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domenica 17 dicembre 2017

Supereroi e vino rosso

Avevo detto che non avrei parlato dei miei vuoti emotivi, ma più vivo, più mi sembra chiaro che, ognuno di noi, è la somma dei propri vuoti. Vuoti emotivi e vuoti che derivano in maniera direttamente proporzionale, da loro. Prendiamo l’annosa questione Michela e la maternità. Essere cresciuta con la sindrome dell’abbandono, mi ha resa una donna perennemente in fuga e diventare madre mi ha, invece, inchiodata a quest’altro essere umano che in simultanea, dipende da me e ha il potere, di fare di me ciò che vuole. Io sono sua. Vorrei poter dire che questo la renda infinitamente ricca, ma per quel che so, valgo poco e lei non lo immagina nemmeno lontanamente.
Della maternità mi fa terrore tutto. Soprattutto, questa sensazione angosciante del camminare costantemente con il cuore pulsante fuori dalla gabbia toracica. Mi fa sentire terribilmente vulnerabile. Oscillo tutto il tempo tra questi due poli, liberare la meraviglia di V e regalarla al mondo, o, rinchiuderla di nuovo nella mia pancia, lontana il più possibile dal mondo e le sue brutture. Riunire il suo respiro e il battito del suo cuore al mio. Il problema principale è smettere di sentirmi un’imbrogliona. Lei mi guarda, mi ama e corre leggera ché la sua mamma sa tutto di tutto, la sua mamma può curarla da tutte le bue e, invece, no. La maggior parte del tempo, ciondolo per la casa senza avere la minima idea di quello che sto facendo. Chiudo gli occhi e spero di non ammaccarla. La paura dell’ammaccarla mi viene dal primo cambio pannolino, da allora, è cambiato tutto intorno a noi. È cambiata V. Sono cambiata io. Ho stravolto innumerevoli volte il suo mondo e, ancora, ho paura di ammaccarla. È una situazione paradossale perché, più lei mi guarda con quegli occhioni pieni di aspettative, più io mi sento piccola e vorrei scappare nell’angolo più remoto di casa, rannicchiarmi al buio e fingere di aspettare mia madre che torna dal lavoro. Devo, invece, reggere il suo sguardo, così puro e autentico da farmi sentire il peggiore essere umano sul pianeta e devo, mentirle, raccontarle che andrà tutto bene e che mamma ci sarà sempre. Sono le bugie bianche, dicono. Sono le bugie che fanno crescere, dicono. Io non lo so. Chiudo gli occhi e spero di non ammaccarle l’anima.

Mi interrogo molto sul mio essere madre. Non penso di essere adatta al compito. Non me la godo come vedo fare a tante mie coetanee. Tutti concordano che essere madri sia la cosa più stancante di tutte. Per me è più di così. Non è, solo, la stanchezza fisica. Quella non la sento più. Mi sono abituata che, il mio modo d’essere è, ormai, questo: #stancacomelamerda
Invece, il silenzio e il mio mondo interiore, fino a cinque anni fa, più movimentato di quello esterno, mi mancano. È come se vivessi in una schizofrenica sincronia tra azioni, parole e mondo circostante. E, tuttavia, sono in diacronia con i miei luoghi interni. Posso davvero dirmi felice quando non trascorro almeno metà della mia giornata a pensare? Allora, mi sono detta che questa cosa di V e di me che sono sua madre, è una versione alternativa della felicità come me la immaginavo. Certo, quando salta sul divano, quando urla impietosa, quando mi dorme addosso, quando mi impedisce di essere me, altro da lei, mi sembra una versione sadomaso e perversa della felicità così come me la immaginavo, ma non posso dirmi infelice perché, quando mi è lontana per più della normale giornata scolastica, vado in deficit di ossigeno. Quindi è un bel casino. Sono una donna spaccata. E, questa scelta di fare la mamma single, mi rende più spaccata della norma.
Chi come me cresce un figlio da sola, almeno nell’ordinaria amministrazione, sa bene di cosa parlo.

