venerdì 30 ottobre 2015

blogtour Eva e l'assoluto. Ultima tappa: ringraziamenti e giveaway

Scrivere Eva e l'assoluto, è stata un'avventura su più livelli. Sono sicura che questa è un'inconfutabile verità che ogni autore, si sentirebbe di condividere.
Ci sono stati momenti in cui ho creduto che scrivere fosse solo una vera e propria dannazione, qualcosa che non poteva portarmi altro che insoddisfazione, in questo, per dirlo alla Falubert, io sono Eva. Nonostante, la sensazione di incapacità che non mi ha abbandonata un secondo, durante tutto il percorso di stesura di questo piccolo romanzo, sono arrivata alla sua conclusione. In qualche modo ce l'ho fatta. L'ho scritto, io. L'ho amato, io. L'ho odiato, io. L'ho finanche pubblicato, io. Ora è vostro. Eva è del mondo intero, di tutti quelli che vorranno dedicarle qualche ora. La magia, questa magia che viene dall'essere nelle case di alcune persone che non conosco e che tuttavia, hanno tra le loro mani il pezzo più importante di me, vale tutta la fatica.
Vedete, Virginia Woolf quando pubblicava un libro annotava nei suoi diari, il travaglio vero e proprio delle prime ore post pubblicazione e la sensazione, è quella giusta. Un libro scritto da te è un figlio che lasci andare libero per il mondo. Da "madre" avevo sognato un destino diverso, fatto di pile di copie sui banchi di importanti librerie. A mia discolpa, non conoscevo affatto il mondo dell'editoria, ma solo quello dei lettori. Avrei voluto che il ciclo vitale di questo libro fosse diverso, fosse, in definitiva, direttamente proporzionale, all'amore viscerale che provo per ogni singola parola scritta su queste pagine, ma le logiche di marketing sono imperscrutabili e molto rigide ed Eva si ritrova a nuotare in un oceano di pescecani. Mi auguro quindi, che i lettori decidano di seguire la signorina con la testa tra le nuvole della nostra copertina, nonostante non ci sia un cartellone a consigliarlo. Mi auguro anzi, che il lettore diventi quel cartellone per altri lettori.
Comunque, dicevo, è stata un'avventura su più livelli e la novità più entusiasmante per me, è stata la realtà dei book blog che prima ignoravo. Ho conosciuto persone gentilissime e con alcune di queste: le mie compagne di viaggio in questo blog tour, Nunzia la libropatica e Stefania, la ragazza che annusava i libri sono nate delle bellissime amicizie. Amicizie di cui sentivo la necessità. Amicizie con radici in un terreno comune. Ma non solo, ho conosciuto tanti autrici che oggi posso vantare come amiche: Monica Coppola superlativa autrice di Viola, Vertigini e Vaniglia e Lucrezia Scali autrice self publishing di Te lo dico sottovoce che ha appena fatto il salto e che a gennaio 2016 troverete in tutte le librerie edita da una vera GRANDIOSA CASA EDITRICE, Loriana Lucciarini autrice super prolifica, blogger e inarrestabile compagna d'arte e tanti altri che non elenco perché sono smemorata e oggi non ho caffè in casa quindi sono al 2% di capacità neuronale.
Insomma, è stato un viaggio importante e ne ho apprezzato ogni singolo momento. Il mio si conclude qui, quello di Eva no, quello continua fino all'ultima casa da raggiungere. Oggi io e Eva ci dividiamo. E' un momento dolce amaro. L'ho aspettavo, ma non si è mai pronti.
Ringrazio tutti voi per aver partecipato con entusiasmo e per aver giocato con noi, noi ci siamo divertite come delle matte, speriamo anche voi.
Il nostro è stato un team stupendo fin dal principio, uno di quegli esempi di democrazia e armonia che ti fanno ben sperare per l'umanità :)
Ringrazio per aver creduto in questo progetto e per aver accettato senza la minima esitazione, sobbarcandosi questo impegno oltre ai loro numerosi impegni di blogger e (diciamolo) quelli della vita di tutti i giorni, le mie insostituibili Lily, Alessandra, Alenixedda, Maria e Loriana. Siete delle persone straordinarie.
Ed eccoci al vincitore...
a Rafflecopter giveaway







Mi auguro che restiate su questo blog il più a lungo possibile.
Grazie ancora a tutti

Michela Belli

PS Eva era solo la prima, Vera si fa già largo tra le mie dita ...

giovedì 15 ottobre 2015

Moll Flanders, Viola Vertigini e Vaniglia e la chick lit quella buona

Ho, da poco, finito di leggere "Viola, vertigini e vaniglia" di Monica Coppola.
Ora, voi lo sapete, questo non è un blog di recensioni, ma davvero, ho voglia di parlare di questo romanzo per vari motivi. Primo tra tutti, mentre lo leggevo, trovavo tutta una serie di analogie tra Viola ed Eva e dentro me pensavo, Dio buono, le vorrei far conoscere :D inoltre, è un chick lit come piace a me, brioso, romantico, buffo, ironico, eppure, in alcuni punti, in grado di farti riflettere.
Quando i lettori appartenenti alla cerchia snob, della serie leggo solo classici, oppure, tomi di 1500 pagine e corbezzolate simili, mi chiedono stupiti come mai mi piaccia la chick lit, vorrei sempre rispondere loro, che vadano a studiarsi un po' di letteratura.
La chick lit, per me sta al nucleo della letteratura. Quando nell'epoca borghese in Inghilterra si diffonde la moda del piacere di leggere, le prime ad aderire sono le donne. Parliamo dell'epoca di Robinson Crusoe, che fa da propaganda all'idea del self made man, è vero, ma è anche, di Moll Flanders. Ora, non so in quanti abbiano avuto la fortuna di leggere questo capolavoro di Daniel Defoe, ma chi l'ha fatto, non potrà non convenire con me che Moll, è la mamma di tutte le nostre eroine della chick lit. Moll è la prima Bridget. Nel romanzo infatti, accompagniamo Moll lungo tutta la sua vita e assistiamo alla sua crescita ed è questo, il punto centrale di tutta la chick lit. La trama segue una parabola prestabilita, la protagonista, tocca gli abissi e poi risale e ci lascia con un happy ending. Ovviamente, giacché la letteratura risente della storia, il lieto fine di Moll (vivere la parte finale della sua vita onestamente e morire pentita dei suoi peccati e quindi perdonata dal Signore) è un po' diverso dal nostro lieto fine e infatti, Viola, per esempio, ci lascia intendere che vivrà una vita da sogno nel suo sogno con l'uomo dei sogni. :)
Ecco, questo è ciò che amo della chick lit, quando è scritta bene. Non è come leggere un romanzo erotico, soprattutto perché, grazie a Dio, non ci sono frustini, perizoma di pelle e fragole e champagne, piuttosto, è come leggere una novella picaresca.
Sono romanzi introspettivi. Ci mostrano un'evoluzione umana, sia da un punto esteriore che da un punto di vista interiore. Ma torniamo a Viola, vi va?
Incontriamo Viola, in un momento di stasi della sua vita. Fa un lavoro che non ha nulla a che fare con ciò che vuole fare e, paradossalmente, ma questo è la società che glielo impone, si sente anche fortunata a svolgerlo. Ha un sogno, uno di quelli grandi, ingestibili e per questo, ancora più importanti: diventare una scrittrice. Il fato bussa alla sua porta (altro elemento necessario alla chick) e lei, lo segue. Ancora non sa, che questo le costerà, una delle più grandi lezioni della sua vita.
Non voglio spoilerare nulla, perché desidero che lo leggiate in più persone possibili. Dico solo che, ciò che ho amato di questo romanzo, è che Viola alla fine della fiera, alla fine di tutti i suoi disastri, capisce di dover essere lei, la fautrice del suo destino. L'azione, come unica strada possibile per realizzare i propri sogni. L'azione, perché solo chi agisce, sbaglia e poi impara.
A tutto questo, e qui entro nel particolare di Viola, dovete aggiungere, una caratterizzazione spettacolare dei personaggi. Quello che non ho detto prima, è che pur essendo una grande amante della chick lit, non sono mai riuscita a trovare un'autrice italiana che non cadesse nella ridicola e triste brutta copia delle colleghe americane. Insomma, lo capisco. L'America è affascinante. Da autrice, comprendo bene che una cosa è scrivere Josh, altra, è scrivere Giosuè. Ambientare un romanzo in un piccolo sobborgo dello stato di New York, dona atmosfere più pittoresche delle campagne toscane perché, insomma l'erba del vicino e tutte quelle cose... chiedetelo a un americano e vi dirà che le ambientazioni italiane sono più affascinanti. Ma è questa la sfida per uno scrittore, che non scrive fantasy, rimanere fedeli a se stesso e al proprio mondo. Scrivere di ciò che conosce, essere veritiero e realista e, amici, Monica Coppola, per me, è stata grande anche da questo punto di vista.
La sua Torino, è una città dinamica, culturale e pure mondana! E che te ne fai di New York quando hai tutto questo, a casa tua?!
Insomma, Viola Vertigini e Vaniglia, entra a pieno titolo, per questa lettrice qui che, ripeto non recensisce di abitudine i romanzi, nella stanza tutta per me, cce mi ha lasciato in dote la mia amata Virginia. Perché, amici, ve lo dico, Virginia Woolf scriveva Chick lit, chiedetelo a Clarissa Dalloway!

