L’amore non basta. Non so più in quante lingue, ci sia ancora bisogno di spiegare questo semplice assioma.
L’AMORE NON BASTA, o se preferite, L’AMORE FINISCE, o più cinicamente, L’AMORE NON ESISTE DOPO I 20 ANNI. Smettiamola di stare a pettinare le bambole.
L’amore, come ce lo raccontiamo, non esiste. Quello, al limite, si chiama innamoramento e, i cervelloni del MIT hanno anche già dimostrato, che dura al massimo un paio di anni.
Amici, siamo italiani, la nostra lingua è tra le più variegate e perfette al mondo. Usiamo i termini giusti.
Un uomo meraviglioso, una volta mi ha detto: la differenza che corre tra amare ed innamorarsi, è, esattamente, quella che corre nella lingua spagnola tra il verbo Ser e il verbo Estar. Entrambi, possono essere tradotti con il nostro essere, ma nella realtà, in spagnolo, l’uso del verbo essere segue due rigide vie, quelle, appunto, di ser y estar. Per un italiano, questo è il punto più problematico della grammatica spagnola. Estar, è transitorio. Oggi è così, domani non si sa. Ser, invece, è imprescindibile dalla tua condizione di essere. È intrinseco al tuo nucleo. Definitivo.
In questa metafora, innamorarsi è temporaneo, è figlio dell’estar. Oggi, ora, qui. Domani? Amare, presuppone, agli occhi di un italiano, la stessa perentorietà del verbo ser per uno spagnolo. Così è e così sarà, per sempre. Curioso che per gli spagnoli però, si dica solo- estar enamorado e mai e poi mai, soy enamorado, perché, quando anche duri molto a lungo, alla fine questa condizione perirà. Ed è ancora più paradossale, che una delle caratteristiche più definitive di noi umani, la morte, sia, in spagnolo, comunque, sorretto dal verbo estar. Si dice, -està muerto e non, -es muerto. Forse, avrei dovuto rispondergli così.
In ogni caso, non so se sia davvero come diceva lui. Me lo chiedo ogni giorno. Ovvio, sarebbe bello pensare all’amore come un porto sicuro dal quale non esci più, ma mi sembra, mio malgrado, un’idea bizzarra. Intrinseco. Che appartiene alla cosa in sé. Che entra nella sua essenza, che procede dalla sua intima natura. Ah certo, certo, come se a 35 anni fosse davvero possibile trovare qualcuno che procede dal suo nucleo al tuo nucleo in un processo di quasi metempsicosi senza snaturarsi! Come se a 35 anni, uno davvero può andarsene a giro per il mondo, sperando di incontrare uno/a che ti comprenda al di là di sé stesso. No, dico, ma siete seri?
Almeno nella temporaneità dell’estar, che a un italiano ricorda più lo stare che l’essere, definiamo una condizione che, nel momento stesso in cui la enunciamo, è vera al 100%. Sono innamorata di te e, in questo momento in cui te lo dico è: liberatorio, vero, profondo, devastante, doloroso, appassionato e forte. Per paradosso, mi è quasi intrinseco. E boom, bada come ti risolvo l’amore!
L’importante, sarebbe conservare l’onestà intellettuale di non promettere.
Le promesse sono arme letali. Uccidono il sentimento, violentano il desiderio perché, sottintendono un senso di responsabilità del quale, le nostre vite di adulti, sono già fin troppo impregnate. Per questo, l’amore dopo i 20 è una leggenda. A 35 anni, non è come quando a 20 anni sei responsabile solo per te stessa e, a dirla tutta, se si osserva, per esempio, la mia vita a 20 anni, neanche tanto. A 20 anni per sempre è davvero per sempre. A 20 anni per sempre è l’unica condizione che ti sembra possa avere senso nel tuo sentimento. Perché ami davvero. Sei nell’essere, nel ser. È un amore intrinseco, totalizzante. È definitivo, tranne poi, inevitabilmente, finire, perché siamo umani. Ma quel per sempre è, per sempre, dentro te. Non è forse vero che il primo amore non si dimentica? A 25, hai preso qualche batosta, ma ci credi ancora, perché Jane Austen ha creato quel cazzo di Mr Darcy e tu non puoi rinunciarvi. A 30, inizi a pensare che, forse, per sempre no, ma almeno un paio di anni. A 35, sei mesi ti sembrano la promessa di fedeltà di un uomo, che davanti a Dio, ti giura di amarti fino alla morte; lo guardi mentre ti offre il caffè e pensi: che si fa? Si fa? E il tuo per sempre, si ferma in quel bar, a baciare quella tazzina di caffè fumante, perché all’uscita non sarete già più gli stessi. Sì, è così. Non provate a negarlo. L’amore a 35 anni è tutto un: “Ascolta io ho da fare, che fai mi cammini accanto sì o no? Perché io non ho tempo e voglia di fermarmi a guardare se ci sei o sei caduto”? Ci camminiamo accanto. Non insieme. Il problema del camminare accanto a qualcuno è che, il percorso può essere meraviglioso, a patto che si mantenga lo stesso passo, lo stesso ritmo. Spesso però, accade che uno dei due inizi, a camminare a passo più svelto o, che l’altro inizi a rallentare, quello che conta, è che il ritmo dei passi non è più dettato in due tempi armonici, ma diventano due assoli e, allora, camminare l’uno accanto all’altra, non ha più senso.
Il problema delle relazioni, di quelle in cui ho sempre vissuto io, è questo. A voler proprio essere onesti, non è che possa biasimare chi ci ha provato a restare nella mia vita.
Il problema delle coppie nelle quali esisto io, sono, appunto, io. E non è che voglia fare la maledetta a tutti i costi. Non è che io cerchi una scusa da- ”ti lascio, perché ti amo troppo” no, è, piuttosto, una sopraggiunta consapevolezza di chi sono. Uno straordinario, tanto atteso, dono del 2018.
Vedete, sono una persona più comune del normale. Molti di voi si ritroveranno in quel che sto per dire, il problema, quello che mi rende patologica, è come reagisco alle mie stesse azioni.
In campo sentimentale, ho una pessima abitudine, lego a me i cuccioli randagi; di base, perché sono una randagia anche io e per la proprietà commutativa non riesco a vedere altri risultati se non randagio+randagia= piccolo randagio non più randagio.
Li prendo dal ciglio delle loro vite, li faccio entrare nella mia, poi prendo il mio cuore per intero e lo metto al centro perfetto delle loro mani. Lo faccio con scienza. Lo faccio per renderli consapevoli che anche un randagio, può prendersi cura di un cuore e, in quel momento, ci credo. I miei bisogni si allineano ai loro. I miei desideri si nutrono e si amplificano attraverso i loro. Ogni volta, ogni singola volta, che ho lasciato entrare un uomo perché mi sembrava abbastanza irruente da volermi con l’energia giusta, alla fine, è stato così. Non sapevo quale “cammino di fede” avremmo intrapreso insieme e viaggiavo nella nostra relazione nella totale inconsapevolezza di me e di loro. Il conto, inutile a dirsi, mi è sempre stato presentato alla fine. Salato. Il casino, è che quando vivi per dare agli altri quel che vogliono o, quel che tu credi sia giusto loro vogliano, arriva sempre il momento in cui, quella cosa gliel’hai data, o se la sono presa e tu, non puoi fare altro che domandarti – e ora? Ed è come un ceffone in pieno volto.
Come un interruttore delle tue emozioni, che quando incontri il randagio lo spegni perché –ho già l’empatia che me ne faccio anche delle mie emozioni? Poi quando lo riaccendi (e lo riaccendi sempre, fidatevi) tutto torna in memoria come un boomerang; ti guardi da fuori e ti domandi- ma dove diamine ero?
Metti i ricordi emotivi in fila. Uno dietro l’altro. Riprendi coscienza di te e scopri che sei emotivamente vuoto. Scopri che non hai più niente da dire. Ma, a quel randagio, hai promesso castelli e bimbi belli e ora, sei in una situazione che gli antichi romani avrebbero descritto come del cazzum.
Ora è dura, non è vero, dire -amici come prima?
Per questo sono sempre rimasta nello estar enamorada. Forse, avrei dovuto rispondergli così.
Il problema con quelli come me, è che noi diamo, ma non prendiamo, perché ci sentiamo dei cazzo di super eroi. Siamo mossi da due motori e solo due: orgoglio e dignità. Questo, ci impone di pensare che, chi ci sta di fronte, sappia chi siamo e cosa vogliamo. Ve lo ricordate quello che vi ho detto all’inizio di questo lungo, estenuante post? Dove lo trovi a 35 anni uno capace di comprendere tu chi sia al di là di sé stesso? Ecco, il problema di quelli come me, è che noi, invece, vogliamo quel tizio lì. E siamo così occupati a risplendere, a fare le meraviglie nelle vite altrui, che non ci occupiamo di fare conoscere noi stessi a chi ci sta di fronte. Li ascoltiamo, li nutriamo, realizziamo le loro grandezze e li facciamo rimbalzare sulla scocca più esterna di noi.
L’orgoglio dell’essere sempre magnifici ce lo impone. Se non chiedi, anzi, se non fai le domande giuste io non ti dico chi sono perché, allora, non ti interessa. Ma ci interessa, è chiaro come il sole. Ci interessa che vogliate sapere. E forse a voi interessa, ma non come noi vogliamo che vi interessi, con la fame di sapere ogni singolo elemento di noi. Con la possibilità di sentirci vivisezionati. Messi sotto il microscopio, perché sei il più magnifico rompicapo che mi sia mai capitato. Con la possibilità di sentirci inseguiti, ma non braccati. Con la possibilità di tacere e di avere la certezza di essere compresi. Con la possibilità, di smetterla di dover dire, - estoy enamorada per poter dire, una volta, almeno una volta, - te amo.
E, sì, non ho detto te quiero, di proposito. Forse, avrei dovuto rispondergli così.
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mercoledì 10 gennaio 2018
martedì 2 gennaio 2018
La spada nella roccia, ovvero, come riconoscere il tuo scudiero durante il 2018
"Si narra che un dì l'Inghilterra fiorì
di audaci cavalieri;
il buon re morì senza eredi e così
agognaron tutti al poter.
Soltanto un prodigio poté salvar
il regno da guerre e distruzione:
fu la spada nella roccia che un bel dì
laggiù comparì"
Ma senza andare troppo lontano, amica, dal nostro comodo divano, iPhone alla mano, chiama qualche altra ragazza e prova a seguire il mio ragionamento.
Lo so, oggi è 2 gennaio e ti starai chiedendo, quale proposito attuare nel nuovo anno, dei mille pensati. Alcune di noi resteranno le stesse di sempre, al limite, che cambi il mondo, giusto? Altre come me, saranno da due giorni a stilare, con la propria migliore amica, liste infinite di buoni propositi, o come li chiama la mia Giulia, decreti legislativi del nuovo anno. E, amica, credimi, non ha scelto le parole a caso. Quello che stai per leggere, è un brevissimo compendio sulle scelte sistematiche, che dovrai compiere quest'anno. Chi la conosce, sa a cosa mi riferisco. Giulia è una psicologa. Ma dire psicologa, quando si parla di lei, è un tantino riduttivo. A me piace più pensare a lei, come una cardiologa delle emozioni. Lei sta. Nel bel mezzo delle emozioni lei ci sta e non per scelta, quanto, piuttosto, perché non può farne a meno. Se avete voglia di conoscerla, immaginatevi un fiore, ma non una rosa da giardino inglese, o una semplice margherita di campo bella perché è bella come il sorriso di un bimbo. No, Giulia è bella più della norma, perché lei se l'è guadagnato il diritto di essere bella. E' una yogi della bellezza, in perenne contemplazione della vita e dei suoi paradossi. Se deve essere fiore, lei per me è un cazzo di papavero di campo: selvaggio e aristocratico, che lo vedi spuntare dalla giacca di un dandy o, un fiore di loto, che sta ritto ed orgoglioso sul baratro di un acquitrino. Ecco, una mente così ha pensato con me, ai decreti legislativi del 2018: come sopravvivere ad altri 365 giorni, di doppie spunte che non diventano mai blu.
Decreto legislativo (da ora in poi DL ndr) 1/18 STAI FERMA. Smetti di fare tutto tu. Siediti e guarda. Fai fare a lui. Non servigli sul piatto d'argento: risposte, parole, gesti e finanche il tuo cuore. Smetti di controllare quel cazzo di whatsapp. Non rileggere più le conversazioni, tanto non cambiano. Serve solo a farti del male e lo sai. Se davvero ti vuoi bene, entra nella privacy e nascondi la notifica di lettura. Te lo meriti il doppio brivido del mi avrà letta/o? Liberati, almeno in parte, del controllo del mondo sui tuoi tempi di digestione di un'informazione e di reazione. Ti chiameranno snob. Sappi che è un maledetto complimento.
