domenica 28 ottobre 2018

L'amore al circo.

La vita sentimentale dopo il divorzio è una giungla. Uno crede che dopo aver messo fine a un matrimonio, ad una promessa di eternità che avevi scomodato persino Dio a testimoniare, dopo aver distrutto una famiglia, dopo aver platealmente fallito nel più banale dei concetti dell’età adulta: restare fermi, tu abbia capito il segreto per affrontare la vita, tranne poi scoprire che non ci avevi capito una sega. Nemmeno a questo giro di giostra.
Ti ritrovi, quindi, a quaranta anni nel mezzo di una vita che assomiglia sempre più al momento in cui aiuti tua figlia di sei anni a fare i compiti di scuola e lei non riesce a star seduta. Un dondolio incessante con picchi di noia altissimi, seguiti da inevitabili momenti di distrazione e l’incapacità a fermarsi.
Non puoi, non vuoi star ferma, perché non vuoi, non puoi guardare al tuo dolore.
Quello che puoi fare è ingranare la marcia e lanciarti nella mischia; una mischia che vista da fuori sembra divertente e che, invece, nella maggior parte dei casi nasconde frustrazioni e confusioni peggiori di quelle che vivevi durante l’adolescenza e, in effetti, dicono che i quaranta siano i nuovi venti. Il cuore ragiona con la logica dell’adolescenza, l’ormone anche, ma il cervello è pur sempre quello di un adulto con un nemico enorme dalla sua: il tempo ed è, forse, questo il conflitto peggiore. Almeno un adolescente innamorato, ha il tempo dalla sua. Il tempo di amare, il tempo di pensare di capire per poi scoprire di non poter mettere logica al cuore, mai, nemmeno quando sarebbe auspicabile al mantenimento della tua stessa integrità. Un adolescente ha il tempo di aver paura della solitudine, noi no. Al contrario, abbiamo scoperto quanto sia preziosa la solitudine. Noi che fino a poco tempo fa, pensavamo saremmo morti di solitudine e i nostri vicini lo avrebbero scoperto dopo giorni, solo per la puzza della decomposizione del cadavere provenire dall’interno del nostro appartamento, ora, invece, siamo quelli che si sta meglio soli con le proprie idiosincrasie, piuttosto che nella posizione in cui devi convivere e tollerare i difetti di un altro, eppure siamo qui che vogliamo innamorarci, vogliamo farci male. Vero? Siamo una banda di nevrotici o cosa?

L’amore è un vizio che fa male. Se vivessimo in una civiltà più evoluta lo venderebbero in sigarette la cui confezione recherebbe il monito L’AMORE UCCIDE, invece, ci lasciano come mine vaganti nella consapevolezza che stiamo facendoci male, al freddo, fuori un bar fino all’ultimo tiro.

So che molti di voi sanno di cosa parlo. Il brutto del divorzio, della separazione, della rottura, non è l’ovvietà del mettere fine a un amore. Non c’è nulla di più morto di un amore morto. Fatto il funerale, sei in grado di ripartire. Il problema non è nemmeno il dolore che rechi ai figli, semmai è un’aggravante, ma per lo meno, verranno su con la consapevolezza di avere genitori umani ed imperfetti o questo è ciò che ci raccontiamo.
Il problema del post divorzio è mettere ordine in te, è scoprirsi incapaci di restare, perché quel divorzio, quel documento che dice “fine” al tuo matrimonio, sancisce un confine, una linea invisibile che non vuoi più, mai più valicare. È questo che ci impedisce di restare? Non lo so.
Restare è l’unità di misura dell’amore adulto e nessuno di noi, è più capace di farlo.
Ci potete riconoscere, mano in tasca, drink in una mano e piede in posa di fuga.
Siamo casi umani nel circo di paradossi.

C’è quello che lo trovi fuori un bar ed è la nota stonata. Chiaramente in un luogo alieno al suo originale progetto di vita dove regnava l’ordine e che ora, combatte l’ira nei confronti del fato, della vita, della moglie, di se stesso, per essersi concesso di arrivare fino a dove si trova oggi. Annaffia il tutto con un paio di Spritz di troppo. È un uomo che sa bene di essere solo di passaggio in questo tendone. Sa che quando avrà imparato a domare i suoi leoni, avrà perso l’interesse per il carrozzone di artisti circensi.

C’è quello che per superare l’onta dell’essere stato abbandonato, deve misurarsi con tutti. Con se stesso, con l’amico che le aggancia tutte, con la palestra, con la capacità di bere come avesse ancora venti anni. Lo guardi e sembra leggergli in volto che ogni piccola vittoria, ogni tacca aggiunta alla sua cintura, è una manifesta metafora dei ceffoni che vorrebbe dare alla ex. Ma è un pagliaccio, non perché faccia ridere, ma perché dei clown porta la medesima malinconia.

C’è il sovversivo. Diamine lui ti confonde. Lo capisco. È uno che ha attraversato il dolore. È uno che lo vedi e ti sembra vada in giro con un cartello che dice danneggiato, maneggiare con cura. Lo guardi e ne vedi i fantasmi, sai che lui ti guarda e vede le stesse, identiche cose. Due matti che girano il mondo a volto scoperto, cercando di proteggersi come possono. Quello che ha sovvertito le regole del dolore. Che si è fatto male e che sa che d’amore non si muore. Lo sa per certo. Per questo è così pericoloso. Che tu vorresti correre ad avvisare le donne nel raggio di chilometri. Scappa amica, non ti far trascinare in un turbinio che già sai vi consumerà entrambi. Ci sei già stata lì. Lo sai com’è. È un escapologo, si libererebbe anche di noi amica, e noi siamo troppo in là per queste guerre strategiche. Per questo, resta dove sei e non ti muovere. Lascialo a quelle che hanno bisogno di dimostrare quanto sono sirene.

Poi c’è quello che si trova una donna sulle ginocchia e tanto basta. Lui si commenta da sé. Prova a chiedergli il nome di quella donna.
Il sempre verde Peter Pan che ancora si crede un figo e che, invece, fa desolatamente ridere. Lo riconosci amica, non è vero? Pensa, c’è ancora qualcuna così tonta, da credere di essere in grado di cambiarlo, perché lui aspettava solo lei e il suo amore!

Maschi e femmine, quarantenni e giù di lì.
Le donne. In quello stesso tendone da circo, ci siamo anche noi, travestite da teenager solo con i muscoli che si arrendono alla forza di gravità. L’ultima volta che eravamo andate a in discoteca c’erano i roboanti anni 90 con la loro musica commerciale, ora si balla la Trap e fingiamo di sapere di cosa si stia parlando. Ma che fatica, bimba! Come se dover vendere la parte giusta di noi, ogni giorno, al lavoro e nel mondo, non fosse già troppo.
Per noi, la storia è diversa. Lo sappiamo. La sottile linea tra il si vuole divertire e il è una mignotta, la conosciamo tutte. Non è vero? La solita vecchia solfa del se l’è voluto lei a prescindere.
Prima paga pegno perché hai la vagina, poi se ne riparla. Forse. Per noi, anche il tendone da circo è un posto difficile.

Tra di noi puoi trovare quella che ho fatto la moglie, ho fatto la mamma, ora tocca a me, qualcuno dovrebbe dirle che non toccherà mai a lei fino a quando non si concederà di conoscersi e che quel Campari finge solo di esserle amico.

C’è quella che mentre ti parla, è in posizione radar. Ho quaranta anni e circa duecento uova ancora attive. Amica, fanne una frittata. Ascolta il mio consiglio.

C’è quella che gioca a fare Desdemona e, in qualche modo, trova sempre un coglione, pronto a fare Otello.

Quelle che quaranta anni e un giorno, ma ancora al cesso insieme.

