Ho imparato che le persone non le puoi archiviare come con le chat di whatsapp.
Non basta metterle da parte, come con i messaggi che scegliamo di non leggere.
Quei messaggi sono lì. Il nostro potere, semmai, è tutto insito nel non leggerli ancora e ancora, tranne poi, andare inevitabilmente a rileggerli, così che ti viene da chiederti a cosa sia servito archiviarli. Non so la vostra, ma la mia chat di whatsapp dei messaggi archiviati, è direttamente proporzionale, alla lista di rapporti che cerco di chiudere nella vita reale.
Ecco, il problema con i messaggi archiviati è, appunto, che sono archiviati. Negati alla vista. Nascosti. Retrocessi. Infamati per certi versi ed è lì, dove non si può, che la mente continua ad andare. Tranquilli, non è che noi non siamo capaci di trattenere il dito da cliccare su chat archiviate. Non è una questione di forza di volontà. È il cervello umano. Funziona così. Non è possibile spegnerlo. Impossibile azzerare il continuum dei suoi pensieri. Per alcuni, funziona la distrazione. Decidere razionalmente di non pensare a ciò che ti provoca timore, disagio, dolore. Altri, scuotono fisicamente la testa. Altri ancora si lanciano in organizzazioni certosine di folli orari di lavoro, alternati a turni in palestra, pulizie di primavera in pieno inverno, shopping compulsivo, corsi di cucina, disegno, cucito e canti sciamanaci. Tutto pur di non pensare. Per me, no. È, alquanto, ovvio. Sono una maniaca del controllo e, l’idea di non controllare i miei stessi pensieri, è la mia principale fonte di stress. Sono anche un’egocentrica, come si evincerà da queste poche righe. Una che pensa di potersi sostituire a Dio o a chiunque sia da quelle parti a governare il fato. Ho scoperto nel tempo, che l’unica cosa che funzioni con me è: osservare i miei pensieri. Senza giudicarli. Fingendo che non siano nemmeno partoriti dalla mia mente, ma siano, invece, una qualche forma di vita indipendente da me. Non mi interessa spiegarli, mi interessa osservarli.
Con le persone che mi feriscono, con quelle che ferisco, con quelle che archivierei e con quelle che, in effetti, archivio mi impegno a fare lo stesso.
Devo guardarle andar via. Fissare nella mia mente le sagome delle loro spalle e lavorare da dentro. Ricordare, ogni volta, come siamo arrivati a dirci addio e far sì, che quell’addio, resti tale.
Almeno dentro me.
Dico addio infinite volte dentro me. Raramente lo dico di persona. Tuttavia, quando dentro me scatta, è impossibile non notarlo. Non credo sia utile palesarlo. Fa solo più male. Le persone, quando si sentono dire addio, cercano di correre ai ripari senza capire che è già troppo tardi. Quando la parola sboccia dentro te, è abbastanza perentoria e definitiva, altrimenti diremmo arrivederci, considerato che non siamo spagnoli. Almeno quando è semplice, cerchiamo di non mortificare la nostra meravigliosa lingua.
Come si arrivi a quell’addio conta poco. Dentro me rievoca una condizione di abbandono. L’abbandono, insieme ai miei pensieri abbandonici, è un’altra cosa che non so controllare, una fonte inesauribile di dolore. Per anni, mi sono immersa in quella fonte, in una forma di indolente piacere, fino a quando un giorno in cui, il sole non brillava particolarmente, i punti cardinali non si erano affastellati e la testa ancora era sul mio collo, ho capito quanto tossico fosse quell’atteggiamento. Sono cresciuta, direbbe qualcuno.
È successo che ho capito che il problema dell’abbandono non è solo in chi crede di subirlo quanto, invece, in chi lo agisce. Sempre. Anche, forse soprattutto, quando quella che abbandona, sono io. Questo cambio di prospettiva ha reso possibile dentro me il perdono e mi ha liberata.
