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martedì 17 novembre 2015

L'africa a casa mia.

A volte mi chiedo perché non possa fare a meno di mettermi in discussione.
Io sono un po' come i rettili, lo sono sempre stata, ad un certo punto, ho bisogno di cambiare pelle e non c'è nulla e non c'è nessuno, capace di fermarmi.
Ormai dovrei esserci abituata e invece, ancora oggi, mi fa male. E' proprio un dolore fisico. Il corpo sacrificato che si straccia le vecchie pelli di dosso e il nuovo strato, brillante, ma ancora troppo sensibile.
Le cose accadono per un motivo, sempre. Non ho un Dio particolare a cui parlare la sera, prima di addormentarmi. Credo però sia dannatamente vero che le vie del Signore sono infinite.
Fino al giorno in cui ho deciso di sposarmi, ho sempre agito di pancia. Sono fatta così, il mio motore sono le emozioni, anzi, spesso le sensazioni. Non sempre mi è andata bene. Sulla base delle mie esperienze, mi ero fatta l'idea che scegliere col cuore solamente, fosse sbagliato. Ho scelto mio marito con il cervello. Ecco, detta così può sembrare una cosa cinica e patetica, invece no. Mio marito è stata la prima scelta adulta della mia vita. Ho usato la testa. In quel momento frequentavo anche un altro ragazzo. Un ragazzo con il quale avevo dei trascorsi burrascosi, dovuti in gran parte, alla disarmante somiglianza dei nostri caratteri. Due prime donne insieme, non vanno lontano. Così quando ho pensato, ho trent'anni suonati e sono stanca di bruciare, ho capito che, mio marito, al quale non mi legava solamente un'emozione di pancia, ma anche una ventennale amicizia e conoscenza, era la persona giusta al mio progetto di vita. O questo, oppure, come sono più orientata a credere, i miei ormoni hanno scelto lui per riprodursi. In questi giorni però, mia madre mi ha invitato ad usare il cervello e quindi ecco la teoria dell'aver scelto mio marito col cervello e non con gli ormoni. :)
Insomma, il matrimonio è stato lo spartiacque della mia esistenza. Non avevo mai veramente pensato di sposarmi, mi era cara la massima di Troisi: "io non è che sia contrario al matrimonio, però mi pare che un uomo e una donna, siano le persone meno adatte a sposarsi", ma ad un certo punto mi sono buttata e mi sono ritrovata in una centrifuga incessante di emozioni e di ormoni, se consideriamo che dopo quattro mesi di matrimonio ero già incinta di Virginia. La nascita di Virginia ed i suoi primi tre anni di vita, sono stati un vero e proprio giro sulle montagne russe. Tanto che, guardando molte mie amiche che continuano a riprodursi senza il minimo cenno di cedimento mentale, inizio a domandarmi se davvero non sia il problema.
Virginia si è impossessata di me. Ha, di fatto, espropriato me stessa dal possesso del mio corpo che io ho sempre amato, essendo di base un'egocentrica narcisista, della mia capacità relazionale, fattore fondamentale al mio benessere psico fisico, perché con una bambina prima attaccata alle tette a fagocitare le quattro energie ancora rimaste nel tuo organismo e poi, col tempo, quando cresce, una bambina che vuole saltare, ciarlare e avere svelati tutti i perché del mondo, costantemente h 24, non è facile relazionarsi col mondo, spesso, hai solo voglia di un barattolo di nutella: muto e confortevole. Ma soprattutto, il mio amore più grande, la mia ragione di vita bla, bla, bla si è impossessata dei miei silenzi. Ora, chi scrive, ma anche chi legge, lo saprà. I silenzi reggono le nostre esistenze. Sono i pilastri della nostra vita. E' nel silenzio che si creano i romanzi, è nel silenzio che vivo la vita Anna Karenina. Il tutto, condito da un marito e non ho bisogno di altri approfondimenti, credo.
Insomma, sono passata dalla condizione di figlia, a quella di moglie e madre, in un lasso di tempo, davvero troppo breve. Non sono mai potuta essere donna, punto.
Fin qui, tutto normale. Regolari turbamenti di una donna media di trentatré anni. Giusto?
Senonché, mi si presenta l'occasione di un nuovo lavoro. Chi mi conosce, sa che ho sempre fatto un lavoro che, in generale, non mi piaceva. Questo nuovo lavoro invece... whaoooo, è quello che ho sempre sognato. Ho detto, cavoli mi butto. E in un nano secondo, la mia vita è stata ributtata in una centrifuga. Una centrifuga bellissima però fatta di colori, culture e aromi di diverse culture. E' solo che il mio nuovo lavoro, ha una controindicazione. Ti svuota. Vivi tante storie umane al giorno e alla sera, sei schiacciata dal senso di inadeguatezza e piccineria dell'umanità con l'unico microscopico, eppure, fondamentale risvolto positivo, dell'aver, a tuo modo, contribuito a creare un sorriso su volti che fino a tre mesi fa, rischiavano la morte nel mar Mediterraneo. Questo è un lavoro che da e toglie quasi in egual misura, eppure, non lo cambierei mai. Da qui il cambio di pelle, i turbamenti e l'assenza di scrittura. Sono ancora in fase di rodaggio. Sto ancora cercando di capire come fare, a non portarmi tutti i loro bagagli emotivi sulle spalle.
Ma è un buon momento per la mia anima. Ho ritrovato le scelte di pancia, perché se il cervello avesse contribuito alla scelta, sarei rimasta dov'ero, dove non vedevo, ignoravo e, in sostanza, giravo in tondo.
Ho scoperto che non hai nemmeno bisogno di partire per aver il mal d'Africa.
A volte penso che l'Africa non sia nemmeno un continente, a volte penso che l'Africa sia una condizione d'essere. Africa è amore incondizionato. Africa è dignità. Africa è gli occhi più belli del mondo. Africa è dove si mangia in tre si mangia in dieci. Africa è musica. Africa è risate fragorose. Africa sono tanti suoni familiari e chiassosi. Africa è un tempo dilatato. Africa è dolce indolenza, mista a incomprensibile pigrizia. Africa è it's not my stress. Africa è wifi no buono. Africa è you can't change the future. Africa è It's up to God e tu con i tuoi trentatré anni di retaggi culturali, sei lì che li guardi e li vorresti scrollare dalla loro beata indolenza e urlare vai e prenditi ciò che vuoi perché è così che sei stata educata, eppure, in qualche modo, senti di non doverlo fare, senti di non voler risucchiare anche loro nel nostro meccanismo malato, ma lo saranno e perderanno l'ingenuità e il candore delle loro stupende pelli nere. Allora, tutto ciò che ti resta e sperare che accada il più in la possibile e nel frattempo, semplicemente amarli.

giovedì 15 ottobre 2015

Moll Flanders, Viola Vertigini e Vaniglia e la chick lit quella buona

Ho, da poco, finito di leggere "Viola, vertigini e vaniglia" di Monica Coppola.
Ora, voi lo sapete, questo non è un blog di recensioni, ma davvero, ho voglia di parlare di questo romanzo per vari motivi. Primo tra tutti, mentre lo leggevo, trovavo tutta una serie di analogie tra Viola ed Eva e dentro me pensavo, Dio buono, le vorrei far conoscere :D inoltre, è un chick lit come piace a me, brioso, romantico, buffo, ironico, eppure, in alcuni punti, in grado di farti riflettere.
Quando i lettori appartenenti alla cerchia snob, della serie leggo solo classici, oppure, tomi di 1500 pagine e corbezzolate simili, mi chiedono stupiti come mai mi piaccia la chick lit, vorrei sempre rispondere loro, che vadano a studiarsi un po' di letteratura.
La chick lit, per me sta al nucleo della letteratura. Quando nell'epoca borghese in Inghilterra si diffonde la moda del piacere di leggere, le prime ad aderire sono le donne. Parliamo dell'epoca di Robinson Crusoe, che fa da propaganda all'idea del self made man, è vero, ma è anche, di Moll Flanders. Ora, non so in quanti abbiano avuto la fortuna di leggere questo capolavoro di Daniel Defoe, ma chi l'ha fatto, non potrà non convenire con me che Moll, è la mamma di tutte le nostre eroine della chick lit. Moll è la prima Bridget. Nel romanzo infatti, accompagniamo Moll lungo tutta la sua vita e assistiamo alla sua crescita ed è questo, il punto centrale di tutta la chick lit. La trama segue una parabola prestabilita, la protagonista, tocca gli abissi e poi risale e ci lascia con un happy ending. Ovviamente, giacché la letteratura risente della storia, il lieto fine di Moll (vivere la parte finale della sua vita onestamente e morire pentita dei suoi peccati e quindi perdonata dal Signore) è un po' diverso dal nostro lieto fine e infatti, Viola, per esempio, ci lascia intendere che vivrà una vita da sogno nel suo sogno con l'uomo dei sogni. :)
Ecco, questo è ciò che amo della chick lit, quando è scritta bene. Non è come leggere un romanzo erotico, soprattutto perché, grazie a Dio, non ci sono frustini, perizoma di pelle e fragole e champagne, piuttosto, è come leggere una novella picaresca.
Sono romanzi introspettivi. Ci mostrano un'evoluzione umana, sia da un punto esteriore che da un punto di vista interiore. Ma torniamo a Viola, vi va?
Incontriamo Viola, in un momento di stasi della sua vita. Fa un lavoro che non ha nulla a che fare con ciò che vuole fare e, paradossalmente, ma questo è la società che glielo impone, si sente anche fortunata a svolgerlo. Ha un sogno, uno di quelli grandi, ingestibili e per questo, ancora più importanti: diventare una scrittrice. Il fato bussa alla sua porta (altro elemento necessario alla chick) e lei, lo segue. Ancora non sa, che questo le costerà, una delle più grandi lezioni della sua vita.
Non voglio spoilerare nulla, perché desidero che lo leggiate in più persone possibili. Dico solo che, ciò che ho amato di questo romanzo, è che Viola alla fine della fiera, alla fine di tutti i suoi disastri, capisce di dover essere lei, la fautrice del suo destino. L'azione, come unica strada possibile per realizzare i propri sogni. L'azione, perché solo chi agisce, sbaglia e poi impara.
A tutto questo, e qui entro nel particolare di Viola, dovete aggiungere, una caratterizzazione spettacolare dei personaggi. Quello che non ho detto prima, è che pur essendo una grande amante della chick lit, non sono mai riuscita a trovare un'autrice italiana che non cadesse nella ridicola e triste brutta copia delle colleghe americane. Insomma, lo capisco. L'America è affascinante. Da autrice, comprendo bene che una cosa è scrivere Josh, altra, è scrivere Giosuè. Ambientare un romanzo in un piccolo sobborgo dello stato di New York, dona atmosfere più pittoresche delle campagne toscane perché, insomma l'erba del vicino e tutte quelle cose... chiedetelo a un americano e vi dirà che le ambientazioni italiane sono più affascinanti. Ma è questa la sfida per uno scrittore, che non scrive fantasy, rimanere fedeli a se stesso e al proprio mondo. Scrivere di ciò che conosce, essere veritiero e realista e, amici, Monica Coppola, per me, è stata grande anche da questo punto di vista.
La sua Torino, è una città dinamica, culturale e pure mondana! E che te ne fai di New York quando hai tutto questo, a casa tua?!
Insomma, Viola Vertigini e Vaniglia, entra a pieno titolo, per questa lettrice qui che, ripeto non recensisce di abitudine i romanzi, nella stanza tutta per me, cce mi ha lasciato in dote la mia amata Virginia. Perché, amici, ve lo dico, Virginia Woolf scriveva Chick lit, chiedetelo a Clarissa Dalloway!

giovedì 1 ottobre 2015

La teoria del nord e del sud

Qualcuno di voi, la conosce Madame de Stael? Personalmente, l'ho conosciuta al liceo e, già all'epoca, la trovavo cordialmente antipatica, con la sua odiosa teoria, del nord e del sud. Tempo fa poi, ho scoperto che oltre ad essere una razzista, era anche una traditrice e una cospiratrice. Uno di quei rarissimi casi, nei quali, posso dire: "l'avevo detto" no perché, di norma, sono quella a cui viene detto, quindi, pensate un po' il mio sommo gaudio, quando ho scoperto che gran stronza era! :)
In due parole, la signora del romanticismo francese diceva, che nei paesi nordici si produceva bella letteratura perché faceva freddo e questo, induceva le ggenti, a rintanarsi in casa di fronte il camino a raccontarsi storie. Nei paesi mediterranei, considerati, con nostro grande, grandissimo orgoglio SUD :) dove faceva sempre caldo, le ggenti erano tutte dedite all'ozio. Tipo che si sfracassavano di ouzo sotto gli olivi, senza fare un piffero. Il caldo obnubilava le loro menti e quindi, non si produceva buona letteratura. Folle, vero? Voler mettere anche solo a paragone le quattro leggende vichinghe con, non so...  l'Odissea, l'Eneide, l'Iliade. Robetta così, insomma. Eppure, sono sicura, che anche oggi, c'è gente da qualche parte che la pensa così. Voglio dire, senza andare troppo lontano, Salvini apprezzerebbe e converrebbe che Terronia, non produce abbastanza. Poi certo, qualcuno dovrebbe rianimarlo, dopo la notizia di essere anche lui, al sud di qualcun altro...
Comunque, Madame de Stael l'ho sempre detestata e più passa il tempo, più mi convinco di quale abnorme cazzata, i termini giusti da queste parti, si usano, abbia sparato la donna in questione.
Voglio dire, io adoro la letteratura inglese, ma prendo tutta la letteratura inglese e la schiero in campo contro un solo mostro sacro: la Divina Commedia e poi fate vobis :) Scusa, Virginia, ma converresti anche tu con me. Ne sono certa.

