giovedì 28 maggio 2020

Dell'amore e l'uso dei pronomi personali.

Il problema dell’amore è, che da queste parti, non conta il primo pronome personale singolare.
L’amore non funziona con l’ego. Non ha nulla a che vedere con l’io. L’amore non dovrebbe mai dire: “io ti amo”. L’amore, al limite, dice “TI amo”. Vedi? Tutta un'altra storia. È tutto verso l’altro.
Ecco, al netto della gioia del dare senza chiedere di ricevere, bisogna, comunque, fare i conti con l’altro.
L’altro potrebbe non volere essere amato da te. L’altro potrebbe non condividere il tuo modo di amare, quindi, potrebbe non capire fino in fondo chi sei. L’altro, potrebbe, più semplicemente, non essere lì nel modo in cui ti aspetti e desideri, nel momento in cui ti dimostri stanca, fragile. Vera.


Può accadere anche a te di amare qualcuno e doverlo, comunque, lasciare andare.
L’altro problema con l’amore è, che per definizione, non si comanda. Per questo capita a tutte noi, almeno una volta, di amare qualcuno, volerlo con forza nella nostra vita pur sapendo di non doverlo volere.
Lo so, suona come un gioco di parole e, invece, è un gioco del cuore.

Come reagisci a questo tipo di amore, però, definisce il tuo grado di amore verso te stessa.
Puoi decidere di restare. Prendere quel che viene. Affibbiargli tutta l’autenticità di cui sei capace e zittire la parte di te che sa che stai accettando meno di quanto meriti, oppure, puoi scegliere di lasciarlo andare.
Questo, non significa smettere di amarlo.
Significa capire nel profondo più silenzioso di te stessa, che lasciarlo andare e sentire il dolore della sua reale mancanza, è una dichiarazione di amor proprio. Significa dire a te stessa –e a nessun altro- che sei pronta per una relazione umana autentica e sana, fatta di onestà, connessione profonda e intimità. In una parola: crescita. Significa voler crescere CON qualcuno.
Puoi decidere di restare, nessuno ha il diritto di dirti di andare. Ho sempre creduto che la vita sia fatta di scelte in cui il caso gioca un ruolo molto, molto marginale. Mi piace l’idea di scegliere, ma bisogna dichiarare a sé stessi la scelta fatta. Sempre. C’è però una cosa che non devi dimenticare. Nessuno dovrebbe mai guadagnarsi o elemosinare l’amore. Neppure tu.

Ti amo. Ricordi? L’amore non riconosce l’ego.
L’amore cui viene messo un prezzo, qualsiasi esso sia: dal morderti la lingua una volta, al lusingare l’altro, al volare basso per non metterlo in imbarazzo, passando per il non parlare di te, delle tue emozioni, perché Dio ti perdoni TU SENTI, quindi, sei una matta nevrotica, che probabilmente, ha il ciclo irregolare, porta solo e unicamente, a credere che l’amore sia una specie di giro infinito sulle montagne russe. Un continuo inseguimento, oggi sei cacciatore, domani sei preda. Non è così. Ripeti con me. Non è così.
È seguendo questa via, che alla fine, addomestichiamo il nostro cuore e ci fermiamo in quelle relazioni, che sembrano giuste e, invece, sono ben al di sotto dello standard che chiunque dovrebbe accettare per sé.
Sono quelle relazioni tossiche, nelle quali vediamo annaspare una nostra amica da anni, pensando ma come fa a non capirlo? Bé, guardati un po', ora! Come fai a non capirlo?

Amare un altro essere umano, non deve e non può significare non amare te stessa in prima istanza. Anzi, è proprio il contrario. Frida Kahlo ha detto: “Innamorati di te stessa, della vita e dopo di chi vuoi”.
Non esistono, credo io, parole più giuste.

Sei tu il vero amore della tua vita e nessun altro.
È con te stessa la vera relazione d’amore, quella che ti accompagnerà fino al tuo ultimo respiro su questa Terra.
È questa la relazione d’amore che deve riuscire a rimarginare le tue ferite e il tuo universo interiore.
È a te stessa e, solo a te stessa, che devi fiducia incondizionata.
È sempre e solo a te stessa, che devi cantare canzoni d’amore e ricordare che sei su questo Pianeta per essere amata.
È a te stessa, che è giusto insegnare, a costruire confini netti nelle relazioni umane, che non devi valicare. MAI.
È a te, che devi insegnare a pretendere il rispetto che ti è dovuto, l’onestà che meriti e la stessa, inesauribile, voglia di comunicare, che regali agli altri.

Va bene continuare ad amarlo, perché quell’amore che sei capace di regalare ad un altro essere umano, ti insegnerà ad amare te stessa.
Va bene se pensavi di essere andata avanti e, ancora una volta scopri, di essere qui dove ti eri detta di aver smesso di tornare, tanto tempo fa.

Probabilmente lo amerai per sempre, o forse, un giorno smetterai. Che importanza ha?
Guarire e crescere, sono processi che richiedono un tempo imponderabile.
Lascialo andare.
Lascialo nuotare nel suo mare.
Lascialo andare,
Guardalo, mentre avanza nella sua vita senza te e sii felice per lui.
Per te.

Regalagli il buono che c'è in te e lascialo andare così:

“Che tu possa continuare ad essere in pace.
Che tu possa essere felice.
Che tu possa accogliere la vita che arriverà senza di me.
Che tu possa crescere nell’amore e nella gentilezza.

Che io possa ricordarmi
Della comprensione e di essere
Gentile con ciò che mi circonda__
Qui e ora.
Che io possa essere felice.
Che possa essere pronta ad accogliere
Le mie virtù e i miei difetti.
Che io possa accettarmi, profondamente, così come sono.

Che io possa ricordare ogni giorno
Cosa può farmi bene, ora__
Che io possa coltivare e imparare l’amore.

Che il nodo che ci lega possa sciogliersi e vederci liberi l’una dall’altro.
Che io possa guarire dal risentimento di
Non essere amata da te.
E che tu possa lasciare andare la rabbia e il
Fastidio dell’essere ancora amato da me”


Osserva anche tu, amica.
L’amore va. Non aspetta te, non aspetta me.
L’amore è.

domenica 17 maggio 2020

Non è amore. E' altro.

L’ho sempre sentita anche io, l’adrenalina del dover conquistare quell’unico amore che sembri non poter avere, ma ho una notizia per te.

