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venerdì 29 dicembre 2017

Sul Natale appena trascorso e la Medusa del Caravaggio.

Anche questo Natale, è passato. Anche questo Natale, come da tradizione, mi ha portato disastri, malumori e disincanto. Anche questo Natale, mi ha interrogata a fondo, per trovarmi, desolatamente, impreparata. La domanda, sempre la stessa: sono in grado di amare, veramente?
Non è che non ci provi. Non è che non mi emozioni vedere due persone restare anche quando la vita puzza e la fuga, sembra l’unica scelta sensata. Piuttosto, è la mia urgenza di essere compresa che viene, puntualmente, disattesa, nonostante, la mia ossessiva ricerca delle parole adatte.
La cosa più giusta, sarebbe presentarsi con il proprio carico, ben visibile, sulle spalle. Tutto in bella mostra. Esporlo alla luce senza paure, con orgoglio. Denudarsi. È una parola che amo particolarmente. Spogliarsi degli orpelli che ci rendono Belli (chi mi conosce capirà). Smettere di dire le parole giuste. Dimettere gli abiti che ci fanno monaci e restare in piedi in tutto il nostro peggiore orrore. Bisognerebbe, avere la possibilità di dribblare l’intera faccenda del conosciamoci meglio, un passo alla volta, un errore tira l’altro; tanto non ci si conosce mai abbastanza per non smettere di amarsi. Bisognerebbe, poter arrivare con tutti i demoni che ci escono dal capo, come fossimo tutti la meravigliosa Medusa del Caravaggio e, presentarli uno ad uno. Sgranarli di fronte allo sconosciuto, come il più sacro tra i Rosari. Allora, probabilmente, andrebbe così:

-Ciao, ti ho visto da lontano e ti ho riconosciuto. Ti voglio, ti voglio da morire, ma ecco qui il problema, la mia vita è un cazzo di labirinto e sono ricoperta di cicatrici che via, via si rinfuocano e bruciano. C’è questa abitudine che ho di sopravvivere ogni volta. Sono un’unità finita, è inutile che cerchi di completarmi. Sono la peggiore persona che tu possa incontrare. Sono nevrotica, soffro di una rara forma di incontinenza verbale, tradisco me stessa ogni tre minuti, ho una famiglia complicata, per usare un eufemismo, che succhia via ogni mio tentativo di emancipazione. Sono una maniaca del controllo, mangio male. Bevo troppo, lo dice sempre, anche, mia madre. Sono sfrontata. Dico cazzo ogni due parole. Cerco giustificazioni per ogni mia cattiva azione e, credimi, ne compio tante. Costruisco divinità e le distruggo come il Lupo con la capanna dei Tre Porcellini e tu, ti sentirai spesso smarrito per questo. Sono brava a venderti fumo, mentre credi di stringere l’affare della tua vita. Non credo nei compromessi. Prometto e non mantengo. Sono il genere di persona che non capisce quello che sente, anche quando il cuore glielo scrive a caratteri cubitali in volto. Per paradosso, potresti essere l’amore della mia vita, io continuerei a non capirlo, solo per poi averne un leggero sentore, un attimo dopo averti perso, per sempre. Sono infedele nel Dna. Vivo con le valigie fatte perché non so mai quando uscirai dalla mia vita. Non ho paura di ballare da sola. Trascorro la maggior parte del mio presente e del mio futuro, a cancellare il mio passato e, non so se possa interessarti, ma non potrò mai essere tua, perché sono di tutti. Sono Michela Belli e, quindi, devo concedere alle persone tutto quello che vogliono. Non chiedermi perché. Mi è impossibile il contrario.
Ora, posto che, solo un eroe resterebbe, uno dal cuore più puro della norma, a quel punto, sarebbe normale essere oscuri, sempre, anche quando il mondo ti intima di sorridere e cantare Bianco Natale. A quel punto, sarebbe normale, restare nella propria zona di conforto al buio, su un divano, seduti l’una accanto all’altro, i corpi distanti, le anime, in silenzio, avvinghiate a sudare l’ amore. Basterebbe andare in giro con un cartello parlante con su scritto GIORNO OSCURO e il nostro eroe capirebbe che a Natale, tu non puoi essere normale.
Che utopica idea di libertà, vero? Che idea di perfetta felicità è mai questa, non è vero, amiche?
Invece eccomi qui, fuori dalla mia zona di conforto a dover parlare e dare spiegazioni. Mi vengono poste, continuamente, domande alle quali non so dare una risposta, perché le uniche certezze che ho, riguardano me, la mia leggendaria incapacità di prendere la giusta decisione. Perché so che sono una che: l’amore dura tre anni, se non cachi prima le farfalle. E allora mi dico che Natale è andato. Anche quest’anno ce l’ho fatta. Il 6 gennaio è dietro l’angolo, basta stare in apnea un’altra settimana e poi, tornare alla mia immobilità, al mio controllo. Fuori dalle emozioni, che quelle non fanno per me. Mi travolgono, sempre. E conto lentamente le parole già dette, sono ancora lì con te, tra il palato e la gola e mi ricordo di quando Lev Tolstoj ha scritto: “Non è per te questa felicità. Questa felicità è per coloro che non hanno quel che c’è in te”.