E così, eccoci qui, primo ottobre. Prima pioggia e primo freddo. Cervello già avvizzito. Sono in pieno nord. In fondo, ora sono più a nord di quanto non lo fossi al liceo. Magari, la capisco meglio.
Non ho un camino. Abito in un condominio con i termosifoni che vanno a vento e che ad ogni conguaglio di fine anno, mi fanno desiderare sempre più i Caraibi. Però, ho un bollitore. Mi posso fare un te'. Più nordico di così. A Napoli, il te' lo prendiamo solo in caso di diarrea. Ma noi siamo terroni :)
Niente da fare. Il mio cervello meridionale, non ragiona al freddo. 
Poi però decido, proprio oggi, con soli 16 gradi, Bielorussia in pratica, di stravolgere, completamente, il mio nuovo romanzo. Lascio, al centro, solo il nucleo. Tutto intorno si trasforma. Personaggi, ambienti, narratore e qui, amici, la vera svolta. Provo la terza persona. Non so, se sono in grado di usarla, Letizia mi serviva a capirlo. Non ci sono riuscita, ma al diavolo, ci provo.
Piove. La pioggia è incessante. La pioggia, è tutto ciò che mi ha impedito, di vivere in Inghilterra. Bugia, quella era la lontananza dalla mia famiglia. Piove e io scrivo, scrivo come non facevo da così tanto tempo. Ma le parole, quelle vengono fuori brutte, bruttissime. Eppure, qualcosa si è finalmente sbloccato. Sono in una fase a metà tra l'eccitazione e il pentimento, perché ho fin troppa fifa di ricominciare daccapo un romanzo che avevo ormai già iniziato. Le parole non sono quelle che cerco, ma per lo meno, credo di aver, finalmente imboccatola strada giusta. Vedo la luce alla fine del tunnel.
Oddio, e se Madame de Stael avesse avuto sempre ragione?

martedì 15 settembre 2015

Letizia nomen omen

Letizia era, a dire di tutti, un vero caso di nomen omen. Come quelle bimbe che gli chiedi "Come ti chiami?" e loro, con serafica compostezza, rispondono: "Serena" e tu pensi, di nome e di fatto, tranne poi nascondere, una tendenza all'irrequietezza e agli eccessi. Ecco, Letizia era quel caso specifico di nomen omen.

Quella mattina di metà settembre, l'estate sembrava dare l'ultimo colpo di coda.
Le temperature, erano sopra la media stagionale, come avevano detto alla radio. Il cielo, di un perfetto blu terso, sembrava a tratti finto, dipinto sul cartonato delle scenografie arrangiate nelle recite scolastiche. Cobalto, questo era il tono di blu, pensò Letizia, mentre sulla sua bicicletta con il cestino in vimini, la gonna dal sapore vagamente gitano, ma pur sempre chic ad accarezzare le gambe magre, si dirigeva al forno del mercato coperto per una bella focaccia della mattina.
Aveva sempre preferito una prima colazione salata, al classico cappuccino e cornetto. Non era una donna da zucchero doppio nel caffè, al contrario, lo preferiva amaro. Sua nonna, che l'aveva cresciuta, le aveva insegnato a guardare alla sostanza delle cose e a fare a meno, di tutti gli ornamenti ecco quindi come, il caffè era amaro e il cornetto era pressocché inutile, quando potevi avere, della focaccia che assurgeva al ruolo di: prima colazione, spuntino della mezza mattina e, a volte, quando Letizia decideva di non rientrare a casa, di spacco pranzo e poi, ma questo era un suo pensiero personale che non avrebbe mai condiviso con la nonna, era privo di grassi saturi.

Il campanello della bicicletta di Letizia trillò forte, mentre passava a tutta velocità per la via Giacomelli che, di poco la distanziava, dalla scuola in via Gorizia.
-"Pistaaaaaa"solo questo fu ciò che riuscì ad udire Filippo, quando, appena in tempo per non essere scaraventato per aria, rimbalzò sullo scalino dal quale era appena sceso. Guardò filare dritto quel fulmine in bicicletta, solo un'aroma di pane appena sfornato aveva lasciato.
Letizia giunse in via Gorizia, scese dalla bicicletta e si appoggiò al muretto accanto a lei.
I cancelli della scuola si spalancarono, molti erano i bambini che, in quella calda mattina, facevano ritorno ai loro banchetti, altri, invece, varcavano la soglia per la prima volta, alcuni di loro, i più impavidi urlando: "Mamma, guarda che faccio? Vado da solo!".  Letizia cacciò la focaccia dalla busta del forno e affondò i denti.
Si preparava alla spettacolo.

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-"Pistaaaaa", Filippo, fece appena in tempo a rimbalzare all'indietro, sul marciapiede dal quale era sceso. Un intenso profumo di pane caldo inondò le sue narici. Una ragazza in bici, aveva appena rischiato di investirlo. Provinciali, pensò stizzito, convinti che questo buco di città, dimenticato da Dio, sia di loro proprietà, se ne vanno scorrazzando in bicicletta, senza tener conto delle norme di base del codice della strada. Non riuscirò mai ad abituarmi a questi maremmani.
La via Fiume ora, lo portava al mare. Arrivato alla banchina della piccola darsena, inspirò profondamente. L'aria pregna di salsedine, gli pizzicò i bronchi e l'orgoglio. Eppure, Milano non gli mancava affatto. Alla vista di quella immensa tavola blu, si ricordò perché, aveva scelto di lasciare la grande città. Quella mattina di settembre in particolare, il mare, si confondeva con il cielo, in un orizzonte perfetto ed irraggiungibile, o forse, irraggiungibile, quindi, perfetto, non avrebbe saputo dirlo Filippo. Era un uomo dai grandi obiettivi, tutti, scientificamente scelti, tra quelli utopici. Aveva quarant'anni suonati, un passato prossimo da pubblicitario rampante a Milano, un divorzio in via di conclusione, per fortuna amichevole e, una notte brava alle spalle.
Non era poi questa grande eccezione, il suo divorzio così friendly. In fondo, era di Milano, per Dio. Da quelle parti si viaggiava alla velocità socio-culturale degli Stati Uniti di America. Milano città di moda, di televisione, di expo e di Starbucks. Milano globalizzata, Milano dai mercatini alimentari bio e chilometro 0 la domenica mattina in villa. La gente veniva da tutto il mondo per vistare i Navigli e salutare la Madonnina del Duomo eppure, Milano, l'aveva portato su quel ponte una notte. Scosse la testa, come ogni volta che, quel pensiero lontano, bussava alle porte della sua mente.
Stiracchiò le braccia e distolse lo sguardo dal mare. Si girò verso i palazzi e nello scorgere il portone di Lidia, il suo orgoglio si riebbe, si scrollò via quel pizzicore che la salsedine gli aveva provocato e si beò, per un breve istante, di se stesso. Era pur sempre un uomo. Si avviò verso il primo bar del lungomare e si mise a sedere ai tavolini della terrazza, per ordinare un caffè. Lidia gli tornò in mente. Anche lei, gli aveva offerto un caffè al loro risveglio, ma lui aveva rifiutato. Non se la sentiva di restare lì e doverle parlare, non che non amasse parlare, al contrario. Era un pubblicitario, la parola, era il suo pane quotidiano e quante parole, infatti, le aveva raccontato la sera prima a cena, in quel buonissimo ristorante: Il Sottomarino. Annotò mentalmente il nome del ristorante per un'altra occasione e un'altra donna. Era da poco a Follonica e non aveva ancora finito di ampliare il suo giro di locali e, soprattutto, il giro di donne da frequentare. Si alzò, lasciò i soldi in un piattino, dove il cameriere, aveva lasciato con noncuranza uno scontrino e se ne andò. Tutto questo, a Milano sarebbe stato inverosimile. Sarebbe sbucato fuori di certo un barbone per intascarsi i pochi euro del caffè, ma si sa, un caffè dietro l'altro...  e risolvi la giornata. Le grandi città ti impongono, fin dalla nascita, poche regole, una sola per la verità: mangia o sarai mangiato. Filippo lo sapeva bene.
Mentre si incamminava ora, verso casa sua, che era proprio nella piazza a mare della città, la sua attenzione, fu catturata da una gonna bianca a grandi, forse troppo grandi, pensò Filippo, pois viola.
La gonna sventolava allegra e sfacciata su un muretto. Fece muovere lo sguardo prima all'ingiù dove scorse due scarpe ballerina blu e poi verso su, un golfino dello stesso blu acceso delle scarpe, abbracciava, in maniera soffice, almeno così gli parve, il corpo minuto di una ragazza dai capelli biondi, raccolti in uno chignon.
Di nuovo, un forte profumo di pane, inondò le sue narici.



Illustrazione della mitica e inimitabile  Natascha Wanvestraut

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Letizia era pronta a godersi lo spettacolo. C'era, chi aveva l'abitudine di andare in aeroporto, nei terminal di arrivo, per assistere agli abbracci commossi di persone, che non si vedano da chissà quanto tempo. Alcuni, stentavano anche a riconoscersi. Altri, mettevano su un siparietto sarcastico, a nascondere l'emozione e il battito accelerato del cuore, sotto la camicia. Altri, invece, erano più riservati e liquidavano l'imbarazzo dell'incontro, in un goffo abbraccio con pacca sulla spalla. Letizia aveva osservato queste reazioni decine e decine di volte, non dal vivo; a Follonica non c'era un aeroporto, ma su youtube. Aveva consumato centinaia di video amatoriali, girati nei terminal di tutto il mondo. Cosa mai aveva l'umanità da affascinarla con tanto vigore? Non se lo sapeva spiegare.
Fin da piccola si era sentita elogiare per il suo spirito di osservazione. Occhio di lince, così la chiamava sua madre. A quel pensiero, una fitta di dolore la colpì dritta allo stomaco. Erano passati già venti anni, ma il dolore, non sembrava essersi sedato, ancora. Andava e tornava come un'onda violenta sullo scoglio più alto. Ad intervalli irregolari così che lei, non potesse nemmeno prepararsi all'urto. Chiuse il sacchetto del forno e lo ripose nel cestino di vimini della bicicletta. Con una mano, accarezzò un mazzo di peonie rosa, anch'esso adagiato nello stesso cestino in vimini. Si concentrò nuovamente sul cancello di ingresso della scuola.
Le maestre erano, ora, tutte sul gradino più alto, con gli appelli appena formati:

Prima A

d'Atri Leonardo,  un piccolo spettacolo di uomo, avanzò sicuro di sé. Capelli ricciolini ad incorniciare il viso di un ruba cuori. Letizia gli sorrise, il bambino contraccambiò, sfoderando un sorriso aperto e pieno di vita. A quel punto, si voltò verso sua madre, una giovane donna mora, con il medesimo sguardo profondo : "Ciao, mamma. Vado dai bimbi nuovi". La donna sorrise con amore e cacciò in gola le lacrime: "Ciao, pesciolino. A dopo".
Una frase come tante, una frase che si dice ogni giorno. Letizia, lo sapeva bene. Le promesse, anche quelle delle nostre mamme, non sempre vengono mantenute.

Virò lo sguardo lievemente a sinistra. Un'altra maestra, chiamava il suo gruppo.

Quinta A

Benini Asia
de Paolis Virginia
Di Tella Filippo
Magro Gloria

quattro bimbetti in gruppo, corsero spediti dalla maestra. Le tre bimbe, parlottavano tra di loro. A Letizia parve di sentire le parole: diario, nuove penne, quaderni bellissimi. Il maschietto, un bel bambino, più alto della media e con un bel viso dai tratti dolci ed eleganti, si girò e fece cenno di ciao con la mano alla mamma che, nel frattempo, già era con lo sguardo sul secondo figlio, anch'egli, in procinto di essere chiamato dalla sua maestra.

Letizia, sentì un sorriso nascere sulle sue labbra e uno strano calore, riempirle lo stomaco. Era felicità, stentava sempre a riconoscerla. Non era una donna triste, era però, spesso prigioniera dei suoi stessi pensieri. Ognuno danza con i suoi demoni, lo aveva imparato ormai. In quel momento, per esempio, sentiva il calore della felicità nella pancia, ma non riusciva ad irradiarlo al resto del corpo.

All'improvviso, sentì l'urgenza di voltarsi. C'era un uomo che la fissava. Si sentì avvampare. Il calore dalla pancia, passo alle guance. Si innervosì, cercò invano di obbligarsi a guardare la maestra, ma ormai aveva finito il suo appello e riuscì solo a guardare gli ultimi della fila entrare nella scuola. Questo, la indispettì ancora di più. Aveva perso il clamore, il boato di gioia e le urlette dei bimbi alla fine dell'elenco, quando urlano olè, oppure, hip hip urrà!
Si girò ancora, lui era ancora là. Le sorrise. Lei sentì uno strano solletico alle parti basse. Questa volta, si prese il tempo necessario per osservarlo. In fondo, era un occhio di lince, pochi secondi le bastavano.
Andava per i quaranta. Aveva capelli ondulati, castani e un paio di occhiali da sole, che le impedivano di scrutarne il colore degli occhi. Questo la incuriosì ulteriormente.
Non le sembrò avesse il giusto abbigliamento, per essere le nove e trenta del mattino e per trovarsi fuori  una scuola elementare. Sarà un padre? O forse un fratello, si trovò d'un tratto a sperare, senza capire bene il perché. Anche se, riconosceva da sola, un fratello di quarant'anni sarebbe stata cosa quanto meno, rara, ma non voleva porre limiti alla provvidenza.
Le sorrise ancora, poi, abbassò lo sguardo e proseguì dritto.

Guai in vista, disse a se stessa, Letizia.
Poche ore dopo, si scoprì a pensare che, per la prima volta in vita sua, la frase: guai in vista le provocava ugualmente, un solletico e una curiosità diffusi.