lunedì 5 ottobre 2015

un tempo anche io odiavo il lunedì

Questa cosa del lunedì, quando sei madre di una bambina di tre anni, inizi a rivalutarla.
Il tempo, segue un movimento ostinato e contrario, a quello della tua giovinezza spensierata.
A vent'anni canti con Vasco:

La "ragazza" mi ha lasciato 
è colpa mia! 
Sono stato anche "bocciato" 
e non andrò via 
Passerò tutta l'estate Qui! 
....compresi i Lunedì! 
...quelli li odio di più... 
non lo so, ma è così!....... 
ODIO i LUNEDÌ 
........i LUNEDÌ ! 

e la cruda verità, è che non sai, quanto li desidererai quei lunedì, quando da lì a dieci anni, ti ritroverai a trascorrere un sabato pomeriggio, in una ludoteca di una piccola provincia toscana, in compagnia di circa cento, sì, ho detto cento bambini. Già questo, diciamolo, dovrebbe far desistere qualunque donna adulta con prole. Voglio dire, già hai preso la malsana decisione di riprodurti e di rinunciare a circa l'80% (sono un'inguaribile ottimista) del tuo tempo, che bisogno c'è di mischiarti ad altri cento mostri? Ma noi donne siamo fatte così. La natura si beffa di noi. Il nostro senso della vista, fa sempre cilecca, quando ci sono bambini nei dintorni. Fateci caso. Alle feste dei bambini, i padri, al massimo accostano l'auto per far scendere madre e figlio al volo e poi... BROOM scappano via a cercare "parcheggio" con delle virgolette gigantesche! Lo sapete perché? Perché hanno un senso della vista che non fa difetto. Loro guardano, noi vediamo. Il che, è folle, se pensate che gli uomini, di norma, sono molto più distratti di noi donne e, sempre in generale, meno avvezzi al particolare. Loro guardano una stanza ricolma di bambini e osservano una massa di esseri umani piagnoni, mocciolosi e chiassosi, portatori di non si sa bene quanti germi. Noi, invece, già partiamo in svantaggio perché, qualcuno li dovrà pure accompagnare fino a destinazione questi figli, ma non contente, entriamo e vediamo tanti bimbetti. L'istinto, quel maledetto, a braccetto con ovaie e utero quei bastardi, ci dicono: "ehi, entra pure, questo è il luogo a cui appartieni. Guarda quella bimba come è vestita carina..." e tu scema, perché sei scema quando si tratta di bambini, entri. Ebbene, è già troppo tardi. Dante, la sapeva lunga e ci cantava:" PERDETE OGNI SPERANZA O VOI CHE ENTRATE". Doveva aver frequentato qualche festa di questo genere, fidatevi. Più ti inoltri nella selva oscura dei gonfiabili, più inizi a guardare attentamente. Quella bimba per esempio, non era vestita carina, ma piuttosto da nana battona e tu vorresti solo trovare la madre e urlarle "tua figlia ha sei anni, cazzoooo!". Inizi a percepire la puzza nauseabonda dei loro piedi. Geox un paio di palle, le scarpe respirano solo quando sono in negozio, poi ci mettono i piedi i mostri e anche le scarpe si rassegnano al loro nefasto destino di puzza. Ecco, tua figlia ora si abbarbica alle tue gambe perché vede arrivare da lontano, un'orda di vichinghi urlanti. Il gioco più divertente che fanno, è saltare l'uno addosso all'altro, tipo ammucchiata di rugby. Ovviamente sono maschi, c'era da chiederlo? Si differenziano sin dalla più tenera età. Le femmine, quelle sono più sottili. Giri lo sguardo, tua figlia fino ad ora è riuscita a fare solo mezzo scivolo, una bambina di circa cinque anni, cerca di pedalare in una di quelle macchinine che si usano all'aperto. Un gruppo di bambine, presumibilmente della stessa età, l'accerchia. Vogliono la macchinina, ma non hanno alcuna intenzione di condividerla con la bambina alla guida. "E' quella la bambina che vi dicevo", questo è tutto ciò che riesci a sentire e decodificare perché, non so se lo sapete, ma i bambini, quando sono in gruppo,  parlano a frequenze sonore che noi umani non riusciamo a decifrare, e tutto quello che riusciamo a distinguere, è:"AAHAHAHAHHAHAHHAHHAAAAAAAAAAAAAAAAAAHHHHHHH".
Il tutto, condito da una buona dose di donne adulte, che contribuiscono a farti girare le palle, che non hai e che sempre più spesso desideri, ad elica. Una donna indiana, con uno sguardo disperato e perso (ti ho nel cuore, sorella) prende un bambino e lo scaraventa su una sedia intimandogli di fermarsi e di respirare, un donnO mastica il chewingum con tutti e trentadue i denti di cui è, presumibilmente dotata, anzi, a dirla tutta, aveva la bocca talmente aperta che ho potuto contare una o due estrazioni, mentre cinguetta con le sue amiche del club "mamme dell'anno". Club di cui tu, non fai chiaramente, parte.
Ma se questo no fosse stato abbastanza, se il solo fatto di trovarmi all'inferno in terra, non fosse bastato a convincermi, che era tempo di fuggire il più lontano possibile, una donna ha deliberatamente deciso di deliziarmi, quando prendendo uno scontrino malconcio dalla sua borsetta griffata, ha soffiato il naso del figlio. Sì, avete compreso bene, ha soffiato il naso moccioloso e catarroso di suo figlio con uno scontrino. Il dopo nella mia mente è molto nebuloso. Non so se sono svenuta, o se il mio alter ego più gentile abbia intuito che era il momento di prendere il sopravvento per salvare quell'esemplare di madre dalle mie fauci, so solo, che mi sono ritrovata con mia sorella da Scarpamondo e non è, che lì la situazione sia stata rosea. Virginia e suo cugino Leonardo, hanno dato il peggio di loro. Mio nipote drogato e ipnotizzato da qualsiasi superficie riflettesse quei cazzo di Minions e Virginia in modalità: voglio provare ogni paio di scarpe esistente. E' così, che mi sono dovuta lasciar scappare il più bel paio di Adidas di tutti i tempi. 
Ho passato il resto del week end, in preda a visioni mistiche di me che rincorro Virginia a sei anni, in preda ad un delirium tremens dall'alcol che mi ci vorrà per arrivarci ai suoi sei anni.  Perciò no, se lo chiedete a me io non lo odio il lunedì, al massimo lo aspetto.

giovedì 1 ottobre 2015

La teoria del nord e del sud

Qualcuno di voi, la conosce Madame de Stael? Personalmente, l'ho conosciuta al liceo e, già all'epoca, la trovavo cordialmente antipatica, con la sua odiosa teoria, del nord e del sud. Tempo fa poi, ho scoperto che oltre ad essere una razzista, era anche una traditrice e una cospiratrice. Uno di quei rarissimi casi, nei quali, posso dire: "l'avevo detto" no perché, di norma, sono quella a cui viene detto, quindi, pensate un po' il mio sommo gaudio, quando ho scoperto che gran stronza era! :)
In due parole, la signora del romanticismo francese diceva, che nei paesi nordici si produceva bella letteratura perché faceva freddo e questo, induceva le ggenti, a rintanarsi in casa di fronte il camino a raccontarsi storie. Nei paesi mediterranei, considerati, con nostro grande, grandissimo orgoglio SUD :) dove faceva sempre caldo, le ggenti erano tutte dedite all'ozio. Tipo che si sfracassavano di ouzo sotto gli olivi, senza fare un piffero. Il caldo obnubilava le loro menti e quindi, non si produceva buona letteratura. Folle, vero? Voler mettere anche solo a paragone le quattro leggende vichinghe con, non so...  l'Odissea, l'Eneide, l'Iliade. Robetta così, insomma. Eppure, sono sicura, che anche oggi, c'è gente da qualche parte che la pensa così. Voglio dire, senza andare troppo lontano, Salvini apprezzerebbe e converrebbe che Terronia, non produce abbastanza. Poi certo, qualcuno dovrebbe rianimarlo, dopo la notizia di essere anche lui, al sud di qualcun altro...
Comunque, Madame de Stael l'ho sempre detestata e più passa il tempo, più mi convinco di quale abnorme cazzata, i termini giusti da queste parti, si usano, abbia sparato la donna in questione.
Voglio dire, io adoro la letteratura inglese, ma prendo tutta la letteratura inglese e la schiero in campo contro un solo mostro sacro: la Divina Commedia e poi fate vobis :) Scusa, Virginia, ma converresti anche tu con me. Ne sono certa.