DL 2/18 Non aver paura di cercare. CERCA, è il tuo mantra del 2018. Cerca, cerca, cerca. Cerca te stessa prima di saltare da una storia a un'altra, prima di rimbalzare da un uomo all'altro o rischierai, di non sapere mai se quello che vuoi, è il risultato di un tuo desiderio o, piuttosto, della tua voglia di libertà. Cerca il tempo di conoscere l'essere umano che sei. Non avere timore della solitudine, al contrario, cercala; apprendi l'arte del silenzio, perché l'amore parla piano, non urla mai, occorre avere un buon udito.
DL 3/18 esci dalla tua zona di conforto, ORA. Accetta il rischio di non essere apprezzata, non combattere il vecchio e saggio detto, secondo cui, non puoi piacere tutti. Fai pace col fatto, che ad alcuni, non piacerai e questo, non ti riguarderà minimamente. Non sforzarti. Esci dall'idea di essere in performance tutto il tempo o, alla fine, lo stress ti consumerà e ti troverai, ancora una volta, a dover chiedere scusa per essere tu, quella a non amare più.
DL 4/18 Smetti di aprire la porta, amica. Tu sei il tuo tempio. Decora le tue stanze con cura. Resta chiusa dentro te a doppia mandata, "in-svelata" il tempo necessario a comprendere chi ti sta di fronte. Datti davvero la possibilità di conoscerlo. Non sei quella stronza di Rapunzel. Non sei prigioniera in una torre e non hai lunghi capelli da sciogliere a quella faccia di criminale perché ti porti via. Se non ti piace dove sei, spostati. Non sei un albero. Aspetta seduta sul tuo di divano. Indossa le tue scarpe migliori, versati da bere e guardalo, mentre ti chiede di conoscerlo. Gli stai facendo un cazzo di regalo. Non lo dimenticare. Non capita tutti i giorni di conoscere TE. Lascialo sulla porta. Prenditi il tempo che ti serve per capire cosa offra. Se andrà via prima che tu capisca, saprai che non aveva doni per te. Forse, li conservava per qualcun'altra. E, solo quando sarai pronta, se mai tu dovessi esserlo, invitalo ad entrare. Se entra a piedi scalzi, è quello giusto. Ricorda amica, che sei tu la padrona. Lui è l'ospite, che tratti, dunque, i tuoi pavimenti, con rispetto e delicatezza. Specie quello pelvico, ché noi si sa bene, che è proprio da lì, che si comprende un ospite e le sue intenzioni.
Avevamo iniziato questa chiacchierata così, te la ricordi la spada nella roccia? Ti ricordi di Semola, il giovane scudiero senza la minima fiducia in se stesso? Il giovane ciondolone dagli abiti troppo grandi per lui, lo sguardo da sognatore e mille domande per Merlino ed Anacleto, il gufo?
In quanti avevano provato prima di lui ad estrarre la spada dalla roccia?
Alti, aitanti, valorosi, mercenari. Tutti ci avevano provato. Nessuno vi era mai riuscito. Poi, un giorno, senza alcun preavviso, senza fanfara o corteo, senza armatura, arriva lui, Semola. Un pò di furia, a dirla tutta. Ha bisogno della spada per il cavaliere, suo padrone e, con un unico, semplice gesto, naturale come quello che compiamo per bere, egli estrae la spada dalla roccia. La purezza del suo cuore e la generosità del suo gesto gli erano bastate. Le sue intenzioni. Le intenzioni muovono il mondo, amica. L'intenzione di far del bene. L'altruismo di un gesto disinteressato. Così il giovane scudiero Semola, diviene Re Artù, il re magnanimo e coraggioso.
Ecco, noi donne siamo come quella roccia. Prova a pensare alla stanza di cui parlavamo prima. Pensa al tuo cuore e pensa alla tua stessa sessualità che è il dono più intimo di te che potrai mai fare. Lo so, troppo spesso non ci pensiamo.
In quanti sono passati per quella stanza? In quanti, quella porta che tenevi sempre, o, troppo aperta, o, troppo chiusa hanno pensato di doverla sfondare? In quanti, ti hanno convinto che nella forza che impiegavano su di te, risiedeva lo spessore della loro passione e dell' interesse e, non la solitudine dei numeri primi, che hanno terrore a restare soli e nutrono, la necessità di sentirsi proprietà di qualcuno e, al contempo, padroni di quel qualcuno per dirsi vivi?
In quanti ti hanno trivellato con lo stesso impeto cuore e vagina, come se dovessero ricercare amore o petrolio, per loro fa lo stesso.
Quanti condottieri e valorosi guerrieri si sono nascosti dietro la forza e l'orgoglio, facendoti sentire, non si sa bene perché, sbagliata?!
In quante occasioni, hai dovuto abbassare l'asticella e hai rinunciato a cercare un uomo che saltasse, invece, al tuo livello?
E se un giorno dovesse arrivare il tuo Semola a dimostrarti, quale prodigio, quale meraviglia sei?
Se un giorno il giovane Semola dovesse bussare alla tua porta, saresti in grado di lasciarlo entrare? Perché, amica, il rischio è che, nel passare da un prode guerriero ad un valoroso cavaliere, noi ci si faccia sfuggire il giovane Re Artù. L'uomo capace di farci fare click senza imprimere la minima forza.
Lo so, non è semplice dopo i 30 stare ferme ad aspettare che Semola arrivi. Siamo adulte finite e compiute. Siamo quelle del 33, 33 3 33 (vedi post dell'otto dicembre scorso ndr). Soprattutto, non è così sottinteso che noi si sia pronte a lasciare entrare Semola, con il suo carico emotivo impossibile da gestire. Impegnativo, autentico sempre lì a farci domande. Eppure, Merlino dice a Semola/Artù
-Vedi giovanotto questa faccenda dell'amore... è una cosa potentissima!
-Più forte della gravità? Chiede Semola/Artù
-Bè, sì figliolo, in un certo senso... io direi che è la forza più grande sulla terra!
E aveva ragione, Merlino. L'amore, alla fine, può tutto per questo, il mio augurio per il 2018 è che tu riesca ad attuare almeno il
DL5/18 LASCIA ENTRARE L'AMORE. Riconoscilo, è facile. Sembra, che sia negli occhi di chi ti chiede il cuore e poi lo tiene tra le mani come fosse il tesoro più inestimabile di tutti i tempi. Se ne prenderà cura, abbi fede. In fondo, lui è Semola e Semola, è Re Artù.
di audaci cavalieri;
il buon re morì senza eredi e così
agognaron tutti al poter.
Soltanto un prodigio poté salvar
il regno da guerre e distruzione:
fu la spada nella roccia che un bel dì
laggiù comparì"
Ma senza andare troppo lontano, amica, dal nostro comodo divano, iPhone alla mano, chiama qualche altra ragazza e prova a seguire il mio ragionamento.
Lo so, oggi è 2 gennaio e ti starai chiedendo, quale proposito attuare nel nuovo anno, dei mille pensati. Alcune di noi resteranno le stesse di sempre, al limite, che cambi il mondo, giusto? Altre come me, saranno da due giorni a stilare, con la propria migliore amica, liste infinite di buoni propositi, o come li chiama la mia Giulia, decreti legislativi del nuovo anno. E, amica, credimi, non ha scelto le parole a caso. Quello che stai per leggere, è un brevissimo compendio sulle scelte sistematiche, che dovrai compiere quest'anno. Chi la conosce, sa a cosa mi riferisco. Giulia è una psicologa. Ma dire psicologa, quando si parla di lei, è un tantino riduttivo. A me piace più pensare a lei, come una cardiologa delle emozioni. Lei sta. Nel bel mezzo delle emozioni lei ci sta e non per scelta, quanto, piuttosto, perché non può farne a meno. Se avete voglia di conoscerla, immaginatevi un fiore, ma non una rosa da giardino inglese, o una semplice margherita di campo bella perché è bella come il sorriso di un bimbo. No, Giulia è bella più della norma, perché lei se l'è guadagnato il diritto di essere bella. E' una yogi della bellezza, in perenne contemplazione della vita e dei suoi paradossi. Se deve essere fiore, lei per me è un cazzo di papavero di campo: selvaggio e aristocratico, che lo vedi spuntare dalla giacca di un dandy o, un fiore di loto, che sta ritto ed orgoglioso sul baratro di un acquitrino. Ecco, una mente così ha pensato con me, ai decreti legislativi del 2018: come sopravvivere ad altri 365 giorni, di doppie spunte che non diventano mai blu.
Decreto legislativo (da ora in poi DL ndr) 1/18 STAI FERMA. Smetti di fare tutto tu. Siediti e guarda. Fai fare a lui. Non servigli sul piatto d'argento: risposte, parole, gesti e finanche il tuo cuore. Smetti di controllare quel cazzo di whatsapp. Non rileggere più le conversazioni, tanto non cambiano. Serve solo a farti del male e lo sai. Se davvero ti vuoi bene, entra nella privacy e nascondi la notifica di lettura. Te lo meriti il doppio brivido del mi avrà letta/o? Liberati, almeno in parte, del controllo del mondo sui tuoi tempi di digestione di un'informazione e di reazione. Ti chiameranno snob. Sappi che è un maledetto complimento.
DL 2/18 Non aver paura di cercare. CERCA, è il tuo mantra del 2018. Cerca, cerca, cerca. Cerca te stessa prima di saltare da una storia a un'altra, prima di rimbalzare da un uomo all'altro o rischierai, di non sapere mai se quello che vuoi, è il risultato di un tuo desiderio o, piuttosto, della tua voglia di libertà. Cerca il tempo di conoscere l'essere umano che sei. Non avere timore della solitudine, al contrario, cercala; apprendi l'arte del silenzio, perché l'amore parla piano, non urla mai, occorre avere un buon udito.
DL 3/18 esci dalla tua zona di conforto, ORA. Accetta il rischio di non essere apprezzata, non combattere il vecchio e saggio detto, secondo cui, non puoi piacere tutti. Fai pace col fatto, che ad alcuni, non piacerai e questo, non ti riguarderà minimamente. Non sforzarti. Esci dall'idea di essere in performance tutto il tempo o, alla fine, lo stress ti consumerà e ti troverai, ancora una volta, a dover chiedere scusa per essere tu, quella a non amare più.
DL 4/18 Smetti di aprire la porta, amica. Tu sei il tuo tempio. Decora le tue stanze con cura. Resta chiusa dentro te a doppia mandata, "in-svelata" il tempo necessario a comprendere chi ti sta di fronte. Datti davvero la possibilità di conoscerlo. Non sei quella stronza di Rapunzel. Non sei prigioniera in una torre e non hai lunghi capelli da sciogliere a quella faccia di criminale perché ti porti via. Se non ti piace dove sei, spostati. Non sei un albero. Aspetta seduta sul tuo di divano. Indossa le tue scarpe migliori, versati da bere e guardalo, mentre ti chiede di conoscerlo. Gli stai facendo un cazzo di regalo. Non lo dimenticare. Non capita tutti i giorni di conoscere TE. Lascialo sulla porta. Prenditi il tempo che ti serve per capire cosa offra. Se andrà via prima che tu capisca, saprai che non aveva doni per te. Forse, li conservava per qualcun'altra. E, solo quando sarai pronta, se mai tu dovessi esserlo, invitalo ad entrare. Se entra a piedi scalzi, è quello giusto. Ricorda amica, che sei tu la padrona. Lui è l'ospite, che tratti, dunque, i tuoi pavimenti, con rispetto e delicatezza. Specie quello pelvico, ché noi si sa bene, che è proprio da lì, che si comprende un ospite e le sue intenzioni.
Avevamo iniziato questa chiacchierata così, te la ricordi la spada nella roccia? Ti ricordi di Semola, il giovane scudiero senza la minima fiducia in se stesso? Il giovane ciondolone dagli abiti troppo grandi per lui, lo sguardo da sognatore e mille domande per Merlino ed Anacleto, il gufo?
In quanti avevano provato prima di lui ad estrarre la spada dalla roccia?
Alti, aitanti, valorosi, mercenari. Tutti ci avevano provato. Nessuno vi era mai riuscito. Poi, un giorno, senza alcun preavviso, senza fanfara o corteo, senza armatura, arriva lui, Semola. Un pò di furia, a dirla tutta. Ha bisogno della spada per il cavaliere, suo padrone e, con un unico, semplice gesto, naturale come quello che compiamo per bere, egli estrae la spada dalla roccia. La purezza del suo cuore e la generosità del suo gesto gli erano bastate. Le sue intenzioni. Le intenzioni muovono il mondo, amica. L'intenzione di far del bene. L'altruismo di un gesto disinteressato. Così il giovane scudiero Semola, diviene Re Artù, il re magnanimo e coraggioso.
Ecco, noi donne siamo come quella roccia. Prova a pensare alla stanza di cui parlavamo prima. Pensa al tuo cuore e pensa alla tua stessa sessualità che è il dono più intimo di te che potrai mai fare. Lo so, troppo spesso non ci pensiamo.
In quanti sono passati per quella stanza? In quanti, quella porta che tenevi sempre, o, troppo aperta, o, troppo chiusa hanno pensato di doverla sfondare? In quanti, ti hanno convinto che nella forza che impiegavano su di te, risiedeva lo spessore della loro passione e dell' interesse e, non la solitudine dei numeri primi, che hanno terrore a restare soli e nutrono, la necessità di sentirsi proprietà di qualcuno e, al contempo, padroni di quel qualcuno per dirsi vivi?