Se non è corrisposto, non è amore. È altro. Puoi scegliere di volere altro, ma devi sapere che è altro. Non puoi amare chi non ti ama con la stessa intensità. Non puoi amare chi risponde a un messaggio whatsapp su tre.
No, non è impegnato. No, non sta cercando le parole giuste e no, non hai inviato un messaggio che non richiede risposte.
Ripeti con me: non è amore, è altro.

Le relazioni umane, tutte, sono meccanismi altamente stressanti. Le relazioni amorose, non dovrebbero esserlo. Se già trascorri la giornata a dover combattere in un mondo di ostilità, cinismo, arrivismo, maleducazione e violenza verbale, quando torni a casa la sera, o quando incontri la persona che credi di amare, dovrebbe essere tutto, dannatamente, semplice.
Semplice, che non vuol dire facile.
Semplice, cioè, che richiede impegno, in quanto meccanismo che coinvolge due vite separate, ma non faticoso. Se senti, anche solo per un secondo, che stai facendo fatica, amica scappa.
Non è amore. È altro. Ripeti con me.

Lo so, è eccitante, quando chi ti ha fatto innamorare, si tiene sulla distanza in un instancabile gioco di guardia e ladro.
È una sfida per il nostro ego.
Ti può sembrare di essere un’eroina sbucata dai romanzi delle sorelle Brontë, in realtà, sei in fuga da te stessa, senza nemmeno accorgertene.
È molto più facile lasciarsi andare al gioco, alla sfida del tira e molla, piuttosto che guardare in faccia la possibilità di trovare un amore reale, sano. Zona franca dalle tempeste ormonali dell’adolescenza.

L’essere respinta, ha qualcosa di realmente erotico. Non è forse così?
Un vero è proprio nutrimento, per quella parte del tuo ego che vive la continua sfida del dover dimostrare, che sei quelle giusta.
Sei bella.
Sei in forma.
Sei ben educata.
Sei intelligente.
Sei allegra.
Sei piccina, perché anche quando siamo grandi, siamo educate a ridimensionarci.
Mangi a bocconcini come un uccellino e, se ti portano in giro, fai fare bella figura.
Proprio così. Sei un buon affare.
Lo so. L’ho pensato anche io, di me.

In realtà, la nostra mente, nota subito i segnali. Anzi, più cresciamo, più affiniamo il nostro lupo interno a fiutarli. Il nostro corpo spesso, quasi sempre, invia campanelli d’allarme, ma noi fingiamo di non averli notati.
Hai presente quando accanto a qualcuno non ti senti a tuo agio? Ecco, quello è un campanello di allarme gigante. Sentirsi in soggezione non ha nulla a che fare con l’amore. Invece, tutte noi almeno una volta (ma anche due, tre, sempre) prendiamo quella soggezione e iniziamo a proiettarvi cose che inventiamo di sana pianta.
Vediamo se qualcuna di voi si ritrova in una di queste sensazioni:
- È così bello/a, che mi sento in imbarazzo
- È così intelligente, che mi sembra di essere stupida
- È così sicuro/a di sé, che ho timore di parlare. Le poche cose che pensavo di sapere, mi pare di averle già disimparate.

Tutto sbagliato. La maggior parte delle volte, quel super individuo, non è altro che un bambino/a capriccioso/a e insicuro/a, che evita l’intimità come fosse kryptonite, perché sa di non saperla gestire.

Ecco, quando sei lì a contemplare il tuo super amore, sei già ad un punto di non ritorno. Ci sono stata. Lo so bene. Hai già dimenticato chi sei. Una donna bella, intelligente, sicura di sé, totalmente capace di provvedere alla sua felicità, senza doverla demandare a nessuno.

A quel punto, l’eccitazione iniziale del dover dimostrare a te stessa che sei la migliore scelta possibile, ha già prosciugato la tua energia e la tua anima su più livelli e, paradossalmente, dalla migliore scelta possibile, finisci per diventare la peggiore.

Il punto, però, è proprio quello. L’amore non si sceglie, l’amore capita. Quando poi capita, si deve essere abbastanza fortunati da comprenderlo nello stesso momento e, abbastanza maturi ed altruisti, da decidere di coltivarlo.

Abbandonarti ad una relazione che ti mette continuamente in discussione, che non ti onora e non ti custodisce come fossi il più inestimabile dei tesori, significa mancare di rispetto solo a te stessa.

Restare in una relazione nella quale sei invitata a fare i conti con le tue paure, con le tue insicurezze, e sì, anche con le tue gelosie da sola, è sbagliato.

Non siamo sempre al meglio. Non è forse vero? Quante volte siamo a spasso per il mondo come la peggiore versione di noi stesse? Ecco, se proprio dovessi osare un consiglio, -posto che non credo ai consigli perché la vita è l’unica a titolata a darne-, sarebbe: scegli chi ti ama al peggio, perché alla fine della giornata, tutti abbiamo bisogno di qualcuno che stia dalla nostra parte.
Qualcuno che faccia il tifo per noi. Qualcuno che tratti la relazione con noi, come qualcosa di puro e sacro.

Davvero amica, non hai bisogno di qualcun altro che scateni, ancora una volta, le tue insicurezze trattandoti come un pensiero che viene poi… dopo.
Dopo il lavoro, dopo lo sport, dopo gli amici, dopo le sue passioni. In fondo alla sua lista.

Certo, non è facile. Quando sei cresciuta a pane e Mr Darcy potrà sembrare quasi innaturale cambiare schema relazionale. Noioso. Che genere di uomo (o di donna, se ne ami una) è mai questo? Uno che ti guarda dritta in faccia, ascoltando con piacere quello che hai da dire, senza andare in brodo di giuggiole al suono della sua stessa voce? Una figura mitologica.