E così, eccoci qui, primo ottobre. Prima pioggia e primo freddo. Cervello già avvizzito. Sono in pieno nord. In fondo, ora sono più a nord di quanto non lo fossi al liceo. Magari, la capisco meglio.
Non ho un camino. Abito in un condominio con i termosifoni che vanno a vento e che ad ogni conguaglio di fine anno, mi fanno desiderare sempre più i Caraibi. Però, ho un bollitore. Mi posso fare un te'. Più nordico di così. A Napoli, il te' lo prendiamo solo in caso di diarrea. Ma noi siamo terroni :)
Niente da fare. Il mio cervello meridionale, non ragiona al freddo. 
Poi però decido, proprio oggi, con soli 16 gradi, Bielorussia in pratica, di stravolgere, completamente, il mio nuovo romanzo. Lascio, al centro, solo il nucleo. Tutto intorno si trasforma. Personaggi, ambienti, narratore e qui, amici, la vera svolta. Provo la terza persona. Non so, se sono in grado di usarla, Letizia mi serviva a capirlo. Non ci sono riuscita, ma al diavolo, ci provo.
Piove. La pioggia è incessante. La pioggia, è tutto ciò che mi ha impedito, di vivere in Inghilterra. Bugia, quella era la lontananza dalla mia famiglia. Piove e io scrivo, scrivo come non facevo da così tanto tempo. Ma le parole, quelle vengono fuori brutte, bruttissime. Eppure, qualcosa si è finalmente sbloccato. Sono in una fase a metà tra l'eccitazione e il pentimento, perché ho fin troppa fifa di ricominciare daccapo un romanzo che avevo ormai già iniziato. Le parole non sono quelle che cerco, ma per lo meno, credo di aver, finalmente imboccatola strada giusta. Vedo la luce alla fine del tunnel.
Oddio, e se Madame de Stael avesse avuto sempre ragione?

martedì 29 settembre 2015

Michela e la crisi dei trentatré

Alla fine scusate, chi ha detto che la crisi di mezza età, arrivi per forza, verso i cinquanta.
Per quanto mi riguarda, ho trentatré anni e sono già alla mia seconda crisi esistenziale. 
No, dico davvero, non sto esagerando.
La prima, l'ho attraversata all'inizio dell'università. Devo ammettere, di non aver fatto le scelte giuste per combatterla. Vita nuova, studi nuovi, ecco il paradigma di partenza. Le persone equilibrate, sanno che i cambiamenti vanno affrontati uno alla volta, io no. Io feci più o meno, quello che si può considerare, una crudele operazione di potatura su un albero perfettamente in salute e tagliai tutti i rami. Tutti. Il risultato, l'ho detto, non fu molto positivo, soprattutto perché la mia migliore amica, decise di trasferirsi a cinquemila chilometri di distanza da me, proprio in quel frangente. Ho vissuto i seguenti anni universitari, come Frodo che scappa da Gollum. Nel continuo terrore di ripiombare nei miei rami secchi. Ad un certo punto poi, ho pensato di aver ritrovato la bussola e per alcuni anni, quasi sei per la verità, sono stata impelagata, in una relazione malata. Di quelle che lui, è così piccino da dover disintegrare, la stima che tu hai di te stessa, ogni giorno, per poter affermare la sua esistenza. Fino ad allora, avevo sempre pensato di essere una ragazza intelligente e, in effetti, non è che all'improvviso mi fossi rincoglionita. Quelle sono relazioni, impossibili da descrivere. Sono storie che da fuori guardi e pensi "ma cosa avrà quella ragazza che non va, per stare con un soggetto simile?", salvo poi scoprire che, ehi! Sei proprio tu, quel tipo di ragazza. Quella che ha una venerazione inspiegabile per il peggior tipo possibile di maschio, che crede di essere un alfa e invece, è un omuncolo qualunque.
Avete presente? Uno di quelli afflitti dal morbo di Apollo. Uno di quelli che, se finisci per sposarlo, garantito che ti conviene farti regalare per Natale, un abbonamento dal ginecologo per lo screening contro l'herpes, per dire. Che poi, se malauguratamente, dovessi scoprire anche di avercelo, sarebbe colpa tua, alla fine. Quel tipo di uomo, insomma. Un ominide. Ognuna di noi, deve incontrarli, almeno una volta nella vita. E' una legge di vita non scritta, come i calzini, che entrano accoppiati in lavatrice e ne escono in solitaria. Solo il cosmo, sa che fine abbia fatto il suo compagno.  Anzi, nel caso del maschio Apollo,  se ne incontri uno, sei anche parecchio fortunata. Conosco donne, che ripetutamente, incappano nello stesso odioso esemplare e, in quel caso, non è che ripetita iuvant, ma vaglielo a spiegare!
La cosa davvero preoccupante però, era che anche all'epoca, io sapevo di stare male. Sentivo dentro di me, che quella relazione era asfissiante e che non stavo facendo altro che mortificare me stessa. Mi punivo per aver tagliato i rami che credevo secchi e che invece, erano ancora così pieni di vita? Non lo so. Ve l'ho detto, fuggivo. Fuggivo da tutti. La mia famiglia, detestava il mio maschio Apollo, anche questo, mi spingeva a stare con lui. Insomma, avevo combattuto per affermare il mio diritto a vederlo, non avrei mai accettato, di tornare indietro e dire: "scusate, avevate ragione", meglio soffrire, vivere nella costante consapevolezza che non sei, dove dovresti essere, finendo per stentare a riconoscere, la flebile voce di quella sconosciuta che dentro te urla: "ma che diamine stai facendo?", nel frattempo, sentire crescere dal tuo tronco, altri rami, e realizzare, che quelli vecchi, fanno ancora male. Non sono stata io a porre fine a quella storia. E come avrei potuto? Io non c'ero più. Non so dove fossi.  Ho sentito dire, che quando si è in coma, si è, ma su un altro livello dimensionale. Qualcosa del genere. Tipo che sei in dormiveglia, senti i rumori della vita in sottofondo, ma non ti svegli. Ecco, è così che vivevo. La vita mi scorreva accanto, in sottofondo. Ho pianto molto. Ho versato più lacrime di quante credevo possibile. Non erano lacrime di una donna che ama e che viene lasciata. C'era una tono di disperazione diversa nel mio pianto. Piangevo perché non sapevo da dove iniziare per ritrovarmi. Dico davvero. Piangevo perché sentivo dentro un vuoto incolmabile. Mi sentivo come una maschera del carnevale di Venezia. Da bambina le trovavo terrificanti, mi spaventava a morte, l'idea, quasi certezza, che dietro quelle maschere, ci fosse solo buio. 
Poi una sera, mi capitò di mangiare cinese e questo fu lo switch di cui avevo bisogno. Un involtino primavera, uno spaghetto di soia alle verdure, ed ero di nuovo io. Banale, vero? Come basti, a volte, solo sedersi ed essere, per ritrovarsi. Non avevo mangiato cinese per sei anni, perché Apollo, non lo gradiva ed io, io in fondo, chi ero per chiedere di mangiare cinese? Non chiedevo e non mi veniva dato. Kurt Cobain, una delle costanti della mia vita, svegliatosi dopo il coma, chiese un Milk Shake a fragola, per ritrovarsi in pace con la vita. Si vede che a me, bastava un biscotto della fortuna.
Dalla cena cinese in poi, è stato davvero un crescendo di ricordi di chi io fossi. Sono Michela Belli, napoletana, amo il cibo cinese, amo scrivere, amo leggere, amo studiare e, soprattutto, amo pensare. Dio, che sapore di libertà, il pensiero. Ho giurato, che mai più, me ne sarei fatta privare.
Sei anni, quanti giorni? Quante ore, minuti e stagioni? Eppure, nessuna traccia lasciata nella mia memoria emotiva, solo immagini, che scorrono sul file di memoria del mio cervello, catalogate come scene di un brutto film.
Ma il post, non nasceva per parlare di Apollo, credetemi, non vale nemmeno una mia parola.
Dicevo, trentatré anni e due crisi esistenziali. 
Sono stata, credo, una buona figlia. Sono stata educata al dovere, alla sublimazione dei nostri desideri attraverso la dura etica del: prima il dovere e poi il piacere. 
I miei genitori sono imprenditori, di quelli che, fossimo vissuti nell'epoca giusta, garantito che ci mettevano su un carretto e tutti alla ricerca dell'Eldorado. Io e i miei fratelli, abbiamo sempre lavorato nelle aziende dei nostri genitori. Tutta la vita ho trascorso, a sentirmi dire: "come sei fortunata!" oppure il più gettonato: "loro (i miei genitori) lo fanno per voi! Non ti rendi conto di ciò che hai", come se, il fatto che i miei genitori avessero deciso di fare impresa, dovesse per forza significare che anche io e i miei fratelli, dovessimo farlo e, in effetti, così è stato. Ho vissuto tutta la mia vita, sentendomi la pecora nera di casa. Guardavo i miei fratelli lavorare senza lamentarsi e mi sentivo malissimo, perché dentro me, ogni singolo atomo del mio organismo, diceva che non voleva farlo.
Ciò nonostante, quando ho dovuto scegliere cosa fare, ho scelto l'impresa di famiglia. All'epoca pensavo per non deluderli, proprio come pensavo che i miei genitori facessero tutto quello che facevano, per noi figli. Sarei dovuta crescere ancora molto e guardarmi dentro con totale onestà, per capire, che io avevo scelto loro perché sì, gli ero grata, ma più di tutto, avevo paura di mettermi alla prova. Proprio come solo dopo essere diventata madre, avrei scoperto, che i miei genitori sono imprenditori perché è l'impresa (in entrambe le accezioni della nostra lingua) il loro motore. Il loro, non il mio. Poi, diamine, è ovvio che tutto ciò che un genitore conquista, resti poi ai figli. In quel momento però, ero ancora molto giovane e, in verità, in opposizione a quello che la gente credeva, fin troppo grata ai miei genitori, per scegliere di non seguirli. Ero figlia e, in un certo senso, di loro possesso. Non nel senso di: sei nostra figlia, comandiamo noi. Loro erano i miei genitori. Due persone dal carattere molto forte e carismatico. Tutti li seguivano. Li ho visti cambiare come camaleonti e ho visto, i loro dipendenti seguirli senza batter ciglio, come avrei mai potuto pensare di non seguirli anche io? E poi, ma mi ripeto, era comodo, sicuro, viaggiare sempre con le spalle coperte.
Per un po', non ci ho pensato. In fondo, credetemi quando vi dico, che l'albergo della mia famiglia è un'estensione della mia famiglia. Non potrei mai pensare, di disfarmene. Camminare su quei pavimenti, salire le scale di ingresso di quell'albergo, mi faceva -mi fa- sentire così orgogliosa, che ogni domanda si assopiva in me, al solo guardare l'insegna della Bella Mbriana.
Seguivo la marea, anzi con l'apertura di un nuovo hotel in Toscana, ero davvero convinta di trovarmi al timone della mia vita. Un nuovo inizio. Nuova terra, nuovo lavoro ed io presente da zero.
Non era il lavoro dei miei sogni, ma chi fa il lavoro dei propri sogni? Mi venivano in mente un paio di esempi, ma mi dicevo, quella è gente fortunata, non frignare e vai a lavorare.
Poi è arrivata Virginia. Di nuovo, non ero in me. Di nuovo allo sbando. Di nuovo senza una rotta da seguire. Di nuovo annichilita da qualcun altro e poco contava se si trattava del più grande amore della mia vita, ancora non ero padrona di me stessa. Mi sono ritrovata a trentatré anni a passare dall'essere proprietà dei miei genitori, all'essere proprietà di mia figlia. Da qualche parte, nel mezzo, avrei potuto scoprire chi volevo essere e cosa volevo fare e invece, non l'avevo fatto. Di qui, la mia nuova crisi. 
Non è facile, scoprire a soli trentatré anni, di essere già così piena di rimpianti. Solo adesso, imparo a conviverci.
Per fortuna, in questo senso, la scrittura mi salva ogni giorno.
Ogni pezzo scritto, ogni pagina sudata, mi racconta chi sono e dove voglio andare.
Dicono che i trentatré siano gli anni di Cristo, per questo, pieni di tumulti e dolori che nemmeno il giovane Werther, credetemi. Non mi resta che aspettare.
Nel frattempo alla crisi dei trentatré rispondo con un sonoro: sono Michela Belli e sono un'autrice.



