo! Sì, ho bisogno di una camera per degli ospiti"
Per la prima volta da quando lo aveva visto quella mattina, Letizia, sorrise. Per qualche istante si guardarono, una strana energia sembrò scorrere da uno sguardo all'altro. Una di quelle robe super romantiche, che nessuno al mondo vede, tranne i diretti interessati.
-"Benissimo, mi faccia controllare le disponibilità. Per quando sarebbe?" si ritrovò a fare l'oca. Tirò la pancia in dentro, il petto in fuori e cercò di parlare con un tono più soave possibile. Insomma, questa di certo non era la solita lei.
-"Per questo fine settimana. Due notti"
-"Aho!" l'esclamazione le venne fuori così, senza nemmeno accorgersene
-" Due notti, un'eternità, vero?" lei non rispose e lui la prese come un assenso
-"Cosa diavolo dovrei fargli fare per due sere?"
-"Be' siamo a settembre, non è che ci sia granché da fare da queste parti..." con educazione Letizia provò a chiudere l'argomento. In realtà era solo troppo imbarazzata.
Di nuovo si guardarono con intensità.
-"Eri fuori la scuola elementare questa mattina, vero?" le chiese.
Letizia si sentì attanagliare dal panico. Cosa doveva rispondere, ora?
-"Sì, c'era anche lei?"
-"Dammi del tu, ti prego. Sono, Filippo. Filippo Boldrini e tu sei?"
In questa breve conversazione, Letizia stava venendo meno a tutte le regole basilari di una receptionist nemmeno brava, ma mediocre: discrezione, educazione e rapidità.
-"Ciao, sono Letizia Ammaniti e sono tua per sempre."
-" Letizia. Sono Letizia Ammaniti"
-"Ciao Letizia Ammaniti" disse lui sorridendo e facendola sua per sempre senza nemmeno saperlo.
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Durante tutto il tragitto che lo separava dall'albergo Bologna, Filippo, tentò disperatamente di contenersi. La rabbia veniva non tanto dal pensiero della sua ex moglie a letto con un altro uomo, sebbene, quel pensiero non gli procurasse particolare piacere. No, quello che lo faceva infuriare,era l'idea, che Barbara potesse credere che lui, era sempre, nonostante tutto, a sua completa disposizione. Che lei potesse, continuare a disporre del suo tempo, come una qualunque, cazzo di moglie! E infatti, eccolo lì, il povero idiota, perché diamine non l'aveva richiamata per dirle prenotatelo tu l'albergo! oppure, fai prenotare a quel cazzone che ti scopavi nel mio letto!
Ora, era arrivato alla via Marconi, aveva macinato i pochi chilometri di distanza in una manciata di secondi. Pensò che forse, sarebbe stato più saggio, calmarsi prima di entrare, ma aveva troppa fretta di concludere questa folle storia.
Entrò con passò deciso nella hall dell'albergo. La signorina al banco era impegnata al telefono. Benissimo, ci mancava l'attesa, pensò. Si sedette sul divano, nella saletta televisione attigua alla reception, purtroppo, aveva i nervi a fior di pelle, stare seduto gli pareva davvero improponibile. Si alzò, si diresse al banco e all'improvviso, sentì uno strano tremore alla bocca dello stomaco. La ragazza al banco, era la stessa ragazza, del profumo di pane appena sfornato. Eccola lì, tutta concentrata. Una biro in bocca, mentre assorta al telefono, mordicchiava il tappo della penna e ponderava le sue risposte. Sembrava spazientita, questo gli fece sentire l'irrazionale desiderio di mandare al diavolo la persona all'altro capo del telefono.
La ragazza attaccò il telefono. Nei pochi secondi, che trascorsero, mentre la ragazza alzava lo sguardo dalla sua postazione computer a lui, Filippo, sentì qualcosa impadronirsi dei suoi nervi, del suo cervello e della sua lingua.
-"Di tutte le cose folli che mi sono ritrovato a fare nella mia vita, questa, ha di sicuro il primato!" Filippo, taci. Pensò, ma per la prima volta in vita sua, aveva l'indiscutibile urgenza di parlare. Come se qualcuno, dal suo interno, stesse urlando: ADESSO PARLO IO!
-"Mi scusi?" la ragazza sembrava confusa o era forse disinteressata?
-"No, dico, quale altro uomo sano di mente, si prenderebbe la briga di andare a prenotare una camera di albergo in un lussuoso quattro stelle alla sua ex moglie e al farabutto che se la scopa alle tue spalle già da molto tempo prima che diventasse la tua ex?" e questa? Da dove gli saltava fuori?
-"Che poi il farabutto in questione è anche il mio migliore amico. Ex migliore amico. Che cliché banale, lo so benissimo da me, cosa crede? Non c'è bisogno di dirlo. Il migliore amico che si tromba tua moglie, nella tua casa, nel tuo letto, mentre tu ti fai il culo per coprirlo a lavoro! Sì, perché io, sono così stronzo, da aver davvero creduto, che Marco-così si chiama il bastardo- avesse incontrato qualcuna e qualcuna, l'aveva incontrata per Dio, solo che gliel'aveva presentata questo stronzo qui che le sta davanti e che le sta per prenotare una camera per loro. Che almeno, sia la più costosa che ha, cazzo. " ma cosa diamine stava dicendo? Sentiva come se un morbo, si fosse impossessato di lui. Non riusciva a smettere di parlare. Questa, era la peggiore cosa che potesse capitare in sorte ad un pubblicitario. Essere incapace di mentire e di tacere. Le due regole base, di un buon pubblicitario erano appena andate a farsi benedire: saper mentire e tacere, quando, le parole non occorrono. Questa ragazza era la sua kryptonite.
-"Ok, mi pare di aver capito che le serve una camera" benissimo, adesso, lei pensava anche, che lui fosse un gran cretino. La stava imbarazzando, bravo, Filippo, vai forte.
Si obbligò a ricomporsi. Si disse qualcosa tipo, pensa alla zia Betti in lingerie. Funzionò. Il cuore decelerò e, la bocca dello stomaco, rientrò nelle sue abituali dimensioni.
Mise su uno sguardo serio e abbozzò un sorriso. Zia Betti in mutande ancora davanti ai suoi occhi.
-"Scusa, questa situazione sembra venuta fuori dal teatro dell'assurdo! Sì, ho bisogno di una camera per degli ospiti" passare al Tu gli parve una buona idea. Il Tu, si disse, crea empatia.
-"Benissimo, mi faccia controllare le disponibilità. Per quando sarebbe?" cavoli, il Tu non funzionava. Se l'era giocata. maledetta di una Barbara. Rovinargli un'occasione del genere per venire a deriderlo fin dentro casa sua, non gli bastava Milano, no! Lei voleva l'Italia intera, forse.
-"Per questo fine settimana. Due notti".
-"Aho!" e quella cos'era? Empatia, forse? Allora il Tu funzionava. Certo, che funzionava! Il Tu, funzionava sempre.
-" Due notti, un'eternità, vero?" lei non rispose e lui la prese come un assenso. Quella era di certo, empatia.
-"Cosa diavolo dovrei fargli fare per due sere?"
-"Be' siamo a settembre, non è che ci sia granché da fare da queste parti..." o forse era solo buona educazione. Questa non era una risposta poi molto partecipativa.