In quanti ti hanno trivellato con lo stesso impeto cuore e vagina, come se dovessero ricercare amore o petrolio, per loro fa lo stesso.
Quanti condottieri e valorosi guerrieri si sono nascosti dietro la forza e l'orgoglio, facendoti sentire, non si sa bene perché, sbagliata?!
In quante occasioni, hai dovuto abbassare l'asticella e hai rinunciato a cercare un uomo che saltasse, invece, al tuo livello?
E se un giorno dovesse arrivare il tuo Semola a dimostrarti, quale prodigio, quale meraviglia sei?
Se un giorno il giovane Semola dovesse bussare alla tua porta, saresti in grado di lasciarlo entrare? Perché, amica, il rischio è che, nel passare da un prode guerriero ad un valoroso cavaliere, noi ci si faccia sfuggire il giovane Re Artù. L'uomo capace di farci fare click senza imprimere la minima forza.
Lo so, non è semplice dopo i 30 stare ferme ad aspettare che Semola arrivi. Siamo adulte finite e compiute. Siamo quelle del 33, 33 3 33 (vedi post dell'otto dicembre scorso ndr). Soprattutto, non è così sottinteso che noi si sia pronte a lasciare entrare Semola, con il suo carico emotivo impossibile da gestire. Impegnativo, autentico sempre lì a farci domande. Eppure, Merlino dice a Semola/Artù
-Vedi giovanotto questa faccenda dell'amore... è una cosa potentissima!
-Più forte della gravità? Chiede Semola/Artù
-Bè, sì figliolo, in un certo senso... io direi che è la forza più grande sulla terra!
E aveva ragione, Merlino. L'amore, alla fine, può tutto per questo, il mio augurio per il 2018 è che tu riesca ad attuare almeno il
DL5/18 LASCIA ENTRARE L'AMORE. Riconoscilo, è facile. Sembra, che sia negli occhi di chi ti chiede il cuore e poi lo tiene tra le mani come fosse il tesoro più inestimabile di tutti i tempi. Se ne prenderà cura, abbi fede. In fondo, lui è Semola e Semola, è Re Artù.
venerdì 29 dicembre 2017
Sul Natale appena trascorso e la Medusa del Caravaggio.
Anche questo Natale, è passato. Anche questo Natale, come da tradizione, mi ha portato disastri, malumori e disincanto. Anche questo Natale, mi ha interrogata a fondo, per trovarmi, desolatamente, impreparata. La domanda, sempre la stessa: sono in grado di amare, veramente?
Non è che non ci provi. Non è che non mi emozioni vedere due persone restare anche quando la vita puzza e la fuga, sembra l’unica scelta sensata. Piuttosto, è la mia urgenza di essere compresa che viene, puntualmente, disattesa, nonostante, la mia ossessiva ricerca delle parole adatte.
La cosa più giusta, sarebbe presentarsi con il proprio carico, ben visibile, sulle spalle. Tutto in bella mostra. Esporlo alla luce senza paure, con orgoglio. Denudarsi. È una parola che amo particolarmente. Spogliarsi degli orpelli che ci rendono Belli (chi mi conosce capirà). Smettere di dire le parole giuste. Dimettere gli abiti che ci fanno monaci e restare in piedi in tutto il nostro peggiore orrore. Bisognerebbe, avere la possibilità di dribblare l’intera faccenda del conosciamoci meglio, un passo alla volta, un errore tira l’altro; tanto non ci si conosce mai abbastanza per non smettere di amarsi. Bisognerebbe, poter arrivare con tutti i demoni che ci escono dal capo, come fossimo tutti la meravigliosa Medusa del Caravaggio e, presentarli uno ad uno. Sgranarli di fronte allo sconosciuto, come il più sacro tra i Rosari. Allora, probabilmente, andrebbe così:
-Ciao, ti ho visto da lontano e ti ho riconosciuto. Ti voglio, ti voglio da morire, ma ecco qui il problema, la mia vita è un cazzo di labirinto e sono ricoperta di cicatrici che via, via si rinfuocano e bruciano. C’è questa abitudine che ho di sopravvivere ogni volta. Sono un’unità finita, è inutile che cerchi di completarmi. Sono la peggiore persona che tu possa incontrare. Sono nevrotica, soffro di una rara forma di incontinenza verbale, tradisco me stessa ogni tre minuti, ho una famiglia complicata, per usare un eufemismo, che succhia via ogni mio tentativo di emancipazione. Sono una maniaca del controllo, mangio male. Bevo troppo, lo dice sempre, anche, mia madre. Sono sfrontata. Dico cazzo ogni due parole. Cerco giustificazioni per ogni mia cattiva azione e, credimi, ne compio tante. Costruisco divinità e le distruggo come il Lupo con la capanna dei Tre Porcellini e tu, ti sentirai spesso smarrito per questo. Sono brava a venderti fumo, mentre credi di stringere l’affare della tua vita. Non credo nei compromessi. Prometto e non mantengo. Sono il genere di persona che non capisce quello che sente, anche quando il cuore glielo scrive a caratteri cubitali in volto. Per paradosso, potresti essere l’amore della mia vita, io continuerei a non capirlo, solo per poi averne un leggero sentore, un attimo dopo averti perso, per sempre. Sono infedele nel Dna. Vivo con le valigie fatte perché non so mai quando uscirai dalla mia vita. Non ho paura di ballare da sola. Trascorro la maggior parte del mio presente e del mio futuro, a cancellare il mio passato e, non so se possa interessarti, ma non potrò mai essere tua, perché sono di tutti. Sono Michela Belli e, quindi, devo concedere alle persone tutto quello che vogliono. Non chiedermi perché. Mi è impossibile il contrario.
Ora, posto che, solo un eroe resterebbe, uno dal cuore più puro della norma, a quel punto, sarebbe normale essere oscuri, sempre, anche quando il mondo ti intima di sorridere e cantare Bianco Natale. A quel punto, sarebbe normale, restare nella propria zona di conforto al buio, su un divano, seduti l’una accanto all’altro, i corpi distanti, le anime, in silenzio, avvinghiate a sudare l’ amore. Basterebbe andare in giro con un cartello parlante con su scritto GIORNO OSCURO e il nostro eroe capirebbe che a Natale, tu non puoi essere normale.
Che utopica idea di libertà, vero? Che idea di perfetta felicità è mai questa, non è vero, amiche?
Invece eccomi qui, fuori dalla mia zona di conforto a dover parlare e dare spiegazioni. Mi vengono poste, continuamente, domande alle quali non so dare una risposta, perché le uniche certezze che ho, riguardano me, la mia leggendaria incapacità di prendere la giusta decisione. Perché so che sono una che: l’amore dura tre anni, se non cachi prima le farfalle. E allora mi dico che Natale è andato. Anche quest’anno ce l’ho fatta. Il 6 gennaio è dietro l’angolo, basta stare in apnea un’altra settimana e poi, tornare alla mia immobilità, al mio controllo. Fuori dalle emozioni, che quelle non fanno per me. Mi travolgono, sempre. E conto lentamente le parole già dette, sono ancora lì con te, tra il palato e la gola e mi ricordo di quando Lev Tolstoj ha scritto: “Non è per te questa felicità. Questa felicità è per coloro che non hanno quel che c’è in te”.
Buona fine e buon principio.
Non è che non ci provi. Non è che non mi emozioni vedere due persone restare anche quando la vita puzza e la fuga, sembra l’unica scelta sensata. Piuttosto, è la mia urgenza di essere compresa che viene, puntualmente, disattesa, nonostante, la mia ossessiva ricerca delle parole adatte.
La cosa più giusta, sarebbe presentarsi con il proprio carico, ben visibile, sulle spalle. Tutto in bella mostra. Esporlo alla luce senza paure, con orgoglio. Denudarsi. È una parola che amo particolarmente. Spogliarsi degli orpelli che ci rendono Belli (chi mi conosce capirà). Smettere di dire le parole giuste. Dimettere gli abiti che ci fanno monaci e restare in piedi in tutto il nostro peggiore orrore. Bisognerebbe, avere la possibilità di dribblare l’intera faccenda del conosciamoci meglio, un passo alla volta, un errore tira l’altro; tanto non ci si conosce mai abbastanza per non smettere di amarsi. Bisognerebbe, poter arrivare con tutti i demoni che ci escono dal capo, come fossimo tutti la meravigliosa Medusa del Caravaggio e, presentarli uno ad uno. Sgranarli di fronte allo sconosciuto, come il più sacro tra i Rosari. Allora, probabilmente, andrebbe così:
-Ciao, ti ho visto da lontano e ti ho riconosciuto. Ti voglio, ti voglio da morire, ma ecco qui il problema, la mia vita è un cazzo di labirinto e sono ricoperta di cicatrici che via, via si rinfuocano e bruciano. C’è questa abitudine che ho di sopravvivere ogni volta. Sono un’unità finita, è inutile che cerchi di completarmi. Sono la peggiore persona che tu possa incontrare. Sono nevrotica, soffro di una rara forma di incontinenza verbale, tradisco me stessa ogni tre minuti, ho una famiglia complicata, per usare un eufemismo, che succhia via ogni mio tentativo di emancipazione. Sono una maniaca del controllo, mangio male. Bevo troppo, lo dice sempre, anche, mia madre. Sono sfrontata. Dico cazzo ogni due parole. Cerco giustificazioni per ogni mia cattiva azione e, credimi, ne compio tante. Costruisco divinità e le distruggo come il Lupo con la capanna dei Tre Porcellini e tu, ti sentirai spesso smarrito per questo. Sono brava a venderti fumo, mentre credi di stringere l’affare della tua vita. Non credo nei compromessi. Prometto e non mantengo. Sono il genere di persona che non capisce quello che sente, anche quando il cuore glielo scrive a caratteri cubitali in volto. Per paradosso, potresti essere l’amore della mia vita, io continuerei a non capirlo, solo per poi averne un leggero sentore, un attimo dopo averti perso, per sempre. Sono infedele nel Dna. Vivo con le valigie fatte perché non so mai quando uscirai dalla mia vita. Non ho paura di ballare da sola. Trascorro la maggior parte del mio presente e del mio futuro, a cancellare il mio passato e, non so se possa interessarti, ma non potrò mai essere tua, perché sono di tutti. Sono Michela Belli e, quindi, devo concedere alle persone tutto quello che vogliono. Non chiedermi perché. Mi è impossibile il contrario.
Ora, posto che, solo un eroe resterebbe, uno dal cuore più puro della norma, a quel punto, sarebbe normale essere oscuri, sempre, anche quando il mondo ti intima di sorridere e cantare Bianco Natale. A quel punto, sarebbe normale, restare nella propria zona di conforto al buio, su un divano, seduti l’una accanto all’altro, i corpi distanti, le anime, in silenzio, avvinghiate a sudare l’ amore. Basterebbe andare in giro con un cartello parlante con su scritto GIORNO OSCURO e il nostro eroe capirebbe che a Natale, tu non puoi essere normale.
Che utopica idea di libertà, vero? Che idea di perfetta felicità è mai questa, non è vero, amiche?
Invece eccomi qui, fuori dalla mia zona di conforto a dover parlare e dare spiegazioni. Mi vengono poste, continuamente, domande alle quali non so dare una risposta, perché le uniche certezze che ho, riguardano me, la mia leggendaria incapacità di prendere la giusta decisione. Perché so che sono una che: l’amore dura tre anni, se non cachi prima le farfalle. E allora mi dico che Natale è andato. Anche quest’anno ce l’ho fatta. Il 6 gennaio è dietro l’angolo, basta stare in apnea un’altra settimana e poi, tornare alla mia immobilità, al mio controllo. Fuori dalle emozioni, che quelle non fanno per me. Mi travolgono, sempre. E conto lentamente le parole già dette, sono ancora lì con te, tra il palato e la gola e mi ricordo di quando Lev Tolstoj ha scritto: “Non è per te questa felicità. Questa felicità è per coloro che non hanno quel che c’è in te”.
Buona fine e buon principio.
lunedì 11 dicembre 2017
Le regine del 33, 33 e 33
L’altro giorno, parlavo con una mia cara amica. Una donna che amo e stimo in egual misura, in quella maniera assoluta di metempsicosi per la quale, una diventa identica all’altra, nel percorso che si fa insieme. Una cosa che con un uomo non potrebbe mai capitare, a meno che, non si incontri uno di quegli esseri mitologici muniti di un pene e di una sensibilità femminile che gli dica come usarlo. Un femminista, vero. Lo dico e mi sembra di infrangere un tabù. L’ultimo baluardo sulla via dell’illuminazione circa rapporti di coppia uomo/donna. Insomma, se ne conoscete uno, esponetelo al mondo, che qui siamo tutte alla ricerca del Sacro Graal. Non siate egoiste. Non siate quel tipo di donna che trova, per puro caso, il cioccolattino giusto in una scatola dai gusti di merda e pensa “ora me lo pappo io da sola, mangiatelo tu, quello al marzapane!”. Siate altruiste. Dite no al marzapEne per tutto il genere femminile. Facciamo rete, no? Oggi si fa rete per tutto. Non so nei vostri lavori, ma nel mio, c’è un “tavolo di consulta” per ogni tipo di scelta, da quelle importanti alla festa del Natale.