martedì 15 settembre 2015

Letizia nomen omen

Letizia era, a dire di tutti, un vero caso di nomen omen. Come quelle bimbe che gli chiedi "Come ti chiami?" e loro, con serafica compostezza, rispondono: "Serena" e tu pensi, di nome e di fatto, tranne poi nascondere, una tendenza all'irrequietezza e agli eccessi. Ecco, Letizia era quel caso specifico di nomen omen.

Quella mattina di metà settembre, l'estate sembrava dare l'ultimo colpo di coda.
Le temperature, erano sopra la media stagionale, come avevano detto alla radio. Il cielo, di un perfetto blu terso, sembrava a tratti finto, dipinto sul cartonato delle scenografie arrangiate nelle recite scolastiche. Cobalto, questo era il tono di blu, pensò Letizia, mentre sulla sua bicicletta con il cestino in vimini, la gonna dal sapore vagamente gitano, ma pur sempre chic ad accarezzare le gambe magre, si dirigeva al forno del mercato coperto per una bella focaccia della mattina.
Aveva sempre preferito una prima colazione salata, al classico cappuccino e cornetto. Non era una donna da zucchero doppio nel caffè, al contrario, lo preferiva amaro. Sua nonna, che l'aveva cresciuta, le aveva insegnato a guardare alla sostanza delle cose e a fare a meno, di tutti gli ornamenti ecco quindi come, il caffè era amaro e il cornetto era pressocché inutile, quando potevi avere, della focaccia che assurgeva al ruolo di: prima colazione, spuntino della mezza mattina e, a volte, quando Letizia decideva di non rientrare a casa, di spacco pranzo e poi, ma questo era un suo pensiero personale che non avrebbe mai condiviso con la nonna, era privo di grassi saturi.

Il campanello della bicicletta di Letizia trillò forte, mentre passava a tutta velocità per la via Giacomelli che, di poco la distanziava, dalla scuola in via Gorizia.
-"Pistaaaaaa"solo questo fu ciò che riuscì ad udire Filippo, quando, appena in tempo per non essere scaraventato per aria, rimbalzò sullo scalino dal quale era appena sceso. Guardò filare dritto quel fulmine in bicicletta, solo un'aroma di pane appena sfornato aveva lasciato.
Letizia giunse in via Gorizia, scese dalla bicicletta e si appoggiò al muretto accanto a lei.
I cancelli della scuola si spalancarono, molti erano i bambini che, in quella calda mattina, facevano ritorno ai loro banchetti, altri, invece, varcavano la soglia per la prima volta, alcuni di loro, i più impavidi urlando: "Mamma, guarda che faccio? Vado da solo!".  Letizia cacciò la focaccia dalla busta del forno e affondò i denti.
Si preparava alla spettacolo.

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-"Pistaaaaa", Filippo, fece appena in tempo a rimbalzare all'indietro, sul marciapiede dal quale era sceso. Un intenso profumo di pane caldo inondò le sue narici. Una ragazza in bici, aveva appena rischiato di investirlo. Provinciali, pensò stizzito, convinti che questo buco di città, dimenticato da Dio, sia di loro proprietà, se ne vanno scorrazzando in bicicletta, senza tener conto delle norme di base del codice della strada. Non riuscirò mai ad abituarmi a questi maremmani.
La via Fiume ora, lo portava al mare. Arrivato alla banchina della piccola darsena, inspirò profondamente. L'aria pregna di salsedine, gli pizzicò i bronchi e l'orgoglio. Eppure, Milano non gli mancava affatto. Alla vista di quella immensa tavola blu, si ricordò perché, aveva scelto di lasciare la grande città. Quella mattina di settembre in particolare, il mare, si confondeva con il cielo, in un orizzonte perfetto ed irraggiungibile, o forse, irraggiungibile, quindi, perfetto, non avrebbe saputo dirlo Filippo. Era un uomo dai grandi obiettivi, tutti, scientificamente scelti, tra quelli utopici. Aveva quarant'anni suonati, un passato prossimo da pubblicitario rampante a Milano, un divorzio in via di conclusione, per fortuna amichevole e, una notte brava alle spalle.
Non era poi questa grande eccezione, il suo divorzio così friendly. In fondo, era di Milano, per Dio. Da quelle parti si viaggiava alla velocità socio-culturale degli Stati Uniti di America. Milano città di moda, di televisione, di expo e di Starbucks. Milano globalizzata, Milano dai mercatini alimentari bio e chilometro 0 la domenica mattina in villa. La gente veniva da tutto il mondo per vistare i Navigli e salutare la Madonnina del Duomo eppure, Milano, l'aveva portato su quel ponte una notte. Scosse la testa, come ogni volta che, quel pensiero lontano, bussava alle porte della sua mente.
Stiracchiò le braccia e distolse lo sguardo dal mare. Si girò verso i palazzi e nello scorgere il portone di Lidia, il suo orgoglio si riebbe, si scrollò via quel pizzicore che la salsedine gli aveva provocato e si beò, per un breve istante, di se stesso. Era pur sempre un uomo. Si avviò verso il primo bar del lungomare e si mise a sedere ai tavolini della terrazza, per ordinare un caffè. Lidia gli tornò in mente. Anche lei, gli aveva offerto un caffè al loro risveglio, ma lui aveva rifiutato. Non se la sentiva di restare lì e doverle parlare, non che non amasse parlare, al contrario. Era un pubblicitario, la parola, era il suo pane quotidiano e quante parole, infatti, le aveva raccontato la sera prima a cena, in quel buonissimo ristorante: Il Sottomarino. Annotò mentalmente il nome del ristorante per un'altra occasione e un'altra donna. Era da poco a Follonica e non aveva ancora finito di ampliare il suo giro di locali e, soprattutto, il giro di donne da frequentare. Si alzò, lasciò i soldi in un piattino, dove il cameriere, aveva lasciato con noncuranza uno scontrino e se ne andò. Tutto questo, a Milano sarebbe stato inverosimile. Sarebbe sbucato fuori di certo un barbone per intascarsi i pochi euro del caffè, ma si sa, un caffè dietro l'altro...  e risolvi la giornata. Le grandi città ti impongono, fin dalla nascita, poche regole, una sola per la verità: mangia o sarai mangiato. Filippo lo sapeva bene.
Mentre si incamminava ora, verso casa sua, che era proprio nella piazza a mare della città, la sua attenzione, fu catturata da una gonna bianca a grandi, forse troppo grandi, pensò Filippo, pois viola.
La gonna sventolava allegra e sfacciata su un muretto. Fece muovere lo sguardo prima all'ingiù dove scorse due scarpe ballerina blu e poi verso su, un golfino dello stesso blu acceso delle scarpe, abbracciava, in maniera soffice, almeno così gli parve, il corpo minuto di una ragazza dai capelli biondi, raccolti in uno chignon.
Di nuovo, un forte profumo di pane, inondò le sue narici.