E, in fine, quella che combatte con tutte le sue forze, non il tempo che le rimane per procreare, quanto il tempo per trovare marito. Un continuo giro di mosca cieca per accaparrarsi un uomo che la faccia sentire meno sola.
Lei non lo sa, ma la solitudine, è una condizione della nostra mente.
Sono stata sola la maggior parte della mia vita e i momenti durante i quali mi sono sentita più sola sono stati, sempre, quelli in cui ero in coppia perché, cosa c’è di più triste del condividere lo spazio fisico della tua vita con un essere umano col quale non condividi l’unico spazio reale, quello mentale? È per questo che io nel mio spazio mentale non faccio entrare nessuno. O quasi. Ci provo almeno, anche se di tanto in tanto, qualcuno è in grado di insinuarsi nella mia mente, di norma lì iniziano i casini, amici. Una volta l’ho aperto ad una donna. Ho pensato che sarei stata al sicuro con lei perché, appunto, era donna e insieme avremmo indossato le nostre lenti da donna e avremmo guardato al mondo mano nella mano e, invece, ha pensato bene di pugnalarmi dritta al cuore. Quindi, ho creato un post it gigante e l’ho appeso alla porta del mio cervello, appena dietro la sezione sogni e progetti, tra la voglia di scrivere e l’incapacità di farlo, recita NON FARLI ENTRARE, a caratteri cubitali. Fino a quando non comprenderò che il mio unico limite sono io, fino a che non capirò cosa fare di me stessa e della mia incapacità di fermare gli altri quando mi feriscono, fino a quando non smetterò di fornire a tutti le armi giuste per mettermi al tappeto, io quello spazio, lo terrò chiuso a doppia mandata. Questo non mi impedisce di innamorarmi. Ma mi impedisce di implodere ogni volta che mi innamoro. Perché se è vero che il mio cuore è indistruttibile, il mio cervello, invece, è la cosa più fragile che ho e devo difenderla.

Da qualche parte nel web, ho letto che il segreto per stare con qualcuno è mantenere lo stesso passo, non guardare nella stessa direzione, non rincorrersi, non mirare al medesimo traguardo. A giudicare dai like, in molti erano della stessa opinione. Non io, o meglio, non credo sia la visione che una donna divorziata, con una figlia e un cane all’attivo, possa mantenere sull’amore. Nella fase della vita in cui mi trovo io e nella quale siamo in molti, neppure mantenere lo stesso passo basta a trattenerci. Il percorso può anche vederci affiancarci, ma alla fine, inevitabilmente il mio passo o forse il suo, più spesso il mio, si fa più veloce o forse più lento (c’è poi una reale differenza tra gli opposti)? E sono convinta che, se non è mantenere lo sguardo nella stessa direzione e se non basta la condivisione di un’emozione (quest’ultima di certo no), allora è ancora la meta, l’unica cosa che conta. Il problema della meta è che, di solito, lì c’è un premio individuale, non di squadra, ad aspettarci.
Ecco, io della mia meta so molto poco, ancora. Non so se, ad esempio, sia una meta che ha necessariamente bisogno di una metà. Sono una che è abituata a viaggiare sola e leggera, allora forse, sono destinata a raggiungere da sola il traguardo e lì, forse, stringere la mano ad un altro corridore solitario come me, quando sarò grigia e vecchia. O magari, ci arriverò stringendo la mano che si posa attualmente sulla mia. So però che quel giorno avrò superato il mio stesso limite, avrò saputo sublimare la mia indipendenza e il mio bisogno di solitudine in valori aggiunti e avrò insegnato a me stessa e, quindi, a Virginia, che bastarsi è il più grande atto di amore possibile e insieme cammineremo, mano nella mano, mirando ad un altro traguardo, condivideremo la medesima emozione, partendo dallo stesso punto. Non ci rincorreremo, non ci aspetteremo, ma avremo lo stesso passo.

sabato 13 ottobre 2018

Sull'orlo di un precipizio, col sole in fronte. Ovvero: quello che mia figlia deve sapere sull'amore per se stesse.

C’è una crepa in tutte le cose. È da lì che entra la luce.
Leonard Cohen
(attribuita)

Ci sono chiusure che fanno più male di altre e porte che resteranno, invece, per sempre solo socchiuse su quel dolore muto che ti ricorda di non aver terminato la tua trasformazione.
Al mattino ci vedi filtrare la luce attraverso e, per un momento, pensi di essere tornata, ma in realtà lo sai di essere già altrove.
In cosa ci trasforma il dolore? In una migliore e più forte versione di noi? Nel noi 2.0? Come se, aver sofferto abbastanza, garantisse al nostro software un aggiornamento di sistema e lo rendesse migliore? Senza cadute di linea, sempre connesso. Senza bug. Liberi dagli errori di scrittura del nostro codice interno.
O, invece, il dolore ci rende meschini? Duri, egoisti perché, in fondo, cosa ci resta di umano tolta l’empatia?
Quando si può dire poi, che il dolore è stato abbastanza?
Su che scala di sopportazione devo basare il ragionamento? Sulla tua? Perché se partiamo dalla mia, ho paura che non smetteremo di soffrire.
Alcuni sostengono, con un guizzo della discussione particolarmente ironico che, il dolore rende ribelli. Avessi questa capacità di assolvere me stessa, vivrei di certo in maniera più leggera la mia vita. Nella realtà, non so da che parte sono. Ribelle? Forse, mi aiuterebbe pensare di me: Michela, hai attraversato le fiamme e ora sei nella resistenza. Sei una ribelle.

Chi non soffre di sindrome dell’abbandono, pensa che la cosa sia superabile con la presenza. Della serie, ci sono non mi vedi? Non me andrò mai. Tranne poi disattendere le tue aspettative quando, inevitabilmente, vanno via. Sebbene la capacità di restare, -da me riscontrata solo in due esseri umani (di cui una è mia figlia) e nel mio cane,- sia una dote che mi sorprenderebbe in maniera piacevole, non è con la presenza che si risolve la “cosa” come la chiamate voi per liquidare il disagio il più velocemente possibile, ché già abbiamo tanto da fare, ci manchi tu e le tue turbe psicologiche.
Se devo dirla tutta, a me piacciono le distanze da colmare, non ho bisogno di saperti fisicamente accanto a me per non nutrire il terrore che poi mi abbandonerai. Anzi, io devo stare sulla distanza per restare, altrimenti, scappo via in un perverso gioco inverso delle parti, per non concedere a te, l’oggetto del mio desiderio, di lasciarmi sola. È la vicinanza mentale, nel mio caso, a farmi sentire che ci sei. Questa, è una vicinanza molto rara e quando la percepisco, amo perdutamente.
Il vero casino con quelli come noi è che la paura di essere abbandonati, non passa mai, solo che negli anni, ognuno di noi trova il modo di farci i conti ed è allora, che diventi il supersayan della solitudine, a livelli talmente alti, da considerare la solitudine, un esercizio di contemplazione mistica.
Ogni randagio, sa di cosa parlo.
Alcuni sono diventati impenetrabili. Vero? Il cuore inespugnabile, trincerato al sicuro dietro anni di esercizio alla dura regola dell’orgoglio e dignità. Lo sguardo fiero che guarda già oltre, prima ancora di vederti. Vi conosco, camminate impettiti nella vita ché nulla può toccarvi. Siete forti, o volete farci credere così, siete audaci o incoscienti forse, siete quelli che al tavolo da gioco tengono banco.
Altri, adottano la filosofia di Forrest. Loro corrono e non si fermano. Sono in fuga perenne dalle loro vite perché, essere abbandonati ancora una volta è un’onta insopportabile.
Poi ci sono io e con me, altri milioni di persone, immagino.
Io sono proprio stronza. Cammino con questo cuore gigantesco sulle spalle in bella vista e lo regalo ad ogni creatura vivente me ne chieda un po’. Non ho paura di ammaccarlo. Certo, è frangibile, proprio come i vostri, eppure non si spezza mai. Si gonfia. Quadruplica la sua dimensione quando siamo innamorati e si ridimensiona quando ci feriscono, ma resta sempre lì: allo scoperto, ma in trincea. Sono un soldato dell’amore. Lo sono diventata in venticinque anni di abbandoni. Quando però qualcuno mi da l’idea di essere sul procinto di andare via, non è un gran problema per me. Ne prendo nota. Sento l’orgoglio bruciare che suggerisce al cuore di chiudersi, trincerarsi appunto e volare altrove. È un campanello d’allarme, avete presente? L’orgoglio mi dice di non perdermi, di non lasciare che la tua assenza sia un problema per la mia vita ed è per questo che, posso tranquillamente guardarti mentre ti porti via da me. Io posso restare a soffrire, perché soffro nel corpo e nella mente, ma non nel cuore. Puoi star certo, che quello è già altrove.
Il mio cuore è uno scudo scintillante, un diamante indistruttibile. È indomito e selvaggio. Non conosco un altro modo di stare al mondo, se non col cuore in mano, in piedi, sull’orlo di un precipizio. Alla luce calda del sole. Nella verità. Ad ogni costo. Questo mi rende impegnativa. L’ho accettato. Va bene così. Meglio questo, dell’apnea. Mi piace essere chiassosa, invece. Sbaglio tanto, sbaglio sempre, ma sono arrivata ai trentasei anni dura e pura e questo, mi racconta qualcosa di me. La vita è fatta di sentieri. Alcuni si percorrono mano nella mano con qualcuno. Non esiste un motivo reale. A volte, è solo che fare la strada in compagnia è piacevole. Tutte le mani che ho lasciato andare, appartengono a volti che posso guardare dritti in faccia, senza l’ombra della vergogna delle mie azioni, che pure a volte sono state ignobili, perché sono stata sempre vera.
Vedete, il fatto è che sono sotto la severa lente di ingrandimento di una piccola donna di sei anni. Mai come in questo momento della mia vita, sono quel che faccio e non quel che dico. Ho la necessità di dimostrarle che, abitare la verità è l’unica scelta possibile, anche quando questa ti rende impopolare agli occhi di quelli che dicevano di amarti. Anzi, soprattutto in quei casi. Forse li perderai, ma ne acquisterai in amor proprio e, alla fine dei giochi, l’amor proprio, è tutto ciò che ti resterà. Quello che mi preme la mia V possa apprendere, è il suo valore inestimabile. Voglio che comprenda che più le sarà detto che richiede troppe attenzioni, che è complicata, ingestibile, incontentabile, più non sarà lei il problema, ma la mediocrità di chi le sta accanto in quel momento e allora, sarà meglio alzare un po’ l’asticella del suo standard qualitativo e diventare più selettiva. Voglio essere brava, almeno in questo. Come madre voglio che il mio messaggio le risuoni chiaro per sempre. Ad ogni inevitabile delusione, ad ogni assenza e, perfino ad ogni abbandono che dovrà subire perché il mondo è fatto così, voglio che senta la mia voce sussurrarle: non sei troppo tu, sono troppo poco loro.