Filippo però, non si buttava mai giù. Lui era un pubblicitario, sapeva come ottenere quello che voleva. Kryptonite o non.
La guardò con intensità e lei ricambiò, almeno così lui avrebbe giurato.
-"Eri fuori la scuola elementare questa mattina, vero?" provò con un atteggiamento più diretto.
La ragazza parve barcollare. Quello che vedeva ora Filippo, era panico.
-"Sì, c'era anche lei?" rispose lei, fingendo noncuranza.
-"Dammi del tu, ti prego. Sono, Filippo. Filippo Boldrini e tu sei?"
Lei ora, finalmente sorrideva. Era un pubblicitario, voleva il suo sorriso e lo aveva ottenuto.
-" Letizia. Sono Letizia Ammaniti"
-"Ciao Letizia Ammaniti" disse lui sorridendo e con queste tre parole, Filippo il pubblicitario si innamorò perdutamente.
Quella mattina di metà settembre, l'estate sembrava dare l'ultimo colpo di coda.
Le temperature, erano sopra la media stagionale, come avevano detto alla radio. Il cielo, di un perfetto blu terso, sembrava a tratti finto, dipinto sul cartonato delle scenografie arrangiate nelle recite scolastiche. Cobalto, questo era il tono di blu, pensò Letizia, mentre sulla sua bicicletta con il cestino in vimini, la gonna dal sapore vagamente gitano, ma pur sempre chic ad accarezzare le gambe magre, si dirigeva al forno del mercato coperto per una bella focaccia della mattina.
Aveva sempre preferito una prima colazione salata, al classico cappuccino e cornetto. Non era una donna da zucchero doppio nel caffè, al contrario, lo preferiva amaro. Sua nonna, che l'aveva cresciuta, le aveva insegnato a guardare alla sostanza delle cose e a fare a meno, di tutti gli ornamenti ecco quindi come, il caffè era amaro e il cornetto era pressocché inutile, quando potevi avere, della focaccia che assurgeva al ruolo di: prima colazione, spuntino della mezza mattina e, a volte, quando Letizia decideva di non rientrare a casa, di spacco pranzo e poi, ma questo era un suo pensiero personale che non avrebbe mai condiviso con la nonna, era privo di grassi saturi.
Il campanello della bicicletta di Letizia trillò forte, mentre passava a tutta velocità per la via Giacomelli che, di poco la distanziava, dalla scuola in via Gorizia.
-"Pistaaaaaa"solo questo fu ciò che riuscì ad udire Filippo, quando, appena in tempo per non essere scaraventato per aria, rimbalzò sullo scalino dal quale era appena sceso. Guardò filare dritto quel fulmine in bicicletta, solo un'aroma di pane appena sfornato aveva lasciato.
Letizia giunse in via Gorizia, scese dalla bicicletta e si appoggiò al muretto accanto a lei.
I cancelli della scuola si spalancarono, molti erano i bambini che, in quella calda mattina, facevano ritorno ai loro banchetti, altri, invece, varcavano la soglia per la prima volta, alcuni di loro, i più impavidi urlando: "Mamma, guarda che faccio? Vado da solo!". Letizia cacciò la focaccia dalla busta del forno e affondò i denti.
Si preparava alla spettacolo.
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-"Pistaaaaa", Filippo, fece appena in tempo a rimbalzare all'indietro, sul marciapiede dal quale era sceso. Un intenso profumo di pane caldo inondò le sue narici. Una ragazza in bici, aveva appena rischiato di investirlo. Provinciali, pensò stizzito, convinti che questo buco di città, dimenticato da Dio, sia di loro proprietà, se ne vanno scorrazzando in bicicletta, senza tener conto delle norme di base del codice della strada. Non riuscirò mai ad abituarmi a questi maremmani.
La via Fiume ora, lo portava al mare. Arrivato alla banchina della piccola darsena, inspirò profondamente. L'aria pregna di salsedine, gli pizzicò i bronchi e l'orgoglio. Eppure, Milano non gli mancava affatto. Alla vista di quella immensa tavola blu, si ricordò perché, aveva scelto di lasciare la grande città. Quella mattina di settembre in particolare, il mare, si confondeva con il cielo, in un orizzonte perfetto ed irraggiungibile, o forse, irraggiungibile, quindi, perfetto, non avrebbe saputo dirlo Filippo. Era un uomo dai grandi obiettivi, tutti, scientificamente scelti, tra quelli utopici. Aveva quarant'anni suonati, un passato prossimo da pubblicitario rampante a Milano, un divorzio in via di conclusione, per fortuna amichevole e, una notte brava alle spalle.
Non era poi questa grande eccezione, il suo divorzio così friendly. In fondo, era di Milano, per Dio. Da quelle parti si viaggiava alla velocità socio-culturale degli Stati Uniti di America. Milano città di moda, di televisione, di expo e di Starbucks. Milano globalizzata, Milano dai mercatini alimentari bio e chilometro 0 la domenica mattina in villa. La gente veniva da tutto il mondo per vistare i Navigli e salutare la Madonnina del Duomo eppure, Milano, l'aveva portato su quel ponte una notte. Scosse la testa, come ogni volta che, quel pensiero lontano, bussava alle porte della sua mente.
Stiracchiò le braccia e distolse lo sguardo dal mare. Si girò verso i palazzi e nello scorgere il portone di Lidia, il suo orgoglio si riebbe, si scrollò via quel pizzicore che la salsedine gli aveva provocato e si beò, per un breve istante, di se stesso. Era pur sempre un uomo. Si avviò verso il primo bar del lungomare e si mise a sedere ai tavolini della terrazza, per ordinare un caffè. Lidia gli tornò in mente. Anche lei, gli aveva offerto un caffè al loro risveglio, ma lui aveva rifiutato. Non se la sentiva di restare lì e doverle parlare, non che non amasse parlare, al contrario. Era un pubblicitario, la parola, era il suo pane quotidiano e quante parole, infatti, le aveva raccontato la sera prima a cena, in quel buonissimo ristorante: Il Sottomarino. Annotò mentalmente il nome del ristorante per un'altra occasione e un'altra donna. Era da poco a Follonica e non aveva ancora finito di ampliare il suo giro di locali e, soprattutto, il giro di donne da frequentare. Si alzò, lasciò i soldi in un piattino, dove il cameriere, aveva lasciato con noncuranza uno scontrino e se ne andò. Tutto questo, a Milano sarebbe stato inverosimile. Sarebbe sbucato fuori di certo un barbone per intascarsi i pochi euro del caffè, ma si sa, un caffè dietro l'altro... e risolvi la giornata. Le grandi città ti impongono, fin dalla nascita, poche regole, una sola per la verità: mangia o sarai mangiato. Filippo lo sapeva bene.
Mentre si incamminava ora, verso casa sua, che era proprio nella piazza a mare della città, la sua attenzione, fu catturata da una gonna bianca a grandi, forse troppo grandi, pensò Filippo, pois viola.
La gonna sventolava allegra e sfacciata su un muretto. Fece muovere lo sguardo prima all'ingiù dove scorse due scarpe ballerina blu e poi verso su, un golfino dello stesso blu acceso delle scarpe, abbracciava, in maniera soffice, almeno così gli parve, il corpo minuto di una ragazza dai capelli biondi, raccolti in uno chignon.
Di nuovo, un forte profumo di pane, inondò le sue narici.
