sabato 16 febbraio 2019

Di pinguini e dell'esercizio del qui e dell'ora.

Degli animali invidio la totale assenza nelle loro coscienze del concetto di tempo.
Da qualche parte, ho letto che i pinguini si accompagnano nella stessa coppia per tutta la loro vita e, per tutta la vita, intendo fino alla loro morte. È una scelta naturale. Loro non pensano al per sempre quando si scelgono. Non pianificano di trovare un lavoro, di sposarsi, accendere un mutuo ventennale per una casa in cui, poi, fare figli. Nulla di tutto questo. Loro si prendono per la pinna e incedono nella vita con il loro passo sbilenco. Magari qui e lì, capiterà ad uno dei due di scivolare. Forse sarà la signora Pinguina a cadere per prima, nel tentativo di farsi rassicurare d’essere amata, diventerà ossessiva, o, magari, signor Pinguino non noterà quanto sia lucente il manto di signora Pinguino, merito dei chili di calamari ingeriti. Crudi. Lei mangia calamari, crudi per essere la pinguina più bella per il suo pinguino e lui, nemmeno a dirlo, non lo nota. Tipico. Vero, amiche? In ogni caso, non conta. Alla fine, inesorabilmente, uno dei due ferirà l’altro e, tuttavia, resteranno insieme. Cammineranno l’una accanto all’altro, senza pensare a come sarebbe stato SE.
Se avessero scelto un altro pinguino.
Se avessero scelto un’altra rotta.
Se avessero colto il giusto momento.
Non esiste un altro pinguino, altra rotta e momento giusto. I pinguini si amano nell’ora, nel qui. Non è forse questo il punto?
Qualcuno potrebbe farci notare che, noi non siamo pinguini, non è, piuttosto, questo il punto?

In questo momento di profonda metamorfosi, ho capito che il mio problema risiede nella consapevolezza. È un’idea che mi ero fatta già da tanto, ma in qualche modo, riuscivo solo ad intravedere i contorni del problema, procrastinando a domani il più arduo compito di osservare, capire e risolvere. Ho dovuto perdere ancora un pezzo per capire cosa mi stesse accadendo.
Ho dovuto perderti, per capire che era il mio tempo questo, per fermarmi.
Non posso dire di essere una donna nata sotto un cattivo karma, ma quello che ho capito e che sto scegliendo di risolvere, è la mia tendenza a crearmi l’Inferno in terra. Perché? Perché, come la stragrande maggioranza delle persone di mia conoscenza, vivo come una trottola impazzita, nell’illusione di dover raggiungere più mete di quelle che una persona sana di mente, dovrebbe prefiggersi e nell’ubriachezza sensoriale che renda impossibile guardarsi dentro. Ho vissuto tutta la mia vita fino ad oggi, nella nebbia e, anzi, ancora peggio, ogni qual volta la nebbia si diradava per effetto di una buona azione ricevuta o di una più classica botta di culo, io ero lì pronta a rimescolare le carte. A riorganizzare il caos. Che perversione, vero? Certo, raccontando a me stessa che ero perfettamente a mio agio nel caos, che mi piaceva vivere così nel disordine mentale ed emotivo e, quindi, in quello puramente pratico della vita, della casa e, in fine, della famiglia. Certo, dentro me (come in ognuno di noi) c’è stata per parecchio tempo una vocina che cercava di dirmi “cosa diamine stai facendo”? ma per citare un inglese molto più profondo, saggio e poetico di me: ho una sorta di alacrità nell’andare a fondo. Nessuno la mette a tacere con la mia maestria. O forse, sì? In fondo, vedo gente fare delle scelte chiaramente errate ogni giorno, totalmente e irrimediabilmente scorciatoie per il dolore e loro, comunque, le imboccano. Chi sono io per giudicare? Io non giudico. Mai. Il giudizio in me è stato sospeso dalle innumerevoli leggerezze commesse in trentasei anni di vita.

Ho vissuto più o meno comodamente nel caos, nascondendomi poi, dietro frasi di questo genere: non ho idea di come io sia arrivata a fare questa scelta. Ecco, sì questa è una frase che chi mi conosce, mi ha sentita dire almeno una centinaia di volte, tanto che chi mi vive accanto spesso mi ha chiesto “scusa, ma eri per caso ubriaca”? Non lo ero. Magari, a volte, mi ha potuta aiutare un goccio, o un litro, di prosecco, lo ammetto; sono una che il Signore l’ha generata con la resistenza all’alcol di un giocatore di rugby di cento chili. La verità è che la sensazione era quella. Mi è sembrato spesso di essere ubriaca nella vita, perché tutta la vita sono stata una che le scelte non le ha mai calibrate. M A I e gente, lasciate che vi porti la mia esperienza, ve la butto giù semplice: NON VA UN CAZZO BENE. Lo so tanto che, come è noto, non servirà perché siamo nati tutti col diritto all’errore incorporato: sbaglio 2, il karma mi punisce per 3. Fino a quando mente e cuore non sono della stessa idea, amici STATE FERMI.

Non posso parlare per tutti ovviamente, ma posso farlo per me e per quelli come me. Non mi stancherò mai di ripeterlo: le tracce della nostra infanzia restano indelebili nella nostra vita da adulti. Anche quando siamo lontani decina di migliaia di giorni e di chilometri da quel passato e, anzi, tanto più lo si nega, tanto più ci tormenta. Non siamo pinguini, no. Siamo esseri umani dalla coscienza dannatamente strutturata ed è per questo, che tu hai lasciato la mia pinna, la mia mano, pardon!
Ad esempio, oggi so meglio di quando ti ho incontrato, quali processi perversi e maniacali io inneschi quando mi innamoro e devo ringraziare te e l’amore che ti porto per una benedizione così gigante come la consapevolezza di me stessa. O, almeno, un principio di consapevolezza.
Il mio è un loop anche banale, ecco svelato l’arcano del dolore. Il dolore esiste e nella sua esistenza è dannatamente banale, appunto. Lo viviamo tutti secondo la medesima scala di intensità.
Mi manca che fa male. Quante volte lo hai detto? Mi manca da morire! Sbagliato! Ti manca da vivere, perché se eri morta non la sentivi la sua mancanza. Il dolore è vita. Esso è connaturato alla vita stessa. La vera svolta, l’unica, vera trasgressione, è accettare che il dolore esista, capirne la sorgente, farlo cessare e liberarsi di lui sulla base di un patto semplice ed equo: do ut des. Ti lascio vivere e tu, non mi uccidi.
Invece, ecco la Michela che hai conosciuto tu cosa faceva:
non sono degna di essere amata perché papà non mi amava quando ero piccola--- innesco la paura dell’abbandono che, poi, diventa terrore ---- il terrore innesca l’autodifesa---- l’autodifesa imbruttisce e genera rabbia---- il piccolo Pikachu che mi hanno raccontato tutta la vita io sia, dà sfogo ad una tempesta di rabbia. Tipo tempesta di sabbia, mentre sei nel bel mezzo del deserto del Gobi. Quel genere di tempesta di sabbia. Non è semplice sopravvivere ad un muro di sabbia che ti viene incontro. L’unica cosa da fare è rimanere fermi, coprire la bocca e cercare un punto elevato in cui cercare riparo.
Così funziona il cervello di una con la sindrome di abbandono. Ti respingo e ti vomito addosso la mia rabbia con una forza tale che te ne andrai. La magia è quando rimangono e ti dimostrano che non hai bisogno di autosabotare la felicità. Restano. Una sola parola. Restano. Che suono divino, non è vero? A volte però, nemmeno restare basta. Tu, ad esempio l’hai fatto. Sei rimasto e io ti ho calpestato, perché nemmeno vederti lì accanto a me, dove volevo tu fossi, mi bastava. Ti volevo lì pronto a dire le parole che volevo sentirmi dire e tu non le volevi dire; ne avevi il diritto.
Amare è saper ascoltare anche quando non si parla. Se c’è una cosa che la nostra rottura mi ha insegnato, è che deludersi reciprocamente è un diritto per pochi eletti, ma è anche l’unica reale forma di amore.