Ci sono momenti che senti che non ce la farai. Ci sono giornate, in cui metti davvero le scarpe nel frigorifero, per parafrasare il paradosso di Fedez, ma poi, in qualche modo, varchi la soglia di casa, tu, le buste della spesa biodegradabili perennemente rotte perché, quelle buone sono, ovviamente, appese accanto alla porta di ingresso, il cane che tira perché sta per morire disidratato anche se ci sono 5 gradi, tua figlia che dice “mamma, ti dico una cosa” proprio mentre il manico della busta sta cedendo e tutta la spesa sta per cadere, la lampadina delle scale che l’amministratore ti ha detto avrebbe cambiato un mese fa e, invece, è ancora spenta, allora prendi il cellulare in tasca, cerchi di far luce con la torcia dell’iphone che di norma è mezzogiorno di fuoco, ma la sera non ha nemmeno l’intensità di una candela e, finalmente, in qualche modo, la chiave gira nella serratura ed è magia, è casa.

V continua a spiegarti che Matteo le ha tirato i capelli. Di istinto, le dici che i maschi fanno così quando una bambina gli piace. Mentre lo dici ti odi, perché pensi di stare perpetrando la violenza di genere su una bambina di 5 anni dandole l’idea che, un maschio è violento se ama. Poi pensi sticazzi, a me dicevano così e mai nessuno maschio ha pensato di sfiorarmi perché, di solito, sei tu, a fare paura agli uomini. Ti dici che sei solo stata fortunata. Allora, decidi di correggere il tiro e spieghi a tua figlia che la violenza non è mai una scelta giusta. Cerchi con le ultime energie della giornata di prepararle una cena decente. Riponi la spesa nei mobili. Il cane deve mangiare, ma non mangia se non ti fermi accanto a lui. Apri un Santa Cristina, uno di troppo, ma di nuovo sticazzi e mentre vai in decompressione col primo sorso, realizzi che anche oggi l’hai sfangata.
La giornata è andata.
Sei un super eroe con una bambina con la pancia piena, il cane pure e un calice di rosso in una mano.

domenica 22 novembre 2015

Gli uomini e le donne sono uguali?

