Amy Winehouse diceva:-“Quelle come me, sono destinate ad avere l’anima perpetuamente in tempesta”.
Avessi avuto consapevolezza di questa grande verità qualche anno fa, mi sarei evitata parecchie notti trascorse a piangere.
Ciascuno di noi danza con i suoi demoni, si dice così giusto? Ma quanto è necessario, invece, vivere per comprenderlo fino in fondo?
Io ho un mostro che mi vive dentro. Ecco, l’ho detto. È un mostro crudele, mi fa fare cose che non vorrei. A lungo nella mia vita, ho regolato le mie azioni sulla base dei suoi umori. Quante volte puoi morire, prima di capire di essere vivo e che le tue zone d’ombra, le tue cicatrici e i tuoi demoni sono indissolubilmente legati a te? Nella mia esperienza muoio ogni due o tre anni, solo un po’, il resto lo lascio vivo per godermi lo spettacolo. La prima volta avevo 20 anni, ho ucciso il mio primo amore nel tentativo di uccidere il mostro. L’ho fatto con crudele sangue freddo. L’ho accoltellato in pieno petto, nel centro nevralgico del suo orgoglio, preferendogli il nulla, pur di liberarmi di lui che mi amava tanto, che mi amava troppo. Che poi già dicevano che lui era un angelo e io un demone e lo stavo inquinando col mio marciume di mostro. Credevo di essere libera, lontana dal senso di oppressione che mi veniva, dal terrore che lui andasse via prima di me e mi rendesse, ancora una volta, una sciocca bimbetta di 12 anni che guarda le spalle del suo papà andare via, lontane. Chi aveva il tempo di domandarsi perché? Allora sentite cosa feci. Trovai il suo punto debole e vi conficcai tutto il mio mostro nella sua pienezza, così che fosse fin troppo facile odiarmi. Un gioco da ragazzi, veramente ben riuscito se chiedete a lui anche oggi.
Da allora, l’ho rifatto spesso. So che molte di voi, lo hanno fatto. Proprio come me.
Uccidi prima che ti uccidano. È l’abc della sopravvivenza.
Siamo le figlie di uomini che hanno avuto in sorte di essere padri e che poi, a 70 anni, si scoprono papà. Un po’ tardi, se me lo chiedete, che a quel punto sono nonni e tu non lo vuoi nemmeno più un papà, ti basta il padre di tua figlia da gestire. Il mio papà è il mostro ed è una cosa ovvia, banale e mediocre. Il mio papà, l’ho odiato con la medesima intensità con la quale lo amavo. E più mi faceva sentire un cliché banale, l’orfanella che ricerca in ogni uomo il suo papà, più lo odiavo e più lo odiavo, più l’amavo, in un’inesauribile battaglia, senza esclusione di colpi. Escluso il mio primo amore, quello che ho metaforicamente ammazzato, ho consapevolmente scelto l’uomo sbagliato. In un perverso gioco di ruoli, cercavo sempre il maschio diverso da mio padre. Mio padre è un architetto finemente istruito, molto raffinato, un artista, perdutamente innamorato delle donne, e patologicamente bugiardo. Mi è sempre stato detto che gli somiglio tanto, nel volto, nel corpo e nei modi di fare, soprattutto nel modo di amare. Ecco perché non sono un architetto e ecco perché, i miei uomini, sono stati tutti molto distanti da me. Pragmatici, risoluti, tendenti al turpiloquio e alle dipendenze. Lontani anni luce da papillon, golfini di lana e tecnigrafi e possibilmente, con le mani brutte perché, mio papà, ha delle mani divine.
Ho frequentato meccanici, camerieri, tatuatori, pittori, chitarristi, batteristi, scultori, marinai e uomini venuti da lontanissimo, studenti pessimi, pessimi soggetti, ragazzi interrotti per citare il titolo di uno dei miei film preferiti (girls interrupted ndr). Tutti uomini destinati ad entrare nella mia vita, per darmi la dolce illusione di colmare un vuoto, tranne poi disattendere il compito e sbattermi in faccia quel buco divenuto voragine.