Illustrazione della mitica e inimitabile Natascha Wanvestraut
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Letizia era pronta a godersi lo spettacolo. C'era, chi aveva l'abitudine di andare in aeroporto, nei terminal di arrivo, per assistere agli abbracci commossi di persone, che non si vedano da chissà quanto tempo. Alcuni, stentavano anche a riconoscersi. Altri, mettevano su un siparietto sarcastico, a nascondere l'emozione e il battito accelerato del cuore, sotto la camicia. Altri, invece, erano più riservati e liquidavano l'imbarazzo dell'incontro, in un goffo abbraccio con pacca sulla spalla. Letizia aveva osservato queste reazioni decine e decine di volte, non dal vivo; a Follonica non c'era un aeroporto, ma su youtube. Aveva consumato centinaia di video amatoriali, girati nei terminal di tutto il mondo. Cosa mai aveva l'umanità da affascinarla con tanto vigore? Non se lo sapeva spiegare.
Fin da piccola si era sentita elogiare per il suo spirito di osservazione. Occhio di lince, così la chiamava sua madre. A quel pensiero, una fitta di dolore la colpì dritta allo stomaco. Erano passati già venti anni, ma il dolore, non sembrava essersi sedato, ancora. Andava e tornava come un'onda violenta sullo scoglio più alto. Ad intervalli irregolari così che lei, non potesse nemmeno prepararsi all'urto. Chiuse il sacchetto del forno e lo ripose nel cestino di vimini della bicicletta. Con una mano, accarezzò un mazzo di peonie rosa, anch'esso adagiato nello stesso cestino in vimini. Si concentrò nuovamente sul cancello di ingresso della scuola.
Le maestre erano, ora, tutte sul gradino più alto, con gli appelli appena formati:
Prima A
d'Atri Leonardo, un piccolo spettacolo di uomo, avanzò sicuro di sé. Capelli ricciolini ad incorniciare il viso di un ruba cuori. Letizia gli sorrise, il bambino contraccambiò, sfoderando un sorriso aperto e pieno di vita. A quel punto, si voltò verso sua madre, una giovane donna mora, con il medesimo sguardo profondo : "Ciao, mamma. Vado dai bimbi nuovi". La donna sorrise con amore e cacciò in gola le lacrime: "Ciao, pesciolino. A dopo".
Una frase come tante, una frase che si dice ogni giorno. Letizia, lo sapeva bene. Le promesse, anche quelle delle nostre mamme, non sempre vengono mantenute.
Virò lo sguardo lievemente a sinistra. Un'altra maestra, chiamava il suo gruppo.
Quinta A
Benini Asia
de Paolis Virginia
Di Tella Filippo
Magro Gloria
quattro bimbetti in gruppo, corsero spediti dalla maestra. Le tre bimbe, parlottavano tra di loro. A Letizia parve di sentire le parole: diario, nuove penne, quaderni bellissimi. Il maschietto, un bel bambino, più alto della media e con un bel viso dai tratti dolci ed eleganti, si girò e fece cenno di ciao con la mano alla mamma che, nel frattempo, già era con lo sguardo sul secondo figlio, anch'egli, in procinto di essere chiamato dalla sua maestra.
Letizia, sentì un sorriso nascere sulle sue labbra e uno strano calore, riempirle lo stomaco. Era felicità, stentava sempre a riconoscerla. Non era una donna triste, era però, spesso prigioniera dei suoi stessi pensieri. Ognuno danza con i suoi demoni, lo aveva imparato ormai. In quel momento, per esempio, sentiva il calore della felicità nella pancia, ma non riusciva ad irradiarlo al resto del corpo.
All'improvviso, sentì l'urgenza di voltarsi. C'era un uomo che la fissava. Si sentì avvampare. Il calore dalla pancia, passo alle guance. Si innervosì, cercò invano di obbligarsi a guardare la maestra, ma ormai aveva finito il suo appello e riuscì solo a guardare gli ultimi della fila entrare nella scuola. Questo, la indispettì ancora di più. Aveva perso il clamore, il boato di gioia e le urlette dei bimbi alla fine dell'elenco, quando urlano olè, oppure, hip hip urrà!
Si girò ancora, lui era ancora là. Le sorrise. Lei sentì uno strano solletico alle parti basse. Questa volta, si prese il tempo necessario per osservarlo. In fondo, era un occhio di lince, pochi secondi le bastavano.
Andava per i quaranta. Aveva capelli ondulati, castani e un paio di occhiali da sole, che le impedivano di scrutarne il colore degli occhi. Questo la incuriosì ulteriormente.
Non le sembrò avesse il giusto abbigliamento, per essere le nove e trenta del mattino e per trovarsi fuori una scuola elementare. Sarà un padre? O forse un fratello, si trovò d'un tratto a sperare, senza capire bene il perché. Anche se, riconosceva da sola, un fratello di quarant'anni sarebbe stata cosa quanto meno, rara, ma non voleva porre limiti alla provvidenza.
Le sorrise ancora, poi, abbassò lo sguardo e proseguì dritto.
Guai in vista, disse a se stessa, Letizia.
Poche ore dopo, si scoprì a pensare che, per la prima volta in vita sua, la frase: guai in vista le provocava ugualmente, un solletico e una curiosità diffusi.
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Giunto a casa, Filippo, fece una doccia veloce e si preparò per la giornata.
Pensò a Milano, alle corse in metro per arrivare in orario in agenzia. Anche in inverno, con le temperature minime di gennaio, finiva per arrivare madido di sudore in ufficio. Questo, era un elemento che, di sicuro, non gli mancava: la perenne corsa. Ora correva, sì, ma sul lungomare, all'alba, quando gli capitava di rientrare a casa sua la sera. Sorrise tra sé e sé e si avviò alla sua scrivania.
La casa di Filippo, era al quindicesimo piano della torre azzurra, come la chiamavano da queste parti. Un eco-mostro di trenta piani con un panorama mozzafiato. Dal finestrone del suo studio, Filippo riusciva a vedere tutta la costa, verso sud, fino al promontorio dell'Argentario, verso nord, fino a oltre le lucine del porto di Piombino e in fine, dritto di fronte a sé, il paradiso: l'Elba, il Giglio e tutte le formiche. Quando il cielo era sgombro dalle nuvole come oggi, se cercavi con attenzione, riuscivi anche a riconoscere la Corsica. Aprì la tenda a pacchetto di Ikea, spalancò il vetro in posizione vasistas e inspirò nuovamente. L'aria di mare, non gli bastava più. Forse perché era in debito di quaranta anni di smog metropolitano, fatto sta, che da quando abitava sul mare, anche solo l'idea di allontanarsi da quella enorme massa di acqua salata, gli era insopportabile. Si sedette alla scrivania e accese il suo portatile. Il volto di Letizia e il suo profumo di pane caldo, tornarono prepotenti. Una cosa che Filippo non aveva abbandonato della sua vecchia vita, era la forma mentis del pubblicitario. Tutto quello che viveva o anche solo vedeva, era per lui uno strumento pubblicitario. Da Letizia, dalla sua gonna a pois viola, dalla bicicletta con il cestino di vimini, i fiori e il profumo di pane, avrebbe potuto facilmente ricavare quattro o cinque spot per grandi marchi e, in effetti, lo aveva mentalmente fatto, ma poi si ricordò di non essere più un pubblicitario. Si ricordò di essere libero e iniziò a lavorare alla copertina di un romanzo che gli era stata commissionata. Lavorare da free lance, gli piaceva. Adorava l'idea, che tale rimaneva, perché la sua non era una natura né casalinga, né tantomeno pigra, di poter lavorare in mutande. Quando era stanco si prendeva un piccolo break caffè e, al diavolo, se durava più di cinque minuti. Nessuno lo cronometrava a casa sua. Metteva su una capsula di Nescafé e con calma la gustava, senza nemmeno doversi alzare dalla sua scrivania, anzi, era sempre alla sua scrivania, che si accendeva la sigaretta del post caffè. Un atto sacro per qualsiasi fumatore, che la società così detta civile, cercava in tutti i modi possibili di distruggere. Cosa ci leveranno dopo? La sigaretta sul cesso? Si domandava con rabbia il pubblicitario. E, in effetti, qualcuno avrebbe potuto ribattere che quella, gliel'avevano già tolta, se solo Filippo avesse seguito, la comune regola del saper vivere del PROIBITO FUMARE nei bagni pubblici.