Mi sono domandata cosa dovessi farmene di tutto questo dolore al centro del petto.
Ci sono giorni che penso di aver smesso di soffrire per te, mi dico che il segreto è respirare. Inspiro, espiro, inspiro, espiro, forzo un sorriso. Inspiro, espiro, inspiro, espiro, piango di nuovo.
Altri giorni in cui mi sveglio piangendo e poi, durante la giornata, durante i pianti che arrivano all’improvviso, scopro che non piango per te. Piango perché, finalmente, quella vocina che ho messo a tacere fin dalla più tenera età, ora, dopo la devastazione che ho lasciato dietro me e te, mi parla di nuovo, la sento forte e chiara, dura sempre troppo poco e spero con l’esercizio e la disciplina di riuscire ad imparare a ritrovarla ogni qual volta ne avrò bisogno.
E poi c’è il cuore che fa male. Oddio, se fa male. Ho capito che il mio cuore ha questa strana capacità di gonfiarsi di dolore fino quasi ad implodere nel mio torace, ma poi in qualche modo si sgonfia. Anche il vostro?
E ho capito che respingere l’amore che ho per te è una contraddizione in termini. Non si può smettere di amare perché si vuole essere amati, non credi? Amare è dare. Dare, dare e dare. Ricevere è una parola che non ha nulla a che fare con l’amore.
Quindi, ecco il mio piano. Io resterò qui, ferma nel mio incondizionato amore, che nessuno, te compreso, capisce, ma che a me è sempre più chiaro. Disciplinerò me stessa ad essere la donna forte e indipendente che so di essere e procederò col mio passo sbilenco nella mia vita, inondandoti da lontano del mio amore, a pinna tesa.
Spalancherò la porta sul mio cuore che tenevo socchiusa e forse tu rientrerai, o entrerà il sole, o magari, entrerete entrambi e sarà come deve essere: io e te, pinna nella pinna, a passo sbilenco nel mondo.
In entrambi i casi, ci sarà il sole ed avrò un buon motivo per sorridere.

lunedì 26 novembre 2018

Della vita che cambia. Storia di Penelope e dei suoi ricami.

“In greco, ritorno si dice nóstos; álgos significa sofferenza. La nostalgia è, dunque, la sofferenza provocata dal desiderio inappagato di ritornare”.
Milan Kundera (l’ignoranza)


È forse questo il sentimento che mi accompagna da così tanto tempo? La nostalgia di me, il non vedermi più tornare? Quanto tempo trascorso col passo del gambero alla ricerca dell’altro capo del filo? Un’instancabile Penelope. Qualcosa che potesse finalmente colmare la voragine al centro del mio petto. Quel vuoto che troppe volte ho temuto di non saper dissimulare. Ha il male di vivere. Così dicono di me e, diamine, magari fosse stato davvero solo questo. È una ragazza fragile. È una donna perennemente depressa, ma che le mancherà poi? Quando, al limite, siamo represse, non depresse che poi è peggio.

E la vita nel frattempo si snoda nei dettagli di uno scadente film, mentre tu da fuori ti guardi brancolare nei medesimi errori di sempre senza capire perché.
-un’adolescenza lampo
-una laurea buona, ma non buonissima
-un matrimonio, ottimo, se solo la protagonista fosse certa di volersi sposare
-un lavoro sbagliato, il più sbagliato possibile
-la maternità, il caos e il suo delirio, l’amore, il divorzio.

Un susseguirsi di cliché banali. Vero? Ti ci rivedi anche tu, non è così? Casino più, casino meno. Cosa c’è in questo susseguirsi di eventi tipici della vita umana che non va? Perché tu, invece, non riesci a tenere il passo? Tu che hai trascorso anni a vivisezionare ogni singolo ricordo della tua esistenza. Tu che i tuoi traumi li conosci uno ad uno. Spesso passeggi con loro, li tieni per mano. Tu che conosci il nome di ogni emozione repressa, tu che non le lasci esplodere nelle tue relazioni perché i mostri sono i tuoi e li gestisci tu. Sola. Tu che la vita è meglio in terapia così non rischi di distruggere gli altri con le tue frustrazioni. Proprio tu, non ti incastri, nelle giornate che ti ritrovi a vivere e il motivo, ragazza mia, è semplice. Paradossale sì, ma semplice. Non hai la minima idea di chi tu realmente sia. È per questo che sei così vagabonda. È per questo che oscilli in un moto infernale da una vita all’altra. È per questo, che il tuo amore è una donna di cui hai paura. Perché lei è te più di te stessa, la versione indomita di te. Apparentemente, amica, la vita che hai fino ad oggi vissuto, con i demoni, i mostri nel cassetto e i sogni sotto al letto, non ti ha insegnato nulla di importante. Il castello di carte della brava bimba che hai imparato ad essere era, appunto, carta straccia e ora, come farai? Ora, che hai gli occhi aperti sui cumuli delle tue bugie sapientemente ricamate sulle scelte più inconsapevoli e folli possibile, cosa hai intenzione di farne di questa vita qui?

Passo uno: comprendi che la vita è la tua. Tua non è un aggettivo possessivo come gli altri. Pronuncialo piano, a bocca piena di te e, prenditi la responsabilità della tua vita. Di ogni suo aspetto.
Passo due: la felicità è una conseguenza, non una meta. Piantala di agire secondo la logica del faccio questo così rendo felice chi mi circonda. Non esiste sillogismo più perverso. Le perversioni, tienile dove servono e basta. Vivi assecondando la tua natura e la felicità arriverà e se non lo farà, ma tanto lo farà, hai sempre tutto il vino che vuoi!
Passo tre: ricordi tutte le virtù che ti hanno fatto esercitare perché una brava ragazza si comporta così? La buona educazione, la generosità, la bontà, la solidarietà, il garbo, la classe ad ogni costo? Ecco, amica, prendile e buttale via dal tuo viaggio, tieni con te solo il coraggio. È tutto ciò che la vita ti richiederà. Il coraggio.

Abbi il coraggio di essere chi sei e null’altro.
Abbi il coraggio di rischiare, anche quando sai che ti farai piuttosto male.
Abbi il coraggio di cambiare. Fallo il più spesso possibile. Non ascoltarli quelli che ti rimproverano di non saper vivere in maniera adulta la routine. Sì, è vero, non lo sai fare. Evviva Dio! Sei come il vento, prova a prendermi se ci riesci!
Abbi il coraggio di amare. Ama, come ti viene richiesto lì, alla bocca dello stomaco, perché bimba, è nello stomaco che risiede la verità, non nelle categorie mentali. Ama lì, nel posto sbagliato, al momento sbagliato, la persona sbagliata perché domani scoprirai che quello era il posto giusto, con la persona giusta nell’unico momento possibile.
Passo quattro: cancella la nozione di tempo dalla mappa del tuo viaggio. Il tempo non esiste. È un’umana invenzione e in quanto tale, imperfetto, ed è suscettibile di cambiamenti e miglioramenti. Tu resta nel tuo tempo. Il tuo ora. Lo so che il mondo fa chiasso e tu devi trovare il silenzio, ma ascolta il tuo orologio. Il segreto, amica è respirare. È così che trovi il passo giusto. Il tuo tempo, il tuo viaggio, la tua vita. La tua felicità.

Esci dal tuo cantuccio, quel posto così comodo costruito in meticolosi anni di battaglie. Spogliati tutta e, quando sarai completamente nuda, osserva bene chi resta e chi va, ma presta l’occhio anche a chi arriva, non perché il nuovo sia meglio del vecchio, spesso non lo è, ormai lo sai, ma perché fino a quando manterrai lo sguardo altrove, saprai di andare nella giusta direzione. Non dietro, non accanto, neppure oltre, solo altrove. Nei tuoi luoghi.

E, infine, amica è il momento del quinto passo: la violenza peggiore per quelle come noi, eppure, è il vero passo del cambiamento. Impara che le parole, non sono le armi letali che credevi. Le parole, persino le tue che credi di usarle tanto bene, sono solo petali nei nostri cannoni. Siamo ciò che facciamo, non quello che diciamo che faremo. Per questo motivo, goditi la musica inebriante del loro suono, poi però piega le parole ad un’azione. Se le parole di chi ami, sono belle ma non sono seguite da un’azione, anche irruenta, anche eccessiva, tu, quelle parole, lasciale cadere nel vuoto di chi le ha pronunciate e passa oltre.