Altro cliché banale, vi suona familiare amiche?
Questo mi faceva sentire al sicuro, perché un uomo così diverso da mio padre, non avrebbe potuto abbandonarmi. Un uomo così, non aveva il potere di ferirmi, al contrario, mi dava il coltello dalla parte del manico. Quanto è facile sentirsi forti sulla base di strumenti che tu hai avuto la fortuna di avere e il tuo avversario, no? Sì, sono stata meschina. No, non ne avevo motivo se non punire un uomo che, quegli uomini non conoscevano nemmeno.
Un uomo mi aveva torturata e resa orfana e la testa di un uomo, io bramavo e ottenevo, ogni disperatissima volta. Ho attraversato la giungla delle relazioni sentimentali con disordine e strafottenza. Sono stata una stronzetta cinica e ho fatto il bello e il cattivo tempo in ogni relazione. Ho camminato per i sentieri dei loro cuori col passo di un gigante che non si cura particolarmente dei suoi giardini.
E ho mentito. Buon sangue, in fondo, non mente. La mela non cade lontana dall’albero, vero?
La fiera delle ovvietà, non è così, amiche? Eppure, lo abbiamo fatto tutte noi del -Club delle Piccole Fiammiferaie che il babbo preferisce andare altrove, piuttosto che stare con loro-. Vero, o, falso?
Mentire a quegli uomini, per farvi amare con ogni fibra del loro essere. Mentire a voi stesse per non riconoscere subito che è tutto sbagliato.
Mentire, perché l’importante è mantenere il controllo e non consentire mai più a nessuno di abbandonarti.
Sono stata una brava bambina per il mio mostro. L’ho seguito, l’ho viziato e l’ho fatto vincere, anche quando desideravo fermarmi. Il fatto è, amiche, che per quelle come noi, le emozioni non sono un’esperienza di positiva gioia. Siamo più brave a non scegliere. A fare quelle che seguono il fato, che anche la fortuna mi ha abbandonata. Eh, già. Che codarde! Ci riempiamo la bocca di parole come amore, vita insieme, cuore, anima e poi non abbiamo le palle di guardarci dentro. Siamo spiriti pavidi. Il mondo ci guarda e pensa:-“Guarda lì che guerriera”, perché abbiamo imparato a fare chiasso, ma la verità è che quando dobbiamo parlare, ci inabissiamo. Non è vero? Non siamo brave a spogliarci davanti al mondo. Non ci piace che ci guardino.
Quando incontri un orco (ricordate l’orco del post del 14/01 ndr?) questa sensazione cambia. Quando incontri un orco, cambi prospettiva e lo capisci. È un’esperienza ad alto tasso di stress emotivo. Un maremoto interno continuo, che non lascia spazio alla rassegnazione, mai. Un bisogno imponderabile di prendere posizione, di elevare la tua mente a uno stato di perenne consapevolezza. Inizi a sentire prepotente la necessità di investigare te stessa e lui. Di nutrire dubbi. Di convivere con i tuoi dannati demoni, di sapere che sì, lo puoi fare, puoi conviverci e forse, un giorno scagliarli via senza nemmeno sapere se valga la pena farlo che, in fondo, sei quello che sei, perché lungo tutto il tragitto, attraverso tutti quei giorni hai imparato a conoscerti e, adesso, ti andrebbe bene anche essere chi sei, in tutta la tua complessità.
Incontri un orco e scopri che è la persona più vicina a quel modello di uomo che credevi vicino al tuo papà e che hai evitato tutta la tua dannata vita. Forse, sei banale anche in questo, vero? Realizzi di non poter fare a meno di farlo entrare in te perché guardando lui, vedi te, che lui è un orco, ma è anche un angelo ed è un demone come te. Puzza di vita quanto te.
E senti una vocina lontana sussurrare:-“I am Heathcliff”.