Restare accanto a qualcuno a cui sai di piacere perché glielo leggi in volto, anzi, perché te lo dice senza tanti giri di parole, per quelle come noi, è un atto di fede. Lo so. Restare quando non senti il cuore avvampare, quando non percepisci l’adrenalina della sfida.
Il cuore che prepara il grilletto e poi boom, tutto intorno macerie.
Tu prova a restare, amica. Prova a rompere gli schemi, a guardare a te stessa e alla tua vita, da un’altra prospettiva.
Prova a guarire le ferite delle tue insicurezze, a farti dono di un amore sano.
Perdonati per essere rimasta in relazioni che non erano all’altezza di ciò che meriti e, volta le spalle, ad ogni singolo luogo in cui non sei felice.
Non consentirti mai più di scendere a compromessi con te stessa.
Amati alla follia.
Ricorda chi sei: un essere umano unico.
Ricorda che il tuo tempo è prezioso e, la tua compagnia, un privilegio.
Lascia pure credere ai più che sei complicata e fa dono del tuo splendore a chi, invece, non aspetta che vederti brillare.
Splendi, amica, tu splendi e l’amore arriverà.

sabato 2 maggio 2020

Se la dea Kali fosse vissuta nel 2020

Ho quest’amica che è bellissima. Lei lo sa, non è di quelle che se ne va in giro senza la minima idea del fascino magnetico che ha sulle persone. In fondo, se lo sente dire da una vita e, nei corsi e ricorsi della sua esistenza, alla fine, deve esserle entrato in testa.
Non è la tipica bellezza, per questo è bellissima.
La sua statura, è la parabola della sua vita. Giuro.
È alta, ma non troppo, quindi, come il nero, sta bene su tutto.
Accade anche che sia molto intelligente. Ha un cervello allegro, che non cede alla noia. Ama leggere, ama imparare e ama ridere.
Ha una conoscenza enciclopedica della musica e, ogni giorno, mi invia svariate dediche musicali su whatsapp. Robe serie. Pezzi da intenditori. Prove provate della profondità della sua anima. Di quelle dediche che ti fanno sentire che dall’altra parte del telefono c’è un essere umano che ha davvero capito TU chi sei. Di quelle dediche, che non sarebbe bello se, invece di lei, te le facesse un uomo? Eh, lo so che lo pensate. Io no. Io sono proprio felice, che me le faccia lei e non un uomo. Questo, è un passo che sono fiera di aver compiuto.
Le piace il cinema d’autore.
Le piace la birra.
Le piace il vino.
È un’estimatrice di gin.
Ama la moda. Non la segue, di norma la fa.
È dolce, è buona, ama la natura, ama l’arte ed infatti, fa l’artista, ma non solo.
Insomma, una che la metti su meetic e dopo un’ora è già piena appuntamenti.
Non sto esagerando è proprio così, eppure, è single. Ti ci rivedi?
Questo, di per sé, non è un problema. Essere single è una condizione transitoria nella vita di un essere umano. Quando invece non lo è, nasce l’esigenza di domandarsi perché. Se lo domandano tutti e, se vi dicono che non lo fanno, stanno mentendo. Alcuni, dicono che sono single per scelta. La questione “scelta” è un po’ delicata. Ve la butto giù semplice: puoi scegliere di rimanere single fintanto che incontri persone che non ti prendono il cuore. Dopo, non è una scelta. Se, quindi, incontri uno/a che ti piace da morire e la persona in questione non corrisponde, oppure, è già impegnata, allora non è una scelta. Almeno, non tua. Quindi, la cosa della scelta non regge. Nessun uomo è un’isola e, mai come durante questa assurda realtà parallela che stiamo vivendo, credo che ci si possa dire tutti d’accordo.
Quello, che della mia amica mi spaventa e mi ferisce, è la cognizione che ha di sé stessa.
La stessa orribile, limitatissima e alquanto condizionata idea, che ho avuto, a lungo, io di me stessa.
La medesima, forse, che hai tu di te.
L’idea che abbiamo un po’ tutte di noi stesse. Il confine è, come sempre, sulla consapevolezza. Alcune di noi ne hanno preso coscienza, altre no.
L’altra notte, la mia amica, mi ha inviato un messaggio nel quale diceva di aver capito di non essere capace di amare. Ha usato proprio questo termine e, mi ha colpita. Ha detto di avere la certezza, di non essere fedele nemmeno a sé stessa, tanto che, ormai, è semplice per lei, intuire che tipo di donna esista nell'ideale del maschio che frequenta e trasformarsi in lei. Fino a quando poi, inesorabilmente, la sua vera natura riemerge. Ha detto di sentirsi la dea Kali (per chi non la conoscesse googlate pure. Spoiler: è la stronza di turno, pura energia distruttiva sposa di Siva (si legge Shiva ndr). Per la serie, puoi anche essere dea, ma sempre e comunque sposa di qualcuno).
Chiudeva il messaggio chiedendomi è così orribile?
L’ho letto svariate volte prima di rispondere. Non perché non sapessi cosa dirle, ma perché la risposta racchiudeva in sé tante altre risposte che, come i cerchi nell’acqua, sono riaffiorati nella mia mente.
Primo tra tutti. Conoscete Siva? Se non lo conoscete, vi dico solo quattro parole: DIO DEI CINQUE ELEMENTI, poi sì, è collerico e come molti uomini può apparire un po’ confuso. Egli, infatti, è forza distruttiva e rigenerativa, asceta perfetto e sensuale tentatore e così via. Ora, ciò detto, c’è qualche uomo di vostra conoscenza che si chiederebbe mai: mi sento un moderno Siva che porta distruzione nella vita della sua Kali? Non disturbatevi a rispondere.
Partendo da questa, che è una battuta, (per i pochi maschietti che ci leggono) ma non troppo, perché ci racconta un po’ delle gigantesche differenze, che corrono tra la nostra forma mentale e la loro, sono andata oltre.

Ho pensato a me stessa, ovviamente, essendo un casino da record in fatto di legami sentimentali. Ho pensato alle mie amiche felicemente sposate, a quelle fidanzate. Ho pensato a quelle che sono finite in relazioni viziate con uomini sposati e, a quelle sposate, che finiscono a letto con uomini single. Ho pensato a mia nonna, come ogni volta, che rifletto sulla mia vita. Mia nonna, era una donna dannatamente moderna, che ha creato mia madre, sulla quale, potrei scrivere per giorni; ho pensato a mia nipote in piena adolescenza, alla nipotina che sta entrando in maniera più che turbolenta nella preadolescenza e a V, a quello che vorrei loro pensassero di sé stesse.
Poi, ho pensato a tutte le donne straordinarie che conosco e, a quelle meravigliose, che devo ancora incontrare. A quanto sia dannatamente stressante, essere la dea Kali in questa giungla amorosa del 2020.

Ecco, a tutte, vorrei dire questo.