Ho trentasei anni. Ho sofferto molto, non mi spaventa pensare a quanto ancora soffrirò, perché ho imparato che la maggior parte degli abbandoni vengono a ricordarci non quello che NON siamo, quanto, piuttosto, quello che siamo.
Io abito la verità. Amo ogni persona che scelgo con ogni fibra di me. Sono frangibile e ne sono consapevole, è per questo che non mi spezzo.
Mai.
Per V, per me e per quelli che abitano la verità.

Col sole in fronte.

giovedì 23 agosto 2018

Compassione di sé e perdono. Ovvero, quando sei spietata solo con te stessa e non ti dai mai tregua.

Non importa quanto io riempia di persone, impegni, fiori o di mare la mia vita. Alla fine, le arsure e i vuoti mi raggiungono sempre e, a me, non resta altro che attraversarli perché è così che faccio da tutta una vita. Sono momenti di profonda fragilità, durante i quali ho paura di respirare, di vivere, a livelli talmente paranoici che la morte mi sembra l’unica soluzione possibile. Più sono nel vuoto, più chi mi ama cerca di trascinarmi via da lì. Fa più paura vista da fuori, non è così?
“Sei triste”? Ho perso il conto delle volte nelle quali me lo sono sentita chiedere. Cosa è la tristezza in fondo se non l’assenza di gioia? O, forse, essere tristi significa semplicemente sentire la pena e la fatica di vivere? Dove sono le sfumature quando ne hai bisogno?
“Sei felice”? Nel senso che non sono triste? Io, per la maggior parte del tempo, sono e basta. L’esigenza di dover sempre dare un nome ai sentimenti, la capisco perché non sono mai a corto di parole, ma allo stesso tempo mi genera ansia. Mi mette in subbuglio dico davvero. Quando sento, io sento tutto che spesso equivale a non sentire niente. È più un vivere nel farneticante terrore che qualcosa di tremendo si sia nascosto dietro un angolo della mia vita. Ne ho voltati a decine di migliaia, sono ancora in piedi, eppure, sono certa che al prossimo troverò quello che mi manderà in mille pezzi. Vivo, dunque, nell’attesa? La maggior parte del tempo sì.
I primi ricordi di me che faccio pensieri così oscuri risalgono all’infanzia e per oscuri intendo sentire attraverso ogni filamento di carne che non hai voglia di sorridere e, nonostante tutto, farlo perché la gente… oppure, non comprendere il mondo che ti circonda, desiderare solo di correre a nascondersi in un cantuccio e non uscire mai più, invece, mostrare il tuo sorriso più spassoso perché va tutto bene, va tutto benissimo!
È una sensazione di paralisi che in qualche modo impari a nascondere a tutti, persino a te stessa.
È un po’ timida dicono di te durante l’infanzia, è di natura malinconica durante la tua adolescenza, è depressa quando ormai hai quasi quaranta anni. Scomodando termini clinici come se il solo enunciarli servisse ad “aggiustarti”, a dare un nome a questa letargia emotiva che il mondo detesta vedere in te. Tua madre che ancora oggi non riesce a capire cosa ci sia che non vada in te e quando ti vede inabissarti alza gli occhi al cielo.
Non saprei dire quale sia la verità. So che lo stato di inattività emotiva e fisica è una parte di me preponderante e, credetemi, la odio più di quanto la detestiate voi che mi guardate nella mia immobilità. L’ho nascosta a lungo e ho creduto di combatterla con ogni strumento a mia disposizione, spesso quelli più sbagliati. Come in quel gioco nel quale c’è questo campo con delle buche e tu devi scoprire da quale buca salterà fuori la talpa. Sei lì, che cerchi di convogliare tutte le tue energie in quel maledetto martello in un perfetto connubio tra cuore e cervello. L’ho sempre trovato terrificante. Una buca lì, aspetta, la riempio prima che spunti la talpa, con una sigaretta che copra il disprezzo che nutro per me stessa a soli dodici anni, ora sì che mi troveranno una che non ha tempo per avere paura di crescere. Oh, guarda lì un’altra buca, ho proprio lo spinello adatto e per quell’altra ecco la birra giusta o sbagliata, poco conta l’importante e non sentire più di vivere in un corpo di vetro avendo un’anima di piombo. E poi parlare e parlare e parlare e sovrastare il silenzio e i miei sto alla grande! Sto alla grandissima. Nutrire l’illusione che i buchi vadano riempiti con l’amore degli altri e lanciarsi in un’indefinita sequenza di storie d’amore sbagliate non perché sbagliati fossero loro, ma perché sbagliato era ed è, non bastare a se stessi. E cosi via, via fino alla voragine che credevo di colmare con un matrimonio sbagliato con una persona meravigliosa e la maternità che, contro ogni mia aspettativa, mi sono scoppiati in faccia come due enormi granate. Che illusa! Sono una cazzo di fetta di groviera! Sono la stessa ragazza di sempre, con i suoi buchi di sempre che cerco di imparare a rispettare ogni singolo giorno, esercitando la comprensione, la consapevolezza e la compassione per me stessa. Ma cado, spesso. Troppo. Perché è, azzarderei dire, naturale essere empatica con il resto del genere umano, ma quando si tratta di me tutto cambia perché che diritto ho io di lamentarmi in fondo? Cosa mi manca? Come oso scomodare termini quali depressione, infelicità, io che ho tutto e, diciamocelo, molto di più di quel che mi sono guadagnata? Allora, mi convinco che è solo la mia natura, che la paralisi che sento anche ora mentre sono qui a scrivere è solo parte del mio normale ciclo vitale e nel raccontarmi questa solfa, è un po’ come prendermi a sberle da sola, lo so, ma non mi sembra di avere molta scelta. Elimino la scrittura, mi dedico solo alla mia piccola V, mangio solo cibo alcalino, elimino l’alcol e, nella privazione, mi illudo di averla risolta.
Quando, però, nonostante la mia irreprensibile condotta, i vuoti tornano, mi sento confusa, arrabbiata e più di tutto delusa da me stessa che, ancora una volta, ho dimostrato di non essere in grado di vivere una vita normale.
Lo so, la normalità è sopravvalutata. Lo so, sentirsi giù va bene, ma il mio abituale modo di reagire ai vuoti, si manifesta nel bisogno di controllare tutta la vita che mi circonda, inclusi il mio corpo e le mie emozioni. Se sono in controllo posso prevenire tutto: il dolore, l’abbandono e, più di tutto, posso in caso di errore, biasimare solo me stessa senza dover trascinare altri nel mio tribunale della ragione, di norma integerrimo. Roba che Kant impallidirebbe.

So che è tutta un’enorme balla e che più mi illudo di controllare, più sono una trottola impazzita. Sono consapevole di dover dimostrare compassione a me stessa, ma per quanto io sappia che le aspettative che nutro per me siano irrealizzabili e, comunque, rasentino il patologico per qualcuno che voglia vivere una vita serena, mi risulta impossibile farlo perché, semplicemente, io sono così. Non posso ammettere a me stessa di essere depressa, perché io non ammetto di poter fallire.
So che essere depressi non significa fallire, perché, tecnicamente, è qualcosa che accade all’interno del delicato equilibrio chimico del cervello sul quale non ho la minima speranza di avere controllo, ma è ciò che sento e così, ritorno alle arsure, ai vuoti, ai cicli e alle inquietudini.