Ti ricordi che quello è amore, il resto, semplicemente non lo è. Il resto, è altro.
E allora comprendi che è tempo di essere chi sei.
Sei pronta a scegliere, il che è già di per sé una magia. Scegli una relazione nella quale, la porta è sempre aperta e ogni giorno, in due, si sceglie di chiuderla e restare dentro.
Non puoi fare altro che farti guidare.
E sperare.
Scegliere e sperare.
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lunedì 29 gennaio 2018
domenica 17 dicembre 2017
Supereroi e vino rosso
Avevo detto che non avrei parlato dei miei vuoti emotivi, ma più vivo, più mi sembra chiaro che, ognuno di noi, è la somma dei propri vuoti. Vuoti emotivi e vuoti che derivano in maniera direttamente proporzionale, da loro. Prendiamo l’annosa questione Michela e la maternità. Essere cresciuta con la sindrome dell’abbandono, mi ha resa una donna perennemente in fuga e diventare madre mi ha, invece, inchiodata a quest’altro essere umano che in simultanea, dipende da me e ha il potere, di fare di me ciò che vuole. Io sono sua. Vorrei poter dire che questo la renda infinitamente ricca, ma per quel che so, valgo poco e lei non lo immagina nemmeno lontanamente.
Della maternità mi fa terrore tutto. Soprattutto, questa sensazione angosciante del camminare costantemente con il cuore pulsante fuori dalla gabbia toracica. Mi fa sentire terribilmente vulnerabile. Oscillo tutto il tempo tra questi due poli, liberare la meraviglia di V e regalarla al mondo, o, rinchiuderla di nuovo nella mia pancia, lontana il più possibile dal mondo e le sue brutture. Riunire il suo respiro e il battito del suo cuore al mio. Il problema principale è smettere di sentirmi un’imbrogliona. Lei mi guarda, mi ama e corre leggera ché la sua mamma sa tutto di tutto, la sua mamma può curarla da tutte le bue e, invece, no. La maggior parte del tempo, ciondolo per la casa senza avere la minima idea di quello che sto facendo. Chiudo gli occhi e spero di non ammaccarla. La paura dell’ammaccarla mi viene dal primo cambio pannolino, da allora, è cambiato tutto intorno a noi. È cambiata V. Sono cambiata io. Ho stravolto innumerevoli volte il suo mondo e, ancora, ho paura di ammaccarla. È una situazione paradossale perché, più lei mi guarda con quegli occhioni pieni di aspettative, più io mi sento piccola e vorrei scappare nell’angolo più remoto di casa, rannicchiarmi al buio e fingere di aspettare mia madre che torna dal lavoro. Devo, invece, reggere il suo sguardo, così puro e autentico da farmi sentire il peggiore essere umano sul pianeta e devo, mentirle, raccontarle che andrà tutto bene e che mamma ci sarà sempre. Sono le bugie bianche, dicono. Sono le bugie che fanno crescere, dicono. Io non lo so. Chiudo gli occhi e spero di non ammaccarle l’anima.
Mi interrogo molto sul mio essere madre. Non penso di essere adatta al compito. Non me la godo come vedo fare a tante mie coetanee. Tutti concordano che essere madri sia la cosa più stancante di tutte. Per me è più di così. Non è, solo, la stanchezza fisica. Quella non la sento più. Mi sono abituata che, il mio modo d’essere è, ormai, questo: #stancacomelamerda
Invece, il silenzio e il mio mondo interiore, fino a cinque anni fa, più movimentato di quello esterno, mi mancano. È come se vivessi in una schizofrenica sincronia tra azioni, parole e mondo circostante. E, tuttavia, sono in diacronia con i miei luoghi interni. Posso davvero dirmi felice quando non trascorro almeno metà della mia giornata a pensare? Allora, mi sono detta che questa cosa di V e di me che sono sua madre, è una versione alternativa della felicità come me la immaginavo. Certo, quando salta sul divano, quando urla impietosa, quando mi dorme addosso, quando mi impedisce di essere me, altro da lei, mi sembra una versione sadomaso e perversa della felicità così come me la immaginavo, ma non posso dirmi infelice perché, quando mi è lontana per più della normale giornata scolastica, vado in deficit di ossigeno. Quindi è un bel casino. Sono una donna spaccata. E, questa scelta di fare la mamma single, mi rende più spaccata della norma.