Lavorò alla copertina senza fermarsi, se non per qualche caffè e per un tramezzino al volo, fino alle 19 di sera. Tutta una tirata, come un tir appunto, proprio come piaceva a lui. Inseriva la marcia e con la musica giusta avrebbe potuto anche lavorare fino alla fine dei tempi.
Alle 19 poi una telefonata di Chiara, la sua ex moglie lo interruppe.
Chiara era una modella. Era straordinariamente bella, molto più bella di Filippo che pure, non era male, come gli faceva notare lei i primi tempi della loro frequentazione. Quando lui nel gesto di aprirle la portiera dell'automobile, le sussurrava-"sei uno schianto" e lei, ribatteva senza tanti giri di parole -"anche tu non sei niente male" come nei migliori film americani. Ah, Chiara... l'aveva adorata e se n'era innamorato seduta stante, al primo incontro di quell'aperitivo organizzato dalla sua agenzia, per l'evento di lancio, di un'edizione limitata della Coca-Cola. Quella sera aveva fatto il pagliaccio come piace alle donne, l'aveva fatta sorridere, guadagnandosi subito il suo numero di telefono. Spesso aveva pensato che era stato fin troppo semplice ottenerlo, ma di solito, liquidava il pensiero, ricordandosi che la concorrenza era davvero esigua, fino a quando non trovò Chiara a letto con Marco, che fino al giorno prima, era stato il suo migliore amico e partner di lavoro, a quel punto gli fu chiaro perché era stato così facile ottenere il suo numero di telefono. Chiara era un po' puttana e lui, ci aveva messo un punto. Certo, ora, a distanza di mesi, a distanza di quattrocento chilometri, da lei e da quel bastardo travestito da amico, gli sembrava semplicemente di averci messo un punto. La verità però, era un po' diversa. Non esistono separazioni facili e Filippo, non era un caso diverso.
-"Ciao, Fili"
-"Chiara." rispose con tono secco e asciutto
-"Come va, tesoro? Il lavoro?"
-"Perché chiami, Chiara?"
-"Non ho smesso di interessarmi a te, solo perché il nostro rapporto è finito"
-"Il nostro rapporto è finito perché tu, hai smesso di interessarti a me, infatti, hai iniziato ad interessarti in maniera piuttosto intima, a qualcun altro. Ho tralasciato qualche dettaglio?"
-"A tal proposito, io e Marco ci troveremo dalle tue parti il prossimo week end. Ho uno shooting alla marina di Ferragamo e Mark mi accompagna con la jeep. Sai che odio i treni"
-"Si chiama di Scarlino"
-"Ma di che parli, Fili? Questa vita di ritiro ti sta rovinando, amore"
- " La marina, Chiara, la marina si chiama, marina di Scarlino, tuttalpiù Puntone, ma non marina di Ferragamo. Da quando gli edifici portano il nome dei loro proprietari?"
-"Ah, davvero? E allora? L'importante è che tu abbia capito"
-"E io cosa dovrei farci che sei da queste parti? Magari dovrei anche andare a prenotarvi una camera?"
-"Oh My God! Saresti un vero tesoro! Scusa devo scappare, mi chiamano al trucco, mi hanno impelagata in uno spot del cazzo sui preservativi. Oops! Scusa, il gioco di parole. Ci vediamo venerdì sera allora. Sei il migliore! Ti amoooo" e con una risatina beata, un po' per lo stupido gioco di parole, un po' perché qualcuno doveva averla fatta sorridere e un po' perché, Chiara, non aveva bisogno dell'umorismo acuto di Woody Allen per ridere, l'ex moglie di FIlippo, mise giù il telefono e lui, dall'altro capo, si ritrovò con l'incombenza spiacevole, paradossale e anche un po' ridicola, di dover prenotare una camera d'albergo alla sua ex moglie e al suo ex migliore amico.
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Dalla scuola di via Gorizia alla via Marconi, dove era l'albergo in cui lavorava Letizia come receptionist, il tragitto era breve. In realtà si potevano scegliere due itinerari diversi, quello interno che attraversava il centro della città con la via dello shopping che brulicava sempre di persone, anche di inverno, quando si presumeva che una cittadina di mare fosse deserta, oppure, il lungo mare che di norma era solo e sempre in compagnia del vento di Tramontana e di qualche donna di mezza età intenta nella camminata veloce per perdere qualche chilo, peccato però, che il lungomare fosse anche costeggiato da bar e gelaterie, pensò Letizia mentre pedalava sulla pista ciclabile, questa volta lenta più che poteva per allungare il percorso. Non era tanto il lavoro a non piacerle, quanto Teresa, sua collega e diretta superiore. Teresa era simpatica a tutti, tranne che a Letizia. Era la tipica collega che tutti desiderano. Una di quelle che usava parole come team, walk-in e revenue ogni trenta secondi, così che tutti avessero chiaro, che lei sapeva di cosa stesse parlando, che l'hospitality, come la chiamava, era una seconda pelle e non un semplice lavoro, come invece lo viveva Letizia. Le diceva -"Leti (e già questo l'indispettiva, perché Letizia odiava i diminuitivi) siamo un grande team io e te" e poi, con la scusa di un controllo della situazione camere, piuttosto che controllo biancheria, la lasciava da sola al desk, oberata di lavoro tra continue email, l'istat da aggiornare e le disponibilità dei vari tour operator da aggiornare. Poi dopo qualche ora, tornava tutta sudata e con i capelli fuori posto e chiedeva: -"Hai per caso aggiornato le OTAs, Leti?" e dopo poco, trotterellava dietro di lei, Ruggiero, il concierge, dieci anni più giovane di Teresa e tanto interessato a fare carriera nel campo alberghiero.
-"Quel ragazzo farà strada" soleva ripetere Teresa, con un sorriso da meretrice.
Sì, quella che porta alle tue mutande, la conosce già benissimo, rispondeva fra sé e sé, Letizia. E invece, tutto quello che poi diceva a voce alta era: -"Ma perché ti ostini a chiamarle OTAs? Ti costa tanto dire Booking? Considerato che lavoriamo solo con questo?". Teresa però, sembrava mostrare sempre più interesse per il culo di Ruggero che, dalla sua postazione, dava le spalle alla reception.