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Giunto a casa, Filippo, fece una doccia veloce e si preparò per la giornata.
Pensò a Milano, alle corse in metro per arrivare in orario in agenzia. Anche in inverno, con le temperature minime di gennaio, finiva per arrivare madido di sudore in ufficio. Questo, era un elemento che, di sicuro, non gli mancava: la perenne corsa. Ora correva, sì, ma sul lungomare, all'alba, quando gli capitava di rientrare a casa sua la sera. Sorrise tra sé e sé e si avviò alla sua scrivania.
La casa di Filippo, era al quindicesimo piano della torre azzurra, come la chiamavano da queste parti. Un eco-mostro di trenta piani con un panorama mozzafiato. Dal finestrone del suo studio, Filippo riusciva a vedere tutta la costa, verso sud, fino al promontorio dell'Argentario, verso nord, fino a oltre le lucine del porto di Piombino e in fine, dritto di fronte a sé, il paradiso: l'Elba, il Giglio e tutte le formiche. Quando il cielo era sgombro dalle nuvole come oggi, se cercavi con attenzione, riuscivi anche a riconoscere la Corsica. Aprì la tenda a pacchetto di Ikea, spalancò il vetro in posizione vasistas e inspirò nuovamente. L'aria di mare, non gli bastava più. Forse perché era in debito di quaranta anni di smog metropolitano, fatto sta, che da quando abitava sul mare, anche solo l'idea di allontanarsi da quella enorme massa di acqua salata, gli era insopportabile. Si sedette alla scrivania e accese il suo portatile. Il volto di Letizia e il suo profumo di pane caldo, tornarono prepotenti. Una cosa che Filippo non aveva abbandonato della sua vecchia vita, era la forma mentis del pubblicitario. Tutto quello che viveva o anche solo vedeva, era per lui uno strumento pubblicitario. Da Letizia, dalla sua gonna a pois viola, dalla bicicletta con il cestino di vimini, i fiori e il profumo di pane, avrebbe potuto facilmente ricavare quattro o cinque spot per grandi marchi e, in effetti, lo aveva mentalmente fatto, ma poi si ricordò di non essere più un pubblicitario. Si ricordò di essere libero e iniziò a lavorare alla copertina di un romanzo che gli era stata commissionata. Lavorare da free lance, gli piaceva. Adorava l'idea, che tale rimaneva, perché la sua non era una natura né casalinga, né tantomeno pigra, di poter lavorare in mutande. Quando era stanco si prendeva un piccolo break caffè e, al diavolo, se durava più di cinque minuti. Nessuno lo cronometrava a casa sua. Metteva su una capsula di Nescafé e con calma la gustava, senza nemmeno doversi alzare dalla sua scrivania, anzi, era sempre alla sua scrivania, che si accendeva la sigaretta del post caffè. Un atto sacro per qualsiasi fumatore, che la società così detta civile, cercava in tutti i modi possibili di distruggere. Cosa ci leveranno dopo? La sigaretta sul cesso? Si domandava con rabbia il pubblicitario. E, in effetti, qualcuno avrebbe potuto ribattere che quella, gliel'avevano già tolta, se solo Filippo avesse seguito, la comune regola del saper vivere del PROIBITO FUMARE nei bagni pubblici.
Lavorò alla copertina senza fermarsi, se non per qualche caffè e per un tramezzino al volo, fino alle 19 di sera. Tutta una tirata, come un tir appunto, proprio come piaceva a lui. Inseriva la marcia e con la musica giusta avrebbe potuto anche lavorare fino alla fine dei tempi.
Alle 19 poi una telefonata di Chiara, la sua ex moglie lo interruppe.
Chiara era una modella. Era straordinariamente bella, molto più bella di Filippo che pure, non era male, come gli faceva notare lei i primi tempi della loro frequentazione. Quando lui nel gesto di aprirle la portiera dell'automobile,  le sussurrava-"sei uno schianto" e lei, ribatteva senza tanti giri di parole -"anche tu non sei niente male" come nei migliori film americani. Ah, Chiara... l'aveva adorata e se n'era innamorato seduta stante, al primo incontro di quell'aperitivo organizzato dalla sua agenzia, per l'evento di lancio, di un'edizione limitata della Coca-Cola. Quella sera aveva fatto il pagliaccio come piace alle donne, l'aveva fatta sorridere, guadagnandosi subito il suo numero di telefono. Spesso aveva pensato che era stato fin troppo semplice ottenerlo, ma di solito, liquidava il pensiero, ricordandosi che la concorrenza era davvero esigua, fino a quando non trovò Chiara a letto con Marco, che fino al giorno prima, era stato il suo migliore amico e partner di lavoro, a quel punto gli fu chiaro perché era stato così facile ottenere il suo numero di telefono. Chiara era un po' puttana e lui, ci aveva messo un punto. Certo, ora, a distanza di mesi, a distanza di quattrocento chilometri, da lei e da quel bastardo travestito da amico, gli sembrava semplicemente di averci messo un punto. La verità però, era un po' diversa. Non esistono separazioni facili e Filippo, non era un caso diverso.

-"Ciao, Fili"
-"Chiara." rispose con tono secco e asciutto
-"Come va, tesoro? Il lavoro?"
-"Perché chiami, Chiara?"
-"Non ho smesso di interessarmi a te, solo perché il nostro rapporto è finito"
-"Il nostro rapporto è finito perché tu, hai smesso di interessarti a me, infatti, hai iniziato ad interessarti in maniera piuttosto intima,  a qualcun altro. Ho tralasciato qualche dettaglio?"
-"A tal proposito, io e Marco ci troveremo dalle tue parti il prossimo week end. Ho uno shooting alla marina di Ferragamo e Mark mi accompagna con la jeep. Sai che odio i treni"
-"Si chiama di Scarlino"
-"Ma di che parli, Fili? Questa vita di ritiro ti sta rovinando, amore"
- " La marina, Chiara, la marina si chiama, marina di Scarlino, tuttalpiù Puntone, ma non marina di Ferragamo. Da quando gli edifici portano il nome dei loro proprietari?"
-"Ah, davvero? E allora? L'importante è che tu abbia capito"
-"E io cosa dovrei farci che sei da queste parti? Magari dovrei anche andare a prenotarvi una camera?"
-"Oh My God! Saresti un vero tesoro! Scusa devo scappare, mi chiamano al trucco, mi hanno impelagata in uno spot del cazzo sui preservativi. Oops! Scusa, il gioco di parole. Ci vediamo venerdì sera allora. Sei il migliore! Ti amoooo" e con una risatina beata, un po' per lo stupido gioco di parole, un po' perché qualcuno doveva averla fatta sorridere e un po' perché, Chiara, non aveva bisogno dell'umorismo acuto di Woody Allen per ridere, l'ex moglie di FIlippo, mise giù il telefono e lui, dall'altro capo, si ritrovò con l'incombenza spiacevole, paradossale e anche un po' ridicola, di dover prenotare una camera d'albergo alla sua ex moglie e al suo ex migliore amico.

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Dalla scuola di via Gorizia alla via Marconi, dove era l'albergo in cui lavorava Letizia come receptionist, il tragitto era breve. In realtà si potevano scegliere due itinerari diversi, quello interno che attraversava il centro della città con la via dello shopping che brulicava sempre di persone, anche di inverno, quando si presumeva che una cittadina di mare fosse deserta, oppure, il lungo mare che di norma era solo e sempre in compagnia del vento di Tramontana e di qualche donna di mezza età intenta nella camminata veloce per perdere qualche chilo, peccato però, che il lungomare fosse anche costeggiato da bar e gelaterie, pensò Letizia mentre pedalava sulla pista ciclabile, questa volta lenta più che poteva per allungare il percorso. Non era tanto il lavoro a non piacerle, quanto Teresa, sua collega e diretta superiore. Teresa era simpatica a tutti, tranne che a Letizia. Era la tipica collega che tutti desiderano. Una di quelle che usava parole come team, walk-in e revenue ogni trenta secondi, così che tutti avessero chiaro, che lei sapeva di cosa stesse parlando, che l'hospitality, come la chiamava, era una seconda pelle e non un semplice lavoro, come invece lo viveva Letizia. Le diceva -"Leti (e già questo l'indispettiva, perché Letizia odiava i diminuitivi) siamo un grande team io e te" e poi, con la scusa di un controllo della situazione camere, piuttosto che controllo biancheria, la lasciava da sola al desk, oberata di lavoro tra continue email, l'istat da aggiornare e le disponibilità dei vari tour operator da aggiornare. Poi dopo qualche ora, tornava tutta sudata e con i capelli fuori posto e chiedeva: -"Hai per caso aggiornato le OTAs, Leti?" e dopo poco, trotterellava dietro di lei, Ruggiero, il concierge, dieci anni più giovane di Teresa e tanto interessato a fare carriera nel campo alberghiero.
-"Quel ragazzo farà strada" soleva ripetere Teresa, con un sorriso da meretrice.
Sì, quella che porta alle tue mutande, la conosce già benissimo, rispondeva fra sé e sé, Letizia. E invece, tutto quello che poi diceva a voce alta era: -"Ma perché ti ostini a chiamarle OTAs? Ti costa tanto dire Booking? Considerato che lavoriamo solo con questo?". Teresa però, sembrava mostrare sempre più interesse per il culo di Ruggero che, dalla sua postazione, dava le spalle alla reception.
Poco male, si ripeteva Letizia, questo non era il lavoro della sua vita e di sicuro, sarebbe andata via prima o poi da questa cittadina. Di sicuro, ripeteva a sé stessa, il tempo necessario a far riprendere il babbo, il quale erano 20 anni che cercava di riprendersi. Almeno lei, aveva il primo giorno di scuola, che ogni anno, tornava come un vero totem, per ricordarle cosa e come fosse fatta la felicità. Babbo cosa aveva, invece? Un fiasco di vino rosso alla sera e la su' bimba a tenergli compagnia.
Una cosa a cui aveva pensato spessissimo era, la possibilità di un mondo alternativo nel quale, non era la figlia unica, orfana di madre, che tutti conoscevano. In quel caso, sarebbe rimasta a prendersi cura dei genitori? Se entrambi fossero stati vivi e vegeti, sarebbe rimasta lì per loro comunque, oppure, avrebbe pensato che in due, ce la potevano fare e, magari, sarebbe tornata per il Natale, come facevano tutti i suoi amici che vivevano fuori e cioè, la quasi totalità dei suoi amici? La maggior parte delle volte, Letizia pensava, che il dolore che sentiva dentro, non era più il dolore per la perdita della madre. Certo, sapeva bene che, certe perdite, non si superano mai veramente, ma, in qualche modo, il corpo umano, imparava a conviverci. Come quando ti amputano una gamba e tu sogni di correre, camminare, fare l'amore, tutto, con entrambe le gambe, perché dentro te, il tuo io interiore, ha sempre entrambi gli arti. La sindrome dell'arto fantasma, così l'aveva sentita chiamare. Ecco, quando perdi un genitore, in realtà, dentro di te non lo perdi e alla fine, dopo venti anni che non lo vedi, dopo, cioè, più della metà della tua esistenza senza vederlo, semplicemente, ti abitui all'idea che lui viva nella tua dimensione interna, dove hai ancora e sempre dieci anni e tua madre ogni giorno ti accompagna a scuola ed ogni giorno è il primo giorno di scuola della tua quinta elementare e tu, sei felice.
Per fortuna, si era fatta sera ed il suo turno, era ormai volto quasi al termine. Luigi, il portiere di notte, era quasi sempre puntuale, pochi minuti e sarebbe stata libera, anche se, libertà voleva dire tornare a casa da un padre infelice e un po' brillo.
Il telefono dell'hotel, squillò nello stesso momento in cui, le porte scorrevoli della hall si aprirono, Teresa non c'era naturalmente, così, Letizia, fu obbligata a fare cenno con la mano all'uomo appena entrato e si affrettò a rispondere al telefono:

-"Hotel Bologna, buona sera, sono Letizia, come posso aiutarla?"

Dopo cinque minuti trascorsi al telefono domandandosi che diamine di fine avesse fatto Teresa, Letizia attaccò la cornetta, soddisfatta per aver venduto la suite da trecentocinquanta euro a notte. Tirò indietro la sedia per alzarsi e servire il cliente entrato prima.

-"Buona sera, mi perdoni per l'attesa..."

Letizia alzò finalmente lo sguardo dal planning delle camere, l'uomo che la fissava quella stessa mattina fuori la scuola, era davanti al banco della reception e giocherellava con il campanello in ottone.

-"Scommetto che lo suonano tutti, vero?" disse Filippo. DLIN... sfiorò con delicatezza il campanello.

Letizia, lo guardò senza proferire parola. Le mutandine gli solleticarono ancora.

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Senza occhiali da sole, gli occhi erano finalmente a nudo di fronte a lei.
Erano occhi scuri, come quando, da queste parti, il cielo decide che è ora di tempesta, con lo stesso minaccioso grigio, che, però, ti promette il sole subito dopo ed infatti, una punta di azzurro, andava ad addolcire uno sguardo altrimenti, rigido.
Le ciglia, erano chiaramente schiarite dal sole, così come i capelli.
Il sorriso, Letizia, lo aveva già imparato a memoria nei pochi secondi in cui lo aveva spiato mentre la osservava quella mattina. Insomma, in qualche modo folle eppure, stranamente naturale, Letizia sentiva di conoscere quell'uomo da tutta una vita. Sentì dentro l'impulso di dirgli qualcosa tipo: "Ti conosco da prima che tu arrivassi", ma ad ella stessa, parve di stare esagerando.
Lo stava fissando adesso? Non avrebbe saputo dirlo, in verità, l'unica cosa che cercava disperatamente di fare, era ricomporsi, mettere fine, alla marea che sentiva agitarsi nel suo stomaco.
All'improvviso, ebbe un caldo infernale, decise, quindi,  di accendere il condizionatore.