Chi come me cresce un figlio da sola, almeno nell’ordinaria amministrazione, sa bene di cosa parlo.
Ci sono momenti che senti che non ce la farai. Ci sono giornate, in cui metti davvero le scarpe nel frigorifero, per parafrasare il paradosso di Fedez, ma poi, in qualche modo, varchi la soglia di casa, tu, le buste della spesa biodegradabili perennemente rotte perché, quelle buone sono, ovviamente, appese accanto alla porta di ingresso, il cane che tira perché sta per morire disidratato anche se ci sono 5 gradi, tua figlia che dice “mamma, ti dico una cosa” proprio mentre il manico della busta sta cedendo e tutta la spesa sta per cadere, la lampadina delle scale che l’amministratore ti ha detto avrebbe cambiato un mese fa e, invece, è ancora spenta, allora prendi il cellulare in tasca, cerchi di far luce con la torcia dell’iphone che di norma è mezzogiorno di fuoco, ma la sera non ha nemmeno l’intensità di una candela e, finalmente, in qualche modo, la chiave gira nella serratura ed è magia, è casa.
V continua a spiegarti che Matteo le ha tirato i capelli. Di istinto, le dici che i maschi fanno così quando una bambina gli piace. Mentre lo dici ti odi, perché pensi di stare perpetrando la violenza di genere su una bambina di 5 anni dandole l’idea che, un maschio è violento se ama. Poi pensi sticazzi, a me dicevano così e mai nessuno maschio ha pensato di sfiorarmi perché, di solito, sei tu, a fare paura agli uomini. Ti dici che sei solo stata fortunata. Allora, decidi di correggere il tiro e spieghi a tua figlia che la violenza non è mai una scelta giusta. Cerchi con le ultime energie della giornata di prepararle una cena decente. Riponi la spesa nei mobili. Il cane deve mangiare, ma non mangia se non ti fermi accanto a lui. Apri un Santa Cristina, uno di troppo, ma di nuovo sticazzi e mentre vai in decompressione col primo sorso, realizzi che anche oggi l’hai sfangata.
La giornata è andata.
Sei un super eroe con una bambina con la pancia piena, il cane pure e un calice di rosso in una mano.
Della maternità mi fa terrore tutto. Soprattutto, questa sensazione angosciante del camminare costantemente con il cuore pulsante fuori dalla gabbia toracica. Mi fa sentire terribilmente vulnerabile. Oscillo tutto il tempo tra questi due poli, liberare la meraviglia di V e regalarla al mondo, o, rinchiuderla di nuovo nella mia pancia, lontana il più possibile dal mondo e le sue brutture. Riunire il suo respiro e il battito del suo cuore al mio. Il problema principale è smettere di sentirmi un’imbrogliona. Lei mi guarda, mi ama e corre leggera ché la sua mamma sa tutto di tutto, la sua mamma può curarla da tutte le bue e, invece, no. La maggior parte del tempo, ciondolo per la casa senza avere la minima idea di quello che sto facendo. Chiudo gli occhi e spero di non ammaccarla. La paura dell’ammaccarla mi viene dal primo cambio pannolino, da allora, è cambiato tutto intorno a noi. È cambiata V. Sono cambiata io. Ho stravolto innumerevoli volte il suo mondo e, ancora, ho paura di ammaccarla. È una situazione paradossale perché, più lei mi guarda con quegli occhioni pieni di aspettative, più io mi sento piccola e vorrei scappare nell’angolo più remoto di casa, rannicchiarmi al buio e fingere di aspettare mia madre che torna dal lavoro. Devo, invece, reggere il suo sguardo, così puro e autentico da farmi sentire il peggiore essere umano sul pianeta e devo, mentirle, raccontarle che andrà tutto bene e che mamma ci sarà sempre. Sono le bugie bianche, dicono. Sono le bugie che fanno crescere, dicono. Io non lo so. Chiudo gli occhi e spero di non ammaccarle l’anima.