Certo, mi provoca ancora un’ira funesta, quel nervo scoperto. Sento l’orgoglio bruciare misto alla presunzione, che mi riconosco e detesto del pensare: “Come osi non amarmi fino allo sfinimento”? Poi però mi fermo. Cerco di placare il mio smisurato ego. Respiro profondamente e osservo. Forse la mia nozione di sfinimento non è come la tua? Forse la mia percezione di me è lontana da quella che hai tu di me? Forse, più verosimilmente, hai deciso di andare via punto e non c’è nulla da fare al riguardo? Ascoltate, la libertà di queste parole.
Non c’è n u l l a da fare. Non c’è un perché. Piantala di cercarlo. Piantala di cercare la felicità dove, ormai è chiaro, non potrai trovarla.
C’è stato un tempo in cui non capivo la frase: la felicità è una scelta. Mi sembrava una corbelleria. Niente di più, niente di meno. Da buona maniaca del controllo, ego riferita e vittima di abbandono (auto diagnosticata e su questo dovremmo discutere perché è sintomatico della vera malattia) mi ero convinta che la felicità fosse una misteriosa condizione permanente, costituita da una serie di indecifrabili variabili. Un eccitante enigma da decifrare. Una specie di gioco dell’oca eterno. In questo interminabile ciclo di avanzamenti e retrocessioni di casella, mi illudevo di dover trovare indizi.
Ho vissuto buona parte della mia vita, convinta intimamente, che la felicità fosse una costruzione fatta coi blocchi della Lego e che, una volta raggiunta, una volta in possesso di tutti i blocchetti necessari, potevi assemblarla a tuo piacimento e poi distruggerla, ma quella felicità restava nelle tue mani.Te l'eri guadagnata. Che abominio! Come se la felicità fosse un premio e non una conditio sine qua non della vita umana.
Immaginate lo stress? Di una vita a passare in rassegna blocchetti di costruzioni inesistenti? Di una vita trascorsa a convincersi che quell’amica, quell’amore, fossero blocchetti di Lego a tua disposizione nel gioco perverso della tua personale ricerca della felicità? Ad ogni amore fallito, correre al successivo, con un nuovo blocchetto colorato, quindi, illudersi di poter ottenere giganti costruzioni, vedere, nuovamente, la struttura barcollare. Un altro giro, un’altra corsa. Sempre col cuore gonfio. Sempre col cuore in affanno. Sempre col cuore alla ricerca. Alla ricerca di cosa?
Immaginate la relativa frustrazione nel constatare, come era ovvio che fosse, che no, nessuno di loro era un blocchetto. Che le persone non sono intercambiabili come le costruzioni e che non è un loro compito rendermi, renderci, felici?
Ho dovuto sentire il peso della responsabilità per la mia esistenza schiacciarmi, per capire, che felice lo ero già. Da sola. Ma l’idea della felicità imperitura, è una perversione tutta squisitamente occidentale. Quando accetteremo che dolore e felicità non sono opposti, ma più semplicemente facce della stessa medaglia, impareremo a fare caso alla felicità.
Ho capito che le persone non le puoi archiviare, le devi lasciare andare e, ho compreso, che per farlo basta smetterla di demandare a loro quello che dovremmo fare noi. Non siamo tazze vuote. Non abbiamo bisogno di essere riempiti da una mano esterna. Dovremmo imparare tutti a bastarci. Suona un po’ qualunquista, lo so. Eppure, è l’unica cosa che davvero mi è chiara.
Non so voi come la vediate. So che l’unica strada per me, è capire. Osservare e domandare a me stessa: chi sono? Non è una risposta della mente quella che cerco. Non ho bisogno di sapere chi sono. Ho bisogno di capire, chi sono. È un lavoro incessante. Un quesito sempre aperto, che abita la parte preponderante della mia mente. Aspetto una risposta dal cuore. Nel frattempo, vivo. Resto nei miei vuoti e li osservo. Scrivo perché è ciò che mi mantiene onesta e attraverso le tempeste.
domenica 26 aprile 2020
giovedì 19 marzo 2020
Della Primavera al tempo del Coronavirus
“Sono molto irrequieta quando mi legano allo spazio”.
