Amy Winehouse diceva:-“Quelle come me, sono destinate ad avere l’anima perpetuamente in tempesta”.
Avessi avuto consapevolezza di questa grande verità qualche anno fa, mi sarei evitata parecchie notti trascorse a piangere.
Ciascuno di noi danza con i suoi demoni, si dice così giusto? Ma quanto è necessario, invece, vivere per comprenderlo fino in fondo?
Io ho un mostro che mi vive dentro. Ecco, l’ho detto. È un mostro crudele, mi fa fare cose che non vorrei. A lungo nella mia vita, ho regolato le mie azioni sulla base dei suoi umori. Quante volte puoi morire, prima di capire di essere vivo e che le tue zone d’ombra, le tue cicatrici e i tuoi demoni sono indissolubilmente legati a te? Nella mia esperienza muoio ogni due o tre anni, solo un po’, il resto lo lascio vivo per godermi lo spettacolo. La prima volta avevo 20 anni, ho ucciso il mio primo amore nel tentativo di uccidere il mostro. L’ho fatto con crudele sangue freddo. L’ho accoltellato in pieno petto, nel centro nevralgico del suo orgoglio, preferendogli il nulla, pur di liberarmi di lui che mi amava tanto, che mi amava troppo. Che poi già dicevano che lui era un angelo e io un demone e lo stavo inquinando col mio marciume di mostro. Credevo di essere libera, lontana dal senso di oppressione che mi veniva, dal terrore che lui andasse via prima di me e mi rendesse, ancora una volta, una sciocca bimbetta di 12 anni che guarda le spalle del suo papà andare via, lontane. Chi aveva il tempo di domandarsi perché? Allora sentite cosa feci. Trovai il suo punto debole e vi conficcai tutto il mio mostro nella sua pienezza, così che fosse fin troppo facile odiarmi. Un gioco da ragazzi, veramente ben riuscito se chiedete a lui anche oggi.
Da allora, l’ho rifatto spesso. So che molte di voi, lo hanno fatto. Proprio come me.
Uccidi prima che ti uccidano. È l’abc della sopravvivenza.
Siamo le figlie di uomini che hanno avuto in sorte di essere padri e che poi, a 70 anni, si scoprono papà. Un po’ tardi, se me lo chiedete, che a quel punto sono nonni e tu non lo vuoi nemmeno più un papà, ti basta il padre di tua figlia da gestire. Il mio papà è il mostro ed è una cosa ovvia, banale e mediocre. Il mio papà, l’ho odiato con la medesima intensità con la quale lo amavo. E più mi faceva sentire un cliché banale, l’orfanella che ricerca in ogni uomo il suo papà, più lo odiavo e più lo odiavo, più l’amavo, in un’inesauribile battaglia, senza esclusione di colpi. Escluso il mio primo amore, quello che ho metaforicamente ammazzato, ho consapevolmente scelto l’uomo sbagliato. In un perverso gioco di ruoli, cercavo sempre il maschio diverso da mio padre. Mio padre è un architetto finemente istruito, molto raffinato, un artista, perdutamente innamorato delle donne, e patologicamente bugiardo. Mi è sempre stato detto che gli somiglio tanto, nel volto, nel corpo e nei modi di fare, soprattutto nel modo di amare. Ecco perché non sono un architetto e ecco perché, i miei uomini, sono stati tutti molto distanti da me. Pragmatici, risoluti, tendenti al turpiloquio e alle dipendenze. Lontani anni luce da papillon, golfini di lana e tecnigrafi e possibilmente, con le mani brutte perché, mio papà, ha delle mani divine.
Ho frequentato meccanici, camerieri, tatuatori, pittori, chitarristi, batteristi, scultori, marinai e uomini venuti da lontanissimo, studenti pessimi, pessimi soggetti, ragazzi interrotti per citare il titolo di uno dei miei film preferiti (girls interrupted ndr). Tutti uomini destinati ad entrare nella mia vita, per darmi la dolce illusione di colmare un vuoto, tranne poi disattendere il compito e sbattermi in faccia quel buco divenuto voragine.
Altro cliché banale, vi suona familiare amiche?
Questo mi faceva sentire al sicuro, perché un uomo così diverso da mio padre, non avrebbe potuto abbandonarmi. Un uomo così, non aveva il potere di ferirmi, al contrario, mi dava il coltello dalla parte del manico. Quanto è facile sentirsi forti sulla base di strumenti che tu hai avuto la fortuna di avere e il tuo avversario, no? Sì, sono stata meschina. No, non ne avevo motivo se non punire un uomo che, quegli uomini non conoscevano nemmeno.
Un uomo mi aveva torturata e resa orfana e la testa di un uomo, io bramavo e ottenevo, ogni disperatissima volta. Ho attraversato la giungla delle relazioni sentimentali con disordine e strafottenza. Sono stata una stronzetta cinica e ho fatto il bello e il cattivo tempo in ogni relazione. Ho camminato per i sentieri dei loro cuori col passo di un gigante che non si cura particolarmente dei suoi giardini.
E ho mentito. Buon sangue, in fondo, non mente. La mela non cade lontana dall’albero, vero?
La fiera delle ovvietà, non è così, amiche? Eppure, lo abbiamo fatto tutte noi del -Club delle Piccole Fiammiferaie che il babbo preferisce andare altrove, piuttosto che stare con loro-. Vero, o, falso?
Mentire a quegli uomini, per farvi amare con ogni fibra del loro essere. Mentire a voi stesse per non riconoscere subito che è tutto sbagliato.
Mentire, perché l’importante è mantenere il controllo e non consentire mai più a nessuno di abbandonarti.
Sono stata una brava bambina per il mio mostro. L’ho seguito, l’ho viziato e l’ho fatto vincere, anche quando desideravo fermarmi. Il fatto è, amiche, che per quelle come noi, le emozioni non sono un’esperienza di positiva gioia. Siamo più brave a non scegliere. A fare quelle che seguono il fato, che anche la fortuna mi ha abbandonata. Eh, già. Che codarde! Ci riempiamo la bocca di parole come amore, vita insieme, cuore, anima e poi non abbiamo le palle di guardarci dentro. Siamo spiriti pavidi. Il mondo ci guarda e pensa:-“Guarda lì che guerriera”, perché abbiamo imparato a fare chiasso, ma la verità è che quando dobbiamo parlare, ci inabissiamo. Non è vero? Non siamo brave a spogliarci davanti al mondo. Non ci piace che ci guardino.
Quando incontri un orco (ricordate l’orco del post del 14/01 ndr?) questa sensazione cambia. Quando incontri un orco, cambi prospettiva e lo capisci. È un’esperienza ad alto tasso di stress emotivo. Un maremoto interno continuo, che non lascia spazio alla rassegnazione, mai. Un bisogno imponderabile di prendere posizione, di elevare la tua mente a uno stato di perenne consapevolezza. Inizi a sentire prepotente la necessità di investigare te stessa e lui. Di nutrire dubbi. Di convivere con i tuoi dannati demoni, di sapere che sì, lo puoi fare, puoi conviverci e forse, un giorno scagliarli via senza nemmeno sapere se valga la pena farlo che, in fondo, sei quello che sei, perché lungo tutto il tragitto, attraverso tutti quei giorni hai imparato a conoscerti e, adesso, ti andrebbe bene anche essere chi sei, in tutta la tua complessità.
Incontri un orco e scopri che è la persona più vicina a quel modello di uomo che credevi vicino al tuo papà e che hai evitato tutta la tua dannata vita. Forse, sei banale anche in questo, vero? Realizzi di non poter fare a meno di farlo entrare in te perché guardando lui, vedi te, che lui è un orco, ma è anche un angelo ed è un demone come te. Puzza di vita quanto te.
E senti una vocina lontana sussurrare:-“I am Heathcliff”.
Ti ricordi che quello è amore, il resto, semplicemente non lo è. Il resto, è altro.
E allora comprendi che è tempo di essere chi sei.
Sei pronta a scegliere, il che è già di per sé una magia. Scegli una relazione nella quale, la porta è sempre aperta e ogni giorno, in due, si sceglie di chiuderla e restare dentro.
Non puoi fare altro che farti guidare.
E sperare.
Scegliere e sperare.
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lunedì 29 gennaio 2018
martedì 16 gennaio 2018
Decalogo dell'orco. Ovvero, 10 doti che al mio orco ideale non possono mancare.
Nello scorso post, ho dichiarato di non essere una principessa. Questa, è un’affermazione talmente vera, che mia figlia Virginia, anni 5, sgrana gli occhi in una smorfia di disgusto alla vista del colore rosa o di una qualunque delle Disney Princess. Lo so, che dentro, segretamente, sogna di essere Elsa di Frozen, ma il bisogno di assomigliare a mamma, è talmente forte che rinuncia volentieri ad essere una principessa. O, come fa piacere pensare a me, magari si fida talmente tanto del mio punta di vista che, se a mamma le principesse non la entusiasmano affatto, allora chi se le fila! Oh, che poi avrà tutta la dannata adolescenza per fare il bastian contrario. Zitte va, lo so da me, ripetiamolo insieme: Virginia è un essere umano distinto da te, se vuole essere una principessa, lasciala vivere il sogno, ma scusate, che male c’è a spingerla verso un modello più come dire? Cazzuto. Presidente della Repubblica, per dirne uno. Che poi bimbe, il problema delle principesse, glissata tutta la questione vestiario, acconciature e canzoncine, è il principe. Giovane, bello, occhi color cielo, calzamaglia, forte, generoso e, ultimo ma non per importanza, anche nobile. Ma che due palle! Ma a chi lo volete dare questo debito? No, grazie. A me datemelo adulto, affascinante, occhi color carbone, forte quello sì, ma che abbia soprattutto una forte, fortissima personalità, di quelle titaniche. Uno che sappia come sopravvivermi, che non si aspetti che io gli faccia da mamma, moglie e fidanzata. Il fatto è che ci ho già provato. Non mi interessa. Generoso sì, ma non fesso. Nobile? Ma anche no, a chi lo volete dare lo stress del protocollo? No, davvero i principi teneteli voi, a me datemi un orco. Bruto, brontolo e che sia mio, tutto mio. Uno con una palude simile alla mia. Una palude a numero chiuso, per intenderci. Uno che, quando ci vedi insieme, pensi: -“Guarda lì che snob quei due! Ma che stronzi!” e più lo pensi, più noi ridiamo perché in realtà non siamo snob, siamo solo molto selettivi e, abbiamo vissuto abbastanza per essere liberi dall’obbligo sociale del volemose tutti bene.
Un orco, voglio un orco. Di principi ho fatto vere e proprie scorpacciate, li ho trovati sempre indigesti tutti intrisi del loro ridicolo narcisismo. Meglio un orco, di quelli che ti restano appiccicati per un tempo più o meno lungo quanto il per sempre. Avete presente? Di quelli che non li senti in un unico punto preciso del corpo. Si dice che quando si è innamorati, si avvertano le farfalle nello stomaco ed è vero. Chi di noi, non ha, almeno una volta, avvertito quella sensazione di vuoto allo stomaco? Con un orco, amiche mie, è ben diverso. È una sensazione impossibile da definire in un punto definito, perché è talmente travolgente, da prenderti contemporaneamente cuore, stomaco, gambe, utero, olfatto e, ahimè, testa. Allora ho pensato, okay, già questa storia delle sensazioni mi può aiutare a non sbagliare, ancora. In fondo, un principe non potrebbe mai e poi mai provocare un uragano simile perché, se il suo karma è salvare le damigelle, allora, sarà geneticamente impossibilitato a travolgerle. Ed è vero. Voglio dire, mi pare logico, ma allora, come faccio a capire qual è, l’orco giusto per me? Non basta mica che sia brontolo, o rischi di trovarti con un nano di Biancaneve tra le lenzuola. E, analogamente, non è che puoi chiedere il curriculum vitae sentimentale a tutti quelli che incontri. Magari si potesse.
-Per quale posizione ti candidi?
-Principe azzurro.
- Il conto, prego.
O scene di questo tipo:
-Leggo sul tuo curriculum che tra le esperienze passate indichi fidanzate con tendenze materne?
Smorfia di disgusto. E la telecamera mi vedrebbe scappare via senza nemmeno arrivare al dolce.
Così, mi è venuto in mente di stilare, il mio decalogo dell’orco. 10 doti che al mio orco ideale, non possono proprio mancare. In ordine decrescente, anche se, nella realtà dei fatti, 10 vale 10.
10) Deve avere gusto. Un uomo che non sa vestire, è un uomo che non ama il bello. Un uomo che non ama il bello, non ama l’arte. Un uomo che non ama l’arte, non ama la vita.
Keats diceva: “Beauty is truth, truth beauty. – That is all Ye know on earth and all Ye need to know”.
9) Deve essere onesto, anche quando rischieremo di odiarci. Lo so, starete pensando e che ci vuole? Ma la verità è che l’onestà, non è mai una dote universale, né univoca. Non siamo mai, brutalmente onesti, in egual misura, con tutti. Vorrei un uomo così sicuro del mio amore e del suo amore da dirmi :- “Michela, fermati, ci stiamo perdendo”. Sarò stata particolarmente sfortunata, ma non ne ho mai incontrato uno. Alla fine di ogni mia relazione, sono, sempre, cascati tutti dal Pero. Ma sono, sempre, state enormi balle le loro. Io, non esplodo mai all’improvviso, sono logorroica a livelli patologici, se sento che mi stai perdendo, non esiste possibilità alcuna che non te l’abbia detto in, almeno, cento modi diversi.
8) Deve amare musica buona e, per buona, intendo quella che ascolto io e deve amarla dal vivo. Insomma, ho sposato un uomo che ascoltava Massimo Ranieri e acquistava su iTunes la compilation di Sanremo. Sapete ormai tutti come è finita. Voglio dire, gli voglio un gran bene, è il migliore papà del mondo, ma di musica non capiva un cazzo. Per fortuna, oggi, anche sua figlia si occupa della sua educazione musicale. Non è colpa sua. Sono cresciuta con il poster di Kurt Cobain sul letto. Avrei dovuto saperlo. Siamo ciò che amiamo. Stessa storia per il cinema.
Caro orco, se non ti piace Almodóvar, se non piangi almeno un pochino quando Penélope Cruz canta Volver; se Pulp Fiction non è un film con i controcazzi, non disturbarti a conoscermi.
7) Deve amare la lettura, forse, più della musica e, deve amare, sentire me parlare della letteratura come il Papa parla del Signore, la stessa foga, la medesima devozione. Deve voler trascorrere un’intera notte con me, mentre, tra un amplesso e un altro, gli leggo le poesie di Sylvia Plath e sì, è morta suicida e no, non è deprimente. ( E, Marina, per fortuna non sei uomo, o avremmo avuto un problema, Houston ndr)
6) Deve ridere come un cretino alle mie battute, ai mille link deficienti che mi invia la mia Giulia che io posso decidere o meno, di inoltrargli. E, deve commentarli. È un dovere dal quale non può esimersi.
5) Deve amare il cibo etnico, ma concordare che il cinese è sempre il migliore, che il giappo fa solo più fighi. Mi deve far assaggiare il vietnamita che non ho mai provato, ma alla fine deve convenire con me: il cinese è sempre il cinese.
4) Deve condividere, supportare e placare le mie turbe alimentari dai cibi alcalini passando per l’idiosincrasia verso McDonald e deve comprendere la mia ipocondria.
3) Deve stupirmi. Ogni, singolo, giorno. Mi deve tenere sulla corda. Deve sfidarmi senza temere di perdere. Deve lasciarmi essere chi sono, con tutto il mio enorme bagaglio di conoscenza senza farmi sentire in obbligo di fingere di non sapere qualcosa, per non ferire il suo ego. Deve volermi vedere risplendere nel mezzo della mia conoscenza. Deve volermi nella sua squadra, sempre perché a volte impari e, a volte, insegni e il bello è tutto lì.
2) Deve avere il sorriso più genuino, aperto e naturale del mondo perché, lo vorrò vedere ogni dannato giorno, anche mentre staremo litigando e gli dirò - ma che ridi a fare? In realtà, sarò felice di vederlo ridere. Il suo sorriso, dovrà essere la mia ancora, il punto fermo a cui far ritorno. No, anzi, dovrà essere ciò che non vorrà mai farmi andare.
1) Deve essere un cazzo di uomo di cultura con un cervello strepitoso, che ti faccia venir voglia di strapparti le mutande ogni qual volta, apra bocca.
Lo so, un orco così esiste solo nella versione BBC Wales di Sherlock Holmes perché, amico orco, se non possiedi il vocabolario, l’intelligenza e il carisma di Benedict Cumberbatch, è davvero difficile che io mi innamori di te, ma la buona notizia, è che il mio è un progetto a lungo termine. Non ho più voglia di bruciare, per questo, ti voglio regalare quello che non ho mai dato nessun principe passato da queste parti.
Nelle favole, ci hanno abituate che alle principesse prendono il cuore. La loro forza, la loro purezza, di norma, risiede lì, nel cuore, la casa del vero amore. Fortuna, che abbiamo appurato che io non sono una principessa, anche perché il mio cuore, è parecchio mal messo. Io ti voglio regalare il fulcro di me, il mio cervello, la cosa più cara che ho. In ogni sua sinapsi. Voglio prenderlo e metterlo nelle tue mani, non perché io creda che tu debba proteggerlo, a quello ci penso benissimo da me, ma perché voglio goderne con te. Voglio prendere il mio cervello, unirlo al tuo. Fonderli in un’unica mente e ridisegnare infiniti mondi, con te.
Voglio che tu beva da me, che mi usi come tua sorgente di curiosità.
Voglio darti la verità, sempre. Perché la verità ci rende liberi e io, voglio essere libera insieme a te. Voglio regalarti il lusso di sopravvalutarci, senza mai doverti ricredere.
Voglio essere il tempio della tua forza al quale far ritorno, ogni sera per meditare.
Voglio essere la risposta ai tuoi perché.
Voglio, infinitamente voglio, essere l’ultima che bacerai.
Quella alla quale offrirai per sempre da bere.
Un orco, voglio un orco. Di principi ho fatto vere e proprie scorpacciate, li ho trovati sempre indigesti tutti intrisi del loro ridicolo narcisismo. Meglio un orco, di quelli che ti restano appiccicati per un tempo più o meno lungo quanto il per sempre. Avete presente? Di quelli che non li senti in un unico punto preciso del corpo. Si dice che quando si è innamorati, si avvertano le farfalle nello stomaco ed è vero. Chi di noi, non ha, almeno una volta, avvertito quella sensazione di vuoto allo stomaco? Con un orco, amiche mie, è ben diverso. È una sensazione impossibile da definire in un punto definito, perché è talmente travolgente, da prenderti contemporaneamente cuore, stomaco, gambe, utero, olfatto e, ahimè, testa. Allora ho pensato, okay, già questa storia delle sensazioni mi può aiutare a non sbagliare, ancora. In fondo, un principe non potrebbe mai e poi mai provocare un uragano simile perché, se il suo karma è salvare le damigelle, allora, sarà geneticamente impossibilitato a travolgerle. Ed è vero. Voglio dire, mi pare logico, ma allora, come faccio a capire qual è, l’orco giusto per me? Non basta mica che sia brontolo, o rischi di trovarti con un nano di Biancaneve tra le lenzuola. E, analogamente, non è che puoi chiedere il curriculum vitae sentimentale a tutti quelli che incontri. Magari si potesse.