Vedi amica, non c’è modo di fermare la vita. L’unica cosa che puoi fare, è sederti in silenzio. Respira. Lenta. Tutta l’aria che puoi.
Shhh! Ascolta la vita che accade, amica.

Senti che bel rumore.

Michela


giovedì 1 novembre 2018

Sotto pelle.

Sotto questa pelle che tutti toccate, si nasconde un’altra Michela. La sento sgomitare per emergere.
È indomita, irrequieta, perennemente in tempesta. Beve a grandi sorsi la vita come fosse Scotch finemente invecchiato, brinda con fiducia a ciascuno dei suoi insuccessi. Sa che solo questi, la porteranno alla meta. Qualunque essa sia.

Se elimini uno strato, trovi un’altra Michela. Ha da poco superato i trenta. Ha sposato il suo più caro amico, perché sapeva di casa. Aveva sperato che questo bastasse a crearne una che fosse nuova e solo sua. L’aveva arredata con amore e vi aveva messo dentro una bambina meravigliosa. Non aveva tenuto conto che quella bambina, sarebbe diventata presto il più impietoso degli specchi e avrebbe finito per ricordarle ogni singolo giorno, la menzogna che viveva in quella casa. Non era casa sua. Nemmeno quella lo era. Da allora ne cerca una.

Se scavi ancora, ne trovi un’altra. Non ha ancora trent’anni. È innamorata più dell’amore che di un uomo in particolare. Ad ogni nuova storia, non riesce a spiegarsi come sia possibile arrendersi all’idea che lui sia quello giusto, se poi deve spiegargli come fare ad esserlo. Non lo sa ancora, ma lo farà altre svariate decine di volte. Spiegare se stessa. Giustificare se stessa. Per essere amata. Altrettante volte, scoprirà di non esserlo mai stata. Per questo, forse, non si spiega più.

Al di sotto di quella Michela, ce n’è un’altra. Non sa ancora quanto disincanto sia capace di provare la sua mente. È, invece, all’estenuante ricerca della stabilità e, in quell’unica parola, ha racchiuso la ricerca intera della sua felicità. Vuole una famiglia che non sia sgangherata, dove si parli solo a bassa voce e ci si abbracci tutto il tempo. Sogna una casa inondata di luce, di avere il pollice verde e di saper cucinare la lasagna con la stessa familiarità con cui è in grado di bere tre shottini uno dietro l’altro. È una alla quale, la vita ha insegnato a reggere bene l’alcol, non a mantenere in piedi l’amore. A periodi alterni combatte con le altre per far sì che i suoi sogni non finiscano nel dimenticatoio. È, forse, la più sottile tra loro, ma anche, l’unica che non smette di sgomitare. Mai.

Un sottilissimo strato al di sotto, trovi un’altra Michela. Ha poco più di tredici anni e aspetta che suo papà e i suoi fratelli tornino a prenderla. È furiosa, brucia le tappe e si vende al mondo. Non le interessa l’amore, le preme essere raccolta. Che siano quelli sbagliati a farlo però, così che la fuga si mantenga sempre semplice. Negli anni, ha affinato l’arte della fuga e ad oggi, nessuno è ancora riuscito a prenderla.

Al di sotto di tutti gli strati, risiede la Michela che scrive. Lei è libera da legacci familiari, dagli schemi sociali, libera dalla morale che le altre non comprendono, eppure, seguono, libera finanche dalla fisicità e vive nei cuori di tutti quelli che la leggono. Sa di poter dire di sé che possiede solo tre cose, una figlia, un cane e la scrittura e, in verità, tanto le basta. È selvaggia, perennemente innamorata. Lei danza con i lupi ché non teme lo scontro fino a che le resteranno pagine da riempire.
È la Michela del nucleo, quella dello strato basale, le tiene tutte strette al cuore, le dirige in questa vita che troppe volte si complica. Litiga spesso con ognuna di loro, e ad ogni pace fatta è un nuovo strato e una nuova Michela. Le stringe la mano e gentile le sussurra:
“Benvenuta, quando avrai finito riconsegnami la chiave e chiudi la porta sul mio cuore” poi con sguardo serio aggiunge “E, per favore, sii più gentile con la prossima te”!



Michela


domenica 28 ottobre 2018

L'amore al circo.

La vita sentimentale dopo il divorzio è una giungla. Uno crede che dopo aver messo fine a un matrimonio, ad una promessa di eternità che avevi scomodato persino Dio a testimoniare, dopo aver distrutto una famiglia, dopo aver platealmente fallito nel più banale dei concetti dell’età adulta: restare fermi, tu abbia capito il segreto per affrontare la vita, tranne poi scoprire che non ci avevi capito una sega. Nemmeno a questo giro di giostra.
Ti ritrovi, quindi, a quaranta anni nel mezzo di una vita che assomiglia sempre più al momento in cui aiuti tua figlia di sei anni a fare i compiti di scuola e lei non riesce a star seduta. Un dondolio incessante con picchi di noia altissimi, seguiti da inevitabili momenti di distrazione e l’incapacità a fermarsi.
Non puoi, non vuoi star ferma, perché non vuoi, non puoi guardare al tuo dolore.
Quello che puoi fare è ingranare la marcia e lanciarti nella mischia; una mischia che vista da fuori sembra divertente e che, invece, nella maggior parte dei casi nasconde frustrazioni e confusioni peggiori di quelle che vivevi durante l’adolescenza e, in effetti, dicono che i quaranta siano i nuovi venti. Il cuore ragiona con la logica dell’adolescenza, l’ormone anche, ma il cervello è pur sempre quello di un adulto con un nemico enorme dalla sua: il tempo ed è, forse, questo il conflitto peggiore. Almeno un adolescente innamorato, ha il tempo dalla sua. Il tempo di amare, il tempo di pensare di capire per poi scoprire di non poter mettere logica al cuore, mai, nemmeno quando sarebbe auspicabile al mantenimento della tua stessa integrità. Un adolescente ha il tempo di aver paura della solitudine, noi no. Al contrario, abbiamo scoperto quanto sia preziosa la solitudine. Noi che fino a poco tempo fa, pensavamo saremmo morti di solitudine e i nostri vicini lo avrebbero scoperto dopo giorni, solo per la puzza della decomposizione del cadavere provenire dall’interno del nostro appartamento, ora, invece, siamo quelli che si sta meglio soli con le proprie idiosincrasie, piuttosto che nella posizione in cui devi convivere e tollerare i difetti di un altro, eppure siamo qui che vogliamo innamorarci, vogliamo farci male. Vero? Siamo una banda di nevrotici o cosa?

L’amore è un vizio che fa male. Se vivessimo in una civiltà più evoluta lo venderebbero in sigarette la cui confezione recherebbe il monito L’AMORE UCCIDE, invece, ci lasciano come mine vaganti nella consapevolezza che stiamo facendoci male, al freddo, fuori un bar fino all’ultimo tiro.

So che molti di voi sanno di cosa parlo. Il brutto del divorzio, della separazione, della rottura, non è l’ovvietà del mettere fine a un amore. Non c’è nulla di più morto di un amore morto. Fatto il funerale, sei in grado di ripartire. Il problema non è nemmeno il dolore che rechi ai figli, semmai è un’aggravante, ma per lo meno, verranno su con la consapevolezza di avere genitori umani ed imperfetti o questo è ciò che ci raccontiamo.
Il problema del post divorzio è mettere ordine in te, è scoprirsi incapaci di restare, perché quel divorzio, quel documento che dice “fine” al tuo matrimonio, sancisce un confine, una linea invisibile che non vuoi più, mai più valicare. È questo che ci impedisce di restare? Non lo so.
Restare è l’unità di misura dell’amore adulto e nessuno di noi, è più capace di farlo.
Ci potete riconoscere, mano in tasca, drink in una mano e piede in posa di fuga.
Siamo casi umani nel circo di paradossi.