Buona fine e buon principio.

giovedì 21 dicembre 2017

Che poi, era peggio se nascevo Cane.

Del Natale odio ogni singola cosa, ma più di tutto, mi fa incazzare sapere che nemmeno questo, è l’anno dei Gemelli. Non ho capito cosa aspettino ad ammetterlo. L’anno dei Gemelli non esiste, vi prendiamo per il culo da 2000 anni. Che almeno uno si mette l’animo in pace e non corre ogni primo gennaio a cercare il tema natale, l’ascendente, le stelle, gli astri nascenti e i pianeti in collisione per scoprire che, anche questo cazzo di anno, è dello Scorpione! E quando non è Scorpione, è Pesci, Bilancia, TUTTI, ma non il Gemelli. Il Gemelli, invece, ha sempre qualche pianeta del cazzo in traiettoria che distrugge ogni possibilità di ciorta. Ci chiamano #gemellimaiunagioia, ma noi non lo capiamo. Sì, perché noi dei Gemelli, siamo come i calabroni della storia di Einstein, che poi, magari l’ha detto sua moglie e ci raccontano che l’ha detto Einstein, perché che ve lo dico a fare?! Ma se avete visto il film della sua vita, saprete che la moglie era un pezzo avanti, giusto per informazione. Comunque, il calabrone è quell’insetto la cui apertura alare non è giusta per volare, ma lui non lo sa e vola lo stesso. Ecco, noi dei Gemelli siamo così, non siamo fatti per la felicità, ma la tristezza ci rimbalza e siamo felici lo stesso. Siamo inconsapevolmente felici. Questa inconsapevolezza ci accompagna sempre. Inciampiamo nelle casualità della vita, seguiamo il sesto senso, ci illudiamo di stare in equilibrio e cadiamo, ma ci rialziamo, ogni volta, al tappeto non sappiamo stare.