Poco male, si ripeteva Letizia, questo non era il lavoro della sua vita e di sicuro, sarebbe andata via prima o poi da questa cittadina. Di sicuro, ripeteva a sé stessa, il tempo necessario a far riprendere il babbo, il quale erano 20 anni che cercava di riprendersi. Almeno lei, aveva il primo giorno di scuola, che ogni anno, tornava come un vero totem, per ricordarle cosa e come fosse fatta la felicità. Babbo cosa aveva, invece? Un fiasco di vino rosso alla sera e la su' bimba a tenergli compagnia.
Una cosa a cui aveva pensato spessissimo era, la possibilità di un mondo alternativo nel quale, non era la figlia unica, orfana di madre, che tutti conoscevano. In quel caso, sarebbe rimasta a prendersi cura dei genitori? Se entrambi fossero stati vivi e vegeti, sarebbe rimasta lì per loro comunque, oppure, avrebbe pensato che in due, ce la potevano fare e, magari, sarebbe tornata per il Natale, come facevano tutti i suoi amici che vivevano fuori e cioè, la quasi totalità dei suoi amici? La maggior parte delle volte, Letizia pensava, che il dolore che sentiva dentro, non era più il dolore per la perdita della madre. Certo, sapeva bene che, certe perdite, non si superano mai veramente, ma, in qualche modo, il corpo umano, imparava a conviverci. Come quando ti amputano una gamba e tu sogni di correre, camminare, fare l'amore, tutto, con entrambe le gambe, perché dentro te, il tuo io interiore, ha sempre entrambi gli arti. La sindrome dell'arto fantasma, così l'aveva sentita chiamare. Ecco, quando perdi un genitore, in realtà, dentro di te non lo perdi e alla fine, dopo venti anni che non lo vedi, dopo, cioè, più della metà della tua esistenza senza vederlo, semplicemente, ti abitui all'idea che lui viva nella tua dimensione interna, dove hai ancora e sempre dieci anni e tua madre ogni giorno ti accompagna a scuola ed ogni giorno è il primo giorno di scuola della tua quinta elementare e tu, sei felice.
Per fortuna, si era fatta sera ed il suo turno, era ormai volto quasi al termine. Luigi, il portiere di notte, era quasi sempre puntuale, pochi minuti e sarebbe stata libera, anche se, libertà voleva dire tornare a casa da un padre infelice e un po' brillo.
Il telefono dell'hotel, squillò nello stesso momento in cui, le porte scorrevoli della hall si aprirono, Teresa non c'era naturalmente, così, Letizia, fu obbligata a fare cenno con la mano all'uomo appena entrato e si affrettò a rispondere al telefono:
-"Hotel Bologna, buona sera, sono Letizia, come posso aiutarla?"
Dopo cinque minuti trascorsi al telefono domandandosi che diamine di fine avesse fatto Teresa, Letizia attaccò la cornetta, soddisfatta per aver venduto la suite da trecentocinquanta euro a notte. Tirò indietro la sedia per alzarsi e servire il cliente entrato prima.
-"Buona sera, mi perdoni per l'attesa..."
Letizia alzò finalmente lo sguardo dal planning delle camere, l'uomo che la fissava quella stessa mattina fuori la scuola, era davanti al banco della reception e giocherellava con il campanello in ottone.
-"Scommetto che lo suonano tutti, vero?" disse Filippo. DLIN... sfiorò con delicatezza il campanello.
Letizia, lo guardò senza proferire parola. Le mutandine gli solleticarono ancora.
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Senza occhiali da sole, gli occhi erano finalmente a nudo di fronte a lei.
Erano occhi scuri, come quando, da queste parti, il cielo decide che è ora di tempesta, con lo stesso minaccioso grigio, che, però, ti promette il sole subito dopo ed infatti, una punta di azzurro, andava ad addolcire uno sguardo altrimenti, rigido.
Le ciglia, erano chiaramente schiarite dal sole, così come i capelli.
Il sorriso, Letizia, lo aveva già imparato a memoria nei pochi secondi in cui lo aveva spiato mentre la osservava quella mattina. Insomma, in qualche modo folle eppure, stranamente naturale, Letizia sentiva di conoscere quell'uomo da tutta una vita. Sentì dentro l'impulso di dirgli qualcosa tipo: "Ti conosco da prima che tu arrivassi", ma ad ella stessa, parve di stare esagerando.
Lo stava fissando adesso? Non avrebbe saputo dirlo, in verità, l'unica cosa che cercava disperatamente di fare, era ricomporsi, mettere fine, alla marea che sentiva agitarsi nel suo stomaco.
All'improvviso, ebbe un caldo infernale, decise, quindi, di accendere il condizionatore.
-"Caldo, vero?" disse lui, ancora con quel sorriso.
Letizia sentiva dentro di aver dimenticato tutte le parole della lingua italiana, meditò per qualche secondo di rispondere in inglese, ma, ancora, riconobbe da sola l'assurdità di questa situazione. Perché diavolo, quest'uomo l'innervosiva tanto?
-"Posso esserle utile?"
-"Che ci facevi fuori quella scuola questa mattina e, perché eri così concentrata?" in realtà tutto quello che lui le disse fu:
-"Di tutte le cose folli che mi sono ritrovato a fare nella mia vita, questa, ha di sicuro il primato!"
-"Mi scusi?" domandò lei, questa conversazione sembrava non voler proprio partire
-"No, dico, quale altro uomo sano di mente, si prenderebbe la briga di andare a prenotare una camera di albergo in un lussuoso quattro stelle alla sua ex moglie e al farabutto che se la scopa alle tue spalle già da molto tempo prima che diventasse la tua ex?"
-" Non riesco a seguirla" provò a controbattere Letizia
-"Che poi il farabutto in questione è anche il mio migliore amico. Ex migliore amico. Che cliché banale, lo so benissimo da me, cosa crede? Non c'è bisogno di dirlo. Il migliore amico che si tromba tua moglie, nella tua casa, nel tuo letto, mentre tu ti fai il culo per coprirlo a lavoro! Sì, perché io, sono così stronzo, da aver davvero creduto, che Marco-così si chiama il bastardo- avesse incontrato qualcuna e qualcuna, l'aveva incontrata per Dio, solo che gliel'aveva presentata questo stronzo qui che le sta davanti e che le sta per prenotare una camera per loro. Che almeno, sia la più costosa che ha, cazzo. "
-"Ok, mi pare di aver capito che le serve una camera" in fondo, questo tizio no le interessava. Che persona è uno che entra in un albergo e spiattella tutta la sua vita ad una perfetta sconosciuta, peraltro, senza mai prendere fiato, nemmeno per constatare se lo stesse ascoltando o meno.
Lui la guardò con gli occhi più vivaci che Letizia avesse mai visto, la fronte corrugata un po' dalla rabbia, un po' dalla confusione che ora sembrava apparirgli in volto e, all'improvviso, sorrise, la fronte si spianò, aprendosi nel volto più meraviglioso che Letizia avesse mai incontrato.
-"Scusa, questa situazione sembra venuta fuori dal teatro dell'assurdo! Sì, ho bisogno di una camera per degli ospiti"
Per la prima volta da quando lo aveva visto quella mattina, Letizia, sorrise. Per qualche istante si guardarono, una strana energia sembrò scorrere da uno sguardo all'altro. Una di quelle robe super romantiche, che nessuno al mondo vede, tranne i diretti interessati.