-"Caldo, vero?" disse lui, ancora con quel sorriso.
Letizia sentiva dentro di aver dimenticato tutte le parole della lingua italiana, meditò per qualche secondo di rispondere in inglese, ma, ancora, riconobbe da sola l'assurdità di questa situazione. Perché diavolo, quest'uomo l'innervosiva tanto?
-"Posso esserle utile?"
-"Che ci facevi fuori quella scuola questa mattina e, perché eri così concentrata?" in realtà tutto quello che lui le disse fu:
-"Di tutte le cose folli che mi sono ritrovato a fare nella mia vita, questa, ha di sicuro il primato!"
-"Mi scusi?" domandò lei, questa conversazione sembrava non voler proprio partire
-"No, dico, quale altro uomo sano di mente, si prenderebbe la briga di andare a prenotare una camera di albergo in un lussuoso quattro stelle alla sua ex moglie e al farabutto che se la scopa alle tue spalle già da molto tempo prima che diventasse la tua ex?"
-" Non riesco a seguirla" provò a controbattere Letizia
-"Che poi il farabutto in questione è anche il mio migliore amico. Ex migliore amico. Che cliché banale, lo so benissimo da me, cosa crede? Non c'è bisogno di dirlo. Il migliore amico che si tromba tua moglie, nella tua casa, nel tuo letto, mentre tu ti fai il culo per coprirlo a lavoro! Sì, perché io, sono così stronzo, da aver davvero creduto,  che Marco-così si chiama il bastardo- avesse incontrato qualcuna e qualcuna, l'aveva incontrata per Dio, solo che gliel'aveva presentata questo stronzo qui che le sta davanti e che le sta per prenotare una camera per loro. Che almeno, sia la più costosa che ha, cazzo. "
-"Ok, mi pare di aver capito che le serve una camera" in fondo, questo tizio no le interessava. Che persona è uno che entra in un albergo e spiattella tutta la sua vita ad una perfetta sconosciuta, peraltro, senza mai prendere fiato, nemmeno per constatare se lo stesse ascoltando o meno.
Lui la guardò con gli occhi più vivaci che Letizia avesse mai visto, la fronte  corrugata un po' dalla rabbia, un po' dalla confusione che ora sembrava apparirgli in volto e, all'improvviso, sorrise, la fronte si spianò, aprendosi nel volto più meraviglioso che Letizia avesse mai incontrato.
-"Scusa, questa situazione sembra venuta fuori dal teatro dell'assurdo! Sì, ho bisogno di una camera per degli ospiti"
Per la prima volta da quando lo aveva visto quella mattina, Letizia,  sorrise. Per qualche istante si guardarono, una strana energia sembrò scorrere da uno sguardo all'altro. Una di quelle robe super romantiche, che nessuno al mondo vede, tranne i diretti interessati.
-"Benissimo, mi faccia controllare le disponibilità. Per quando sarebbe?" si ritrovò a fare l'oca. Tirò la pancia in dentro, il petto in fuori e cercò di parlare con un tono più soave possibile. Insomma, questa di certo non era la solita lei.
-"Per questo fine settimana. Due notti"
-"Aho!" l'esclamazione le venne fuori così, senza nemmeno accorgersene
-" Due notti, un'eternità, vero?" lei non rispose e lui la prese come un assenso
-"Cosa diavolo dovrei fargli fare per due sere?"
-"Be' siamo a settembre, non è che ci sia granché da fare da queste parti..." con educazione Letizia provò a chiudere l'argomento. In realtà era solo troppo imbarazzata.
Di nuovo si guardarono con  intensità.
-"Eri fuori la scuola elementare questa mattina, vero?" le chiese.
Letizia si sentì attanagliare dal panico. Cosa doveva rispondere, ora?
-"Sì, c'era anche lei?"
-"Dammi del tu, ti prego. Sono, Filippo. Filippo Boldrini e tu sei?"
In questa breve conversazione, Letizia stava venendo meno a tutte le regole basilari di una receptionist nemmeno brava, ma mediocre: discrezione, educazione e rapidità.
-"Ciao, sono Letizia Ammaniti e sono tua per sempre."
-" Letizia. Sono Letizia Ammaniti"
-"Ciao Letizia Ammaniti" disse lui sorridendo e facendola sua per sempre senza nemmeno saperlo.

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Durante tutto il tragitto che lo separava dall'albergo Bologna, Filippo, tentò disperatamente di contenersi. La rabbia veniva non tanto dal pensiero della sua ex moglie a letto con un altro uomo, sebbene, quel pensiero non gli procurasse particolare piacere. No, quello che lo faceva infuriare,era l'idea, che Barbara potesse credere che lui, era sempre, nonostante tutto, a sua completa disposizione. Che lei potesse, continuare a disporre del suo tempo, come una qualunque, cazzo di moglie! E infatti, eccolo lì, il povero idiota, perché diamine non l'aveva richiamata per dirle prenotatelo tu l'albergo! oppure, fai prenotare a quel cazzone che ti scopavi nel mio letto!
Ora, era arrivato alla via Marconi, aveva macinato i pochi chilometri di distanza in una manciata di secondi. Pensò che forse, sarebbe stato più saggio, calmarsi prima di entrare, ma aveva troppa fretta di concludere questa folle storia.
Entrò con passò deciso nella hall dell'albergo. La signorina al banco era impegnata al telefono. Benissimo, ci mancava l'attesa, pensò. Si sedette sul divano, nella saletta televisione attigua alla reception, purtroppo, aveva i nervi a fior di pelle, stare seduto gli pareva davvero improponibile. Si alzò, si diresse al banco e all'improvviso, sentì uno strano tremore alla bocca dello stomaco. La ragazza al banco, era la stessa ragazza, del profumo di pane appena sfornato. Eccola lì, tutta concentrata. Una biro in bocca, mentre assorta al telefono, mordicchiava il tappo della penna e ponderava le sue risposte. Sembrava spazientita, questo gli fece sentire l'irrazionale desiderio di mandare al diavolo la persona all'altro capo del telefono.
La ragazza attaccò il telefono. Nei pochi secondi, che trascorsero,  mentre la ragazza alzava lo sguardo dalla sua postazione computer a lui, Filippo, sentì qualcosa impadronirsi dei suoi nervi, del suo cervello e della sua lingua.
-"Di tutte le cose folli che mi sono ritrovato a fare nella mia vita, questa, ha di sicuro il primato!" Filippo, taci. Pensò, ma per la prima volta in vita sua, aveva l'indiscutibile urgenza di parlare. Come se qualcuno, dal suo interno, stesse urlando: ADESSO PARLO IO!
-"Mi scusi?" la ragazza sembrava confusa o era forse disinteressata?
-"No, dico, quale altro uomo sano di mente, si prenderebbe la briga di andare a prenotare una camera di albergo in un lussuoso quattro stelle alla sua ex moglie e al farabutto che se la scopa alle tue spalle già da molto tempo prima che diventasse la tua ex?" e questa? Da dove gli saltava fuori?
-"Che poi il farabutto in questione è anche il mio migliore amico. Ex migliore amico. Che cliché banale, lo so benissimo da me, cosa crede? Non c'è bisogno di dirlo. Il migliore amico che si tromba tua moglie, nella tua casa, nel tuo letto, mentre tu ti fai il culo per coprirlo a lavoro! Sì, perché io, sono così stronzo, da aver davvero creduto,  che Marco-così si chiama il bastardo- avesse incontrato qualcuna e qualcuna, l'aveva incontrata per Dio, solo che gliel'aveva presentata questo stronzo qui che le sta davanti e che le sta per prenotare una camera per loro. Che almeno, sia la più costosa che ha, cazzo. " ma cosa diamine stava dicendo? Sentiva come se un morbo, si fosse impossessato di lui. Non riusciva a smettere di parlare. Questa, era la peggiore cosa che potesse capitare in sorte ad un pubblicitario. Essere incapace di mentire e di tacere. Le due regole base, di un buon pubblicitario erano appena andate a farsi benedire: saper mentire e tacere, quando, le parole non occorrono. Questa ragazza era la sua kryptonite.
-"Ok, mi pare di aver capito che le serve una camera" benissimo, adesso, lei pensava anche, che lui fosse un gran cretino. La stava imbarazzando, bravo, Filippo, vai forte.
Si obbligò a ricomporsi. Si disse qualcosa tipo, pensa alla zia Betti in lingerie. Funzionò. Il cuore decelerò e, la bocca dello stomaco, rientrò nelle sue abituali dimensioni.
Mise su uno sguardo serio e abbozzò un sorriso. Zia Betti in mutande ancora davanti ai suoi occhi.
-"Scusa, questa situazione sembra venuta fuori dal teatro dell'assurdo! Sì, ho bisogno di una camera per degli ospiti" passare al Tu gli parve una buona idea. Il Tu, si disse, crea empatia.
-"Benissimo, mi faccia controllare le disponibilità. Per quando sarebbe?" cavoli, il Tu non funzionava. Se l'era giocata. maledetta di una Barbara. Rovinargli un'occasione del genere per venire a deriderlo fin dentro casa sua, non gli bastava Milano, no! Lei voleva l'Italia intera, forse.
-"Per questo fine settimana. Due notti".
-"Aho!" e quella cos'era? Empatia, forse? Allora il Tu funzionava. Certo, che funzionava! Il Tu, funzionava sempre.
-" Due notti, un'eternità, vero?" lei non rispose e lui la prese come un assenso. Quella era di certo, empatia.
-"Cosa diavolo dovrei fargli fare per due sere?"
-"Be' siamo a settembre, non è che ci sia granché da fare da queste parti..." o forse era solo buona educazione. Questa non era una risposta poi molto partecipativa.
Filippo però, non si buttava mai giù. Lui era un pubblicitario, sapeva come ottenere quello che voleva. Kryptonite o non.
La guardò con intensità e lei ricambiò, almeno così lui avrebbe giurato.
-"Eri fuori la scuola elementare questa mattina, vero?" provò con un atteggiamento più diretto.
La ragazza parve barcollare. Quello che vedeva ora Filippo, era panico.
-"Sì, c'era anche lei?" rispose lei, fingendo noncuranza.
-"Dammi del tu, ti prego. Sono, Filippo. Filippo Boldrini e tu sei?"
Lei ora, finalmente sorrideva. Era un pubblicitario, voleva il suo sorriso e lo aveva ottenuto.
-" Letizia. Sono Letizia Ammaniti"
-"Ciao Letizia Ammaniti" disse lui sorridendo e con queste tre parole, Filippo il pubblicitario si innamorò perdutamente.

domenica 13 settembre 2015

Il girone degli ignavi di un'aspirante autrice. Storia di un fallimento annunciato

Questa cosa del voler emergere come autrice, questo dovermi, volermi  imporre su una piccola fetta di pubblico che si affezioni a me, nello stesso modo in cui io, sono indissolubilmente legata ad alcuni autori, tutto questo mi svuota e, detto francamente, inizia a non piacermi. 
E' che tira fuori il lato oscuro di me, capite? Non l'invidia, non siate banali. A dire la verità, forse, è qualcosa di più subdolo e infimo dell'invidia. E' come se avessi smarrito, da qualche parte, o in qualche altro libro, la capacità di godere della compagnia di un buon romanzo, cosa che fino a pochissimo tempo fa era, praticamente, la mia attività principale. 
Ora le fasi che attraverso quando apro un libro sono, sostanzialmente, due:
1) lettura del lettore. Gli occhi si riempiono delle belle parole che lo scrittore mi regala, i luoghi della storia diventano i luoghi in cui vorrei vivere, i personaggi, le persone che vorrei frequentare, la protagonista, la donna che vorrei essere, il protagonista, va da sé, l'uomo che vorrei amare. E fin qui, tutto normale. Roba da lettrice compulsiva.
2) Dapprima, l'ammirazione di chi ama le parole. "Che brava/o! Che uso strepitoso della scrittura!" poi questa, lascia spazio ad un minuscolo seme di invidia. Un sentimento così insondabile dentro me, da sembrarmi comunque, sempre e solo ammirazione e poi, ecco che arriva la viltà, non sarò mai in grado di scrivere così, che scrivo a fare allora? Non ho questo talento, in realtà non ho talento alcuno, quelli che hanno apprezzato Eva, allora? Lo hanno fatto per gentilezza, il mondo è pieno di persone gentili e le ho incontrate tutte io. Ho una mente logorroica. Ognuno ha le proprie croci, che ci volete fare? Ecco, l'ignavia. Mi si appiccica addosso, non riesco a reagire. L'apatia mi impedisce di fare quello che amo di più: scrivere.
Mi chiedo cosa sia cambiato da quando scrivevo per il semplice fatto di scrivere. Quando ho iniziato a pensare a tutto questo stupido, vile contorno?
Qualcuno ha detto che nessun sogno è impossibile, se siamo, anche solo capaci, di immaginarlo. Certo, si era però dimenticato, un ATTENZIONE a caratteri cubitali. Riformulato in maniera più realista e corretta il pensiero sarebbe: nessun sogno è impossibile, se siamo, anche solo capaci di immaginarlo. ATTENZIONE però, il tuo peggior nemico sarai tu, la tua paura e l'ignavia che si impossesserà della tua stupida mente.
Qui giace la creatività di Michela Belli. Autrice finita nell'oblio prima di pubblicare un romanzo.

