martedì 4 agosto 2015

la vita di dentro, la scrittura e il matrimonio.

Stamattina sono tornata in spiaggia, dopo una settimana di assenza.
Come di consueto ho nell'ordine desiderato:
A) lanciarmi in acqua senza dover passare per la riva
B) dall'acqua poi, rilanciarmi direttamente sul lettino perché la sabbia che si appiccica ai piedi bagnati e poi,  praticamente inonda, ogni oggetto che ti sei portato dietro, fa parecchio schifo.

Invece, poiché, con mio sommo giubilo, sono madre di una ormai treenne, il mio arrivo in spiaggia, ha seguito il solito iter: pausa al forno per la schiaccia, parcheggio del passeggino ultra moderno, ultra pesante ed ultra ingombrante di Virginia (nota futura al mio alter ego materno che tanto non ascolto, anzi, mi apro una birra ogni volta che la sento mormorare guarda-che-culetto-da-prendere-a-morsi-ha-quel-bel-bimbetto, se decidi di procurarti altri tre anni, nella migliore delle ipotesi, di insonnia, emicranie da inquinamento acustico e mani nella merda come fosse marmellata di corbezzoli, almeno compra un passeggino leggero, oppure, emigra in un paese tipo gli Stati Uniti dove le case, gli ascensori, le auto e tutto intorno è a dimensione gigantesca, BIG come direbbe mio marito, ma questa è un'altra storia) e infine slalom tra gli ombrelloni con borsa del mare inspiegabilmente, visto che ho comprato le asciugamani in microfibra notoriamente brutte, ma leggere, più pesante di una zavorra e Virginia in braccio, perché sono le 11.30 e "mamma, in collooo, brucia la sabbia!".
In ogni caso, arrivo madida di sudore al mio agognato ombrellone 51 e schianto in terra a pochi millimetri dal lettino, con borsone e bambina. La dolce nonnina mia vicina stagionale, ci sorride. Ci conosce, sa che siamo un po' disfunzionali, ma non infastidiamo. Spoglio e incremo entrambe e via a mare. Quando su una scala da 1 a 50 abbiamo raggiunto un livello di inzuppamento, a Napoli impurpamiento, 60, decido che è ora di trascinare mia figlia fuori dall'acqua, non prima però, di  aver desiderato di estinguermi dalla terra, mentre Virginia, sulla riva, candidamente si cala il costume, per pisciare con tanto di posizione a sedia.
Il mio sguardo passa da modalità miope sua propria di natura, a serial killer verso Virginia, e in fine a non -conosco -affatto -quella -creatura con tanto di distanza di sicurezza quando guardo i bagnanti che, a dirla tutta, non ci guardano affatto, tutti tranne una donna. Le sorrido e mi sorride, la conversazione telepatica che è seguita, è stata è più o meno questa:
Io-"questi bimbi senza sovrastrutture e censure sociali, come sono dolci"
Signora sorridente- "Sì, però la pipì fa un po' schifo,"
Io- "Vabe', almeno così sai dove l'ha fatta, prima a passeggio in acqua ho avvertito 5 correnti tropicali sospette!"
Signora sorridente-"Cacchio, dove? Ma non era bandiera blu, Follonica?"

Riporto lo sguardo su mia figlia:
"Virginia, amore ti ho detto tante volte che- sguardo a destra e a sinistra, per controllare non ci stiano sentendo, abbasso la voce di un'ottava- non devi abbassarti il costume per fare pipì a mare. La devi fare nel costume in piedi!!
Lei cerca di replicare "Ma mammaaaaa, si abbassano le mutandine per fare pipì!" un' istantanea di me, l'anno scorso, a luglio, mentre cerco disperatamente di far capire a mia figlia, nei tre lunghissimi giorni di spannolinamento ufficiale, che la pipì e la cacca non si fanno nelle mutande, mi fa barcollare. Quella dei bambini, è una logica crudele.
"Sì, amore, tranne che a mare. A mare la pipì si fa nel costume in piedi" le dico poco convinta. Dio ti prego, fa che non mi chieda della cacca. Sembra poco sicura della risposta, ma a tre anni, Virginia sembra già aver accettato che, a volte, la tua mamma e più o meno tutto il genere umano, ti deludono con le bugie.

Archiviata la pratica pipì, ci asciughiamo e mangiamo un pezzo di schiaccia al sole e per un istante magico, siamo nella quiete completa. Il mare si infrange rumoroso e pacifico sulla riva, il maestrale ci accarezza senza ululare e il sole ci riscalda la pelle ancora umida. La schiaccia, quel piccolo miracolo nato solo da acqua e farina nelle sapienti mani di donne molto, ma molto lontane da me, ci fa compagnia e ci ricorda che, a volte, anche solo stare sedute l'una in compagnia dell'altra a masticare pezzi croccanti di chiaccia come la chiama Virgy, è già un bel gioco. Il tutto dura il tempo necessario per far sì, che la schiaccia arrivi dritto nel suo stomaco, poi, Virginia rompe l'incantesimo decretando l'inizio del tempo del castello di sabbia. Andiamo quindi a prendere la sacca di giochi in cabina.

Arrivati alla cabina 32, la nostra, apriamo la porta di legno blu scuro e, insieme al bellissimo odore di salmastra incrostata alle vernici di anni e anni, una piccola sorpresa mi riscalda il cuore. Mio fratello, mio ospite l'ultima volta che ero venuta in spiaggia, ha messo in ordine la baraonda di cose che io avevo molto diligentemente lasciato a cazzo di cane sul pavimento della già minuscola cabina, nella quale, a quel punto, era diventato impossibile entrare. Tutto in ordine. Tutto sciacquato in mare e poi con garbo, cura e dolcezza, riposto al proprio posto. Un proprio posto che io non avevo la minima idea esistesse. Il salvagente appeso, tutti i giochi in un angolo e tanto, tantissimo amore lasciato lì da lui, per me, per noi.
Perché ci hai raccontato questa cosa della cabina e dell'intera giornata a mare, direte voi?!
La risposta, in verità, non è ancora arrivata ad un livello conscio dentro di me. E' solo che, ultimamente, penso molto a chi sono diventata, come sono arrivata ad essere quel che sono e, soprattutto, a chi voglio diventare.
Quando ero ragazza, da qualche parte l'ho detto già, sono stata molto innamorata di un ragazzo. Moltissimo. Era davvero quello che si dice una perla di ragazzo. Un ragazzo di casa. Un ragazzo pulito dentro e fuori e, in adolescenza, soprattutto la pulizia intesa come sana abitudine di lavarsi nel genere maschile, fissa un target quasi inarrivabile. Era una storia a tutto tondo, così forte da diventare ingestibile. Almeno per me, che ero piccola e credevo di esser donna fatta. Così, col cuore gonfio di sentimenti contrastanti, presi l'unica decisione che una donna con le palle avrebbe potuto prendere, almeno questo, era ciò che mi ripetevo e troncai di netto la storia. Per le potature grosse, sono sempre stata l'esperta da chiamare, ma di questo, forse, parlerò altrove. Il fatto è che la cabina lasciata in ordine da mio fratello, è stata, questa mattina, la mia maddalena. Mi sono ricordata di una sera in cui nella mia camera, questo ragazzo bellissimo, dolcissimo e innamoratissimo, piegava i miei vestiti per nessuna ragione più speciale, del semplice piacere di far qualcosa per la persona amata e di me che invece di essergliene grata, gli urlavo contro qualche cattiveria sulla libido di una donna che va a finire sotto i piedi quando vede il suo uomo piegare i vestiti. Oggi che sono una donna sposata, la mia risposta è il vero opposto. Se vedo mio marito ritirare il bucato, piuttosto che alzare i suoi calzini da terra senza aspettarsi che passi io a farlo, la mia libido mista alla gratitudine mista ancora alla pura e semplice incredulità sale alle stelle. Non so più un granché di quel ragazzo, ma spero per la donna che ama, che non abbia mai smesso di piegare i vestiti solo perché una stronzetta saccente che invece non sapeva nulla di nulla della vita, gli aveva urlato di smetterla.
Questo pensiero stamattina, mi ha poi portata a pensare al blog e più generalmente, alla scrittura che poi, è ciò che mi spinge nel mondo.
Si può essere madre, donna felicemente sposata e scrittrice di qualità senza auto censurarsi? L'altro giorno leggevo un bellissimo intervento della scrittrice Loredana Limone, nel quale esprimeva un suo punto di vista. L'ho trovato molto interessante e lo vorrei condividere con voi. La scrittrice della trilogia del Borgo Propizio, affermava, che per scrivere un romanzo, bisogna lavorare di fantasia e coltivare un bagaglio di esperienze " ci vuole la vita, dentro" alla quale poi, eventi e personaggi della storia, attingeranno per trarne spessore e credibilità, ma solo ( e qui la sottile differenza che, non lo nascondo, ha creato un piccolo fraintendimento tra me e Loredana) ed unicamente DOPO aver vissuto.  Sono completamente d'accordo, ma credo anche, sia molto, molto difficile.
Crescendo, ho smesso di essere quella stronzetta saccente che ha spezzato il cuore del ragazzo che in fondo al cuore lei stessa amava. Sono diventata molto, forse troppo, attenta alla sensibilità delle persone che amo e che mi circondano e questo, probabilmente ha irreparabilmente minato la mia libertà intellettuale e artistica. Mi seguite?
Ritornando al mio quesito, sì, credo sia possibile, quando si ha il compagno giusto. Personalmente ho un marito che amo tantissimo, che è casa mia più di qualsiasi luogo io abbia mai chiamato casa. Scrostato un primo superficiale, strato di gelosia che io stessa proverei nel leggere di altre persone pur sapendole di fantasia, perché pur sempre, devono partire da qualcosa, qualcuno che dentro noi abita, sono certa del suo supporto e del suo orgoglio quando dice a mare e monti "Mia moglie (ben sottolineando quel mia) ha scritto un romanzo" "Sì, ma è auto pubblicato" arrivo io a ridimensionare la cosa.
Quello che mi tormenta davvero, è altro. Come può un compagno, scegliere scientemente di vivere tutta la sua esistenza, con una donna con tutte le maree interiori che si ritrova una scrittrice?
Come potrò io imparare a tenerle a bada?
Mio marito, sarà sempre così titanico come oggi lo conosco, da non sentirsi schiacciato dalla "mia vita di dentro?"