Illustrazione della mitica e inimitabile  Natascha Wanvestraut

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Letizia era pronta a godersi lo spettacolo. C'era, chi aveva l'abitudine di andare in aeroporto, nei terminal di arrivo, per assistere agli abbracci commossi di persone, che non si vedano da chissà quanto tempo. Alcuni, stentavano anche a riconoscersi. Altri, mettevano su un siparietto sarcastico, a nascondere l'emozione e il battito accelerato del cuore, sotto la camicia. Altri, invece, erano più riservati e liquidavano l'imbarazzo dell'incontro, in un goffo abbraccio con pacca sulla spalla. Letizia aveva osservato queste reazioni decine e decine di volte, non dal vivo; a Follonica non c'era un aeroporto, ma su youtube. Aveva consumato centinaia di video amatoriali, girati nei terminal di tutto il mondo. Cosa mai aveva l'umanità da affascinarla con tanto vigore? Non se lo sapeva spiegare.
Fin da piccola si era sentita elogiare per il suo spirito di osservazione. Occhio di lince, così la chiamava sua madre. A quel pensiero, una fitta di dolore la colpì dritta allo stomaco. Erano passati già venti anni, ma il dolore, non sembrava essersi sedato, ancora. Andava e tornava come un'onda violenta sullo scoglio più alto. Ad intervalli irregolari così che lei, non potesse nemmeno prepararsi all'urto. Chiuse il sacchetto del forno e lo ripose nel cestino di vimini della bicicletta. Con una mano, accarezzò un mazzo di peonie rosa, anch'esso adagiato nello stesso cestino in vimini. Si concentrò nuovamente sul cancello di ingresso della scuola.
Le maestre erano, ora, tutte sul gradino più alto, con gli appelli appena formati:

Prima A

d'Atri Leonardo,  un piccolo spettacolo di uomo, avanzò sicuro di sé. Capelli ricciolini ad incorniciare il viso di un ruba cuori. Letizia gli sorrise, il bambino contraccambiò, sfoderando un sorriso aperto e pieno di vita. A quel punto, si voltò verso sua madre, una giovane donna mora, con il medesimo sguardo profondo : "Ciao, mamma. Vado dai bimbi nuovi". La donna sorrise con amore e cacciò in gola le lacrime: "Ciao, pesciolino. A dopo".
Una frase come tante, una frase che si dice ogni giorno. Letizia, lo sapeva bene. Le promesse, anche quelle delle nostre mamme, non sempre vengono mantenute.

Virò lo sguardo lievemente a sinistra. Un'altra maestra, chiamava il suo gruppo.

Quinta A

Benini Asia
de Paolis Virginia
Di Tella Filippo
Magro Gloria

quattro bimbetti in gruppo, corsero spediti dalla maestra. Le tre bimbe, parlottavano tra di loro. A Letizia parve di sentire le parole: diario, nuove penne, quaderni bellissimi. Il maschietto, un bel bambino, più alto della media e con un bel viso dai tratti dolci ed eleganti, si girò e fece cenno di ciao con la mano alla mamma che, nel frattempo, già era con lo sguardo sul secondo figlio, anch'egli, in procinto di essere chiamato dalla sua maestra.

Letizia, sentì un sorriso nascere sulle sue labbra e uno strano calore, riempirle lo stomaco. Era felicità, stentava sempre a riconoscerla. Non era una donna triste, era però, spesso prigioniera dei suoi stessi pensieri. Ognuno danza con i suoi demoni, lo aveva imparato ormai. In quel momento, per esempio, sentiva il calore della felicità nella pancia, ma non riusciva ad irradiarlo al resto del corpo.

All'improvviso, sentì l'urgenza di voltarsi. C'era un uomo che la fissava. Si sentì avvampare. Il calore dalla pancia, passo alle guance. Si innervosì, cercò invano di obbligarsi a guardare la maestra, ma ormai aveva finito il suo appello e riuscì solo a guardare gli ultimi della fila entrare nella scuola. Questo, la indispettì ancora di più. Aveva perso il clamore, il boato di gioia e le urlette dei bimbi alla fine dell'elenco, quando urlano olè, oppure, hip hip urrà!
Si girò ancora, lui era ancora là. Le sorrise. Lei sentì uno strano solletico alle parti basse. Questa volta, si prese il tempo necessario per osservarlo. In fondo, era un occhio di lince, pochi secondi le bastavano.
Andava per i quaranta. Aveva capelli ondulati, castani e un paio di occhiali da sole, che le impedivano di scrutarne il colore degli occhi. Questo la incuriosì ulteriormente.
Non le sembrò avesse il giusto abbigliamento, per essere le nove e trenta del mattino e per trovarsi fuori  una scuola elementare. Sarà un padre? O forse un fratello, si trovò d'un tratto a sperare, senza capire bene il perché. Anche se, riconosceva da sola, un fratello di quarant'anni sarebbe stata cosa quanto meno, rara, ma non voleva porre limiti alla provvidenza.
Le sorrise ancora, poi, abbassò lo sguardo e proseguì dritto.

Guai in vista, disse a se stessa, Letizia.
Poche ore dopo, si scoprì a pensare che, per la prima volta in vita sua, la frase: guai in vista le provocava ugualmente, un solletico e una curiosità diffusi.