Così trascorro le mie giornate di questo strano settembre, che sa già di ottobre, schivando ogni possibilità di scrivere. Mi alzo con indolenza la mattina, la mente che gravita tutto il giorno intorno alla scrittura, senza mai, prendere veramente in considerazione, l'idea di sedermi al computer e come dire? Scrivere. Vado in hotel, dove penso ad altrettante futilità che nulla hanno a che vedere, con la scrittura e mi racconto che ho davvero una montagna di cose da fare. Torno a casa, sfamo marito e figlia, metto a riposare mia figlia, mi riprometto i classici  dieci minuti e mi alzo, così resto due ore a letto guardando American Next Top Model. Ecco, l'ignavia che tipo di persona mi ha fatta diventare! Virginia si sveglia e, ovviamente, mi dedico a lei e ai nostri giochi, poi preparo una cena veloce e in un balzo è l'ora di andare a dormire di nuovo, certo potrei scrivere proprio quando Virginia si addormenta e, non nego, che sento qualche piccolo scombussolamento allo stomaco, un invito al Mio Tempo, ma lo metto a tacere obbligandomi a chiudere gli occhi. Perché, è così difficile, stancante, snervante dover far fronte alla Michela polemica, perennemente depressa e pensierosa. Capite?
Insomma, la solita vita di un ignavo, suppongo. 
Non è scritto che tutti arrivino al traguardo, no? Che male c'è? A parte, il lancinante dolore che sento al cuore?

mercoledì 9 settembre 2015

Donne con la maschera di ferro.

La verità è che non importa quanto lui faccia, alla fine sarà sempre un uomo, e in quanto tale, ti farà girare le palle ad elica e alla fine della giornata ti sentirai anche in colpa.
E' una verità inconfutabile questa. Tanto vera, quanto la puzza nauseabonda della cacca del tuo bambino. Proprio per l'intrinseca analogia cacca/uomo (che detta così può essere offensivo, ma credetemi non lo è) anche l'ammissione da parte di alcune donne, è per sua stessa natura, come dire... difficile. Ci sono alcune donne che, nel momento stesso in cui pisciano sul test di gravidanza e questo gli dice che sì, sono incinte, stanno per ricevere il miracolo della vita, impazziscono. Davvero, un minuto prima, sono delle stronze acide come te e il minuto dopo, con il test in mano, sventolano il loro istinto materno ai quattro venti e tu, che te le figuri ancora qualche notte addietro, insieme a te nei peggiori bar di Caracas, ubriaca come una biscia, dimenarsi come una scimmia urlatrice sul pacco di un qualche sconosciuto, resti là impalata, ti guardi intorno curiosa di scorgere qualche estraneo che la tua amica stia palesemente prendendo per il culo, e poi, ti rendi conto che no, non c'è nessuno allora dici "Ehi, stai parlando con me...", ma l'hai persa, la tua amica è un esemplare di donna che al test di gravidanza indossa la maschera di ferro del: sono nata per essere madre, ormai non tornerà più. Fai prima a cancellare il suo numero dalla rubrica, non verrete frequentarvi mai più, credimi.
Ecco, questo tipo di donna è la stessa che canta della sua paradisiaca relazione. Di quanto sia sublime, destreggiarsi tra la merda del suo pargolo e i calzini sporchi del compagno. Capite bene che con donne di questa natura, è impossibile ragionare. 
Personalmente, io sono invece il tipo di donna opposto. Ogni giorno combatto con la mia tendenza a godere fin troppo della compagnia di me stessa e con l'irrinunciabile desiderio di affermare me stessa fuori dal mio matrimonio e fuori da mia figlia.
Non sono mai stata fedele all'idea di donna buona compagna e mamma campione di dolcezza e tolleranza, anzi.
Mio marito è un uomo come non ne fanno più. Così almeno mi dicono. In effetti,  è buono, attento alle mie esigenze e soprattutto cerca di rendersi utile nei campi che sente più affini: mi sostituisce a lavoro quando la gestione di Virginia lo richiede ed è, più attento di me, a riempire il frigorifero, sebbene, di norma, compri solo cazzate e birre, ma lui almeno si ferma al supermercato, io tiro dritto. E' molto diverso da me. Davvero diverso, intendo. Quando ci siamo fidanzati, ho pensato questa sarà la nostra carta vincente. Oggi dopo tre anni di matrimonio e di convivenza e una figlia, penso questa sarà la nostra carta vincente o la tomba del nostro amore. Ecco, donne come quelle di prima, non le ammettono le crepe dei loro matrimoni. Fingono lungo tutto il tragitto delle loro vite, alcune, le più fortunate, si convincono delle loro bugie, la maggioranza invece, vive nella bugia fino a quando non si ritrovano un giorno ad urlare alle spalle del loro perfetto marito le tre parole magiche: Voglio Il Divorzio, per riappropriarsi di sé e del proprio tempo, perché Seneca lo aveva detto, quanto tempo fa? Circa duemila anni fa? Ma la donna con la maschera di ferro, non poteva esimersi dal comprenderlo da sola. Io no. Io sono una che apprezza la storia e l'esperienza degli altri e se Seneca ci era arrivato duemila anni fa, allora cazzo, è vero, la conoscenza di noi stessi e il giusto utilizzo del nostro tempo, sono gli unici strumenti per la libertà. Io le crepe del matrimonio, non le evito, anzi, le ringrazio, mi tengono costantemente in guardia e mi ricordano, che mio marito è un uomo imperfetto almeno tanto quanto io sono una donna imperfetta. Mi ricordano ogni giorno, che l'ideale esiste per fortuna, solo nei romanzi, anche perché, pigra come sono sarebbe una tortura mantenere alto lo standard. Le crepe del mio matrimonio, sono importanti quanto le rughe che iniziano a farsi vedere. Alle rughe il refill lo fai con le creme anti age, alle crepe del tuo matrimonio, mandando la figlia a dormire dai nonni. Per dire. 

La stessa identica cosa per la mia maternità. Virginia è nata per la mia totale inconsapevolezza. Oggi, la consapevolezza di me stessa come donna adulta, mi fa dire senza alcun senso di colpa, che non sono nata per essere madre. A quota uno, io sento il mio istinto materno ampiamente soddisfatto. Non sento la nostalgia dei pannolini, delle pappe, dei bagnetti, dei rigurgiti (che Virgy non ha mai fatto, ma che ne so io se un altro li fa? PUZZANO amiche, PUZZANO, ditelo ad alta voce starete meglio). So anche, che mia figlia ha il diritto di avere qualcuno nel mondo che non siano i genitori. Ma questo è un dilemma di natura etica, che quando sarò costretta, affronterò.
Appena nata, l'incanto era così scintillante e poi, quando ho davvero compreso cosa significasse, non è che potessi rificcarmela in pancia anche se, ci sono quei momenti in cui bramo un minuto di silenzio, in cui penso che preferirei una vita di pancione da gravidanza con possibilità illimitata di silenzio e tempo per leggere, scrivere, voglio dire tutti oggi danno l'offerta chiamate ILLIMITATE, quando inveneteranno offerte per tempo per noi stessi? Poi però, guardo quello scintillio venir fuori dai diamanti che ha negli occhi mia figlia e mi dico, anche solo un minuto andrà bene, ma il punto è che io il mio silenzio lo voglio ancora. Non penso di adattarmi al chiasso e lo dico ad alta voce. Sono Michela Belli, sono un essere umano straripante di ambizioni, desideri e necessità e poi, sono anche moglie e madre. Sono anche. Non SONO. La differenza, è tutta lì, credo. 
Non so. Forse fanno bene, quelle con le maschere di ferro. Non so se riuscirò mai a trovare l'equilibrio giusto. Questi ultimi tre anni, sono stati un terremoto. Ho davvero fatto violenza alla mia natura e oggi, ne pago lo scotto. Sono spesso nervosa, anche se il fanculo facile, l'ho sempre avuto. Metto a dura prova la pazienza di mio marito e spesso, più spesso di quanto vorrei, penso che si meriterebbe una donna capace di amarlo con la devozione che si merita e che io non ho. Io sono devota solo alla scrittura e questo è il mio dramma.

sabato 22 agosto 2015

Serie Blue Heron, quando il Romance è tanto di più...

Quando trascorrere più di tre ore, lontana dal libro che stai leggendo è davvero un supplizio, sebbene tu ti diverta anche in quelle tre ore, allora sai, che quello che stai leggendo, è dannatamente buono. Su una scala da 1 a 100, sei sul 101 insomma.
Ecco, questo è quello che succede quando prendi un libro di Kristan Higgins per la prima volta in mano. Quando sei invece al quarto, col cazzo che passi tre ore lontana dal tuo libro!
Sì, perché questa donna è, credetemi, una scrittrice deliziosa. Arguta, sentimentale, ma mai stucchevole, originale, avvincente come poche nel romance e soprattutto sexy, non porno, non "erotica" e le virgolette ve le mimo anche, come va tanto di moda oggi.
Conosce l'animo delle donne, ovvio è una donna, direte, ma conosce la psicologia maschile e ne fa un uso impeccabile.
Ho iniziato poco più di dieci giorni fa, la lettura di uno dei romanzi che formano la serie Blue Heron. In realtà, era il terzo della seria, ma ancora una volta, era la mia prima lettura di questa autrice stupenda che, ho imparato ad amare in circa 30 pagine. In ogni caso, ogni romanzo è auto-conclusivo, quindi, se dovesse capitare anche a voi di leggerli in ordine sparso, non crucciatevi troppo, vedrete che riprenderete il filo nel primo capitolo di ogni libro. Allora, dicevo, Blue Heron...
I romanzi di questa serie sono tutti ambientati in una ridente, piccola cittadina di fantasia, Manningsport, stato di NY, Stati Uniti di America. Una comunità che gravita tutta, intorno alla produzione di vino. Blue Heron è uno dei vigneti che fa da scenario a buona parte dei romanzi. E qui, amiche, dico solo una parola, anzi due, Stars Hollow e ho detto tutto. Chi di noi, non ha sognato almeno una volta di vivere nella fiabesca eppure tanto reale nella sua natura fittizia, cittadina delle ragazze Gilmore? Come di cosa sto parlando? Ok, se tu che stai leggendo questo post, non sai chi siano Lorelai e Rory Gilmore, per favore, chiudi la pagina di questo blog, fai un favore a te stesso e a me, apri una nuova pagina internet e digita, Una mamma per amica streaming TUTTE LE SERIE. Poi mi ringrazierai, credimi.
Mannigsport ha un bar, gestito dai gemelli O'Rourke. Entrambi coinvolti in quasi tutte le storie della serie. Blue Heron è, come ho detto, un vigneto, proprietà degli Holland, una delle famiglie fondatrici della città e gli Holland, amiche credetemi, gli Holland sono la famiglia in cui vorresti indifferentemente nascere o entrare come nuora. Magnifici, vero?
Ogni libro, si concentra sulla storia d'amore di una coppia in particolare, ma ogni libro ha con sé sempre qualche altra storia da raccontare. I personaggi sono tutti ben definiti, perfino Lorelai (sì, c'è una Lorelai anche a Mannigsport e non posso mentire, anche questo ha contribuito a farmi amare la serie) la pasticciera che compare sempre come personaggio di contorno, è così ben inserito, così ben caratterizzato da lasciarmi la convinzione di conoscere bene anche lei, almeno quanto conosco la bella e romantica Colleen O'Rourke, le sorelle Holland: Pru, Hope e Faith e poi Emmaline e ancora tutti gli altri abitanti di Manningsport.
E cosa dire dell'universo maschile di questa cittadina straordinaria? Be' viene da pensare che alla fine della serie, non sia statisticamente possibile, che esistano altri esemplari maschili degni di nota in giro a Manningsport perché amiche, wooooosh! Un capitombolo del cuore dopo l'altro... giuro, non saprei chi scegliere... Lucas Campbell, fascino alla Heathcliff per chi ama l'amore che corre veloce e brucia l'anima, Tom Barlow, perché chi diamine può resistere ad un uomo con l'accento inglese? Levi Cooper, Oh mio Dio, Levi Cooper ti guarda e le ginocchia ti tremano e poi Jack Holland, l'uomo, l'eroe, il bellissimo e fin troppo umile. La perfezione, non quella stonata del tutto troppo lucente, tutto troppo sfavillante. La perfezione, quella vera, quella silenziosa.
Ebbene, non è solo questo che ti resta dentro però, quando leggi Blue Heron. Anche se, a dirla proprio tutta, immergiti in un mondo come Manningsport, passale quelle sei o sette ore, in compagnia di Jack Holland, e poi mi racconti com'è tornare a vivere in Italia, a guardare chiunque altro ti trovi di fronte, non esattamente un Carnevale di Rio...
Dicevo, quello che più colpisce, almeno me che pseudo scrivo, è che, una donna come Kristan Higgins, che dalla biografia e le foto e il profilo di Twitter ,sembra nella media, DA SOLA (con figli, marito, un cane e un gatto al seguito), in UN libro alla volta, riesca a scrivere dialoghi così pungenti, esilaranti, commoventi, perfettamente equilibrati e ritmati e poi, per scrivere la stessa tipologia di dialoghi in serie tipo Una mamma per amica (interamente basata sulla forza dei suoi dialoghi) si mettano insieme intere squadre di scrittori! E' così ingiusto. Tutto questo talento in un'unica testa! Davvero, questa donna ha una scrittura favolosa e i dialoghi la rendono unica!
In questo momento sono una lettrice felice, perché ho letto in dieci giorni circa, quattro libri strepitosi, un po' triste perché non so quando uscirà il quinto e ahimé credo ultimo, volume della serie, nel quale, si racconterà di Connor, il gemello di Colleen. Non vedo l'ora di vedere Col. nei panni della sorella del fidanzato di un'altra!
Allo stesso tempo però, sono una pseudo scrittrice alle prese con una forte, fortissima crisi di mancanza di autostima perché davvero, Kristan è troppo avanti amiche.

Se questo fosse un book blog e avessi anche io, le 5 stelline da assegnare, lei sarebbe un nuovo record di assegnazione, nel senso che dovrei creare la sesta stellina e chiamarla stellina Kristan. Questo, è il giusto punteggio per lei.