Elimino gli zuccheri
Elimino l’ alcol
Elimino la scrittura
Mi tatuo qualcosa di nuovo
Faccio meditazione
E resto sempre qui ad esercitarmi con la compassione per me.
O, almeno, cerco di imparare.
Ogni, singolo, giorno.

giovedì 19 luglio 2018

I basilari.

È una verità universalmente riconosciuta: i bambini sono la più grande gioia nella vita di uomini e donne che superata la fase #PerdonameMadrePorMiVidaLoca decidono di metter su famiglia e, in questo metter su, ignorano l’inferno in terra che stanno per attraversare, quindi, tenuto conto della più elementare conoscenza della cosmologia dantesca, sarebbe forse più consono dire metter giù, inabissare, o, ancora, affondare o, più semplicemente, seppellire la loro voglia di vivere per almeno sedici anni a seguire da quella notte brava durante la quale, si sono immaginati a correr felici per campi di girasoli con i loro pargoletti. Anzi, no, aspettate un secondo, mi dicono dalla regia che gli anni non sono sedici perché la crisi e tutto il resto, ma almeno ventotto. Sono pur sempre i figli di noi choosy questi qui. Ma noi al principio non lo sappiamo, continuiamo a sfornare figli, per nove mesi ti immagini quei piedini cicciottelli, le manine paffutelle e il profumo di buono, quel profumo che non hai mai sentito prima e che non sentirai altrove: profumo di vita nuova. Poi, partorisci. Ti ritrovi un Gremlins tra le braccia: dolcissimo alla vista, un piccolo demone nella verità dei fatti. Signori e signori, questo è il segreto ultimo dell’evoluzione perché diciamolo pure, con la consapevolezza del dopo, uno col cazzo che li farebbe!
Abbandonate ogni speranza voi che entrate: benvenuti nel meraviglioso mondo della genitorialità. Guida semi seria ai basilari.
Avete mai googlato operazioni basilari per mantenere in vita un cucciolo di essere umano? Io, l’ho fatto. Sono una maniaca del controllo, più che del mio istinto, mi fido dei libri. Se cerchi in rete, dal neonato all’infante, le risposte differiscono pochissimo. Ora, prima che partano le tempeste di insulti e le chiamate agli assistenti sociali, anche io ho imparato l’arte della finzione. Ci vado anche io fuori scuola a prender parte alla commedia “Essere madre è un Carnevale di Rio”, a volte poi sostituita dal sempreverde melodramma “Mia figlia è un piccolo raggio di sole che viene ad illuminare le mie giornate con le sue domande curiose e sempre pertinenti sull’ineluttabilità del tempo che scorre e su chi sia Dio”, ma non prendiamoci in giro. Per i prossimi due minuti, secondo più secondo meno che impiegherete a leggere questo piccolo sfogo, io decido di abbassare il velo di Maya su questi piccoli esseri umani che ci piace chiamare bambini e vi racconto la verità che so per certo non essere solo mia, quella che ho sentito ai peggiori aperitivi tra madri, quelli che al secondo americano ti vendo il figliolo per un pomeriggio libero. La verità ultima è una. Non ci sono scappatoie. I bambini sono dei rompi balle. Oh, via l’ho detto! Ora, preso atto di questa grande verità, col petto più leggero per aver detto quella verità nascosta in fondo al cuore, scevri dal peso della madre perfetta che vive in sordina alla moglie perfetta, cerchiamo di mettere i puntini sulle i e aiutiamo quella nostra amica che ancora non sa cosa significhi essere genitore e che più presto di quanto creda, si ritroverà a desiderare di lanciarsi da un dirupo perché, la paura di schiantarsi sarebbe nettamente inferiore a quella che prova ora, mentre guarda suo figlio neonato che ancora non ha perso il moncone del cordone ombelicale perché lei è, ovviamente, o così crede, un’incapace. Mi sembra di vederla che frenetica con un pannolino in mano, la poppa che le perde latte, due ore di sonno sulle spalle, si chiede: cosa cazzo mi aveva detto di fare l’ostetrica? Amica, ma anche amico mi auguro, ripeti con me: non è difficile come sembra. Per mantenere vivo un essere umano devi conoscere i basilari. Una volta fatti tuoi questi, il resto vivilo con leggerezza e tieni sempre a portata di mano una bottiglia di vino. A mio avviso, i basilari, sono quattro:
-lavarlo
-vestirlo
-nutrirlo
-metterlo a dormire.

Lo so, uno legge una lista di quattro micragnosi punti e si fa l’idea che sia semplice, tranne poi irrimediabilmente scoprire, che essere genitori, più che assomigliare ad una check list da spuntare, assomiglia ad una vera e propria Guerra Santa, ma come in ogni guerra, anche in questa, c’è bisogno di strategia. Essere in due di certo aiuta, perché loro sono piccini, ma credetemi studi recentissimi affermano che più la storia umana evolve, più gli esseri umani nascono dotati di cazzimma. Giuro. Non è come quando eravate piccoli voi. Dimenticate i bambini che nei viaggi in auto, giocavano a trovare 3 numeri uguali di seguito sulle targhe per ore e ore. Questo è il bambino italiano 2.0 un ibrido tra un bambino normale (la notte, quando dorme) e un hacker che per hobby irrompe nell’internet banking dei genitori. Mentre mangia pane con la nutella. Mentre mangia pane con la nutella e guarda i tutorial su Youtube. Lo so che sapete di cosa sto parlando. C’è tutto un altro codice linguistico, ad esempio. Avete provato a comunicare con un bambino di sei anni ultimamente? No, perché è tutto un susseguirsi di citazioni a metà strada tra Kant e Maria de Filippi. Sono la generazione Youtube, dove anche attraverso il filtro parentale, trovi video documentari che vanno a braccetto con tutorial di gente matta che gioca. Stiamo parlando di bambini il cui gioco preferito è guardare la gente che gioca su Youtube. Houston, abbiamo un problema grosso qui.
Io parlo moltissimo con Virginia, perché entrambe soffriamo di un grave caso di incontinenza verbale. Spesso mi devo fermare per obbligarmi a pensare che questa bambina dal vocabolario particolarmente ricco (ma che non ha ancora imparato l’uso del se ipotetico) ha sei anni, non trenta come me. La sento parlare con tranquillità di argomenti che so per certo non aver mai toccato con lei e poi le sento dire che l’ha imparato alla tele o su internet. La guardo muovere per aria le mani, difendere con tenacia le sue idee, imporre il suo volere e sono spaventata. In primo luogo, di non essere pronta a regalare al mondo tanta meraviglia e, inoltre, che il mondo la sporchi troppo presto.
E non siamo noi genitori. Uscite da questa trappola prima che possiate. Non fatevi convincere dai nonni (capitolo a parte) che siete voi ad essere deboli. NO. Urlatelo forte. Non siamo noi ad essere deboli, sono loro ad essere dei piccoli criminali informatici. A sei anni, non nutrivo nemmeno la consapevolezza di avere una voce per oppormi al volere degli adulti. Di tutti gli adulti. Non c’erano adulti di serie A e di serie B. I miei fratelli maggiori, all’epoca adolescenti, erano già adulti. I bambini di oggi fanno terrore. Sembrano trentenni intrappolati in corpi troppo piccoli. Mi dico che poi migliora, ma poi mi ricordo di cosa mi diceva mia madre quando mi disperavo perché Virginia non faceva cacca le fatidiche cinque volte al giorno che ti raccontano al corso preparto: figli piccoli, problemi piccoli. Figli grandi, problemi grandi. Quando me lo diceva mi faceva infuriare, non lo capivo, sembrava solo un modo affettuoso, ma pressapochista di liquidare le mie ansie e la sensazione che mi restava era solo una: paura. Tutto ciò che mi domandavo era “quando capiranno che faranno meglio a togliermela prima che la rompa”? Poi, nel giro di pochissimo, ho capito. Nel mentre però, mi separavo, divorziavo, prendevo un cane, traslocavo, cambiavo lavoro e mia figlia finiva le materne. Il tutto, pensate un po’, mentre la vita proseguiva per i fatti suoi, senza che lei morisse o io la rompessi, almeno non in maniera evidente. Per le crepe dell’ego tocca aspettare l’adolescenza e l’età adulta, quando sul lettino del suo analista, mi descriverà come una stronza cinica che le anteponeva la scrittura e che le ha impedito di andare in giro vestita da Barbie Pole Dance quando aveva cinque anni e si scoprirà, con tutta probabilità, che questo le ha impedito un percorso intimo che fosse equilibrato e sano. Voglio dire, alla fine è sempre colpa delle madri oppure Freud, non ci aveva capito una sega. In ogni caso, durante questi sei anni di conoscenza con mia figlia, ho affinato l’arte di scegliere le battaglie da combattere. Le mie, sono solo le quattro che ho elencato. E ora, per dimostrarvi che facevo sul serio con la cosa dello stigma della madre perfetta e che mi sono stufata di rincorrere un ideale che non potrò mai raggiungere non perché io sia particolarmente incapace, ma perché è inarrivabile in quanto inesistente, vi racconto la nostra routine come amano chiamarla i sedicenti esperti di genitorialità in rete.