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Giunto a casa, Filippo, fece una doccia veloce e si preparò per la giornata.
Pensò a Milano, alle corse in metro per arrivare in orario in agenzia. Anche in inverno, con le temperature minime di gennaio, finiva per arrivare madido di sudore in ufficio. Questo, era un elemento che, di sicuro, non gli mancava: la perenne corsa. Ora correva, sì, ma sul lungomare, all'alba, quando gli capitava di rientrare a casa sua la sera. Sorrise tra sé e sé e si avviò alla sua scrivania.
La casa di Filippo, era al quindicesimo piano della torre azzurra, come la chiamavano da queste parti. Un eco-mostro di trenta piani con un panorama mozzafiato. Dal finestrone del suo studio, Filippo riusciva a vedere tutta la costa, verso sud, fino al promontorio dell'Argentario, verso nord, fino a oltre le lucine del porto di Piombino e in fine, dritto di fronte a sé, il paradiso: l'Elba, il Giglio e tutte le formiche. Quando il cielo era sgombro dalle nuvole come oggi, se cercavi con attenzione, riuscivi anche a riconoscere la Corsica. Aprì la tenda a pacchetto di Ikea, spalancò il vetro in posizione vasistas e inspirò nuovamente. L'aria di mare, non gli bastava più. Forse perché era in debito di quaranta anni di smog metropolitano, fatto sta, che da quando abitava sul mare, anche solo l'idea di allontanarsi da quella enorme massa di acqua salata, gli era insopportabile. Si sedette alla scrivania e accese il suo portatile. Il volto di Letizia e il suo profumo di pane caldo, tornarono prepotenti. Una cosa che Filippo non aveva abbandonato della sua vecchia vita, era la forma mentis del pubblicitario. Tutto quello che viveva o anche solo vedeva, era per lui uno strumento pubblicitario. Da Letizia, dalla sua gonna a pois viola, dalla bicicletta con il cestino di vimini, i fiori e il profumo di pane, avrebbe potuto facilmente ricavare quattro o cinque spot per grandi marchi e, in effetti, lo aveva mentalmente fatto, ma poi si ricordò di non essere più un pubblicitario. Si ricordò di essere libero e iniziò a lavorare alla copertina di un romanzo che gli era stata commissionata. Lavorare da free lance, gli piaceva. Adorava l'idea, che tale rimaneva, perché la sua non era una natura né casalinga, né tantomeno pigra, di poter lavorare in mutande. Quando era stanco si prendeva un piccolo break caffè e, al diavolo, se durava più di cinque minuti. Nessuno lo cronometrava a casa sua. Metteva su una capsula di Nescafé e con calma la gustava, senza nemmeno doversi alzare dalla sua scrivania, anzi, era sempre alla sua scrivania, che si accendeva la sigaretta del post caffè. Un atto sacro per qualsiasi fumatore, che la società così detta civile, cercava in tutti i modi possibili di distruggere. Cosa ci leveranno dopo? La sigaretta sul cesso? Si domandava con rabbia il pubblicitario. E, in effetti, qualcuno avrebbe potuto ribattere che quella, gliel'avevano già tolta, se solo Filippo avesse seguito, la comune regola del saper vivere del PROIBITO FUMARE nei bagni pubblici.
Lavorò alla copertina senza fermarsi, se non per qualche caffè e per un tramezzino al volo, fino alle 19 di sera. Tutta una tirata, come un tir appunto, proprio come piaceva a lui. Inseriva la marcia e con la musica giusta avrebbe potuto anche lavorare fino alla fine dei tempi.
Alle 19 poi una telefonata di Chiara, la sua ex moglie lo interruppe.
Chiara era una modella. Era straordinariamente bella, molto più bella di Filippo che pure, non era male, come gli faceva notare lei i primi tempi della loro frequentazione. Quando lui nel gesto di aprirle la portiera dell'automobile,  le sussurrava-"sei uno schianto" e lei, ribatteva senza tanti giri di parole -"anche tu non sei niente male" come nei migliori film americani. Ah, Chiara... l'aveva adorata e se n'era innamorato seduta stante, al primo incontro di quell'aperitivo organizzato dalla sua agenzia, per l'evento di lancio, di un'edizione limitata della Coca-Cola. Quella sera aveva fatto il pagliaccio come piace alle donne, l'aveva fatta sorridere, guadagnandosi subito il suo numero di telefono. Spesso aveva pensato che era stato fin troppo semplice ottenerlo, ma di solito, liquidava il pensiero, ricordandosi che la concorrenza era davvero esigua, fino a quando non trovò Chiara a letto con Marco, che fino al giorno prima, era stato il suo migliore amico e partner di lavoro, a quel punto gli fu chiaro perché era stato così facile ottenere il suo numero di telefono. Chiara era un po' puttana e lui, ci aveva messo un punto. Certo, ora, a distanza di mesi, a distanza di quattrocento chilometri, da lei e da quel bastardo travestito da amico, gli sembrava semplicemente di averci messo un punto. La verità però, era un po' diversa. Non esistono separazioni facili e Filippo, non era un caso diverso.

-"Ciao, Fili"
-"Chiara." rispose con tono secco e asciutto
-"Come va, tesoro? Il lavoro?"
-"Perché chiami, Chiara?"
-"Non ho smesso di interessarmi a te, solo perché il nostro rapporto è finito"
-"Il nostro rapporto è finito perché tu, hai smesso di interessarti a me, infatti, hai iniziato ad interessarti in maniera piuttosto intima,  a qualcun altro. Ho tralasciato qualche dettaglio?"
-"A tal proposito, io e Marco ci troveremo dalle tue parti il prossimo week end. Ho uno shooting alla marina di Ferragamo e Mark mi accompagna con la jeep. Sai che odio i treni"
-"Si chiama di Scarlino"
-"Ma di che parli, Fili? Questa vita di ritiro ti sta rovinando, amore"
- " La marina, Chiara, la marina si chiama, marina di Scarlino, tuttalpiù Puntone, ma non marina di Ferragamo. Da quando gli edifici portano il nome dei loro proprietari?"
-"Ah, davvero? E allora? L'importante è che tu abbia capito"
-"E io cosa dovrei farci che sei da queste parti? Magari dovrei anche andare a prenotarvi una camera?"
-"Oh My God! Saresti un vero tesoro! Scusa devo scappare, mi chiamano al trucco, mi hanno impelagata in uno spot del cazzo sui preservativi. Oops! Scusa, il gioco di parole. Ci vediamo venerdì sera allora. Sei il migliore! Ti amoooo" e con una risatina beata, un po' per lo stupido gioco di parole, un po' perché qualcuno doveva averla fatta sorridere e un po' perché, Chiara, non aveva bisogno dell'umorismo acuto di Woody Allen per ridere, l'ex moglie di FIlippo, mise giù il telefono e lui, dall'altro capo, si ritrovò con l'incombenza spiacevole, paradossale e anche un po' ridicola, di dover prenotare una camera d'albergo alla sua ex moglie e al suo ex migliore amico.

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Dalla scuola di via Gorizia alla via Marconi, dove era l'albergo in cui lavorava Letizia come receptionist, il tragitto era breve. In realtà si potevano scegliere due itinerari diversi, quello interno che attraversava il centro della città con la via dello shopping che brulicava sempre di persone, anche di inverno, quando si presumeva che una cittadina di mare fosse deserta, oppure, il lungo mare che di norma era solo e sempre in compagnia del vento di Tramontana e di qualche donna di mezza età intenta nella camminata veloce per perdere qualche chilo, peccato però, che il lungomare fosse anche costeggiato da bar e gelaterie, pensò Letizia mentre pedalava sulla pista ciclabile, questa volta lenta più che poteva per allungare il percorso. Non era tanto il lavoro a non piacerle, quanto Teresa, sua collega e diretta superiore. Teresa era simpatica a tutti, tranne che a Letizia. Era la tipica collega che tutti desiderano. Una di quelle che usava parole come team, walk-in e revenue ogni trenta secondi, così che tutti avessero chiaro, che lei sapeva di cosa stesse parlando, che l'hospitality, come la chiamava, era una seconda pelle e non un semplice lavoro, come invece lo viveva Letizia. Le diceva -"Leti (e già questo l'indispettiva, perché Letizia odiava i diminuitivi) siamo un grande team io e te" e poi, con la scusa di un controllo della situazione camere, piuttosto che controllo biancheria, la lasciava da sola al desk, oberata di lavoro tra continue email, l'istat da aggiornare e le disponibilità dei vari tour operator da aggiornare. Poi dopo qualche ora, tornava tutta sudata e con i capelli fuori posto e chiedeva: -"Hai per caso aggiornato le OTAs, Leti?" e dopo poco, trotterellava dietro di lei, Ruggiero, il concierge, dieci anni più giovane di Teresa e tanto interessato a fare carriera nel campo alberghiero.
-"Quel ragazzo farà strada" soleva ripetere Teresa, con un sorriso da meretrice.
Sì, quella che porta alle tue mutande, la conosce già benissimo, rispondeva fra sé e sé, Letizia. E invece, tutto quello che poi diceva a voce alta era: -"Ma perché ti ostini a chiamarle OTAs? Ti costa tanto dire Booking? Considerato che lavoriamo solo con questo?". Teresa però, sembrava mostrare sempre più interesse per il culo di Ruggero che, dalla sua postazione, dava le spalle alla reception.
Poco male, si ripeteva Letizia, questo non era il lavoro della sua vita e di sicuro, sarebbe andata via prima o poi da questa cittadina. Di sicuro, ripeteva a sé stessa, il tempo necessario a far riprendere il babbo, il quale erano 20 anni che cercava di riprendersi. Almeno lei, aveva il primo giorno di scuola, che ogni anno, tornava come un vero totem, per ricordarle cosa e come fosse fatta la felicità. Babbo cosa aveva, invece? Un fiasco di vino rosso alla sera e la su' bimba a tenergli compagnia.
Una cosa a cui aveva pensato spessissimo era, la possibilità di un mondo alternativo nel quale, non era la figlia unica, orfana di madre, che tutti conoscevano. In quel caso, sarebbe rimasta a prendersi cura dei genitori? Se entrambi fossero stati vivi e vegeti, sarebbe rimasta lì per loro comunque, oppure, avrebbe pensato che in due, ce la potevano fare e, magari, sarebbe tornata per il Natale, come facevano tutti i suoi amici che vivevano fuori e cioè, la quasi totalità dei suoi amici? La maggior parte delle volte, Letizia pensava, che il dolore che sentiva dentro, non era più il dolore per la perdita della madre. Certo, sapeva bene che, certe perdite, non si superano mai veramente, ma, in qualche modo, il corpo umano, imparava a conviverci. Come quando ti amputano una gamba e tu sogni di correre, camminare, fare l'amore, tutto, con entrambe le gambe, perché dentro te, il tuo io interiore, ha sempre entrambi gli arti. La sindrome dell'arto fantasma, così l'aveva sentita chiamare. Ecco, quando perdi un genitore, in realtà, dentro di te non lo perdi e alla fine, dopo venti anni che non lo vedi, dopo, cioè, più della metà della tua esistenza senza vederlo, semplicemente, ti abitui all'idea che lui viva nella tua dimensione interna, dove hai ancora e sempre dieci anni e tua madre ogni giorno ti accompagna a scuola ed ogni giorno è il primo giorno di scuola della tua quinta elementare e tu, sei felice.
Per fortuna, si era fatta sera ed il suo turno, era ormai volto quasi al termine. Luigi, il portiere di notte, era quasi sempre puntuale, pochi minuti e sarebbe stata libera, anche se, libertà voleva dire tornare a casa da un padre infelice e un po' brillo.
Il telefono dell'hotel, squillò nello stesso momento in cui, le porte scorrevoli della hall si aprirono, Teresa non c'era naturalmente, così, Letizia, fu obbligata a fare cenno con la mano all'uomo appena entrato e si affrettò a rispondere al telefono:

-"Hotel Bologna, buona sera, sono Letizia, come posso aiutarla?"