C’è quello che lo trovi fuori un bar ed è la nota stonata. Chiaramente in un luogo alieno al suo originale progetto di vita dove regnava l’ordine e che ora, combatte l’ira nei confronti del fato, della vita, della moglie, di se stesso, per essersi concesso di arrivare fino a dove si trova oggi. Annaffia il tutto con un paio di Spritz di troppo. È un uomo che sa bene di essere solo di passaggio in questo tendone. Sa che quando avrà imparato a domare i suoi leoni, avrà perso l’interesse per il carrozzone di artisti circensi.

C’è quello che per superare l’onta dell’essere stato abbandonato, deve misurarsi con tutti. Con se stesso, con l’amico che le aggancia tutte, con la palestra, con la capacità di bere come avesse ancora venti anni. Lo guardi e sembra leggergli in volto che ogni piccola vittoria, ogni tacca aggiunta alla sua cintura, è una manifesta metafora dei ceffoni che vorrebbe dare alla ex. Ma è un pagliaccio, non perché faccia ridere, ma perché dei clown porta la medesima malinconia.

C’è il sovversivo. Diamine lui ti confonde. Lo capisco. È uno che ha attraversato il dolore. È uno che lo vedi e ti sembra vada in giro con un cartello che dice danneggiato, maneggiare con cura. Lo guardi e ne vedi i fantasmi, sai che lui ti guarda e vede le stesse, identiche cose. Due matti che girano il mondo a volto scoperto, cercando di proteggersi come possono. Quello che ha sovvertito le regole del dolore. Che si è fatto male e che sa che d’amore non si muore. Lo sa per certo. Per questo è così pericoloso. Che tu vorresti correre ad avvisare le donne nel raggio di chilometri. Scappa amica, non ti far trascinare in un turbinio che già sai vi consumerà entrambi. Ci sei già stata lì. Lo sai com’è. È un escapologo, si libererebbe anche di noi amica, e noi siamo troppo in là per queste guerre strategiche. Per questo, resta dove sei e non ti muovere. Lascialo a quelle che hanno bisogno di dimostrare quanto sono sirene.

Poi c’è quello che si trova una donna sulle ginocchia e tanto basta. Lui si commenta da sé. Prova a chiedergli il nome di quella donna.
Il sempre verde Peter Pan che ancora si crede un figo e che, invece, fa desolatamente ridere. Lo riconosci amica, non è vero? Pensa, c’è ancora qualcuna così tonta, da credere di essere in grado di cambiarlo, perché lui aspettava solo lei e il suo amore!

Maschi e femmine, quarantenni e giù di lì.
Le donne. In quello stesso tendone da circo, ci siamo anche noi, travestite da teenager solo con i muscoli che si arrendono alla forza di gravità. L’ultima volta che eravamo andate a in discoteca c’erano i roboanti anni 90 con la loro musica commerciale, ora si balla la Trap e fingiamo di sapere di cosa si stia parlando. Ma che fatica, bimba! Come se dover vendere la parte giusta di noi, ogni giorno, al lavoro e nel mondo, non fosse già troppo.
Per noi, la storia è diversa. Lo sappiamo. La sottile linea tra il si vuole divertire e il è una mignotta, la conosciamo tutte. Non è vero? La solita vecchia solfa del se l’è voluto lei a prescindere.
Prima paga pegno perché hai la vagina, poi se ne riparla. Forse. Per noi, anche il tendone da circo è un posto difficile.

Tra di noi puoi trovare quella che ho fatto la moglie, ho fatto la mamma, ora tocca a me, qualcuno dovrebbe dirle che non toccherà mai a lei fino a quando non si concederà di conoscersi e che quel Campari finge solo di esserle amico.

C’è quella che mentre ti parla, è in posizione radar. Ho quaranta anni e circa duecento uova ancora attive. Amica, fanne una frittata. Ascolta il mio consiglio.

C’è quella che gioca a fare Desdemona e, in qualche modo, trova sempre un coglione, pronto a fare Otello.

Quelle che quaranta anni e un giorno, ma ancora al cesso insieme.

E, in fine, quella che combatte con tutte le sue forze, non il tempo che le rimane per procreare, quanto il tempo per trovare marito. Un continuo giro di mosca cieca per accaparrarsi un uomo che la faccia sentire meno sola.
Lei non lo sa, ma la solitudine, è una condizione della nostra mente.
Sono stata sola la maggior parte della mia vita e i momenti durante i quali mi sono sentita più sola sono stati, sempre, quelli in cui ero in coppia perché, cosa c’è di più triste del condividere lo spazio fisico della tua vita con un essere umano col quale non condividi l’unico spazio reale, quello mentale? È per questo che io nel mio spazio mentale non faccio entrare nessuno. O quasi. Ci provo almeno, anche se di tanto in tanto, qualcuno è in grado di insinuarsi nella mia mente, di norma lì iniziano i casini, amici. Una volta l’ho aperto ad una donna. Ho pensato che sarei stata al sicuro con lei perché, appunto, era donna e insieme avremmo indossato le nostre lenti da donna e avremmo guardato al mondo mano nella mano e, invece, ha pensato bene di pugnalarmi dritta al cuore. Quindi, ho creato un post it gigante e l’ho appeso alla porta del mio cervello, appena dietro la sezione sogni e progetti, tra la voglia di scrivere e l’incapacità di farlo, recita NON FARLI ENTRARE, a caratteri cubitali. Fino a quando non comprenderò che il mio unico limite sono io, fino a che non capirò cosa fare di me stessa e della mia incapacità di fermare gli altri quando mi feriscono, fino a quando non smetterò di fornire a tutti le armi giuste per mettermi al tappeto, io quello spazio, lo terrò chiuso a doppia mandata. Questo non mi impedisce di innamorarmi. Ma mi impedisce di implodere ogni volta che mi innamoro. Perché se è vero che il mio cuore è indistruttibile, il mio cervello, invece, è la cosa più fragile che ho e devo difenderla.

Da qualche parte nel web, ho letto che il segreto per stare con qualcuno è mantenere lo stesso passo, non guardare nella stessa direzione, non rincorrersi, non mirare al medesimo traguardo. A giudicare dai like, in molti erano della stessa opinione. Non io, o meglio, non credo sia la visione che una donna divorziata, con una figlia e un cane all’attivo, possa mantenere sull’amore. Nella fase della vita in cui mi trovo io e nella quale siamo in molti, neppure mantenere lo stesso passo basta a trattenerci. Il percorso può anche vederci affiancarci, ma alla fine, inevitabilmente il mio passo o forse il suo, più spesso il mio, si fa più veloce o forse più lento (c’è poi una reale differenza tra gli opposti)? E sono convinta che, se non è mantenere lo sguardo nella stessa direzione e se non basta la condivisione di un’emozione (quest’ultima di certo no), allora è ancora la meta, l’unica cosa che conta. Il problema della meta è che, di solito, lì c’è un premio individuale, non di squadra, ad aspettarci.
Ecco, io della mia meta so molto poco, ancora. Non so se, ad esempio, sia una meta che ha necessariamente bisogno di una metà. Sono una che è abituata a viaggiare sola e leggera, allora forse, sono destinata a raggiungere da sola il traguardo e lì, forse, stringere la mano ad un altro corridore solitario come me, quando sarò grigia e vecchia. O magari, ci arriverò stringendo la mano che si posa attualmente sulla mia. So però che quel giorno avrò superato il mio stesso limite, avrò saputo sublimare la mia indipendenza e il mio bisogno di solitudine in valori aggiunti e avrò insegnato a me stessa e, quindi, a Virginia, che bastarsi è il più grande atto di amore possibile e insieme cammineremo, mano nella mano, mirando ad un altro traguardo, condivideremo la medesima emozione, partendo dallo stesso punto. Non ci rincorreremo, non ci aspetteremo, ma avremo lo stesso passo.

sabato 13 ottobre 2018

Sull'orlo di un precipizio, col sole in fronte. Ovvero: quello che mia figlia deve sapere sull'amore per se stesse.