Mi interrogo molto sul mio essere madre. Non penso di essere adatta al compito. Non me la godo come vedo fare a tante mie coetanee. Tutti concordano che essere madri sia la cosa più stancante di tutte. Per me è più di così. Non è, solo, la stanchezza fisica. Quella non la sento più. Mi sono abituata che, il mio modo d’essere è, ormai, questo: #stancacomelamerda
Invece, il silenzio e il mio mondo interiore, fino a cinque anni fa, più movimentato di quello esterno, mi mancano. È come se vivessi in una schizofrenica sincronia tra azioni, parole e mondo circostante. E, tuttavia, sono in diacronia con i miei luoghi interni. Posso davvero dirmi felice quando non trascorro almeno metà della mia giornata a pensare? Allora, mi sono detta che questa cosa di V e di me che sono sua madre, è una versione alternativa della felicità come me la immaginavo. Certo, quando salta sul divano, quando urla impietosa, quando mi dorme addosso, quando mi impedisce di essere me, altro da lei, mi sembra una versione sadomaso e perversa della felicità così come me la immaginavo, ma non posso dirmi infelice perché, quando mi è lontana per più della normale giornata scolastica, vado in deficit di ossigeno. Quindi è un bel casino. Sono una donna spaccata. E, questa scelta di fare la mamma single, mi rende più spaccata della norma.
Chi come me cresce un figlio da sola, almeno nell’ordinaria amministrazione, sa bene di cosa parlo.
Ci sono momenti che senti che non ce la farai. Ci sono giornate, in cui metti davvero le scarpe nel frigorifero, per parafrasare il paradosso di Fedez, ma poi, in qualche modo, varchi la soglia di casa, tu, le buste della spesa biodegradabili perennemente rotte perché, quelle buone sono, ovviamente, appese accanto alla porta di ingresso, il cane che tira perché sta per morire disidratato anche se ci sono 5 gradi, tua figlia che dice “mamma, ti dico una cosa” proprio mentre il manico della busta sta cedendo e tutta la spesa sta per cadere, la lampadina delle scale che l’amministratore ti ha detto avrebbe cambiato un mese fa e, invece, è ancora spenta, allora prendi il cellulare in tasca, cerchi di far luce con la torcia dell’iphone che di norma è mezzogiorno di fuoco, ma la sera non ha nemmeno l’intensità di una candela e, finalmente, in qualche modo, la chiave gira nella serratura ed è magia, è casa.
V continua a spiegarti che Matteo le ha tirato i capelli. Di istinto, le dici che i maschi fanno così quando una bambina gli piace. Mentre lo dici ti odi, perché pensi di stare perpetrando la violenza di genere su una bambina di 5 anni dandole l’idea che, un maschio è violento se ama. Poi pensi sticazzi, a me dicevano così e mai nessuno maschio ha pensato di sfiorarmi perché, di solito, sei tu, a fare paura agli uomini. Ti dici che sei solo stata fortunata. Allora, decidi di correggere il tiro e spieghi a tua figlia che la violenza non è mai una scelta giusta. Cerchi con le ultime energie della giornata di prepararle una cena decente. Riponi la spesa nei mobili. Il cane deve mangiare, ma non mangia se non ti fermi accanto a lui. Apri un Santa Cristina, uno di troppo, ma di nuovo sticazzi e mentre vai in decompressione col primo sorso, realizzi che anche oggi l’hai sfangata.
La giornata è andata.
Sei un super eroe con una bambina con la pancia piena, il cane pure e un calice di rosso in una mano.
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