Dopo cinque minuti trascorsi al telefono domandandosi che diamine di fine avesse fatto Teresa, Letizia attaccò la cornetta, soddisfatta per aver venduto la suite da trecentocinquanta euro a notte. Tirò indietro la sedia per alzarsi e servire il cliente entrato prima.

-"Buona sera, mi perdoni per l'attesa..."

Letizia alzò finalmente lo sguardo dal planning delle camere, l'uomo che la fissava quella stessa mattina fuori la scuola, era davanti al banco della reception e giocherellava con il campanello in ottone.

-"Scommetto che lo suonano tutti, vero?" disse Filippo. DLIN... sfiorò con delicatezza il campanello.

Letizia, lo guardò senza proferire parola. Le mutandine gli solleticarono ancora.

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Senza occhiali da sole, gli occhi erano finalmente a nudo di fronte a lei.
Erano occhi scuri, come quando, da queste parti, il cielo decide che è ora di tempesta, con lo stesso minaccioso grigio, che, però, ti promette il sole subito dopo ed infatti, una punta di azzurro, andava ad addolcire uno sguardo altrimenti, rigido.
Le ciglia, erano chiaramente schiarite dal sole, così come i capelli.
Il sorriso, Letizia, lo aveva già imparato a memoria nei pochi secondi in cui lo aveva spiato mentre la osservava quella mattina. Insomma, in qualche modo folle eppure, stranamente naturale, Letizia sentiva di conoscere quell'uomo da tutta una vita. Sentì dentro l'impulso di dirgli qualcosa tipo: "Ti conosco da prima che tu arrivassi", ma ad ella stessa, parve di stare esagerando.
Lo stava fissando adesso? Non avrebbe saputo dirlo, in verità, l'unica cosa che cercava disperatamente di fare, era ricomporsi, mettere fine, alla marea che sentiva agitarsi nel suo stomaco.
All'improvviso, ebbe un caldo infernale, decise, quindi,  di accendere il condizionatore.

-"Caldo, vero?" disse lui, ancora con quel sorriso.
Letizia sentiva dentro di aver dimenticato tutte le parole della lingua italiana, meditò per qualche secondo di rispondere in inglese, ma, ancora, riconobbe da sola l'assurdità di questa situazione. Perché diavolo, quest'uomo l'innervosiva tanto?
-"Posso esserle utile?"
-"Che ci facevi fuori quella scuola questa mattina e, perché eri così concentrata?" in realtà tutto quello che lui le disse fu:
-"Di tutte le cose folli che mi sono ritrovato a fare nella mia vita, questa, ha di sicuro il primato!"
-"Mi scusi?" domandò lei, questa conversazione sembrava non voler proprio partire
-"No, dico, quale altro uomo sano di mente, si prenderebbe la briga di andare a prenotare una camera di albergo in un lussuoso quattro stelle alla sua ex moglie e al farabutto che se la scopa alle tue spalle già da molto tempo prima che diventasse la tua ex?"
-" Non riesco a seguirla" provò a controbattere Letizia
-"Che poi il farabutto in questione è anche il mio migliore amico. Ex migliore amico. Che cliché banale, lo so benissimo da me, cosa crede? Non c'è bisogno di dirlo. Il migliore amico che si tromba tua moglie, nella tua casa, nel tuo letto, mentre tu ti fai il culo per coprirlo a lavoro! Sì, perché io, sono così stronzo, da aver davvero creduto,  che Marco-così si chiama il bastardo- avesse incontrato qualcuna e qualcuna, l'aveva incontrata per Dio, solo che gliel'aveva presentata questo stronzo qui che le sta davanti e che le sta per prenotare una camera per loro. Che almeno, sia la più costosa che ha, cazzo. "
-"Ok, mi pare di aver capito che le serve una camera" in fondo, questo tizio no le interessava. Che persona è uno che entra in un albergo e spiattella tutta la sua vita ad una perfetta sconosciuta, peraltro, senza mai prendere fiato, nemmeno per constatare se lo stesse ascoltando o meno.
Lui la guardò con gli occhi più vivaci che Letizia avesse mai visto, la fronte  corrugata un po' dalla rabbia, un po' dalla confusione che ora sembrava apparirgli in volto e, all'improvviso, sorrise, la fronte si spianò, aprendosi nel volto più meraviglioso che Letizia avesse mai incontrato.
-"Scusa, questa situazione sembra venuta fuori dal teatro dell'assurdo! Sì, ho bisogno di una camera per degli ospiti"
Per la prima volta da quando lo aveva visto quella mattina, Letizia,  sorrise. Per qualche istante si guardarono, una strana energia sembrò scorrere da uno sguardo all'altro. Una di quelle robe super romantiche, che nessuno al mondo vede, tranne i diretti interessati.
-"Benissimo, mi faccia controllare le disponibilità. Per quando sarebbe?" si ritrovò a fare l'oca. Tirò la pancia in dentro, il petto in fuori e cercò di parlare con un tono più soave possibile. Insomma, questa di certo non era la solita lei.
-"Per questo fine settimana. Due notti"
-"Aho!" l'esclamazione le venne fuori così, senza nemmeno accorgersene
-" Due notti, un'eternità, vero?" lei non rispose e lui la prese come un assenso
-"Cosa diavolo dovrei fargli fare per due sere?"
-"Be' siamo a settembre, non è che ci sia granché da fare da queste parti..." con educazione Letizia provò a chiudere l'argomento. In realtà era solo troppo imbarazzata.
Di nuovo si guardarono con  intensità.
-"Eri fuori la scuola elementare questa mattina, vero?" le chiese.
Letizia si sentì attanagliare dal panico. Cosa doveva rispondere, ora?
-"Sì, c'era anche lei?"
-"Dammi del tu, ti prego. Sono, Filippo. Filippo Boldrini e tu sei?"
In questa breve conversazione, Letizia stava venendo meno a tutte le regole basilari di una receptionist nemmeno brava, ma mediocre: discrezione, educazione e rapidità.
-"Ciao, sono Letizia Ammaniti e sono tua per sempre."
-" Letizia. Sono Letizia Ammaniti"
-"Ciao Letizia Ammaniti" disse lui sorridendo e facendola sua per sempre senza nemmeno saperlo.