USCITE E CORRETE A COMPRARE I SUOI LIBRI oppure scaricateli tutti e quattro contemporaneamente sul vostro Kindle, prometto che non ve ne pentirete.

PS ah e poi è anche così gentile da prendersi la briga di rispondere a tutti, perfino a me!!
Ed ecco a voi la prova...


lunedì 10 agosto 2015

Di scrittura e biscotti americani.

Scrivere bene, per alcuni è come sfornare biscotti. Avete presente i cookies americani? Piccoli dischi profumati, perfetti, bitorzoluti al punto giusto con scaglie di cioccolato e quel gusto prima dolce, poi subito, il sentore del bicarbonato salato, a completare la sinfonia? Ecco, scrivere un romanzo, per me significa sfornare un'invitante teglia, di biscotti americani.
Tutti credono che sia semplice fare i biscotti e, analogamente, tutti credono sia facile scrivere.
Ah, hai scritto un romanzo? Ah, hai appena sfornato una teglia di biscotti? Ne prendo uno, grazie. Uguale, no? Non fa una piega.
In pochi si chiedono quanta fatica costi, sedere davanti a una pagina bianca. Il terrore viscerale, di non riuscire a riempirla e il sospetto, una volta riempita, che quello che hai scritto sia aria fritta.  Roba ridondante, già sentita, inconsciamente copiata a qualcuno, perché, inutile dirlo, tutti sarebbero capaci, di fare meglio. E poi, quando la storia comincia a prender forma, scoprire che non hai idea di quali nomi usare. Constatare che non riesci ad entrare a un livello più profondo di conoscenza con quei personaggi che, tu stessa, hai creato.
Non so se sia o meno, questione di geni speciali, talenti innati o fattore X, chiamatelo un po' come vi pare. Spesso, mi illudo sia questione di perseveranza, di abitudine alla fatica e pura e semplice professionalità che, col tempo, si spera, si acquisisce. Questo, in un certo senso, mi mette al riparo dal terrore del fallimento assicurato, perché ho 33 anni e poca esperienza se, paragonata alla maggior parte degli scrittori che amo. Ecco perché, quando acquisto un libro, non guardo mai, la bio dell'autore. Ho paura di deprimermi nello scoprire una data post o coeva al 1982. Già se riporta una data che so, tra il 1975 e il '79, mi sento al sicuro. Sento come se la dea della scrittura, nel mio subconscio con le fattezze della statua della libertà, mi dicesse: "ehi, amica, tranquilla, hai ancora un quinquennio anno più, anno meno. Puo' ancora succedere di tutto!" e poi, magari, la immagino lì che dice dammi il cinque e tutto torna a splendere, e gli unicorni e gli arcobaleni restano fermi dove sono. Voglio dire, non sarebbe stupendo? Altre volte però, mi capita di leggere libri talmente ben scritti, da non poter fare a meno di pensare: questo non ha nulla a che vedere con l'abnegazione, questo è scrivere, nella sua forma più intelligibile. Una capacità che trascende tutto. La sfrenata volontà dello scrittore di creare, la perseveranza del novellino, la storia raccontata stessa. SCRIVERE, punto. In quei momenti, mi chiedo, ma che diamine scrivo a fare? Poi, ovvio, scrivo lo stesso, perché scrivere mi rende felice, ma questo interrogativo non smette mai di farmi compagnia. Una compagnia, non richiesta, ma che forse mi sprona a far meglio, quando non mi butta col morale sotto terra. E' per questa ragione, che quando arriva il momento di scrivere, di riunire tutti i post it, tutte le idee e tutte la parole, non leggo. Non voglio sentirmi in competizione con i libri e gli scrittori che ho amato e cerco di evitare il più possibile la contaminazione perché, se è vero che quando uno scrittore mi entra nel cuore non lo abbandono più, è pur vero che rischio di farmi influenzare dagli stili altrui. Ecco, qui poi entro in un altro turbinio di seghe mentali. Ma io ho uno stile? Non ne ho idea. Scrivo bene, benino, male o malissimo? Altro interrogativo senza risposta.
Un'altra cosa che mi domando, è che fine abbia fatto,  il fuoco sacro che teneva Baudelaire sveglio alle quattro di notte per scrivere le sue poesie. Dove sia la personalità borderline maniaco compulsiva di Virginia Woolf così squisitamente artistica. Dove siano gli abusi di Charles Bukowski, il delirium tremens di Edagr Allan Poe, la reclusione volontaria dell'inimitabile Emily Dickinson, l'omosessualità e il carcere di Oscar Wilde o il suicidio di donne come Sylvia Plath e Marina Cvetaeva. Al contrario, io ho sempre vissuto una vita tranquilla. Ho avuto i banali problemi della maggior parte delle persone cresciute negli anni '90. Genitori separati, non in maniera civile, famiglia allargata, nuovi equilibri da creare, nuovi affetti e poi gli ormoni dell'adolescenza eccetera eccetera e poi sì, l'abbandono da parte di tuo padre, l'aver perso di vista per venti e più anni, i tuoi fratelli dal lato paterno, per poi scoprire che hanno nuove famiglie, figlie che ti somigliano in modo impressionante e che ahimè, qualcuno ha anche perso i capelli, vero Cocco? Ma, come vedete, sono tutte cose superabili. Almeno, io sono andata oltre. Sono altrove e chi ci ha perso alla fine della fiera, non sono stata io. Viene quasi da pensare, che senza questi eventi tragici, uno scrittore non sia in grado di possedere la propria anima, la stanza tutta per sé e scrivere, finalmente.
Voglio dire, io alle quattro di notte, cavalco il mio unicorno e non smonto fino alle 6.30 del mattino col primo caffè della giornata. Che speranza ho, allora io?
Dove si colloca la mia anima in tutto questo? Quale porta della mia anima devo aprire, per trovare la mia stanza? Anche questo, è uno dei motivi di essere del blog. Almeno, è per questo che si chiama Stanza antipanico. In fondo,  questa stanza, mi consente di fare la conoscenza e in seguito, se sarò onesta al cento per cento con me stessa, mi consentirà di possedere la mia anima e alla fine, magari, sfornerò una profumata teglia di biscotti americani anche io.

martedì 4 agosto 2015

la vita di dentro, la scrittura e il matrimonio.

Stamattina sono tornata in spiaggia, dopo una settimana di assenza.
Come di consueto ho nell'ordine desiderato:
A) lanciarmi in acqua senza dover passare per la riva
B) dall'acqua poi, rilanciarmi direttamente sul lettino perché la sabbia che si appiccica ai piedi bagnati e poi,  praticamente inonda, ogni oggetto che ti sei portato dietro, fa parecchio schifo.

Invece, poiché, con mio sommo giubilo, sono madre di una ormai treenne, il mio arrivo in spiaggia, ha seguito il solito iter: pausa al forno per la schiaccia, parcheggio del passeggino ultra moderno, ultra pesante ed ultra ingombrante di Virginia (nota futura al mio alter ego materno che tanto non ascolto, anzi, mi apro una birra ogni volta che la sento mormorare guarda-che-culetto-da-prendere-a-morsi-ha-quel-bel-bimbetto, se decidi di procurarti altri tre anni, nella migliore delle ipotesi, di insonnia, emicranie da inquinamento acustico e mani nella merda come fosse marmellata di corbezzoli, almeno compra un passeggino leggero, oppure, emigra in un paese tipo gli Stati Uniti dove le case, gli ascensori, le auto e tutto intorno è a dimensione gigantesca, BIG come direbbe mio marito, ma questa è un'altra storia) e infine slalom tra gli ombrelloni con borsa del mare inspiegabilmente, visto che ho comprato le asciugamani in microfibra notoriamente brutte, ma leggere, più pesante di una zavorra e Virginia in braccio, perché sono le 11.30 e "mamma, in collooo, brucia la sabbia!".
In ogni caso, arrivo madida di sudore al mio agognato ombrellone 51 e schianto in terra a pochi millimetri dal lettino, con borsone e bambina. La dolce nonnina mia vicina stagionale, ci sorride. Ci conosce, sa che siamo un po' disfunzionali, ma non infastidiamo. Spoglio e incremo entrambe e via a mare. Quando su una scala da 1 a 50 abbiamo raggiunto un livello di inzuppamento, a Napoli impurpamiento, 60, decido che è ora di trascinare mia figlia fuori dall'acqua, non prima però, di  aver desiderato di estinguermi dalla terra, mentre Virginia, sulla riva, candidamente si cala il costume, per pisciare con tanto di posizione a sedia.
Il mio sguardo passa da modalità miope sua propria di natura, a serial killer verso Virginia, e in fine a non -conosco -affatto -quella -creatura con tanto di distanza di sicurezza quando guardo i bagnanti che, a dirla tutta, non ci guardano affatto, tutti tranne una donna. Le sorrido e mi sorride, la conversazione telepatica che è seguita, è stata è più o meno questa:
Io-"questi bimbi senza sovrastrutture e censure sociali, come sono dolci"
Signora sorridente- "Sì, però la pipì fa un po' schifo,"
Io- "Vabe', almeno così sai dove l'ha fatta, prima a passeggio in acqua ho avvertito 5 correnti tropicali sospette!"
Signora sorridente-"Cacchio, dove? Ma non era bandiera blu, Follonica?"

Riporto lo sguardo su mia figlia:
"Virginia, amore ti ho detto tante volte che- sguardo a destra e a sinistra, per controllare non ci stiano sentendo, abbasso la voce di un'ottava- non devi abbassarti il costume per fare pipì a mare. La devi fare nel costume in piedi!!
Lei cerca di replicare "Ma mammaaaaa, si abbassano le mutandine per fare pipì!" un' istantanea di me, l'anno scorso, a luglio, mentre cerco disperatamente di far capire a mia figlia, nei tre lunghissimi giorni di spannolinamento ufficiale, che la pipì e la cacca non si fanno nelle mutande, mi fa barcollare. Quella dei bambini, è una logica crudele.
"Sì, amore, tranne che a mare. A mare la pipì si fa nel costume in piedi" le dico poco convinta. Dio ti prego, fa che non mi chieda della cacca. Sembra poco sicura della risposta, ma a tre anni, Virginia sembra già aver accettato che, a volte, la tua mamma e più o meno tutto il genere umano, ti deludono con le bugie.

Archiviata la pratica pipì, ci asciughiamo e mangiamo un pezzo di schiaccia al sole e per un istante magico, siamo nella quiete completa. Il mare si infrange rumoroso e pacifico sulla riva, il maestrale ci accarezza senza ululare e il sole ci riscalda la pelle ancora umida. La schiaccia, quel piccolo miracolo nato solo da acqua e farina nelle sapienti mani di donne molto, ma molto lontane da me, ci fa compagnia e ci ricorda che, a volte, anche solo stare sedute l'una in compagnia dell'altra a masticare pezzi croccanti di chiaccia come la chiama Virgy, è già un bel gioco. Il tutto dura il tempo necessario per far sì, che la schiaccia arrivi dritto nel suo stomaco, poi, Virginia rompe l'incantesimo decretando l'inizio del tempo del castello di sabbia. Andiamo quindi a prendere la sacca di giochi in cabina.

Arrivati alla cabina 32, la nostra, apriamo la porta di legno blu scuro e, insieme al bellissimo odore di salmastra incrostata alle vernici di anni e anni, una piccola sorpresa mi riscalda il cuore. Mio fratello, mio ospite l'ultima volta che ero venuta in spiaggia, ha messo in ordine la baraonda di cose che io avevo molto diligentemente lasciato a cazzo di cane sul pavimento della già minuscola cabina, nella quale, a quel punto, era diventato impossibile entrare. Tutto in ordine. Tutto sciacquato in mare e poi con garbo, cura e dolcezza, riposto al proprio posto. Un proprio posto che io non avevo la minima idea esistesse. Il salvagente appeso, tutti i giochi in un angolo e tanto, tantissimo amore lasciato lì da lui, per me, per noi.
Perché ci hai raccontato questa cosa della cabina e dell'intera giornata a mare, direte voi?!
La risposta, in verità, non è ancora arrivata ad un livello conscio dentro di me. E' solo che, ultimamente, penso molto a chi sono diventata, come sono arrivata ad essere quel che sono e, soprattutto, a chi voglio diventare.
Quando ero ragazza, da qualche parte l'ho detto già, sono stata molto innamorata di un ragazzo. Moltissimo. Era davvero quello che si dice una perla di ragazzo. Un ragazzo di casa. Un ragazzo pulito dentro e fuori e, in adolescenza, soprattutto la pulizia intesa come sana abitudine di lavarsi nel genere maschile, fissa un target quasi inarrivabile. Era una storia a tutto tondo, così forte da diventare ingestibile. Almeno per me, che ero piccola e credevo di esser donna fatta. Così, col cuore gonfio di sentimenti contrastanti, presi l'unica decisione che una donna con le palle avrebbe potuto prendere, almeno questo, era ciò che mi ripetevo e troncai di netto la storia. Per le potature grosse, sono sempre stata l'esperta da chiamare, ma di questo, forse, parlerò altrove. Il fatto è che la cabina lasciata in ordine da mio fratello, è stata, questa mattina, la mia maddalena. Mi sono ricordata di una sera in cui nella mia camera, questo ragazzo bellissimo, dolcissimo e innamoratissimo, piegava i miei vestiti per nessuna ragione più speciale, del semplice piacere di far qualcosa per la persona amata e di me che invece di essergliene grata, gli urlavo contro qualche cattiveria sulla libido di una donna che va a finire sotto i piedi quando vede il suo uomo piegare i vestiti. Oggi che sono una donna sposata, la mia risposta è il vero opposto. Se vedo mio marito ritirare il bucato, piuttosto che alzare i suoi calzini da terra senza aspettarsi che passi io a farlo, la mia libido mista alla gratitudine mista ancora alla pura e semplice incredulità sale alle stelle. Non so più un granché di quel ragazzo, ma spero per la donna che ama, che non abbia mai smesso di piegare i vestiti solo perché una stronzetta saccente che invece non sapeva nulla di nulla della vita, gli aveva urlato di smetterla.
Questo pensiero stamattina, mi ha poi portata a pensare al blog e più generalmente, alla scrittura che poi, è ciò che mi spinge nel mondo.
Si può essere madre, donna felicemente sposata e scrittrice di qualità senza auto censurarsi? L'altro giorno leggevo un bellissimo intervento della scrittrice Loredana Limone, nel quale esprimeva un suo punto di vista. L'ho trovato molto interessante e lo vorrei condividere con voi. La scrittrice della trilogia del Borgo Propizio, affermava, che per scrivere un romanzo, bisogna lavorare di fantasia e coltivare un bagaglio di esperienze " ci vuole la vita, dentro" alla quale poi, eventi e personaggi della storia, attingeranno per trarne spessore e credibilità, ma solo ( e qui la sottile differenza che, non lo nascondo, ha creato un piccolo fraintendimento tra me e Loredana) ed unicamente DOPO aver vissuto.  Sono completamente d'accordo, ma credo anche, sia molto, molto difficile.
Crescendo, ho smesso di essere quella stronzetta saccente che ha spezzato il cuore del ragazzo che in fondo al cuore lei stessa amava. Sono diventata molto, forse troppo, attenta alla sensibilità delle persone che amo e che mi circondano e questo, probabilmente ha irreparabilmente minato la mia libertà intellettuale e artistica. Mi seguite?
Ritornando al mio quesito, sì, credo sia possibile, quando si ha il compagno giusto. Personalmente ho un marito che amo tantissimo, che è casa mia più di qualsiasi luogo io abbia mai chiamato casa. Scrostato un primo superficiale, strato di gelosia che io stessa proverei nel leggere di altre persone pur sapendole di fantasia, perché pur sempre, devono partire da qualcosa, qualcuno che dentro noi abita, sono certa del suo supporto e del suo orgoglio quando dice a mare e monti "Mia moglie (ben sottolineando quel mia) ha scritto un romanzo" "Sì, ma è auto pubblicato" arrivo io a ridimensionare la cosa.
Quello che mi tormenta davvero, è altro. Come può un compagno, scegliere scientemente di vivere tutta la sua esistenza, con una donna con tutte le maree interiori che si ritrova una scrittrice?
Come potrò io imparare a tenerle a bada?
Mio marito, sarà sempre così titanico come oggi lo conosco, da non sentirsi schiacciato dalla "mia vita di dentro?"