Non lo so. Questo mi turba, ma per ora preferisco guardarlo ritinteggiare di fucsia  la camera di nostra figlia (Virgy è un leone dai gusti molto, molto discreti) e sorridere con lui con una birra ghiacciata per aperitivo, perché il suo sorriso bellissimo agita le mie maree più di qualsiasi vita di dentro.

sabato 1 agosto 2015

Come rovinare la reputazione di tua figlia. Corso monografico di Michela Belli.

Sono una mamma imperfetta, oggi è 1 agosto e lo posso, serenamente, confessare. Insomma, non è che poi fosse questo gran mistero di Fatima.
Come tutti sapete, lo dico ogni giorno da un mese ormai, ieri era il compleanno di Virginia. Questa notizia, da sola, mi portava, su un livello puramente teorico, gioia. Dal punto di vista organizzativo invece: GUERRAAAAAAA!
Il fatto è, che non sono una persona da liste di cose da fare divise su livelli prioritari di importanza e tempi di svolgimento.

Una persona normale, una madre organizzata e raziocinante avrebbe gestito la cosa così:

Problema: siamo agli inizi di luglio, tua figlia ti chiede di festeggiare con gli amichetti del nido il suo compleanno all'acqua park.
Dati:
Figlia, ce l'ho

Invito, ce l'ho su whtasapp perché non andando più al nido da fine giugno non ho a chi dare gli inviti cartacei. Ma per sicurezza relativo sms a tutte le mamme e perché no, piccolo messaggio cartaceo in bacheca al nido per quei bimbi che frequentano luglio. Ovviamente il tutto tra la prime due e al massimo la terza settimana di Luglio. Voglio dire già la terza, sei una madre che non presta attenzione al proprio figlio. Non sulla mia scala di valori, ma appuro ogni giorno, che per molte mamme la mia scala di valori è folle.

Modulo adesione alla festa: scaricato da internet il giorno che la figlia chiede il pool party e consegnato con due settimane di largo anticipo, indicando menù, eventuali allergie e simili.
torta, vedi su. Prenotata con largo anticipo una settimana prima.
Decorazioni, ce le ho tutte. Ovviamente acquistate qualche giorno prima e consegnate la mattina alla piscina.

Svolgimento: Sono in pieno controllo. Sono una madre multitasking. Fossimo negli Stati Uniti mi candiderebbero alla carica di madre dell'anno. Non mi sfugge nulla. Sono nata per organizzare compleanni ai poppanti. 

Michela, invece, reagisce così.

Problema: siamo agli inizi di luglio, tua figlia ti chiede di festeggiare con gli amichetti del nido il suo compleanno all'acqua park.

Dati:
Figlia, ce l'ho

Invito, ce l'ho. Una settimana prima, su whatsapp perché non andando più al nido da fine giugno non ho a chi dare gli inviti cartacei. Fine. Il mio cervello mono cellulare non si pone altri quesiti. Il mio unico neurone, probabilmente, ha spedito l'invito elettronico, prima di assumere caffeina quel giorno. Poi arriva il giorno della festa e scopri, che non tutte le mamme hanno whatsapp. Voglio dire, nel 2015, alcuni esseri umani possono, realmente, fare a meno di whatsapp. Fenomeni, loro. Tu, resterai marchiata a vita come la mamma già nota come un po' stronza, ora a tutti gli effetti, che non ha invitato tutti i bimbi del nido. Tua figlia, già  ricordata come la timida, sì, quella che non mangia al nido, ora sarà: come, non te la ricordi? Ma sì, la figlia della stronza snob, quella che non ha invitato tutti i bimbi alla festa. Ma poi, una festa in piscina?! ma chi si crede di essere?
E non importerà a nessuno che tu, eri sinceramente convinta, che sulla chat delle mamme del nido, ci fossero tutte, ma proprio tutte, perché arrivano sempre talmente tanti messaggi da confonderti poiché di base, sei sempre con la testa tra le nuvole e presti poca attenzione al mondo. Quelle mamme avranno ragione, alla fine ti convincerai anche tu che sì, a pesarci meglio, sei stata un po' stronza e un po' snob.
Come rovinare la reputazione di vostra figlia. Corso monografico di Michela Belli.
Modulo adesione: scaricato da internet il giorno prima della festa. Compilato per metà, perché non riesco mai a rientrare in  nessuna categoria e i moduli mi mettono ansia. Non sono una persona categorica, figuriamoci una madre. Io e mia figlia, siamo cittadine onorarie della terra di mezzo con Frodo e tutti gli altri. Aspetta, era la compagnia dell'anello o Harry Potter quello della terra di mezzo? Di bene in meglio, Michela. Ora nemmeno più le storie ti ricordi! Se avevi mezzo punto sulla scala del valore aggiunto delle capacità materne, il tuo era quello delle letture e della fantasia e con questa festa ti sei giocato anche quello.
In ogni caso, il modulo ce l'ho. Più o meno. A metà, ma ci sta.

Decorazioni. Tutte comprate, nell'ordine: due palloncini all'elio di Frozen e il tema Frozen ti salva, perché sarai pure una con la testa tra le nuvole, ma conosci tua figlia, un cartellone tristissimo acquistato dai cinesi che dice è qui la festa, ma è la mattina del 31 luglio, di meglio non si può fare. Riformulo, di meglio, TU, la mamma imperfetta non sai fare.
Torta: quella l'hai prenotata ieri sempre con la sfoglia di Frozen, piccola volpe.


Svolgimento: come avevo anticipato GUERRAAAA.
Appuntamento dato per le 15.00 o forse erano le 15.30 no, aspetta scopri che alla tua amica che viene da Piombino  avevi detto alle 14.00. Genio, un vero genio. Arrivi alle 14.45 e due mamme sono già dentro con i loro pargoli. Ovviamente, non conoscendosi (una del nido, l'altra no) in punti diametralmente opposti del parco acquatico. Entri con borsa del mare e figlia al seguito. Hai, ovviamente e lo dico con una punta di cocente dolore e delusione al cuore, dimenticato le borse della festa in auto. A pochi metri dalla piscina dei piccoli, dove in teoria nel tuo cervello, ma non giureresti di averlo detto alla mamme, pensavi di fare la festa, incontri la tua amica, quella non del nido. Una delle tue più vecchie e care amiche, che per fortuna ti conosce e sa cosa può aspettarsi dalla frana inenarrabile che sei come persona. Ti vede annaspare già nel più profondo panico e entra in azione. Ok, amici questa donna è sposata ad un marinaio della marina americana, ha due figlie di cui una è Attila versione femminile, le ha cresciute, praticamente, da sola perché il marito è sempre in missione. Ti aiuto io. Quelle parole ti svoltano la giornata, perché non conta come andrà, hai un viso familiare dalla tua e questo, in qualche modo ti assolve. Ti sembra quasi che dica: ehi, è di Michela che stiamo parlando, cosa ti aspettavi? Ma in senso positivo. Comunque, tu ostenti sicurezza, lei sa che bari, ma è il gioco delle parti, ora sei una madre, non puoi dire semplicemente, Ilaria, faresti questa cosa della festa tu al posto mio? Ti voglio bene, grazie.
Nel frattempo, ti arrivano messaggi dell'altra nuova amica, quella del nido, che, per fortuna, ha già capito di che pasta sei fatta, ma tu, sei in missione, lo spirito della marina statunitense si è impossessato di te, sei ricoperta di tatuaggi tradizionali americani di ancore e rondini, sei nel bel mezzo di un episodio di NCIS, la tua missione è una: scoprire dove cazzo sia la laguna col tavolo che,  all'ingresso del parco, ti hanno detto, averti dedicato.
L'amica col marito marinaio, che per inciso vive negli Stati Uniti di America è in Italia in visita e non era mai stata all'Acqua Park prima in vita sua, ti dice? Ma quale? Quello dietro il fast food? Faccina perplessa delle emoticon che stia ad indicare un misto di stima, ammirazione e gratitudine per la tua amica, non hai tempo di interrogarti sul come LEI sappia dove sia il fast food dell'acqua Park di Follonica. Non lo puoi sapere. magari, a casa sua a Seattle, la sera dopo che ha messo a dormire le sue due figlie, dopo aver riposto i libri universitari (perché tra figlie e vita ha deciso anche di riprendere l'università, un eroe o una pazza decidete voi) le prende la strana voglia di googlare Follonica, acqua park, maps. Cazzo ne sai, gli americani so' strani. Comunque ti salva il culo e ti porta a destinazione. Arrivi e il tavolo non è pronto. Inspiri ed espiri, conti fino a dieci perché tra 3,2,1 questa personcina per bene che fingo di essere esploderà per dare spazio alla vaiassa napoletana che intimamente sono e nulla di grave, con la calma si ottiene. Ti impossessi di due tavoli e inizi a respirare. L'amica del nido è ancora dispersa, la troverai.
Scarti il regalo della tua amica, le bimbe scalciano per le piscine, inizi a spogliare la tua, nel frattempo arrivano altri invitati. Almeno hai il tavolo. E' spoglio, triste, senza colore alcuno, ma hai il tavolo. Mentre stai per mollare tua figlia alla tua amica intravedi madre e sorella. Ok, nulla può andare storto, ora che hai le tue colonne portanti. Ti avvii alla macchina per prendere le borse frigo e il resto delle cose della festa e incroci altri invitati cinguetti il più gaudiamente possibile "Ciao, benvenuti la festa è..." quando incroci lo sguardo di tuo marito. Il tuo porto sicuro. I tatuaggi tradizionali americani, si sciolgono veloci, passi da NCIS a qualche cosa di smielato e sei al sicuro. Il marinaio ora è lui, tu puoi concentrarti sul fare la mamma. paradossalmente il ruolo di marinaio ti viene più facile, ma ti impegni e non sai nemmeno come, ma tra qualche bagno in piscina e quattro chiacchiere sono arrivati quasi tutti. E' l'ora della merenda arrivate al tavolo che ora vanta i due palloncini all'elio ed il cartellone è qui la festa. Servono ad ogni bimbo un vassoio con un bel menù da fast food, quello che vieti a tuo fratello di comprare ai figli, ma fottesega questa è una festa e sei già abbastanza nella merda per polemizzare.
I bimbi mangiano, ogni genitore ha un bicchiere e due patatine in mano. Ti puoi rilassare più o meno.
Si torna in piscina un altro bagno e poi, finalmente, le 17.30 Cake time, gente!