Insomma, sabato sera, io tornavo da un incontro con la cittadinanza di Piombino, teso alla sensibilizzazione sul tema immigrati e lei era a casa. Lei in coma sul divano, io in coma in auto. Lei in lotta con la noia, io con la parte di me perennemente in fuga, ma questo, ve lo racconto un’altra volta e lei, come fa sempre, mi ha fatto riflettere su una teoria interessante.
Noi, donne intorno ai 30 –dove, a dirla fuori dai denti, non si capisce se siamo più intorno ai 30 o ai 40, considerato che siamo proprio nel mezzo, ma, in fondo, lo sanno tutti che i 40 di oggi sono i 30 di ieri- al netto di un’indipendenza economica che, spesso, si accompagna ad una maggiore sicurezza e autostima e, quindi, nel campo sentimentale, ad una emancipazione dall’altro, con un matrimonio o una convivenza alle spalle, un cane o un gatto a riscaldarci il cuore e, alcune, con delle estensioni di noi, i figli, da crescere, siamo quelle del 33-33 e 33.
No, non siamo afflitte da una perversa sindrome di Peter Pan che ci cristallizza agli anni di Cristo in croce. Per quanto dolorosi siano stati, la maggior parte di noi, ne è uscita ammaccata, ma in qualche modo incolume, da quei 365 giorni di panico e delirio che sono i 33. E, no, 33 non è il numero di uomini che abbiamo amato. 33 è la quota vitale che siamo, fisicamente capaci, di dedicare.
Se è vero che siamo unità intere, allora, un 33% della nostra quota di energie, la dedichiamo al lavoro. Un lavoro che abbiamo imparato ad amare e a sentire nostro. Un lavoro che spesso sfida le leggi della fisica di piegamento e flessione di un corpo e di uno spirito, ma che cavalchiamo come intrepide amazzoni.
Un altro 33% della nostra quota vitale, va alla famiglia, qualunque essa sia. Da quella mononucleare con te e il gatto (che poi sono sempre almeno due i gatti) a quella della mamma single, con un bouledogue francese affetto da aerofagia acuta e una quarentenne rinchiusa nel corpo di una cinquenne come figlia, o, ancora, quella con te e la tua donna o il tuo uomo, o quella in cui ci sei tu, un marito e figli di diverse unioni o, quella strana cosa chiamata famiglia tradizionale, che a me da sempre i brividi e della quale stento a fidarmi per incolmabili vuoti emotivi, dei quali, state tranquille/i, non parlerò. Per quello esiste una stanza con divano apposta. Il lettino non c’è. Non sperateci. È un’altra leggenda.
Infine, l’altro 33% alcune lo dedicano all’amore, altre al sesso, quello adulto, pieno e cosciente. Quelle parecchio fortunate, coniugano entrambe le cose. Per un periodo sufficientemente lungo del proprio viaggio.
L’altro 1% che fine fa? Quello, è il maledetto quid impazzito che vaga feroce lungo le tre parti di noi. A volte fa pendere la bilancia sul 33 del lavoro; in quel caso, ci danno delle ciniche arriviste. Altre volte sul 33 della famiglia e ci chiamano casalinghe frustrate, altre, sul 33 del sesso, allora ci chiamano ninfomani, altre sul 33 dell’amore e lì, amiche, sono pene. Vero?
Insomma, è la storia di sempre. Come in Sex and The City, io l’ho amato quel telefilm, ma bimbe, che fatica a restare imprigionata in uno solo dei personaggi!
Carrie, la Regina di Cuori. Quella dei grandi incendi emotivi e degli iperbolici interrogativi, quella che osserva il mondo con l’occhio curioso dello scrittore.
Samantha, la Regina delle Picche, dell’indipendenza economica, della libertà sessuale, ma anche capace di contenere il dolore di un cancro.
Miranda, la Regina di Quadri, la più umana e sarcastica, quella della verità ad ogni costo, quella della mamma single, della donna tradita, della moglie che perdona; quella dei chili di troppo post partum e delle difficoltà di una donna che, pensava di voler fare carriera più di ogni altra cosa al mondo, ma poi scopre che, diventare madre, inevitabilmente ti cambia. Forse non nel nucleo, ma, di certo, nel modo di operare le scelte.
E, infine, Charlotte, la Regina di Fiori. La Regina della Casa, quella dell’Amore con la A maiuscola, capace di convertirsi ad un altro Dio per il suo uomo. Quella elegante. Quella di cultura. Forse la più sottovalutata. Quella che, a prima vista, sembra una borghese ipocrita che spaccia la sua istruzione, per amore dell’arte (è una gallerista ndr). E invece, poi, si scopre una donna capace di grandi profondità, fragile, ma titanica quando serve.
Ognuna di queste è il braccio armato e il cuore pulsante dell’altra e, insieme, formano una meravigliosa Matrioska.
Invece, cosa facciamo noi? Ridimensioniamo, ogni giorno, qualche parte di noi. Un taglietto qui, ché essere così libere sessualmente non va bene, un morso alla lingua ché il sarcasmo non è segno di intelligenza brillante, ma di cattiva educazione, un altro muretto da ergere nel cuore ché tutta questa passione per la vita finirà per distruggerti e una collana di perle in più, perché sei pur sempre una donna. Siamo noi, le prime ad ingabbiare le Quattro Regine che dormono dentro di noi. Siamo noi, le prime a non accettare che siamo quelle del 33. Abbiamo imparato ad imporci tutto: diete, palestra, jeans troppo stretti, tacchi troppo alti, un marito che detestiamo e non siamo capaci di convincere noi stesse che le donne come ce le hanno fatte figurare da bambine, non esistono più. Va bene così. Noi amiamo così e amare così, non significa, non amare abbastanza, essere così, non significa, non essere abbastanza. Va bene essere così, ripetilo con me, va bene essere così.
Puoi essere Regina di cuori, quadri, fiori e picche tutto in un’unica giornata perché, l’unica cosa vera, è che nessuno, ha il diritto di toglierti lo scettro che ti sei guadagnata. Tu sei la regina del 33 e vai bene così.
Insomma, sabato sera, io tornavo da un incontro con la cittadinanza di Piombino, teso alla sensibilizzazione sul tema immigrati e lei era a casa. Lei in coma sul divano, io in coma in auto. Lei in lotta con la noia, io con la parte di me perennemente in fuga, ma questo, ve lo racconto un’altra volta e lei, come fa sempre, mi ha fatto riflettere su una teoria interessante.
Noi, donne intorno ai 30 –dove, a dirla fuori dai denti, non si capisce se siamo più intorno ai 30 o ai 40, considerato che siamo proprio nel mezzo, ma, in fondo, lo sanno tutti che i 40 di oggi sono i 30 di ieri- al netto di un’indipendenza economica che, spesso, si accompagna ad una maggiore sicurezza e autostima e, quindi, nel campo sentimentale, ad una emancipazione dall’altro, con un matrimonio o una convivenza alle spalle, un cane o un gatto a riscaldarci il cuore e, alcune, con delle estensioni di noi, i figli, da crescere, siamo quelle del 33-33 e 33.
No, non siamo afflitte da una perversa sindrome di Peter Pan che ci cristallizza agli anni di Cristo in croce. Per quanto dolorosi siano stati, la maggior parte di noi, ne è uscita ammaccata, ma in qualche modo incolume, da quei 365 giorni di panico e delirio che sono i 33. E, no, 33 non è il numero di uomini che abbiamo amato. 33 è la quota vitale che siamo, fisicamente capaci, di dedicare.
Se è vero che siamo unità intere, allora, un 33% della nostra quota di energie, la dedichiamo al lavoro. Un lavoro che abbiamo imparato ad amare e a sentire nostro. Un lavoro che spesso sfida le leggi della fisica di piegamento e flessione di un corpo e di uno spirito, ma che cavalchiamo come intrepide amazzoni.
Un altro 33% della nostra quota vitale, va alla famiglia, qualunque essa sia. Da quella mononucleare con te e il gatto (che poi sono sempre almeno due i gatti) a quella della mamma single, con un bouledogue francese affetto da aerofagia acuta e una quarentenne rinchiusa nel corpo di una cinquenne come figlia, o, ancora, quella con te e la tua donna o il tuo uomo, o quella in cui ci sei tu, un marito e figli di diverse unioni o, quella strana cosa chiamata famiglia tradizionale, che a me da sempre i brividi e della quale stento a fidarmi per incolmabili vuoti emotivi, dei quali, state tranquille/i, non parlerò. Per quello esiste una stanza con divano apposta. Il lettino non c’è. Non sperateci. È un’altra leggenda.
Infine, l’altro 33% alcune lo dedicano all’amore, altre al sesso, quello adulto, pieno e cosciente. Quelle parecchio fortunate, coniugano entrambe le cose. Per un periodo sufficientemente lungo del proprio viaggio.
L’altro 1% che fine fa? Quello, è il maledetto quid impazzito che vaga feroce lungo le tre parti di noi. A volte fa pendere la bilancia sul 33 del lavoro; in quel caso, ci danno delle ciniche arriviste. Altre volte sul 33 della famiglia e ci chiamano casalinghe frustrate, altre, sul 33 del sesso, allora ci chiamano ninfomani, altre sul 33 dell’amore e lì, amiche, sono pene. Vero?
Insomma, è la storia di sempre. Come in Sex and The City, io l’ho amato quel telefilm, ma bimbe, che fatica a restare imprigionata in uno solo dei personaggi!
Carrie, la Regina di Cuori. Quella dei grandi incendi emotivi e degli iperbolici interrogativi, quella che osserva il mondo con l’occhio curioso dello scrittore.
Samantha, la Regina delle Picche, dell’indipendenza economica, della libertà sessuale, ma anche capace di contenere il dolore di un cancro.
Miranda, la Regina di Quadri, la più umana e sarcastica, quella della verità ad ogni costo, quella della mamma single, della donna tradita, della moglie che perdona; quella dei chili di troppo post partum e delle difficoltà di una donna che, pensava di voler fare carriera più di ogni altra cosa al mondo, ma poi scopre che, diventare madre, inevitabilmente ti cambia. Forse non nel nucleo, ma, di certo, nel modo di operare le scelte.
E, infine, Charlotte, la Regina di Fiori. La Regina della Casa, quella dell’Amore con la A maiuscola, capace di convertirsi ad un altro Dio per il suo uomo. Quella elegante. Quella di cultura. Forse la più sottovalutata. Quella che, a prima vista, sembra una borghese ipocrita che spaccia la sua istruzione, per amore dell’arte (è una gallerista ndr). E invece, poi, si scopre una donna capace di grandi profondità, fragile, ma titanica quando serve.
Ognuna di queste è il braccio armato e il cuore pulsante dell’altra e, insieme, formano una meravigliosa Matrioska.
Invece, cosa facciamo noi? Ridimensioniamo, ogni giorno, qualche parte di noi. Un taglietto qui, ché essere così libere sessualmente non va bene, un morso alla lingua ché il sarcasmo non è segno di intelligenza brillante, ma di cattiva educazione, un altro muretto da ergere nel cuore ché tutta questa passione per la vita finirà per distruggerti e una collana di perle in più, perché sei pur sempre una donna. Siamo noi, le prime ad ingabbiare le Quattro Regine che dormono dentro di noi. Siamo noi, le prime a non accettare che siamo quelle del 33. Abbiamo imparato ad imporci tutto: diete, palestra, jeans troppo stretti, tacchi troppo alti, un marito che detestiamo e non siamo capaci di convincere noi stesse che le donne come ce le hanno fatte figurare da bambine, non esistono più. Va bene così. Noi amiamo così e amare così, non significa, non amare abbastanza, essere così, non significa, non essere abbastanza. Va bene essere così, ripetilo con me, va bene essere così.
Puoi essere Regina di cuori, quadri, fiori e picche tutto in un’unica giornata perché, l’unica cosa vera, è che nessuno, ha il diritto di toglierti lo scettro che ti sei guadagnata. Tu sei la regina del 33 e vai bene così.
martedì 4 agosto 2015
la vita di dentro, la scrittura e il matrimonio.
Stamattina sono tornata in spiaggia, dopo una settimana di assenza.
Come di consueto ho nell'ordine desiderato:
Come di consueto ho nell'ordine desiderato:
A) lanciarmi in acqua senza dover passare per la riva
B) dall'acqua poi, rilanciarmi direttamente sul lettino perché la sabbia che si appiccica ai piedi bagnati e poi, praticamente inonda, ogni oggetto che ti sei portato dietro, fa parecchio schifo.
B) dall'acqua poi, rilanciarmi direttamente sul lettino perché la sabbia che si appiccica ai piedi bagnati e poi, praticamente inonda, ogni oggetto che ti sei portato dietro, fa parecchio schifo.
