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lunedì 12 agosto 2019

L'amore cambia.

Ci sono momenti in cui alcune verità, diventano ingestibili.
Sono delle vere e proprie cesoie storiche delle nostre vite.
La mia vita è già piena di pre e dopo guerra.
A trentasette anni, sto crescendo. È difficilissimo, è dolorosissimo, ma sta accadendo. Anche ora mentre tutto quello che avevo rimesso in piedi, crolla con l’usuale effetto domino che mi porta via dalla mia stessa vita. Ancora.
Eppure, questa volta resto. Non muovo un passo, è la mia vita. Ho il diritto di restare. È strano non fuggire, non cercare scappatoie e uscite di emergenza. Al contrario, allacciare le cinture sapendo che sarà un giro sull’ottovolante.

L’altro giorno, il figlio di una delle mie migliori amiche, aveva un febbrone da cavallo, circa trentanove e mezzo. Asintomatica. Lei, gli ha dato dell’antipiretico e il giorno dopo, era tutto passato. Il figlio della mia amica si è alzato dal letto ed era senza febbre, ma più alto di qualche centimetro. La chiamano febbre di crescita. Io, spesso, mi sento così. Il mio corpo interno, soffre i dolori fisici della crescita. A volte prima di dormire, sogno che l’indomani mattina, anche io mi sveglierò un po’ più alta e i vecchi jeans mi staranno corti.
Invece, sono sempre la stessa, anche se giurerei che le mie spalle sono più robuste di prima.

Insomma, forse non avrò preso centimetri in altezza, ma in lunghezza di cervello direi che va meglio! Per la prima volta, capisco che stare ferma è l’unica opzione possibile se voglio evitare di esplodere, distruggendo tutto quello che mi sta intorno.
Ho sempre pensato di essere in guerra. In realtà, più con me stessa, che con gli altri, ma come ogni guerra, anche la mia, ha mietuto più che altro molte vittime innocenti e rare vittorie cosparse, comunque, di sangue.
La verità, è che la gente si stufa della guerra. Come dare loro torto? Quante energie sprecate a combattere! Quante cose, luoghi, volti andati sciupati in nome di che cosa? Mantenere il punto.

La sensazione del mantenere il punto, provo a spiegarvela così: come quei poster che tenevo appesi alle pareti della mia camera da ragazza; quando una puntina si staccava e l’angolo del poster precipitava su stesso deformando l’intera immagine.
Ecco, io i punti cerco di mantenerli saldi sì, ma poi sprofondo nelle mie stesse battaglie, lasciando solo immagini di me deformi tutto intorno. Avrei dovuto capirlo prima che quella, non ero io.
È una questione di principio!
Probabilmente, la categoria mentale del principio è la prima ad essersi formata in me ed è, in virtù di quel principio lì, che faccio la guerra. Un principio totalmente astratto, il quid che cerco per esplodere. È quello che mi innesca, che mi fa, letteralmente, mangiare da dentro. È quel principio che mi inganna di non piegarmi, di brillare col sole in fronte. È quel principio lì che tutta la vita mi ha mentito, raccontandomi che non perseguire la strada da lui dettata, significhi sempre e comunque: sottomettersi, soccombere, mostrare devozione.
Così ti ho perso, tu l’avevi capito?

Ma ci sono cose contro cui, neppure un Generale come me, può nulla.
Combatto contro la mia incapacità di estirparti da me ogni singolo giorno, metto in campo ogni possibile arma, creo un esercito di versioni di me stessa e le lascio andare in giro senza controllo. Tutte poi tornano con la medesima certezza. In principio, mi sono infuriata. L’ego mi parlava facendomi sentire piccola, patetica e rifiutata, ma più il tempo passava, più capivo. C’è della forza ad ammettere cosa non riesci a fare. Certo, non piace a nessuno di noi, eppure, è importante riconoscerlo, è la maggiore espressione del nostro istinto di conservazione.
Da qualche parte, ho letto che l’orgoglio è un po’ come la panna da cucina che usi quando un sugo non lega bene, allora ne aggiungi un sorso o due e amalgami; purtroppo però il gusto della panna sovrasta gli altri. Al termine della preparazione, avrai un sugo alla panna. Non è meglio, non è peggio, ma è diverso. L’hai sporcato con la panna. L’orgoglio funziona così. Alla fine della fiera attraverso l’orgoglio, potrai ottenere qualcosa: delle scuse che credi di dover ricevere, un’altra chance, un riconoscimento, ma sarà, sempre, sporco del tuo ego e il sapore che sentirai, sarà solo quello della solitudine.
Io la necessità di agire secondo la logica dell’orgoglio, cerco di boicottarla. È insita nel mio caratteraccio, ma mi impegno con estrema fatica, a non seguire l’istinto della Regina che mi muove nella vita. Ho capito, che quella che vede la maggior parte della gente non è la vera Michela, ma il suo sproporzionato, mastodontico ego che va in giro a far danno.
Tuttavia, non è chi sono veramente. È l’immagine di me che scelgo di veicolare al mondo. Il ruolo che mi piace recitare, forse, il lato più addomesticato di me, quello che cerca continuamente il vostro consenso. La parte di me così debole, insicura e tarocca da nutrire la necessità costante di esercitare potere sulle vite altrui. Quella che cerca di spacciarsi per forte, ma in realtà è solo prepotente. La parte di me che vive nella paura. Una paura agghiacciante di non essere abbastanza, di essere mediocre.
Negli anni il mio ego, è stato la mia armatura scintillante da guerra.
L’ho costruita durante meticolosi anni di battaglie. L’ho formata con tutti quegli aspetti di me che cercavo di vendere al migliore offerente. Una venditrice di enciclopedie del cazzo!