-"Benissimo, mi faccia controllare le disponibilità. Per quando sarebbe?" si ritrovò a fare l'oca. Tirò la pancia in dentro, il petto in fuori e cercò di parlare con un tono più soave possibile. Insomma, questa di certo non era la solita lei.
-"Per questo fine settimana. Due notti"
-"Aho!" l'esclamazione le venne fuori così, senza nemmeno accorgersene
-" Due notti, un'eternità, vero?" lei non rispose e lui la prese come un assenso
-"Cosa diavolo dovrei fargli fare per due sere?"
-"Be' siamo a settembre, non è che ci sia granché da fare da queste parti..." con educazione Letizia provò a chiudere l'argomento. In realtà era solo troppo imbarazzata.
Di nuovo si guardarono con intensità.
-"Eri fuori la scuola elementare questa mattina, vero?" le chiese.
Letizia si sentì attanagliare dal panico. Cosa doveva rispondere, ora?
-"Sì, c'era anche lei?"
-"Dammi del tu, ti prego. Sono, Filippo. Filippo Boldrini e tu sei?"
In questa breve conversazione, Letizia stava venendo meno a tutte le regole basilari di una receptionist nemmeno brava, ma mediocre: discrezione, educazione e rapidità.
-"Ciao, sono Letizia Ammaniti e sono tua per sempre."
-" Letizia. Sono Letizia Ammaniti"
-"Ciao Letizia Ammaniti" disse lui sorridendo e facendola sua per sempre senza nemmeno saperlo.
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Durante tutto il tragitto che lo separava dall'albergo Bologna, Filippo, tentò disperatamente di contenersi. La rabbia veniva non tanto dal pensiero della sua ex moglie a letto con un altro uomo, sebbene, quel pensiero non gli procurasse particolare piacere. No, quello che lo faceva infuriare,era l'idea, che Barbara potesse credere che lui, era sempre, nonostante tutto, a sua completa disposizione. Che lei potesse, continuare a disporre del suo tempo, come una qualunque, cazzo di moglie! E infatti, eccolo lì, il povero idiota, perché diamine non l'aveva richiamata per dirle prenotatelo tu l'albergo! oppure, fai prenotare a quel cazzone che ti scopavi nel mio letto!
Ora, era arrivato alla via Marconi, aveva macinato i pochi chilometri di distanza in una manciata di secondi. Pensò che forse, sarebbe stato più saggio, calmarsi prima di entrare, ma aveva troppa fretta di concludere questa folle storia.
Entrò con passò deciso nella hall dell'albergo. La signorina al banco era impegnata al telefono. Benissimo, ci mancava l'attesa, pensò. Si sedette sul divano, nella saletta televisione attigua alla reception, purtroppo, aveva i nervi a fior di pelle, stare seduto gli pareva davvero improponibile. Si alzò, si diresse al banco e all'improvviso, sentì uno strano tremore alla bocca dello stomaco. La ragazza al banco, era la stessa ragazza, del profumo di pane appena sfornato. Eccola lì, tutta concentrata. Una biro in bocca, mentre assorta al telefono, mordicchiava il tappo della penna e ponderava le sue risposte. Sembrava spazientita, questo gli fece sentire l'irrazionale desiderio di mandare al diavolo la persona all'altro capo del telefono.
La ragazza attaccò il telefono. Nei pochi secondi, che trascorsero, mentre la ragazza alzava lo sguardo dalla sua postazione computer a lui, Filippo, sentì qualcosa impadronirsi dei suoi nervi, del suo cervello e della sua lingua.
-"Di tutte le cose folli che mi sono ritrovato a fare nella mia vita, questa, ha di sicuro il primato!" Filippo, taci. Pensò, ma per la prima volta in vita sua, aveva l'indiscutibile urgenza di parlare. Come se qualcuno, dal suo interno, stesse urlando: ADESSO PARLO IO!
-"Mi scusi?" la ragazza sembrava confusa o era forse disinteressata?
-"No, dico, quale altro uomo sano di mente, si prenderebbe la briga di andare a prenotare una camera di albergo in un lussuoso quattro stelle alla sua ex moglie e al farabutto che se la scopa alle tue spalle già da molto tempo prima che diventasse la tua ex?" e questa? Da dove gli saltava fuori?
-"Che poi il farabutto in questione è anche il mio migliore amico. Ex migliore amico. Che cliché banale, lo so benissimo da me, cosa crede? Non c'è bisogno di dirlo. Il migliore amico che si tromba tua moglie, nella tua casa, nel tuo letto, mentre tu ti fai il culo per coprirlo a lavoro! Sì, perché io, sono così stronzo, da aver davvero creduto, che Marco-così si chiama il bastardo- avesse incontrato qualcuna e qualcuna, l'aveva incontrata per Dio, solo che gliel'aveva presentata questo stronzo qui che le sta davanti e che le sta per prenotare una camera per loro. Che almeno, sia la più costosa che ha, cazzo. " ma cosa diamine stava dicendo? Sentiva come se un morbo, si fosse impossessato di lui. Non riusciva a smettere di parlare. Questa, era la peggiore cosa che potesse capitare in sorte ad un pubblicitario. Essere incapace di mentire e di tacere. Le due regole base, di un buon pubblicitario erano appena andate a farsi benedire: saper mentire e tacere, quando, le parole non occorrono. Questa ragazza era la sua kryptonite.
-"Ok, mi pare di aver capito che le serve una camera" benissimo, adesso, lei pensava anche, che lui fosse un gran cretino. La stava imbarazzando, bravo, Filippo, vai forte.
Si obbligò a ricomporsi. Si disse qualcosa tipo, pensa alla zia Betti in lingerie. Funzionò. Il cuore decelerò e, la bocca dello stomaco, rientrò nelle sue abituali dimensioni.
Mise su uno sguardo serio e abbozzò un sorriso. Zia Betti in mutande ancora davanti ai suoi occhi.
-"Scusa, questa situazione sembra venuta fuori dal teatro dell'assurdo! Sì, ho bisogno di una camera per degli ospiti" passare al Tu gli parve una buona idea. Il Tu, si disse, crea empatia.
-"Benissimo, mi faccia controllare le disponibilità. Per quando sarebbe?" cavoli, il Tu non funzionava. Se l'era giocata. maledetta di una Barbara. Rovinargli un'occasione del genere per venire a deriderlo fin dentro casa sua, non gli bastava Milano, no! Lei voleva l'Italia intera, forse.
-"Per questo fine settimana. Due notti".
-"Aho!" e quella cos'era? Empatia, forse? Allora il Tu funzionava. Certo, che funzionava! Il Tu, funzionava sempre.
-" Due notti, un'eternità, vero?" lei non rispose e lui la prese come un assenso. Quella era di certo, empatia.
-"Cosa diavolo dovrei fargli fare per due sere?"
-"Be' siamo a settembre, non è che ci sia granché da fare da queste parti..." o forse era solo buona educazione. Questa non era una risposta poi molto partecipativa.
Filippo però, non si buttava mai giù. Lui era un pubblicitario, sapeva come ottenere quello che voleva. Kryptonite o non.
La guardò con intensità e lei ricambiò, almeno così lui avrebbe giurato.
-"Eri fuori la scuola elementare questa mattina, vero?" provò con un atteggiamento più diretto.