Invece, poiché, con mio sommo giubilo, sono madre di una ormai treenne, il mio arrivo in spiaggia, ha seguito il solito iter: pausa al forno per la schiaccia, parcheggio del passeggino ultra moderno, ultra pesante ed ultra ingombrante di Virginia (nota futura al mio alter ego materno che tanto non ascolto, anzi, mi apro una birra ogni volta che la sento mormorare guarda-che-culetto-da-prendere-a-morsi-ha-quel-bel-bimbetto, se decidi di procurarti altri tre anni, nella migliore delle ipotesi, di insonnia, emicranie da inquinamento acustico e mani nella merda come fosse marmellata di corbezzoli, almeno compra un passeggino leggero, oppure, emigra in un paese tipo gli Stati Uniti dove le case, gli ascensori, le auto e tutto intorno è a dimensione gigantesca, BIG come direbbe mio marito, ma questa è un'altra storia) e infine slalom tra gli ombrelloni con borsa del mare inspiegabilmente, visto che ho comprato le asciugamani in microfibra notoriamente brutte, ma leggere, più pesante di una zavorra e Virginia in braccio, perché sono le 11.30 e "mamma, in collooo, brucia la sabbia!".
In ogni caso, arrivo madida di sudore al mio agognato ombrellone 51 e schianto in terra a pochi millimetri dal lettino, con borsone e bambina. La dolce nonnina mia vicina stagionale, ci sorride. Ci conosce, sa che siamo un po' disfunzionali, ma non infastidiamo. Spoglio e incremo entrambe e via a mare. Quando su una scala da 1 a 50 abbiamo raggiunto un livello di inzuppamento, a Napoli impurpamiento, 60, decido che è ora di trascinare mia figlia fuori dall'acqua, non prima però, di aver desiderato di estinguermi dalla terra, mentre Virginia, sulla riva, candidamente si cala il costume, per pisciare con tanto di posizione a sedia.
Il mio sguardo passa da modalità miope sua propria di natura, a serial killer verso Virginia, e in fine a non -conosco -affatto -quella -creatura con tanto di distanza di sicurezza quando guardo i bagnanti che, a dirla tutta, non ci guardano affatto, tutti tranne una donna. Le sorrido e mi sorride, la conversazione telepatica che è seguita, è stata è più o meno questa:
In ogni caso, arrivo madida di sudore al mio agognato ombrellone 51 e schianto in terra a pochi millimetri dal lettino, con borsone e bambina. La dolce nonnina mia vicina stagionale, ci sorride. Ci conosce, sa che siamo un po' disfunzionali, ma non infastidiamo. Spoglio e incremo entrambe e via a mare. Quando su una scala da 1 a 50 abbiamo raggiunto un livello di inzuppamento, a Napoli impurpamiento, 60, decido che è ora di trascinare mia figlia fuori dall'acqua, non prima però, di aver desiderato di estinguermi dalla terra, mentre Virginia, sulla riva, candidamente si cala il costume, per pisciare con tanto di posizione a sedia.
Il mio sguardo passa da modalità miope sua propria di natura, a serial killer verso Virginia, e in fine a non -conosco -affatto -quella -creatura con tanto di distanza di sicurezza quando guardo i bagnanti che, a dirla tutta, non ci guardano affatto, tutti tranne una donna. Le sorrido e mi sorride, la conversazione telepatica che è seguita, è stata è più o meno questa:
Io-"questi bimbi senza sovrastrutture e censure sociali, come sono dolci"
Signora sorridente- "Sì, però la pipì fa un po' schifo,"
Signora sorridente- "Sì, però la pipì fa un po' schifo,"
Io- "Vabe', almeno così sai dove l'ha fatta, prima a passeggio in acqua ho avvertito 5 correnti tropicali sospette!"
Signora sorridente-"Cacchio, dove? Ma non era bandiera blu, Follonica?"
Signora sorridente-"Cacchio, dove? Ma non era bandiera blu, Follonica?"
Riporto lo sguardo su mia figlia:
"Virginia, amore ti ho detto tante volte che- sguardo a destra e a sinistra, per controllare non ci stiano sentendo, abbasso la voce di un'ottava- non devi abbassarti il costume per fare pipì a mare. La devi fare nel costume in piedi!!
Lei cerca di replicare "Ma mammaaaaa, si abbassano le mutandine per fare pipì!" un' istantanea di me, l'anno scorso, a luglio, mentre cerco disperatamente di far capire a mia figlia, nei tre lunghissimi giorni di spannolinamento ufficiale, che la pipì e la cacca non si fanno nelle mutande, mi fa barcollare. Quella dei bambini, è una logica crudele.
"Sì, amore, tranne che a mare. A mare la pipì si fa nel costume in piedi" le dico poco convinta. Dio ti prego, fa che non mi chieda della cacca. Sembra poco sicura della risposta, ma a tre anni, Virginia sembra già aver accettato che, a volte, la tua mamma e più o meno tutto il genere umano, ti deludono con le bugie.
"Virginia, amore ti ho detto tante volte che- sguardo a destra e a sinistra, per controllare non ci stiano sentendo, abbasso la voce di un'ottava- non devi abbassarti il costume per fare pipì a mare. La devi fare nel costume in piedi!!
Lei cerca di replicare "Ma mammaaaaa, si abbassano le mutandine per fare pipì!" un' istantanea di me, l'anno scorso, a luglio, mentre cerco disperatamente di far capire a mia figlia, nei tre lunghissimi giorni di spannolinamento ufficiale, che la pipì e la cacca non si fanno nelle mutande, mi fa barcollare. Quella dei bambini, è una logica crudele.
"Sì, amore, tranne che a mare. A mare la pipì si fa nel costume in piedi" le dico poco convinta. Dio ti prego, fa che non mi chieda della cacca. Sembra poco sicura della risposta, ma a tre anni, Virginia sembra già aver accettato che, a volte, la tua mamma e più o meno tutto il genere umano, ti deludono con le bugie.
Archiviata la pratica pipì, ci asciughiamo e mangiamo un pezzo di schiaccia al sole e per un istante magico, siamo nella quiete completa. Il mare si infrange rumoroso e pacifico sulla riva, il maestrale ci accarezza senza ululare e il sole ci riscalda la pelle ancora umida. La schiaccia, quel piccolo miracolo nato solo da acqua e farina nelle sapienti mani di donne molto, ma molto lontane da me, ci fa compagnia e ci ricorda che, a volte, anche solo stare sedute l'una in compagnia dell'altra a masticare pezzi croccanti di chiaccia come la chiama Virgy, è già un bel gioco. Il tutto dura il tempo necessario per far sì, che la schiaccia arrivi dritto nel suo stomaco, poi, Virginia rompe l'incantesimo decretando l'inizio del tempo del castello di sabbia. Andiamo quindi a prendere la sacca di giochi in cabina.
Arrivati alla cabina 32, la nostra, apriamo la porta di legno blu scuro e, insieme al bellissimo odore di salmastra incrostata alle vernici di anni e anni, una piccola sorpresa mi riscalda il cuore. Mio fratello, mio ospite l'ultima volta che ero venuta in spiaggia, ha messo in ordine la baraonda di cose che io avevo molto diligentemente lasciato a cazzo di cane sul pavimento della già minuscola cabina, nella quale, a quel punto, era diventato impossibile entrare. Tutto in ordine. Tutto sciacquato in mare e poi con garbo, cura e dolcezza, riposto al proprio posto. Un proprio posto che io non avevo la minima idea esistesse. Il salvagente appeso, tutti i giochi in un angolo e tanto, tantissimo amore lasciato lì da lui, per me, per noi.
Perché ci hai raccontato questa cosa della cabina e dell'intera giornata a mare, direte voi?!
La risposta, in verità, non è ancora arrivata ad un livello conscio dentro di me. E' solo che, ultimamente, penso molto a chi sono diventata, come sono arrivata ad essere quel che sono e, soprattutto, a chi voglio diventare.
La risposta, in verità, non è ancora arrivata ad un livello conscio dentro di me. E' solo che, ultimamente, penso molto a chi sono diventata, come sono arrivata ad essere quel che sono e, soprattutto, a chi voglio diventare.
Quando ero ragazza, da qualche parte l'ho detto già, sono stata molto innamorata di un ragazzo. Moltissimo. Era davvero quello che si dice una perla di ragazzo. Un ragazzo di casa. Un ragazzo pulito dentro e fuori e, in adolescenza, soprattutto la pulizia intesa come sana abitudine di lavarsi nel genere maschile, fissa un target quasi inarrivabile. Era una storia a tutto tondo, così forte da diventare ingestibile. Almeno per me, che ero piccola e credevo di esser donna fatta. Così, col cuore gonfio di sentimenti contrastanti, presi l'unica decisione che una donna con le palle avrebbe potuto prendere, almeno questo, era ciò che mi ripetevo e troncai di netto la storia. Per le potature grosse, sono sempre stata l'esperta da chiamare, ma di questo, forse, parlerò altrove. Il fatto è che la cabina lasciata in ordine da mio fratello, è stata, questa mattina, la mia maddalena. Mi sono ricordata di una sera in cui nella mia camera, questo ragazzo bellissimo, dolcissimo e innamoratissimo, piegava i miei vestiti per nessuna ragione più speciale, del semplice piacere di far qualcosa per la persona amata e di me che invece di essergliene grata, gli urlavo contro qualche cattiveria sulla libido di una donna che va a finire sotto i piedi quando vede il suo uomo piegare i vestiti. Oggi che sono una donna sposata, la mia risposta è il vero opposto. Se vedo mio marito ritirare il bucato, piuttosto che alzare i suoi calzini da terra senza aspettarsi che passi io a farlo, la mia libido mista alla gratitudine mista ancora alla pura e semplice incredulità sale alle stelle. Non so più un granché di quel ragazzo, ma spero per la donna che ama, che non abbia mai smesso di piegare i vestiti solo perché una stronzetta saccente che invece non sapeva nulla di nulla della vita, gli aveva urlato di smetterla.
Questo pensiero stamattina, mi ha poi portata a pensare al blog e più generalmente, alla scrittura che poi, è ciò che mi spinge nel mondo.
Si può essere madre, donna felicemente sposata e scrittrice di qualità senza auto censurarsi? L'altro giorno leggevo un bellissimo intervento della scrittrice Loredana Limone, nel quale esprimeva un suo punto di vista. L'ho trovato molto interessante e lo vorrei condividere con voi. La scrittrice della trilogia del Borgo Propizio, affermava, che per scrivere un romanzo, bisogna lavorare di fantasia e coltivare un bagaglio di esperienze " ci vuole la vita, dentro" alla quale poi, eventi e personaggi della storia, attingeranno per trarne spessore e credibilità, ma solo ( e qui la sottile differenza che, non lo nascondo, ha creato un piccolo fraintendimento tra me e Loredana) ed unicamente DOPO aver vissuto. Sono completamente d'accordo, ma credo anche, sia molto, molto difficile.
Crescendo, ho smesso di essere quella stronzetta saccente che ha spezzato il cuore del ragazzo che in fondo al cuore lei stessa amava. Sono diventata molto, forse troppo, attenta alla sensibilità delle persone che amo e che mi circondano e questo, probabilmente ha irreparabilmente minato la mia libertà intellettuale e artistica. Mi seguite?
Crescendo, ho smesso di essere quella stronzetta saccente che ha spezzato il cuore del ragazzo che in fondo al cuore lei stessa amava. Sono diventata molto, forse troppo, attenta alla sensibilità delle persone che amo e che mi circondano e questo, probabilmente ha irreparabilmente minato la mia libertà intellettuale e artistica. Mi seguite?
Ritornando al mio quesito, sì, credo sia possibile, quando si ha il compagno giusto. Personalmente ho un marito che amo tantissimo, che è casa mia più di qualsiasi luogo io abbia mai chiamato casa. Scrostato un primo superficiale, strato di gelosia che io stessa proverei nel leggere di altre persone pur sapendole di fantasia, perché pur sempre, devono partire da qualcosa, qualcuno che dentro noi abita, sono certa del suo supporto e del suo orgoglio quando dice a mare e monti "Mia moglie (ben sottolineando quel mia) ha scritto un romanzo" "Sì, ma è auto pubblicato" arrivo io a ridimensionare la cosa.
Quello che mi tormenta davvero, è altro. Come può un compagno, scegliere scientemente di vivere tutta la sua esistenza, con una donna con tutte le maree interiori che si ritrova una scrittrice?
Come potrò io imparare a tenerle a bada?
Mio marito, sarà sempre così titanico come oggi lo conosco, da non sentirsi schiacciato dalla "mia vita di dentro?"
Quello che mi tormenta davvero, è altro. Come può un compagno, scegliere scientemente di vivere tutta la sua esistenza, con una donna con tutte le maree interiori che si ritrova una scrittrice?
Come potrò io imparare a tenerle a bada?
Mio marito, sarà sempre così titanico come oggi lo conosco, da non sentirsi schiacciato dalla "mia vita di dentro?"
Non lo so. Questo mi turba, ma per ora preferisco guardarlo ritinteggiare di fucsia la camera di nostra figlia (Virgy è un leone dai gusti molto, molto discreti) e sorridere con lui con una birra ghiacciata per aperitivo, perché il suo sorriso bellissimo agita le mie maree più di qualsiasi vita di dentro.