Non lo so. Questo mi turba, ma per ora preferisco guardarlo ritinteggiare di fucsia  la camera di nostra figlia (Virgy è un leone dai gusti molto, molto discreti) e sorridere con lui con una birra ghiacciata per aperitivo, perché il suo sorriso bellissimo agita le mie maree più di qualsiasi vita di dentro.

sabato 1 agosto 2015

Come rovinare la reputazione di tua figlia. Corso monografico di Michela Belli.

Sono una mamma imperfetta, oggi è 1 agosto e lo posso, serenamente, confessare. Insomma, non è che poi fosse questo gran mistero di Fatima.
Come tutti sapete, lo dico ogni giorno da un mese ormai, ieri era il compleanno di Virginia. Questa notizia, da sola, mi portava, su un livello puramente teorico, gioia. Dal punto di vista organizzativo invece: GUERRAAAAAAA!
Il fatto è, che non sono una persona da liste di cose da fare divise su livelli prioritari di importanza e tempi di svolgimento.

Una persona normale, una madre organizzata e raziocinante avrebbe gestito la cosa così:

Problema: siamo agli inizi di luglio, tua figlia ti chiede di festeggiare con gli amichetti del nido il suo compleanno all'acqua park.
Dati:
Figlia, ce l'ho

Invito, ce l'ho su whtasapp perché non andando più al nido da fine giugno non ho a chi dare gli inviti cartacei. Ma per sicurezza relativo sms a tutte le mamme e perché no, piccolo messaggio cartaceo in bacheca al nido per quei bimbi che frequentano luglio. Ovviamente il tutto tra la prime due e al massimo la terza settimana di Luglio. Voglio dire già la terza, sei una madre che non presta attenzione al proprio figlio. Non sulla mia scala di valori, ma appuro ogni giorno, che per molte mamme la mia scala di valori è folle.

Modulo adesione alla festa: scaricato da internet il giorno che la figlia chiede il pool party e consegnato con due settimane di largo anticipo, indicando menù, eventuali allergie e simili.
torta, vedi su. Prenotata con largo anticipo una settimana prima.
Decorazioni, ce le ho tutte. Ovviamente acquistate qualche giorno prima e consegnate la mattina alla piscina.

Svolgimento: Sono in pieno controllo. Sono una madre multitasking. Fossimo negli Stati Uniti mi candiderebbero alla carica di madre dell'anno. Non mi sfugge nulla. Sono nata per organizzare compleanni ai poppanti. 

Michela, invece, reagisce così.

Problema: siamo agli inizi di luglio, tua figlia ti chiede di festeggiare con gli amichetti del nido il suo compleanno all'acqua park.

Dati:
Figlia, ce l'ho

Invito, ce l'ho. Una settimana prima, su whatsapp perché non andando più al nido da fine giugno non ho a chi dare gli inviti cartacei. Fine. Il mio cervello mono cellulare non si pone altri quesiti. Il mio unico neurone, probabilmente, ha spedito l'invito elettronico, prima di assumere caffeina quel giorno. Poi arriva il giorno della festa e scopri, che non tutte le mamme hanno whatsapp. Voglio dire, nel 2015, alcuni esseri umani possono, realmente, fare a meno di whatsapp. Fenomeni, loro. Tu, resterai marchiata a vita come la mamma già nota come un po' stronza, ora a tutti gli effetti, che non ha invitato tutti i bimbi del nido. Tua figlia, già  ricordata come la timida, sì, quella che non mangia al nido, ora sarà: come, non te la ricordi? Ma sì, la figlia della stronza snob, quella che non ha invitato tutti i bimbi alla festa. Ma poi, una festa in piscina?! ma chi si crede di essere?
E non importerà a nessuno che tu, eri sinceramente convinta, che sulla chat delle mamme del nido, ci fossero tutte, ma proprio tutte, perché arrivano sempre talmente tanti messaggi da confonderti poiché di base, sei sempre con la testa tra le nuvole e presti poca attenzione al mondo. Quelle mamme avranno ragione, alla fine ti convincerai anche tu che sì, a pesarci meglio, sei stata un po' stronza e un po' snob.
Come rovinare la reputazione di vostra figlia. Corso monografico di Michela Belli.
Modulo adesione: scaricato da internet il giorno prima della festa. Compilato per metà, perché non riesco mai a rientrare in  nessuna categoria e i moduli mi mettono ansia. Non sono una persona categorica, figuriamoci una madre. Io e mia figlia, siamo cittadine onorarie della terra di mezzo con Frodo e tutti gli altri. Aspetta, era la compagnia dell'anello o Harry Potter quello della terra di mezzo? Di bene in meglio, Michela. Ora nemmeno più le storie ti ricordi! Se avevi mezzo punto sulla scala del valore aggiunto delle capacità materne, il tuo era quello delle letture e della fantasia e con questa festa ti sei giocato anche quello.
In ogni caso, il modulo ce l'ho. Più o meno. A metà, ma ci sta.

Decorazioni. Tutte comprate, nell'ordine: due palloncini all'elio di Frozen e il tema Frozen ti salva, perché sarai pure una con la testa tra le nuvole, ma conosci tua figlia, un cartellone tristissimo acquistato dai cinesi che dice è qui la festa, ma è la mattina del 31 luglio, di meglio non si può fare. Riformulo, di meglio, TU, la mamma imperfetta non sai fare.
Torta: quella l'hai prenotata ieri sempre con la sfoglia di Frozen, piccola volpe.


Svolgimento: come avevo anticipato GUERRAAAA.
Appuntamento dato per le 15.00 o forse erano le 15.30 no, aspetta scopri che alla tua amica che viene da Piombino  avevi detto alle 14.00. Genio, un vero genio. Arrivi alle 14.45 e due mamme sono già dentro con i loro pargoli. Ovviamente, non conoscendosi (una del nido, l'altra no) in punti diametralmente opposti del parco acquatico. Entri con borsa del mare e figlia al seguito. Hai, ovviamente e lo dico con una punta di cocente dolore e delusione al cuore, dimenticato le borse della festa in auto. A pochi metri dalla piscina dei piccoli, dove in teoria nel tuo cervello, ma non giureresti di averlo detto alla mamme, pensavi di fare la festa, incontri la tua amica, quella non del nido. Una delle tue più vecchie e care amiche, che per fortuna ti conosce e sa cosa può aspettarsi dalla frana inenarrabile che sei come persona. Ti vede annaspare già nel più profondo panico e entra in azione. Ok, amici questa donna è sposata ad un marinaio della marina americana, ha due figlie di cui una è Attila versione femminile, le ha cresciute, praticamente, da sola perché il marito è sempre in missione. Ti aiuto io. Quelle parole ti svoltano la giornata, perché non conta come andrà, hai un viso familiare dalla tua e questo, in qualche modo ti assolve. Ti sembra quasi che dica: ehi, è di Michela che stiamo parlando, cosa ti aspettavi? Ma in senso positivo. Comunque, tu ostenti sicurezza, lei sa che bari, ma è il gioco delle parti, ora sei una madre, non puoi dire semplicemente, Ilaria, faresti questa cosa della festa tu al posto mio? Ti voglio bene, grazie.
Nel frattempo, ti arrivano messaggi dell'altra nuova amica, quella del nido, che, per fortuna, ha già capito di che pasta sei fatta, ma tu, sei in missione, lo spirito della marina statunitense si è impossessato di te, sei ricoperta di tatuaggi tradizionali americani di ancore e rondini, sei nel bel mezzo di un episodio di NCIS, la tua missione è una: scoprire dove cazzo sia la laguna col tavolo che,  all'ingresso del parco, ti hanno detto, averti dedicato.
L'amica col marito marinaio, che per inciso vive negli Stati Uniti di America è in Italia in visita e non era mai stata all'Acqua Park prima in vita sua, ti dice? Ma quale? Quello dietro il fast food? Faccina perplessa delle emoticon che stia ad indicare un misto di stima, ammirazione e gratitudine per la tua amica, non hai tempo di interrogarti sul come LEI sappia dove sia il fast food dell'acqua Park di Follonica. Non lo puoi sapere. magari, a casa sua a Seattle, la sera dopo che ha messo a dormire le sue due figlie, dopo aver riposto i libri universitari (perché tra figlie e vita ha deciso anche di riprendere l'università, un eroe o una pazza decidete voi) le prende la strana voglia di googlare Follonica, acqua park, maps. Cazzo ne sai, gli americani so' strani. Comunque ti salva il culo e ti porta a destinazione. Arrivi e il tavolo non è pronto. Inspiri ed espiri, conti fino a dieci perché tra 3,2,1 questa personcina per bene che fingo di essere esploderà per dare spazio alla vaiassa napoletana che intimamente sono e nulla di grave, con la calma si ottiene. Ti impossessi di due tavoli e inizi a respirare. L'amica del nido è ancora dispersa, la troverai.
Scarti il regalo della tua amica, le bimbe scalciano per le piscine, inizi a spogliare la tua, nel frattempo arrivano altri invitati. Almeno hai il tavolo. E' spoglio, triste, senza colore alcuno, ma hai il tavolo. Mentre stai per mollare tua figlia alla tua amica intravedi madre e sorella. Ok, nulla può andare storto, ora che hai le tue colonne portanti. Ti avvii alla macchina per prendere le borse frigo e il resto delle cose della festa e incroci altri invitati cinguetti il più gaudiamente possibile "Ciao, benvenuti la festa è..." quando incroci lo sguardo di tuo marito. Il tuo porto sicuro. I tatuaggi tradizionali americani, si sciolgono veloci, passi da NCIS a qualche cosa di smielato e sei al sicuro. Il marinaio ora è lui, tu puoi concentrarti sul fare la mamma. paradossalmente il ruolo di marinaio ti viene più facile, ma ti impegni e non sai nemmeno come, ma tra qualche bagno in piscina e quattro chiacchiere sono arrivati quasi tutti. E' l'ora della merenda arrivate al tavolo che ora vanta i due palloncini all'elio ed il cartellone è qui la festa. Servono ad ogni bimbo un vassoio con un bel menù da fast food, quello che vieti a tuo fratello di comprare ai figli, ma fottesega questa è una festa e sei già abbastanza nella merda per polemizzare.
I bimbi mangiano, ogni genitore ha un bicchiere e due patatine in mano. Ti puoi rilassare più o meno.
Si torna in piscina un altro bagno e poi, finalmente, le 17.30 Cake time, gente!


Arriva lei, trionfante, la regina Elsa. Mentre tutti cantano tanti auguri e tua figlia in piedi sul trespolo si sente la principessa che davvero è, ti rendi conto che la candelina sulla torta col numero 3 non ti convince. Cosa ha di strano? Fai velocemente mente locale. E' la candelina sbagliata. Nella borsa hai tutto il set di stelline con la candelina giusta. Ormai è tardi lei l'ha già spenta col sorriso del trionfo di chi ha i polmoni tanto grandi da riuscire in un sol soffio a spegnere le candeline. Mamma guarda che so fare!?

La festa è finita. Ne sei uscita più o meno incolume. Sei un po' ammaccata. Hai avuto ancora una volta la prova provante di essere un casino vivente. Tua figlia però gioisce come non mai. E' felice e tanto, ti dici, basta e poi, le amiche del nido hanno finalmente capito con chi hanno a che fare, l'anno prossimo già sapranno cosa aspettarsi alla festa del quarto compleanno di tua figlia che hai già deciso avrà menù biologico.