Ti voglio bene, per favore prendi le mie parole con la consapevolezza di quel bene.
Personalmente non credo nella capacità e nell’incapacità di amare.
Credo nelle scelte, che possono essere agite o passive.
La prima scelta, che ti auguro di compiere al più presto è: amare te stessa.
Non semplicemente l’immagine di te che rifletti allo specchio e nel mondo. Quella è importante, perché può aiutarti ad avere più fiducia in te stessa, in questo mondo sottosopra, ma non dimenticare, che sei molto più di questo.
Amati. Purtroppo, non basta dirlo. Serve, invece, agirlo.
Serve, piuttosto, ripeterlo a sé stesse come un mantra.
Serve ricordarselo, quando un cretino/a qualunque ti fa la corte e tu (e quel tu non sei solo TU), invece di ricordare ad entrambi chi sei, ti lasci abbindolare il cuore. Ancora.
Serve esercitarsi, in piedi davanti allo specchio. Guardati e sussurra alla tua immagine le due parole che vuoi sentire dire “Ti amo”.
Quando portavo V a fare shopping da piccina, lei provava tutti i vestiti e, facendo una pirouette allo specchio, si diceva SO’ BE LLI SSI MAAAA. Ecco, quello è l’entusiasmo giusto.
Serve sedersi nel silenzio e domandarsi: chi sono?
Sono una donna, una madre, una figlia, una nipote. Sono una zingara, una che non conosce quiete. Sono una moglie, una fidanzata. Sono una scrittrice, una tatuatrice, una dirigente, una studentessa, un’insegnante, una pittrice, una barista, un’estetista, una cuoca. Sono un’amica. Sono una che a cui piace fare sesso, sono una alla quale non interessa il sesso. Sono una a cui piacciono le donne, una a cui piacciono gli uomini. Prenditi tutta la libertà del mondo per conoscerti. Le risposte sono solo nel tuo cuore e devi essere disposta a guardare dentro te per un bel po’. A volte, arrivano dopo anni, ma arrivano sempre.
Solo quando avrai amato te stessa, ti potrà essere facile amare l’altro. Diverso da te.
E, quando lo farai, ricorda lo stesso esercizio: chi è questa persona che mi sta di fronte?
Cosa mi ha fatta innamorare? Cosa mi allontana? E non dimenticare, che entrambi state vivendo ed entrambi, dovete compiere scelte. Ogni giorno.
Concedi a te stessa il lusso del tempo di amare e di provare. Accetta che la perfezione non esiste: é una storiella che ci raccontiamo, solo per poterci poi lamentare con noi stesse, di non avere avuto fortuna. Neppure questa volta.

Guardala questa vita che cerca di sfuggirti via e saltale al collo.
Siamo donne, siamo lupi e siamo meravigliose.
M.

domenica 26 aprile 2020

Sui messaggi archiviati della chat di whatsapp e la vita

Ho imparato che le persone non le puoi archiviare come con le chat di whatsapp.
Non basta metterle da parte, come con i messaggi che scegliamo di non leggere.
Quei messaggi sono lì. Il nostro potere, semmai, è tutto insito nel non leggerli ancora e ancora, tranne poi, andare inevitabilmente a rileggerli, così che ti viene da chiederti a cosa sia servito archiviarli. Non so la vostra, ma la mia chat di whatsapp dei messaggi archiviati, è direttamente proporzionale, alla lista di rapporti che cerco di chiudere nella vita reale.
Ecco, il problema con i messaggi archiviati è, appunto, che sono archiviati. Negati alla vista. Nascosti. Retrocessi. Infamati per certi versi ed è lì, dove non si può, che la mente continua ad andare. Tranquilli, non è che noi non siamo capaci di trattenere il dito da cliccare su chat archiviate. Non è una questione di forza di volontà. È il cervello umano. Funziona così. Non è possibile spegnerlo. Impossibile azzerare il continuum dei suoi pensieri. Per alcuni, funziona la distrazione. Decidere razionalmente di non pensare a ciò che ti provoca timore, disagio, dolore. Altri, scuotono fisicamente la testa. Altri ancora si lanciano in organizzazioni certosine di folli orari di lavoro, alternati a turni in palestra, pulizie di primavera in pieno inverno, shopping compulsivo, corsi di cucina, disegno, cucito e canti sciamanaci. Tutto pur di non pensare. Per me, no. È, alquanto, ovvio. Sono una maniaca del controllo e, l’idea di non controllare i miei stessi pensieri, è la mia principale fonte di stress. Sono anche un’egocentrica, come si evincerà da queste poche righe. Una che pensa di potersi sostituire a Dio o a chiunque sia da quelle parti a governare il fato. Ho scoperto nel tempo, che l’unica cosa che funzioni con me è: osservare i miei pensieri. Senza giudicarli. Fingendo che non siano nemmeno partoriti dalla mia mente, ma siano, invece, una qualche forma di vita indipendente da me. Non mi interessa spiegarli, mi interessa osservarli.
Con le persone che mi feriscono, con quelle che ferisco, con quelle che archivierei e con quelle che, in effetti, archivio mi impegno a fare lo stesso.
Devo guardarle andar via. Fissare nella mia mente le sagome delle loro spalle e lavorare da dentro. Ricordare, ogni volta, come siamo arrivati a dirci addio e far sì, che quell’addio, resti tale.
Almeno dentro me.
Dico addio infinite volte dentro me. Raramente lo dico di persona. Tuttavia, quando dentro me scatta, è impossibile non notarlo. Non credo sia utile palesarlo. Fa solo più male. Le persone, quando si sentono dire addio, cercano di correre ai ripari senza capire che è già troppo tardi. Quando la parola sboccia dentro te, è abbastanza perentoria e definitiva, altrimenti diremmo arrivederci, considerato che non siamo spagnoli. Almeno quando è semplice, cerchiamo di non mortificare la nostra meravigliosa lingua.
Come si arrivi a quell’addio conta poco. Dentro me rievoca una condizione di abbandono. L’abbandono, insieme ai miei pensieri abbandonici, è un’altra cosa che non so controllare, una fonte inesauribile di dolore. Per anni, mi sono immersa in quella fonte, in una forma di indolente piacere, fino a quando un giorno in cui, il sole non brillava particolarmente, i punti cardinali non si erano affastellati e la testa ancora era sul mio collo, ho capito quanto tossico fosse quell’atteggiamento. Sono cresciuta, direbbe qualcuno.
È successo che ho capito che il problema dell’abbandono non è solo in chi crede di subirlo quanto, invece, in chi lo agisce. Sempre. Anche, forse soprattutto, quando quella che abbandona, sono io. Questo cambio di prospettiva ha reso possibile dentro me il perdono e mi ha liberata.
Certo, mi provoca ancora un’ira funesta, quel nervo scoperto. Sento l’orgoglio bruciare misto alla presunzione, che mi riconosco e detesto del pensare: “Come osi non amarmi fino allo sfinimento”? Poi però mi fermo. Cerco di placare il mio smisurato ego. Respiro profondamente e osservo. Forse la mia nozione di sfinimento non è come la tua? Forse la mia percezione di me è lontana da quella che hai tu di me? Forse, più verosimilmente, hai deciso di andare via punto e non c’è nulla da fare al riguardo? Ascoltate, la libertà di queste parole.
Non c’è n u l l a da fare. Non c’è un perché. Piantala di cercarlo. Piantala di cercare la felicità dove, ormai è chiaro, non potrai trovarla.
C’è stato un tempo in cui non capivo la frase: la felicità è una scelta. Mi sembrava una corbelleria. Niente di più, niente di meno. Da buona maniaca del controllo, ego riferita e vittima di abbandono (auto diagnosticata e su questo dovremmo discutere perché è sintomatico della vera malattia) mi ero convinta che la felicità fosse una misteriosa condizione permanente, costituita da una serie di indecifrabili variabili. Un eccitante enigma da decifrare. Una specie di gioco dell’oca eterno. In questo interminabile ciclo di avanzamenti e retrocessioni di casella, mi illudevo di dover trovare indizi.
Ho vissuto buona parte della mia vita, convinta intimamente, che la felicità fosse una costruzione fatta coi blocchi della Lego e che, una volta raggiunta, una volta in possesso di tutti i blocchetti necessari, potevi assemblarla a tuo piacimento e poi distruggerla, ma quella felicità restava nelle tue mani.Te l'eri guadagnata. Che abominio! Come se la felicità fosse un premio e non una conditio sine qua non della vita umana.
Immaginate lo stress? Di una vita a passare in rassegna blocchetti di costruzioni inesistenti? Di una vita trascorsa a convincersi che quell’amica, quell’amore, fossero blocchetti di Lego a tua disposizione nel gioco perverso della tua personale ricerca della felicità? Ad ogni amore fallito, correre al successivo, con un nuovo blocchetto colorato, quindi, illudersi di poter ottenere giganti costruzioni, vedere, nuovamente, la struttura barcollare. Un altro giro, un’altra corsa. Sempre col cuore gonfio. Sempre col cuore in affanno. Sempre col cuore alla ricerca. Alla ricerca di cosa?
Immaginate la relativa frustrazione nel constatare, come era ovvio che fosse, che no, nessuno di loro era un blocchetto. Che le persone non sono intercambiabili come le costruzioni e che non è un loro compito rendermi, renderci, felici?
Ho dovuto sentire il peso della responsabilità per la mia esistenza schiacciarmi, per capire, che felice lo ero già. Da sola. Ma l’idea della felicità imperitura, è una perversione tutta squisitamente occidentale. Quando accetteremo che dolore e felicità non sono opposti, ma più semplicemente facce della stessa medaglia, impareremo a fare caso alla felicità.
Ho capito che le persone non le puoi archiviare, le devi lasciare andare e, ho compreso, che per farlo basta smetterla di demandare a loro quello che dovremmo fare noi. Non siamo tazze vuote. Non abbiamo bisogno di essere riempiti da una mano esterna. Dovremmo imparare tutti a bastarci. Suona un po’ qualunquista, lo so. Eppure, è l’unica cosa che davvero mi è chiara.
Non so voi come la vediate. So che l’unica strada per me, è capire. Osservare e domandare a me stessa: chi sono? Non è una risposta della mente quella che cerco. Non ho bisogno di sapere chi sono. Ho bisogno di capire, chi sono. È un lavoro incessante. Un quesito sempre aperto, che abita la parte preponderante della mia mente. Aspetto una risposta dal cuore. Nel frattempo, vivo. Resto nei miei vuoti e li osservo. Scrivo perché è ciò che mi mantiene onesta e attraverso le tempeste.