-LAVARLA: più o meno funziona così -“Amore, andiamoci a lavare”
-“Noooooo, mamma nooo ti prego non farmi lavare non mi voglio lavare. Ti prego, ti prego ti pregooooo” la scena di norma continua con me che la trascino al bagno, la spoglio; lei urla che mi odia che non ho il diritto di scegliere se lei si debba lavare o meno, io la lancio sotto la doccia e non appena la prima goccia di acqua sfiora il suo beato cuoio capelluto…
-“NOOOOOO, mamma nooooo lo shampoo no” non rispondo, di proposito, perché anche sull’orlo di una crisi di nervi, non le voglio mentire. Questa è l’unica promessa fatta a me stessa il giorno in cui è nata e l’ho guardata per la prima volta. Lei lo sa. Lei lo sa sempre. Afferro la boccetta di shampoo, sono il gladiatore al mio segnale scatenate l’inferno. Ne usciamo stremate. Entrambe, ma io di più. Riposiamo il tempo di arrivare al momento asciugatura capelli. E a questo punto ho solo una nota a me stessa da fare, ogni, singolo, shampoo: madri che non vi fate convincere a far tenere i capelli lunghi alle vostre figlie, avete capito tutto della vita!
-VESTIRLA: ecco qui ci sarebbe da scrivere un piccolo compendio. Sulla moda e dintorni. Di Virginia de Paolis. La mia bimba ha un’idea precisa, molto precisa di cosa HA STILE e cosa NON HA STILE. Di base, secondo lei io non ho stile, lei, invece, sì. Nel suo immaginario del mondo della moda, tutto ciò che è oscenamente tamarro, tutto ciò che sbrilluccica e la fa sembrare Edward Cullen al sole, meglio se anche catarifrangente ad un livello tale sia possibile riconoscerla da Giove, ha stile. Io, sua madre, colei che l’ha portata in grembo per 9 mesi facendole ascoltare solo Vasco Rossi, Nirvana e Foo Fighters. Io che l’addormentavo con Jeff Buckley, vesto solo total black e quando mi sento particolarmente di buon umore oso un blu navy, ma mai e poi mai stampe a fantasia. Capirete, quindi, che sulla questione stile, abbiamo dovuto lavorare un poco, trovando di volta in volta, nuovi compromessi. Abbiamo creato una prima netta divisione tra abiti Rock e da Principessa, per poi arrivare allo Chic-Rock e al Cheap Principesco. Quindi, se la mattina non ho intenzione di farla andare a scuola nei panni di una mini Drag Queen, devo mediare, cedendo sulle paillettes, ma che siano sempre e solo sul nero. Dio benedica la scuola pubblica e i grembiulini.
-NUTRIRLA: mia figlia ha digiunato per i primi sei anni della sua vita. Lo so, starete pensando che barba! La solita madre esagerata, forse, invece, penserete io sia una madre particolarmente degenere. Ebbene amici, non esagero e pur non essendo propriamente Wendy di Peter Pan, posso dire di averla mantenuta in vita. Forse, perché l’ho allattata a richiesta fino a quasi due anni compiuti, non saprei dire esattamente quale sia stato il motivo, ma fino a qualche tempo fa, il cibo non destava in lei la minima curiosità. Quando è andata al nido, io che sono una di quelle madri che tende a preparare al peggio le maestre, dissi loro che Virginia non avrebbe mangiato. Loro risposero con i loro sorrisi dolci e pieni di esperienza che tutte le madri dicevano così e che poi per emulazione, invece, i bimbi mangiavano tutti. Sorrisi con garbo annuendo. All’uscita pensai tra me e me che quelle donne, che poi avrei imparato a conoscere e apprezzare tanto, erano delle ingenue e che non conoscevano mia figlia. La prima parola che ha detto Virginia è stata NO. Il concetto di emulazione non la sfiora affatto. Virginia è nata sotto il segno del leone ed è un quattro che tradotto in un linguaggio a noi umani comprensibile suona così: STICAZZI e buona fortuna a tutti voi che entrate in contatto con lei! In un anno di nido e tre di materne, Virginia ha mangiato forse quattro volte, nel senso che di due volte in quattro anni, ho testimonianze fotografiche, del resto no. Vivo nell’ignoranza e da quando lo faccio, sto molto meglio. Oggi, a sei anni quasi compiuti, mangia dopo attenta vivisezione di quello che le passa nel piatto, ma è un continuo negoziare. –“un video per due pisellini”. Roba così. È diseducativo, lo so, ma il mio compito è tenerla in vita e farlo cercando di non incorrere in dipendenza da Xanax.
E, in fine, amici e amiche che pensate a quanto possa essere dolce il momento della ninna, vi racconto come funziona nella pratica (almeno a casa mia e di quelli onesti).
METTERLA A DORMIRE: dopo averla sapientemente fatta cenare alle 19.15 di modo che fino alle 20.00 mi illudo abbia avuto abbastanza tempo per continuare a fare il nulla che le piace tanto fare, al rintocco delle 20 e un minuto inizio a farla abituare all’idea che la giornata sia volta al termine.
L’idea, che ve lo dico a fare, non le piace per nulla. Ore 20.15 -“V. spegni la tele, metti il pigiama e vai a dormire”.
-“No". Lei il no lo dice per default. Virginia amore mi passi l’acqua? No. Virginia, tesoro santo, mangiamo? No. Virginia, cuore mio, vai a mettere le scarpe. No. Virginia, amore assoluto ed indiscusso della mia intera esistenza, facciamo la doccia. No. Virginia, miracolo della vita, io ti ho fatto e io ti distruggo, passami l’acqua, mangia, metti le scarpe e fai la doccia. Ecco, così per esempio la comunicazione funziona e quel no diventa, per miracolo, sì. È tutta una questione di trovare il codice linguistico giusto.
20.30 -“V cosa esattamente di SPEGNI LA TELE non ti è chiaro, amore santo?”
-“Ho detto, finisco di guardare l’ultimo episodio. Almeno” Ogni sera, annoto che con il se ipotetico, mia figlia non ha capito una sega di come si usi l’avverbio almeno.
E poi va più o meno di questo passo fino a quando una delle due non perde le staffe, di solito io. A quel punto, tra imprecazioni di vario genere, minacce di scuola militare e simili, spengo la televisione. Lei in lacrime per aver subito l’ennesima ingiustizia da questa madre troppo severa come ama appellarmi, va in camera sua sbattendo la porta e urlando al vuoto, al soffitto, a Dio a tutti meno che a me ben trincerata nella strafottenza del ruolo di comandante, che mi odia e che non è affatto giusto. Ora, nel letto chiede una storia. Dopo un’intera giornata di battaglie a pochi metri dal traguardo, lei ti chiede la storia, ma non una qualunque -“Mamma, una lunga però”. Compromesso, una lunga ma cinque pagine non di più, che poi diventano dieci, quindici fino a quando non mi addormento mentre leggo. Verso le 24 di solito, mi sveglio dolorante e me ne vado nel mio letto dove poi le arriverà intorno alle 5. Ed è così sempre. Ogni. Singola. Sera.