C’è una crepa in tutte le cose. È da lì che entra la luce.
Leonard Cohen
(attribuita)

Ci sono chiusure che fanno più male di altre e porte che resteranno, invece, per sempre solo socchiuse su quel dolore muto che ti ricorda di non aver terminato la tua trasformazione.
Al mattino ci vedi filtrare la luce attraverso e, per un momento, pensi di essere tornata, ma in realtà lo sai di essere già altrove.
In cosa ci trasforma il dolore? In una migliore e più forte versione di noi? Nel noi 2.0? Come se, aver sofferto abbastanza, garantisse al nostro software un aggiornamento di sistema e lo rendesse migliore? Senza cadute di linea, sempre connesso. Senza bug. Liberi dagli errori di scrittura del nostro codice interno.
O, invece, il dolore ci rende meschini? Duri, egoisti perché, in fondo, cosa ci resta di umano tolta l’empatia?
Quando si può dire poi, che il dolore è stato abbastanza?
Su che scala di sopportazione devo basare il ragionamento? Sulla tua? Perché se partiamo dalla mia, ho paura che non smetteremo di soffrire.
Alcuni sostengono, con un guizzo della discussione particolarmente ironico che, il dolore rende ribelli. Avessi questa capacità di assolvere me stessa, vivrei di certo in maniera più leggera la mia vita. Nella realtà, non so da che parte sono. Ribelle? Forse, mi aiuterebbe pensare di me: Michela, hai attraversato le fiamme e ora sei nella resistenza. Sei una ribelle.

Chi non soffre di sindrome dell’abbandono, pensa che la cosa sia superabile con la presenza. Della serie, ci sono non mi vedi? Non me andrò mai. Tranne poi disattendere le tue aspettative quando, inevitabilmente, vanno via. Sebbene la capacità di restare, -da me riscontrata solo in due esseri umani (di cui una è mia figlia) e nel mio cane,- sia una dote che mi sorprenderebbe in maniera piacevole, non è con la presenza che si risolve la “cosa” come la chiamate voi per liquidare il disagio il più velocemente possibile, ché già abbiamo tanto da fare, ci manchi tu e le tue turbe psicologiche.
Se devo dirla tutta, a me piacciono le distanze da colmare, non ho bisogno di saperti fisicamente accanto a me per non nutrire il terrore che poi mi abbandonerai. Anzi, io devo stare sulla distanza per restare, altrimenti, scappo via in un perverso gioco inverso delle parti, per non concedere a te, l’oggetto del mio desiderio, di lasciarmi sola. È la vicinanza mentale, nel mio caso, a farmi sentire che ci sei. Questa, è una vicinanza molto rara e quando la percepisco, amo perdutamente.
Il vero casino con quelli come noi è che la paura di essere abbandonati, non passa mai, solo che negli anni, ognuno di noi trova il modo di farci i conti ed è allora, che diventi il supersayan della solitudine, a livelli talmente alti, da considerare la solitudine, un esercizio di contemplazione mistica.
Ogni randagio, sa di cosa parlo.
Alcuni sono diventati impenetrabili. Vero? Il cuore inespugnabile, trincerato al sicuro dietro anni di esercizio alla dura regola dell’orgoglio e dignità. Lo sguardo fiero che guarda già oltre, prima ancora di vederti. Vi conosco, camminate impettiti nella vita ché nulla può toccarvi. Siete forti, o volete farci credere così, siete audaci o incoscienti forse, siete quelli che al tavolo da gioco tengono banco.
Altri, adottano la filosofia di Forrest. Loro corrono e non si fermano. Sono in fuga perenne dalle loro vite perché, essere abbandonati ancora una volta è un’onta insopportabile.
Poi ci sono io e con me, altri milioni di persone, immagino.
Io sono proprio stronza. Cammino con questo cuore gigantesco sulle spalle in bella vista e lo regalo ad ogni creatura vivente me ne chieda un po’. Non ho paura di ammaccarlo. Certo, è frangibile, proprio come i vostri, eppure non si spezza mai. Si gonfia. Quadruplica la sua dimensione quando siamo innamorati e si ridimensiona quando ci feriscono, ma resta sempre lì: allo scoperto, ma in trincea. Sono un soldato dell’amore. Lo sono diventata in venticinque anni di abbandoni. Quando però qualcuno mi da l’idea di essere sul procinto di andare via, non è un gran problema per me. Ne prendo nota. Sento l’orgoglio bruciare che suggerisce al cuore di chiudersi, trincerarsi appunto e volare altrove. È un campanello d’allarme, avete presente? L’orgoglio mi dice di non perdermi, di non lasciare che la tua assenza sia un problema per la mia vita ed è per questo che, posso tranquillamente guardarti mentre ti porti via da me. Io posso restare a soffrire, perché soffro nel corpo e nella mente, ma non nel cuore. Puoi star certo, che quello è già altrove.
Il mio cuore è uno scudo scintillante, un diamante indistruttibile. È indomito e selvaggio. Non conosco un altro modo di stare al mondo, se non col cuore in mano, in piedi, sull’orlo di un precipizio. Alla luce calda del sole. Nella verità. Ad ogni costo. Questo mi rende impegnativa. L’ho accettato. Va bene così. Meglio questo, dell’apnea. Mi piace essere chiassosa, invece. Sbaglio tanto, sbaglio sempre, ma sono arrivata ai trentasei anni dura e pura e questo, mi racconta qualcosa di me. La vita è fatta di sentieri. Alcuni si percorrono mano nella mano con qualcuno. Non esiste un motivo reale. A volte, è solo che fare la strada in compagnia è piacevole. Tutte le mani che ho lasciato andare, appartengono a volti che posso guardare dritti in faccia, senza l’ombra della vergogna delle mie azioni, che pure a volte sono state ignobili, perché sono stata sempre vera.
Vedete, il fatto è che sono sotto la severa lente di ingrandimento di una piccola donna di sei anni. Mai come in questo momento della mia vita, sono quel che faccio e non quel che dico. Ho la necessità di dimostrarle che, abitare la verità è l’unica scelta possibile, anche quando questa ti rende impopolare agli occhi di quelli che dicevano di amarti. Anzi, soprattutto in quei casi. Forse li perderai, ma ne acquisterai in amor proprio e, alla fine dei giochi, l’amor proprio, è tutto ciò che ti resterà. Quello che mi preme la mia V possa apprendere, è il suo valore inestimabile. Voglio che comprenda che più le sarà detto che richiede troppe attenzioni, che è complicata, ingestibile, incontentabile, più non sarà lei il problema, ma la mediocrità di chi le sta accanto in quel momento e allora, sarà meglio alzare un po’ l’asticella del suo standard qualitativo e diventare più selettiva. Voglio essere brava, almeno in questo. Come madre voglio che il mio messaggio le risuoni chiaro per sempre. Ad ogni inevitabile delusione, ad ogni assenza e, perfino ad ogni abbandono che dovrà subire perché il mondo è fatto così, voglio che senta la mia voce sussurrarle: non sei troppo tu, sono troppo poco loro.

Ho trentasei anni. Ho sofferto molto, non mi spaventa pensare a quanto ancora soffrirò, perché ho imparato che la maggior parte degli abbandoni vengono a ricordarci non quello che NON siamo, quanto, piuttosto, quello che siamo.
Io abito la verità. Amo ogni persona che scelgo con ogni fibra di me. Sono frangibile e ne sono consapevole, è per questo che non mi spezzo.
Mai.
Per V, per me e per quelli che abitano la verità.

Col sole in fronte.

giovedì 23 agosto 2018

Compassione di sé e perdono. Ovvero, quando sei spietata solo con te stessa e non ti dai mai tregua.