Arriva lei, trionfante, la regina Elsa. Mentre tutti cantano tanti auguri e tua figlia in piedi sul trespolo si sente la principessa che davvero è, ti rendi conto che la candelina sulla torta col numero 3 non ti convince. Cosa ha di strano? Fai velocemente mente locale. E' la candelina sbagliata. Nella borsa hai tutto il set di stelline con la candelina giusta. Ormai è tardi lei l'ha già spenta col sorriso del trionfo di chi ha i polmoni tanto grandi da riuscire in un sol soffio a spegnere le candeline. Mamma guarda che so fare!?

La festa è finita. Ne sei uscita più o meno incolume. Sei un po' ammaccata. Hai avuto ancora una volta la prova provante di essere un casino vivente. Tua figlia però gioisce come non mai. E' felice e tanto, ti dici, basta e poi, le amiche del nido hanno finalmente capito con chi hanno a che fare, l'anno prossimo già sapranno cosa aspettarsi alla festa del quarto compleanno di tua figlia che hai già deciso avrà menù biologico.

Buon compleanno, amore.

giovedì 30 luglio 2015

ricomincio da blogspot e da Virginia, ancora e per sempre Virginia

Questo blog è come me. Non so se sia proprio positivo, magari almeno in rete dovrei cercare di essere più, come dire, assennata e costante. Invece, stanza antipanico è nato su wordpress, poi si è spostato su un hosting diverso e ora, approda su blogspot, dove credo, spero, resterà.

E' poi significativo, ricominciare scrivere di me il 30 luglio.

Questo giorno tre anni fa, mi vedeva con 30 kg di amore in più. Fuori dai tempi calcolati per la mia gravidanza, in piedi, perché la pancia non mi consentiva altre posizioni, in banca con mia sorella Serena, mentre aspettavo il nostro turno.

E niente, all'improvviso entra un tizio e urla:" FERMI TUTTI E' UNA RAPINA!" e indovinate un po'?  Non scherzava! Io, che non solo ero incinta, quindi, con tutti i sensi affinati e perennemente all'erta per qualche misteriosa memoria primordiale del nostro organismo, ma anche e pur sempre, napoletana, prendo mia sorella e la trascino via a nasconderci dal direttore (peggiore posto se ci penso oggi) e gli dico allarmata: "Direttore è in corso una rapina", il simpatico genio dietro la sua comoda scrivania ride e dice: "Ah e chi la fa? Tu?" ebbene sì amici, questi sono i manager del nostro bel paese, gli dico che ovviamente non scherzo e lui cosa fa? Va nel panico, amici! Roba da sei in fila alla posta e il tuo intestino inizia ad attorcigliarsi per il cornetto a cioccolato e il cappuccino al bar, quel tipo di panico. Un panico da, dove cazzo è il bagno più vicino, insomma. Nella sua crisi di panico, dice che deve chiamare i carabinieri che l'iter giusto è questo, io rispondo che se non fosse ancora accorto, sono incinta e se i rapinatori si incazzano prendono me come ostaggio di certo, insomma, ma la televisione tematica che l'hanno inventata a fare se poi nessuno si prende il disturbo di apprendere le sue lezioni di vita. Io le serie crime le guardo e i rapinatori nelle banche americane prendono SEMPRE le donne incinta. Nel frattempo i rapinatori, in realtà erano due non uno come avevo pensato perché il secondo era in fila accanto a me con tanto di ticket per il turno in cassa, urlano a tutti di stare faccia terra, di non emettere suoni e di non piangere. Mia sorella più in panico del direttore e di me che, avendo dalla mia le serie crime e una madre pseudo giallista, mi sentivo abbastanza al sicuro e poi diciamolo pure, quando sei incinta ti senti invulnerabile, decide che avendo lei l'incasso del nostro hotel in borsa, doveva uscire dalla stanza del direttore per non mettermi in pericolo (questo non so come abbiamo potuto pensarlo, ma sono attimi di terrore, lo giuro) quindi sguscia lentamente fuori dalla stanza. A questo punto, con mia sorella fuori nel campo di battaglia, sento un panico montante prendersi gioco di ogni mio singolo filamento di carne. Conto i secondi da quando il direttore preme il pulsante di chiamata diretta a i carabinieri al loro arrivo. Circa 60 interminabili secondi. Il minuto più lungo della mia intera esistenza. Mia sorella era in pericolo per colpa mia e non sapevo cosa fare. Lei di là pensava lo stesso, ma io ero incinta e dopo aver pianto al telefono con il call center della Telecom qualche tempo prima, avevo capito che le mie emozioni erano un tantino amplificate.
I carabinieri arrivano quando ormai i rapinatori erano scappati col bottino, scoppio in un pianto che non credevo possibile. Con lacrimoni, singhiozzi, scossoni e tutto il repertorio, avete presente? Mia sorella era ovviamente illesa e viva. Nel frattempo dall'ampia vetrata vedo accorrere mio marito che aveva saputo che ero in banca durante la rapina. Anche lui, inutile dirlo, visibilmente sconvolto. Un napoletano all'estero, non immagina mai di restare coinvolto in una rapina. pensa sempre, se non mi è capitato in 30 anni a Napoli, non mi succederà mai più. Invece vieni a vivere in una piccola, deliziosa cittadina della provincia toscana e taac, ti rapinano in banca con bandana a coprire la bocca, pistola e tutto il resto.
Tutti chiamano i soccorsi per la donna incinta. Questa volta la donna incinta, quella di cui tutti si preoccupano, ero io. Questo mi faceva sentire anche in colpa. Mi portano al pronto soccorso per misurare la pressione e per fortuna, nulla è accaduto, ma insomma signora che sfortuna! In questo nostro paese, non si può vivere! ma erano stranieri? No, italiani e no, non del sud.
Torno a casa e continuo la mia giornata, mi sento un po' agitata, ma mi rispondo che, in fondo, a tutti capita prima o poi nella vita una rapina e che non è successo nulla che quindi è meglio smetterla di lagnarsi.

La sera preparo la cena per me e mio marito, carico la lavastoviglie e mi ritiro in camera. E' il 30 luglio, fa davvero  troppo caldo per il divano quindi opto per il lettone e mi sintonizzo su un bel film.
A metà film inizio a pensare che finalmente benefibra di cui in gravidanza ero dipendente, avesse fatto effetto. Mi alzo, anzi per amore della cronaca, rotolo come mi ero ben abituata a fare giù dal letto e mi dirigo al bagno, dove con una naturalezza e una semplicità che non mi aspettavo per l'evento, urlo: "PAPIIIIII DOBBIAMO ANDARE IN OSPEDALE!".