giovedì 19 marzo 2020

Della Primavera al tempo del Coronavirus

“Sono molto irrequieta quando mi legano allo spazio”.

Alda Merini



Oggi è l’undicesimo giorno di quarantena, non so ancora bene cosa stia accadendo dentro me.
Sono milioni, le notizie più disparate e contradditorie, che mi ronzano nel cervello. Una violenza visiva, di immagini, che sembrano montate da un professionista del cinema di fantascienza e, una violenza verbale, di voci, che urlano parole di terrore, di panico e di odio. Non faccio che chiedermi se non sia, in fondo, giusto quello che sta accadendo. L’unico modo lasciato alla natura per pareggiare i conti e ricominciare.
Sono giorni lunghissimi che volgono al termine in un lampo, io imparo a riprendermi il mio tempo.

Tempo per non sapere più che giorno è.
Tempo per non puntare più la sveglia e accettare che il mio corpo sa meglio delle lancette quando ha finito di riposare.
Tempo per non far niente. Senza bisogno di correre ad occupare quell’unità di tempo rimasta scoperta. Tempo per stare nel vuoto, in silenzio, a scandagliare la vita nuova che la natura mi sta offrendo.
Tempo per capire che la vita conosce sempre la via. Anche quando sembra che non sia così.
Tempo per essere grata di poter guardare la mia bambina crescere, come fossi l’unica spettatrice del più grande spettacolo mai visto prima.
Tempo per ascoltare.

Ascoltare, che non è scontato come sembra.
Ascoltare mia figlia, per davvero, senza impegni che si frappongono tra me, lei e tutte le parole che ha nel cuore (Dio se ne ha tante :) ).
Ascoltare le mie mani impastare, per la prima volta, il cibo che nutre me, mia figlia e, mentre impasto, sentire dal centro perfetto del mio corpo, quella inequivocabile, rasserenante sensazione che ne usciremo più consapevoli, più saggi, in una parola: migliori. Tutti. Sentire tra la farina e l’acqua, una nuova me prendere forma.
Ascoltare i rumori della casa. Raccontano di spazi che non ricordavo più di poter abitare, senza te. Scoprire, invece, che dove non ci sei tu, ci sono ancora io. Il prolungamento di me. Nutrire la certezza che basto a me stessa.
Ascoltare le giornate di vicini, che non sapevo nemmeno di avere. Imparare a riconoscerne la voce, le abitudini, gli orari e i gusti musicali.
Ascoltare le idee che mi sedimentano in testa, si fanno nuove, eccitanti conoscenze di parti di me mai incontrate prima, ma anche di chi sono stata e non voglio più essere, chi sono ora e dove voglio andare.
Ascoltare la forza che mi muove nella vita: l’amore. Amore che la gente non comprende, giudica e, invece, vale sempre la pena vivere.
Ascoltare il mio fiume interno e accettare che va dove vuole andare, scava il suo letto e procede spedito al suo mare. Anni spesi a diventare la migliore versione del personaggio che la vita mi aveva assegnato, anni spesi, poi, a soffrire per la mia incapacità di stare comoda nei panni che mi erano stati dati.
In questi giorni, quindi, ritrovarmi. Scoprire che non me n’ero mai andata, ero solo inabissata nelle acque del mio fiume da dove provavo a chiamarmi invano, ché i suoni del mondo in cui ero stata scaraventata, coprivano la mia stessa voce.
Ascoltare il mio corpo, da sola, sul tappetino.