Non importa quanto io riempia di persone, impegni, fiori o di mare la mia vita. Alla fine, le arsure e i vuoti mi raggiungono sempre e, a me, non resta altro che attraversarli perché è così che faccio da tutta una vita. Sono momenti di profonda fragilità, durante i quali ho paura di respirare, di vivere, a livelli talmente paranoici che la morte mi sembra l’unica soluzione possibile. Più sono nel vuoto, più chi mi ama cerca di trascinarmi via da lì. Fa più paura vista da fuori, non è così?
“Sei triste”? Ho perso il conto delle volte nelle quali me lo sono sentita chiedere. Cosa è la tristezza in fondo se non l’assenza di gioia? O, forse, essere tristi significa semplicemente sentire la pena e la fatica di vivere? Dove sono le sfumature quando ne hai bisogno?
“Sei felice”? Nel senso che non sono triste? Io, per la maggior parte del tempo, sono e basta. L’esigenza di dover sempre dare un nome ai sentimenti, la capisco perché non sono mai a corto di parole, ma allo stesso tempo mi genera ansia. Mi mette in subbuglio dico davvero. Quando sento, io sento tutto che spesso equivale a non sentire niente. È più un vivere nel farneticante terrore che qualcosa di tremendo si sia nascosto dietro un angolo della mia vita. Ne ho voltati a decine di migliaia, sono ancora in piedi, eppure, sono certa che al prossimo troverò quello che mi manderà in mille pezzi. Vivo, dunque, nell’attesa? La maggior parte del tempo sì.
I primi ricordi di me che faccio pensieri così oscuri risalgono all’infanzia e per oscuri intendo sentire attraverso ogni filamento di carne che non hai voglia di sorridere e, nonostante tutto, farlo perché la gente… oppure, non comprendere il mondo che ti circonda, desiderare solo di correre a nascondersi in un cantuccio e non uscire mai più, invece, mostrare il tuo sorriso più spassoso perché va tutto bene, va tutto benissimo!
È una sensazione di paralisi che in qualche modo impari a nascondere a tutti, persino a te stessa.
È un po’ timida dicono di te durante l’infanzia, è di natura malinconica durante la tua adolescenza, è depressa quando ormai hai quasi quaranta anni. Scomodando termini clinici come se il solo enunciarli servisse ad “aggiustarti”, a dare un nome a questa letargia emotiva che il mondo detesta vedere in te. Tua madre che ancora oggi non riesce a capire cosa ci sia che non vada in te e quando ti vede inabissarti alza gli occhi al cielo.
Non saprei dire quale sia la verità. So che lo stato di inattività emotiva e fisica è una parte di me preponderante e, credetemi, la odio più di quanto la detestiate voi che mi guardate nella mia immobilità. L’ho nascosta a lungo e ho creduto di combatterla con ogni strumento a mia disposizione, spesso quelli più sbagliati. Come in quel gioco nel quale c’è questo campo con delle buche e tu devi scoprire da quale buca salterà fuori la talpa. Sei lì, che cerchi di convogliare tutte le tue energie in quel maledetto martello in un perfetto connubio tra cuore e cervello. L’ho sempre trovato terrificante. Una buca lì, aspetta, la riempio prima che spunti la talpa, con una sigaretta che copra il disprezzo che nutro per me stessa a soli dodici anni, ora sì che mi troveranno una che non ha tempo per avere paura di crescere. Oh, guarda lì un’altra buca, ho proprio lo spinello adatto e per quell’altra ecco la birra giusta o sbagliata, poco conta l’importante e non sentire più di vivere in un corpo di vetro avendo un’anima di piombo. E poi parlare e parlare e parlare e sovrastare il silenzio e i miei sto alla grande! Sto alla grandissima. Nutrire l’illusione che i buchi vadano riempiti con l’amore degli altri e lanciarsi in un’indefinita sequenza di storie d’amore sbagliate non perché sbagliati fossero loro, ma perché sbagliato era ed è, non bastare a se stessi. E cosi via, via fino alla voragine che credevo di colmare con un matrimonio sbagliato con una persona meravigliosa e la maternità che, contro ogni mia aspettativa, mi sono scoppiati in faccia come due enormi granate. Che illusa! Sono una cazzo di fetta di groviera! Sono la stessa ragazza di sempre, con i suoi buchi di sempre che cerco di imparare a rispettare ogni singolo giorno, esercitando la comprensione, la consapevolezza e la compassione per me stessa. Ma cado, spesso. Troppo. Perché è, azzarderei dire, naturale essere empatica con il resto del genere umano, ma quando si tratta di me tutto cambia perché che diritto ho io di lamentarmi in fondo? Cosa mi manca? Come oso scomodare termini quali depressione, infelicità, io che ho tutto e, diciamocelo, molto di più di quel che mi sono guadagnata? Allora, mi convinco che è solo la mia natura, che la paralisi che sento anche ora mentre sono qui a scrivere è solo parte del mio normale ciclo vitale e nel raccontarmi questa solfa, è un po’ come prendermi a sberle da sola, lo so, ma non mi sembra di avere molta scelta. Elimino la scrittura, mi dedico solo alla mia piccola V, mangio solo cibo alcalino, elimino l’alcol e, nella privazione, mi illudo di averla risolta.
Quando, però, nonostante la mia irreprensibile condotta, i vuoti tornano, mi sento confusa, arrabbiata e più di tutto delusa da me stessa che, ancora una volta, ho dimostrato di non essere in grado di vivere una vita normale.
Lo so, la normalità è sopravvalutata. Lo so, sentirsi giù va bene, ma il mio abituale modo di reagire ai vuoti, si manifesta nel bisogno di controllare tutta la vita che mi circonda, inclusi il mio corpo e le mie emozioni. Se sono in controllo posso prevenire tutto: il dolore, l’abbandono e, più di tutto, posso in caso di errore, biasimare solo me stessa senza dover trascinare altri nel mio tribunale della ragione, di norma integerrimo. Roba che Kant impallidirebbe.

So che è tutta un’enorme balla e che più mi illudo di controllare, più sono una trottola impazzita. Sono consapevole di dover dimostrare compassione a me stessa, ma per quanto io sappia che le aspettative che nutro per me siano irrealizzabili e, comunque, rasentino il patologico per qualcuno che voglia vivere una vita serena, mi risulta impossibile farlo perché, semplicemente, io sono così. Non posso ammettere a me stessa di essere depressa, perché io non ammetto di poter fallire.
So che essere depressi non significa fallire, perché, tecnicamente, è qualcosa che accade all’interno del delicato equilibrio chimico del cervello sul quale non ho la minima speranza di avere controllo, ma è ciò che sento e così, ritorno alle arsure, ai vuoti, ai cicli e alle inquietudini.

Elimino gli zuccheri
Elimino l’ alcol
Elimino la scrittura
Mi tatuo qualcosa di nuovo
Faccio meditazione
E resto sempre qui ad esercitarmi con la compassione per me.
O, almeno, cerco di imparare.
Ogni, singolo, giorno.

giovedì 19 luglio 2018

I basilari.