In un lampo saltiamo in auto, allertiamo mia madre che si fa trovare al primo pit stop di questa folle, bellissima e super gioiosa corsa in ospedale. Arrivo urlando, perché dei canonici 10 minuti ogni contrazione iniziale io non ho avuto traccia. Gli infermieri mi siedono sulla sedia a rotelle correndo, dicono fate presto o la farà in ascensore. Arrivo alla prima misurazione, sono le 23 e 30 di sera del 30 luglio e sono di 2 cm e mezzo alle 01.00 sono di 10 cm. Questo per dire  che nella camera da letto io non ci sono mai entrata, sono stata direttamente portata in sala travaglio dove mio marito, il mio favoloso, insostituibile uomo non mi ha mai lasciata, nemmeno per un secondo. Mi ha sentita urlare come un orco donna ubriaca di scotch scozzese alle prese con uno elfo testa grossa che cerca di uscirgli dalla vagina e non ha battuto ciglio. Mi ha passato circa 4 litri di acqua, sempre col sorriso sulle labbra, senza mai fermarsi col tifo  da stadio "vai, amore ce la fai, sei grande, sei bellissima" quest'ultima era proprio una bella bugia, io lo sapevo, ma glielo facevo dire, un po' perché non avevo le energie per zittirlo e, un po' perché si sentiva utile e mi faceva piacere per lui.
Dalle 01 alle 04 le ostetriche sono state insieme a noi, mi incitavano dicendo spingi, usa gli addominali, io ho replicato non so quante volte, dicendo che gli addominali non li avevo perché non avevo mai fatto sport e non so bene per quale motivo, a questa affermazione, ho chiesto loro scusa per questo. Sì, amiche, mi sono scusata con le ostetriche per non aver fatto sport. Anche a questo porta la gravidanza, chiedi scusa di esistere mentre come la più spaventosa delle scimmie urlatrici spingi fuori la testa e poi il corpo di tuo figlio.

Alle 4.58 del mattino del 31 luglio 2012 però, mentre morivo letteralmente dal dolore, nascevo di nuovo. Da allora, la mia vita ha un nuovo centro. Un centro che profuma di bebe' appena nato, di crema per il cambio pannolini e di vita e che cambia fragranza ad ogni obiettivo che la mia Virginia raggiunge ed io con lei.

Insomma, amici, domani Virginia compirà 3 anni. I 3 anni più dannatamente ricchi e pregni di significato della mia intera esistenza.
Lasciate quindi che faccia un brindisi virtuale in questa parte di mondo virtuale:

A te, mia adorata creatura
e alle mille avventure che ci attendono.

Ti amo,
mamma

martedì 28 luglio 2015

Self publishing sì oppure no?