-Per quale posizione ti candidi?
-Principe azzurro.
- Il conto, prego.
O scene di questo tipo:
-Leggo sul tuo curriculum che tra le esperienze passate indichi fidanzate con tendenze materne?
Smorfia di disgusto. E la telecamera mi vedrebbe scappare via senza nemmeno arrivare al dolce.
Così, mi è venuto in mente di stilare, il mio decalogo dell’orco. 10 doti che al mio orco ideale, non possono proprio mancare. In ordine decrescente, anche se, nella realtà dei fatti, 10 vale 10.
10) Deve avere gusto. Un uomo che non sa vestire, è un uomo che non ama il bello. Un uomo che non ama il bello, non ama l’arte. Un uomo che non ama l’arte, non ama la vita.
Keats diceva: “Beauty is truth, truth beauty. – That is all Ye know on earth and all Ye need to know”.
9) Deve essere onesto, anche quando rischieremo di odiarci. Lo so, starete pensando e che ci vuole? Ma la verità è che l’onestà, non è mai una dote universale, né univoca. Non siamo mai, brutalmente onesti, in egual misura, con tutti. Vorrei un uomo così sicuro del mio amore e del suo amore da dirmi :- “Michela, fermati, ci stiamo perdendo”. Sarò stata particolarmente sfortunata, ma non ne ho mai incontrato uno. Alla fine di ogni mia relazione, sono, sempre, cascati tutti dal Pero. Ma sono, sempre, state enormi balle le loro. Io, non esplodo mai all’improvviso, sono logorroica a livelli patologici, se sento che mi stai perdendo, non esiste possibilità alcuna che non te l’abbia detto in, almeno, cento modi diversi.
8) Deve amare musica buona e, per buona, intendo quella che ascolto io e deve amarla dal vivo. Insomma, ho sposato un uomo che ascoltava Massimo Ranieri e acquistava su iTunes la compilation di Sanremo. Sapete ormai tutti come è finita. Voglio dire, gli voglio un gran bene, è il migliore papà del mondo, ma di musica non capiva un cazzo. Per fortuna, oggi, anche sua figlia si occupa della sua educazione musicale. Non è colpa sua. Sono cresciuta con il poster di Kurt Cobain sul letto. Avrei dovuto saperlo. Siamo ciò che amiamo. Stessa storia per il cinema.
Caro orco, se non ti piace Almodóvar, se non piangi almeno un pochino quando Penélope Cruz canta Volver; se Pulp Fiction non è un film con i controcazzi, non disturbarti a conoscermi.
7) Deve amare la lettura, forse, più della musica e, deve amare, sentire me parlare della letteratura come il Papa parla del Signore, la stessa foga, la medesima devozione. Deve voler trascorrere un’intera notte con me, mentre, tra un amplesso e un altro, gli leggo le poesie di Sylvia Plath e sì, è morta suicida e no, non è deprimente. ( E, Marina, per fortuna non sei uomo, o avremmo avuto un problema, Houston ndr)
6) Deve ridere come un cretino alle mie battute, ai mille link deficienti che mi invia la mia Giulia che io posso decidere o meno, di inoltrargli. E, deve commentarli. È un dovere dal quale non può esimersi.
5) Deve amare il cibo etnico, ma concordare che il cinese è sempre il migliore, che il giappo fa solo più fighi. Mi deve far assaggiare il vietnamita che non ho mai provato, ma alla fine deve convenire con me: il cinese è sempre il cinese.
4) Deve condividere, supportare e placare le mie turbe alimentari dai cibi alcalini passando per l’idiosincrasia verso McDonald e deve comprendere la mia ipocondria.
3) Deve stupirmi. Ogni, singolo, giorno. Mi deve tenere sulla corda. Deve sfidarmi senza temere di perdere. Deve lasciarmi essere chi sono, con tutto il mio enorme bagaglio di conoscenza senza farmi sentire in obbligo di fingere di non sapere qualcosa, per non ferire il suo ego. Deve volermi vedere risplendere nel mezzo della mia conoscenza. Deve volermi nella sua squadra, sempre perché a volte impari e, a volte, insegni e il bello è tutto lì.
2) Deve avere il sorriso più genuino, aperto e naturale del mondo perché, lo vorrò vedere ogni dannato giorno, anche mentre staremo litigando e gli dirò - ma che ridi a fare? In realtà, sarò felice di vederlo ridere. Il suo sorriso, dovrà essere la mia ancora, il punto fermo a cui far ritorno. No, anzi, dovrà essere ciò che non vorrà mai farmi andare.
1) Deve essere un cazzo di uomo di cultura con un cervello strepitoso, che ti faccia venir voglia di strapparti le mutande ogni qual volta, apra bocca.
Lo so, un orco così esiste solo nella versione BBC Wales di Sherlock Holmes perché, amico orco, se non possiedi il vocabolario, l’intelligenza e il carisma di Benedict Cumberbatch, è davvero difficile che io mi innamori di te, ma la buona notizia, è che il mio è un progetto a lungo termine. Non ho più voglia di bruciare, per questo, ti voglio regalare quello che non ho mai dato nessun principe passato da queste parti.
Nelle favole, ci hanno abituate che alle principesse prendono il cuore. La loro forza, la loro purezza, di norma, risiede lì, nel cuore, la casa del vero amore. Fortuna, che abbiamo appurato che io non sono una principessa, anche perché il mio cuore, è parecchio mal messo. Io ti voglio regalare il fulcro di me, il mio cervello, la cosa più cara che ho. In ogni sua sinapsi. Voglio prenderlo e metterlo nelle tue mani, non perché io creda che tu debba proteggerlo, a quello ci penso benissimo da me, ma perché voglio goderne con te. Voglio prendere il mio cervello, unirlo al tuo. Fonderli in un’unica mente e ridisegnare infiniti mondi, con te.
Voglio che tu beva da me, che mi usi come tua sorgente di curiosità.
Voglio darti la verità, sempre. Perché la verità ci rende liberi e io, voglio essere libera insieme a te. Voglio regalarti il lusso di sopravvalutarci, senza mai doverti ricredere.
Voglio essere il tempio della tua forza al quale far ritorno, ogni sera per meditare.
Voglio essere la risposta ai tuoi perché.
Voglio, infinitamente voglio, essere l’ultima che bacerai.
Quella alla quale offrirai per sempre da bere.
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domenica 14 gennaio 2018
Dalla mia palude, alla tua. 7 momenti in cui credevo di aver bisogno di un uomo e poi ho scoperto, ma anche no!
“Quando hai bisogno di un uomo, non c’è mai”. Se sei donna e vivi da sola, sai di cosa parlo.
La prima volta che in casa scatterà il salvavita, penserai che questa cosa dell’indipendenza, non fa per te. Penserai, papà dove sei? Oppure, fidanzato, o ancora, ex marito o, forse, convivente dove sei? Chiamerai un qualsiasi uomo di tua conoscenza e lui, ti dirà che è scattato il salvavita; allora, tu penserai nell’ordine: cosa è un salvavita? E, soprattutto, dove cazzo è il salvavita? A quel punto, scoprirai di avere un quadro elettrico in casa, bypassalo pure perché lì non succede mai nulla di utile, poi mi dirai se ti capiterà almeno una volta, quando il phon fa staccare il contatore e sei in asciugamano in bagno, con una temperatura ambientale percepita di 30 gradi, di riuscire a risolvere la questione con il quadro domestico o, piuttosto, non dovrai scendere mezze ignuda tra la scale, dove la temperatura percepita sarà, invece, -4. Ogni, singola, volta. Ecco, una volta al quadro generale dei contatori, scoprirai che ce ne sono due; uno più grande e uno più piccolo. Entrambi ti appartengono, vedi? C’è il tuo nome. Entrambi, hanno a che fare con l’elettricità, sembra. Respira, non è un caso da filo rosso o filo giallo con relativa esplosione. Perfino Macgyver, non potrebbe fare nulla di più, di ciò che stai per fare tu. Non perdere tempo a chiederti cosa serva a cosa, dove trovi la levetta abbassata, alzala e corri, prima che Freddie Kruger esca dal sottoscala. Sì, perché, ovviamente, i contatori non sono mai in bella mostra. Che ne so io, in una bacheca con una mega insegna CONTATORI! No, devi sempre scendere alle catacombe del tuo palazzo, dove, già ti immagini viva una colonia di ratti transgenici democraticamente organizzati in una monarchica Repubblica con Donald Trump come Presidente. In ShitHole We Trust.
Insomma, bimba, prima regola per vivere da sola: TUTTI GLI ELETTRODOMESTICI CHE GENERANO CALORE, non possono essere accesi in contemporanea. O ti asciughi i capelli, o avvii la lavatrice. Il Medioevo proprio, lo so.
È vero, non c’è un uomo nel raggio di un chilometro, ma la buona notizia è che non ne hai bisogno. Io sono andata a vivere da sola con una bambina di 5 anni e un cane petomane, lo scorso maggio. All’inizio, molte erano le cose che mi spaventano. Eppure, man mano che i giorni passavano, gli scatoloni del trasloco si svuotavano, gli spazi mi diventano familiari e le luci diventano quelle giuste. Non è stato semplice. Sono stata per 28 lunghi anni la figlia di, per poi diventare subito la moglie di e la madre di. Non ho mai avuto la possibilità di essere consapevole di me stessa, dei miei pregi, pochi e dei miei limiti, infiniti. Questa casa è stato un dono.La mia palude, solo mia. In questa casa è iniziato il mio viaggio e lungo il mio tragitto, ho stilato una lista semiseria, di tutti quei momenti nei quali avrei, d’istinto, voluto un uomo accanto, ma a ben pensare, anche no. Alcune di voi, probabilmente, avranno avuto le stesse epifanie.
• Quando compri l’acqua e ti tocca portarla su. Tranne poi, che un uomo, 80 volte su 100, te la lascia all’ingresso e, alla fine, ti incazzi peggio, perché pensi, cosa diamine ti costava mezzo metro in più? A quel punto, ti compri l’armonizzatore T-sonik, come ho fatto io e l’acqua, non la compri proprio più.
• Portare la spesa in casa. Duecento buste, che segano le dita della mano e bloccano la circolazione. È un punto dolente, lo riconosco. Pensa positivo. Questa, è l’occasione in cui puoi imparare a fare la spesa. La regola principe è super semplice: se pesa, non lo vuoi.
• Riporre le decorazioni natalizie sopra l’armadio. Certo, è altamente probabile, che un uomo trascorrerebbe i tre minuti netti dedicati alla suddetta operazione, lamentandosi perché hai osato smuoverlo dal divano quando tu, nel frattempo, hai smontato l’albero, riposto le palle del Natale, ogni anno più grandi, delicate e, inesorabilmente, rotte e messo via le lucine. A quel punto, bimba, fatti un piacere. Chiama un’amica e fatti dare una mano. Stai pure certa, che lei lo farà volentieri senza emettere sbuffi e, dopo, avrai compagnia per un aperitivo.
• Piegare le lenzuola. Ok, questa all’inizio la risolvi appallottolando, poi, come per il resto delle cose della vita, impari che tutto, anche piegare le lenzuola, lo puoi fare da sola, basta sapere come. O così, o vai su youtube, che un video tutorial lo trovi. Sicuro.
• Cambiare il copripiumino di Ikea al tuo letto. Come sopra, ma molto, molto peggio. Amica, su questo punto, fai pace col fatto che lo metterai una merda e dovranno passare almeno due notti, perché il piumino si distenda per benino. Accendi i termosifoni e non ci pensare. O, ancora, metti un pigiama più pesante. Vedi? Hai infinite, altre, possibilità. Ancora, non ti serve, per forza, un uomo. PS i disegnatori di Ikea sono delle vere merde.E sono tutti uomini. Per forza. Il Nord Europa paritario, vive senza ombra di dubbio, fuori dalle camere da letto.
• Riscaldarti i piedi appena entrata nel letto. Riconosco che su questo ci sto lavorando. Avevo pensato di comprare lo scalda-sonno, ma mi piace entrare nel letto freddo e poi riscaldarmi pian, piano. Per ora uso la tecnica Dog-Heater. Prendo il mio cane e lo metto ai miei piedi. Non è lo stesso. È vero, riscaldo un po’ i piedi, ma non saprei spiegare perché, si ghiaccia un poco il cuore. Ma sono ancora in via sperimentale.
• Quando devi portare il cane a fare pipì alle 7 di mattina e non vuoi lasciare tua figlia di 5 anni da sola in casa. Ecco, in quel caso farebbe comodo un uomo in casa. Lui potrebbe portare giù il cane e tu, per gentilezza, preparargli il caffè. Ma nella realtà dei fatti, è altamente probabile, che l’uomo starebbe nel letto a dormire, mentre, tu porteresti il cane giù, quindi, fai come ho fatto io, educa il tuo cane a pisciare dopo le 9 del mattino.
Vedi amica, dal punto di vista pratico, ti puoi bastare. Anzi, dal punto di vista pratico, è senz’altro così. Non è questione ipotetica questa. Certo, è più difficile, ma non è impossibile. La storia per la quale devi essere suffisso di qualcuno, è una bugia che ti hanno raccontato fin da piccola, per vederti camminare dritto senza troppi scossoni. Probabilmente, avessero capito fin da quando eri piccina, il turbamento inenarrabile che sei, ti avrebbero evitato tanti errori. Il casino vero è quando, capito chi sei, individuato dove vuoi andare, annusato il profumo che ti richiamerà sempre, incrociato lo sguardo giusto e ascoltato quella voce che non potrai più dimenticare, dovrai trovare il coraggio di rimanere fedele alla donna che sei diventata a casa tua, nella tua palude. Dovrai trovare la forza di non perderti, di non snaturarti mai più. Di non mortificare te al prolungamento di un altro essere umano, ma soprattutto, dovrai essere così coraggiosa da aprire la porta della tua palude all’orco giusto, quello che sovvertirà ogni singolo punto della lista semiseria e ti farà rivalutare l’intera categoria uomini. Allora, amica, rischierai il paradiso in terra. Ma fino a quel giorno, continua a cercare, non ti fermare a guardare il primo principe, ne hai avuti a sufficienza e, alla fine, sono tutti rospi! Cerca l’orco, cambia gioco. Non sei una principessa, non hai bisogno di un principe, tu!
Arriverà, quel momento arriverà, ora però, chiudi la porta di casa e goditi il silenzio della tua palude.
Te lo sei guadagnato.
La prima volta che in casa scatterà il salvavita, penserai che questa cosa dell’indipendenza, non fa per te. Penserai, papà dove sei? Oppure, fidanzato, o ancora, ex marito o, forse, convivente dove sei? Chiamerai un qualsiasi uomo di tua conoscenza e lui, ti dirà che è scattato il salvavita; allora, tu penserai nell’ordine: cosa è un salvavita? E, soprattutto, dove cazzo è il salvavita? A quel punto, scoprirai di avere un quadro elettrico in casa, bypassalo pure perché lì non succede mai nulla di utile, poi mi dirai se ti capiterà almeno una volta, quando il phon fa staccare il contatore e sei in asciugamano in bagno, con una temperatura ambientale percepita di 30 gradi, di riuscire a risolvere la questione con il quadro domestico o, piuttosto, non dovrai scendere mezze ignuda tra la scale, dove la temperatura percepita sarà, invece, -4. Ogni, singola, volta. Ecco, una volta al quadro generale dei contatori, scoprirai che ce ne sono due; uno più grande e uno più piccolo. Entrambi ti appartengono, vedi? C’è il tuo nome. Entrambi, hanno a che fare con l’elettricità, sembra. Respira, non è un caso da filo rosso o filo giallo con relativa esplosione. Perfino Macgyver, non potrebbe fare nulla di più, di ciò che stai per fare tu. Non perdere tempo a chiederti cosa serva a cosa, dove trovi la levetta abbassata, alzala e corri, prima che Freddie Kruger esca dal sottoscala. Sì, perché, ovviamente, i contatori non sono mai in bella mostra. Che ne so io, in una bacheca con una mega insegna CONTATORI! No, devi sempre scendere alle catacombe del tuo palazzo, dove, già ti immagini viva una colonia di ratti transgenici democraticamente organizzati in una monarchica Repubblica con Donald Trump come Presidente. In ShitHole We Trust.
Insomma, bimba, prima regola per vivere da sola: TUTTI GLI ELETTRODOMESTICI CHE GENERANO CALORE, non possono essere accesi in contemporanea. O ti asciughi i capelli, o avvii la lavatrice. Il Medioevo proprio, lo so.
È vero, non c’è un uomo nel raggio di un chilometro, ma la buona notizia è che non ne hai bisogno. Io sono andata a vivere da sola con una bambina di 5 anni e un cane petomane, lo scorso maggio. All’inizio, molte erano le cose che mi spaventano. Eppure, man mano che i giorni passavano, gli scatoloni del trasloco si svuotavano, gli spazi mi diventano familiari e le luci diventano quelle giuste. Non è stato semplice. Sono stata per 28 lunghi anni la figlia di, per poi diventare subito la moglie di e la madre di. Non ho mai avuto la possibilità di essere consapevole di me stessa, dei miei pregi, pochi e dei miei limiti, infiniti. Questa casa è stato un dono.La mia palude, solo mia. In questa casa è iniziato il mio viaggio e lungo il mio tragitto, ho stilato una lista semiseria, di tutti quei momenti nei quali avrei, d’istinto, voluto un uomo accanto, ma a ben pensare, anche no. Alcune di voi, probabilmente, avranno avuto le stesse epifanie.
• Quando compri l’acqua e ti tocca portarla su. Tranne poi, che un uomo, 80 volte su 100, te la lascia all’ingresso e, alla fine, ti incazzi peggio, perché pensi, cosa diamine ti costava mezzo metro in più? A quel punto, ti compri l’armonizzatore T-sonik, come ho fatto io e l’acqua, non la compri proprio più.
• Portare la spesa in casa. Duecento buste, che segano le dita della mano e bloccano la circolazione. È un punto dolente, lo riconosco. Pensa positivo. Questa, è l’occasione in cui puoi imparare a fare la spesa. La regola principe è super semplice: se pesa, non lo vuoi.
• Riporre le decorazioni natalizie sopra l’armadio. Certo, è altamente probabile, che un uomo trascorrerebbe i tre minuti netti dedicati alla suddetta operazione, lamentandosi perché hai osato smuoverlo dal divano quando tu, nel frattempo, hai smontato l’albero, riposto le palle del Natale, ogni anno più grandi, delicate e, inesorabilmente, rotte e messo via le lucine. A quel punto, bimba, fatti un piacere. Chiama un’amica e fatti dare una mano. Stai pure certa, che lei lo farà volentieri senza emettere sbuffi e, dopo, avrai compagnia per un aperitivo.