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sabato 1 agosto 2015
Come rovinare la reputazione di tua figlia. Corso monografico di Michela Belli.
Sono una mamma imperfetta, oggi è 1 agosto e lo posso, serenamente, confessare. Insomma, non è che poi fosse questo gran mistero di Fatima.
Come tutti sapete, lo dico ogni giorno da un mese ormai, ieri era il compleanno di Virginia. Questa notizia, da sola, mi portava, su un livello puramente teorico, gioia. Dal punto di vista organizzativo invece: GUERRAAAAAAA!
Il fatto è, che non sono una persona da liste di cose da fare divise su livelli prioritari di importanza e tempi di svolgimento.
Problema: siamo agli inizi di luglio, tua figlia ti chiede di festeggiare con gli amichetti del nido il suo compleanno all'acqua park.
Come tutti sapete, lo dico ogni giorno da un mese ormai, ieri era il compleanno di Virginia. Questa notizia, da sola, mi portava, su un livello puramente teorico, gioia. Dal punto di vista organizzativo invece: GUERRAAAAAAA!
Il fatto è, che non sono una persona da liste di cose da fare divise su livelli prioritari di importanza e tempi di svolgimento.
Una persona normale, una madre organizzata e raziocinante avrebbe gestito la cosa così:
Problema: siamo agli inizi di luglio, tua figlia ti chiede di festeggiare con gli amichetti del nido il suo compleanno all'acqua park.
Dati:
Modulo adesione alla festa: scaricato da internet il giorno che la figlia chiede il pool party e consegnato con due settimane di largo anticipo, indicando menù, eventuali allergie e simili.
Problema: siamo agli inizi di luglio, tua figlia ti chiede di festeggiare con gli amichetti del nido il suo compleanno all'acqua park.
Dati:
Figlia, ce l'ho
Invito, ce l'ho su whtasapp perché non andando più al nido da fine giugno non ho a chi dare gli inviti cartacei. Ma per sicurezza relativo sms a tutte le mamme e perché no, piccolo messaggio cartaceo in bacheca al nido per quei bimbi che frequentano luglio. Ovviamente il tutto tra la prime due e al massimo la terza settimana di Luglio. Voglio dire già la terza, sei una madre che non presta attenzione al proprio figlio. Non sulla mia scala di valori, ma appuro ogni giorno, che per molte mamme la mia scala di valori è folle.
Modulo adesione alla festa: scaricato da internet il giorno che la figlia chiede il pool party e consegnato con due settimane di largo anticipo, indicando menù, eventuali allergie e simili.
torta, vedi su. Prenotata con largo anticipo una settimana prima.
Decorazioni, ce le ho tutte. Ovviamente acquistate qualche giorno prima e consegnate la mattina alla piscina.
Svolgimento: Sono in pieno controllo. Sono una madre multitasking. Fossimo negli Stati Uniti mi candiderebbero alla carica di madre dell'anno. Non mi sfugge nulla. Sono nata per organizzare compleanni ai poppanti.
Michela, invece, reagisce così.
Problema: siamo agli inizi di luglio, tua figlia ti chiede di festeggiare con gli amichetti del nido il suo compleanno all'acqua park.
Dati:
Figlia, ce l'ho
Invito, ce l'ho. Una settimana prima, su whatsapp perché non andando più al nido da fine giugno non ho a chi dare gli inviti cartacei. Fine. Il mio cervello mono cellulare non si pone altri quesiti. Il mio unico neurone, probabilmente, ha spedito l'invito elettronico, prima di assumere caffeina quel giorno. Poi arriva il giorno della festa e scopri, che non tutte le mamme hanno whatsapp. Voglio dire, nel 2015, alcuni esseri umani possono, realmente, fare a meno di whatsapp. Fenomeni, loro. Tu, resterai marchiata a vita come la mamma già nota come un po' stronza, ora a tutti gli effetti, che non ha invitato tutti i bimbi del nido. Tua figlia, già ricordata come la timida, sì, quella che non mangia al nido, ora sarà: come, non te la ricordi? Ma sì, la figlia della stronza snob, quella che non ha invitato tutti i bimbi alla festa. Ma poi, una festa in piscina?! ma chi si crede di essere?
E non importerà a nessuno che tu, eri sinceramente convinta, che sulla chat delle mamme del nido, ci fossero tutte, ma proprio tutte, perché arrivano sempre talmente tanti messaggi da confonderti poiché di base, sei sempre con la testa tra le nuvole e presti poca attenzione al mondo. Quelle mamme avranno ragione, alla fine ti convincerai anche tu che sì, a pesarci meglio, sei stata un po' stronza e un po' snob.
Come rovinare la reputazione di vostra figlia. Corso monografico di Michela Belli.
E non importerà a nessuno che tu, eri sinceramente convinta, che sulla chat delle mamme del nido, ci fossero tutte, ma proprio tutte, perché arrivano sempre talmente tanti messaggi da confonderti poiché di base, sei sempre con la testa tra le nuvole e presti poca attenzione al mondo. Quelle mamme avranno ragione, alla fine ti convincerai anche tu che sì, a pesarci meglio, sei stata un po' stronza e un po' snob.
Come rovinare la reputazione di vostra figlia. Corso monografico di Michela Belli.
Modulo adesione: scaricato da internet il giorno prima della festa. Compilato per metà, perché non riesco mai a rientrare in nessuna categoria e i moduli mi mettono ansia. Non sono una persona categorica, figuriamoci una madre. Io e mia figlia, siamo cittadine onorarie della terra di mezzo con Frodo e tutti gli altri. Aspetta, era la compagnia dell'anello o Harry Potter quello della terra di mezzo? Di bene in meglio, Michela. Ora nemmeno più le storie ti ricordi! Se avevi mezzo punto sulla scala del valore aggiunto delle capacità materne, il tuo era quello delle letture e della fantasia e con questa festa ti sei giocato anche quello.
In ogni caso, il modulo ce l'ho. Più o meno. A metà, ma ci sta.
In ogni caso, il modulo ce l'ho. Più o meno. A metà, ma ci sta.
Decorazioni. Tutte comprate, nell'ordine: due palloncini all'elio di Frozen e il tema Frozen ti salva, perché sarai pure una con la testa tra le nuvole, ma conosci tua figlia, un cartellone tristissimo acquistato dai cinesi che dice è qui la festa, ma è la mattina del 31 luglio, di meglio non si può fare. Riformulo, di meglio, TU, la mamma imperfetta non sai fare.
Torta: quella l'hai prenotata ieri sempre con la sfoglia di Frozen, piccola volpe.
Svolgimento: come avevo anticipato GUERRAAAA.
Appuntamento dato per le 15.00 o forse erano le 15.30 no, aspetta scopri che alla tua amica che viene da Piombino avevi detto alle 14.00. Genio, un vero genio. Arrivi alle 14.45 e due mamme sono già dentro con i loro pargoli. Ovviamente, non conoscendosi (una del nido, l'altra no) in punti diametralmente opposti del parco acquatico. Entri con borsa del mare e figlia al seguito. Hai, ovviamente e lo dico con una punta di cocente dolore e delusione al cuore, dimenticato le borse della festa in auto. A pochi metri dalla piscina dei piccoli, dove in teoria nel tuo cervello, ma non giureresti di averlo detto alla mamme, pensavi di fare la festa, incontri la tua amica, quella non del nido. Una delle tue più vecchie e care amiche, che per fortuna ti conosce e sa cosa può aspettarsi dalla frana inenarrabile che sei come persona. Ti vede annaspare già nel più profondo panico e entra in azione. Ok, amici questa donna è sposata ad un marinaio della marina americana, ha due figlie di cui una è Attila versione femminile, le ha cresciute, praticamente, da sola perché il marito è sempre in missione. Ti aiuto io. Quelle parole ti svoltano la giornata, perché non conta come andrà, hai un viso familiare dalla tua e questo, in qualche modo ti assolve. Ti sembra quasi che dica: ehi, è di Michela che stiamo parlando, cosa ti aspettavi? Ma in senso positivo. Comunque, tu ostenti sicurezza, lei sa che bari, ma è il gioco delle parti, ora sei una madre, non puoi dire semplicemente, Ilaria, faresti questa cosa della festa tu al posto mio? Ti voglio bene, grazie.
Nel frattempo, ti arrivano messaggi dell'altra nuova amica, quella del nido, che, per fortuna, ha già capito di che pasta sei fatta, ma tu, sei in missione, lo spirito della marina statunitense si è impossessato di te, sei ricoperta di tatuaggi tradizionali americani di ancore e rondini, sei nel bel mezzo di un episodio di NCIS, la tua missione è una: scoprire dove cazzo sia la laguna col tavolo che, all'ingresso del parco, ti hanno detto, averti dedicato.
L'amica col marito marinaio, che per inciso vive negli Stati Uniti di America è in Italia in visita e non era mai stata all'Acqua Park prima in vita sua, ti dice? Ma quale? Quello dietro il fast food? Faccina perplessa delle emoticon che stia ad indicare un misto di stima, ammirazione e gratitudine per la tua amica, non hai tempo di interrogarti sul come LEI sappia dove sia il fast food dell'acqua Park di Follonica. Non lo puoi sapere. magari, a casa sua a Seattle, la sera dopo che ha messo a dormire le sue due figlie, dopo aver riposto i libri universitari (perché tra figlie e vita ha deciso anche di riprendere l'università, un eroe o una pazza decidete voi) le prende la strana voglia di googlare Follonica, acqua park, maps. Cazzo ne sai, gli americani so' strani. Comunque ti salva il culo e ti porta a destinazione. Arrivi e il tavolo non è pronto. Inspiri ed espiri, conti fino a dieci perché tra 3,2,1 questa personcina per bene che fingo di essere esploderà per dare spazio alla vaiassa napoletana che intimamente sono e nulla di grave, con la calma si ottiene. Ti impossessi di due tavoli e inizi a respirare. L'amica del nido è ancora dispersa, la troverai.
Scarti il regalo della tua amica, le bimbe scalciano per le piscine, inizi a spogliare la tua, nel frattempo arrivano altri invitati. Almeno hai il tavolo. E' spoglio, triste, senza colore alcuno, ma hai il tavolo. Mentre stai per mollare tua figlia alla tua amica intravedi madre e sorella. Ok, nulla può andare storto, ora che hai le tue colonne portanti. Ti avvii alla macchina per prendere le borse frigo e il resto delle cose della festa e incroci altri invitati cinguetti il più gaudiamente possibile "Ciao, benvenuti la festa è..." quando incroci lo sguardo di tuo marito. Il tuo porto sicuro. I tatuaggi tradizionali americani, si sciolgono veloci, passi da NCIS a qualche cosa di smielato e sei al sicuro. Il marinaio ora è lui, tu puoi concentrarti sul fare la mamma. paradossalmente il ruolo di marinaio ti viene più facile, ma ti impegni e non sai nemmeno come, ma tra qualche bagno in piscina e quattro chiacchiere sono arrivati quasi tutti. E' l'ora della merenda arrivate al tavolo che ora vanta i due palloncini all'elio ed il cartellone è qui la festa. Servono ad ogni bimbo un vassoio con un bel menù da fast food, quello che vieti a tuo fratello di comprare ai figli, ma fottesega questa è una festa e sei già abbastanza nella merda per polemizzare.
I bimbi mangiano, ogni genitore ha un bicchiere e due patatine in mano. Ti puoi rilassare più o meno.
Si torna in piscina un altro bagno e poi, finalmente, le 17.30 Cake time, gente!
Arriva lei, trionfante, la regina Elsa. Mentre tutti cantano tanti auguri e tua figlia in piedi sul trespolo si sente la principessa che davvero è, ti rendi conto che la candelina sulla torta col numero 3 non ti convince. Cosa ha di strano? Fai velocemente mente locale. E' la candelina sbagliata. Nella borsa hai tutto il set di stelline con la candelina giusta. Ormai è tardi lei l'ha già spenta col sorriso del trionfo di chi ha i polmoni tanto grandi da riuscire in un sol soffio a spegnere le candeline. Mamma guarda che so fare!?
Appuntamento dato per le 15.00 o forse erano le 15.30 no, aspetta scopri che alla tua amica che viene da Piombino avevi detto alle 14.00. Genio, un vero genio. Arrivi alle 14.45 e due mamme sono già dentro con i loro pargoli. Ovviamente, non conoscendosi (una del nido, l'altra no) in punti diametralmente opposti del parco acquatico. Entri con borsa del mare e figlia al seguito. Hai, ovviamente e lo dico con una punta di cocente dolore e delusione al cuore, dimenticato le borse della festa in auto. A pochi metri dalla piscina dei piccoli, dove in teoria nel tuo cervello, ma non giureresti di averlo detto alla mamme, pensavi di fare la festa, incontri la tua amica, quella non del nido. Una delle tue più vecchie e care amiche, che per fortuna ti conosce e sa cosa può aspettarsi dalla frana inenarrabile che sei come persona. Ti vede annaspare già nel più profondo panico e entra in azione. Ok, amici questa donna è sposata ad un marinaio della marina americana, ha due figlie di cui una è Attila versione femminile, le ha cresciute, praticamente, da sola perché il marito è sempre in missione. Ti aiuto io. Quelle parole ti svoltano la giornata, perché non conta come andrà, hai un viso familiare dalla tua e questo, in qualche modo ti assolve. Ti sembra quasi che dica: ehi, è di Michela che stiamo parlando, cosa ti aspettavi? Ma in senso positivo. Comunque, tu ostenti sicurezza, lei sa che bari, ma è il gioco delle parti, ora sei una madre, non puoi dire semplicemente, Ilaria, faresti questa cosa della festa tu al posto mio? Ti voglio bene, grazie.