Quesito della vita. Quando si è un pesce piccolo, quando si è del semplice plancton nell'oceano dell'editoria, hai davvero pochissime chances che il tuo libro valichi mai la cerchia famiglia/amici/conoscenti. Per quanto già tra questi troverete delle dolorose defezioni.
E' vero, noi italiani, scriviamo tutti. Siamo un popolo di scribacchini. Pochi di noi lo fanno veramente bene. Onestamente, non so in quale gruppo mi trovi. Inizio seriamente a dubitare di me stessa. Ci sono delle volte in cui leggendomi penso, però! Non scrivi male, amica. Ma altre, ahimè il più delle volte, in cui detesto cordialmente ogni singola parola. Approssimative, amatoriali. Una vergogna per me e per chi mi legge. Scrivere Eva e l'assoluto, è stato un processo naturale. Nel farlo, non ho mai pensato a quando poi avrei scritto la parola FINE. Intendiamoci, io non appartengo al gruppo di persone che va millantando di scrivere solo per se stessi. Diffidate, quelli sono bugiardi. Sono come quelle donne che ti dicono , "hai visto come sono ingrassata"? Per sentirsi dire "Scherzi? Sei una stecca da biliardo!". Io scrivo perché voglio che mi si legga. Al massimo, io il problema, (e lo sto scoprendo solo ora) ce l'ho a farmi pagare per essere letta. Nel senso che, non avendo io una casa editrice, mi capita che qualcuno acquisti il cartaceo di Eva sul blog e allora, devo essere pagata direttamente, bene, quando questo accade mi vergogno da morire, ma dicono passi. Fa tutto, regolarmente parte, del lento processo di evoluzione del famoso pelo sullo stomaco.
A dire il vero, mentre scrivevo, non credevo nemmeno di voler pubblicare, era più come se per magia, il mio libro si trovasse appena terminato, nelle librerie di ogni italiano senza passare per processi di stampa, negozi ecc. Dal produttore al consumatore. Filiera corta. Così me la figuravo la cosa. Quando però, mi sono resa conto che mi risultava difficile staccarmi da Eva e l'assoluto e buttarmi in un'altra storia, allora, ho capito che Eva doveva uscire dal mio computer.
Vedete, amici, quando scrivi un romanzo, instauri con le sue pagine una vera e propria relazione amorosa. C'è la fase del corteggiamento, quando le parole, fanno capolino nella tua testa e tu le rincorri. Poi, le parole danno vita ai personaggi, alla storia. A volte questi, ti sorridono e senti un calore avvolgerti il cervello, altre volte invece, questi vanno per la loro strada e allora, accade che ci litighi. Sono litigi di amore. Minacci di non tornare più, di stare meglio senza di loro, ma alla fine, come nelle più banali delle liti tra innamorati, tu con la tastiera sotto le dita, torni sempre. Poi, è ragionevole pensare dopo un tempo che va tra i dieci e i dodici mesi, il romanzo è  finito. Spieghiamo meglio, per i non addetti ai lavori, tu con la tastiera ti illudi che sia finito, in realtà, dovrai rileggerlo e riscriverlo ancora tante di quelle volte da detestarlo e volerlo via, fuori dalla tua testa. Per sempre. Ecco, con Eva invece, era come aver lasciato una storia d'amore appesa a un filo. Chi di voi on ha mai vissuto un'esperienza simile? Quelle storie che bruciano tanto sotto la pelle. Le riconoscete? Quelle di cui avete dichiarato la fine e che nella realtà dei vostri giorni invece, sono ancora dappertutto dentro di voi. Quelle storie che vi lasciano ancorate a quel maledetto "se". L'ombra ingombrante di quel "se" ipotetico, mi impediva di pensare. Avevo tante idee che poi, morivano tutte all'ombra di Eva. Allora  mi sono detta, è tempo di saltare.
Eva e l'assoluto  è il mio primo romanzo e i suoi limiti, li conosco tutti alla perfezione. Nonostante questo, ho deciso di saltare e come tutti sappiamo, quando si decide di saltare nel vuoto, è consigliabile non guardare nell'abisso.
Ho iniziato come tutti. Ricerca per genere all'interno dei cataloghi, per non sbagliare casa editrice. Eva, appartiene al fortunato filone della chick lit. anche in Italia, abbastanza popolare.
Prima bruciatura. Tutte le case editrici (almeno quelle da me trovate) riportano due tipi di informazione.
A) in questo momento non accettiamo manoscritti
B) non accettiamo manoscritti non accompagnati da un agente letterario.
Il mio primo pensiero è stato Kurt Cobain. Poi ho pensato al grunge e a tutte le indie band della scena musicale di Seattle degli anni '90. Poi ho pensato alle Major che hanno, nella maggior parte dei casi, rovinato quelle band. Nirvana inclusi. Prendete Bleach, poi ascoltate Nevermind e poi ne riparliamo. Non è che mi aspettassi la strada sgombra. Non sono nata ieri. Io amo Bleach.
Quindi, invio il manoscritto a tutte le case editrici indipendenti che trovo. Quelle che titolano nei loro siti fasulli, NOI SIAMO DALLA PARTE DEL TALENTO E DELLA CULTURA. Cerco di fare le cose per benino, spulcio i cataloghi, ma alla fine mando ovunque il libro, perché ci vuole pelo sullo stomaco e un altro no, non mi farà male.
Da quasi subito, roba che aspettavano solo me, i lettori e i direttori editoriali erano a corto di materiale, mi arrivano lettere entusiaste. Proposte editoriali come se piovesse. Tutte però, con un'innocua (secondo loro) piccola postilla. E' richiesto un piccolissimo contributo spese (circa 1000 euro, euro più euro mancante). Chi ha letto il Pendolo di Foucault, sa bene chi siano gli Autori a Proprie Spese (APS) ed io, mai e poi mai parteciperei ad una fiera delle vanità simile, circondata da questi soggetti fasulli che inquinano un mercato già ingolfato abbondantemente da: soubrettine, calciatori e cantanti non si sa bene perché. Che poi, diciamolo, non è che tu paghi e sei in una botte  di ferro. No. Il post pubblicazione resta comunque tutto sulle tue spalle. Presentazioni, reading e finanche la distribuzione che, con questi soggetti truffaldini, è pressoché inesistente, se consideriamo che il romanzo è di norma, disponibile nelle librerie PREVIA PRENOTAZIONE. Quindi grazie, ma no grazie. Ciaone proprio, case editrici a pagamento.
Allora penso, ho bisogno di un agente letterario. Apro internet, faccio le mie ricerchine e trovo l'agenzia letteraria dei miei sogni. Già mi vedo con il mio completo tailleur (non possiedo tailleur e non so perché mi immagino in questa veste) parlare col mio agente che crede in me e mette a frutto la sua ventennale esperienza nel settore per permettermi di pubblicare con la casa editrice giusta. Poi, però, qualcosa mi distrae. Le parole scheda di valutazione inediti, rapiscono la mia attenzione. Devo averla. In sole quattro settimane, per la modica cifra di 427 euro (iva inclusa) avrò una scheda completa della mia opera.
Bisogna fare due conti. Quattrocentoventisette euro, sono tanti o sono pochi? Sono pochi, ho già deciso. O meglio, sono tanti in linea di massima, ma la vita è fatta di priorità. Per qualcuno la priorità è mangiare un Magnum algida, per me, è ricevere una scheda di valutazione del mio inedito. Stacco un assegno (non accettano bonifici), stampo il romanzo e spedisco.
Le quattro settimane più lunghe della mia vita passano, lente, ma passano. Finché un giorno, non arriva la scheda tanto attesa. Devo rileggerla un paio di volte per capirla. Sembra, che l'intero romanzo sia stato demolito e invece, a ben guardare, non è così.
La situazione è più o meno questa.
AMBIENTE da cambiare (in origine, Eva era ambientato sulla east coast degli USA, infarcita di riferimenti pop a serie televisive e sogni di letture passate, nella sua versione definitiva invece, il romanzo, è ambientato in una piccola cittadina della Maremma Toscana.  Un saltino niente male). Il segreto, mi dice il lettore professionale, consiste nel parlare di luoghi e società che ben si conoscono. Mi sembra ragionevole, certo a meno che tu non sia Proust che ha scritto Alla ricerca del tempo perduto, senza mai uscire di casa, ma quello è un genio e di geni ne nascono tipo uno su un milione, no? Nonè di certo il mio caso.
PERSONAGGI da approfondire. Buon ritratto psicologico. Particolare interesse potrebbe destare la figura del nonno.
LINGUAGGIO notevole sia in parti descrittive che in dialoghi e in fine anche complimenti per essere riuscita ad elevare la narrazione dai soliti tòpos un po' inflazionati del genere chick lit.
In definitiva però, come sospettavo, il libro non è pronto alla pubblicazione. E meno male che le Case editrici a pagamento, avevano tutti avanzato proposte editoriali senza minimamente toccare la storia. Ma lo avranno letto, secondo voi? Continuo a chiedermelo ancora oggi.
Bene, mandare in valutazione il romanzo è stata la scelta più giusta. Ora basta riscrivere l'intero romanzo. L'unico problema, è che devo lasciarlo riposare un po'. Devo depurare il mio cervello da ogni frase scritta e ripartorirla. Facile, no? Devo solamente dare nuova vita alla mia Eva.
L'ho fatto, ci è voluto un altro anno. A quel punto, mi dico, devo rimandarlo in valutazione ancora. Ora, io non voglio essere pignola e polemica, lo giuro, ma secondo voi, uno che ha già mandato in visione un inedito e ricevuto scheda di valutazione, poi a correzioni apportate lo rimanda in visione, deve pagare daccapo i 427 euro? Ma anche, no! Non l'ho fatto, non solo per i 427 euro che ora mi sembravano una cifra spropositata, ma anche perché qualcosa mi diceva, che un'altra scheda mi sarebbe arrivata, con altre correzioni ed il gioco sarebbe potuto andare avanti per sempre a rilanci di 500 euro. E' come la storia delle case editrici a pagamento, no? Non vedo etica personalmente, in un agente che si fa pagare per leggere un libro. Ma diamine, forse sbaglio.
E quindi niente, la situazione era più o meno questa. Una catastrofe di dimensioni bibliche. Case editrici tradizionali, una sorta di mostri immobili, inavvicinabili. Dice, loro fanno scouting sui blog, sulle riviste on line. Ok, ma io scrivo romanzi, non so tenere un blog (e voi amici che mi leggete potrete di certo testimoniarlo) e non so scrivere articoli (anche qui, ho capitolato. Sono in attesa di iniziare una collaborazione con dei tipi fighissimi).
L'editoria a pagamento, non fa per me.
Con le agenzie letterarie, sembra di dover accendere un'ipoteca su una carriera non ancora partita e chissà se mai lo farà.
E' stato a quel punto che ho scelto la storia del self-made man di Crusoe. Lo ricordate? Certo, lui è un borghese del '700 inglese e io , una che scrive, ma le basi sono le stesse. Libertà, indipendenza, sudore e spirito di avventura.
Da quella decisione  in poi, (avvenuta poi parecchi anni dopo, ma questa è un'altra storia) tutto è stato più veloce e facile.
Ho scelto la piattaforma Narcissus ( https://www.narcissus.me ) e in un solo click completamente gratuito, Eva ha ricevuto il suo codice isbn. Se hai un isbn, hai un libro e boom! in circa 48 ore, tutti gli store on line (non solo i grandi colossi) vendevano il mio romanzo. Eva, era finalmente fuori dalla mia testa. Inutile dire, che ora sono intenta alla progettazione del mio secondo romanzo. Si intitolerà "Ne vale la pena" e si spera non debba attraversare il calvario di Eva e l'assoluto.
Non mi sono mai pentita di aver scelto la strada de self publishing, ma a volte, in questa cosa del post produzione, mi sento tremendamente sola. Questa è una fase tanto più tosta del travaglio creativo e soprattutto, richiede altissime competenze.
Hai a che fare con report di vendita, e tante porte in faccia da blogger (per fortuna non tutti) che non recensiscono autori auto pubblicati un po' perché fa poco figo, insomma non è come ricevere in lettura un romanzo non ancora sul mercato di una grande casa editrice, lo capisco e un po' perché dicono di aver avuto cattive esperienze, di romanzi illeggibili. Come dire in pratica che, ogni libro letto edito da una casa editrice, è stata un'esperienza di lettura indimenticabile. Ma di cosa stiamo parlando?
E poi c'è il marketing, io sono proprio negata in questo senso. Ho un blog che non riesco a indicizzare sicché fate voi. E la social reputation che, mio malgrado, devo curare da me ed è difficile credetemi quando non si è popolari, ti devi inventare prezzemolino e in ogni caso sempre molto attiva sui social network quando si suppone tu abbia anche un lavoro, famiglia, casa, una vita insomma. Ma non mi lamento, ogni volta che ricevo dall'etere un segnale positivo, il cuore si riempie di gioia e le fatiche diventano un ricordo lontano. Ah, poi ci sono le librerie che ti rifiutano le presentazioni perché sei self published, vedi blogger, il discorso è il medesimo con in più da parte loro, che se sei auto pubblicato non porti gente. Ah bada, io facevo la serata da te per giovare anche del TUO pubblico. Andiamo bene, andiamo.
Tutto questo fino ad arrivare ad oggi, ad una libreria di Napoli che mi risponde nella persona dell'organizzatore eventi "Devi pubblicare con i grandi, col self non vai da nessuna parte. Il mercato lo fanno loro".
Ma no? Ma davvero? Il problema è proprio questo, non si era capito?

Le tre fasi della scrittura, o anche, scappa e prendi un libro di algebra, credi a me.

L'altro giorno mi è stato chiesto di descrivermi come scrittrice. Facile, ho pensato, io non una scrittrice. La verità, non mi stanco mai di dirlo, è che io sono, semplicemente, una che scrive. Non lo faccio nemmeno più in maniera compulsiva come quando, non avevo Virginia e trascorrevo la maggior parte del mio tempo nel favoloso mondo delle idee. Ora che devo ritagliarmi spazio e tempo, scrivo in maniera quasi programmata e dico quasi perché spesso, non riesco neppure a seguire i programmi. Diciamo che sono una che scrive appena ha un minuto per se stessa.
Se anche però io avessi tutto il tempo del mondo per scrivere, comunque non potrei sentirmi scrittrice. Per diventare scrittori, bisogna attraversare una fase di consacrazione? Chi ci conferisce questo titolo? L'esperienza? Il fatto di vendere delle copie dei propri libri? O semplicemente l'atto in sé di scrivere storie?Non lo so.
Parlare di scrittura,non è mai facile. Molti in internet (e non solo), lo fanno con un po' troppa leggerezza. E' abbastanza comune, trovare blog in cui ti dicono, vieni, leggi me, io sono l'esperto di scrittura, salvo poi scoprire, che le quattro scempiaggini scritte sui loro blog, sono parte di quelle verità assolute di cui, solo gli stolti e gli insicuri sono alla ricerca. La ricetta magica per perdere 20 kg in un solo giorno, roba di questo tipo. Avete presente? Ma dico io, un po' di onestà intellettuale, di umiltà. Sono doti davvero in disuso in questa società di super esperti nascosti dietro i loro schermi.
Io sono un'italiana media. Dio che bella dote la normalità. Scrivo più di quanto leggo. Vorrei poter vivere di quel che scrivo, ma a trentatré anni, posso, con relativa certezza, dire che non diventerò un campione di vendita. Eppure, non per questo posso accettare di scendere a compromessi, quando farlo significa, svilire il mio lavoro. Ma questa è un'altra storia e ne parlerò un'altra volta. Ora mi preme dire altro.
Scrivere un romanzo non è così facile come sembra. Non è che una mattina ti svegli, la Musa ti bacia e boom hai scritto la storia del secolo. E' più un discorso che attraversa almeno tre fasi conclamate (questo per lo meno, è il mio caso) .
Eccitazione: in questa fase, mi sento un essere soprannaturale. Ho il dono della parola scritta. L'universo mi ama. La farfalla si posa sul fiore nel momento esatto in cui io sto guardando quel fiore. Sono in Matrix, lo so. Pillola rossa o pillola blu? Faccio parte di una casta di eletti. Insieme governeremo il mondo. Convinceremo l'umanità  a leggere. Le librerie saranno luoghi mistici di adorazione per tutti (non solo per alcuni strambi tra cui la sottoscritta) e soprattutto nessuno, NESSUNO dovrà più subire l'onta di trovare nella vetrina di una libreria un cantante di Maria de Filippi o un lacchè qualunque di Maria de Filippi. Insomma, Maria de Filippi potrà andare anche a cagare nel mio mondo post-eccitazione. Lo so, è follia. Nessuno mette Maria de Filippi in un angolo (cit.), ma amici, questa è solo la prima fase, aspettate di arrivare alla terza.