• Piegare le lenzuola. Ok, questa all’inizio la risolvi appallottolando, poi, come per il resto delle cose della vita, impari che tutto, anche piegare le lenzuola, lo puoi fare da sola, basta sapere come. O così, o vai su youtube, che un video tutorial lo trovi. Sicuro.
• Cambiare il copripiumino di Ikea al tuo letto. Come sopra, ma molto, molto peggio. Amica, su questo punto, fai pace col fatto che lo metterai una merda e dovranno passare almeno due notti, perché il piumino si distenda per benino. Accendi i termosifoni e non ci pensare. O, ancora, metti un pigiama più pesante. Vedi? Hai infinite, altre, possibilità. Ancora, non ti serve, per forza, un uomo. PS i disegnatori di Ikea sono delle vere merde.E sono tutti uomini. Per forza. Il Nord Europa paritario, vive senza ombra di dubbio, fuori dalle camere da letto.
• Riscaldarti i piedi appena entrata nel letto. Riconosco che su questo ci sto lavorando. Avevo pensato di comprare lo scalda-sonno, ma mi piace entrare nel letto freddo e poi riscaldarmi pian, piano. Per ora uso la tecnica Dog-Heater. Prendo il mio cane e lo metto ai miei piedi. Non è lo stesso. È vero, riscaldo un po’ i piedi, ma non saprei spiegare perché, si ghiaccia un poco il cuore. Ma sono ancora in via sperimentale.
• Quando devi portare il cane a fare pipì alle 7 di mattina e non vuoi lasciare tua figlia di 5 anni da sola in casa. Ecco, in quel caso farebbe comodo un uomo in casa. Lui potrebbe portare giù il cane e tu, per gentilezza, preparargli il caffè. Ma nella realtà dei fatti, è altamente probabile, che l’uomo starebbe nel letto a dormire, mentre, tu porteresti il cane giù, quindi, fai come ho fatto io, educa il tuo cane a pisciare dopo le 9 del mattino.
Vedi amica, dal punto di vista pratico, ti puoi bastare. Anzi, dal punto di vista pratico, è senz’altro così. Non è questione ipotetica questa. Certo, è più difficile, ma non è impossibile. La storia per la quale devi essere suffisso di qualcuno, è una bugia che ti hanno raccontato fin da piccola, per vederti camminare dritto senza troppi scossoni. Probabilmente, avessero capito fin da quando eri piccina, il turbamento inenarrabile che sei, ti avrebbero evitato tanti errori. Il casino vero è quando, capito chi sei, individuato dove vuoi andare, annusato il profumo che ti richiamerà sempre, incrociato lo sguardo giusto e ascoltato quella voce che non potrai più dimenticare, dovrai trovare il coraggio di rimanere fedele alla donna che sei diventata a casa tua, nella tua palude. Dovrai trovare la forza di non perderti, di non snaturarti mai più. Di non mortificare te al prolungamento di un altro essere umano, ma soprattutto, dovrai essere così coraggiosa da aprire la porta della tua palude all’orco giusto, quello che sovvertirà ogni singolo punto della lista semiseria e ti farà rivalutare l’intera categoria uomini. Allora, amica, rischierai il paradiso in terra. Ma fino a quel giorno, continua a cercare, non ti fermare a guardare il primo principe, ne hai avuti a sufficienza e, alla fine, sono tutti rospi! Cerca l’orco, cambia gioco. Non sei una principessa, non hai bisogno di un principe, tu!
Arriverà, quel momento arriverà, ora però, chiudi la porta di casa e goditi il silenzio della tua palude.
Te lo sei guadagnato.
giovedì 21 dicembre 2017
Che poi, era peggio se nascevo Cane.
Del Natale odio ogni singola cosa, ma più di tutto, mi fa incazzare sapere che nemmeno questo, è l’anno dei Gemelli. Non ho capito cosa aspettino ad ammetterlo. L’anno dei Gemelli non esiste, vi prendiamo per il culo da 2000 anni. Che almeno uno si mette l’animo in pace e non corre ogni primo gennaio a cercare il tema natale, l’ascendente, le stelle, gli astri nascenti e i pianeti in collisione per scoprire che, anche questo cazzo di anno, è dello Scorpione! E quando non è Scorpione, è Pesci, Bilancia, TUTTI, ma non il Gemelli. Il Gemelli, invece, ha sempre qualche pianeta del cazzo in traiettoria che distrugge ogni possibilità di ciorta. Ci chiamano #gemellimaiunagioia, ma noi non lo capiamo. Sì, perché noi dei Gemelli, siamo come i calabroni della storia di Einstein, che poi, magari l’ha detto sua moglie e ci raccontano che l’ha detto Einstein, perché che ve lo dico a fare?! Ma se avete visto il film della sua vita, saprete che la moglie era un pezzo avanti, giusto per informazione. Comunque, il calabrone è quell’insetto la cui apertura alare non è giusta per volare, ma lui non lo sa e vola lo stesso. Ecco, noi dei Gemelli siamo così, non siamo fatti per la felicità, ma la tristezza ci rimbalza e siamo felici lo stesso. Siamo inconsapevolmente felici. Questa inconsapevolezza ci accompagna sempre. Inciampiamo nelle casualità della vita, seguiamo il sesto senso, ci illudiamo di stare in equilibrio e cadiamo, ma ci rialziamo, ogni volta, al tappeto non sappiamo stare.
Siamo come le foglie di Malika Ayane, tremiamo e moriamo un po’ per il nostro stesso cuore, ché lui arriva sempre prima della testa. Lo sappiamo, ma siamo terribilmente testardi, cerchiamo di smentire ogni dannata volta quello che il cuore ci sussurra. Vorremmo, terribilmente vorremmo, essere razionali e, a modo nostro, lo siamo, perché siamo cerebrali. Noi l’amore lo facciamo con la testa, il corpo è solo un mezzo.Per questo tradiamo peggio di altri. Il piacere in un Gemelli nasce in un punto preciso del cervello, nella sfera del linguaggio e della comunicazione. Siamo di quelli che per un congiuntivo sbagliato chiedono il divorzio, per dire. Di quelli che per un complimento ben pensato, uno di quelli che, quando li senti, bruci in un secondo, uno tipo: sei bella e ingiusta, non dormono per un mese, per dire. Perché in quell’incantevole ossimoro, c’è tutto del Gemelli, il sacro e il profano, il bello e il brutto, la vanità e l’interiorità, l’egoismo e l’empatia. Vorremmo essere titanici, ben saldi sui nostri piedi e, invece, siamo condannati alla tempesta. Per questo la gente ci sta intorno, vogliono salire tutti sulla nostra giostra emotiva, provare l’ebbrezza delle nostre montagne russe; finita la corsa tutti via. C’è forse da biasimarli? È complesso da queste parti. Vogliamo l’amore, ma vogliamo essere liberi. Vogliamo la libertà, ma ci sentiamo deprezzati e sviliti, se non siete gelosi fino al midollo di noi, del nostro corpo, del nostro odore, delle nostre parole, del nostro passato e più di ogni altra cosa, del nostro cervello. Se sei così coraggioso, da volere un Gemelli, devi prenderti il suo cervello, il cuore seguirà. Vogliamo la gelosia, non il possesso, perché, se davvero vuoi un Gemelli, lo devi adorare quando è libero, o lo perderai. Non te ne accorgerai. Sarai convinto che sia tutto nella norma, ma nel frattempo quel Gemelli starà distruggendo la tua immagine ai suoi stessi occhi. Brandello dopo brandello, non resterà granché della divinità che ti aveva fatto diventare. Un giorno lo guarderai e capirai che lui è già altrove. Altrove è la nostra dimensione. Qualcuno, mi ha chiesto, ma poi, altrove dov’è? Ci sei stata? È bello lì? È stata la risposta più difficile, alla domanda più complessa, che mi sia stata mai posta, ma alla fine, ho risposto. Credo. Spero. Io vivo in due mondi. Quello in cui sono e quello in cui vivo. E non posso vivere dove sono, perché è un cazzo di casino. L’età adulta sta nel bilanciare i due mondi. A 30 credevo di aver trovato il giusto ago della mia bilancia, mi sbagliavo. A 35 con una nuova vita tra le mani, credevo di aver capito, almeno, io chi fossi e che potevo camminare saltando di palo in frasca tra l’altrove e il qui. Un computer su cui scrivere di altrove, un lavoro nel qui e nell’ora. E, indovinate? Anche quando sono qui, penso ad altrove. Se avete un Gemelli nella vostra vita, provate a fargli la stessa domanda. Sono sicura che questo post, che ai vostri occhi apparirà come sconclusionato e a tratti esagerato, a loro sembrerà ordinaria amministrazione. Siamo fatti così, una valanga di emozioni difficili da gestire, per usare un eufemismo. No, non siamo per tutti, è vero. Non siamo di quelli che si comprano con poco. Siamo bravi a farvi credere di essere della scuola unicorni e arcobaleni, quando la verità è: siamo perversi nella magistrale capacità di prendere, sempre, la scelta più sbagliata possibile. Non è che non la vediamo quella giusta, è proprio che non ci interessa. Sistematicamente noi dobbiamo complicare il pane. Ancora vi chiedo, c’è da biasimarvi quando scappate?
Insomma, io i pianeti in collisione con il mio oroscopo, li capisco. Ci sono giorni in cui mi sveglio come Cenerentola, canticchiando con gli uccelli e usando gentilezza verso ogni essere vivente, poi un coglione mi taglia la strada, mentre sono in ritardo per portare mia figlia a scuola ed è come, se un asteroide dallo spazio, si mettesse nella traiettoria esatta del mio giramento di palle. Ora se calcolate che un anno è fatto da 365 giorni e che ogni giorno un coglione almeno lo dovrete incontrare, vi toccherà iniziare almeno un giorno senza caffè perché avrete dimenticato di comprarlo (questo poi, dove siete causa del vostro male, vale come doppio giorno di merda), sarete fagocitate da un gruppo whatsapp dal quale vorrete disperatamente uscire (questo vale tre giorni di merda), vi innamorerete quando pregavate che non vi accadesse mai più, sarete al settimo cielo per suddetto amore, poi l’amore finirà perché ci sarà qualche congiuntivo sbagliato di troppo, o l’amore non finirà, ma si complicherà e vi asfissierà e vorrete la fuga, e poi la fuga non era quello che volevate e poi altrove, altrove, altrove capirete perché, nemmeno il 2018 sarà l’anno dei Gemelli, amiche. Facciamo pace col fatto che, siamo destinate ad arrancare nella nostra inquietudine e vedrete che questo, non sarà il nostro anno in termine di oroscopo, ma sarà senz’altro l’anno della nostra consapevolezza. O questo, o trasferiamoci tutte in Cina e perculiamo l’oroscopo occidentale. Che poi, non so voi, io sono Cane e tutto quello che so di questo segno, è che il 2017 non era un buon anno e per il 2018, ho già controllato il tasso di cambio Gemelli/Cane e le previsioni sono funeste, con una stellina solitaria in ogni dove: amore, lavoro, fortuna e, anche, salute.
Le ovvietà, anche in Cina.
Che poi una dice, accontentati dell'enneagramma dei caratteri della Gestalt.
Altra, breve, storia triste.
Sono un due.
Fine.
Ciao.
Siamo come le foglie di Malika Ayane, tremiamo e moriamo un po’ per il nostro stesso cuore, ché lui arriva sempre prima della testa. Lo sappiamo, ma siamo terribilmente testardi, cerchiamo di smentire ogni dannata volta quello che il cuore ci sussurra. Vorremmo, terribilmente vorremmo, essere razionali e, a modo nostro, lo siamo, perché siamo cerebrali. Noi l’amore lo facciamo con la testa, il corpo è solo un mezzo.Per questo tradiamo peggio di altri. Il piacere in un Gemelli nasce in un punto preciso del cervello, nella sfera del linguaggio e della comunicazione. Siamo di quelli che per un congiuntivo sbagliato chiedono il divorzio, per dire. Di quelli che per un complimento ben pensato, uno di quelli che, quando li senti, bruci in un secondo, uno tipo: sei bella e ingiusta, non dormono per un mese, per dire. Perché in quell’incantevole ossimoro, c’è tutto del Gemelli, il sacro e il profano, il bello e il brutto, la vanità e l’interiorità, l’egoismo e l’empatia. Vorremmo essere titanici, ben saldi sui nostri piedi e, invece, siamo condannati alla tempesta. Per questo la gente ci sta intorno, vogliono salire tutti sulla nostra giostra emotiva, provare l’ebbrezza delle nostre montagne russe; finita la corsa tutti via. C’è forse da biasimarli? È complesso da queste parti. Vogliamo l’amore, ma vogliamo essere liberi. Vogliamo la libertà, ma ci sentiamo deprezzati e sviliti, se non siete gelosi fino al midollo di noi, del nostro corpo, del nostro odore, delle nostre parole, del nostro passato e più di ogni altra cosa, del nostro cervello. Se sei così coraggioso, da volere un Gemelli, devi prenderti il suo cervello, il cuore seguirà. Vogliamo la gelosia, non il possesso, perché, se davvero vuoi un Gemelli, lo devi adorare quando è libero, o lo perderai. Non te ne accorgerai. Sarai convinto che sia tutto nella norma, ma nel frattempo quel Gemelli starà distruggendo la tua immagine ai suoi stessi occhi. Brandello dopo brandello, non resterà granché della divinità che ti aveva fatto diventare. Un giorno lo guarderai e capirai che lui è già altrove. Altrove è la nostra dimensione. Qualcuno, mi ha chiesto, ma poi, altrove dov’è? Ci sei stata? È bello lì? È stata la risposta più difficile, alla domanda più complessa, che mi sia stata mai posta, ma alla fine, ho risposto. Credo. Spero. Io vivo in due mondi. Quello in cui sono e quello in cui vivo. E non posso vivere dove sono, perché è un cazzo di casino. L’età adulta sta nel bilanciare i due mondi. A 30 credevo di aver trovato il giusto ago della mia bilancia, mi sbagliavo. A 35 con una nuova vita tra le mani, credevo di aver capito, almeno, io chi fossi e che potevo camminare saltando di palo in frasca tra l’altrove e il qui. Un computer su cui scrivere di altrove, un lavoro nel qui e nell’ora. E, indovinate? Anche quando sono qui, penso ad altrove. Se avete un Gemelli nella vostra vita, provate a fargli la stessa domanda. Sono sicura che questo post, che ai vostri occhi apparirà come sconclusionato e a tratti esagerato, a loro sembrerà ordinaria amministrazione. Siamo fatti così, una valanga di emozioni difficili da gestire, per usare un eufemismo. No, non siamo per tutti, è vero. Non siamo di quelli che si comprano con poco. Siamo bravi a farvi credere di essere della scuola unicorni e arcobaleni, quando la verità è: siamo perversi nella magistrale capacità di prendere, sempre, la scelta più sbagliata possibile. Non è che non la vediamo quella giusta, è proprio che non ci interessa. Sistematicamente noi dobbiamo complicare il pane. Ancora vi chiedo, c’è da biasimarvi quando scappate?
Insomma, io i pianeti in collisione con il mio oroscopo, li capisco. Ci sono giorni in cui mi sveglio come Cenerentola, canticchiando con gli uccelli e usando gentilezza verso ogni essere vivente, poi un coglione mi taglia la strada, mentre sono in ritardo per portare mia figlia a scuola ed è come, se un asteroide dallo spazio, si mettesse nella traiettoria esatta del mio giramento di palle. Ora se calcolate che un anno è fatto da 365 giorni e che ogni giorno un coglione almeno lo dovrete incontrare, vi toccherà iniziare almeno un giorno senza caffè perché avrete dimenticato di comprarlo (questo poi, dove siete causa del vostro male, vale come doppio giorno di merda), sarete fagocitate da un gruppo whatsapp dal quale vorrete disperatamente uscire (questo vale tre giorni di merda), vi innamorerete quando pregavate che non vi accadesse mai più, sarete al settimo cielo per suddetto amore, poi l’amore finirà perché ci sarà qualche congiuntivo sbagliato di troppo, o l’amore non finirà, ma si complicherà e vi asfissierà e vorrete la fuga, e poi la fuga non era quello che volevate e poi altrove, altrove, altrove capirete perché, nemmeno il 2018 sarà l’anno dei Gemelli, amiche. Facciamo pace col fatto che, siamo destinate ad arrancare nella nostra inquietudine e vedrete che questo, non sarà il nostro anno in termine di oroscopo, ma sarà senz’altro l’anno della nostra consapevolezza. O questo, o trasferiamoci tutte in Cina e perculiamo l’oroscopo occidentale. Che poi, non so voi, io sono Cane e tutto quello che so di questo segno, è che il 2017 non era un buon anno e per il 2018, ho già controllato il tasso di cambio Gemelli/Cane e le previsioni sono funeste, con una stellina solitaria in ogni dove: amore, lavoro, fortuna e, anche, salute.
Le ovvietà, anche in Cina.
Che poi una dice, accontentati dell'enneagramma dei caratteri della Gestalt.
Altra, breve, storia triste.
Sono un due.
Fine.
Ciao.
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domenica 17 dicembre 2017
Supereroi e vino rosso
Avevo detto che non avrei parlato dei miei vuoti emotivi, ma più vivo, più mi sembra chiaro che, ognuno di noi, è la somma dei propri vuoti. Vuoti emotivi e vuoti che derivano in maniera direttamente proporzionale, da loro. Prendiamo l’annosa questione Michela e la maternità. Essere cresciuta con la sindrome dell’abbandono, mi ha resa una donna perennemente in fuga e diventare madre mi ha, invece, inchiodata a quest’altro essere umano che in simultanea, dipende da me e ha il potere, di fare di me ciò che vuole. Io sono sua. Vorrei poter dire che questo la renda infinitamente ricca, ma per quel che so, valgo poco e lei non lo immagina nemmeno lontanamente.