Come è possibile che, alle soglie del 2016, una donna di trentatré anni, debba ancora sentirsi in colpa per amare tanto il proprio lavoro?
Quando diventerà naturale, la dedizione di una donna alla professione che svolge?
Sono stata tirata su da una madre lavoratrice. Lavoratrice nel senso che da casa, si usciva alle 7.30 e si rientrava la sera a cena. Non è mai stata la madre ferma ai fornelli per più di quindici minuti, eppure, non ho mai avuto problemi alimentari ed ho, sempre, mangiato tutto il necessario. Sono stata in compagnia di mia nonna durante la maggior parte della mia infanzia, ho avuto molte baby sitter che ricordo con estremo affetto e non ho mai lasciato la scuola prima delle 4.30 fino a quando, questo è stato possibile, inclusi tre giorni la settimana delle scuole medie e, sapete una cosa? Mi sono divertita da morire e non ho mai, ripeto mai, dubitato della totale dedizione di mia madre a me come figlia e del suo incondizionato amore, perché anche nei giorni in cui la vedevo poco, il tempo che mi dedicava era di qualità altissima. Era come entrare in un mondo segreto fatto di simboli e intese solo nostre. 
Mia madre è una donna titanica. E' una fenice, forse una delle ultime rimaste. Non conto le volte che l'ho vista rinascere dalle ceneri dei suoi problemi. E' una donna che appassiona tutti quelli che la incontrano. Ammetto che, non è stato facile essere sua figlia. Mi correggo, non è facile essere sua figlia. Anche oggi che sono mamma e lei è nonna, non è facile percorrere la mia strada senza rischiare, ogni volta di percorrere le sue orme e inseguire le sue ombre. Oggi, posso capire la netta divisione tra la mia mamma e il suo essere donna. Come madre, a volte dimentica la sua modernità e mi confonde. Come donna, credetemi è tutto ciò che noi femmine vorremmo essere: bella, intelligente, perspicace, capace, estrosa, ma con i piedi ben piantati a terra e, soprattutto, indipendente, ma non nel senso teorico del termine, no. Mia madre è l'essenza dell'indipendenza, è la parola fatta persona. Ha precorso i tempi, negli anni del bigottismo spietato. A casa, innamorandosi e procreando con un uomo già reduce di un precedente matrimonio e padre di due figli. Ci ha convissuto, in un momento storico in cui se convivevi eri poco più di una puttana e dopo, lo ha anche lasciato. Della serie: bandite questa donna dalle chiese di tutta Europa. Eppure mi ha insegnato cosa sia la famiglia. Si è risposata e con il nuovo marito, anche egli separato e con due figli all'attivo, ha creato una nuova famiglia. Una delle prime vere famiglie aperte, almeno nella zona in cui vivevo io. La mia famiglia è ancora più speciale perché ha scientemente scelto di resistere agli urti e alle tempeste e oggi, nonostante l'incredulità di molti, siamo fortissimi e ci amiamo profondamente. 
Nel mondo professionale, ha svolto per anni, una professione sotto il completo appannaggio degli uomini: arredatrice di interni. Lo ha fatto con grazia, eleganza e talmente bene che è stata contesa dai migliori studi di Napoli fino ad andare a lavorare in Basilicata cinque giorni la settimana e nemmeno in quei momenti io sentivo l'assenza di mamma, perché lei era comunque presente. Chiuso il capitolo arredamento, ha provato, per farmi felice, a restare a casa, pur essendo io molto piccola, ricordo bene che mi accorgevo di quanto non fosse ciò che veramente voleva. Poi ha aperto un ristorante con il suo attuale marito. Un piccolo ristorante che in poco tempo diventò una leggenda tra i sessantottini della Napoli bene, tanto da doversi spostare in un locale più grande e poi... ma basta, questo post non è nato come biografia di mia madre. Il punto che volevo toccare è, quanto si sarà sentita in colpa mia madre, per non essere la mamma del mulino bianco? Perché vedete amiche, non importa quanto la società finga di appoggiare l'uguaglianza tra i sessi. La verità è che questa ancora non esiste e onestamente, non credo esisterà mai. Siamo ancora fermi al punto di partenza. La donna, deve ancora scegliere se essere mamma o donna che lavora. Mi spiego meglio.