Concentrazione: ogni nervo del mio corpo, ogni neurone e sinapsi del mio cervello, tutto di me, è teso alla creazione della storia che ho in mente. Incipit, culmine e finale. Tutto già scritto con le parole perfette della mente. Le conoscete? Se non le avete mai incontrate, vi prego, scappate il più velocemente possibile. Aprite il primo libro di algebra che vi capita sottomano e buttatevi nel mondo dei numeri perché, le parole della mente, sono doppiogiochiste. Sono delle stronze se mi consentite il francesismo. Sono quelle parole che ogni scrittore ama e teme. Quelle che quando stai immaginando la storia ti solleticano dietro la nuca. Le parole perfette. Quelle per le quali, non esiste necessità di sinonimi, parafrasi o altro. Sono l'essenza definitiva e assoluta di quello che volevi dire. Quelle per le quali, ringrazi Dio o chi per lui, per essere nato in Italia ed essere capace di parlare la più favolosa lingua del mondo. Poi apri il computer, il foglio elettronico ti si apre davanti e puff! Sparite. O meglio, le metti per iscritto e come per magia, non significano più un cazzo. Francesismi con la pala su questo blog, amici.

Depressione: non sono nessuno. Non sono uno scrittore, non sono nemmeno una persona intelligente. Non riesco ad esprimere quello che voglio dire, no, anzi, non voglio dire proprio niente perché non ho la capacità minima comune dell'essere umano, di formare frasi di senso compiuto. BASTA, BASTA, BASTA, non scriverò mai più in vita mia. Nemmeno per fare la lista della spesa, tanto la lascio sempre sul banco della cucina. Vedi? Sei una cretina, chi scrive una lista della spesa per poi dimenticarla? (TUTTI, risposta che mi darò solo nella prossima fase). In fondo, ho già un lavoro, ho una famiglia a cui badare, una casa.
Sì, basta (chiudendo con disprezzo il computer) non ho bisogno di scrivere per essere felice. Mi basta una carta di credito come alla maggior parte degli esseri umani quando è giù di morale. Esco, compro la cosa più inutile che possa essere stata creata e felice me ne torno a casa. Ancora credo di non voler mai più scrivere. La storia, quella è sempre nella regione del mio cervello abitata dai volti che ho incontrato in trentatré anni di vita di sfuggita. Il tizio in treno, la donna che usa l'iphone in spiaggia come specchietto, i due ragazzi che si baciano, il belloccio che si sente Brad Pitt e invece non arriva nemmeno ai livelli di Gabriel Garko che, voglio dire,questa gran cosa non è così via, fino ad arrivare ai personaggi della storia che mi frulla nel cervello in questo momento. Sono onde che vanno e vengono, si infrangono rumorose dietro la mia nuca e chiedono di essere ascoltate.
Queste sono le tre fasi che di norma attraverso quando devo scrivere una storia. Come vi raccontavo, amici, sono tre le fasi conclamate. Queste fasi possono sfociare solo ed unicamente in due grandi mari: il successo o il fallimento. Spesso le storie che immagino restano a farmi compagnia per un po'. Sembrano buone, interessanti e vivono lungo il corso di venti o trenta pagine di word. Alla fine però, muoiono lì. Appese come i panni freschi di bucato. Profumano di buono, ma se non li stiri non li puoi indossare. A meno che tu non viva negli USA, ma qui in Italia, noi si usa ancora stirare. Purtroppo. Altre volte invece, le trenta pagine diventano cinquanta, poi novanta e per magia sei a cento e allora ti rendi conto che quella storia è diventato un libro e questa, amici, è la sensazione di potenza più esaltante che un essere umano possa sentire. E per quei momenti appena prima di capire che sì, stai scrivendo un libro, che ogni volta supero la depressione e mi dico, fanculo! Se incontro uno che non dimentica mai la lista della spesa a casa io lo evito. E' un tipo sospetto!

Sono donna ergo bugiarda, aka le bugie che devi conoscere per sopravvivere ad una vita da donna.