Ogni piccola dote, una moneta di scambio per le attenzioni e l’affetto del mondo:
- Che brava bimba educata!
- Che ragazza profonda!
- Che bella donna!
- Che sguardo intenso!
- Come scrivi bene!
Ciascuno di questi complimenti, insieme ad altri anche meno eleganti, formava un tassello e poi sommato agli altri uno strato, della mia armatura e, a lungo, ho pensato di aver fatto un buon lavoro con il panetto di creta che mi era stata data alla nascita. Chi ha bisogno del divino, quando il tuo nucleo è così ben protetto? Cuore impavido me ne andavo in guerra a volto scoperto.
Eppure, la vita mi ha dimostrato che nulla di tutto ciò conta. Uno strato leva l’altro, resta solo Michela. Indifesa, imperfetta, fragile e con una preoccupante propensione alla santificazione in amore. Nulla di tutto ciò che avevo costruito col mio ego era servito a trattenerti e, quando mi sono ritrovata al centro del dolore, ho scoperto di essere come un giunco. Mi piego, mi ricurvo e non mi spezzo mai.
Non è un’armatura di cento chili di ego a proteggermi, ma la capacità che ha Michela di contattare ogni giorno la sua paura di vivere e superarla.

Abbandonare la sensazione rassicurante di essere in una posizione di potere, fare pace col fatto che non sono più forte di te e che non posso superare il libero arbitrio di nessuno. Capire che essere persone forti è un dono, non un’assicurazione contro gli infortuni del cuore e restare ferma.

È una battaglia anche questa. Cruenta, ma almeno questa volta giusta, perché ha come scopo ultimo quello di liberare la Michela selvaggia, quella ancestrale, quella reale e lasciarla correre in direzione del suo futuro. Quindi, imparare a riconoscere la sua voce, ascoltarla ché sa già tutto ciò che devo sapere, affidarmi a lei e inseguire il mio cuore.
Ovunque andrà.

giovedì 23 agosto 2018

Compassione di sé e perdono. Ovvero, quando sei spietata solo con te stessa e non ti dai mai tregua.