E, allora Michela cosa ci vuoi dire? Forse che sei pentita di essere madre? O, forse, che faremmo bene a non fare figli?
Onestamente, non ho risposte. Non so se sia meglio una vita senza figli. So che di sicuro è più semplice viver senza di loro. Tuttavia, diventare madre mi ha fatto esperire una condizione di vitalità mai provata prima. Essere così potente da creare la vita. Nutrirla dentro e fuori dall’utero e poi, fare la conoscenza di questo essere umano che è la traccia di te su questo pianeta. Essere responsabile per la vita di un altro essere umano è un viaggio difficilissimo che ti fa vivere con la costante sensazione di avere il cuore fuori dalla gabbia toracica. Senza difese. Ti domandi come tu possa anche solo pensare di riuscire a vivere così? E, invece, in qualche modo che non riesci a spiegare, ce la fai.
Alla voce istinto materno, il mio codice genetico risponde non pervenuto e combatto ogni giorno l’istinto di fuga più consono alla mia natura. Non credo nell’Istituzione famiglia così come ci viene presentata dal Vaticano, in quanto donna, non penso che mia figlia sia il meglio che la vita possa offrirmi o, almeno, non credo e, anzi spero non sia, tutto ciò che la vita possa offrirmi. Abito una vita che è al di fuori di mia figlia e maledico la mia condizione di madre con estrema (a volte troppa, lo riconosco) facilità tanto che, chi non conosce il mio congenito sarcasmo, mi fraintende. Per fortuna, mia figlia è dotata della stessa vena sarcastica e ha ereditato il mio senso dell’umorismo. Eppur tuttavia, non tornerei mai e poi mai indietro. Sono un essere umano migliore da quando la conosco. Eppure, mi ha insegnato ad amare e non c’è uomo che tenga. Eppure, mi sento onorata e benedetta per l’opportunità che è vedere crescere un figlio. Essere madre, anzi genitore, richiede una grande dose di coraggio. Una dose di coraggio inesauribile. Per fortuna, i figli ce lo insegnano poco alla volta ad essere così forti e quando lo fanno, ti fanno dubitare di te ogni singolo giorno, ma nello stesso momento del dubbio, trovi conferma del significato delle parole: sfida, vita, risate, amore e gioia sconfinata e allora io mi dico che ho i basilari. Io ho trovato i miei, ogni genitore ha i suoi. Ho i miei basilari e tutti i campi di girasole del mondo da attraversare mano nella mano con V. E va bene così.






venerdì 22 giugno 2018

Lettera ad un orco in fuga

Caro Orco,
il tempo trascorre lento da queste parti e ogni lancetta in movimento, è un ceffone in pieno volto.
Oggi è stato un giorno speciale o, almeno, così dicono. Compio trentasei giri di boa e il fiato si fa un po’ più corto. Mentre cerco di nuotare verso te, tu agiti le acque nuovamente spingendomi più in là. Diamine, sei un osso duro te lo devo riconoscere.

Hai ragione, lo so, è, anzi io sono, uno stillicidio. Non posso dire di biasimarti, io stessa trovo spesso la mia compagnia impossibile da tollerare. Sono una mina vagante, rendo poco praticabile il concetto tradizionale di amore. Voglio tutto o niente, a volte invece, voglio tutto e non voglio niente. Sono una narcisista, un’egoista, bestemmio molto e faccio incazzare perfino i Santi. Hai ragione a star fermo sulle tue posizioni. Vivo come ho sempre dovuto fare nel qui e nell’ora, al limite, cercando riparo nel passato, ma sono letteralmente incapace di pianificare o, anche solo, sognare un domani. Magari perché, troppe volte, quel domani ha bussato alle mie porte per poi scappare. O, forse, se la vuoi fare più epicurea di quel che sia, perché il domani non mi riguarda. Il domani è il mio grande assente. Hai ragione, lo capisco, ti capisco sono una donna in guerra mentre tu aspetti tempi di pace, ma la pace non è mai stata merce comune nella mia vita e, spesso, troppo spesso, finisco per non riconoscerla. Belli nomen omen. Nata dalla guerra di due cuori tanto grandi da divorarsi l’un l’altra. Cosa ti aspettavi tu da me? Sono nata per fare la guerra, ma saprei farti sentire la pace tra le mie braccia se solo tu me lo concedessi. Ma non vuoi, non puoi. Così ami dire. Hai ragione o, forse, no. Non so più nemmeno io quale prezzo dare alla possibilità reale che tu abbia ragione, che non ci sia futuro per due cavalli matti come noi.
Hai ragione a stare fermo sulle tue posizioni, se questo è quello che vuoi, ma io non posso stare ferma mentre mi fai male, non è nella mia natura. Non posso aspettare che piano, piano si riesca a fare a meno l’uno dell’altra. Ogni giorno trascorso separati, aggiunge una tacca alla distanza che so diverrà definitiva tra di noi. Eccolo il mio stillicidio, invece. Io che vorrei starti vicina dentro e fuori. Tenerti addosso perché questo è amarti: sentirti come fossi tu la mia pelle e, ogni volta che ti allontani, sentire come se qualcuno mi stesse strappando via la pelle. Fa male, ogni, dannata, volta. Ti strappi via e non so come impedirtelo. Un giorno ti sveglierai e non sentirai più il naturale istinto di telefonarmi, mentre io, testarda, sarò ferma sulle mie posizioni a cercare di ricucire una pelle ormai logora. Allora, mi chiederai, che si fa ora? Nulla. È una situazione senza soluzione di sorta. Devo attraversare il dolore. Tutto. In fondo, non conosco altre strade se non il centro dell’uragano per non sentire il vento. Brucia, fa male, va e viene ad ondate irregolari e non posso prevedere il pianto. Funzionano così i cuori spezzati, non è vero? Vivo le mie giornate nella totale normalità, a volte dimenticando che tu non sei più qui e poi, d’improvviso, la memoria mi investe violenta. Tu non ci sei più e il dolore torna a farsi sentire con il medesimo indice di intensità. Non un milligrammo di meno. Sto male. Sto malissimo e non l’avrei mai creduto possibile. Dirlo mi aiuta. Non dormo più, non mangio più. Devo arrivare dall’altra parte di questo dolore. Non lo tollero più. Tu non me lo puoi togliere, io non me lo posso evitare. Non c’è molto di cui parlare.

Sono nata il giorno del solstizio d’estate, porto dentro l’odore del grano e le ore dilatate del sole e della luce nel giorno più lungo dell’anno. Questo solstizio, questa aria di attesa del sole, del caldo, del mare è sempre con me. La sua natura intrinseca di cambiamento io me la porto dentro, per questo, so che la mia burrasca richiede porti immensi entro cui consumarsi. Spazi che tu hai dentro, orco, e che però, non vuoi dare.
Cosa mi tiene ancora qui, alle porte della tua palude? È forse, la mia incapacità di amare me stessa che mi rende naturale accettare che neppure questa volta, sono io il centro del mondo? È, davvero, questo quello che tu pensi io sia? Qualcuna per la quale non vale la pena lottare, cambiare? Solo questo? Dove sono le promesse di un amore che mi volesse spettinata? Dell’orco che non si stancava mai di leggere le mie espressioni? Dove diamine è finita l’idea dell’orco giusto che appoggiava il mio volo e mi faceva sentire sempre sicura? Se c’era un prezzo da pagare perché non l’hai esposto al cartellino? Perché mi hai fatta innamorare?

Tutte queste risposte delle quali sono alla ricerca, restano inevase.È nella natura stessa delle domande, non esistono risposte assolute, vero? Tu resti fermo sulle tue posizioni. Posizioni di certezze, di forza e di stasi. Io resto nei miei dubbi. Nel moto dubitativo che mi spinge in avanti. È forza anche questa, la forza di non sapere dove andare, eppure, andare.
Tu che hai il gene del viaggio, dovresti saperlo. In questo frangente sembra sia tu ad esercitare la forza maggiore. Passerà, o, magari, scoprirò di non essere forte come credevo, o, ancora, che c’è un orco a questo mondo, più forte di me.
Chi lo sa? Il bello, il mio vero viaggio è scoprirlo.

giovedì 14 giugno 2018

Di orchi e di sogni infranti.

Cose in cui credo:

-nell’idea di amare con semplicità. Completamente, senza remora alcuna e poi, saltare, sapendo che la probabilità di cadere e farsi male è, in proporzione, più alta di quelle di successo; comunque saltare.
-nel mare al cui cospetto tutto mi è possibile, anche portare la pace in Medio Oriente, per dire.
-nel vino rosso, perché porta con sé tutte le risposte di cui ho mai avuto bisogno. Proprio, tutte.
-nei dubbi, essi, infatti, chiarificano la via. Sempre.
-nel bacio perfetto, quello che quando lo assaggi ti fa girare la testa, non è vero? Chi di voi non l’ha provato? Quello che il mondo intorno tace, ci siete solo tu, l’oggetto del desiderio, le vostre labbra e tutte le parole che il vostro cuore sussurra in quei brevi istanti di eterno.
-nell’amor proprio, perché nemmeno il bacio perfetto dovrebbe impedirti di guardarti allo specchio
-nel silenzio. Ancora la lingua più universale e difficile da imparare.