Siamo come le foglie di Malika Ayane, tremiamo e moriamo un po’ per il nostro stesso cuore, ché lui arriva sempre prima della testa. Lo sappiamo, ma siamo terribilmente testardi, cerchiamo di smentire ogni dannata volta quello che il cuore ci sussurra. Vorremmo, terribilmente vorremmo, essere razionali e, a modo nostro, lo siamo, perché siamo cerebrali. Noi l’amore lo facciamo con la testa, il corpo è solo un mezzo.Per questo tradiamo peggio di altri. Il piacere in un Gemelli nasce in un punto preciso del cervello, nella sfera del linguaggio e della comunicazione. Siamo di quelli che per un congiuntivo sbagliato chiedono il divorzio, per dire. Di quelli che per un complimento ben pensato, uno di quelli che, quando li senti, bruci in un secondo, uno tipo: sei bella e ingiusta, non dormono per un mese, per dire. Perché in quell’incantevole ossimoro, c’è tutto del Gemelli, il sacro e il profano, il bello e il brutto, la vanità e l’interiorità, l’egoismo e l’empatia. Vorremmo essere titanici, ben saldi sui nostri piedi e, invece, siamo condannati alla tempesta. Per questo la gente ci sta intorno, vogliono salire tutti sulla nostra giostra emotiva, provare l’ebbrezza delle nostre montagne russe; finita la corsa tutti via. C’è forse da biasimarli? È complesso da queste parti. Vogliamo l’amore, ma vogliamo essere liberi. Vogliamo la libertà, ma ci sentiamo deprezzati e sviliti, se non siete gelosi fino al midollo di noi, del nostro corpo, del nostro odore, delle nostre parole, del nostro passato e più di ogni altra cosa, del nostro cervello. Se sei così coraggioso, da volere un Gemelli, devi prenderti il suo cervello, il cuore seguirà. Vogliamo la gelosia, non il possesso, perché, se davvero vuoi un Gemelli, lo devi adorare quando è libero, o lo perderai. Non te ne accorgerai. Sarai convinto che sia tutto nella norma, ma nel frattempo quel Gemelli starà distruggendo la tua immagine ai suoi stessi occhi. Brandello dopo brandello, non resterà granché della divinità che ti aveva fatto diventare. Un giorno lo guarderai e capirai che lui è già altrove. Altrove è la nostra dimensione. Qualcuno, mi ha chiesto, ma poi, altrove dov’è? Ci sei stata? È bello lì? È stata la risposta più difficile, alla domanda più complessa, che mi sia stata mai posta, ma alla fine, ho risposto. Credo. Spero. Io vivo in due mondi. Quello in cui sono e quello in cui vivo. E non posso vivere dove sono, perché è un cazzo di casino. L’età adulta sta nel bilanciare i due mondi. A 30 credevo di aver trovato il giusto ago della mia bilancia, mi sbagliavo. A 35 con una nuova vita tra le mani, credevo di aver capito, almeno, io chi fossi e che potevo camminare saltando di palo in frasca tra l’altrove e il qui. Un computer su cui scrivere di altrove, un lavoro nel qui e nell’ora. E, indovinate? Anche quando sono qui, penso ad altrove. Se avete un Gemelli nella vostra vita, provate a fargli la stessa domanda. Sono sicura che questo post, che ai vostri occhi apparirà come sconclusionato e a tratti esagerato, a loro sembrerà ordinaria amministrazione. Siamo fatti così, una valanga di emozioni difficili da gestire, per usare un eufemismo. No, non siamo per tutti, è vero. Non siamo di quelli che si comprano con poco. Siamo bravi a farvi credere di essere della scuola unicorni e arcobaleni, quando la verità è: siamo perversi nella magistrale capacità di prendere, sempre, la scelta più sbagliata possibile. Non è che non la vediamo quella giusta, è proprio che non ci interessa. Sistematicamente noi dobbiamo complicare il pane. Ancora vi chiedo, c’è da biasimarvi quando scappate?

Insomma, io i pianeti in collisione con il mio oroscopo, li capisco. Ci sono giorni in cui mi sveglio come Cenerentola, canticchiando con gli uccelli e usando gentilezza verso ogni essere vivente, poi un coglione mi taglia la strada, mentre sono in ritardo per portare mia figlia a scuola ed è come, se un asteroide dallo spazio, si mettesse nella traiettoria esatta del mio giramento di palle. Ora se calcolate che un anno è fatto da 365 giorni e che ogni giorno un coglione almeno lo dovrete incontrare, vi toccherà iniziare almeno un giorno senza caffè perché avrete dimenticato di comprarlo (questo poi, dove siete causa del vostro male, vale come doppio giorno di merda), sarete fagocitate da un gruppo whatsapp dal quale vorrete disperatamente uscire (questo vale tre giorni di merda), vi innamorerete quando pregavate che non vi accadesse mai più, sarete al settimo cielo per suddetto amore, poi l’amore finirà perché ci sarà qualche congiuntivo sbagliato di troppo, o l’amore non finirà, ma si complicherà e vi asfissierà e vorrete la fuga, e poi la fuga non era quello che volevate e poi altrove, altrove, altrove capirete perché, nemmeno il 2018 sarà l’anno dei Gemelli, amiche. Facciamo pace col fatto che, siamo destinate ad arrancare nella nostra inquietudine e vedrete che questo, non sarà il nostro anno in termine di oroscopo, ma sarà senz’altro l’anno della nostra consapevolezza. O questo, o trasferiamoci tutte in Cina e perculiamo l’oroscopo occidentale. Che poi, non so voi, io sono Cane e tutto quello che so di questo segno, è che il 2017 non era un buon anno e per il 2018, ho già controllato il tasso di cambio Gemelli/Cane e le previsioni sono funeste, con una stellina solitaria in ogni dove: amore, lavoro, fortuna e, anche, salute.

Le ovvietà, anche in Cina.

Che poi una dice, accontentati dell'enneagramma dei caratteri della Gestalt.

Altra, breve, storia triste.

Sono un due.

Fine.

Ciao.