Non importa quanto io riempia di persone, impegni, fiori o di mare la mia vita. Alla fine, le arsure e i vuoti mi raggiungono sempre e, a me, non resta altro che attraversarli perché è così che faccio da tutta una vita. Sono momenti di profonda fragilità, durante i quali ho paura di respirare, di vivere, a livelli talmente paranoici che la morte mi sembra l’unica soluzione possibile. Più sono nel vuoto, più chi mi ama cerca di trascinarmi via da lì. Fa più paura vista da fuori, non è così?
“Sei triste”? Ho perso il conto delle volte nelle quali me lo sono sentita chiedere. Cosa è la tristezza in fondo se non l’assenza di gioia? O, forse, essere tristi significa semplicemente sentire la pena e la fatica di vivere? Dove sono le sfumature quando ne hai bisogno?
“Sei felice”? Nel senso che non sono triste? Io, per la maggior parte del tempo, sono e basta. L’esigenza di dover sempre dare un nome ai sentimenti, la capisco perché non sono mai a corto di parole, ma allo stesso tempo mi genera ansia. Mi mette in subbuglio dico davvero. Quando sento, io sento tutto che spesso equivale a non sentire niente. È più un vivere nel farneticante terrore che qualcosa di tremendo si sia nascosto dietro un angolo della mia vita. Ne ho voltati a decine di migliaia, sono ancora in piedi, eppure, sono certa che al prossimo troverò quello che mi manderà in mille pezzi. Vivo, dunque, nell’attesa? La maggior parte del tempo sì.
I primi ricordi di me che faccio pensieri così oscuri risalgono all’infanzia e per oscuri intendo sentire attraverso ogni filamento di carne che non hai voglia di sorridere e, nonostante tutto, farlo perché la gente… oppure, non comprendere il mondo che ti circonda, desiderare solo di correre a nascondersi in un cantuccio e non uscire mai più, invece, mostrare il tuo sorriso più spassoso perché va tutto bene, va tutto benissimo!
È una sensazione di paralisi che in qualche modo impari a nascondere a tutti, persino a te stessa.
È un po’ timida dicono di te durante l’infanzia, è di natura malinconica durante la tua adolescenza, è depressa quando ormai hai quasi quaranta anni. Scomodando termini clinici come se il solo enunciarli servisse ad “aggiustarti”, a dare un nome a questa letargia emotiva che il mondo detesta vedere in te. Tua madre che ancora oggi non riesce a capire cosa ci sia che non vada in te e quando ti vede inabissarti alza gli occhi al cielo.
Non saprei dire quale sia la verità. So che lo stato di inattività emotiva e fisica è una parte di me preponderante e, credetemi, la odio più di quanto la detestiate voi che mi guardate nella mia immobilità. L’ho nascosta a lungo e ho creduto di combatterla con ogni strumento a mia disposizione, spesso quelli più sbagliati. Come in quel gioco nel quale c’è questo campo con delle buche e tu devi scoprire da quale buca salterà fuori la talpa. Sei lì, che cerchi di convogliare tutte le tue energie in quel maledetto martello in un perfetto connubio tra cuore e cervello. L’ho sempre trovato terrificante. Una buca lì, aspetta, la riempio prima che spunti la talpa, con una sigaretta che copra il disprezzo che nutro per me stessa a soli dodici anni, ora sì che mi troveranno una che non ha tempo per avere paura di crescere. Oh, guarda lì un’altra buca, ho proprio lo spinello adatto e per quell’altra ecco la birra giusta o sbagliata, poco conta l’importante e non sentire più di vivere in un corpo di vetro avendo un’anima di piombo. E poi parlare e parlare e parlare e sovrastare il silenzio e i miei sto alla grande! Sto alla grandissima. Nutrire l’illusione che i buchi vadano riempiti con l’amore degli altri e lanciarsi in un’indefinita sequenza di storie d’amore sbagliate non perché sbagliati fossero loro, ma perché sbagliato era ed è, non bastare a se stessi. E cosi via, via fino alla voragine che credevo di colmare con un matrimonio sbagliato con una persona meravigliosa e la maternità che, contro ogni mia aspettativa, mi sono scoppiati in faccia come due enormi granate. Che illusa! Sono una cazzo di fetta di groviera! Sono la stessa ragazza di sempre, con i suoi buchi di sempre che cerco di imparare a rispettare ogni singolo giorno, esercitando la comprensione, la consapevolezza e la compassione per me stessa. Ma cado, spesso. Troppo. Perché è, azzarderei dire, naturale essere empatica con il resto del genere umano, ma quando si tratta di me tutto cambia perché che diritto ho io di lamentarmi in fondo? Cosa mi manca? Come oso scomodare termini quali depressione, infelicità, io che ho tutto e, diciamocelo, molto di più di quel che mi sono guadagnata? Allora, mi convinco che è solo la mia natura, che la paralisi che sento anche ora mentre sono qui a scrivere è solo parte del mio normale ciclo vitale e nel raccontarmi questa solfa, è un po’ come prendermi a sberle da sola, lo so, ma non mi sembra di avere molta scelta. Elimino la scrittura, mi dedico solo alla mia piccola V, mangio solo cibo alcalino, elimino l’alcol e, nella privazione, mi illudo di averla risolta.
Quando, però, nonostante la mia irreprensibile condotta, i vuoti tornano, mi sento confusa, arrabbiata e più di tutto delusa da me stessa che, ancora una volta, ho dimostrato di non essere in grado di vivere una vita normale.
Lo so, la normalità è sopravvalutata. Lo so, sentirsi giù va bene, ma il mio abituale modo di reagire ai vuoti, si manifesta nel bisogno di controllare tutta la vita che mi circonda, inclusi il mio corpo e le mie emozioni. Se sono in controllo posso prevenire tutto: il dolore, l’abbandono e, più di tutto, posso in caso di errore, biasimare solo me stessa senza dover trascinare altri nel mio tribunale della ragione, di norma integerrimo. Roba che Kant impallidirebbe.

So che è tutta un’enorme balla e che più mi illudo di controllare, più sono una trottola impazzita. Sono consapevole di dover dimostrare compassione a me stessa, ma per quanto io sappia che le aspettative che nutro per me siano irrealizzabili e, comunque, rasentino il patologico per qualcuno che voglia vivere una vita serena, mi risulta impossibile farlo perché, semplicemente, io sono così. Non posso ammettere a me stessa di essere depressa, perché io non ammetto di poter fallire.
So che essere depressi non significa fallire, perché, tecnicamente, è qualcosa che accade all’interno del delicato equilibrio chimico del cervello sul quale non ho la minima speranza di avere controllo, ma è ciò che sento e così, ritorno alle arsure, ai vuoti, ai cicli e alle inquietudini.

Elimino gli zuccheri
Elimino l’ alcol
Elimino la scrittura
Mi tatuo qualcosa di nuovo
Faccio meditazione
E resto sempre qui ad esercitarmi con la compassione per me.
O, almeno, cerco di imparare.
Ogni, singolo, giorno.