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Durante tutto il tragitto che lo separava dall'albergo Bologna, Filippo, tentò disperatamente di contenersi. La rabbia veniva non tanto dal pensiero della sua ex moglie a letto con un altro uomo, sebbene, quel pensiero non gli procurasse particolare piacere. No, quello che lo faceva infuriare,era l'idea, che Barbara potesse credere che lui, era sempre, nonostante tutto, a sua completa disposizione. Che lei potesse, continuare a disporre del suo tempo, come una qualunque, cazzo di moglie! E infatti, eccolo lì, il povero idiota, perché diamine non l'aveva richiamata per dirle prenotatelo tu l'albergo! oppure, fai prenotare a quel cazzone che ti scopavi nel mio letto!
Ora, era arrivato alla via Marconi, aveva macinato i pochi chilometri di distanza in una manciata di secondi. Pensò che forse, sarebbe stato più saggio, calmarsi prima di entrare, ma aveva troppa fretta di concludere questa folle storia.
Entrò con passò deciso nella hall dell'albergo. La signorina al banco era impegnata al telefono. Benissimo, ci mancava l'attesa, pensò. Si sedette sul divano, nella saletta televisione attigua alla reception, purtroppo, aveva i nervi a fior di pelle, stare seduto gli pareva davvero improponibile. Si alzò, si diresse al banco e all'improvviso, sentì uno strano tremore alla bocca dello stomaco. La ragazza al banco, era la stessa ragazza, del profumo di pane appena sfornato. Eccola lì, tutta concentrata. Una biro in bocca, mentre assorta al telefono, mordicchiava il tappo della penna e ponderava le sue risposte. Sembrava spazientita, questo gli fece sentire l'irrazionale desiderio di mandare al diavolo la persona all'altro capo del telefono.
La ragazza attaccò il telefono. Nei pochi secondi, che trascorsero,  mentre la ragazza alzava lo sguardo dalla sua postazione computer a lui, Filippo, sentì qualcosa impadronirsi dei suoi nervi, del suo cervello e della sua lingua.
-"Di tutte le cose folli che mi sono ritrovato a fare nella mia vita, questa, ha di sicuro il primato!" Filippo, taci. Pensò, ma per la prima volta in vita sua, aveva l'indiscutibile urgenza di parlare. Come se qualcuno, dal suo interno, stesse urlando: ADESSO PARLO IO!
-"Mi scusi?" la ragazza sembrava confusa o era forse disinteressata?
-"No, dico, quale altro uomo sano di mente, si prenderebbe la briga di andare a prenotare una camera di albergo in un lussuoso quattro stelle alla sua ex moglie e al farabutto che se la scopa alle tue spalle già da molto tempo prima che diventasse la tua ex?" e questa? Da dove gli saltava fuori?
-"Che poi il farabutto in questione è anche il mio migliore amico. Ex migliore amico. Che cliché banale, lo so benissimo da me, cosa crede? Non c'è bisogno di dirlo. Il migliore amico che si tromba tua moglie, nella tua casa, nel tuo letto, mentre tu ti fai il culo per coprirlo a lavoro! Sì, perché io, sono così stronzo, da aver davvero creduto,  che Marco-così si chiama il bastardo- avesse incontrato qualcuna e qualcuna, l'aveva incontrata per Dio, solo che gliel'aveva presentata questo stronzo qui che le sta davanti e che le sta per prenotare una camera per loro. Che almeno, sia la più costosa che ha, cazzo. " ma cosa diamine stava dicendo? Sentiva come se un morbo, si fosse impossessato di lui. Non riusciva a smettere di parlare. Questa, era la peggiore cosa che potesse capitare in sorte ad un pubblicitario. Essere incapace di mentire e di tacere. Le due regole base, di un buon pubblicitario erano appena andate a farsi benedire: saper mentire e tacere, quando, le parole non occorrono. Questa ragazza era la sua kryptonite.
-"Ok, mi pare di aver capito che le serve una camera" benissimo, adesso, lei pensava anche, che lui fosse un gran cretino. La stava imbarazzando, bravo, Filippo, vai forte.
Si obbligò a ricomporsi. Si disse qualcosa tipo, pensa alla zia Betti in lingerie. Funzionò. Il cuore decelerò e, la bocca dello stomaco, rientrò nelle sue abituali dimensioni.
Mise su uno sguardo serio e abbozzò un sorriso. Zia Betti in mutande ancora davanti ai suoi occhi.
-"Scusa, questa situazione sembra venuta fuori dal teatro dell'assurdo! Sì, ho bisogno di una camera per degli ospiti" passare al Tu gli parve una buona idea. Il Tu, si disse, crea empatia.
-"Benissimo, mi faccia controllare le disponibilità. Per quando sarebbe?" cavoli, il Tu non funzionava. Se l'era giocata. maledetta di una Barbara. Rovinargli un'occasione del genere per venire a deriderlo fin dentro casa sua, non gli bastava Milano, no! Lei voleva l'Italia intera, forse.
-"Per questo fine settimana. Due notti".
-"Aho!" e quella cos'era? Empatia, forse? Allora il Tu funzionava. Certo, che funzionava! Il Tu, funzionava sempre.
-" Due notti, un'eternità, vero?" lei non rispose e lui la prese come un assenso. Quella era di certo, empatia.
-"Cosa diavolo dovrei fargli fare per due sere?"
-"Be' siamo a settembre, non è che ci sia granché da fare da queste parti..." o forse era solo buona educazione. Questa non era una risposta poi molto partecipativa.
Filippo però, non si buttava mai giù. Lui era un pubblicitario, sapeva come ottenere quello che voleva. Kryptonite o non.
La guardò con intensità e lei ricambiò, almeno così lui avrebbe giurato.
-"Eri fuori la scuola elementare questa mattina, vero?" provò con un atteggiamento più diretto.
La ragazza parve barcollare. Quello che vedeva ora Filippo, era panico.
-"Sì, c'era anche lei?" rispose lei, fingendo noncuranza.
-"Dammi del tu, ti prego. Sono, Filippo. Filippo Boldrini e tu sei?"
Lei ora, finalmente sorrideva. Era un pubblicitario, voleva il suo sorriso e lo aveva ottenuto.
-" Letizia. Sono Letizia Ammaniti"
-"Ciao Letizia Ammaniti" disse lui sorridendo e con queste tre parole, Filippo il pubblicitario si innamorò perdutamente.

domenica 13 settembre 2015

Il girone degli ignavi di un'aspirante autrice. Storia di un fallimento annunciato

Questa cosa del voler emergere come autrice, questo dovermi, volermi  imporre su una piccola fetta di pubblico che si affezioni a me, nello stesso modo in cui io, sono indissolubilmente legata ad alcuni autori, tutto questo mi svuota e, detto francamente, inizia a non piacermi. 
E' che tira fuori il lato oscuro di me, capite? Non l'invidia, non siate banali. A dire la verità, forse, è qualcosa di più subdolo e infimo dell'invidia. E' come se avessi smarrito, da qualche parte, o in qualche altro libro, la capacità di godere della compagnia di un buon romanzo, cosa che fino a pochissimo tempo fa era, praticamente, la mia attività principale. 
Ora le fasi che attraverso quando apro un libro sono, sostanzialmente, due:
1) lettura del lettore. Gli occhi si riempiono delle belle parole che lo scrittore mi regala, i luoghi della storia diventano i luoghi in cui vorrei vivere, i personaggi, le persone che vorrei frequentare, la protagonista, la donna che vorrei essere, il protagonista, va da sé, l'uomo che vorrei amare. E fin qui, tutto normale. Roba da lettrice compulsiva.
2) Dapprima, l'ammirazione di chi ama le parole. "Che brava/o! Che uso strepitoso della scrittura!" poi questa, lascia spazio ad un minuscolo seme di invidia. Un sentimento così insondabile dentro me, da sembrarmi comunque, sempre e solo ammirazione e poi, ecco che arriva la viltà, non sarò mai in grado di scrivere così, che scrivo a fare allora? Non ho questo talento, in realtà non ho talento alcuno, quelli che hanno apprezzato Eva, allora? Lo hanno fatto per gentilezza, il mondo è pieno di persone gentili e le ho incontrate tutte io. Ho una mente logorroica. Ognuno ha le proprie croci, che ci volete fare? Ecco, l'ignavia. Mi si appiccica addosso, non riesco a reagire. L'apatia mi impedisce di fare quello che amo di più: scrivere.
Mi chiedo cosa sia cambiato da quando scrivevo per il semplice fatto di scrivere. Quando ho iniziato a pensare a tutto questo stupido, vile contorno?
Qualcuno ha detto che nessun sogno è impossibile, se siamo, anche solo capaci, di immaginarlo. Certo, si era però dimenticato, un ATTENZIONE a caratteri cubitali. Riformulato in maniera più realista e corretta il pensiero sarebbe: nessun sogno è impossibile, se siamo, anche solo capaci di immaginarlo. ATTENZIONE però, il tuo peggior nemico sarai tu, la tua paura e l'ignavia che si impossesserà della tua stupida mente.
Qui giace la creatività di Michela Belli. Autrice finita nell'oblio prima di pubblicare un romanzo.

Così trascorro le mie giornate di questo strano settembre, che sa già di ottobre, schivando ogni possibilità di scrivere. Mi alzo con indolenza la mattina, la mente che gravita tutto il giorno intorno alla scrittura, senza mai, prendere veramente in considerazione, l'idea di sedermi al computer e come dire? Scrivere. Vado in hotel, dove penso ad altrettante futilità che nulla hanno a che vedere, con la scrittura e mi racconto che ho davvero una montagna di cose da fare. Torno a casa, sfamo marito e figlia, metto a riposare mia figlia, mi riprometto i classici  dieci minuti e mi alzo, così resto due ore a letto guardando American Next Top Model. Ecco, l'ignavia che tipo di persona mi ha fatta diventare! Virginia si sveglia e, ovviamente, mi dedico a lei e ai nostri giochi, poi preparo una cena veloce e in un balzo è l'ora di andare a dormire di nuovo, certo potrei scrivere proprio quando Virginia si addormenta e, non nego, che sento qualche piccolo scombussolamento allo stomaco, un invito al Mio Tempo, ma lo metto a tacere obbligandomi a chiudere gli occhi. Perché, è così difficile, stancante, snervante dover far fronte alla Michela polemica, perennemente depressa e pensierosa. Capite?
Insomma, la solita vita di un ignavo, suppongo. 
Non è scritto che tutti arrivino al traguardo, no? Che male c'è? A parte, il lancinante dolore che sento al cuore?