In questi giorni di quiete, in cui pratico in solitudine, non ascolto nemmeno la musica, ascolto solo il mio respiro, fluire sempre pari. Con uguale intensità entra nei polmoni, li riempie, li espande e, con uguale intensità, il respiro esce, portando via con sé il tempo. Imparo, in questi giorni, a non dare mai più per scontata l’aria, a ringraziare i miei polmoni per essere polmoni che hanno pianto tanto e ora sono più forti di prima.
In quel non tempo che è la mia pratica quotidiana, il mio corpo si svela in tutta la sua sacralità. Muscoli, microscopici filamenti di carne che tengono su un intero scheletro, un’intera esistenza. Mi raccontano chi sono oggi: una donna salda sul suo tappetino e nel mondo.
Mi insegnano che non devo aver paura di essere indipendente e che stare soli si può, senza sentirsi orfani.

È un non tempo, in un non luogo, questo che stiamo vivendo.
Lo avvertono i bambini e gli esercizi commerciali chiusi, le vetrine tristi, che non sanno più brillare.
Lo sanno le strade vuote. Lo sanno i mari, i laghi, i fiumi. Lo sanno i delfini, che per la prima volta, si azzardano a visitare la bellissima Venezia, con i suoi canali e la sempre eterna laguna.
Lo sanno i cinghiali, che non sentendo più il nostro ininterrotto vociare, si avventurano per le strade centrali della bella Sassari.
Lo sanno gli uccelli nei parchi. Lo sa il verde brillante del prato e il l’indaco del cielo di una Primavera, che così bella e accogliente, la ricordo solo da bambina.
La natura si riprende i suoi spazi. La natura si riprende il suo tempo e ci invita a fare lo stesso.

È Primavera.
È tempo di rinascita.
È tempo di spogliarsi di quegli strati, che ci hanno protetti dal lungo inverno. Strati fatti del superfluo.
È tempo questo di disfarsi dei bagagli. Bagagli di informazioni, che sovraccaricano la nostra capacità di concentrazione. Disfarsi della folle idea di dover tutti essere quelli degli -issimi. Bellissimi, intelligentissimi, ricchissimi, sportivissimi, preparatissimi.
È tempo di disfarsi, dell’ingenua e malsana idea, di avere cinquemila amici solo perché, un social network, ce la racconta così.
È tempo di coltivare.
Coltivare il proprio giardino. Quello della mente e quello di casa chi di noi può.
Coltivare la gentilezza che vince sempre sulla grettezza. Coltivare l’amore e coltivare i rapporti umani per cui vale la pena impegnarsi. Gli altri, lasciamoli andare. Non sono destinati a noi.
Coltivare il tempo, lo spazio.
Radicarsi nel qui e nell’ora, sintonizzarsi sulla frequenza del nostro cuore e sentirlo sussurrare

Io sono, io sono, io sono.

È tutto ciò che conta.

Om Shanti, Shanti, Shanti

M.

lunedì 12 agosto 2019

L'amore cambia.

Ci sono momenti in cui alcune verità, diventano ingestibili.
Sono delle vere e proprie cesoie storiche delle nostre vite.
La mia vita è già piena di pre e dopo guerra.
A trentasette anni, sto crescendo. È difficilissimo, è dolorosissimo, ma sta accadendo. Anche ora mentre tutto quello che avevo rimesso in piedi, crolla con l’usuale effetto domino che mi porta via dalla mia stessa vita. Ancora.
Eppure, questa volta resto. Non muovo un passo, è la mia vita. Ho il diritto di restare. È strano non fuggire, non cercare scappatoie e uscite di emergenza. Al contrario, allacciare le cinture sapendo che sarà un giro sull’ottovolante.

L’altro giorno, il figlio di una delle mie migliori amiche, aveva un febbrone da cavallo, circa trentanove e mezzo. Asintomatica. Lei, gli ha dato dell’antipiretico e il giorno dopo, era tutto passato. Il figlio della mia amica si è alzato dal letto ed era senza febbre, ma più alto di qualche centimetro. La chiamano febbre di crescita. Io, spesso, mi sento così. Il mio corpo interno, soffre i dolori fisici della crescita. A volte prima di dormire, sogno che l’indomani mattina, anche io mi sveglierò un po’ più alta e i vecchi jeans mi staranno corti.
Invece, sono sempre la stessa, anche se giurerei che le mie spalle sono più robuste di prima.

Insomma, forse non avrò preso centimetri in altezza, ma in lunghezza di cervello direi che va meglio! Per la prima volta, capisco che stare ferma è l’unica opzione possibile se voglio evitare di esplodere, distruggendo tutto quello che mi sta intorno.
Ho sempre pensato di essere in guerra. In realtà, più con me stessa, che con gli altri, ma come ogni guerra, anche la mia, ha mietuto più che altro molte vittime innocenti e rare vittorie cosparse, comunque, di sangue.
La verità, è che la gente si stufa della guerra. Come dare loro torto? Quante energie sprecate a combattere! Quante cose, luoghi, volti andati sciupati in nome di che cosa? Mantenere il punto.

La sensazione del mantenere il punto, provo a spiegarvela così: come quei poster che tenevo appesi alle pareti della mia camera da ragazza; quando una puntina si staccava e l’angolo del poster precipitava su stesso deformando l’intera immagine.
Ecco, io i punti cerco di mantenerli saldi sì, ma poi sprofondo nelle mie stesse battaglie, lasciando solo immagini di me deformi tutto intorno. Avrei dovuto capirlo prima che quella, non ero io.
È una questione di principio!
Probabilmente, la categoria mentale del principio è la prima ad essersi formata in me ed è, in virtù di quel principio lì, che faccio la guerra. Un principio totalmente astratto, il quid che cerco per esplodere. È quello che mi innesca, che mi fa, letteralmente, mangiare da dentro. È quel principio che mi inganna di non piegarmi, di brillare col sole in fronte. È quel principio lì che tutta la vita mi ha mentito, raccontandomi che non perseguire la strada da lui dettata, significhi sempre e comunque: sottomettersi, soccombere, mostrare devozione.
Così ti ho perso, tu l’avevi capito?