Mi hanno insegnato, che se fai una lista delle cose che davvero contano, se la tieni sempre a portata di mano, cuore e mente, alla fine, troverai la risposta che cercavi. Il casino, è quando le risposte che trovi, non ti piacciono. Avete presente?
Tra sette giorni compirò trentasei anni. È un’età strana questa. Sembra di vivere una seconda adolescenza che uno poi potrebbe dire “e cosa vuoi di più dalla vita? Vivere la tua adolescenza con le consapevolezze di un’adulta” tranne poi scoprire, a quasi quarant’anni, di aver disimparato la capacità di giudizio acquisita lungo il corso di una vita. Forse l’hai tutta riversata sul non far morire per assideramento tua figlia? Forse tutto quello che sapevi, la convinzione di saper leggere gli avvenimenti con il raziocinio di un’adulta, forse tutto questo, l’hai dimenticato sei anni fa nella sala della croce rossa durante il corso di disostruzione pediatrica? Forse oggi sai fare la manovra di Heimlich, ma non sai capire se hai a che fare con uno stronzo? Forse. Non saprei. Come vi ho già detto ho disimparato la vita, ultimamente.

Come quando ti spezzi un braccio e dopo quaranta giorni di ingessatura, devi riprendere confidenza con la sua capacità articolare e hai paura anche solo ad alzare una tazzina di caffè. Tu sai che puoi farlo, solo che non ricordi di poterlo fare. Ecco, io so che sono in grado di riconoscere uno stronzo, ma, in qualche modo, decido di non seguire il mio codice morale, seguo quello che mi consigliano gli altri e lascio che lo stronzo, ferisca me. Lo so che sapete di cosa parlo. Ormai, è tutto un fiorire di donne quasi ai quaranta, con acne giovanile! Gli ormoni in tempesta e il cuore bendato. A volte penso che il genere femminile stia coscientemente regredendo alla fase adolescenziale per incontrarsi, finalmente, con quello maschile! Che manipolo di narcisisti ego riferiti siamo diventati.

Per esempio, è giusto concludere una relazione perché uno dei due vuole figli e l’altra, no? A prima vista è un atto di profondo amore. Della serie, la mia libertà inizia in me e finisce dove inizia la tua. Oppure, ti amo a tal punto da non volerti chiedere di fare un figlio. E, dall’altra campana, ti amo così tanto che riconosco il tuo bisogno umano di procreare, di lasciare un pezzo di te al mondo che ti lascio libero di andare. Tutto molto bello. Tutto molto maturo. Tutto molto preconfezionato. Tutto, molto, finto. Lui cerca una fattrice, non una donna. Perché, amica, se volesse un figlio da te, se volesse mettere un pezzo di sé dentro te, aborrirebbe la sola idea di avere un qualsiasi altro figlio che non avesse i tuoi occhi o il tuo naso. E lei? Lei è una che con ogni probabilità, non si dovrebbe riprodurre. Non è vera la storia per la quale ogni donna ha l’istinto materno. In generale, le donne non lo hanno di default a meno che, tu non sia educata in seno ad una comunità Amish e, anche in quel caso, te lo hanno inculcato non ce l’hai perché sei la Vergine Maria. Alcune, lo sviluppano appena scoprono di essere incinta (io non ci credo, ma molte giurano di sì), altre, al primo vagito, altre, nemmeno entro la laurea del figliolo e, tuttavia, fanno il loro mestiere di madri, e, tuttavia, amano i loro figli, perché l’amore che si nutre nei confronti di un figlio, è una specie di maledizione alla quale non ti puoi sottrarre. È un bene involontario. Ma come essere umano quella donna lì, è bruciata, perché non voleva fare un figlio, ma ha fatto un figlio. È diverso.
In generale, le donne si dividono in quelle che sanno che diventeranno madri, perché pensano che così giri il mondo e donne che non se lo sono mai chieste. Di solito le seconde sono quelle che le guardi e le ingravidi. Ecco, di solito la seconda tipologia di donna, è quella che dirà all’uomo in oggetto che non vuole figli. È un assunto vero? Forse. Il punto è che se l’uomo l’ama deve voler restare, a prescindere dalla riproduzione. Se non resta, semplicemente, non ti ama. Pietra sopra.
O, più verosimilmente, in donne che ammettono che la maternità le fa tremendamente soffrire e, donne che ti raccontano ma che bel castello marcondirondirondello.

Non è così difficile da comprendere, amica. Hai una laurea e non sai decifrare il comportamento di un altro essere umano?
Quanto ancora lascerai che lui si arroghi il diritto di non rispondere ai tuoi whatsapp, quando tutto ciò che fai è cercare di capire cosa stia accadendo? Ma, allo stesso tempo, quante altre volte vorrai porre una domanda per la quale hai già una risposta? Non c’è niente di più morto di un amore morto; se lui ha smesso di amarti per un solo istante, allora, nulla gli impedirà di farlo per il resto del tempo che potrete condividere. Tu lo sai, eppure, sembra sia una tua priorità ricoprirti di vergogna, in nome di cosa? Vuoi davvero stare qui a mendicare che lui ti ami?
Fallo andare per la sua strada, siediti sulla riva del fiume e aspetta di vedere il cadavere del tuo nemico passare, perché passerà, amica, ci puoi giurare. Forse ora non lo credi. Forse, ora non vedi la tua luce perché hai concesso ad un uomo di eclissarti. Ancora una volta, anche quando il tuo papà ti ha vista brillare.

A dispetto di quanto pensassi, hai visto?! Non lo fai perché sei la principessa smarrita di papà. Lo fai, perché non hai abbastanza stima di te stessa. È solo questo che ti rende meno amabile amica.

Non è il tuo cattivissimo papà. Sei tu. Sei tu a rendere accessibile il tuo cuore al dolore, al sopruso e all’abbandono. Sei tu che gli hai concesso di entrare e di uscire come fossi un cesso pubblico. SEI TU. Non è il tuo papà, non sono i fantasmi del tuo passato, non è nemmeno lui. SEI TU. Non hai saputo amarti nemmeno questa volta e non conta quante volte hai pregato Budda o chi per lui, di indicarti la via dell’amore, tu resti sempre la ragazza che non sapeva amare.
Quella che continua incessantemente a provarci ad essere amata. Una volta, almeno una volta e cade sempre nello stesso patetico errore. Una folle, come direbbe qualcuno, che persiste nell’errore pensando, in qualche modo perverso, di riuscire a cambiare il risultato. E invece, no, il risultato non cambia.
Gli orchi buoni non esistono, amica. Ora lo sai anche tu. Non c’è spazio per principi, draghi e orchi nella tua fiaba. Sei solo tu e un cazzo di mostro. Cosa farai, scapperai ancora? Cercherai riparo nell’abbraccio di un altro, più nuovo, eroe che prestissimo, troverà troppo complessa l’avventura dell’amarti e andrà altrove, in un castello con marmocchi e pasta al pomodoro? O, invece, questa volta, lo guarderai negli occhi il mostro e gli sussurrerai che lui esiste solo perché tu lo rendi possibile?
È questa l’unica domanda, amica.

“Hello, i’ve waited here for you. Everlong”