Della maternità mi fa terrore tutto. Soprattutto, questa sensazione angosciante del camminare costantemente con il cuore pulsante fuori dalla gabbia toracica. Mi fa sentire terribilmente vulnerabile. Oscillo tutto il tempo tra questi due poli, liberare la meraviglia di V e regalarla al mondo, o, rinchiuderla di nuovo nella mia pancia, lontana il più possibile dal mondo e le sue brutture. Riunire il suo respiro e il battito del suo cuore al mio. Il problema principale è smettere di sentirmi un’imbrogliona. Lei mi guarda, mi ama e corre leggera ché la sua mamma sa tutto di tutto, la sua mamma può curarla da tutte le bue e, invece, no. La maggior parte del tempo, ciondolo per la casa senza avere la minima idea di quello che sto facendo. Chiudo gli occhi e spero di non ammaccarla. La paura dell’ammaccarla mi viene dal primo cambio pannolino, da allora, è cambiato tutto intorno a noi. È cambiata V. Sono cambiata io. Ho stravolto innumerevoli volte il suo mondo e, ancora, ho paura di ammaccarla. È una situazione paradossale perché, più lei mi guarda con quegli occhioni pieni di aspettative, più io mi sento piccola e vorrei scappare nell’angolo più remoto di casa, rannicchiarmi al buio e fingere di aspettare mia madre che torna dal lavoro. Devo, invece, reggere il suo sguardo, così puro e autentico da farmi sentire il peggiore essere umano sul pianeta e devo, mentirle, raccontarle che andrà tutto bene e che mamma ci sarà sempre. Sono le bugie bianche, dicono. Sono le bugie che fanno crescere, dicono. Io non lo so. Chiudo gli occhi e spero di non ammaccarle l’anima.
Mi interrogo molto sul mio essere madre. Non penso di essere adatta al compito. Non me la godo come vedo fare a tante mie coetanee. Tutti concordano che essere madri sia la cosa più stancante di tutte. Per me è più di così. Non è, solo, la stanchezza fisica. Quella non la sento più. Mi sono abituata che, il mio modo d’essere è, ormai, questo: #stancacomelamerda
Invece, il silenzio e il mio mondo interiore, fino a cinque anni fa, più movimentato di quello esterno, mi mancano. È come se vivessi in una schizofrenica sincronia tra azioni, parole e mondo circostante. E, tuttavia, sono in diacronia con i miei luoghi interni. Posso davvero dirmi felice quando non trascorro almeno metà della mia giornata a pensare? Allora, mi sono detta che questa cosa di V e di me che sono sua madre, è una versione alternativa della felicità come me la immaginavo. Certo, quando salta sul divano, quando urla impietosa, quando mi dorme addosso, quando mi impedisce di essere me, altro da lei, mi sembra una versione sadomaso e perversa della felicità così come me la immaginavo, ma non posso dirmi infelice perché, quando mi è lontana per più della normale giornata scolastica, vado in deficit di ossigeno. Quindi è un bel casino. Sono una donna spaccata. E, questa scelta di fare la mamma single, mi rende più spaccata della norma.
Chi come me cresce un figlio da sola, almeno nell’ordinaria amministrazione, sa bene di cosa parlo.
Ci sono momenti che senti che non ce la farai. Ci sono giornate, in cui metti davvero le scarpe nel frigorifero, per parafrasare il paradosso di Fedez, ma poi, in qualche modo, varchi la soglia di casa, tu, le buste della spesa biodegradabili perennemente rotte perché, quelle buone sono, ovviamente, appese accanto alla porta di ingresso, il cane che tira perché sta per morire disidratato anche se ci sono 5 gradi, tua figlia che dice “mamma, ti dico una cosa” proprio mentre il manico della busta sta cedendo e tutta la spesa sta per cadere, la lampadina delle scale che l’amministratore ti ha detto avrebbe cambiato un mese fa e, invece, è ancora spenta, allora prendi il cellulare in tasca, cerchi di far luce con la torcia dell’iphone che di norma è mezzogiorno di fuoco, ma la sera non ha nemmeno l’intensità di una candela e, finalmente, in qualche modo, la chiave gira nella serratura ed è magia, è casa.
V continua a spiegarti che Matteo le ha tirato i capelli. Di istinto, le dici che i maschi fanno così quando una bambina gli piace. Mentre lo dici ti odi, perché pensi di stare perpetrando la violenza di genere su una bambina di 5 anni dandole l’idea che, un maschio è violento se ama. Poi pensi sticazzi, a me dicevano così e mai nessuno maschio ha pensato di sfiorarmi perché, di solito, sei tu, a fare paura agli uomini. Ti dici che sei solo stata fortunata. Allora, decidi di correggere il tiro e spieghi a tua figlia che la violenza non è mai una scelta giusta. Cerchi con le ultime energie della giornata di prepararle una cena decente. Riponi la spesa nei mobili. Il cane deve mangiare, ma non mangia se non ti fermi accanto a lui. Apri un Santa Cristina, uno di troppo, ma di nuovo sticazzi e mentre vai in decompressione col primo sorso, realizzi che anche oggi l’hai sfangata.
La giornata è andata.
Sei un super eroe con una bambina con la pancia piena, il cane pure e un calice di rosso in una mano.
Della maternità mi fa terrore tutto. Soprattutto, questa sensazione angosciante del camminare costantemente con il cuore pulsante fuori dalla gabbia toracica. Mi fa sentire terribilmente vulnerabile. Oscillo tutto il tempo tra questi due poli, liberare la meraviglia di V e regalarla al mondo, o, rinchiuderla di nuovo nella mia pancia, lontana il più possibile dal mondo e le sue brutture. Riunire il suo respiro e il battito del suo cuore al mio. Il problema principale è smettere di sentirmi un’imbrogliona. Lei mi guarda, mi ama e corre leggera ché la sua mamma sa tutto di tutto, la sua mamma può curarla da tutte le bue e, invece, no. La maggior parte del tempo, ciondolo per la casa senza avere la minima idea di quello che sto facendo. Chiudo gli occhi e spero di non ammaccarla. La paura dell’ammaccarla mi viene dal primo cambio pannolino, da allora, è cambiato tutto intorno a noi. È cambiata V. Sono cambiata io. Ho stravolto innumerevoli volte il suo mondo e, ancora, ho paura di ammaccarla. È una situazione paradossale perché, più lei mi guarda con quegli occhioni pieni di aspettative, più io mi sento piccola e vorrei scappare nell’angolo più remoto di casa, rannicchiarmi al buio e fingere di aspettare mia madre che torna dal lavoro. Devo, invece, reggere il suo sguardo, così puro e autentico da farmi sentire il peggiore essere umano sul pianeta e devo, mentirle, raccontarle che andrà tutto bene e che mamma ci sarà sempre. Sono le bugie bianche, dicono. Sono le bugie che fanno crescere, dicono. Io non lo so. Chiudo gli occhi e spero di non ammaccarle l’anima.
Mi interrogo molto sul mio essere madre. Non penso di essere adatta al compito. Non me la godo come vedo fare a tante mie coetanee. Tutti concordano che essere madri sia la cosa più stancante di tutte. Per me è più di così. Non è, solo, la stanchezza fisica. Quella non la sento più. Mi sono abituata che, il mio modo d’essere è, ormai, questo: #stancacomelamerda
Invece, il silenzio e il mio mondo interiore, fino a cinque anni fa, più movimentato di quello esterno, mi mancano. È come se vivessi in una schizofrenica sincronia tra azioni, parole e mondo circostante. E, tuttavia, sono in diacronia con i miei luoghi interni. Posso davvero dirmi felice quando non trascorro almeno metà della mia giornata a pensare? Allora, mi sono detta che questa cosa di V e di me che sono sua madre, è una versione alternativa della felicità come me la immaginavo. Certo, quando salta sul divano, quando urla impietosa, quando mi dorme addosso, quando mi impedisce di essere me, altro da lei, mi sembra una versione sadomaso e perversa della felicità così come me la immaginavo, ma non posso dirmi infelice perché, quando mi è lontana per più della normale giornata scolastica, vado in deficit di ossigeno. Quindi è un bel casino. Sono una donna spaccata. E, questa scelta di fare la mamma single, mi rende più spaccata della norma.
Chi come me cresce un figlio da sola, almeno nell’ordinaria amministrazione, sa bene di cosa parlo.
Ci sono momenti che senti che non ce la farai. Ci sono giornate, in cui metti davvero le scarpe nel frigorifero, per parafrasare il paradosso di Fedez, ma poi, in qualche modo, varchi la soglia di casa, tu, le buste della spesa biodegradabili perennemente rotte perché, quelle buone sono, ovviamente, appese accanto alla porta di ingresso, il cane che tira perché sta per morire disidratato anche se ci sono 5 gradi, tua figlia che dice “mamma, ti dico una cosa” proprio mentre il manico della busta sta cedendo e tutta la spesa sta per cadere, la lampadina delle scale che l’amministratore ti ha detto avrebbe cambiato un mese fa e, invece, è ancora spenta, allora prendi il cellulare in tasca, cerchi di far luce con la torcia dell’iphone che di norma è mezzogiorno di fuoco, ma la sera non ha nemmeno l’intensità di una candela e, finalmente, in qualche modo, la chiave gira nella serratura ed è magia, è casa.
V continua a spiegarti che Matteo le ha tirato i capelli. Di istinto, le dici che i maschi fanno così quando una bambina gli piace. Mentre lo dici ti odi, perché pensi di stare perpetrando la violenza di genere su una bambina di 5 anni dandole l’idea che, un maschio è violento se ama. Poi pensi sticazzi, a me dicevano così e mai nessuno maschio ha pensato di sfiorarmi perché, di solito, sei tu, a fare paura agli uomini. Ti dici che sei solo stata fortunata. Allora, decidi di correggere il tiro e spieghi a tua figlia che la violenza non è mai una scelta giusta. Cerchi con le ultime energie della giornata di prepararle una cena decente. Riponi la spesa nei mobili. Il cane deve mangiare, ma non mangia se non ti fermi accanto a lui. Apri un Santa Cristina, uno di troppo, ma di nuovo sticazzi e mentre vai in decompressione col primo sorso, realizzi che anche oggi l’hai sfangata.
La giornata è andata.
Sei un super eroe con una bambina con la pancia piena, il cane pure e un calice di rosso in una mano.
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lunedì 11 dicembre 2017
Le regine del 33, 33 e 33
L’altro giorno, parlavo con una mia cara amica. Una donna che amo e stimo in egual misura, in quella maniera assoluta di metempsicosi per la quale, una diventa identica all’altra, nel percorso che si fa insieme. Una cosa che con un uomo non potrebbe mai capitare, a meno che, non si incontri uno di quegli esseri mitologici muniti di un pene e di una sensibilità femminile che gli dica come usarlo. Un femminista, vero. Lo dico e mi sembra di infrangere un tabù. L’ultimo baluardo sulla via dell’illuminazione circa rapporti di coppia uomo/donna. Insomma, se ne conoscete uno, esponetelo al mondo, che qui siamo tutte alla ricerca del Sacro Graal. Non siate egoiste. Non siate quel tipo di donna che trova, per puro caso, il cioccolattino giusto in una scatola dai gusti di merda e pensa “ora me lo pappo io da sola, mangiatelo tu, quello al marzapane!”. Siate altruiste. Dite no al marzapEne per tutto il genere femminile. Facciamo rete, no? Oggi si fa rete per tutto. Non so nei vostri lavori, ma nel mio, c’è un “tavolo di consulta” per ogni tipo di scelta, da quelle importanti alla festa del Natale.
Insomma, sabato sera, io tornavo da un incontro con la cittadinanza di Piombino, teso alla sensibilizzazione sul tema immigrati e lei era a casa. Lei in coma sul divano, io in coma in auto. Lei in lotta con la noia, io con la parte di me perennemente in fuga, ma questo, ve lo racconto un’altra volta e lei, come fa sempre, mi ha fatto riflettere su una teoria interessante.
Noi, donne intorno ai 30 –dove, a dirla fuori dai denti, non si capisce se siamo più intorno ai 30 o ai 40, considerato che siamo proprio nel mezzo, ma, in fondo, lo sanno tutti che i 40 di oggi sono i 30 di ieri- al netto di un’indipendenza economica che, spesso, si accompagna ad una maggiore sicurezza e autostima e, quindi, nel campo sentimentale, ad una emancipazione dall’altro, con un matrimonio o una convivenza alle spalle, un cane o un gatto a riscaldarci il cuore e, alcune, con delle estensioni di noi, i figli, da crescere, siamo quelle del 33-33 e 33.
No, non siamo afflitte da una perversa sindrome di Peter Pan che ci cristallizza agli anni di Cristo in croce. Per quanto dolorosi siano stati, la maggior parte di noi, ne è uscita ammaccata, ma in qualche modo incolume, da quei 365 giorni di panico e delirio che sono i 33. E, no, 33 non è il numero di uomini che abbiamo amato. 33 è la quota vitale che siamo, fisicamente capaci, di dedicare.
Se è vero che siamo unità intere, allora, un 33% della nostra quota di energie, la dedichiamo al lavoro. Un lavoro che abbiamo imparato ad amare e a sentire nostro. Un lavoro che spesso sfida le leggi della fisica di piegamento e flessione di un corpo e di uno spirito, ma che cavalchiamo come intrepide amazzoni.
Un altro 33% della nostra quota vitale, va alla famiglia, qualunque essa sia. Da quella mononucleare con te e il gatto (che poi sono sempre almeno due i gatti) a quella della mamma single, con un bouledogue francese affetto da aerofagia acuta e una quarentenne rinchiusa nel corpo di una cinquenne come figlia, o, ancora, quella con te e la tua donna o il tuo uomo, o quella in cui ci sei tu, un marito e figli di diverse unioni o, quella strana cosa chiamata famiglia tradizionale, che a me da sempre i brividi e della quale stento a fidarmi per incolmabili vuoti emotivi, dei quali, state tranquille/i, non parlerò. Per quello esiste una stanza con divano apposta. Il lettino non c’è. Non sperateci. È un’altra leggenda.
Infine, l’altro 33% alcune lo dedicano all’amore, altre al sesso, quello adulto, pieno e cosciente. Quelle parecchio fortunate, coniugano entrambe le cose. Per un periodo sufficientemente lungo del proprio viaggio.
L’altro 1% che fine fa? Quello, è il maledetto quid impazzito che vaga feroce lungo le tre parti di noi. A volte fa pendere la bilancia sul 33 del lavoro; in quel caso, ci danno delle ciniche arriviste. Altre volte sul 33 della famiglia e ci chiamano casalinghe frustrate, altre, sul 33 del sesso, allora ci chiamano ninfomani, altre sul 33 dell’amore e lì, amiche, sono pene. Vero?
Insomma, è la storia di sempre. Come in Sex and The City, io l’ho amato quel telefilm, ma bimbe, che fatica a restare imprigionata in uno solo dei personaggi!
Carrie, la Regina di Cuori. Quella dei grandi incendi emotivi e degli iperbolici interrogativi, quella che osserva il mondo con l’occhio curioso dello scrittore.
Samantha, la Regina delle Picche, dell’indipendenza economica, della libertà sessuale, ma anche capace di contenere il dolore di un cancro.
Miranda, la Regina di Quadri, la più umana e sarcastica, quella della verità ad ogni costo, quella della mamma single, della donna tradita, della moglie che perdona; quella dei chili di troppo post partum e delle difficoltà di una donna che, pensava di voler fare carriera più di ogni altra cosa al mondo, ma poi scopre che, diventare madre, inevitabilmente ti cambia. Forse non nel nucleo, ma, di certo, nel modo di operare le scelte.
E, infine, Charlotte, la Regina di Fiori. La Regina della Casa, quella dell’Amore con la A maiuscola, capace di convertirsi ad un altro Dio per il suo uomo. Quella elegante. Quella di cultura. Forse la più sottovalutata. Quella che, a prima vista, sembra una borghese ipocrita che spaccia la sua istruzione, per amore dell’arte (è una gallerista ndr). E invece, poi, si scopre una donna capace di grandi profondità, fragile, ma titanica quando serve.
Ognuna di queste è il braccio armato e il cuore pulsante dell’altra e, insieme, formano una meravigliosa Matrioska.
Invece, cosa facciamo noi? Ridimensioniamo, ogni giorno, qualche parte di noi. Un taglietto qui, ché essere così libere sessualmente non va bene, un morso alla lingua ché il sarcasmo non è segno di intelligenza brillante, ma di cattiva educazione, un altro muretto da ergere nel cuore ché tutta questa passione per la vita finirà per distruggerti e una collana di perle in più, perché sei pur sempre una donna. Siamo noi, le prime ad ingabbiare le Quattro Regine che dormono dentro di noi. Siamo noi, le prime a non accettare che siamo quelle del 33. Abbiamo imparato ad imporci tutto: diete, palestra, jeans troppo stretti, tacchi troppo alti, un marito che detestiamo e non siamo capaci di convincere noi stesse che le donne come ce le hanno fatte figurare da bambine, non esistono più. Va bene così. Noi amiamo così e amare così, non significa, non amare abbastanza, essere così, non significa, non essere abbastanza. Va bene essere così, ripetilo con me, va bene essere così.
Puoi essere Regina di cuori, quadri, fiori e picche tutto in un’unica giornata perché, l’unica cosa vera, è che nessuno, ha il diritto di toglierti lo scettro che ti sei guadagnata. Tu sei la regina del 33 e vai bene così.
Insomma, sabato sera, io tornavo da un incontro con la cittadinanza di Piombino, teso alla sensibilizzazione sul tema immigrati e lei era a casa. Lei in coma sul divano, io in coma in auto. Lei in lotta con la noia, io con la parte di me perennemente in fuga, ma questo, ve lo racconto un’altra volta e lei, come fa sempre, mi ha fatto riflettere su una teoria interessante.
Noi, donne intorno ai 30 –dove, a dirla fuori dai denti, non si capisce se siamo più intorno ai 30 o ai 40, considerato che siamo proprio nel mezzo, ma, in fondo, lo sanno tutti che i 40 di oggi sono i 30 di ieri- al netto di un’indipendenza economica che, spesso, si accompagna ad una maggiore sicurezza e autostima e, quindi, nel campo sentimentale, ad una emancipazione dall’altro, con un matrimonio o una convivenza alle spalle, un cane o un gatto a riscaldarci il cuore e, alcune, con delle estensioni di noi, i figli, da crescere, siamo quelle del 33-33 e 33.
No, non siamo afflitte da una perversa sindrome di Peter Pan che ci cristallizza agli anni di Cristo in croce. Per quanto dolorosi siano stati, la maggior parte di noi, ne è uscita ammaccata, ma in qualche modo incolume, da quei 365 giorni di panico e delirio che sono i 33. E, no, 33 non è il numero di uomini che abbiamo amato. 33 è la quota vitale che siamo, fisicamente capaci, di dedicare.
Se è vero che siamo unità intere, allora, un 33% della nostra quota di energie, la dedichiamo al lavoro. Un lavoro che abbiamo imparato ad amare e a sentire nostro. Un lavoro che spesso sfida le leggi della fisica di piegamento e flessione di un corpo e di uno spirito, ma che cavalchiamo come intrepide amazzoni.
Un altro 33% della nostra quota vitale, va alla famiglia, qualunque essa sia. Da quella mononucleare con te e il gatto (che poi sono sempre almeno due i gatti) a quella della mamma single, con un bouledogue francese affetto da aerofagia acuta e una quarentenne rinchiusa nel corpo di una cinquenne come figlia, o, ancora, quella con te e la tua donna o il tuo uomo, o quella in cui ci sei tu, un marito e figli di diverse unioni o, quella strana cosa chiamata famiglia tradizionale, che a me da sempre i brividi e della quale stento a fidarmi per incolmabili vuoti emotivi, dei quali, state tranquille/i, non parlerò. Per quello esiste una stanza con divano apposta. Il lettino non c’è. Non sperateci. È un’altra leggenda.