Noi donne mentiamo. Questa frase, lo riconosco, può sembrare, lo slogan adatto ad un gruppetto di maschilisti, ma leggete con attenzione. Noi donne (in verità noi essere umani,ma sono donna e mi occupo del mio genere) mentiamo. E' la società, che ci ha insegnato a farlo in certi casi, in altri, è lo spirito di sopravvivenza.
Da bambina, menti quando, siete pronte per uscire di casa e tu dici a tua madre che non hai bisogno di fare la pipì. Sei pigra e poi il water è così alto. Allora tua madre ti da fiducia, perché è una buona madre e non vuole ledere la tua autostima, uscite e zaac devi farla, ma tu, stoica sin da piccola, in quanto donna e, di strada ne hai da farne, tesoro, la tieni, il tuo perineo, che ancora non sai nemmeno di possedere, è in splendida forma , quindi, metti su un'improbabile danza del ventre, tua madre ovviamente lo sa, ma vuole vedere fin dove vuoi arrivare. Inutile dirlo,  alla fine sei costretta ad accovacciarti dietro un albero. Scema, falla a casa, ascolta un'amica!
Da ragazzina, menti quando, le tue amiche sono tutte oltre il confine della prima mestruazione e tu no, allora dici che sì, ovvio che l'hai avuta anche tu. Oppure menti perché, al contrario, sei l'unica oltre quel confine e cerchi disperatamente di tornare indietro perché non eri pronta a lasciare le bambole così presto. In ogni caso, l'ormone ti porta alla bugia.
Da adolescente menti sulle stesse questioni maschili, quali:
  • sigarette: tu giuri e spergiuri di non fumare. la tua camera grigio Londra, palesa la menzogna agli occhi di tutti, ma sei nel pieno della fase fottesega, hai 15 anni quindi "Cazzo, non fumo!". Un alieno è entrato dalla finestra, ha detto di essere sulla terra per uno studio sulle nostre abitudini. Ha preso dal tuo zaino le sigarette DI CLAUDIA, se n'è accese un paio et voilà il fumo. La balla regge alla grande. Nella tua mente l'unico anello debole è Claudia che non fuma, ma fottesega, tua madre nemmeno la conosce ancora Claudia che inizierà a fumare verso i 18 anni, ma questo è irrilevante.
  • canne: tua madre- hai provato a fumare una canna?
    tu- No, mamma, ma che come ti viene in mente? sguardo colpevole che ruota vorticosamente e ridarella isterica. Mettiti di tua spontanea volontà una tuta a strisce bianco e nere che fai prima. Ciaone proprio.
  • Alcol: tua madre- ma in quel bar dove vi ritrovate vendono alcol ai minorenni?
    tu- Seeeee, io con la mia 5000 lire di paghetta- da dividere probabilmente con tua sorella- (voglio dire, questo potrebbe o non potrebbe essere un ricordo della mia adolescenza) compro solo una coca cola e poi tutti gettoni per il video game Bubble Bobble.
    Nel momento in cui, senza alcuna domanda posta, spieghi cosa te ne fai della paghetta, stai automaticamente dichiarando la tua colpevolezza. In più la coca cola ti fa schifo e tua madre lo sa e sei la negazione ai video game e questo lo sanno proprio tutti.
Da giovane donna, affini l'arte della menzogna. Hai venti anni e la prova costume inizia ad essere un argomento che irretisce anche te che, fino a ieri, avevi tutti i neuroni funzionanti ed al loro posto.
Tua madre- hai mangiato all'università?
Tu- sì (senza perderti in digressioni, tanto lo sai che ti chiederà cosa, visto che brava bugiarda sei diventata?)
Tua madre- Cosa?
Tu- (sorriso compiaciuto) un panino provola e crudo con Mara (una tic tac, un caffè e un pacchetto di marlboro light).
Scema! Hai fatto un danno solo a te stessa, non a tua madre, ma hai 20 anni, non lo puoi capire, forse, non lo devi ancora capire.
Ancora:
tu- mamma dormo da Claudia stasera. (ti ricorda qualcuno, amica?) Poi fai una figlia e scopri che non solo a venti anni era una decerebrata irresponsabile, ma anche fortunata! Avresti potuto incontrare un maniaco e non un fidanzato normale con il quale credevi di dover vivere per l'eternità stile Delena (sì, muoio per the vampire diaries) e invece hai preso a calci in culo dopo un po', ma hai 20 anni, lo capisco, vivere una relazione poco salubre è da manuale. Sei nel pieno del tuo all in.
Poi, arriva, è ragionevole pensare verso i 25 anni, l'età adulta. Io sono un po' lenta e il processo ha impiegato proprio un quinquennio intero, a 30 però ero adulta.
Hai una laurea in tasca che non usi, hai scelto l'uomo giusto (e non sai nemmeno tu come hai fatto) ti sei sposata, avevi giurato che non l'avresti fatto, ma, di nuovo, le donne mentono. Insomma, a 30anni cosa c'è ancora da mentire, mi chiederai? Si suppone tu sia adulta e vaccinata. Voglio dire, hai una tua casa, sei indipendente e invece... le donne mentono, poi non dire che non ti avevo avvisata!
Hai un lavoro, una casa, un uomo, una pseudo vita sociale e SOLE 24 ore di tempo al giorno, ovvio che menti! Devi mentire. E' lo spirito di sopravvivenza di cui ti parlavo all'inizio del post, che te lo impone.
Tu e il tuo uomo lavorate entrambi,ma tu hai la sventura di rientrare prima a casa. Ok? Quindi la cosa va così, non provare a negarlo.
Amore telefona.
A.- tesoro, che si mangia stasera? Hai cucinato?
Tu- Certo!
Non è vero, sei ancora col culo sul divano a spippolare sull'iphone. La verità, quel corpo estraneo alla tua bocca donna, è la seguente: fino a quella telefonata non avevi nemmeno immaginato che si dovesse mangiare, perché ehi, non è mai stato un tuo problema, ma di tua madre. Devi smetterla di pensare che il piano fuochi della cucina esista solo per il caffè della mattina e che tua madre presto o tardi imparerà a cucinare per via telepatica. Quindi ti alzi, mi sembra di vederti, apri una busta di insalata, aggiungi, sale, olio e limone (perché al tuo uomo pice il limone e tu sei una buona compagna) , apri due scatolette di tonno e la cena è servita! Con l'esperienza poi, imparerai ch el'insalata va condita quando amore è a casa o si ammoscia. :)
Poi diventi madre. Amica, queste sono le menzogne più grandi  che dirai, perché è la società ed un manipolo di bigotte che te lo impongono. Dirai che la gravidanza è uno stato di delizia e di salute! BUGIA, BUGIA, BUGIA. La nausea, i piedi affetti da elefantiasi e la pancia così grande da renderti impossibile la visione della punta dei piedi TI FA CAGARE, dillo. Sei normale, tranquilla. Menti pure, lo facciamo tutte, ma poche di noi lo ammettono.
Quindi, l'erede viene al mondo e ok, il tuo cuore capitola come non farà mai più, a meno che, tu non sia così folle, da farne un altro, perché, mi dicono, in quel caso, il cuore raddoppia (altra bugia del sesso femminile? Non lo so, non ti posso aiutare. Ne ho una e sto bene, banco). Ti dici che in questo rapporto, non ci saranno bugie, solo candore. Stai mentendo in quello stesso istante. Di bugie, amica mia, dovrai dirne a tuo/a figlio/a e anche a più riprese. Quando ti vedrà esausta e triste a causa sua (poppate, mesi di insonnia sono solo due delle gioie della maternità) tu gli racconterai una balla che riuscirà a non far dubitare tua figlio o tua figlia del tuo perfetto e imperturbabile stato di felicità. Gli mentirai quando lo porterai a fare il primo vaccino, distraendolo con un pupazzo qualunque mentre il dottore gli fa la siringa, anzi, le siringhe e gli mentirai più o meno lungo tutto il vostro cammino, dicendo a te stessa e quindi a lui/lei che sei totalmente certa di quello che stai facendo. Bugia enorme, la maternità è la cosa più spaventosa ed il percorso meno chiaro che affronterai mai nella tua vita, ma va bene così, per fortuna hai tuo figlio/a che saprà condurti alla grande. Impara solo a fidarti di lui/lei. Io, sono un pessimo esempio. Sono una madre nevrotica, segnata dalla paura dell'abbandono talmente tanto, che  sommergo Virginia di attenzioni e baci che nemmeno mi chiede, povera stella. E le dico tante balle. A mia discolpa, Virginia è una bambina mentalmente impegnativa. A due anni, appena cioè, ha imparato a dire perché, è iniziato il mio calvario. Mento per disperazione. I nostri dialoghi sono un susseguirsi di perché e rischiano di portarmi spesso e volentieri alla neuro, così le mento, invento storie è questo quello che faccio. E' questa la mia tecnica, ogni madre ha la sua. Conosco mia figlia. Il mondo dell'immaginazione è il suo posto. Allora, quando sento che quel perché è l'ultimo che riesco a reggere con una conversazione razionale, parte la storia e lei, in qualche modo, trova pace. Si cheta. Quindi ecco il mio consiglio. Menti e crea un mondo pieno di fantasia e storie belle da immaginare per tuo figlio/a, tanto il mondo è un posto infame e molto presto toccherà lasciarlo/a camminare da solo/a, per lo meno, avrà un bagaglio di storie da raccontarsi quando la vita gli sembrerà insopportabile.
Con "amore" che, ormai già sa, che sul tema cucina e affini, sei una bugiarda patologica, sai, dentro te, di non aver più bisogno di mentire. E' il tuo porto franco dalle bugie. Eppure amica mia,  ci saranno momenti da ora in poi in cui gli mentirai. Lo farai, paradossalmente, perché lo ami tanto, troppo e non vuoi si senta escluso dall'orbita del tuo cuore che, a sua volta, orbita ormai solo intorno all'esistenza del tuo erede.
Amica, non ti voglio mentire, almeno tra di noi, diciamoci le vere verità del nostro bellissimo universo femminile.
Se sei diventata madre da poco, anzi, mi correggo, se solo hai partorito da un tempo indecifrato, ci saranno momenti in cui la tua stessa femminilità ti sembra una grossa bugia. Momenti in cui sarai solo l'ombra della donna che eri e in effetti, amica, non sei più quella donna, sei tanto di più. Sarai stressata, impaurita, nervosa e soprattutto stanca perché casa, figli, marito, lavoro... la vita insomma. Tuo marito che ti ama, ti cercherà. Ad un certo punto, lui reclamerà la vostra vecchia intimità. Lui ancora non sa che, quell'intimità ormai e morta e sepolta. RIP. Allora amica, tu mentirai e fingerai di voler anche tu quell'intimità. E lo farai. Lo so, ora stai leggendo e penserai MAI E POI MAI, ma fidati lo farai perché tu e "amore" in questo momento siete su due livelli di intimità diversi.  A te interessa quello mentale, a lui quello fisico e sappi che più invecchierete, più sarà così. No, non dico che la maternità rende asessuate, per niente, ma cambia qualcosa nel nucleo del tuo essere più profondo. Sei madre. E' un processo irreversibile. Lo so, suona banale, ma amica, dillo comunque a te stessa, ti aiuterà. Sei madre, hai ospitato per 9 lunghi mesi un altro essere umano dentro il tuo stesso corpo. Dio mio, è pazzesco solo scriverlo. Hai rinunciato al naturale possesso di te stessa per 9 mesi. Hai condiviso sangue, aria, cibo e acqua con un altro essere che viveva dentro te stessa. Quale uomo sarebbe capace di tanto? Quale uomo potrà mai provare questa intimità con un altro essere vivente? Capisci ora, perché dico, che il tuo concetto di intimità si è spostato? Devi solo scoprire una nuova intimità con il tuo "amore". In qualche modo la gravidanza, ha estromesso il tuo cervello, dal suo ruolo di padrone del tuo corpo, che aveva sempre esercitato. Diciamo che il tuo corpo, in qualche modo, è in comproprietà con tuo/a figlio/a. Tornare a vedere il tuo corpo come un semplice agglomerato di carne e ossa e non, come un tempio sacro, è un procedimento lento. A volte richiede anni. Alcune donne non smettono di pensare a se stesse come un posto sacro, dove l'intimità reale è solo quella che si instaura con il proprio inquilino :) Personalmente ci sto ancora lavorando. Dopo il parto, mi sono presa il mio tempo. Be' diciamo che la natura che è donna, ci da una mano in questo senso ;P Dicevo ho impiegato tempo a ritrovare mio marito. Per un po', tutto quello che vedevo era il padre di Virginia. Non ho mai smesso di amarlo, ma ero come dire, una neofita di questa nuova prospettiva dell'intimità e poi, ho allattato Virginia per 19 mesi, questo non rendeva il mio ciclo ormonale proprio quello di un tempo :) poi qualcosa è cambiato. Gli ho mentito? Sì, perché lo amo e volevo tenerlo stretto a me. Lo rifarei? Sì, perché grazie a quel paio di bugie dette a quel tempo oggi siamo una coppia più forte. Ci diamo appuntamento di pomeriggio come due adolescenti e ho fatto pace col fatto che lui è uomo, non è colpa sua se non può capire i tumulti e le fragilità a cui la maternità ci sottopone.
Voglio solo dirti che, va bene così. Prenditi il tuo tempo. Nel frattempo vai incontro al tuo "amore" e fa quello che fanno tutte le donne dalla notte dei tempi (anche se, non si perché non sta bene ammetterlo) menti. L'appetito vien mangiando, non lo sai?
Vorrei dire qualcosa tipo, vedi? Mentire è normale e non è così sbagliato se lo fai per le motivazioni giuste, ma mentirei ancora e ancora e ancora. Mentire è sbagliato, ma forse questo non è mentire, forse questo è solo vivere.