Ma ci sono cose contro cui, neppure un Generale come me, può nulla.
Combatto contro la mia incapacità di estirparti da me ogni singolo giorno, metto in campo ogni possibile arma, creo un esercito di versioni di me stessa e le lascio andare in giro senza controllo. Tutte poi tornano con la medesima certezza. In principio, mi sono infuriata. L’ego mi parlava facendomi sentire piccola, patetica e rifiutata, ma più il tempo passava, più capivo. C’è della forza ad ammettere cosa non riesci a fare. Certo, non piace a nessuno di noi, eppure, è importante riconoscerlo, è la maggiore espressione del nostro istinto di conservazione.
Da qualche parte, ho letto che l’orgoglio è un po’ come la panna da cucina che usi quando un sugo non lega bene, allora ne aggiungi un sorso o due e amalgami; purtroppo però il gusto della panna sovrasta gli altri. Al termine della preparazione, avrai un sugo alla panna. Non è meglio, non è peggio, ma è diverso. L’hai sporcato con la panna. L’orgoglio funziona così. Alla fine della fiera attraverso l’orgoglio, potrai ottenere qualcosa: delle scuse che credi di dover ricevere, un’altra chance, un riconoscimento, ma sarà, sempre, sporco del tuo ego e il sapore che sentirai, sarà solo quello della solitudine.
Io la necessità di agire secondo la logica dell’orgoglio, cerco di boicottarla. È insita nel mio caratteraccio, ma mi impegno con estrema fatica, a non seguire l’istinto della Regina che mi muove nella vita. Ho capito, che quella che vede la maggior parte della gente non è la vera Michela, ma il suo sproporzionato, mastodontico ego che va in giro a far danno.
Tuttavia, non è chi sono veramente. È l’immagine di me che scelgo di veicolare al mondo. Il ruolo che mi piace recitare, forse, il lato più addomesticato di me, quello che cerca continuamente il vostro consenso. La parte di me così debole, insicura e tarocca da nutrire la necessità costante di esercitare potere sulle vite altrui. Quella che cerca di spacciarsi per forte, ma in realtà è solo prepotente. La parte di me che vive nella paura. Una paura agghiacciante di non essere abbastanza, di essere mediocre.
Negli anni il mio ego, è stato la mia armatura scintillante da guerra.
L’ho costruita durante meticolosi anni di battaglie. L’ho formata con tutti quegli aspetti di me che cercavo di vendere al migliore offerente. Una venditrice di enciclopedie del cazzo!

Ogni piccola dote, una moneta di scambio per le attenzioni e l’affetto del mondo:
- Che brava bimba educata!
- Che ragazza profonda!
- Che bella donna!
- Che sguardo intenso!
- Come scrivi bene!
Ciascuno di questi complimenti, insieme ad altri anche meno eleganti, formava un tassello e poi sommato agli altri uno strato, della mia armatura e, a lungo, ho pensato di aver fatto un buon lavoro con il panetto di creta che mi era stata data alla nascita. Chi ha bisogno del divino, quando il tuo nucleo è così ben protetto? Cuore impavido me ne andavo in guerra a volto scoperto.
Eppure, la vita mi ha dimostrato che nulla di tutto ciò conta. Uno strato leva l’altro, resta solo Michela. Indifesa, imperfetta, fragile e con una preoccupante propensione alla santificazione in amore. Nulla di tutto ciò che avevo costruito col mio ego era servito a trattenerti e, quando mi sono ritrovata al centro del dolore, ho scoperto di essere come un giunco. Mi piego, mi ricurvo e non mi spezzo mai.
Non è un’armatura di cento chili di ego a proteggermi, ma la capacità che ha Michela di contattare ogni giorno la sua paura di vivere e superarla.

Abbandonare la sensazione rassicurante di essere in una posizione di potere, fare pace col fatto che non sono più forte di te e che non posso superare il libero arbitrio di nessuno. Capire che essere persone forti è un dono, non un’assicurazione contro gli infortuni del cuore e restare ferma.

È una battaglia anche questa. Cruenta, ma almeno questa volta giusta, perché ha come scopo ultimo quello di liberare la Michela selvaggia, quella ancestrale, quella reale e lasciarla correre in direzione del suo futuro. Quindi, imparare a riconoscere la sua voce, ascoltarla ché sa già tutto ciò che devo sapere, affidarmi a lei e inseguire il mio cuore.
Ovunque andrà.

sabato 3 agosto 2019

Di amore e tiri al bersaglio.