Infine, l’altro 33% alcune lo dedicano all’amore, altre al sesso, quello adulto, pieno e cosciente. Quelle parecchio fortunate, coniugano entrambe le cose. Per un periodo sufficientemente lungo del proprio viaggio.
L’altro 1% che fine fa? Quello, è il maledetto quid impazzito che vaga feroce lungo le tre parti di noi. A volte fa pendere la bilancia sul 33 del lavoro; in quel caso, ci danno delle ciniche arriviste. Altre volte sul 33 della famiglia e ci chiamano casalinghe frustrate, altre, sul 33 del sesso, allora ci chiamano ninfomani, altre sul 33 dell’amore e lì, amiche, sono pene. Vero?
Insomma, è la storia di sempre. Come in Sex and The City, io l’ho amato quel telefilm, ma bimbe, che fatica a restare imprigionata in uno solo dei personaggi!
Carrie, la Regina di Cuori. Quella dei grandi incendi emotivi e degli iperbolici interrogativi, quella che osserva il mondo con l’occhio curioso dello scrittore.
Samantha, la Regina delle Picche, dell’indipendenza economica, della libertà sessuale, ma anche capace di contenere il dolore di un cancro.
Miranda, la Regina di Quadri, la più umana e sarcastica, quella della verità ad ogni costo, quella della mamma single, della donna tradita, della moglie che perdona; quella dei chili di troppo post partum e delle difficoltà di una donna che, pensava di voler fare carriera più di ogni altra cosa al mondo, ma poi scopre che, diventare madre, inevitabilmente ti cambia. Forse non nel nucleo, ma, di certo, nel modo di operare le scelte.
E, infine, Charlotte, la Regina di Fiori. La Regina della Casa, quella dell’Amore con la A maiuscola, capace di convertirsi ad un altro Dio per il suo uomo. Quella elegante. Quella di cultura. Forse la più sottovalutata. Quella che, a prima vista, sembra una borghese ipocrita che spaccia la sua istruzione, per amore dell’arte (è una gallerista ndr). E invece, poi, si scopre una donna capace di grandi profondità, fragile, ma titanica quando serve.
Ognuna di queste è il braccio armato e il cuore pulsante dell’altra e, insieme, formano una meravigliosa Matrioska.
Invece, cosa facciamo noi? Ridimensioniamo, ogni giorno, qualche parte di noi. Un taglietto qui, ché essere così libere sessualmente non va bene, un morso alla lingua ché il sarcasmo non è segno di intelligenza brillante, ma di cattiva educazione, un altro muretto da ergere nel cuore ché tutta questa passione per la vita finirà per distruggerti e una collana di perle in più, perché sei pur sempre una donna. Siamo noi, le prime ad ingabbiare le Quattro Regine che dormono dentro di noi. Siamo noi, le prime a non accettare che siamo quelle del 33. Abbiamo imparato ad imporci tutto: diete, palestra, jeans troppo stretti, tacchi troppo alti, un marito che detestiamo e non siamo capaci di convincere noi stesse che le donne come ce le hanno fatte figurare da bambine, non esistono più. Va bene così. Noi amiamo così e amare così, non significa, non amare abbastanza, essere così, non significa, non essere abbastanza. Va bene essere così, ripetilo con me, va bene essere così.
Puoi essere Regina di cuori, quadri, fiori e picche tutto in un’unica giornata perché, l’unica cosa vera, è che nessuno, ha il diritto di toglierti lo scettro che ti sei guadagnata. Tu sei la regina del 33 e vai bene così.
venerdì 8 dicembre 2017
Girls Hut perché la scrittura bussa sempre
Iniziare un progetto, crederci, appassionarmi e poi abbandonarlo, è tipico di me. Stanza antipanico, era questo. Per la prima volta, decidevo che scrivere era la mia priorità e, per un po', ci ho anche creduto, il tempo necessario a sentirmi schiacciata da me stessa e dalla mia incapacità di scrivere realmente quello che penso perché, se lo faccio, tutti scappano via. E invece tutti a dire che non è così e, forse, è vero che non scapperebbero, ma la paura che ho di ferire o di essere fraintesa, mi paralizza. La parte creativa del mio cervello, si inibisce e tutto quello che ne viene fuori è un patetico nulla. Scrivere, è dare scandalo. Se non dai scandalo, se non sei scomoda, vuol dire che non sei autentica e se non sei autentica, allora, non dovresti scrivere. Da qui, la scelta di non scrivere nulla che fosse più di qualche nota sparsa al margine del mio profilo Facebook. Lo dicevo l'altro giorno ad una persona il cui cervello, è una meraviglia complessa e appassionante, il mio modus operandi, non è mai cambiato: correre, incendiare e farmi terra bruciata intorno. Sono incapace di aspettare. Forse è per questo che amo i vini. Quando ti versano un buon vino, ti chiedono di aspettare ad assaggiarlo. Lo devi fare decantare, riposare. E più lui riposa, più respira e, più respira, più cambia aspetto, colore e gusto. Le persone sono un po' come i vini. Alcuni tra i giovani, ad esempio, hanno bisogno di tutta l'aria che riescono a prendere. Lo fanno per prendersi il tempo necessario ad ammorbidirsi, per mostrare i loro diversi aromi e gusti stratificati. Ecco, così siamo noi, o almeno, così ero io. Ho avuto bisogno di tanto tempo per rilasciare i miei diversi profumi; per dimostrare che sono la stessa faccia di indefinite versioni. Sono stata molto dura e piena di spigoli. Ho dovuto vivere a lungo una vita che non comprendevo, affinché potessi ammorbidirmi e smussare quei lati di me, che mi precludevano strade che credevo portassero al Signore e che, invece, mi hanno portata ad un calesse. Ogni volta, fino a quando ho smesso di cercare un'illuminazione in posti diversi da me. Non è un caso che i vini vecchi non vadano fatti aerare. Essi rilasciano residui e sedimenti. Analogamente noi, in età adulta, smettiamo di cercare di dimostrare il nostro sapore. Abbiamo consapevolezza di noi e questo ci rende, inevitabilmente, più gustosi.
La mia attuale età, è un po' a quel punto. Ho raggiunto una sufficiente consapevolezza di me come donna e come madre e ho, la piena consapevolezza, di una cosa: sono una persona inquieta. La stasi mi distrugge. Creo, distruggo tutto in una sola istanza e, così, io vivo.
Ho sempre trovato strano come nella negazione di ogni possibile attesa, io trovi il mio unico porto sicuro.
Sono stati due anni di profonde trasformazioni. Ho stravolto la vita che avevo costruito su basi, che credevo solide e che, invece, affondavano nelle sabbie mobili perché, semplicemente, non poggiavano su me stessa. Ho preso fiato, naso all'aria, ho trovato la via dove mi trovo adesso, sempre con la sibillina certezza, che questa è solo una via e che, il percorso, lo creo io. Ho creato una nuova casa piena di amore, di musica, di arte e luce per me e V. Ho aperto le porte ad Artù, il nostro bouledogue francese, che ci insegna, ogni giorno, un amore mai conosciuto prima e sono ripartita da me.
Questa stanza, è la mia nuova casa. La aprirò ogni qual volta sentirò che ho qualcosa di vero da dire. Perché, la scrittura, alla fine, bussa sempre alle mie porte.
La mia attuale età, è un po' a quel punto. Ho raggiunto una sufficiente consapevolezza di me come donna e come madre e ho, la piena consapevolezza, di una cosa: sono una persona inquieta. La stasi mi distrugge. Creo, distruggo tutto in una sola istanza e, così, io vivo.
Ho sempre trovato strano come nella negazione di ogni possibile attesa, io trovi il mio unico porto sicuro.
Sono stati due anni di profonde trasformazioni. Ho stravolto la vita che avevo costruito su basi, che credevo solide e che, invece, affondavano nelle sabbie mobili perché, semplicemente, non poggiavano su me stessa. Ho preso fiato, naso all'aria, ho trovato la via dove mi trovo adesso, sempre con la sibillina certezza, che questa è solo una via e che, il percorso, lo creo io. Ho creato una nuova casa piena di amore, di musica, di arte e luce per me e V. Ho aperto le porte ad Artù, il nostro bouledogue francese, che ci insegna, ogni giorno, un amore mai conosciuto prima e sono ripartita da me.
Questa stanza, è la mia nuova casa. La aprirò ogni qual volta sentirò che ho qualcosa di vero da dire. Perché, la scrittura, alla fine, bussa sempre alle mie porte.
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domenica 22 novembre 2015
Gli uomini e le donne sono uguali?
Come è possibile che, alle soglie del 2016, una donna di trentatré anni, debba ancora sentirsi in colpa per amare tanto il proprio lavoro?
Quando diventerà naturale, la dedizione di una donna alla professione che svolge?
Sono stata tirata su da una madre lavoratrice. Lavoratrice nel senso che da casa, si usciva alle 7.30 e si rientrava la sera a cena. Non è mai stata la madre ferma ai fornelli per più di quindici minuti, eppure, non ho mai avuto problemi alimentari ed ho, sempre, mangiato tutto il necessario. Sono stata in compagnia di mia nonna durante la maggior parte della mia infanzia, ho avuto molte baby sitter che ricordo con estremo affetto e non ho mai lasciato la scuola prima delle 4.30 fino a quando, questo è stato possibile, inclusi tre giorni la settimana delle scuole medie e, sapete una cosa? Mi sono divertita da morire e non ho mai, ripeto mai, dubitato della totale dedizione di mia madre a me come figlia e del suo incondizionato amore, perché anche nei giorni in cui la vedevo poco, il tempo che mi dedicava era di qualità altissima. Era come entrare in un mondo segreto fatto di simboli e intese solo nostre.
Mia madre è una donna titanica. E' una fenice, forse una delle ultime rimaste. Non conto le volte che l'ho vista rinascere dalle ceneri dei suoi problemi. E' una donna che appassiona tutti quelli che la incontrano. Ammetto che, non è stato facile essere sua figlia. Mi correggo, non è facile essere sua figlia. Anche oggi che sono mamma e lei è nonna, non è facile percorrere la mia strada senza rischiare, ogni volta di percorrere le sue orme e inseguire le sue ombre. Oggi, posso capire la netta divisione tra la mia mamma e il suo essere donna. Come madre, a volte dimentica la sua modernità e mi confonde. Come donna, credetemi è tutto ciò che noi femmine vorremmo essere: bella, intelligente, perspicace, capace, estrosa, ma con i piedi ben piantati a terra e, soprattutto, indipendente, ma non nel senso teorico del termine, no. Mia madre è l'essenza dell'indipendenza, è la parola fatta persona. Ha precorso i tempi, negli anni del bigottismo spietato. A casa, innamorandosi e procreando con un uomo già reduce di un precedente matrimonio e padre di due figli. Ci ha convissuto, in un momento storico in cui se convivevi eri poco più di una puttana e dopo, lo ha anche lasciato. Della serie: bandite questa donna dalle chiese di tutta Europa. Eppure mi ha insegnato cosa sia la famiglia. Si è risposata e con il nuovo marito, anche egli separato e con due figli all'attivo, ha creato una nuova famiglia. Una delle prime vere famiglie aperte, almeno nella zona in cui vivevo io. La mia famiglia è ancora più speciale perché ha scientemente scelto di resistere agli urti e alle tempeste e oggi, nonostante l'incredulità di molti, siamo fortissimi e ci amiamo profondamente.
Nel mondo professionale, ha svolto per anni, una professione sotto il completo appannaggio degli uomini: arredatrice di interni. Lo ha fatto con grazia, eleganza e talmente bene che è stata contesa dai migliori studi di Napoli fino ad andare a lavorare in Basilicata cinque giorni la settimana e nemmeno in quei momenti io sentivo l'assenza di mamma, perché lei era comunque presente. Chiuso il capitolo arredamento, ha provato, per farmi felice, a restare a casa, pur essendo io molto piccola, ricordo bene che mi accorgevo di quanto non fosse ciò che veramente voleva. Poi ha aperto un ristorante con il suo attuale marito. Un piccolo ristorante che in poco tempo diventò una leggenda tra i sessantottini della Napoli bene, tanto da doversi spostare in un locale più grande e poi... ma basta, questo post non è nato come biografia di mia madre. Il punto che volevo toccare è, quanto si sarà sentita in colpa mia madre, per non essere la mamma del mulino bianco? Perché vedete amiche, non importa quanto la società finga di appoggiare l'uguaglianza tra i sessi. La verità è che questa ancora non esiste e onestamente, non credo esisterà mai. Siamo ancora fermi al punto di partenza. La donna, deve ancora scegliere se essere mamma o donna che lavora. Mi spiego meglio.
Un uomo lavora, secondo il mio punto di vista, non fa nulla di eccezionale, se non quello che facciamo tutti noi esseri umani eppure, lui lo farà notare, quando gli chiederai di svuotare la lavastoviglie, lui dirà, io lavoro, sono stanco. Lui si arrogherà il diritto di essere stanco perché, poverino, lui lavora e, sebbene tu sappia, di lavorare il doppio di lui, purtroppo sei una donna. Non conosci la stanchezza e la svuoti tu la cazzo di lavastoviglie, oppure, semplicemente, non lo farà nessuno e, con ogni probabilità, mentre svuoti la lavastoviglie sei ancora con le scarpe col tacco, stai giocando con tua figlia, cucini e trovi anche il tempo di essere su whatsapp con un'amica. Perché sei donna, ma devi ancora parlare di uguaglianza.
Un uomo lavora e per quanto istruito e di buona famiglia sia, alla fine, ti porterà il conto amica mia, credimi è così. Non lo fa per cattiveria, lo fa perché è nella sua natura. Puoi lavorare, perché tu, amica PUOI lavorare, ti viene concesso di farlo e di fare la mamma e la moglie o la compagna, la lesbica, la transgender, sono tutte concessioni che ci vengono gentilmente provviste dagli uomini.
"Certo, amore che sono contento che hai trovato un lavoro che ami! Hai il mio totale appoggio, ma a che ora pensi di tornare? No, per sapere..." ecco, questo è più o meno quello che ti sentirai dire. A te, non è mai passato per l'anticamera del cervello, di porre questa domanda al tuo compagno, perché dai per scontato, che tornerà quando avrà finito. Sei stata educata, in quanto donna, a non fracassare le palle degli uomini e, di conseguenza, ti adegui e ti organizzi con casa, vita e figli, senza pesare sui piani lavorativi del tuo uomo. Lui no. Lui è stato educato che le mutande gliele devi lavare tu, quindi col cazzo che si può organizzare, senza sapere quando torni a casa a lavargli le mutande.
Ora poi, siamo nell'era digitale, quindi le tattiche, peraltro molto poco intelligenti degli uomini, sono cambiate. E così ti arrivano i messaggini su whatsapp, le richieste di facetime, oppure le telefonate perché quella povera stella di tuo/a figlio/a ti vuole vedere e zaac! eccolo, il nervo scoperto, il tallone di Achille, ormai il senso di colpa si è insinuato, il tuo cuore è già inquinato, la gioia pura e semplice che provavi un istante fa, nel fare quello che ami è andata piuff... sparita. Ora ti senti solo una carogna egoista che lascia il sabato a casa il suo tesoro inestimabile, l'unico amore della sua intera esistenza che non si affievolirà mai, ma anzi crescerà solamente.
Non importa quanto tu ami il tuo lavoro, o te stessa, quanto tu non voglia cedere alle provocazioni e goderti, finalmente, dopo tanto, troppo tempo, il tuo momento, sarà tutto sempre troppo poco, paragonato al senso di colpa che la voce triste e annoiata del tuo stesso sangue all'altro capo del telefono ti provoca. Quanto vale la felicità di mio figlio? E' un costo inestimabile, giusto? Vale tutti i sacrifici del mondo, non è vero? Vale la nostra stessa esistenza, che bisogno c'è di dirlo?
Non importa quanto tu ami il tuo lavoro, o te stessa, quanto tu non voglia cedere alle provocazioni e goderti, finalmente, dopo tanto, troppo tempo, il tuo momento, sarà tutto sempre troppo poco, paragonato al senso di colpa che la voce triste e annoiata del tuo stesso sangue all'altro capo del telefono ti provoca. Quanto vale la felicità di mio figlio? E' un costo inestimabile, giusto? Vale tutti i sacrifici del mondo, non è vero? Vale la nostra stessa esistenza, che bisogno c'è di dirlo?
Ma quanto vale una madre felice? Ecco, questo è quello che forse, dovremmo iniziare a chiederci. Quanto una donna felice può essere una buona madre? Quanto può esserlo una madre infelice?
La felicità è una scelta, mi è stato insegnato da poco. E' una scelta coraggiosa che dobbiamo compiere ogni giorno. E' coraggiosa, ora lo so, perché la felicità passa per la conoscenza e l'accettazione della propria imperfezione. Amica che mi leggi, se mi leggi. Scegli la felicità, scegli te stessa, opera una scelta che i più valuteranno egoista e fa sì che tua figlia, abbia un modello di donna sano ed equilibrato da seguire, se invece il tuo è un bimbo, fa sì che tuo figlio impari ad amare le donne con il rispetto e il semplice buon senso che ci è dovuto.
La felicità è una scelta, mi è stato insegnato da poco. E' una scelta coraggiosa che dobbiamo compiere ogni giorno. E' coraggiosa, ora lo so, perché la felicità passa per la conoscenza e l'accettazione della propria imperfezione. Amica che mi leggi, se mi leggi. Scegli la felicità, scegli te stessa, opera una scelta che i più valuteranno egoista e fa sì che tua figlia, abbia un modello di donna sano ed equilibrato da seguire, se invece il tuo è un bimbo, fa sì che tuo figlio impari ad amare le donne con il rispetto e il semplice buon senso che ci è dovuto.
E buon lavoro, amica.
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una stanza tutta per se
lunedì 5 ottobre 2015
un tempo anche io odiavo il lunedì
Questa cosa del lunedì, quando sei madre di una bambina di tre anni, inizi a rivalutarla.
Il tempo, segue un movimento ostinato e contrario, a quello della tua giovinezza spensierata.
A vent'anni canti con Vasco:
La "ragazza" mi ha lasciato
è colpa mia!
Sono stato anche "bocciato"
e non andrò via
Passerò tutta l'estate Qui!
....compresi i Lunedì!
...quelli li odio di più...
non lo so, ma è così!.......