Nel frattempo, ti arrivano messaggi dell'altra nuova amica, quella del nido, che, per fortuna, ha già capito di che pasta sei fatta, ma tu, sei in missione, lo spirito della marina statunitense si è impossessato di te, sei ricoperta di tatuaggi tradizionali americani di ancore e rondini, sei nel bel mezzo di un episodio di NCIS, la tua missione è una: scoprire dove cazzo sia la laguna col tavolo che, all'ingresso del parco, ti hanno detto, averti dedicato.
L'amica col marito marinaio, che per inciso vive negli Stati Uniti di America è in Italia in visita e non era mai stata all'Acqua Park prima in vita sua, ti dice? Ma quale? Quello dietro il fast food? Faccina perplessa delle emoticon che stia ad indicare un misto di stima, ammirazione e gratitudine per la tua amica, non hai tempo di interrogarti sul come LEI sappia dove sia il fast food dell'acqua Park di Follonica. Non lo puoi sapere. magari, a casa sua a Seattle, la sera dopo che ha messo a dormire le sue due figlie, dopo aver riposto i libri universitari (perché tra figlie e vita ha deciso anche di riprendere l'università, un eroe o una pazza decidete voi) le prende la strana voglia di googlare Follonica, acqua park, maps. Cazzo ne sai, gli americani so' strani. Comunque ti salva il culo e ti porta a destinazione. Arrivi e il tavolo non è pronto. Inspiri ed espiri, conti fino a dieci perché tra 3,2,1 questa personcina per bene che fingo di essere esploderà per dare spazio alla vaiassa napoletana che intimamente sono e nulla di grave, con la calma si ottiene. Ti impossessi di due tavoli e inizi a respirare. L'amica del nido è ancora dispersa, la troverai.
Scarti il regalo della tua amica, le bimbe scalciano per le piscine, inizi a spogliare la tua, nel frattempo arrivano altri invitati. Almeno hai il tavolo. E' spoglio, triste, senza colore alcuno, ma hai il tavolo. Mentre stai per mollare tua figlia alla tua amica intravedi madre e sorella. Ok, nulla può andare storto, ora che hai le tue colonne portanti. Ti avvii alla macchina per prendere le borse frigo e il resto delle cose della festa e incroci altri invitati cinguetti il più gaudiamente possibile "Ciao, benvenuti la festa è..." quando incroci lo sguardo di tuo marito. Il tuo porto sicuro. I tatuaggi tradizionali americani, si sciolgono veloci, passi da NCIS a qualche cosa di smielato e sei al sicuro. Il marinaio ora è lui, tu puoi concentrarti sul fare la mamma. paradossalmente il ruolo di marinaio ti viene più facile, ma ti impegni e non sai nemmeno come, ma tra qualche bagno in piscina e quattro chiacchiere sono arrivati quasi tutti. E' l'ora della merenda arrivate al tavolo che ora vanta i due palloncini all'elio ed il cartellone è qui la festa. Servono ad ogni bimbo un vassoio con un bel menù da fast food, quello che vieti a tuo fratello di comprare ai figli, ma fottesega questa è una festa e sei già abbastanza nella merda per polemizzare.
I bimbi mangiano, ogni genitore ha un bicchiere e due patatine in mano. Ti puoi rilassare più o meno.
Si torna in piscina un altro bagno e poi, finalmente, le 17.30 Cake time, gente!
Arriva lei, trionfante, la regina Elsa. Mentre tutti cantano tanti auguri e tua figlia in piedi sul trespolo si sente la principessa che davvero è, ti rendi conto che la candelina sulla torta col numero 3 non ti convince. Cosa ha di strano? Fai velocemente mente locale. E' la candelina sbagliata. Nella borsa hai tutto il set di stelline con la candelina giusta. Ormai è tardi lei l'ha già spenta col sorriso del trionfo di chi ha i polmoni tanto grandi da riuscire in un sol soffio a spegnere le candeline. Mamma guarda che so fare!?
La festa è finita. Ne sei uscita più o meno incolume. Sei un po' ammaccata. Hai avuto ancora una volta la prova provante di essere un casino vivente. Tua figlia però gioisce come non mai. E' felice e tanto, ti dici, basta e poi, le amiche del nido hanno finalmente capito con chi hanno a che fare, l'anno prossimo già sapranno cosa aspettarsi alla festa del quarto compleanno di tua figlia che hai già deciso avrà menù biologico.
Buon compleanno, amore.
Buon compleanno, amore.
giovedì 30 luglio 2015
ricomincio da blogspot e da Virginia, ancora e per sempre Virginia
Questo blog è come me. Non so se sia proprio positivo, magari almeno in rete dovrei cercare di essere più, come dire, assennata e costante. Invece, stanza antipanico è nato su wordpress, poi si è spostato su un hosting diverso e ora, approda su blogspot, dove credo, spero, resterà.
E' poi significativo, ricominciare scrivere di me il 30 luglio.
Questo giorno tre anni fa, mi vedeva con 30 kg di amore in più. Fuori dai tempi calcolati per la mia gravidanza, in piedi, perché la pancia non mi consentiva altre posizioni, in banca con mia sorella Serena, mentre aspettavo il nostro turno.
E niente, all'improvviso entra un tizio e urla:" FERMI TUTTI E' UNA RAPINA!" e indovinate un po'? Non scherzava! Io, che non solo ero incinta, quindi, con tutti i sensi affinati e perennemente all'erta per qualche misteriosa memoria primordiale del nostro organismo, ma anche e pur sempre, napoletana, prendo mia sorella e la trascino via a nasconderci dal direttore (peggiore posto se ci penso oggi) e gli dico allarmata: "Direttore è in corso una rapina", il simpatico genio dietro la sua comoda scrivania ride e dice: "Ah e chi la fa? Tu?" ebbene sì amici, questi sono i manager del nostro bel paese, gli dico che ovviamente non scherzo e lui cosa fa? Va nel panico, amici! Roba da sei in fila alla posta e il tuo intestino inizia ad attorcigliarsi per il cornetto a cioccolato e il cappuccino al bar, quel tipo di panico. Un panico da, dove cazzo è il bagno più vicino, insomma. Nella sua crisi di panico, dice che deve chiamare i carabinieri che l'iter giusto è questo, io rispondo che se non fosse ancora accorto, sono incinta e se i rapinatori si incazzano prendono me come ostaggio di certo, insomma, ma la televisione tematica che l'hanno inventata a fare se poi nessuno si prende il disturbo di apprendere le sue lezioni di vita. Io le serie crime le guardo e i rapinatori nelle banche americane prendono SEMPRE le donne incinta. Nel frattempo i rapinatori, in realtà erano due non uno come avevo pensato perché il secondo era in fila accanto a me con tanto di ticket per il turno in cassa, urlano a tutti di stare faccia terra, di non emettere suoni e di non piangere. Mia sorella più in panico del direttore e di me che, avendo dalla mia le serie crime e una madre pseudo giallista, mi sentivo abbastanza al sicuro e poi diciamolo pure, quando sei incinta ti senti invulnerabile, decide che avendo lei l'incasso del nostro hotel in borsa, doveva uscire dalla stanza del direttore per non mettermi in pericolo (questo non so come abbiamo potuto pensarlo, ma sono attimi di terrore, lo giuro) quindi sguscia lentamente fuori dalla stanza. A questo punto, con mia sorella fuori nel campo di battaglia, sento un panico montante prendersi gioco di ogni mio singolo filamento di carne. Conto i secondi da quando il direttore preme il pulsante di chiamata diretta a i carabinieri al loro arrivo. Circa 60 interminabili secondi. Il minuto più lungo della mia intera esistenza. Mia sorella era in pericolo per colpa mia e non sapevo cosa fare. Lei di là pensava lo stesso, ma io ero incinta e dopo aver pianto al telefono con il call center della Telecom qualche tempo prima, avevo capito che le mie emozioni erano un tantino amplificate.
I carabinieri arrivano quando ormai i rapinatori erano scappati col bottino, scoppio in un pianto che non credevo possibile. Con lacrimoni, singhiozzi, scossoni e tutto il repertorio, avete presente? Mia sorella era ovviamente illesa e viva. Nel frattempo dall'ampia vetrata vedo accorrere mio marito che aveva saputo che ero in banca durante la rapina. Anche lui, inutile dirlo, visibilmente sconvolto. Un napoletano all'estero, non immagina mai di restare coinvolto in una rapina. pensa sempre, se non mi è capitato in 30 anni a Napoli, non mi succederà mai più. Invece vieni a vivere in una piccola, deliziosa cittadina della provincia toscana e taac, ti rapinano in banca con bandana a coprire la bocca, pistola e tutto il resto.
Tutti chiamano i soccorsi per la donna incinta. Questa volta la donna incinta, quella di cui tutti si preoccupano, ero io. Questo mi faceva sentire anche in colpa. Mi portano al pronto soccorso per misurare la pressione e per fortuna, nulla è accaduto, ma insomma signora che sfortuna! In questo nostro paese, non si può vivere! ma erano stranieri? No, italiani e no, non del sud.
Torno a casa e continuo la mia giornata, mi sento un po' agitata, ma mi rispondo che, in fondo, a tutti capita prima o poi nella vita una rapina e che non è successo nulla che quindi è meglio smetterla di lagnarsi.
La sera preparo la cena per me e mio marito, carico la lavastoviglie e mi ritiro in camera. E' il 30 luglio, fa davvero troppo caldo per il divano quindi opto per il lettone e mi sintonizzo su un bel film.
A metà film inizio a pensare che finalmente benefibra di cui in gravidanza ero dipendente, avesse fatto effetto. Mi alzo, anzi per amore della cronaca, rotolo come mi ero ben abituata a fare giù dal letto e mi dirigo al bagno, dove con una naturalezza e una semplicità che non mi aspettavo per l'evento, urlo: "PAPIIIIII DOBBIAMO ANDARE IN OSPEDALE!".
In un lampo saltiamo in auto, allertiamo mia madre che si fa trovare al primo pit stop di questa folle, bellissima e super gioiosa corsa in ospedale. Arrivo urlando, perché dei canonici 10 minuti ogni contrazione iniziale io non ho avuto traccia. Gli infermieri mi siedono sulla sedia a rotelle correndo, dicono fate presto o la farà in ascensore. Arrivo alla prima misurazione, sono le 23 e 30 di sera del 30 luglio e sono di 2 cm e mezzo alle 01.00 sono di 10 cm. Questo per dire che nella camera da letto io non ci sono mai entrata, sono stata direttamente portata in sala travaglio dove mio marito, il mio favoloso, insostituibile uomo non mi ha mai lasciata, nemmeno per un secondo. Mi ha sentita urlare come un orco donna ubriaca di scotch scozzese alle prese con uno elfo testa grossa che cerca di uscirgli dalla vagina e non ha battuto ciglio. Mi ha passato circa 4 litri di acqua, sempre col sorriso sulle labbra, senza mai fermarsi col tifo da stadio "vai, amore ce la fai, sei grande, sei bellissima" quest'ultima era proprio una bella bugia, io lo sapevo, ma glielo facevo dire, un po' perché non avevo le energie per zittirlo e, un po' perché si sentiva utile e mi faceva piacere per lui.
Dalle 01 alle 04 le ostetriche sono state insieme a noi, mi incitavano dicendo spingi, usa gli addominali, io ho replicato non so quante volte, dicendo che gli addominali non li avevo perché non avevo mai fatto sport e non so bene per quale motivo, a questa affermazione, ho chiesto loro scusa per questo. Sì, amiche, mi sono scusata con le ostetriche per non aver fatto sport. Anche a questo porta la gravidanza, chiedi scusa di esistere mentre come la più spaventosa delle scimmie urlatrici spingi fuori la testa e poi il corpo di tuo figlio.
Alle 4.58 del mattino del 31 luglio 2012 però, mentre morivo letteralmente dal dolore, nascevo di nuovo. Da allora, la mia vita ha un nuovo centro. Un centro che profuma di bebe' appena nato, di crema per il cambio pannolini e di vita e che cambia fragranza ad ogni obiettivo che la mia Virginia raggiunge ed io con lei.
Insomma, amici, domani Virginia compirà 3 anni. I 3 anni più dannatamente ricchi e pregni di significato della mia intera esistenza.
Lasciate quindi che faccia un brindisi virtuale in questa parte di mondo virtuale:
A te, mia adorata creatura
e alle mille avventure che ci attendono.
Ti amo,
mamma
E' poi significativo, ricominciare scrivere di me il 30 luglio.