È una verità universalmente riconosciuta: i bambini sono la più grande gioia nella vita di uomini e donne che superata la fase #PerdonameMadrePorMiVidaLoca decidono di metter su famiglia e, in questo metter su, ignorano l’inferno in terra che stanno per attraversare, quindi, tenuto conto della più elementare conoscenza della cosmologia dantesca, sarebbe forse più consono dire metter giù, inabissare, o, ancora, affondare o, più semplicemente, seppellire la loro voglia di vivere per almeno sedici anni a seguire da quella notte brava durante la quale, si sono immaginati a correr felici per campi di girasoli con i loro pargoletti. Anzi, no, aspettate un secondo, mi dicono dalla regia che gli anni non sono sedici perché la crisi e tutto il resto, ma almeno ventotto. Sono pur sempre i figli di noi choosy questi qui. Ma noi al principio non lo sappiamo, continuiamo a sfornare figli, per nove mesi ti immagini quei piedini cicciottelli, le manine paffutelle e il profumo di buono, quel profumo che non hai mai sentito prima e che non sentirai altrove: profumo di vita nuova. Poi, partorisci. Ti ritrovi un Gremlins tra le braccia: dolcissimo alla vista, un piccolo demone nella verità dei fatti. Signori e signori, questo è il segreto ultimo dell’evoluzione perché diciamolo pure, con la consapevolezza del dopo, uno col cazzo che li farebbe!
Abbandonate ogni speranza voi che entrate: benvenuti nel meraviglioso mondo della genitorialità. Guida semi seria ai basilari.
Avete mai googlato operazioni basilari per mantenere in vita un cucciolo di essere umano? Io, l’ho fatto. Sono una maniaca del controllo, più che del mio istinto, mi fido dei libri. Se cerchi in rete, dal neonato all’infante, le risposte differiscono pochissimo. Ora, prima che partano le tempeste di insulti e le chiamate agli assistenti sociali, anche io ho imparato l’arte della finzione. Ci vado anche io fuori scuola a prender parte alla commedia “Essere madre è un Carnevale di Rio”, a volte poi sostituita dal sempreverde melodramma “Mia figlia è un piccolo raggio di sole che viene ad illuminare le mie giornate con le sue domande curiose e sempre pertinenti sull’ineluttabilità del tempo che scorre e su chi sia Dio”, ma non prendiamoci in giro. Per i prossimi due minuti, secondo più secondo meno che impiegherete a leggere questo piccolo sfogo, io decido di abbassare il velo di Maya su questi piccoli esseri umani che ci piace chiamare bambini e vi racconto la verità che so per certo non essere solo mia, quella che ho sentito ai peggiori aperitivi tra madri, quelli che al secondo americano ti vendo il figliolo per un pomeriggio libero. La verità ultima è una. Non ci sono scappatoie. I bambini sono dei rompi balle. Oh, via l’ho detto! Ora, preso atto di questa grande verità, col petto più leggero per aver detto quella verità nascosta in fondo al cuore, scevri dal peso della madre perfetta che vive in sordina alla moglie perfetta, cerchiamo di mettere i puntini sulle i e aiutiamo quella nostra amica che ancora non sa cosa significhi essere genitore e che più presto di quanto creda, si ritroverà a desiderare di lanciarsi da un dirupo perché, la paura di schiantarsi sarebbe nettamente inferiore a quella che prova ora, mentre guarda suo figlio neonato che ancora non ha perso il moncone del cordone ombelicale perché lei è, ovviamente, o così crede, un’incapace. Mi sembra di vederla che frenetica con un pannolino in mano, la poppa che le perde latte, due ore di sonno sulle spalle, si chiede: cosa cazzo mi aveva detto di fare l’ostetrica? Amica, ma anche amico mi auguro, ripeti con me: non è difficile come sembra. Per mantenere vivo un essere umano devi conoscere i basilari. Una volta fatti tuoi questi, il resto vivilo con leggerezza e tieni sempre a portata di mano una bottiglia di vino. A mio avviso, i basilari, sono quattro:
-lavarlo
-vestirlo
-nutrirlo
-metterlo a dormire.

Lo so, uno legge una lista di quattro micragnosi punti e si fa l’idea che sia semplice, tranne poi irrimediabilmente scoprire, che essere genitori, più che assomigliare ad una check list da spuntare, assomiglia ad una vera e propria Guerra Santa, ma come in ogni guerra, anche in questa, c’è bisogno di strategia. Essere in due di certo aiuta, perché loro sono piccini, ma credetemi studi recentissimi affermano che più la storia umana evolve, più gli esseri umani nascono dotati di cazzimma. Giuro. Non è come quando eravate piccoli voi. Dimenticate i bambini che nei viaggi in auto, giocavano a trovare 3 numeri uguali di seguito sulle targhe per ore e ore. Questo è il bambino italiano 2.0 un ibrido tra un bambino normale (la notte, quando dorme) e un hacker che per hobby irrompe nell’internet banking dei genitori. Mentre mangia pane con la nutella. Mentre mangia pane con la nutella e guarda i tutorial su Youtube. Lo so che sapete di cosa sto parlando. C’è tutto un altro codice linguistico, ad esempio. Avete provato a comunicare con un bambino di sei anni ultimamente? No, perché è tutto un susseguirsi di citazioni a metà strada tra Kant e Maria de Filippi. Sono la generazione Youtube, dove anche attraverso il filtro parentale, trovi video documentari che vanno a braccetto con tutorial di gente matta che gioca. Stiamo parlando di bambini il cui gioco preferito è guardare la gente che gioca su Youtube. Houston, abbiamo un problema grosso qui.
Io parlo moltissimo con Virginia, perché entrambe soffriamo di un grave caso di incontinenza verbale. Spesso mi devo fermare per obbligarmi a pensare che questa bambina dal vocabolario particolarmente ricco (ma che non ha ancora imparato l’uso del se ipotetico) ha sei anni, non trenta come me. La sento parlare con tranquillità di argomenti che so per certo non aver mai toccato con lei e poi le sento dire che l’ha imparato alla tele o su internet. La guardo muovere per aria le mani, difendere con tenacia le sue idee, imporre il suo volere e sono spaventata. In primo luogo, di non essere pronta a regalare al mondo tanta meraviglia e, inoltre, che il mondo la sporchi troppo presto.
E non siamo noi genitori. Uscite da questa trappola prima che possiate. Non fatevi convincere dai nonni (capitolo a parte) che siete voi ad essere deboli. NO. Urlatelo forte. Non siamo noi ad essere deboli, sono loro ad essere dei piccoli criminali informatici. A sei anni, non nutrivo nemmeno la consapevolezza di avere una voce per oppormi al volere degli adulti. Di tutti gli adulti. Non c’erano adulti di serie A e di serie B. I miei fratelli maggiori, all’epoca adolescenti, erano già adulti. I bambini di oggi fanno terrore. Sembrano trentenni intrappolati in corpi troppo piccoli. Mi dico che poi migliora, ma poi mi ricordo di cosa mi diceva mia madre quando mi disperavo perché Virginia non faceva cacca le fatidiche cinque volte al giorno che ti raccontano al corso preparto: figli piccoli, problemi piccoli. Figli grandi, problemi grandi. Quando me lo diceva mi faceva infuriare, non lo capivo, sembrava solo un modo affettuoso, ma pressapochista di liquidare le mie ansie e la sensazione che mi restava era solo una: paura. Tutto ciò che mi domandavo era “quando capiranno che faranno meglio a togliermela prima che la rompa”? Poi, nel giro di pochissimo, ho capito. Nel mentre però, mi separavo, divorziavo, prendevo un cane, traslocavo, cambiavo lavoro e mia figlia finiva le materne. Il tutto, pensate un po’, mentre la vita proseguiva per i fatti suoi, senza che lei morisse o io la rompessi, almeno non in maniera evidente. Per le crepe dell’ego tocca aspettare l’adolescenza e l’età adulta, quando sul lettino del suo analista, mi descriverà come una stronza cinica che le anteponeva la scrittura e che le ha impedito di andare in giro vestita da Barbie Pole Dance quando aveva cinque anni e si scoprirà, con tutta probabilità, che questo le ha impedito un percorso intimo che fosse equilibrato e sano. Voglio dire, alla fine è sempre colpa delle madri oppure Freud, non ci aveva capito una sega. In ogni caso, durante questi sei anni di conoscenza con mia figlia, ho affinato l’arte di scegliere le battaglie da combattere. Le mie, sono solo le quattro che ho elencato. E ora, per dimostrarvi che facevo sul serio con la cosa dello stigma della madre perfetta e che mi sono stufata di rincorrere un ideale che non potrò mai raggiungere non perché io sia particolarmente incapace, ma perché è inarrivabile in quanto inesistente, vi racconto la nostra routine come amano chiamarla i sedicenti esperti di genitorialità in rete.