Un uomo lavora, secondo il mio punto di vista, non fa nulla di eccezionale, se non quello che facciamo tutti noi esseri umani eppure, lui lo farà notare, quando gli chiederai di svuotare la lavastoviglie, lui dirà, io lavoro, sono stanco. Lui si arrogherà il diritto di essere stanco perché, poverino, lui lavora e, sebbene tu sappia, di lavorare il doppio di lui, purtroppo sei una donna. Non conosci la stanchezza e la svuoti tu la cazzo di lavastoviglie, oppure, semplicemente, non lo farà nessuno e, con ogni probabilità, mentre svuoti la lavastoviglie sei ancora con le scarpe col tacco, stai giocando con tua figlia, cucini e trovi anche il tempo di essere su whatsapp con un'amica. Perché sei donna, ma devi ancora parlare di uguaglianza.
Un uomo lavora e per quanto istruito e di buona famiglia sia, alla fine, ti porterà il conto amica mia, credimi è così. Non lo fa per cattiveria, lo fa perché è nella sua natura. Puoi lavorare, perché tu, amica PUOI lavorare, ti viene concesso di farlo  e di fare la mamma e la moglie o la compagna, la lesbica, la transgender, sono tutte concessioni che ci vengono gentilmente provviste dagli uomini. 
"Certo, amore che sono contento che hai trovato un lavoro che ami! Hai il mio totale appoggio, ma a che ora pensi di tornare? No, per sapere..." ecco, questo è più o meno quello che ti sentirai dire. A te, non è mai passato per l'anticamera del cervello, di porre questa domanda al tuo compagno, perché dai per scontato, che tornerà quando avrà finito. Sei stata educata, in quanto donna, a non fracassare le palle degli uomini e, di conseguenza, ti adegui e ti organizzi con casa, vita e figli, senza pesare sui piani lavorativi del tuo uomo. Lui no. Lui è stato educato che le mutande gliele devi lavare tu, quindi col cazzo che si può organizzare, senza sapere quando torni a casa a lavargli le mutande.
Ora poi, siamo nell'era digitale, quindi le tattiche, peraltro molto poco intelligenti degli uomini, sono cambiate. E così ti arrivano i messaggini su whatsapp, le richieste di facetime, oppure le telefonate perché quella povera stella di tuo/a figlio/a ti vuole vedere e zaac! eccolo, il nervo scoperto, il tallone di Achille, ormai il senso di colpa si è insinuato, il tuo cuore è già inquinato, la gioia pura e semplice che provavi un istante fa,  nel fare quello che ami è andata piuff... sparita. Ora ti senti solo una carogna egoista che lascia il sabato a casa il suo tesoro inestimabile, l'unico amore della sua intera esistenza che non si affievolirà mai, ma anzi crescerà solamente.
Non importa quanto tu ami il tuo lavoro, o te stessa, quanto tu non voglia cedere alle provocazioni e goderti, finalmente, dopo tanto, troppo tempo, il tuo momento, sarà tutto sempre troppo poco, paragonato al senso di colpa che la voce triste e annoiata del tuo stesso sangue all'altro capo del telefono ti provoca. Quanto vale la felicità di mio figlio? E' un costo inestimabile, giusto? Vale tutti i sacrifici del mondo, non è vero? Vale la nostra stessa esistenza, che bisogno c'è di dirlo? 
Ma quanto vale una madre felice? Ecco, questo è quello che forse, dovremmo iniziare a chiederci. Quanto una donna felice può essere una buona madre? Quanto può esserlo una madre infelice?
La felicità è una scelta, mi è stato insegnato da poco. E' una scelta coraggiosa che dobbiamo compiere ogni giorno. E' coraggiosa, ora lo so, perché la felicità passa per la conoscenza e l'accettazione della propria imperfezione. Amica che mi leggi, se mi leggi. Scegli la felicità, scegli te stessa, opera una scelta che i più valuteranno egoista e fa sì che tua figlia, abbia un modello di donna sano ed equilibrato da seguire, se invece il tuo è un bimbo, fa sì che tuo figlio impari ad amare le donne con il rispetto e il semplice buon senso che ci è dovuto.
E buon lavoro, amica.