La ragazza parve barcollare. Quello che vedeva ora Filippo, era panico.
-"Sì, c'era anche lei?" rispose lei, fingendo noncuranza.
-"Dammi del tu, ti prego. Sono, Filippo. Filippo Boldrini e tu sei?"
Lei ora, finalmente sorrideva. Era un pubblicitario, voleva il suo sorriso e lo aveva ottenuto.
-" Letizia. Sono Letizia Ammaniti"
-"Ciao Letizia Ammaniti" disse lui sorridendo e con queste tre parole, Filippo il pubblicitario si innamorò perdutamente.
domenica 13 settembre 2015
Il girone degli ignavi di un'aspirante autrice. Storia di un fallimento annunciato
Questa cosa del voler emergere come autrice, questo dovermi, volermi imporre su una piccola fetta di pubblico che si affezioni a me, nello stesso modo in cui io, sono indissolubilmente legata ad alcuni autori, tutto questo mi svuota e, detto francamente, inizia a non piacermi.
E' che tira fuori il lato oscuro di me, capite? Non l'invidia, non siate banali. A dire la verità, forse, è qualcosa di più subdolo e infimo dell'invidia. E' come se avessi smarrito, da qualche parte, o in qualche altro libro, la capacità di godere della compagnia di un buon romanzo, cosa che fino a pochissimo tempo fa era, praticamente, la mia attività principale.
Ora le fasi che attraverso quando apro un libro sono, sostanzialmente, due:
1) lettura del lettore. Gli occhi si riempiono delle belle parole che lo scrittore mi regala, i luoghi della storia diventano i luoghi in cui vorrei vivere, i personaggi, le persone che vorrei frequentare, la protagonista, la donna che vorrei essere, il protagonista, va da sé, l'uomo che vorrei amare. E fin qui, tutto normale. Roba da lettrice compulsiva.
2) Dapprima, l'ammirazione di chi ama le parole. "Che brava/o! Che uso strepitoso della scrittura!" poi questa, lascia spazio ad un minuscolo seme di invidia. Un sentimento così insondabile dentro me, da sembrarmi comunque, sempre e solo ammirazione e poi, ecco che arriva la viltà, non sarò mai in grado di scrivere così, che scrivo a fare allora? Non ho questo talento, in realtà non ho talento alcuno, quelli che hanno apprezzato Eva, allora? Lo hanno fatto per gentilezza, il mondo è pieno di persone gentili e le ho incontrate tutte io. Ho una mente logorroica. Ognuno ha le proprie croci, che ci volete fare? Ecco, l'ignavia. Mi si appiccica addosso, non riesco a reagire. L'apatia mi impedisce di fare quello che amo di più: scrivere.
Mi chiedo cosa sia cambiato da quando scrivevo per il semplice fatto di scrivere. Quando ho iniziato a pensare a tutto questo stupido, vile contorno?
Qualcuno ha detto che nessun sogno è impossibile, se siamo, anche solo capaci, di immaginarlo. Certo, si era però dimenticato, un ATTENZIONE a caratteri cubitali. Riformulato in maniera più realista e corretta il pensiero sarebbe: nessun sogno è impossibile, se siamo, anche solo capaci di immaginarlo. ATTENZIONE però, il tuo peggior nemico sarai tu, la tua paura e l'ignavia che si impossesserà della tua stupida mente.
Qui giace la creatività di Michela Belli. Autrice finita nell'oblio prima di pubblicare un romanzo.
Così trascorro le mie giornate di questo strano settembre, che sa già di ottobre, schivando ogni possibilità di scrivere. Mi alzo con indolenza la mattina, la mente che gravita tutto il giorno intorno alla scrittura, senza mai, prendere veramente in considerazione, l'idea di sedermi al computer e come dire? Scrivere. Vado in hotel, dove penso ad altrettante futilità che nulla hanno a che vedere, con la scrittura e mi racconto che ho davvero una montagna di cose da fare. Torno a casa, sfamo marito e figlia, metto a riposare mia figlia, mi riprometto i classici dieci minuti e mi alzo, così resto due ore a letto guardando American Next Top Model. Ecco, l'ignavia che tipo di persona mi ha fatta diventare! Virginia si sveglia e, ovviamente, mi dedico a lei e ai nostri giochi, poi preparo una cena veloce e in un balzo è l'ora di andare a dormire di nuovo, certo potrei scrivere proprio quando Virginia si addormenta e, non nego, che sento qualche piccolo scombussolamento allo stomaco, un invito al Mio Tempo, ma lo metto a tacere obbligandomi a chiudere gli occhi. Perché, è così difficile, stancante, snervante dover far fronte alla Michela polemica, perennemente depressa e pensierosa. Capite?
Insomma, la solita vita di un ignavo, suppongo.
Non è scritto che tutti arrivino al traguardo, no? Che male c'è? A parte, il lancinante dolore che sento al cuore?
mercoledì 9 settembre 2015
Donne con la maschera di ferro.
La verità è che non importa quanto lui faccia, alla fine sarà sempre un uomo, e in quanto tale, ti farà girare le palle ad elica e alla fine della giornata ti sentirai anche in colpa.
La stessa identica cosa per la mia maternità. Virginia è nata per la mia totale inconsapevolezza. Oggi, la consapevolezza di me stessa come donna adulta, mi fa dire senza alcun senso di colpa, che non sono nata per essere madre. A quota uno, io sento il mio istinto materno ampiamente soddisfatto. Non sento la nostalgia dei pannolini, delle pappe, dei bagnetti, dei rigurgiti (che Virgy non ha mai fatto, ma che ne so io se un altro li fa? PUZZANO amiche, PUZZANO, ditelo ad alta voce starete meglio). So anche, che mia figlia ha il diritto di avere qualcuno nel mondo che non siano i genitori. Ma questo è un dilemma di natura etica, che quando sarò costretta, affronterò.
E' una verità inconfutabile questa. Tanto vera, quanto la puzza nauseabonda della cacca del tuo bambino. Proprio per l'intrinseca analogia cacca/uomo (che detta così può essere offensivo, ma credetemi non lo è) anche l'ammissione da parte di alcune donne, è per sua stessa natura, come dire... difficile. Ci sono alcune donne che, nel momento stesso in cui pisciano sul test di gravidanza e questo gli dice che sì, sono incinte, stanno per ricevere il miracolo della vita, impazziscono. Davvero, un minuto prima, sono delle stronze acide come te e il minuto dopo, con il test in mano, sventolano il loro istinto materno ai quattro venti e tu, che te le figuri ancora qualche notte addietro, insieme a te nei peggiori bar di Caracas, ubriaca come una biscia, dimenarsi come una scimmia urlatrice sul pacco di un qualche sconosciuto, resti là impalata, ti guardi intorno curiosa di scorgere qualche estraneo che la tua amica stia palesemente prendendo per il culo, e poi, ti rendi conto che no, non c'è nessuno allora dici "Ehi, stai parlando con me...", ma l'hai persa, la tua amica è un esemplare di donna che al test di gravidanza indossa la maschera di ferro del: sono nata per essere madre, ormai non tornerà più. Fai prima a cancellare il suo numero dalla rubrica, non verrete frequentarvi mai più, credimi.