-LAVARLA: più o meno funziona così -“Amore, andiamoci a lavare”
-“Noooooo, mamma nooo ti prego non farmi lavare non mi voglio lavare. Ti prego, ti prego ti pregooooo” la scena di norma continua con me che la trascino al bagno, la spoglio; lei urla che mi odia che non ho il diritto di scegliere se lei si debba lavare o meno, io la lancio sotto la doccia e non appena la prima goccia di acqua sfiora il suo beato cuoio capelluto…
-“NOOOOOO, mamma nooooo lo shampoo no” non rispondo, di proposito, perché anche sull’orlo di una crisi di nervi, non le voglio mentire. Questa è l’unica promessa fatta a me stessa il giorno in cui è nata e l’ho guardata per la prima volta. Lei lo sa. Lei lo sa sempre. Afferro la boccetta di shampoo, sono il gladiatore al mio segnale scatenate l’inferno. Ne usciamo stremate. Entrambe, ma io di più. Riposiamo il tempo di arrivare al momento asciugatura capelli. E a questo punto ho solo una nota a me stessa da fare, ogni, singolo, shampoo: madri che non vi fate convincere a far tenere i capelli lunghi alle vostre figlie, avete capito tutto della vita!
-VESTIRLA: ecco qui ci sarebbe da scrivere un piccolo compendio. Sulla moda e dintorni. Di Virginia de Paolis. La mia bimba ha un’idea precisa, molto precisa di cosa HA STILE e cosa NON HA STILE. Di base, secondo lei io non ho stile, lei, invece, sì. Nel suo immaginario del mondo della moda, tutto ciò che è oscenamente tamarro, tutto ciò che sbrilluccica e la fa sembrare Edward Cullen al sole, meglio se anche catarifrangente ad un livello tale sia possibile riconoscerla da Giove, ha stile. Io, sua madre, colei che l’ha portata in grembo per 9 mesi facendole ascoltare solo Vasco Rossi, Nirvana e Foo Fighters. Io che l’addormentavo con Jeff Buckley, vesto solo total black e quando mi sento particolarmente di buon umore oso un blu navy, ma mai e poi mai stampe a fantasia. Capirete, quindi, che sulla questione stile, abbiamo dovuto lavorare un poco, trovando di volta in volta, nuovi compromessi. Abbiamo creato una prima netta divisione tra abiti Rock e da Principessa, per poi arrivare allo Chic-Rock e al Cheap Principesco. Quindi, se la mattina non ho intenzione di farla andare a scuola nei panni di una mini Drag Queen, devo mediare, cedendo sulle paillettes, ma che siano sempre e solo sul nero. Dio benedica la scuola pubblica e i grembiulini.
-NUTRIRLA: mia figlia ha digiunato per i primi sei anni della sua vita. Lo so, starete pensando che barba! La solita madre esagerata, forse, invece, penserete io sia una madre particolarmente degenere. Ebbene amici, non esagero e pur non essendo propriamente Wendy di Peter Pan, posso dire di averla mantenuta in vita. Forse, perché l’ho allattata a richiesta fino a quasi due anni compiuti, non saprei dire esattamente quale sia stato il motivo, ma fino a qualche tempo fa, il cibo non destava in lei la minima curiosità. Quando è andata al nido, io che sono una di quelle madri che tende a preparare al peggio le maestre, dissi loro che Virginia non avrebbe mangiato. Loro risposero con i loro sorrisi dolci e pieni di esperienza che tutte le madri dicevano così e che poi per emulazione, invece, i bimbi mangiavano tutti. Sorrisi con garbo annuendo. All’uscita pensai tra me e me che quelle donne, che poi avrei imparato a conoscere e apprezzare tanto, erano delle ingenue e che non conoscevano mia figlia. La prima parola che ha detto Virginia è stata NO. Il concetto di emulazione non la sfiora affatto. Virginia è nata sotto il segno del leone ed è un quattro che tradotto in un linguaggio a noi umani comprensibile suona così: STICAZZI e buona fortuna a tutti voi che entrate in contatto con lei! In un anno di nido e tre di materne, Virginia ha mangiato forse quattro volte, nel senso che di due volte in quattro anni, ho testimonianze fotografiche, del resto no. Vivo nell’ignoranza e da quando lo faccio, sto molto meglio. Oggi, a sei anni quasi compiuti, mangia dopo attenta vivisezione di quello che le passa nel piatto, ma è un continuo negoziare. –“un video per due pisellini”. Roba così. È diseducativo, lo so, ma il mio compito è tenerla in vita e farlo cercando di non incorrere in dipendenza da Xanax.
E, in fine, amici e amiche che pensate a quanto possa essere dolce il momento della ninna, vi racconto come funziona nella pratica (almeno a casa mia e di quelli onesti).
METTERLA A DORMIRE: dopo averla sapientemente fatta cenare alle 19.15 di modo che fino alle 20.00 mi illudo abbia avuto abbastanza tempo per continuare a fare il nulla che le piace tanto fare, al rintocco delle 20 e un minuto inizio a farla abituare all’idea che la giornata sia volta al termine.
L’idea, che ve lo dico a fare, non le piace per nulla. Ore 20.15 -“V. spegni la tele, metti il pigiama e vai a dormire”.
-“No". Lei il no lo dice per default. Virginia amore mi passi l’acqua? No. Virginia, tesoro santo, mangiamo? No. Virginia, cuore mio, vai a mettere le scarpe. No. Virginia, amore assoluto ed indiscusso della mia intera esistenza, facciamo la doccia. No. Virginia, miracolo della vita, io ti ho fatto e io ti distruggo, passami l’acqua, mangia, metti le scarpe e fai la doccia. Ecco, così per esempio la comunicazione funziona e quel no diventa, per miracolo, sì. È tutta una questione di trovare il codice linguistico giusto.
20.30 -“V cosa esattamente di SPEGNI LA TELE non ti è chiaro, amore santo?”
-“Ho detto, finisco di guardare l’ultimo episodio. Almeno” Ogni sera, annoto che con il se ipotetico, mia figlia non ha capito una sega di come si usi l’avverbio almeno.
E poi va più o meno di questo passo fino a quando una delle due non perde le staffe, di solito io. A quel punto, tra imprecazioni di vario genere, minacce di scuola militare e simili, spengo la televisione. Lei in lacrime per aver subito l’ennesima ingiustizia da questa madre troppo severa come ama appellarmi, va in camera sua sbattendo la porta e urlando al vuoto, al soffitto, a Dio a tutti meno che a me ben trincerata nella strafottenza del ruolo di comandante, che mi odia e che non è affatto giusto. Ora, nel letto chiede una storia. Dopo un’intera giornata di battaglie a pochi metri dal traguardo, lei ti chiede la storia, ma non una qualunque -“Mamma, una lunga però”. Compromesso, una lunga ma cinque pagine non di più, che poi diventano dieci, quindici fino a quando non mi addormento mentre leggo. Verso le 24 di solito, mi sveglio dolorante e me ne vado nel mio letto dove poi le arriverà intorno alle 5. Ed è così sempre. Ogni. Singola. Sera.

E, allora Michela cosa ci vuoi dire? Forse che sei pentita di essere madre? O, forse, che faremmo bene a non fare figli?
Onestamente, non ho risposte. Non so se sia meglio una vita senza figli. So che di sicuro è più semplice viver senza di loro. Tuttavia, diventare madre mi ha fatto esperire una condizione di vitalità mai provata prima. Essere così potente da creare la vita. Nutrirla dentro e fuori dall’utero e poi, fare la conoscenza di questo essere umano che è la traccia di te su questo pianeta. Essere responsabile per la vita di un altro essere umano è un viaggio difficilissimo che ti fa vivere con la costante sensazione di avere il cuore fuori dalla gabbia toracica. Senza difese. Ti domandi come tu possa anche solo pensare di riuscire a vivere così? E, invece, in qualche modo che non riesci a spiegare, ce la fai.
Alla voce istinto materno, il mio codice genetico risponde non pervenuto e combatto ogni giorno l’istinto di fuga più consono alla mia natura. Non credo nell’Istituzione famiglia così come ci viene presentata dal Vaticano, in quanto donna, non penso che mia figlia sia il meglio che la vita possa offrirmi o, almeno, non credo e, anzi spero non sia, tutto ciò che la vita possa offrirmi. Abito una vita che è al di fuori di mia figlia e maledico la mia condizione di madre con estrema (a volte troppa, lo riconosco) facilità tanto che, chi non conosce il mio congenito sarcasmo, mi fraintende. Per fortuna, mia figlia è dotata della stessa vena sarcastica e ha ereditato il mio senso dell’umorismo. Eppur tuttavia, non tornerei mai e poi mai indietro. Sono un essere umano migliore da quando la conosco. Eppure, mi ha insegnato ad amare e non c’è uomo che tenga. Eppure, mi sento onorata e benedetta per l’opportunità che è vedere crescere un figlio. Essere madre, anzi genitore, richiede una grande dose di coraggio. Una dose di coraggio inesauribile. Per fortuna, i figli ce lo insegnano poco alla volta ad essere così forti e quando lo fanno, ti fanno dubitare di te ogni singolo giorno, ma nello stesso momento del dubbio, trovi conferma del significato delle parole: sfida, vita, risate, amore e gioia sconfinata e allora io mi dico che ho i basilari. Io ho trovato i miei, ogni genitore ha i suoi. Ho i miei basilari e tutti i campi di girasole del mondo da attraversare mano nella mano con V. E va bene così.