Buon compleanno, amore.

martedì 28 luglio 2015

Self publishing sì oppure no?

Quesito della vita. Quando si è un pesce piccolo, quando si è del semplice plancton nell'oceano dell'editoria, hai davvero pochissime chances che il tuo libro valichi mai la cerchia famiglia/amici/conoscenti. Per quanto già tra questi troverete delle dolorose defezioni.
E' vero, noi italiani, scriviamo tutti. Siamo un popolo di scribacchini. Pochi di noi lo fanno veramente bene. Onestamente, non so in quale gruppo mi trovi. Inizio seriamente a dubitare di me stessa. Ci sono delle volte in cui leggendomi penso, però! Non scrivi male, amica. Ma altre, ahimè il più delle volte, in cui detesto cordialmente ogni singola parola. Approssimative, amatoriali. Una vergogna per me e per chi mi legge. Scrivere Eva e l'assoluto, è stato un processo naturale. Nel farlo, non ho mai pensato a quando poi avrei scritto la parola FINE. Intendiamoci, io non appartengo al gruppo di persone che va millantando di scrivere solo per se stessi. Diffidate, quelli sono bugiardi. Sono come quelle donne che ti dicono , "hai visto come sono ingrassata"? Per sentirsi dire "Scherzi? Sei una stecca da biliardo!". Io scrivo perché voglio che mi si legga. Al massimo, io il problema, (e lo sto scoprendo solo ora) ce l'ho a farmi pagare per essere letta. Nel senso che, non avendo io una casa editrice, mi capita che qualcuno acquisti il cartaceo di Eva sul blog e allora, devo essere pagata direttamente, bene, quando questo accade mi vergogno da morire, ma dicono passi. Fa tutto, regolarmente parte, del lento processo di evoluzione del famoso pelo sullo stomaco.
A dire il vero, mentre scrivevo, non credevo nemmeno di voler pubblicare, era più come se per magia, il mio libro si trovasse appena terminato, nelle librerie di ogni italiano senza passare per processi di stampa, negozi ecc. Dal produttore al consumatore. Filiera corta. Così me la figuravo la cosa. Quando però, mi sono resa conto che mi risultava difficile staccarmi da Eva e l'assoluto e buttarmi in un'altra storia, allora, ho capito che Eva doveva uscire dal mio computer.
Vedete, amici, quando scrivi un romanzo, instauri con le sue pagine una vera e propria relazione amorosa. C'è la fase del corteggiamento, quando le parole, fanno capolino nella tua testa e tu le rincorri. Poi, le parole danno vita ai personaggi, alla storia. A volte questi, ti sorridono e senti un calore avvolgerti il cervello, altre volte invece, questi vanno per la loro strada e allora, accade che ci litighi. Sono litigi di amore. Minacci di non tornare più, di stare meglio senza di loro, ma alla fine, come nelle più banali delle liti tra innamorati, tu con la tastiera sotto le dita, torni sempre. Poi, è ragionevole pensare dopo un tempo che va tra i dieci e i dodici mesi, il romanzo è  finito. Spieghiamo meglio, per i non addetti ai lavori, tu con la tastiera ti illudi che sia finito, in realtà, dovrai rileggerlo e riscriverlo ancora tante di quelle volte da detestarlo e volerlo via, fuori dalla tua testa. Per sempre. Ecco, con Eva invece, era come aver lasciato una storia d'amore appesa a un filo. Chi di voi on ha mai vissuto un'esperienza simile? Quelle storie che bruciano tanto sotto la pelle. Le riconoscete? Quelle di cui avete dichiarato la fine e che nella realtà dei vostri giorni invece, sono ancora dappertutto dentro di voi. Quelle storie che vi lasciano ancorate a quel maledetto "se". L'ombra ingombrante di quel "se" ipotetico, mi impediva di pensare. Avevo tante idee che poi, morivano tutte all'ombra di Eva. Allora  mi sono detta, è tempo di saltare.
Eva e l'assoluto  è il mio primo romanzo e i suoi limiti, li conosco tutti alla perfezione. Nonostante questo, ho deciso di saltare e come tutti sappiamo, quando si decide di saltare nel vuoto, è consigliabile non guardare nell'abisso.
Ho iniziato come tutti. Ricerca per genere all'interno dei cataloghi, per non sbagliare casa editrice. Eva, appartiene al fortunato filone della chick lit. anche in Italia, abbastanza popolare.
Prima bruciatura. Tutte le case editrici (almeno quelle da me trovate) riportano due tipi di informazione.
A) in questo momento non accettiamo manoscritti
B) non accettiamo manoscritti non accompagnati da un agente letterario.
Il mio primo pensiero è stato Kurt Cobain. Poi ho pensato al grunge e a tutte le indie band della scena musicale di Seattle degli anni '90. Poi ho pensato alle Major che hanno, nella maggior parte dei casi, rovinato quelle band. Nirvana inclusi. Prendete Bleach, poi ascoltate Nevermind e poi ne riparliamo. Non è che mi aspettassi la strada sgombra. Non sono nata ieri. Io amo Bleach.
Quindi, invio il manoscritto a tutte le case editrici indipendenti che trovo. Quelle che titolano nei loro siti fasulli, NOI SIAMO DALLA PARTE DEL TALENTO E DELLA CULTURA. Cerco di fare le cose per benino, spulcio i cataloghi, ma alla fine mando ovunque il libro, perché ci vuole pelo sullo stomaco e un altro no, non mi farà male.
Da quasi subito, roba che aspettavano solo me, i lettori e i direttori editoriali erano a corto di materiale, mi arrivano lettere entusiaste. Proposte editoriali come se piovesse. Tutte però, con un'innocua (secondo loro) piccola postilla. E' richiesto un piccolissimo contributo spese (circa 1000 euro, euro più euro mancante). Chi ha letto il Pendolo di Foucault, sa bene chi siano gli Autori a Proprie Spese (APS) ed io, mai e poi mai parteciperei ad una fiera delle vanità simile, circondata da questi soggetti fasulli che inquinano un mercato già ingolfato abbondantemente da: soubrettine, calciatori e cantanti non si sa bene perché. Che poi, diciamolo, non è che tu paghi e sei in una botte  di ferro. No. Il post pubblicazione resta comunque tutto sulle tue spalle. Presentazioni, reading e finanche la distribuzione che, con questi soggetti truffaldini, è pressoché inesistente, se consideriamo che il romanzo è di norma, disponibile nelle librerie PREVIA PRENOTAZIONE. Quindi grazie, ma no grazie. Ciaone proprio, case editrici a pagamento.
Allora penso, ho bisogno di un agente letterario. Apro internet, faccio le mie ricerchine e trovo l'agenzia letteraria dei miei sogni. Già mi vedo con il mio completo tailleur (non possiedo tailleur e non so perché mi immagino in questa veste) parlare col mio agente che crede in me e mette a frutto la sua ventennale esperienza nel settore per permettermi di pubblicare con la casa editrice giusta. Poi, però, qualcosa mi distrae. Le parole scheda di valutazione inediti, rapiscono la mia attenzione. Devo averla. In sole quattro settimane, per la modica cifra di 427 euro (iva inclusa) avrò una scheda completa della mia opera.
Bisogna fare due conti. Quattrocentoventisette euro, sono tanti o sono pochi? Sono pochi, ho già deciso. O meglio, sono tanti in linea di massima, ma la vita è fatta di priorità. Per qualcuno la priorità è mangiare un Magnum algida, per me, è ricevere una scheda di valutazione del mio inedito. Stacco un assegno (non accettano bonifici), stampo il romanzo e spedisco.
Le quattro settimane più lunghe della mia vita passano, lente, ma passano. Finché un giorno, non arriva la scheda tanto attesa. Devo rileggerla un paio di volte per capirla. Sembra, che l'intero romanzo sia stato demolito e invece, a ben guardare, non è così.
La situazione è più o meno questa.
AMBIENTE da cambiare (in origine, Eva era ambientato sulla east coast degli USA, infarcita di riferimenti pop a serie televisive e sogni di letture passate, nella sua versione definitiva invece, il romanzo, è ambientato in una piccola cittadina della Maremma Toscana.  Un saltino niente male). Il segreto, mi dice il lettore professionale, consiste nel parlare di luoghi e società che ben si conoscono. Mi sembra ragionevole, certo a meno che tu non sia Proust che ha scritto Alla ricerca del tempo perduto, senza mai uscire di casa, ma quello è un genio e di geni ne nascono tipo uno su un milione, no? Nonè di certo il mio caso.
PERSONAGGI da approfondire. Buon ritratto psicologico. Particolare interesse potrebbe destare la figura del nonno.
LINGUAGGIO notevole sia in parti descrittive che in dialoghi e in fine anche complimenti per essere riuscita ad elevare la narrazione dai soliti tòpos un po' inflazionati del genere chick lit.
In definitiva però, come sospettavo, il libro non è pronto alla pubblicazione. E meno male che le Case editrici a pagamento, avevano tutti avanzato proposte editoriali senza minimamente toccare la storia. Ma lo avranno letto, secondo voi? Continuo a chiedermelo ancora oggi.
Bene, mandare in valutazione il romanzo è stata la scelta più giusta. Ora basta riscrivere l'intero romanzo. L'unico problema, è che devo lasciarlo riposare un po'. Devo depurare il mio cervello da ogni frase scritta e ripartorirla. Facile, no? Devo solamente dare nuova vita alla mia Eva.
L'ho fatto, ci è voluto un altro anno. A quel punto, mi dico, devo rimandarlo in valutazione ancora. Ora, io non voglio essere pignola e polemica, lo giuro, ma secondo voi, uno che ha già mandato in visione un inedito e ricevuto scheda di valutazione, poi a correzioni apportate lo rimanda in visione, deve pagare daccapo i 427 euro? Ma anche, no! Non l'ho fatto, non solo per i 427 euro che ora mi sembravano una cifra spropositata, ma anche perché qualcosa mi diceva, che un'altra scheda mi sarebbe arrivata, con altre correzioni ed il gioco sarebbe potuto andare avanti per sempre a rilanci di 500 euro. E' come la storia delle case editrici a pagamento, no? Non vedo etica personalmente, in un agente che si fa pagare per leggere un libro. Ma diamine, forse sbaglio.
E quindi niente, la situazione era più o meno questa. Una catastrofe di dimensioni bibliche. Case editrici tradizionali, una sorta di mostri immobili, inavvicinabili. Dice, loro fanno scouting sui blog, sulle riviste on line. Ok, ma io scrivo romanzi, non so tenere un blog (e voi amici che mi leggete potrete di certo testimoniarlo) e non so scrivere articoli (anche qui, ho capitolato. Sono in attesa di iniziare una collaborazione con dei tipi fighissimi).
L'editoria a pagamento, non fa per me.
Con le agenzie letterarie, sembra di dover accendere un'ipoteca su una carriera non ancora partita e chissà se mai lo farà.
E' stato a quel punto che ho scelto la storia del self-made man di Crusoe. Lo ricordate? Certo, lui è un borghese del '700 inglese e io , una che scrive, ma le basi sono le stesse. Libertà, indipendenza, sudore e spirito di avventura.
Da quella decisione  in poi, (avvenuta poi parecchi anni dopo, ma questa è un'altra storia) tutto è stato più veloce e facile.
Ho scelto la piattaforma Narcissus ( https://www.narcissus.me ) e in un solo click completamente gratuito, Eva ha ricevuto il suo codice isbn. Se hai un isbn, hai un libro e boom! in circa 48 ore, tutti gli store on line (non solo i grandi colossi) vendevano il mio romanzo. Eva, era finalmente fuori dalla mia testa. Inutile dire, che ora sono intenta alla progettazione del mio secondo romanzo. Si intitolerà "Ne vale la pena" e si spera non debba attraversare il calvario di Eva e l'assoluto.
Non mi sono mai pentita di aver scelto la strada de self publishing, ma a volte, in questa cosa del post produzione, mi sento tremendamente sola. Questa è una fase tanto più tosta del travaglio creativo e soprattutto, richiede altissime competenze.
Hai a che fare con report di vendita, e tante porte in faccia da blogger (per fortuna non tutti) che non recensiscono autori auto pubblicati un po' perché fa poco figo, insomma non è come ricevere in lettura un romanzo non ancora sul mercato di una grande casa editrice, lo capisco e un po' perché dicono di aver avuto cattive esperienze, di romanzi illeggibili. Come dire in pratica che, ogni libro letto edito da una casa editrice, è stata un'esperienza di lettura indimenticabile. Ma di cosa stiamo parlando?
E poi c'è il marketing, io sono proprio negata in questo senso. Ho un blog che non riesco a indicizzare sicché fate voi. E la social reputation che, mio malgrado, devo curare da me ed è difficile credetemi quando non si è popolari, ti devi inventare prezzemolino e in ogni caso sempre molto attiva sui social network quando si suppone tu abbia anche un lavoro, famiglia, casa, una vita insomma. Ma non mi lamento, ogni volta che ricevo dall'etere un segnale positivo, il cuore si riempie di gioia e le fatiche diventano un ricordo lontano. Ah, poi ci sono le librerie che ti rifiutano le presentazioni perché sei self published, vedi blogger, il discorso è il medesimo con in più da parte loro, che se sei auto pubblicato non porti gente. Ah bada, io facevo la serata da te per giovare anche del TUO pubblico. Andiamo bene, andiamo.
Tutto questo fino ad arrivare ad oggi, ad una libreria di Napoli che mi risponde nella persona dell'organizzatore eventi "Devi pubblicare con i grandi, col self non vai da nessuna parte. Il mercato lo fanno loro".
Ma no? Ma davvero? Il problema è proprio questo, non si era capito?