lunedì 5 ottobre 2015

un tempo anche io odiavo il lunedì

Questa cosa del lunedì, quando sei madre di una bambina di tre anni, inizi a rivalutarla.
Il tempo, segue un movimento ostinato e contrario, a quello della tua giovinezza spensierata.
A vent'anni canti con Vasco:

La "ragazza" mi ha lasciato 
è colpa mia! 
Sono stato anche "bocciato" 
e non andrò via 
Passerò tutta l'estate Qui! 
....compresi i Lunedì! 
...quelli li odio di più... 
non lo so, ma è così!....... 
ODIO i LUNEDÌ 
........i LUNEDÌ ! 

e la cruda verità, è che non sai, quanto li desidererai quei lunedì, quando da lì a dieci anni, ti ritroverai a trascorrere un sabato pomeriggio, in una ludoteca di una piccola provincia toscana, in compagnia di circa cento, sì, ho detto cento bambini. Già questo, diciamolo, dovrebbe far desistere qualunque donna adulta con prole. Voglio dire, già hai preso la malsana decisione di riprodurti e di rinunciare a circa l'80% (sono un'inguaribile ottimista) del tuo tempo, che bisogno c'è di mischiarti ad altri cento mostri? Ma noi donne siamo fatte così. La natura si beffa di noi. Il nostro senso della vista, fa sempre cilecca, quando ci sono bambini nei dintorni. Fateci caso. Alle feste dei bambini, i padri, al massimo accostano l'auto per far scendere madre e figlio al volo e poi... BROOM scappano via a cercare "parcheggio" con delle virgolette gigantesche! Lo sapete perché? Perché hanno un senso della vista che non fa difetto. Loro guardano, noi vediamo. Il che, è folle, se pensate che gli uomini, di norma, sono molto più distratti di noi donne e, sempre in generale, meno avvezzi al particolare. Loro guardano una stanza ricolma di bambini e osservano una massa di esseri umani piagnoni, mocciolosi e chiassosi, portatori di non si sa bene quanti germi. Noi, invece, già partiamo in svantaggio perché, qualcuno li dovrà pure accompagnare fino a destinazione questi figli, ma non contente, entriamo e vediamo tanti bimbetti. L'istinto, quel maledetto, a braccetto con ovaie e utero quei bastardi, ci dicono: "ehi, entra pure, questo è il luogo a cui appartieni. Guarda quella bimba come è vestita carina..." e tu scema, perché sei scema quando si tratta di bambini, entri. Ebbene, è già troppo tardi. Dante, la sapeva lunga e ci cantava:" PERDETE OGNI SPERANZA O VOI CHE ENTRATE". Doveva aver frequentato qualche festa di questo genere, fidatevi. Più ti inoltri nella selva oscura dei gonfiabili, più inizi a guardare attentamente. Quella bimba per esempio, non era vestita carina, ma piuttosto da nana battona e tu vorresti solo trovare la madre e urlarle "tua figlia ha sei anni, cazzoooo!". Inizi a percepire la puzza nauseabonda dei loro piedi. Geox un paio di palle, le scarpe respirano solo quando sono in negozio, poi ci mettono i piedi i mostri e anche le scarpe si rassegnano al loro nefasto destino di puzza. Ecco, tua figlia ora si abbarbica alle tue gambe perché vede arrivare da lontano, un'orda di vichinghi urlanti. Il gioco più divertente che fanno, è saltare l'uno addosso all'altro, tipo ammucchiata di rugby. Ovviamente sono maschi, c'era da chiederlo? Si differenziano sin dalla più tenera età. Le femmine, quelle sono più sottili. Giri lo sguardo, tua figlia fino ad ora è riuscita a fare solo mezzo scivolo, una bambina di circa cinque anni, cerca di pedalare in una di quelle macchinine che si usano all'aperto. Un gruppo di bambine, presumibilmente della stessa età, l'accerchia. Vogliono la macchinina, ma non hanno alcuna intenzione di condividerla con la bambina alla guida. "E' quella la bambina che vi dicevo", questo è tutto ciò che riesci a sentire e decodificare perché, non so se lo sapete, ma i bambini, quando sono in gruppo,  parlano a frequenze sonore che noi umani non riusciamo a decifrare, e tutto quello che riusciamo a distinguere, è:"AAHAHAHAHHAHAHHAHHAAAAAAAAAAAAAAAAAAHHHHHHH".
Il tutto, condito da una buona dose di donne adulte, che contribuiscono a farti girare le palle, che non hai e che sempre più spesso desideri, ad elica. Una donna indiana, con uno sguardo disperato e perso (ti ho nel cuore, sorella) prende un bambino e lo scaraventa su una sedia intimandogli di fermarsi e di respirare, un donnO mastica il chewingum con tutti e trentadue i denti di cui è, presumibilmente dotata, anzi, a dirla tutta, aveva la bocca talmente aperta che ho potuto contare una o due estrazioni, mentre cinguetta con le sue amiche del club "mamme dell'anno". Club di cui tu, non fai chiaramente, parte.
Ma se questo no fosse stato abbastanza, se il solo fatto di trovarmi all'inferno in terra, non fosse bastato a convincermi, che era tempo di fuggire il più lontano possibile, una donna ha deliberatamente deciso di deliziarmi, quando prendendo uno scontrino malconcio dalla sua borsetta griffata, ha soffiato il naso del figlio. Sì, avete compreso bene, ha soffiato il naso moccioloso e catarroso di suo figlio con uno scontrino. Il dopo nella mia mente è molto nebuloso. Non so se sono svenuta, o se il mio alter ego più gentile abbia intuito che era il momento di prendere il sopravvento per salvare quell'esemplare di madre dalle mie fauci, so solo, che mi sono ritrovata con mia sorella da Scarpamondo e non è, che lì la situazione sia stata rosea. Virginia e suo cugino Leonardo, hanno dato il peggio di loro. Mio nipote drogato e ipnotizzato da qualsiasi superficie riflettesse quei cazzo di Minions e Virginia in modalità: voglio provare ogni paio di scarpe esistente. E' così, che mi sono dovuta lasciar scappare il più bel paio di Adidas di tutti i tempi. 
Ho passato il resto del week end, in preda a visioni mistiche di me che rincorro Virginia a sei anni, in preda ad un delirium tremens dall'alcol che mi ci vorrà per arrivarci ai suoi sei anni.  Perciò no, se lo chiedete a me io non lo odio il lunedì, al massimo lo aspetto.