ODIO i LUNEDÌ
........i LUNEDÌ !
e la cruda verità, è che non sai, quanto li desidererai quei lunedì, quando da lì a dieci anni, ti ritroverai a trascorrere un sabato pomeriggio, in una ludoteca di una piccola provincia toscana, in compagnia di circa cento, sì, ho detto cento bambini. Già questo, diciamolo, dovrebbe far desistere qualunque donna adulta con prole. Voglio dire, già hai preso la malsana decisione di riprodurti e di rinunciare a circa l'80% (sono un'inguaribile ottimista) del tuo tempo, che bisogno c'è di mischiarti ad altri cento mostri? Ma noi donne siamo fatte così. La natura si beffa di noi. Il nostro senso della vista, fa sempre cilecca, quando ci sono bambini nei dintorni. Fateci caso. Alle feste dei bambini, i padri, al massimo accostano l'auto per far scendere madre e figlio al volo e poi... BROOM scappano via a cercare "parcheggio" con delle virgolette gigantesche! Lo sapete perché? Perché hanno un senso della vista che non fa difetto. Loro guardano, noi vediamo. Il che, è folle, se pensate che gli uomini, di norma, sono molto più distratti di noi donne e, sempre in generale, meno avvezzi al particolare. Loro guardano una stanza ricolma di bambini e osservano una massa di esseri umani piagnoni, mocciolosi e chiassosi, portatori di non si sa bene quanti germi. Noi, invece, già partiamo in svantaggio perché, qualcuno li dovrà pure accompagnare fino a destinazione questi figli, ma non contente, entriamo e vediamo tanti bimbetti. L'istinto, quel maledetto, a braccetto con ovaie e utero quei bastardi, ci dicono: "ehi, entra pure, questo è il luogo a cui appartieni. Guarda quella bimba come è vestita carina..." e tu scema, perché sei scema quando si tratta di bambini, entri. Ebbene, è già troppo tardi. Dante, la sapeva lunga e ci cantava:" PERDETE OGNI SPERANZA O VOI CHE ENTRATE". Doveva aver frequentato qualche festa di questo genere, fidatevi. Più ti inoltri nella selva oscura dei gonfiabili, più inizi a guardare attentamente. Quella bimba per esempio, non era vestita carina, ma piuttosto da nana battona e tu vorresti solo trovare la madre e urlarle "tua figlia ha sei anni, cazzoooo!". Inizi a percepire la puzza nauseabonda dei loro piedi. Geox un paio di palle, le scarpe respirano solo quando sono in negozio, poi ci mettono i piedi i mostri e anche le scarpe si rassegnano al loro nefasto destino di puzza. Ecco, tua figlia ora si abbarbica alle tue gambe perché vede arrivare da lontano, un'orda di vichinghi urlanti. Il gioco più divertente che fanno, è saltare l'uno addosso all'altro, tipo ammucchiata di rugby. Ovviamente sono maschi, c'era da chiederlo? Si differenziano sin dalla più tenera età. Le femmine, quelle sono più sottili. Giri lo sguardo, tua figlia fino ad ora è riuscita a fare solo mezzo scivolo, una bambina di circa cinque anni, cerca di pedalare in una di quelle macchinine che si usano all'aperto. Un gruppo di bambine, presumibilmente della stessa età, l'accerchia. Vogliono la macchinina, ma non hanno alcuna intenzione di condividerla con la bambina alla guida. "E' quella la bambina che vi dicevo", questo è tutto ciò che riesci a sentire e decodificare perché, non so se lo sapete, ma i bambini, quando sono in gruppo, parlano a frequenze sonore che noi umani non riusciamo a decifrare, e tutto quello che riusciamo a distinguere, è:"AAHAHAHAHHAHAHHAHHAAAAAAAAAAAAAAAAAAHHHHHHH".
Il tutto, condito da una buona dose di donne adulte, che contribuiscono a farti girare le palle, che non hai e che sempre più spesso desideri, ad elica. Una donna indiana, con uno sguardo disperato e perso (ti ho nel cuore, sorella) prende un bambino e lo scaraventa su una sedia intimandogli di fermarsi e di respirare, un donnO mastica il chewingum con tutti e trentadue i denti di cui è, presumibilmente dotata, anzi, a dirla tutta, aveva la bocca talmente aperta che ho potuto contare una o due estrazioni, mentre cinguetta con le sue amiche del club "mamme dell'anno". Club di cui tu, non fai chiaramente, parte.
Ma se questo no fosse stato abbastanza, se il solo fatto di trovarmi all'inferno in terra, non fosse bastato a convincermi, che era tempo di fuggire il più lontano possibile, una donna ha deliberatamente deciso di deliziarmi, quando prendendo uno scontrino malconcio dalla sua borsetta griffata, ha soffiato il naso del figlio. Sì, avete compreso bene, ha soffiato il naso moccioloso e catarroso di suo figlio con uno scontrino. Il dopo nella mia mente è molto nebuloso. Non so se sono svenuta, o se il mio alter ego più gentile abbia intuito che era il momento di prendere il sopravvento per salvare quell'esemplare di madre dalle mie fauci, so solo, che mi sono ritrovata con mia sorella da Scarpamondo e non è, che lì la situazione sia stata rosea. Virginia e suo cugino Leonardo, hanno dato il peggio di loro. Mio nipote drogato e ipnotizzato da qualsiasi superficie riflettesse quei cazzo di Minions e Virginia in modalità: voglio provare ogni paio di scarpe esistente. E' così, che mi sono dovuta lasciar scappare il più bel paio di Adidas di tutti i tempi.
Ho passato il resto del week end, in preda a visioni mistiche di me che rincorro Virginia a sei anni, in preda ad un delirium tremens dall'alcol che mi ci vorrà per arrivarci ai suoi sei anni. Perciò no, se lo chiedete a me io non lo odio il lunedì, al massimo lo aspetto.
martedì 29 settembre 2015
Michela e la crisi dei trentatré
Alla fine scusate, chi ha detto che la crisi di mezza età, arrivi per forza, verso i cinquanta.
Per quanto mi riguarda, ho trentatré anni e sono già alla mia seconda crisi esistenziale.
No, dico davvero, non sto esagerando.
La prima, l'ho attraversata all'inizio dell'università. Devo ammettere, di non aver fatto le scelte giuste per combatterla. Vita nuova, studi nuovi, ecco il paradigma di partenza. Le persone equilibrate, sanno che i cambiamenti vanno affrontati uno alla volta, io no. Io feci più o meno, quello che si può considerare, una crudele operazione di potatura su un albero perfettamente in salute e tagliai tutti i rami. Tutti. Il risultato, l'ho detto, non fu molto positivo, soprattutto perché la mia migliore amica, decise di trasferirsi a cinquemila chilometri di distanza da me, proprio in quel frangente. Ho vissuto i seguenti anni universitari, come Frodo che scappa da Gollum. Nel continuo terrore di ripiombare nei miei rami secchi. Ad un certo punto poi, ho pensato di aver ritrovato la bussola e per alcuni anni, quasi sei per la verità, sono stata impelagata, in una relazione malata. Di quelle che lui, è così piccino da dover disintegrare, la stima che tu hai di te stessa, ogni giorno, per poter affermare la sua esistenza. Fino ad allora, avevo sempre pensato di essere una ragazza intelligente e, in effetti, non è che all'improvviso mi fossi rincoglionita. Quelle sono relazioni, impossibili da descrivere. Sono storie che da fuori guardi e pensi "ma cosa avrà quella ragazza che non va, per stare con un soggetto simile?", salvo poi scoprire che, ehi! Sei proprio tu, quel tipo di ragazza. Quella che ha una venerazione inspiegabile per il peggior tipo possibile di maschio, che crede di essere un alfa e invece, è un omuncolo qualunque.
Avete presente? Uno di quelli afflitti dal morbo di Apollo. Uno di quelli che, se finisci per sposarlo, garantito che ti conviene farti regalare per Natale, un abbonamento dal ginecologo per lo screening contro l'herpes, per dire. Che poi, se malauguratamente, dovessi scoprire anche di avercelo, sarebbe colpa tua, alla fine. Quel tipo di uomo, insomma. Un ominide. Ognuna di noi, deve incontrarli, almeno una volta nella vita. E' una legge di vita non scritta, come i calzini, che entrano accoppiati in lavatrice e ne escono in solitaria. Solo il cosmo, sa che fine abbia fatto il suo compagno. Anzi, nel caso del maschio Apollo, se ne incontri uno, sei anche parecchio fortunata. Conosco donne, che ripetutamente, incappano nello stesso odioso esemplare e, in quel caso, non è che ripetita iuvant, ma vaglielo a spiegare!
La cosa davvero preoccupante però, era che anche all'epoca, io sapevo di stare male. Sentivo dentro di me, che quella relazione era asfissiante e che non stavo facendo altro che mortificare me stessa. Mi punivo per aver tagliato i rami che credevo secchi e che invece, erano ancora così pieni di vita? Non lo so. Ve l'ho detto, fuggivo. Fuggivo da tutti. La mia famiglia, detestava il mio maschio Apollo, anche questo, mi spingeva a stare con lui. Insomma, avevo combattuto per affermare il mio diritto a vederlo, non avrei mai accettato, di tornare indietro e dire: "scusate, avevate ragione", meglio soffrire, vivere nella costante consapevolezza che non sei, dove dovresti essere, finendo per stentare a riconoscere, la flebile voce di quella sconosciuta che dentro te urla: "ma che diamine stai facendo?", nel frattempo, sentire crescere dal tuo tronco, altri rami, e realizzare, che quelli vecchi, fanno ancora male. Non sono stata io a porre fine a quella storia. E come avrei potuto? Io non c'ero più. Non so dove fossi. Ho sentito dire, che quando si è in coma, si è, ma su un altro livello dimensionale. Qualcosa del genere. Tipo che sei in dormiveglia, senti i rumori della vita in sottofondo, ma non ti svegli. Ecco, è così che vivevo. La vita mi scorreva accanto, in sottofondo. Ho pianto molto. Ho versato più lacrime di quante credevo possibile. Non erano lacrime di una donna che ama e che viene lasciata. C'era una tono di disperazione diversa nel mio pianto. Piangevo perché non sapevo da dove iniziare per ritrovarmi. Dico davvero. Piangevo perché sentivo dentro un vuoto incolmabile. Mi sentivo come una maschera del carnevale di Venezia. Da bambina le trovavo terrificanti, mi spaventava a morte, l'idea, quasi certezza, che dietro quelle maschere, ci fosse solo buio.
Poi una sera, mi capitò di mangiare cinese e questo fu lo switch di cui avevo bisogno. Un involtino primavera, uno spaghetto di soia alle verdure, ed ero di nuovo io. Banale, vero? Come basti, a volte, solo sedersi ed essere, per ritrovarsi. Non avevo mangiato cinese per sei anni, perché Apollo, non lo gradiva ed io, io in fondo, chi ero per chiedere di mangiare cinese? Non chiedevo e non mi veniva dato. Kurt Cobain, una delle costanti della mia vita, svegliatosi dopo il coma, chiese un Milk Shake a fragola, per ritrovarsi in pace con la vita. Si vede che a me, bastava un biscotto della fortuna.
Dalla cena cinese in poi, è stato davvero un crescendo di ricordi di chi io fossi. Sono Michela Belli, napoletana, amo il cibo cinese, amo scrivere, amo leggere, amo studiare e, soprattutto, amo pensare. Dio, che sapore di libertà, il pensiero. Ho giurato, che mai più, me ne sarei fatta privare.
Sei anni, quanti giorni? Quante ore, minuti e stagioni? Eppure, nessuna traccia lasciata nella mia memoria emotiva, solo immagini, che scorrono sul file di memoria del mio cervello, catalogate come scene di un brutto film.
Ma il post, non nasceva per parlare di Apollo, credetemi, non vale nemmeno una mia parola.
Dicevo, trentatré anni e due crisi esistenziali.
Sono stata, credo, una buona figlia. Sono stata educata al dovere, alla sublimazione dei nostri desideri attraverso la dura etica del: prima il dovere e poi il piacere.
I miei genitori sono imprenditori, di quelli che, fossimo vissuti nell'epoca giusta, garantito che ci mettevano su un carretto e tutti alla ricerca dell'Eldorado. Io e i miei fratelli, abbiamo sempre lavorato nelle aziende dei nostri genitori. Tutta la vita ho trascorso, a sentirmi dire: "come sei fortunata!" oppure il più gettonato: "loro (i miei genitori) lo fanno per voi! Non ti rendi conto di ciò che hai", come se, il fatto che i miei genitori avessero deciso di fare impresa, dovesse per forza significare che anche io e i miei fratelli, dovessimo farlo e, in effetti, così è stato. Ho vissuto tutta la mia vita, sentendomi la pecora nera di casa. Guardavo i miei fratelli lavorare senza lamentarsi e mi sentivo malissimo, perché dentro me, ogni singolo atomo del mio organismo, diceva che non voleva farlo.
Ciò nonostante, quando ho dovuto scegliere cosa fare, ho scelto l'impresa di famiglia. All'epoca pensavo per non deluderli, proprio come pensavo che i miei genitori facessero tutto quello che facevano, per noi figli. Sarei dovuta crescere ancora molto e guardarmi dentro con totale onestà, per capire, che io avevo scelto loro perché sì, gli ero grata, ma più di tutto, avevo paura di mettermi alla prova. Proprio come solo dopo essere diventata madre, avrei scoperto, che i miei genitori sono imprenditori perché è l'impresa (in entrambe le accezioni della nostra lingua) il loro motore. Il loro, non il mio. Poi, diamine, è ovvio che tutto ciò che un genitore conquista, resti poi ai figli. In quel momento però, ero ancora molto giovane e, in verità, in opposizione a quello che la gente credeva, fin troppo grata ai miei genitori, per scegliere di non seguirli. Ero figlia e, in un certo senso, di loro possesso. Non nel senso di: sei nostra figlia, comandiamo noi. Loro erano i miei genitori. Due persone dal carattere molto forte e carismatico. Tutti li seguivano. Li ho visti cambiare come camaleonti e ho visto, i loro dipendenti seguirli senza batter ciglio, come avrei mai potuto pensare di non seguirli anche io? E poi, ma mi ripeto, era comodo, sicuro, viaggiare sempre con le spalle coperte.
Per un po', non ci ho pensato. In fondo, credetemi quando vi dico, che l'albergo della mia famiglia è un'estensione della mia famiglia. Non potrei mai pensare, di disfarmene. Camminare su quei pavimenti, salire le scale di ingresso di quell'albergo, mi faceva -mi fa- sentire così orgogliosa, che ogni domanda si assopiva in me, al solo guardare l'insegna della Bella Mbriana.
Seguivo la marea, anzi con l'apertura di un nuovo hotel in Toscana, ero davvero convinta di trovarmi al timone della mia vita. Un nuovo inizio. Nuova terra, nuovo lavoro ed io presente da zero.
Non era il lavoro dei miei sogni, ma chi fa il lavoro dei propri sogni? Mi venivano in mente un paio di esempi, ma mi dicevo, quella è gente fortunata, non frignare e vai a lavorare.
Poi è arrivata Virginia. Di nuovo, non ero in me. Di nuovo allo sbando. Di nuovo senza una rotta da seguire. Di nuovo annichilita da qualcun altro e poco contava se si trattava del più grande amore della mia vita, ancora non ero padrona di me stessa. Mi sono ritrovata a trentatré anni a passare dall'essere proprietà dei miei genitori, all'essere proprietà di mia figlia. Da qualche parte, nel mezzo, avrei potuto scoprire chi volevo essere e cosa volevo fare e invece, non l'avevo fatto. Di qui, la mia nuova crisi.
Non è facile, scoprire a soli trentatré anni, di essere già così piena di rimpianti. Solo adesso, imparo a conviverci.
Per fortuna, in questo senso, la scrittura mi salva ogni giorno.
Ogni pezzo scritto, ogni pagina sudata, mi racconta chi sono e dove voglio andare.
Dicono che i trentatré siano gli anni di Cristo, per questo, pieni di tumulti e dolori che nemmeno il giovane Werther, credetemi. Non mi resta che aspettare.
Nel frattempo alla crisi dei trentatré rispondo con un sonoro: sono Michela Belli e sono un'autrice.
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mercoledì 9 settembre 2015
Donne con la maschera di ferro.
La verità è che non importa quanto lui faccia, alla fine sarà sempre un uomo, e in quanto tale, ti farà girare le palle ad elica e alla fine della giornata ti sentirai anche in colpa.
La stessa identica cosa per la mia maternità. Virginia è nata per la mia totale inconsapevolezza. Oggi, la consapevolezza di me stessa come donna adulta, mi fa dire senza alcun senso di colpa, che non sono nata per essere madre. A quota uno, io sento il mio istinto materno ampiamente soddisfatto. Non sento la nostalgia dei pannolini, delle pappe, dei bagnetti, dei rigurgiti (che Virgy non ha mai fatto, ma che ne so io se un altro li fa? PUZZANO amiche, PUZZANO, ditelo ad alta voce starete meglio). So anche, che mia figlia ha il diritto di avere qualcuno nel mondo che non siano i genitori. Ma questo è un dilemma di natura etica, che quando sarò costretta, affronterò.
E' una verità inconfutabile questa. Tanto vera, quanto la puzza nauseabonda della cacca del tuo bambino. Proprio per l'intrinseca analogia cacca/uomo (che detta così può essere offensivo, ma credetemi non lo è) anche l'ammissione da parte di alcune donne, è per sua stessa natura, come dire... difficile. Ci sono alcune donne che, nel momento stesso in cui pisciano sul test di gravidanza e questo gli dice che sì, sono incinte, stanno per ricevere il miracolo della vita, impazziscono. Davvero, un minuto prima, sono delle stronze acide come te e il minuto dopo, con il test in mano, sventolano il loro istinto materno ai quattro venti e tu, che te le figuri ancora qualche notte addietro, insieme a te nei peggiori bar di Caracas, ubriaca come una biscia, dimenarsi come una scimmia urlatrice sul pacco di un qualche sconosciuto, resti là impalata, ti guardi intorno curiosa di scorgere qualche estraneo che la tua amica stia palesemente prendendo per il culo, e poi, ti rendi conto che no, non c'è nessuno allora dici "Ehi, stai parlando con me...", ma l'hai persa, la tua amica è un esemplare di donna che al test di gravidanza indossa la maschera di ferro del: sono nata per essere madre, ormai non tornerà più. Fai prima a cancellare il suo numero dalla rubrica, non verrete frequentarvi mai più, credimi.
Ecco, questo tipo di donna è la stessa che canta della sua paradisiaca relazione. Di quanto sia sublime, destreggiarsi tra la merda del suo pargolo e i calzini sporchi del compagno. Capite bene che con donne di questa natura, è impossibile ragionare.
Personalmente, io sono invece il tipo di donna opposto. Ogni giorno combatto con la mia tendenza a godere fin troppo della compagnia di me stessa e con l'irrinunciabile desiderio di affermare me stessa fuori dal mio matrimonio e fuori da mia figlia.
Non sono mai stata fedele all'idea di donna buona compagna e mamma campione di dolcezza e tolleranza, anzi.