Ecco, questo tipo di donna è la stessa che canta della sua paradisiaca relazione. Di quanto sia sublime, destreggiarsi tra la merda del suo pargolo e i calzini sporchi del compagno. Capite bene che con donne di questa natura, è impossibile ragionare.
Personalmente, io sono invece il tipo di donna opposto. Ogni giorno combatto con la mia tendenza a godere fin troppo della compagnia di me stessa e con l'irrinunciabile desiderio di affermare me stessa fuori dal mio matrimonio e fuori da mia figlia.
Non sono mai stata fedele all'idea di donna buona compagna e mamma campione di dolcezza e tolleranza, anzi.
Mio marito è un uomo come non ne fanno più. Così almeno mi dicono. In effetti, è buono, attento alle mie esigenze e soprattutto cerca di rendersi utile nei campi che sente più affini: mi sostituisce a lavoro quando la gestione di Virginia lo richiede ed è, più attento di me, a riempire il frigorifero, sebbene, di norma, compri solo cazzate e birre, ma lui almeno si ferma al supermercato, io tiro dritto. E' molto diverso da me. Davvero diverso, intendo. Quando ci siamo fidanzati, ho pensato questa sarà la nostra carta vincente. Oggi dopo tre anni di matrimonio e di convivenza e una figlia, penso questa sarà la nostra carta vincente o la tomba del nostro amore. Ecco, donne come quelle di prima, non le ammettono le crepe dei loro matrimoni. Fingono lungo tutto il tragitto delle loro vite, alcune, le più fortunate, si convincono delle loro bugie, la maggioranza invece, vive nella bugia fino a quando non si ritrovano un giorno ad urlare alle spalle del loro perfetto marito le tre parole magiche: Voglio Il Divorzio, per riappropriarsi di sé e del proprio tempo, perché Seneca lo aveva detto, quanto tempo fa? Circa duemila anni fa? Ma la donna con la maschera di ferro, non poteva esimersi dal comprenderlo da sola. Io no. Io sono una che apprezza la storia e l'esperienza degli altri e se Seneca ci era arrivato duemila anni fa, allora cazzo, è vero, la conoscenza di noi stessi e il giusto utilizzo del nostro tempo, sono gli unici strumenti per la libertà. Io le crepe del matrimonio, non le evito, anzi, le ringrazio, mi tengono costantemente in guardia e mi ricordano, che mio marito è un uomo imperfetto almeno tanto quanto io sono una donna imperfetta. Mi ricordano ogni giorno, che l'ideale esiste per fortuna, solo nei romanzi, anche perché, pigra come sono sarebbe una tortura mantenere alto lo standard. Le crepe del mio matrimonio, sono importanti quanto le rughe che iniziano a farsi vedere. Alle rughe il refill lo fai con le creme anti age, alle crepe del tuo matrimonio, mandando la figlia a dormire dai nonni. Per dire.
Non sono mai stata fedele all'idea di donna buona compagna e mamma campione di dolcezza e tolleranza, anzi.
Mio marito è un uomo come non ne fanno più. Così almeno mi dicono. In effetti, è buono, attento alle mie esigenze e soprattutto cerca di rendersi utile nei campi che sente più affini: mi sostituisce a lavoro quando la gestione di Virginia lo richiede ed è, più attento di me, a riempire il frigorifero, sebbene, di norma, compri solo cazzate e birre, ma lui almeno si ferma al supermercato, io tiro dritto. E' molto diverso da me. Davvero diverso, intendo. Quando ci siamo fidanzati, ho pensato questa sarà la nostra carta vincente. Oggi dopo tre anni di matrimonio e di convivenza e una figlia, penso questa sarà la nostra carta vincente o la tomba del nostro amore. Ecco, donne come quelle di prima, non le ammettono le crepe dei loro matrimoni. Fingono lungo tutto il tragitto delle loro vite, alcune, le più fortunate, si convincono delle loro bugie, la maggioranza invece, vive nella bugia fino a quando non si ritrovano un giorno ad urlare alle spalle del loro perfetto marito le tre parole magiche: Voglio Il Divorzio, per riappropriarsi di sé e del proprio tempo, perché Seneca lo aveva detto, quanto tempo fa? Circa duemila anni fa? Ma la donna con la maschera di ferro, non poteva esimersi dal comprenderlo da sola. Io no. Io sono una che apprezza la storia e l'esperienza degli altri e se Seneca ci era arrivato duemila anni fa, allora cazzo, è vero, la conoscenza di noi stessi e il giusto utilizzo del nostro tempo, sono gli unici strumenti per la libertà. Io le crepe del matrimonio, non le evito, anzi, le ringrazio, mi tengono costantemente in guardia e mi ricordano, che mio marito è un uomo imperfetto almeno tanto quanto io sono una donna imperfetta. Mi ricordano ogni giorno, che l'ideale esiste per fortuna, solo nei romanzi, anche perché, pigra come sono sarebbe una tortura mantenere alto lo standard. Le crepe del mio matrimonio, sono importanti quanto le rughe che iniziano a farsi vedere. Alle rughe il refill lo fai con le creme anti age, alle crepe del tuo matrimonio, mandando la figlia a dormire dai nonni. Per dire.
La stessa identica cosa per la mia maternità. Virginia è nata per la mia totale inconsapevolezza. Oggi, la consapevolezza di me stessa come donna adulta, mi fa dire senza alcun senso di colpa, che non sono nata per essere madre. A quota uno, io sento il mio istinto materno ampiamente soddisfatto. Non sento la nostalgia dei pannolini, delle pappe, dei bagnetti, dei rigurgiti (che Virgy non ha mai fatto, ma che ne so io se un altro li fa? PUZZANO amiche, PUZZANO, ditelo ad alta voce starete meglio). So anche, che mia figlia ha il diritto di avere qualcuno nel mondo che non siano i genitori. Ma questo è un dilemma di natura etica, che quando sarò costretta, affronterò.
Appena nata, l'incanto era così scintillante e poi, quando ho davvero compreso cosa significasse, non è che potessi rificcarmela in pancia anche se, ci sono quei momenti in cui bramo un minuto di silenzio, in cui penso che preferirei una vita di pancione da gravidanza con possibilità illimitata di silenzio e tempo per leggere, scrivere, voglio dire tutti oggi danno l'offerta chiamate ILLIMITATE, quando inveneteranno offerte per tempo per noi stessi? Poi però, guardo quello scintillio venir fuori dai diamanti che ha negli occhi mia figlia e mi dico, anche solo un minuto andrà bene, ma il punto è che io il mio silenzio lo voglio ancora. Non penso di adattarmi al chiasso e lo dico ad alta voce. Sono Michela Belli, sono un essere umano straripante di ambizioni, desideri e necessità e poi, sono anche moglie e madre. Sono anche. Non SONO. La differenza, è tutta lì, credo.
Non so. Forse fanno bene, quelle con le maschere di ferro. Non so se riuscirò mai a trovare l'equilibrio giusto. Questi ultimi tre anni, sono stati un terremoto. Ho davvero fatto violenza alla mia natura e oggi, ne pago lo scotto. Sono spesso nervosa, anche se il fanculo facile, l'ho sempre avuto. Metto a dura prova la pazienza di mio marito e spesso, più spesso di quanto vorrei, penso che si meriterebbe una donna capace di amarlo con la devozione che si merita e che io non ho. Io sono devota solo alla scrittura e questo è il mio dramma.
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