Com’è che molti di noi da adulti credono che l’amore, sia nella mancanza? Mia figlia di sette anni ed io, ad esempio, abbiamo due versioni dell’amore molto diverse e, la sua, inutile dirlo, è la più equilibrata. In sintesi Baby V crede che, l’amore, sia questione di stare insieme. “L’amore è quando due fanno tutte le cose insieme, mamma. Fanno la spesa insieme, si aiutano tra loro stessi e si fanno tatuaggi uguali”. È in questi momenti di conversazione con mia figlia, che capisco la vita. Pur essendo una persona parecchio introspettiva, nella vita navigo a vista e agisco sempre senza pensare. Da giovane mi rendeva affascinante. Michela l’impetuosa. Michela Cime Tempestose. Oggi, mi rende Michela la bomba ad orologeria. Michela la pazza. Michela quella da evitare.
La frase sull’amore di Virginia, coinvolge tre azioni verbali e un unico tempo. Io, due su tre azioni, le svolgo con un unico uomo. Non male, c’è bisogno di qualche adjustements, come quando non entri in una posizione Yoga e il maestro ti spiega come fare, comunque c’è del potenziale e con potenziale intendo che, tre su tre non è fattibile per me, perché io non faccio la spesa, praticamente, mai. Quindi direi che, nell’ottica di Virginia, ho raggiunto con un’unica persona, il massimo della possibile percentuale amorosa. Purtroppo però, io non sono candida come mia figlia. L’amore, per la mamma di Virginia, è un pelo più complesso, ma tirando le somme credo sia scoprire, anzi scoprire non è il termine adatto; capire, ogni singola volta che, ti amo nella tua assenza.
Suona poetico, lo so, invece, non lo è. In realtà sono portata a credere più che sia una condizione clinica invalidante. Roba che mentre l’italiano medio fa la fila per il reddito di cittadinanza, io la farei per la pensione di invalidità amorosa.
Signora, lei soffre di una forma di cecità selettiva che non le consente di riconoscere l’amore quando ce l’ha di fronte.
Qualcuno di voi può relazionarsi con questo?
Come recitava Neruda –me gustas cuando callas porque estás como ausente- è il tema dell’assenza a fregarci.
Quando io e Orco ci siamo lasciati, V nella sua infinita saggezza di seienne disse, “mamma, devi cacciarlo dalla tua scala”. Così ho scoperto che, l’unità di misura dell’amore a sei anni, è la presenza. Detto fatto. Un po’ più complesso è il concetto di scala interna dove mia figlia posiziona i suoi affetti, del quale un giorno, forse, parlerò. Ci sei, ti vedo, dunque, mi ami e io ti amo di rimando. Non ci sei, non ti vedo, dunque, non mi ami, allora, perché io dovrei tenerti nella mia vita e, nel mio cuore? Faccio posto a un nuovo amore. Fuori il vecchio e dentro il nuovo. Può sembrare immaturo e superficiale, invece, è un concetto profondamento yogico di non attaccamento. Le persone entrano nella nostra vita, di norma, per insegnarci qualcosa sul nostro percorso karmico. Una volta imparata la lezione, queste, vanno via. AltrovE. Non c’è niente in questa vita che duri per sempre e, se accettiamo che tutto ha una fine, perché i percorsi individuali fatti insieme poi si diramano in altri percorsi che, invece, ora ci separano, oppure, ancora più verosimilmente, perché le nostre forme terrene periscono e cessano di esistere, allora, possiamo essere in grado di capire e accettare che, l’amore nasce, cresce e muore, proprio come tutto il resto delle cose di questo Pianeta. A volte in un incendio bellissimo, altre, con il tepore del rassicurante fuoco di un camino invernale.
Il fatto è che non vogliamo accettarlo. Per questo, iniziamo ad accampare mille scuse. Se avessi detto, se avessi fatto, sì ma adesso saprei come amarti. Quante volte lo abbiamo detto? Come se rinunciare alla parte di noi che in quel rapporto non ha funzionato, ci mettesse al riparo da un nuovo fallimento. Il solo chiamarlo fallimento è, il fallimento stesso, della nostra esistenza. È finita perché avete smesso di comunicare. Non c’erano più parole, gesti, lezioni da donare e prendere. Dovremmo radicalmente cambiare le lenti scure attraverso cui guardiamo alle nostre vite. FINE è solo il sinonimo di nuovo principio, a noi, invece, hanno insegnato che era il suo contrario.

Personalmente, ho smesso di accettare che la fine sia una sterile fase di vuoto della mia vita e cerco, con enorme sforzo sia chiaro, di usare le mie fini come laboratori creativi nei quali reinventare me stessa. Conoscere le nuove parti di me che quelle relazioni, mi hanno regalato. Mi sforzo di pensare che ora, sono una versione migliorata di Michela Cime Tempestose. Mi piace fermarmi a riflettere su quanti pezzi di me che non credevo sarebbero mai andati via, oggi sono nelle anime di quelli che mi hanno amata. Mi piace visualizzare quelle parti e, cercare di immaginare come abbiano modificato, le vite di quelli che le hanno prese con sé.


Ho trascorso gli ultimi otto mesi della mia vita immobile. Espiando colpe che avevo e inventandone di altre per non rischiare di guardare avanti. Ho detto a tutti che stavo male e ho recitato un unico mantra per otto lunghi mesi. L’ho detto, l’ho meditato, l’ho scritto e se fossi stata intonata lo avrei cantato, per fortuna sono stonata come una campana. Ho pianto, mi sono fatta vedere da mia figlia mentre toccavo il fondo, mi ci sono accovacciata ginocchia al petto, faccia tra le gambe a piangere, piangere e piangere consumandomi nel corpo e nel volto invece di dimostrare a mia figlia che dal fondo, si risale sempre. Perché? Si può davvero amare così cocciutamente un uomo che non ti ama, non ti vuole, respira lontano da te, progetta nuovi percorsi, li inizia e conclude il tutto, senza mai guardarsi indietro? Non lo so, ma so che puoi raccontartelo e dirti che il dolore che provi è di certo amore, perché amare significa soffrire, per questo ti amo se non ci sei. Posso dire che per me, è sorprendentemente facile, avere a che fare col dolore ed è, pressappoco impossibile, capire quando sono felice.
Tutto profondamente sbagliato. Amare, ora mi è dolorosamente chiaro, significa accettare le scelte dell’altro anche quando lo portano lontano da te. Anzi, significa accettarle, appoggiarle e assecondarle con la fiducia che, alla fine di tutta la distanza che metterete tra di voi, vi ritroverete. Significa dire- ti amo, darei tutto quello che ho per averti qui al mio fianco oggi, perché muoio dalla voglia di iniziare la nostra vita insieme, ma preferisco credere in te e aver fiducia che, quando sarai pronto, tornerai, perché sai che sono i miei, solo i miei, gli occhi che cercherai in ogni stanza affollata in cui entrerai. Significa chiudere il cuore, aprire la mente e sentire la vicinanza della sua, mentre il resto del mondo la chiama vita. Significa sapere che lui è quello con cui finirai questo viaggio e inizierai il successivo. Amare, significa dire grazie per aver saputo aspettare quando ero cieca, sorda e muta, ora tocca a me e aver fiducia che, mentre ti infligge il più violento dei colpi, in realtà, sta solo facendo un giro lungo per tornare da te.

L’amore è la cosa più preziosa che abbiamo dentro e dovremmo imparare a donarlo solo a chi realmente lo vuole.

Il mio cuore è come una gigantesca patata bollente. Mi brucia dall’interno, cerco di liberarmene e la lancio con violenza per essere certa che, il suo peso caschi dritto tra le braccia di qualcuno. Tutti però la rilanciano, è pur sempre una patata bollente. Scotta, è pesante, è difficile da gestire, non lo so se voglio questo dalla vita, oppure, una relazione che mi faccia sentire più tranquillo, non sai reggere la routine di un rapporto, è complicato.
Ogni volta che qualcuno lo prende tra le mani poi fa a gara con gli altri a chi se ne libera prima. Fanno bene, perché è dannatamente vero: il mio cuore è ingombrante e reca un gigantesco bersaglio al suo centro.
Mirare, puntare, bum e, come al tiro a segno sbucano fuori sempre nuovi bersagli, analogamente, dalle ceneri del mio cuore, ne sbuca sempre un nuovo.
Quindi, spara, spara pure.

Per sempre è composto di infiniti attimi. Non importa quanti, importa quali e importa dove.
Qui, ora, sempre.