P.S. A mia figlia Virginia, vorrei dire, sei nei guai bambina, ogni bugia che mi dirai, io l'ho già detta. Stai in campana, baby.

Veg o non veg?

Lo so che anche tu che stai leggendo, hai l'amico vegano. No, non sei tu il vegano, perché se lo fossi non frequenteresti il mio blog, ma quello di un altro vegano. In fondo, lo capisco, l'alimentazione per voi è una religione. Io sono stata educata e cresciuta da mia madre, ormai l'avrete capito tutti, è onnipresente nei miei post. Lei mi ha sempre detto :"Si mangia per sopravvivere" e quindi io sono venuta su con l'idea che mangiare, significava nutrirsi, punto. Poi sono cresciuta e ho scoperto gli aperitivi e allora ho capito che mangiare significa accompagnare un prosecco in compagnia di un'amica! No, dai mamma, giuro non sono un'alcolizzata! Scusate, è un gioco tra di noi.
Insomma, la settimana scorsa c'è stato il sole quasi tutti i giorni, la temperatura era gradevole, intorno ai 20° e allora, cosa fa una qualunque donna dopo i trenta?Si guarda allo specchio, uno sguardo al giorno basta, tanto lo scempio è sempre lo stesso e decide di uscire dal letargo. Questa è un'operazione delicata. La donna media post 30, si  muove su più livelli.
  • dieta drenante obbligandosi a bere 4 lt di acqua al giorno quando fino al giorno prima bevevi due caffè al mattino, un aperitivo alle 19 (perché a quell'ora hai bisogno di innescare l'udito selettivo delle tate al nido) e due bicchieri di vino a cena per far compagnia a tuo marito.
  • prima colazione con bicchiere di acqua e limone e bifidus actiregularis con la pala. Così tra un secolo circa ti verrà il ventre piatto della Marcuzzi.
  • ceretta alcune donne (e ahimè anche alcuni uomini) sono ossessionati dal glabro. Non lo comprendo. Forse perché per natura non sono pelosa, ma credo che se la natura abbia posto dei peli in determinate parti del corpo umano, una ragione ci sarà e poi diciamoci la verità, fa male. LA CERETTA FA MALISSIMO! Non è come un tatuaggio che tu vai incontro al dolore, lo fronteggi e poi ti ritrovi un bel tatuaggio,no! Qui la storia è diversa. Già che entri dall'estetista e questa ti mette in posizioni da Kamasutra e ok, la visuale deve essere quella giusta, ma poi ti cola della cera bollente sul corpo, strappa via insieme ai peli uno strato di derma e poi non ci ricavi nulla! Non ti ritrovi nulla sulla pelle. Pensateci.
  • abbonamento solarium per dieci lampade, l'undicesima gratis e non si sa perché alla decima non ci arriva nessuno.
  • shopping compulsivo. Non importa di cosa tu abbia bisogno. Primavera è stagione di acquisti. Le giornate si allungano, la temperatura si fa più mite, una passeggiata ti costa almeno un cinquanta euro, perché con questo caldo che fai un gelatino non lo compri? E sono i primi 2€, due metri più in la una profumeria. Ok, non compro nulla, solo scrocco sulla prova profumi e ti ritrovi ad aver invece acquistato shampoo, balsamo, un improbabile bagno doccia alle bacche di Goji (che fanno bene, ma anche schifo, quindi ripieghi sull'utilizzo esterno dei loro benefici) e siamo sui 30€ come minimo e poi che fai non ti fermi ad acquistare quel gonfino che in tutto indosserai solo due volte perché tra dieci giorni farà troppo caldo per indossarlo? Certo che lo compri! Ed ecco che si è arrivati a 50€. 
Da qui, il mio acquisto di un estrattore a bassa velocità. Insomma, basta non ho più 20 anni. E' inutile che io finga di essere su quei livelli. Ormai sono passata alla crema base trucco e la crema antirughe la sera con relativo tonico lifting per la zona occhi. Si cambia vita e alimentazione. La cosa però pensavo fosse più semplice. Sono un'accanita mangiatrice di frutta secca da sempre, punto mio per la dieta vegan. Verdure e insalate, come sopra. Frutta, sono pigra. Se mamma sbuccia... hihi dal 2011 poi, cioè dal mio matrimonio, aspetta era il 2011?? Comunque, da allora non mangio frutta in pratica. Mi dico, ok ce la puoi fare Michela, lo devi fare oppure smetti di fracassare i maroni di tutti con la storia che Virginia non mangia abbastanza frutta e verdure, sii tu il giusto esempio e così spendo 200€ circa per un estrattore di frutta e verdure, questo, l'estate scorsa. I primi tempi viaggio sulla cresta dell'entusiasmo, sono tonica, sono vegana (nel senso che mi facevo i succhi verdi), sono un'ambientalista, giuro che non baro mai più con la raccolta differenziata. Poi è arrivato settembre. La pioggia, il freddo e il mio estrattore è tornato nel mobile. Al suo posto una mini cantina, di quelle che si posano direttamente sul top della cucina, avete presente? Scherzo, aspetta, scherzo davvero?
Ma poi è arrivata di nuovo la primavera e complice il terribile anno che è stato il primo anno di nido di Virginia, dal punto di vista della MIA (per fortuna non sua) salute, ho deciso di dare un'altra possibilità alla storia del vegano, o quasi.
Vado su internet e inizio a documentarmi. Caspita c'è una miriade di siti e blog sull'argomento. Ok, sarà facile allora. Pian piano che leggo, vedo salsicce e friarielli abbandonarmi sempre più. Ok i frarielli restano, ma cos'è un friariello senza una salsiccia? Questa visione, mi turba, ma decido di andare comunque avanti. Sono di esempio per Virginia, mi dico. Intanto i blog mi raccontano ognuno la loro verità. Il mondo è come te lo immagini, giusto? Peccato che in questo caso, la fantasia prenda troppe volte il sopravvento, o questo oppure cari vegani siete da rinchiudere, perché non è possibile che un sito riporti una tabella di cibi divisi tra acidi e alcalini e il sito dopo mi proponga una tabella diametralmente opposta! Ciaone proprio. L'unica verità assoluta. L'unico elemento di pace. Il quid che mette tutti i vegani d'accordo amici miei, è il limone. Tutti concordano che il limone sembra acido, ma in realtà è alcalino. Un false friend, avete presente? Ma potrai mica cibarti di limoni? Voglio dire, è vero, se la vita ti offre limoni, tu facci una limonata, ma poiché la mia forma mentale è più limoni= sale e tequila, non so come procedere, capite?
In ogni caso, niente, neppure i limoni mi hanno fermata. Sono in fase detox. Non mangio carboidrati semplici da una settimana, mangio solo Kamut. Questo mi rende una persona migliore? No, solo molto triste. Latte e derivati sono avvantaggiata, non li mangio dal 2009. Carne e pesce. Ok, io ci ho provato. Il mio corpo dopo un po' cede. Da adolescente sono stata vegetariana (seriamente) per un anno intero (roba che non compravo nemmeno gli snack al distributore per paura di contaminazione con grassi animali, le etichette, all'epoca, erano molto poco chiare), ma poi ho avuto seri problemi di carenza di ferritina per i quali, ho dovuto riprendere a mangiarla e la sensazione della mia prima salsiccia dopo dodici mesi, non la dimenticherò mai più. Il mio corpo esprimeva una sola cosa: gratitudine.
La mia migliore amica, Claudia ve l'ho presentata in qualche altro post, è vegetariana, lei sta bene così, ma Cristo Sante non rompe il cazzo se ti vede mangiare un animale morto! Se vai a cena con uno vegano, ma chi prendo in giro? I vegani non ci vengono a cena con un onnivoro e se ci vengono, si mangiano due verdure alla piastra e ti guardano disgustati per tutto il resto del tempo!
E poi il costo... ragazzi siete mai entrati un supermercato bio? No dico, scusa tu ragazza della cassa, ma vedi scritto Beyoncé sulla mia fronte? Come puoi vendermi un pacco di semi di zucca da circa 250gr a 6.00€ ? Dice, l'alimentazione vegana fa dimagrire e ti credo, digiuni!
In ogni caso, questo è quel che penso dei vegani. Ognuno è libero di mangiare come diavolo vuole. Anche noi, quindi smettetela di rompere le balle e andate a mangiare qualche altro semino!