Mio marito è un uomo come non ne fanno più. Così almeno mi dicono. In effetti, è buono, attento alle mie esigenze e soprattutto cerca di rendersi utile nei campi che sente più affini: mi sostituisce a lavoro quando la gestione di Virginia lo richiede ed è, più attento di me, a riempire il frigorifero, sebbene, di norma, compri solo cazzate e birre, ma lui almeno si ferma al supermercato, io tiro dritto. E' molto diverso da me. Davvero diverso, intendo. Quando ci siamo fidanzati, ho pensato questa sarà la nostra carta vincente. Oggi dopo tre anni di matrimonio e di convivenza e una figlia, penso questa sarà la nostra carta vincente o la tomba del nostro amore. Ecco, donne come quelle di prima, non le ammettono le crepe dei loro matrimoni. Fingono lungo tutto il tragitto delle loro vite, alcune, le più fortunate, si convincono delle loro bugie, la maggioranza invece, vive nella bugia fino a quando non si ritrovano un giorno ad urlare alle spalle del loro perfetto marito le tre parole magiche: Voglio Il Divorzio, per riappropriarsi di sé e del proprio tempo, perché Seneca lo aveva detto, quanto tempo fa? Circa duemila anni fa? Ma la donna con la maschera di ferro, non poteva esimersi dal comprenderlo da sola. Io no. Io sono una che apprezza la storia e l'esperienza degli altri e se Seneca ci era arrivato duemila anni fa, allora cazzo, è vero, la conoscenza di noi stessi e il giusto utilizzo del nostro tempo, sono gli unici strumenti per la libertà. Io le crepe del matrimonio, non le evito, anzi, le ringrazio, mi tengono costantemente in guardia e mi ricordano, che mio marito è un uomo imperfetto almeno tanto quanto io sono una donna imperfetta. Mi ricordano ogni giorno, che l'ideale esiste per fortuna, solo nei romanzi, anche perché, pigra come sono sarebbe una tortura mantenere alto lo standard. Le crepe del mio matrimonio, sono importanti quanto le rughe che iniziano a farsi vedere. Alle rughe il refill lo fai con le creme anti age, alle crepe del tuo matrimonio, mandando la figlia a dormire dai nonni. Per dire.
Non sono mai stata fedele all'idea di donna buona compagna e mamma campione di dolcezza e tolleranza, anzi.
Mio marito è un uomo come non ne fanno più. Così almeno mi dicono. In effetti, è buono, attento alle mie esigenze e soprattutto cerca di rendersi utile nei campi che sente più affini: mi sostituisce a lavoro quando la gestione di Virginia lo richiede ed è, più attento di me, a riempire il frigorifero, sebbene, di norma, compri solo cazzate e birre, ma lui almeno si ferma al supermercato, io tiro dritto. E' molto diverso da me. Davvero diverso, intendo. Quando ci siamo fidanzati, ho pensato questa sarà la nostra carta vincente. Oggi dopo tre anni di matrimonio e di convivenza e una figlia, penso questa sarà la nostra carta vincente o la tomba del nostro amore. Ecco, donne come quelle di prima, non le ammettono le crepe dei loro matrimoni. Fingono lungo tutto il tragitto delle loro vite, alcune, le più fortunate, si convincono delle loro bugie, la maggioranza invece, vive nella bugia fino a quando non si ritrovano un giorno ad urlare alle spalle del loro perfetto marito le tre parole magiche: Voglio Il Divorzio, per riappropriarsi di sé e del proprio tempo, perché Seneca lo aveva detto, quanto tempo fa? Circa duemila anni fa? Ma la donna con la maschera di ferro, non poteva esimersi dal comprenderlo da sola. Io no. Io sono una che apprezza la storia e l'esperienza degli altri e se Seneca ci era arrivato duemila anni fa, allora cazzo, è vero, la conoscenza di noi stessi e il giusto utilizzo del nostro tempo, sono gli unici strumenti per la libertà. Io le crepe del matrimonio, non le evito, anzi, le ringrazio, mi tengono costantemente in guardia e mi ricordano, che mio marito è un uomo imperfetto almeno tanto quanto io sono una donna imperfetta. Mi ricordano ogni giorno, che l'ideale esiste per fortuna, solo nei romanzi, anche perché, pigra come sono sarebbe una tortura mantenere alto lo standard. Le crepe del mio matrimonio, sono importanti quanto le rughe che iniziano a farsi vedere. Alle rughe il refill lo fai con le creme anti age, alle crepe del tuo matrimonio, mandando la figlia a dormire dai nonni. Per dire.
La stessa identica cosa per la mia maternità. Virginia è nata per la mia totale inconsapevolezza. Oggi, la consapevolezza di me stessa come donna adulta, mi fa dire senza alcun senso di colpa, che non sono nata per essere madre. A quota uno, io sento il mio istinto materno ampiamente soddisfatto. Non sento la nostalgia dei pannolini, delle pappe, dei bagnetti, dei rigurgiti (che Virgy non ha mai fatto, ma che ne so io se un altro li fa? PUZZANO amiche, PUZZANO, ditelo ad alta voce starete meglio). So anche, che mia figlia ha il diritto di avere qualcuno nel mondo che non siano i genitori. Ma questo è un dilemma di natura etica, che quando sarò costretta, affronterò.
Appena nata, l'incanto era così scintillante e poi, quando ho davvero compreso cosa significasse, non è che potessi rificcarmela in pancia anche se, ci sono quei momenti in cui bramo un minuto di silenzio, in cui penso che preferirei una vita di pancione da gravidanza con possibilità illimitata di silenzio e tempo per leggere, scrivere, voglio dire tutti oggi danno l'offerta chiamate ILLIMITATE, quando inveneteranno offerte per tempo per noi stessi? Poi però, guardo quello scintillio venir fuori dai diamanti che ha negli occhi mia figlia e mi dico, anche solo un minuto andrà bene, ma il punto è che io il mio silenzio lo voglio ancora. Non penso di adattarmi al chiasso e lo dico ad alta voce. Sono Michela Belli, sono un essere umano straripante di ambizioni, desideri e necessità e poi, sono anche moglie e madre. Sono anche. Non SONO. La differenza, è tutta lì, credo.
Non so. Forse fanno bene, quelle con le maschere di ferro. Non so se riuscirò mai a trovare l'equilibrio giusto. Questi ultimi tre anni, sono stati un terremoto. Ho davvero fatto violenza alla mia natura e oggi, ne pago lo scotto. Sono spesso nervosa, anche se il fanculo facile, l'ho sempre avuto. Metto a dura prova la pazienza di mio marito e spesso, più spesso di quanto vorrei, penso che si meriterebbe una donna capace di amarlo con la devozione che si merita e che io non ho. Io sono devota solo alla scrittura e questo è il mio dramma.
martedì 28 luglio 2015
Le tre fasi della scrittura, o anche, scappa e prendi un libro di algebra, credi a me.
L'altro giorno mi è stato chiesto di descrivermi come scrittrice. Facile, ho pensato, io non una scrittrice. La verità, non mi stanco mai di dirlo, è che io sono, semplicemente, una che scrive. Non lo faccio nemmeno più in maniera compulsiva come quando, non avevo Virginia e trascorrevo la maggior parte del mio tempo nel favoloso mondo delle idee. Ora che devo ritagliarmi spazio e tempo, scrivo in maniera quasi programmata e dico quasi perché spesso, non riesco neppure a seguire i programmi. Diciamo che sono una che scrive appena ha un minuto per se stessa.
Se anche però io avessi tutto il tempo del mondo per scrivere, comunque non potrei sentirmi scrittrice. Per diventare scrittori, bisogna attraversare una fase di consacrazione? Chi ci conferisce questo titolo? L'esperienza? Il fatto di vendere delle copie dei propri libri? O semplicemente l'atto in sé di scrivere storie?Non lo so.
Parlare di scrittura,non è mai facile. Molti in internet (e non solo), lo fanno con un po' troppa leggerezza. E' abbastanza comune, trovare blog in cui ti dicono, vieni, leggi me, io sono l'esperto di scrittura, salvo poi scoprire, che le quattro scempiaggini scritte sui loro blog, sono parte di quelle verità assolute di cui, solo gli stolti e gli insicuri sono alla ricerca. La ricetta magica per perdere 20 kg in un solo giorno, roba di questo tipo. Avete presente? Ma dico io, un po' di onestà intellettuale, di umiltà. Sono doti davvero in disuso in questa società di super esperti nascosti dietro i loro schermi.
Parlare di scrittura,non è mai facile. Molti in internet (e non solo), lo fanno con un po' troppa leggerezza. E' abbastanza comune, trovare blog in cui ti dicono, vieni, leggi me, io sono l'esperto di scrittura, salvo poi scoprire, che le quattro scempiaggini scritte sui loro blog, sono parte di quelle verità assolute di cui, solo gli stolti e gli insicuri sono alla ricerca. La ricetta magica per perdere 20 kg in un solo giorno, roba di questo tipo. Avete presente? Ma dico io, un po' di onestà intellettuale, di umiltà. Sono doti davvero in disuso in questa società di super esperti nascosti dietro i loro schermi.
Io sono un'italiana media. Dio che bella dote la normalità. Scrivo più di quanto leggo. Vorrei poter vivere di quel che scrivo, ma a trentatré anni, posso, con relativa certezza, dire che non diventerò un campione di vendita. Eppure, non per questo posso accettare di scendere a compromessi, quando farlo significa, svilire il mio lavoro. Ma questa è un'altra storia e ne parlerò un'altra volta. Ora mi preme dire altro.
Scrivere un romanzo non è così facile come sembra. Non è che una mattina ti svegli, la Musa ti bacia e boom hai scritto la storia del secolo. E' più un discorso che attraversa almeno tre fasi conclamate (questo per lo meno, è il mio caso) .
Eccitazione: in questa fase, mi sento un essere soprannaturale. Ho il dono della parola scritta. L'universo mi ama. La farfalla si posa sul fiore nel momento esatto in cui io sto guardando quel fiore. Sono in Matrix, lo so. Pillola rossa o pillola blu? Faccio parte di una casta di eletti. Insieme governeremo il mondo. Convinceremo l'umanità a leggere. Le librerie saranno luoghi mistici di adorazione per tutti (non solo per alcuni strambi tra cui la sottoscritta) e soprattutto nessuno, NESSUNO dovrà più subire l'onta di trovare nella vetrina di una libreria un cantante di Maria de Filippi o un lacchè qualunque di Maria de Filippi. Insomma, Maria de Filippi potrà andare anche a cagare nel mio mondo post-eccitazione. Lo so, è follia. Nessuno mette Maria de Filippi in un angolo (cit.), ma amici, questa è solo la prima fase, aspettate di arrivare alla terza.
Concentrazione: ogni nervo del mio corpo, ogni neurone e sinapsi del mio cervello, tutto di me, è teso alla creazione della storia che ho in mente. Incipit, culmine e finale. Tutto già scritto con le parole perfette della mente. Le conoscete? Se non le avete mai incontrate, vi prego, scappate il più velocemente possibile. Aprite il primo libro di algebra che vi capita sottomano e buttatevi nel mondo dei numeri perché, le parole della mente, sono doppiogiochiste. Sono delle stronze se mi consentite il francesismo. Sono quelle parole che ogni scrittore ama e teme. Quelle che quando stai immaginando la storia ti solleticano dietro la nuca. Le parole perfette. Quelle per le quali, non esiste necessità di sinonimi, parafrasi o altro. Sono l'essenza definitiva e assoluta di quello che volevi dire. Quelle per le quali, ringrazi Dio o chi per lui, per essere nato in Italia ed essere capace di parlare la più favolosa lingua del mondo. Poi apri il computer, il foglio elettronico ti si apre davanti e puff! Sparite. O meglio, le metti per iscritto e come per magia, non significano più un cazzo. Francesismi con la pala su questo blog, amici.
Depressione: non sono nessuno. Non sono uno scrittore, non sono nemmeno una persona intelligente. Non riesco ad esprimere quello che voglio dire, no, anzi, non voglio dire proprio niente perché non ho la capacità minima comune dell'essere umano, di formare frasi di senso compiuto. BASTA, BASTA, BASTA, non scriverò mai più in vita mia. Nemmeno per fare la lista della spesa, tanto la lascio sempre sul banco della cucina. Vedi? Sei una cretina, chi scrive una lista della spesa per poi dimenticarla? (TUTTI, risposta che mi darò solo nella prossima fase). In fondo, ho già un lavoro, ho una famiglia a cui badare, una casa.
Sì, basta (chiudendo con disprezzo il computer) non ho bisogno di scrivere per essere felice. Mi basta una carta di credito come alla maggior parte degli esseri umani quando è giù di morale. Esco, compro la cosa più inutile che possa essere stata creata e felice me ne torno a casa. Ancora credo di non voler mai più scrivere. La storia, quella è sempre nella regione del mio cervello abitata dai volti che ho incontrato in trentatré anni di vita di sfuggita. Il tizio in treno, la donna che usa l'iphone in spiaggia come specchietto, i due ragazzi che si baciano, il belloccio che si sente Brad Pitt e invece non arriva nemmeno ai livelli di Gabriel Garko che, voglio dire,questa gran cosa non è così via, fino ad arrivare ai personaggi della storia che mi frulla nel cervello in questo momento. Sono onde che vanno e vengono, si infrangono rumorose dietro la mia nuca e chiedono di essere ascoltate.
Sì, basta (chiudendo con disprezzo il computer) non ho bisogno di scrivere per essere felice. Mi basta una carta di credito come alla maggior parte degli esseri umani quando è giù di morale. Esco, compro la cosa più inutile che possa essere stata creata e felice me ne torno a casa. Ancora credo di non voler mai più scrivere. La storia, quella è sempre nella regione del mio cervello abitata dai volti che ho incontrato in trentatré anni di vita di sfuggita. Il tizio in treno, la donna che usa l'iphone in spiaggia come specchietto, i due ragazzi che si baciano, il belloccio che si sente Brad Pitt e invece non arriva nemmeno ai livelli di Gabriel Garko che, voglio dire,questa gran cosa non è così via, fino ad arrivare ai personaggi della storia che mi frulla nel cervello in questo momento. Sono onde che vanno e vengono, si infrangono rumorose dietro la mia nuca e chiedono di essere ascoltate.
Queste sono le tre fasi che di norma attraverso quando devo scrivere una storia. Come vi raccontavo, amici, sono tre le fasi conclamate. Queste fasi possono sfociare solo ed unicamente in due grandi mari: il successo o il fallimento. Spesso le storie che immagino restano a farmi compagnia per un po'. Sembrano buone, interessanti e vivono lungo il corso di venti o trenta pagine di word. Alla fine però, muoiono lì. Appese come i panni freschi di bucato. Profumano di buono, ma se non li stiri non li puoi indossare. A meno che tu non viva negli USA, ma qui in Italia, noi si usa ancora stirare. Purtroppo. Altre volte invece, le trenta pagine diventano cinquanta, poi novanta e per magia sei a cento e allora ti rendi conto che quella storia è diventato un libro e questa, amici, è la sensazione di potenza più esaltante che un essere umano possa sentire. E per quei momenti appena prima di capire che sì, stai scrivendo un libro, che ogni volta supero la depressione e mi dico, fanculo! Se incontro uno che non dimentica mai la lista della spesa a casa io lo evito. E' un tipo sospetto!
Sono donna ergo bugiarda, aka le bugie che devi conoscere per sopravvivere ad una vita da donna.
Noi donne mentiamo. Questa frase, lo riconosco, può sembrare, lo slogan adatto ad un gruppetto di maschilisti, ma leggete con attenzione. Noi donne (in verità noi essere umani,ma sono donna e mi occupo del mio genere) mentiamo. E' la società, che ci ha insegnato a farlo in certi casi, in altri, è lo spirito di sopravvivenza.
Da bambina, menti quando, siete pronte per uscire di casa e tu dici a tua madre che non hai bisogno di fare la pipì. Sei pigra e poi il water è così alto. Allora tua madre ti da fiducia, perché è una buona madre e non vuole ledere la tua autostima, uscite e zaac devi farla, ma tu, stoica sin da piccola, in quanto donna e, di strada ne hai da farne, tesoro, la tieni, il tuo perineo, che ancora non sai nemmeno di possedere, è in splendida forma , quindi, metti su un'improbabile danza del ventre, tua madre ovviamente lo sa, ma vuole vedere fin dove vuoi arrivare. Inutile dirlo, alla fine sei costretta ad accovacciarti dietro un albero. Scema, falla a casa, ascolta un'amica!
Da ragazzina, menti quando, le tue amiche sono tutte oltre il confine della prima mestruazione e tu no, allora dici che sì, ovvio che l'hai avuta anche tu. Oppure menti perché, al contrario, sei l'unica oltre quel confine e cerchi disperatamente di tornare indietro perché non eri pronta a lasciare le bambole così presto. In ogni caso, l'ormone ti porta alla bugia.
Da adolescente menti sulle stesse questioni maschili, quali:
- sigarette: tu giuri e spergiuri di non fumare. la tua camera grigio Londra, palesa la menzogna agli occhi di tutti, ma sei nel pieno della fase fottesega, hai 15 anni quindi "Cazzo, non fumo!". Un alieno è entrato dalla finestra, ha detto di essere sulla terra per uno studio sulle nostre abitudini. Ha preso dal tuo zaino le sigarette DI CLAUDIA, se n'è accese un paio et voilà il fumo. La balla regge alla grande. Nella tua mente l'unico anello debole è Claudia che non fuma, ma fottesega, tua madre nemmeno la conosce ancora Claudia che inizierà a fumare verso i 18 anni, ma questo è irrilevante.
- canne: tua madre- hai provato a fumare una canna?
tu- No, mamma, ma che come ti viene in mente? sguardo colpevole che ruota vorticosamente e ridarella isterica. Mettiti di tua spontanea volontà una tuta a strisce bianco e nere che fai prima. Ciaone proprio. - Alcol: tua madre- ma in quel bar dove vi ritrovate vendono alcol ai minorenni?
tu- Seeeee, io con la mia 5000 lire di paghetta- da dividere probabilmente con tua sorella- (voglio dire, questo potrebbe o non potrebbe essere un ricordo della mia adolescenza) compro solo una coca cola e poi tutti gettoni per il video game Bubble Bobble.
Nel momento in cui, senza alcuna domanda posta, spieghi cosa te ne fai della paghetta, stai automaticamente dichiarando la tua colpevolezza. In più la coca cola ti fa schifo e tua madre lo sa e sei la negazione ai video game e questo lo sanno proprio tutti.
Da giovane donna, affini l'arte della menzogna. Hai venti anni e la prova costume inizia ad essere un argomento che irretisce anche te che, fino a ieri, avevi tutti i neuroni funzionanti ed al loro posto.
Tua madre- hai mangiato all'università?
Tu- sì (senza perderti in digressioni, tanto lo sai che ti chiederà cosa, visto che brava bugiarda sei diventata?)
Tua madre- Cosa?
Tu- (sorriso compiaciuto) un panino provola e crudo con Mara (una tic tac, un caffè e un pacchetto di marlboro light).