venerdì 25 maggio 2018

Cara madre single,

ma forse, semplicemente, cara amica madre,

lo so, casa tua non è un Carnevale di Rio. Dalle tue parti la vita è più una corsa sulle montagne russe, alti e abissi in ventiquattro ore. Una vita al pantoprazolo, altro che dove c’è Barilla, c’è casa.
Hai scelto di mettere il depuratore al rubinetto dell’acqua della cucina. IL DEPURATORE AL RUBINETTO. Questo spiega in tre parole la situazione attuale della tua esistenza: sei desolatamente sola e non importa quanto le persone che ami ti dicano il contrario, la verità è che sei così sola, da essere l’unica che poi dovrebbe portare la cassetta d’acqua a piedi, su per le scale.
Sei quella che pianifica di aspettare che tua figlia si addormenti per guardare un film o la tua serie preferita che in qualche modo misterioso, sei riuscita a scaricare, poi arriva sera, con lei il silenzio e tutto quello di cui hai voglia, è piangere in santa pace, senza paura di essere vista. Grossi, iper salati lacrimoni che bruciano. Anche stasera guardi il film domani, vero?
Hai finito da tempo immemore di guardare alle pubblicità con disappunto, a te non riguarda affatto quello che accade nella giungla della Pavesi dove il peggio che può succedere è la visita della suocera vestita da pelle di leopardo. Non sai cosa significhi aver un rapporto speciale con l’Ace pavimenti, perché il massimo del tempo che dedichi alla casa, è la lavasciuga della Folletto.
Cara amica, lo so anche oggi ti è toccata la sveglia, i pianti per la scuola, i capricci per il cartone animato del mattino, le suppliche perché si bevano quelle due dita di latte e non fa nulla che tu non mangi latticini e assumi il calcio dalla frutta secca, il tuo modello materno inconscio, ti impone che il latte sia la vera fonte di calcio e in fondo, chi sei tu per contraddire la voce interna di tua nonna che lavora di sgretolamento di maroni anche dalla tomba? I genitori si sa, e quindi i nonni peggio, lavorano anche da morti. Amen, che latte sia. Veronesi sa una sega, meglio nonna.
Amica, le conosco anche io le crociate per la mise del mattino, che “sotto il grembiule conta, mamma”!
Sei quella che nei giorni di festa terrorizza la figlia, raccontando storie di apertura scolastica parziale per i bimbi che fanno i monelli.
Sei quella che alle quattro del pomeriggio, ovvero, dieci minuti dopo l’uscita da scuola, si domanda: “è troppo presto per bere”?
Il momento più intenso della tua giornata è quando alle sette di sera metti in tavola la cena al tuo piccolo umano e tu, ti versi da bere. L’ora felice di mamma, la chiami. Tutto in perenne solitaria.
Sei la solita donna di sempre, eppure non ti trovi più. Ti avevano detto che sarebbe passata, che avresti imparato ad accettare che quella persona lì, quella che ti aveva accompagnato fino al test di gravidanza, sarebbe tornata. Ti avevano assicurato che il cervello sarebbe tornato ai funzionamenti di un tempo, alla vivacità, alla curiosità, alla giovialità del voler conoscere tutto del mondo e, invece, ti ritrovi stanca al solo accendere google earth. Certo, oggi a distanza di qualche anno dalla tua pipì su quello stick, le capacità mnemoniche sono rientrate negli standard di coloro che non hanno subito traumi alla corteccia cerebrale, anzi, se guardi bene, oggi il tuo cervello è una macchina complessa stupenda, piena di nuovi optional, prima sconosciuti: dal multitasking alla capacità di ritrovare una scarpetta di Barbie in un mare di micro oggetti mal riposti in una gigantesca cesta giocattoli, alla sorprendente capacità di ricordare ogni singolo nome di non una, ma quattro serie di LOL. Tutto questo però ha un prezzo. Che fine ha fatto la tua capacità di ricordare interi periodi di Anna Karenina? Tornerà, ti dicevano e invece, la tua capacità di leggere e ricordare deve essersi persa tra le righe dell’ultima lettura di storie della buona notte ed è per questo che a tua figlia tu non leggi fiabe, ma miti greci. La maternità è per te come un interminabile corso di studi al CEPU della tua città.

Tuo figlio è lo spartiacque della tua esistenza: quando eri te stessa e quando hai smesso di esserlo. Guardi alla metà di te stessa mancante con uno strano disincanto, che una pensa tu abbia compreso che quella grande assente non tornerà mai più e, invece, eccoti lì “aspettando, Godot”. La maternità ti sembra un concetto chiaro, eppure, non applicabile alle tue capacità di essere umano e più la tua prole cresce, più la tua incapacità si palesa e, allora, paradossalmente, in quegli attimi di sgomento, rientri nella tua vecchia pelle di umano non amabile. Ti riconosci, non è vero? La curva del sorriso contrito di chi sbatte in faccia alla vita la sua forza e poi, invece, crolla ad ogni caduta.
Hai voluto fare l’eroe, ancora una volta. Non è vero? Quella che, io sono madre, padre, amica e all’occorrenza Dio e oggi? Oggi sei nel caos e sei dannatamente stanca. Nemmeno a questo giro sei stata in grado di comprendere che tocca chiedere aiuto. Che il mondo non crolla se ammetti di non essere il mago di Oz.

Sei madre. Questa frase ti ha spaventata così tanto, che oggi, ti definisce nella tua totalità e mentre il mondo ti guarda e vede una specie di dea che ha creato un altro essere umano, un vero super eroe con il potere eccitante di dare la vita, di portare al mondo il nuovo, tu invece, ti guardi e pensi: tutto qui quello che sono? Dove sono andati a finire i tuoi sogni? E li rincorri senza sapere più cosa diamine cerchi. Allora trascorri il tempo a domandarti chi sei? Sei in una nuova spaventosa adolescenza con contorno di tempesta ormonale. Il ciclo si accorcia e la vita si accorcia solo che tu non senti il tic tac dell’orologio biologico, ma quello dei tuoi fallimenti. Quelli lavorativi, quelli sentimentali e quelli personali. La frustrazione ti spinge al patetico giochetto del condizionale “se non avessi scelto la strada impervia…” e tutti intorno a te, ti sembrano dannatamente felici nei loro matrimoni ammaccati e nelle loro case che profumano di cena. Non è così amica, sono solo comodi. Non tutti, è chiaro. Alcuni lo sono davvero, innamorati, ma non di quell’amore che tu credevi possibile. La scelta, infondo, è tutta lì.

Vedi, amica, io lo so perché sei qui, sono come te. Sei un’inguaribile romantica. L’amore per te è quello assoluto e non ha nulla a che fare con la procreazione, o meglio, è solo, al limite, la ciliegina sulla torta. Tu vuoi un uomo che voglia te, la donna che sei. Vuoi un amore fanciullesco direbbe qualcuno. E così sia. La verità è che se volevi l’amore borghese dell’amarsi a metà solo in caso di fecondazione, allora, restavi con tuo marito. Forse il tuo destino sarà di restare sola, o forse, un giorno sarai ricompensata per tutto il male che ti sei fatta e quell’amore che desideri arriverà, è puro gioco d’azzardo, all-in.

Eppure amica, non è questo il punto. Non è l’amore il punto. Hai fatto scelte complesse, perché sei un essere complesso ed è per questo che il tuo essere mamma, non segue sentieri regolari. Non puoi aspettarti di essere “diversa” e poi avere un ménage familiare “normale”. Non puoi aspettarti di essere quello che sei e poi pensare di avere un figlio che rientri nei canoni tradizionali di bimbo. Tuo figlio è come te. Tuo figlio è te. È l’estensione del tuo battito cardiaco, del tuo cervello e della tua stessa sensibilità. Tuo figlio, è una creatura meravigliosa, che segue strade impervie come te e il tuo unico compito, è accompagnarlo e sì, è un compito duro. A volte troppo, ma è anche il viaggio più straordinario che tu possa mai fare. Per ogni pianto versato in silenzio, nel buio della tua casa, quella casa che spesso sembra un a prigione, c’è una carezza, un bacio, un sorriso, una nuova scoperta di tuo figlio. E allora amica, va bene così. Perdona te stessa, per non essere quello che tu credi che il mondo e tuo figlio si aspettavano tu fossi e sorridi. Perdona te stessa, per tutti i drammi, i traumi e i problemi che credi di arrecare a tuo figlio e ricordati che la vita è fatta di tanti traguardi non uno solo e che quelli che oggi ti sembrano bambini più equilibrati, solo perché hanno mamma e papà sotto lo stesso tetto, probabilmente, domani saranno adulti che non saranno in grado di combattere per l’amore e si lasceranno andare al più facile e rispettabile compromesso del creare una vita insieme su basi troppe volte, inesistenti. Non lo so. Forse sarà così, o forse, tuo figlio condividerà le stesse nevrosi di tutti gli altri. Magari di più, in fondo, è tuo figlio. La verità che mi pare di aver colto in tutto questo casino della genitorialità, è che qualunque cosa tu scelga di fare, alla fine, sbagli e allora, magari, vale la pena di ridimensionare le tue ansie, amica. Forse, l’importante è l’essenziale e l’essenziale, dovrebbe essere, preoccuparsi di non crescere un serial killer. O sbaglio?

E per quello che riguarda te, amica, versati pure da bere non è stasera che cambierà la tua vita. In realtà non deve nemmeno cambiare. Devi darti tempo. Hai scelto di amare, allora ama, fallo con il cuore.

Il tuo cuore batte circa centoquattromila volte in un solo giorno. Sembravano di più, non pensi? Ogni singolo battito del tuo cuore è prezioso, non devi sprecarlo in inutili paragoni con il resto del mondo. Tu sei unica e unico è il battito del tuo cuore. Un ritmo inimitabile. Seguilo.
Ognuno danza col suo cuore, anche tu.

Con amore,
Michela

PS Buona fine dell'anno scolastico. Ora saranno cazzi, ma quando i giochi si fanno duri, le dure cominciano a giocare.