Questo giorno tre anni fa, mi vedeva con 30 kg di amore in più. Fuori dai tempi calcolati per la mia gravidanza, in piedi, perché la pancia non mi consentiva altre posizioni, in banca con mia sorella Serena, mentre aspettavo il nostro turno.
E niente, all'improvviso entra un tizio e urla:" FERMI TUTTI E' UNA RAPINA!" e indovinate un po'? Non scherzava! Io, che non solo ero incinta, quindi, con tutti i sensi affinati e perennemente all'erta per qualche misteriosa memoria primordiale del nostro organismo, ma anche e pur sempre, napoletana, prendo mia sorella e la trascino via a nasconderci dal direttore (peggiore posto se ci penso oggi) e gli dico allarmata: "Direttore è in corso una rapina", il simpatico genio dietro la sua comoda scrivania ride e dice: "Ah e chi la fa? Tu?" ebbene sì amici, questi sono i manager del nostro bel paese, gli dico che ovviamente non scherzo e lui cosa fa? Va nel panico, amici! Roba da sei in fila alla posta e il tuo intestino inizia ad attorcigliarsi per il cornetto a cioccolato e il cappuccino al bar, quel tipo di panico. Un panico da, dove cazzo è il bagno più vicino, insomma. Nella sua crisi di panico, dice che deve chiamare i carabinieri che l'iter giusto è questo, io rispondo che se non fosse ancora accorto, sono incinta e se i rapinatori si incazzano prendono me come ostaggio di certo, insomma, ma la televisione tematica che l'hanno inventata a fare se poi nessuno si prende il disturbo di apprendere le sue lezioni di vita. Io le serie crime le guardo e i rapinatori nelle banche americane prendono SEMPRE le donne incinta. Nel frattempo i rapinatori, in realtà erano due non uno come avevo pensato perché il secondo era in fila accanto a me con tanto di ticket per il turno in cassa, urlano a tutti di stare faccia terra, di non emettere suoni e di non piangere. Mia sorella più in panico del direttore e di me che, avendo dalla mia le serie crime e una madre pseudo giallista, mi sentivo abbastanza al sicuro e poi diciamolo pure, quando sei incinta ti senti invulnerabile, decide che avendo lei l'incasso del nostro hotel in borsa, doveva uscire dalla stanza del direttore per non mettermi in pericolo (questo non so come abbiamo potuto pensarlo, ma sono attimi di terrore, lo giuro) quindi sguscia lentamente fuori dalla stanza. A questo punto, con mia sorella fuori nel campo di battaglia, sento un panico montante prendersi gioco di ogni mio singolo filamento di carne. Conto i secondi da quando il direttore preme il pulsante di chiamata diretta a i carabinieri al loro arrivo. Circa 60 interminabili secondi. Il minuto più lungo della mia intera esistenza. Mia sorella era in pericolo per colpa mia e non sapevo cosa fare. Lei di là pensava lo stesso, ma io ero incinta e dopo aver pianto al telefono con il call center della Telecom qualche tempo prima, avevo capito che le mie emozioni erano un tantino amplificate.
I carabinieri arrivano quando ormai i rapinatori erano scappati col bottino, scoppio in un pianto che non credevo possibile. Con lacrimoni, singhiozzi, scossoni e tutto il repertorio, avete presente? Mia sorella era ovviamente illesa e viva. Nel frattempo dall'ampia vetrata vedo accorrere mio marito che aveva saputo che ero in banca durante la rapina. Anche lui, inutile dirlo, visibilmente sconvolto. Un napoletano all'estero, non immagina mai di restare coinvolto in una rapina. pensa sempre, se non mi è capitato in 30 anni a Napoli, non mi succederà mai più. Invece vieni a vivere in una piccola, deliziosa cittadina della provincia toscana e taac, ti rapinano in banca con bandana a coprire la bocca, pistola e tutto il resto.
Tutti chiamano i soccorsi per la donna incinta. Questa volta la donna incinta, quella di cui tutti si preoccupano, ero io. Questo mi faceva sentire anche in colpa. Mi portano al pronto soccorso per misurare la pressione e per fortuna, nulla è accaduto, ma insomma signora che sfortuna! In questo nostro paese, non si può vivere! ma erano stranieri? No, italiani e no, non del sud.
Torno a casa e continuo la mia giornata, mi sento un po' agitata, ma mi rispondo che, in fondo, a tutti capita prima o poi nella vita una rapina e che non è successo nulla che quindi è meglio smetterla di lagnarsi.
La sera preparo la cena per me e mio marito, carico la lavastoviglie e mi ritiro in camera. E' il 30 luglio, fa davvero troppo caldo per il divano quindi opto per il lettone e mi sintonizzo su un bel film.
A metà film inizio a pensare che finalmente benefibra di cui in gravidanza ero dipendente, avesse fatto effetto. Mi alzo, anzi per amore della cronaca, rotolo come mi ero ben abituata a fare giù dal letto e mi dirigo al bagno, dove con una naturalezza e una semplicità che non mi aspettavo per l'evento, urlo: "PAPIIIIII DOBBIAMO ANDARE IN OSPEDALE!".
In un lampo saltiamo in auto, allertiamo mia madre che si fa trovare al primo pit stop di questa folle, bellissima e super gioiosa corsa in ospedale. Arrivo urlando, perché dei canonici 10 minuti ogni contrazione iniziale io non ho avuto traccia. Gli infermieri mi siedono sulla sedia a rotelle correndo, dicono fate presto o la farà in ascensore. Arrivo alla prima misurazione, sono le 23 e 30 di sera del 30 luglio e sono di 2 cm e mezzo alle 01.00 sono di 10 cm. Questo per dire che nella camera da letto io non ci sono mai entrata, sono stata direttamente portata in sala travaglio dove mio marito, il mio favoloso, insostituibile uomo non mi ha mai lasciata, nemmeno per un secondo. Mi ha sentita urlare come un orco donna ubriaca di scotch scozzese alle prese con uno elfo testa grossa che cerca di uscirgli dalla vagina e non ha battuto ciglio. Mi ha passato circa 4 litri di acqua, sempre col sorriso sulle labbra, senza mai fermarsi col tifo da stadio "vai, amore ce la fai, sei grande, sei bellissima" quest'ultima era proprio una bella bugia, io lo sapevo, ma glielo facevo dire, un po' perché non avevo le energie per zittirlo e, un po' perché si sentiva utile e mi faceva piacere per lui.
Dalle 01 alle 04 le ostetriche sono state insieme a noi, mi incitavano dicendo spingi, usa gli addominali, io ho replicato non so quante volte, dicendo che gli addominali non li avevo perché non avevo mai fatto sport e non so bene per quale motivo, a questa affermazione, ho chiesto loro scusa per questo. Sì, amiche, mi sono scusata con le ostetriche per non aver fatto sport. Anche a questo porta la gravidanza, chiedi scusa di esistere mentre come la più spaventosa delle scimmie urlatrici spingi fuori la testa e poi il corpo di tuo figlio.
Alle 4.58 del mattino del 31 luglio 2012 però, mentre morivo letteralmente dal dolore, nascevo di nuovo. Da allora, la mia vita ha un nuovo centro. Un centro che profuma di bebe' appena nato, di crema per il cambio pannolini e di vita e che cambia fragranza ad ogni obiettivo che la mia Virginia raggiunge ed io con lei.
Insomma, amici, domani Virginia compirà 3 anni. I 3 anni più dannatamente ricchi e pregni di significato della mia intera esistenza.
Lasciate quindi che faccia un brindisi virtuale in questa parte di mondo virtuale:
A te, mia adorata creatura
e alle mille avventure che ci attendono.
Ti amo,
mamma
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martedì 28 luglio 2015
Ritorno al futuro. Una lettera.
Cara me stessa,
lo so, in questo momento, non riesci ad immaginare che avrai mai più un equilibrio e che il tuo destino non sarà per sempre, quello di vivere in bilico tra la paura di cadere e la paradossale voglia di farlo, per non pensarci più.
Lo so che quella voragine che ti ha lasciato nel cuore, hai paura non possa mai guarire.
Lo so che scappare quando il gioco si fa serio e le emozioni si fanno vere, palpitanti, in questo momento, ti sembra la scelta più giusta per la tua stessa sicurezza. In fondo hai subìto e sofferto un abbandono e questo nessuno mai potrà cancellarlo.
Lo so che quella voragine che ti ha lasciato nel cuore, hai paura non possa mai guarire.
Lo so che scappare quando il gioco si fa serio e le emozioni si fanno vere, palpitanti, in questo momento, ti sembra la scelta più giusta per la tua stessa sicurezza. In fondo hai subìto e sofferto un abbandono e questo nessuno mai potrà cancellarlo.
Credi di aver fatto del male a tante persone. Hai sbattuto porte in faccia, hai usato parole al vetriolo col chiaro intento di colpire la dignità dei sentimenti di chi invece, testardo, ti amava e questo, ti provoca sensi di colpa indomabili e molte notti insonni.
Hai paura di non riuscire a tener testa agli impegni che altri hanno scelto di darti e che tu, silenziosamente hai accettato, per paura di essere un'ingrata.
Dubiti della tua capacità di giudizio, perché nel tempo, hai troppe volte dovuto scoprire che le bugie degli uomini, sono condimento per ogni loro relazione sociale.
Non voglio dirti bugie. La vita è semplicemente così, sottosopra ed è meglio che tu ci faccia l'abitudine ed impari piuttosto, a prenderti con decisione il buono che ti offre, perché sappi che la vita ci offre sempre del bene.
Un giorno incontrerai un uomo e lui saprà capirti e rispettarti.
Sarà il tuo migliore amico, godrà dei tuoi successi, si rammaricherà con te delle tue sconfitte, ma sarà motore propulsore per nuove partenze. Ti spalleggerà sempre, ti farà riposare sul suo petto quando la giornata ti avrà messa a tappeto e scenderà in battaglia tutti i giorni per te. Si farà carico dei tuoi casini, non ti giudicherà e non ti censurerà mai.
Con lui avrai occasione quotidianamente di sorridere e di ridere, anche quando tutto intorno crolla.
Ti chiederà di sposarlo in ginocchio, si commuoverà nel farlo (lo so che non avevi nei tuoi piani il matrimonio per ovvie ragioni, ma vedrai che non sarà così male-a parte gli indumenti che lui lascerà dappertutto come Pollicino, il suo armadio lasciato costantemente aperto e le scarpe ovunque tranne che nell'apposita scarpiera-) e tu gli risponderai sì, con un sì che non avevi mai pronunciato prima, sicuro ed assoluto.
Sarà il tuo migliore amico, godrà dei tuoi successi, si rammaricherà con te delle tue sconfitte, ma sarà motore propulsore per nuove partenze. Ti spalleggerà sempre, ti farà riposare sul suo petto quando la giornata ti avrà messa a tappeto e scenderà in battaglia tutti i giorni per te. Si farà carico dei tuoi casini, non ti giudicherà e non ti censurerà mai.
Con lui avrai occasione quotidianamente di sorridere e di ridere, anche quando tutto intorno crolla.
Ti chiederà di sposarlo in ginocchio, si commuoverà nel farlo (lo so che non avevi nei tuoi piani il matrimonio per ovvie ragioni, ma vedrai che non sarà così male-a parte gli indumenti che lui lascerà dappertutto come Pollicino, il suo armadio lasciato costantemente aperto e le scarpe ovunque tranne che nell'apposita scarpiera-) e tu gli risponderai sì, con un sì che non avevi mai pronunciato prima, sicuro ed assoluto.
Sarà il padre della tua adorata e meravigliosa creatura ed in lei potrai amare con rinnovato candore la vita e tuo marito come al primo incontro perché sappi me stessa, che tua figlia sarà la copia carbone del papà.
Soprattutto con quest'uomo incredibile che avrai la fortuna di incontrare e sposare, potrai restar seduta sul divano, guardarlo girare le spalle e avere la certezza assoluta che non se andrà perché ha proprio in te, tutto ciò che gli serve per essere sereno. La sera guarderete i film in televisione e lui mentre ti massaggerà i piedi ti chiederà: - ma è un film introspettivo?- intendendo dire d'autore e tu riderai, dirai sì e lo obbligherai a guardarlo (questo fino all'arrivo di vostra figlia, poi il telecomando ed il televisore vi saranno banditi e quella piccola dittatrice sceglierà ogni sera di guardare Gatto col Cappello di Dr Seuss, tu l'odierai, ma sempre meglio di Peppa Pig, fidati. Poi mi dirai.)
Piangi pure me stessa, sappi che questa è un'attitudine che non perderai mai, nemmeno con l'età della maturità (anzi, in gravidanza piangerai al telefono disperata con il call center della Telecom che tarderà nell'allaccio della linea telefonica, ma poi in seguito, sarà un aneddoto da raccontare -molto in seguito-), ma vedrai, passerà. La bruciante rabbia che ribolle sotto la tua giovane pelle passerà, il tuo cuore guarirà, la tua anima sarà di nuovo leggera ed allora troverai il coraggio di riaprire porte, che ora credi chiuse per sempre.
Sarai felice, te lo prometto.
con amore,
Michela
Michela
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