Scema! Hai fatto un danno solo a te stessa, non a tua madre, ma hai 20 anni, non lo puoi capire, forse, non lo devi ancora capire.
Ancora:
tu- mamma dormo da Claudia stasera. (ti ricorda qualcuno, amica?) Poi fai una figlia e scopri che non solo a venti anni era una decerebrata irresponsabile, ma anche fortunata! Avresti potuto incontrare un maniaco e non un fidanzato normale con il quale credevi di dover vivere per l'eternità stile Delena (sì, muoio per the vampire diaries) e invece hai preso a calci in culo dopo un po', ma hai 20 anni, lo capisco, vivere una relazione poco salubre è da manuale. Sei nel pieno del tuo all in.
Tua madre- hai mangiato all'università?
Tu- sì (senza perderti in digressioni, tanto lo sai che ti chiederà cosa, visto che brava bugiarda sei diventata?)
Tua madre- Cosa?
Tu- (sorriso compiaciuto) un panino provola e crudo con Mara (una tic tac, un caffè e un pacchetto di marlboro light).
Scema! Hai fatto un danno solo a te stessa, non a tua madre, ma hai 20 anni, non lo puoi capire, forse, non lo devi ancora capire.
Ancora:
tu- mamma dormo da Claudia stasera. (ti ricorda qualcuno, amica?) Poi fai una figlia e scopri che non solo a venti anni era una decerebrata irresponsabile, ma anche fortunata! Avresti potuto incontrare un maniaco e non un fidanzato normale con il quale credevi di dover vivere per l'eternità stile Delena (sì, muoio per the vampire diaries) e invece hai preso a calci in culo dopo un po', ma hai 20 anni, lo capisco, vivere una relazione poco salubre è da manuale. Sei nel pieno del tuo all in.
Poi, arriva, è ragionevole pensare verso i 25 anni, l'età adulta. Io sono un po' lenta e il processo ha impiegato proprio un quinquennio intero, a 30 però ero adulta.
Hai una laurea in tasca che non usi, hai scelto l'uomo giusto (e non sai nemmeno tu come hai fatto) ti sei sposata, avevi giurato che non l'avresti fatto, ma, di nuovo, le donne mentono. Insomma, a 30anni cosa c'è ancora da mentire, mi chiederai? Si suppone tu sia adulta e vaccinata. Voglio dire, hai una tua casa, sei indipendente e invece... le donne mentono, poi non dire che non ti avevo avvisata!
Hai un lavoro, una casa, un uomo, una pseudo vita sociale e SOLE 24 ore di tempo al giorno, ovvio che menti! Devi mentire. E' lo spirito di sopravvivenza di cui ti parlavo all'inizio del post, che te lo impone.
Hai una laurea in tasca che non usi, hai scelto l'uomo giusto (e non sai nemmeno tu come hai fatto) ti sei sposata, avevi giurato che non l'avresti fatto, ma, di nuovo, le donne mentono. Insomma, a 30anni cosa c'è ancora da mentire, mi chiederai? Si suppone tu sia adulta e vaccinata. Voglio dire, hai una tua casa, sei indipendente e invece... le donne mentono, poi non dire che non ti avevo avvisata!
Hai un lavoro, una casa, un uomo, una pseudo vita sociale e SOLE 24 ore di tempo al giorno, ovvio che menti! Devi mentire. E' lo spirito di sopravvivenza di cui ti parlavo all'inizio del post, che te lo impone.
Tu e il tuo uomo lavorate entrambi,ma tu hai la sventura di rientrare prima a casa. Ok? Quindi la cosa va così, non provare a negarlo.
Amore telefona.
A.- tesoro, che si mangia stasera? Hai cucinato?
Tu- Certo!
Non è vero, sei ancora col culo sul divano a spippolare sull'iphone. La verità, quel corpo estraneo alla tua bocca donna, è la seguente: fino a quella telefonata non avevi nemmeno immaginato che si dovesse mangiare, perché ehi, non è mai stato un tuo problema, ma di tua madre. Devi smetterla di pensare che il piano fuochi della cucina esista solo per il caffè della mattina e che tua madre presto o tardi imparerà a cucinare per via telepatica. Quindi ti alzi, mi sembra di vederti, apri una busta di insalata, aggiungi, sale, olio e limone (perché al tuo uomo pice il limone e tu sei una buona compagna) , apri due scatolette di tonno e la cena è servita! Con l'esperienza poi, imparerai ch el'insalata va condita quando amore è a casa o si ammoscia. :)
Amore telefona.
A.- tesoro, che si mangia stasera? Hai cucinato?
Tu- Certo!
Non è vero, sei ancora col culo sul divano a spippolare sull'iphone. La verità, quel corpo estraneo alla tua bocca donna, è la seguente: fino a quella telefonata non avevi nemmeno immaginato che si dovesse mangiare, perché ehi, non è mai stato un tuo problema, ma di tua madre. Devi smetterla di pensare che il piano fuochi della cucina esista solo per il caffè della mattina e che tua madre presto o tardi imparerà a cucinare per via telepatica. Quindi ti alzi, mi sembra di vederti, apri una busta di insalata, aggiungi, sale, olio e limone (perché al tuo uomo pice il limone e tu sei una buona compagna) , apri due scatolette di tonno e la cena è servita! Con l'esperienza poi, imparerai ch el'insalata va condita quando amore è a casa o si ammoscia. :)
Poi diventi madre. Amica, queste sono le menzogne più grandi che dirai, perché è la società ed un manipolo di bigotte che te lo impongono. Dirai che la gravidanza è uno stato di delizia e di salute! BUGIA, BUGIA, BUGIA. La nausea, i piedi affetti da elefantiasi e la pancia così grande da renderti impossibile la visione della punta dei piedi TI FA CAGARE, dillo. Sei normale, tranquilla. Menti pure, lo facciamo tutte, ma poche di noi lo ammettono.
Quindi, l'erede viene al mondo e ok, il tuo cuore capitola come non farà mai più, a meno che, tu non sia così folle, da farne un altro, perché, mi dicono, in quel caso, il cuore raddoppia (altra bugia del sesso femminile? Non lo so, non ti posso aiutare. Ne ho una e sto bene, banco). Ti dici che in questo rapporto, non ci saranno bugie, solo candore. Stai mentendo in quello stesso istante. Di bugie, amica mia, dovrai dirne a tuo/a figlio/a e anche a più riprese. Quando ti vedrà esausta e triste a causa sua (poppate, mesi di insonnia sono solo due delle gioie della maternità) tu gli racconterai una balla che riuscirà a non far dubitare tua figlio o tua figlia del tuo perfetto e imperturbabile stato di felicità. Gli mentirai quando lo porterai a fare il primo vaccino, distraendolo con un pupazzo qualunque mentre il dottore gli fa la siringa, anzi, le siringhe e gli mentirai più o meno lungo tutto il vostro cammino, dicendo a te stessa e quindi a lui/lei che sei totalmente certa di quello che stai facendo. Bugia enorme, la maternità è la cosa più spaventosa ed il percorso meno chiaro che affronterai mai nella tua vita, ma va bene così, per fortuna hai tuo figlio/a che saprà condurti alla grande. Impara solo a fidarti di lui/lei. Io, sono un pessimo esempio. Sono una madre nevrotica, segnata dalla paura dell'abbandono talmente tanto, che sommergo Virginia di attenzioni e baci che nemmeno mi chiede, povera stella. E le dico tante balle. A mia discolpa, Virginia è una bambina mentalmente impegnativa. A due anni, appena cioè, ha imparato a dire perché, è iniziato il mio calvario. Mento per disperazione. I nostri dialoghi sono un susseguirsi di perché e rischiano di portarmi spesso e volentieri alla neuro, così le mento, invento storie è questo quello che faccio. E' questa la mia tecnica, ogni madre ha la sua. Conosco mia figlia. Il mondo dell'immaginazione è il suo posto. Allora, quando sento che quel perché è l'ultimo che riesco a reggere con una conversazione razionale, parte la storia e lei, in qualche modo, trova pace. Si cheta. Quindi ecco il mio consiglio. Menti e crea un mondo pieno di fantasia e storie belle da immaginare per tuo figlio/a, tanto il mondo è un posto infame e molto presto toccherà lasciarlo/a camminare da solo/a, per lo meno, avrà un bagaglio di storie da raccontarsi quando la vita gli sembrerà insopportabile.
Quindi, l'erede viene al mondo e ok, il tuo cuore capitola come non farà mai più, a meno che, tu non sia così folle, da farne un altro, perché, mi dicono, in quel caso, il cuore raddoppia (altra bugia del sesso femminile? Non lo so, non ti posso aiutare. Ne ho una e sto bene, banco). Ti dici che in questo rapporto, non ci saranno bugie, solo candore. Stai mentendo in quello stesso istante. Di bugie, amica mia, dovrai dirne a tuo/a figlio/a e anche a più riprese. Quando ti vedrà esausta e triste a causa sua (poppate, mesi di insonnia sono solo due delle gioie della maternità) tu gli racconterai una balla che riuscirà a non far dubitare tua figlio o tua figlia del tuo perfetto e imperturbabile stato di felicità. Gli mentirai quando lo porterai a fare il primo vaccino, distraendolo con un pupazzo qualunque mentre il dottore gli fa la siringa, anzi, le siringhe e gli mentirai più o meno lungo tutto il vostro cammino, dicendo a te stessa e quindi a lui/lei che sei totalmente certa di quello che stai facendo. Bugia enorme, la maternità è la cosa più spaventosa ed il percorso meno chiaro che affronterai mai nella tua vita, ma va bene così, per fortuna hai tuo figlio/a che saprà condurti alla grande. Impara solo a fidarti di lui/lei. Io, sono un pessimo esempio. Sono una madre nevrotica, segnata dalla paura dell'abbandono talmente tanto, che sommergo Virginia di attenzioni e baci che nemmeno mi chiede, povera stella. E le dico tante balle. A mia discolpa, Virginia è una bambina mentalmente impegnativa. A due anni, appena cioè, ha imparato a dire perché, è iniziato il mio calvario. Mento per disperazione. I nostri dialoghi sono un susseguirsi di perché e rischiano di portarmi spesso e volentieri alla neuro, così le mento, invento storie è questo quello che faccio. E' questa la mia tecnica, ogni madre ha la sua. Conosco mia figlia. Il mondo dell'immaginazione è il suo posto. Allora, quando sento che quel perché è l'ultimo che riesco a reggere con una conversazione razionale, parte la storia e lei, in qualche modo, trova pace. Si cheta. Quindi ecco il mio consiglio. Menti e crea un mondo pieno di fantasia e storie belle da immaginare per tuo figlio/a, tanto il mondo è un posto infame e molto presto toccherà lasciarlo/a camminare da solo/a, per lo meno, avrà un bagaglio di storie da raccontarsi quando la vita gli sembrerà insopportabile.
Con "amore" che, ormai già sa, che sul tema cucina e affini, sei una bugiarda patologica, sai, dentro te, di non aver più bisogno di mentire. E' il tuo porto franco dalle bugie. Eppure amica mia, ci saranno momenti da ora in poi in cui gli mentirai. Lo farai, paradossalmente, perché lo ami tanto, troppo e non vuoi si senta escluso dall'orbita del tuo cuore che, a sua volta, orbita ormai solo intorno all'esistenza del tuo erede.
Amica, non ti voglio mentire, almeno tra di noi, diciamoci le vere verità del nostro bellissimo universo femminile.
Se sei diventata madre da poco, anzi, mi correggo, se solo hai partorito da un tempo indecifrato, ci saranno momenti in cui la tua stessa femminilità ti sembra una grossa bugia. Momenti in cui sarai solo l'ombra della donna che eri e in effetti, amica, non sei più quella donna, sei tanto di più. Sarai stressata, impaurita, nervosa e soprattutto stanca perché casa, figli, marito, lavoro... la vita insomma. Tuo marito che ti ama, ti cercherà. Ad un certo punto, lui reclamerà la vostra vecchia intimità. Lui ancora non sa che, quell'intimità ormai e morta e sepolta. RIP. Allora amica, tu mentirai e fingerai di voler anche tu quell'intimità. E lo farai. Lo so, ora stai leggendo e penserai MAI E POI MAI, ma fidati lo farai perché tu e "amore" in questo momento siete su due livelli di intimità diversi. A te interessa quello mentale, a lui quello fisico e sappi che più invecchierete, più sarà così. No, non dico che la maternità rende asessuate, per niente, ma cambia qualcosa nel nucleo del tuo essere più profondo. Sei madre. E' un processo irreversibile. Lo so, suona banale, ma amica, dillo comunque a te stessa, ti aiuterà. Sei madre, hai ospitato per 9 lunghi mesi un altro essere umano dentro il tuo stesso corpo. Dio mio, è pazzesco solo scriverlo. Hai rinunciato al naturale possesso di te stessa per 9 mesi. Hai condiviso sangue, aria, cibo e acqua con un altro essere che viveva dentro te stessa. Quale uomo sarebbe capace di tanto? Quale uomo potrà mai provare questa intimità con un altro essere vivente? Capisci ora, perché dico, che il tuo concetto di intimità si è spostato? Devi solo scoprire una nuova intimità con il tuo "amore". In qualche modo la gravidanza, ha estromesso il tuo cervello, dal suo ruolo di padrone del tuo corpo, che aveva sempre esercitato. Diciamo che il tuo corpo, in qualche modo, è in comproprietà con tuo/a figlio/a. Tornare a vedere il tuo corpo come un semplice agglomerato di carne e ossa e non, come un tempio sacro, è un procedimento lento. A volte richiede anni. Alcune donne non smettono di pensare a se stesse come un posto sacro, dove l'intimità reale è solo quella che si instaura con il proprio inquilino :) Personalmente ci sto ancora lavorando. Dopo il parto, mi sono presa il mio tempo. Be' diciamo che la natura che è donna, ci da una mano in questo senso ;P Dicevo ho impiegato tempo a ritrovare mio marito. Per un po', tutto quello che vedevo era il padre di Virginia. Non ho mai smesso di amarlo, ma ero come dire, una neofita di questa nuova prospettiva dell'intimità e poi, ho allattato Virginia per 19 mesi, questo non rendeva il mio ciclo ormonale proprio quello di un tempo :) poi qualcosa è cambiato. Gli ho mentito? Sì, perché lo amo e volevo tenerlo stretto a me. Lo rifarei? Sì, perché grazie a quel paio di bugie dette a quel tempo oggi siamo una coppia più forte. Ci diamo appuntamento di pomeriggio come due adolescenti e ho fatto pace col fatto che lui è uomo, non è colpa sua se non può capire i tumulti e le fragilità a cui la maternità ci sottopone.
Voglio solo dirti che, va bene così. Prenditi il tuo tempo. Nel frattempo vai incontro al tuo "amore" e fa quello che fanno tutte le donne dalla notte dei tempi (anche se, non si perché non sta bene ammetterlo) menti. L'appetito vien mangiando, non lo sai?
Amica, non ti voglio mentire, almeno tra di noi, diciamoci le vere verità del nostro bellissimo universo femminile.
Se sei diventata madre da poco, anzi, mi correggo, se solo hai partorito da un tempo indecifrato, ci saranno momenti in cui la tua stessa femminilità ti sembra una grossa bugia. Momenti in cui sarai solo l'ombra della donna che eri e in effetti, amica, non sei più quella donna, sei tanto di più. Sarai stressata, impaurita, nervosa e soprattutto stanca perché casa, figli, marito, lavoro... la vita insomma. Tuo marito che ti ama, ti cercherà. Ad un certo punto, lui reclamerà la vostra vecchia intimità. Lui ancora non sa che, quell'intimità ormai e morta e sepolta. RIP. Allora amica, tu mentirai e fingerai di voler anche tu quell'intimità. E lo farai. Lo so, ora stai leggendo e penserai MAI E POI MAI, ma fidati lo farai perché tu e "amore" in questo momento siete su due livelli di intimità diversi. A te interessa quello mentale, a lui quello fisico e sappi che più invecchierete, più sarà così. No, non dico che la maternità rende asessuate, per niente, ma cambia qualcosa nel nucleo del tuo essere più profondo. Sei madre. E' un processo irreversibile. Lo so, suona banale, ma amica, dillo comunque a te stessa, ti aiuterà. Sei madre, hai ospitato per 9 lunghi mesi un altro essere umano dentro il tuo stesso corpo. Dio mio, è pazzesco solo scriverlo. Hai rinunciato al naturale possesso di te stessa per 9 mesi. Hai condiviso sangue, aria, cibo e acqua con un altro essere che viveva dentro te stessa. Quale uomo sarebbe capace di tanto? Quale uomo potrà mai provare questa intimità con un altro essere vivente? Capisci ora, perché dico, che il tuo concetto di intimità si è spostato? Devi solo scoprire una nuova intimità con il tuo "amore". In qualche modo la gravidanza, ha estromesso il tuo cervello, dal suo ruolo di padrone del tuo corpo, che aveva sempre esercitato. Diciamo che il tuo corpo, in qualche modo, è in comproprietà con tuo/a figlio/a. Tornare a vedere il tuo corpo come un semplice agglomerato di carne e ossa e non, come un tempio sacro, è un procedimento lento. A volte richiede anni. Alcune donne non smettono di pensare a se stesse come un posto sacro, dove l'intimità reale è solo quella che si instaura con il proprio inquilino :) Personalmente ci sto ancora lavorando. Dopo il parto, mi sono presa il mio tempo. Be' diciamo che la natura che è donna, ci da una mano in questo senso ;P Dicevo ho impiegato tempo a ritrovare mio marito. Per un po', tutto quello che vedevo era il padre di Virginia. Non ho mai smesso di amarlo, ma ero come dire, una neofita di questa nuova prospettiva dell'intimità e poi, ho allattato Virginia per 19 mesi, questo non rendeva il mio ciclo ormonale proprio quello di un tempo :) poi qualcosa è cambiato. Gli ho mentito? Sì, perché lo amo e volevo tenerlo stretto a me. Lo rifarei? Sì, perché grazie a quel paio di bugie dette a quel tempo oggi siamo una coppia più forte. Ci diamo appuntamento di pomeriggio come due adolescenti e ho fatto pace col fatto che lui è uomo, non è colpa sua se non può capire i tumulti e le fragilità a cui la maternità ci sottopone.
Voglio solo dirti che, va bene così. Prenditi il tuo tempo. Nel frattempo vai incontro al tuo "amore" e fa quello che fanno tutte le donne dalla notte dei tempi (anche se, non si perché non sta bene ammetterlo) menti. L'appetito vien mangiando, non lo sai?
Vorrei dire qualcosa tipo, vedi? Mentire è normale e non è così sbagliato se lo fai per le motivazioni giuste, ma mentirei ancora e ancora e ancora. Mentire è sbagliato, ma forse questo non è mentire, forse questo è solo vivere.
P.S. A mia figlia Virginia, vorrei dire, sei nei guai bambina, ogni bugia che mi dirai, io l'ho già detta. Stai in campana, baby.
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