Alda Merini
Oggi è l’undicesimo giorno di quarantena, non so ancora bene cosa stia accadendo dentro me.
Sono milioni, le notizie più disparate e contradditorie, che mi ronzano nel cervello. Una violenza visiva, di immagini, che sembrano montate da un professionista del cinema di fantascienza e, una violenza verbale, di voci, che urlano parole di terrore, di panico e di odio. Non faccio che chiedermi se non sia, in fondo, giusto quello che sta accadendo. L’unico modo lasciato alla natura per pareggiare i conti e ricominciare.
Sono giorni lunghissimi che volgono al termine in un lampo, io imparo a riprendermi il mio tempo.
Tempo per non sapere più che giorno è.
Tempo per non puntare più la sveglia e accettare che il mio corpo sa meglio delle lancette quando ha finito di riposare.
Tempo per non far niente. Senza bisogno di correre ad occupare quell’unità di tempo rimasta scoperta. Tempo per stare nel vuoto, in silenzio, a scandagliare la vita nuova che la natura mi sta offrendo.
Tempo per capire che la vita conosce sempre la via. Anche quando sembra che non sia così.
Tempo per essere grata di poter guardare la mia bambina crescere, come fossi l’unica spettatrice del più grande spettacolo mai visto prima.
Tempo per ascoltare.
Ascoltare, che non è scontato come sembra.
Ascoltare mia figlia, per davvero, senza impegni che si frappongono tra me, lei e tutte le parole che ha nel cuore (Dio se ne ha tante :) ).
Ascoltare le mie mani impastare, per la prima volta, il cibo che nutre me, mia figlia e, mentre impasto, sentire dal centro perfetto del mio corpo, quella inequivocabile, rasserenante sensazione che ne usciremo più consapevoli, più saggi, in una parola: migliori. Tutti. Sentire tra la farina e l’acqua, una nuova me prendere forma.
Ascoltare i rumori della casa. Raccontano di spazi che non ricordavo più di poter abitare, senza te. Scoprire, invece, che dove non ci sei tu, ci sono ancora io. Il prolungamento di me. Nutrire la certezza che basto a me stessa.
Ascoltare le giornate di vicini, che non sapevo nemmeno di avere. Imparare a riconoscerne la voce, le abitudini, gli orari e i gusti musicali.
Ascoltare le idee che mi sedimentano in testa, si fanno nuove, eccitanti conoscenze di parti di me mai incontrate prima, ma anche di chi sono stata e non voglio più essere, chi sono ora e dove voglio andare.
Ascoltare la forza che mi muove nella vita: l’amore. Amore che la gente non comprende, giudica e, invece, vale sempre la pena vivere.
Ascoltare il mio fiume interno e accettare che va dove vuole andare, scava il suo letto e procede spedito al suo mare. Anni spesi a diventare la migliore versione del personaggio che la vita mi aveva assegnato, anni spesi, poi, a soffrire per la mia incapacità di stare comoda nei panni che mi erano stati dati.
In questi giorni, quindi, ritrovarmi. Scoprire che non me n’ero mai andata, ero solo inabissata nelle acque del mio fiume da dove provavo a chiamarmi invano, ché i suoni del mondo in cui ero stata scaraventata, coprivano la mia stessa voce.
Ascoltare il mio corpo, da sola, sul tappetino.
In questi giorni di quiete, in cui pratico in solitudine, non ascolto nemmeno la musica, ascolto solo il mio respiro, fluire sempre pari. Con uguale intensità entra nei polmoni, li riempie, li espande e, con uguale intensità, il respiro esce, portando via con sé il tempo. Imparo, in questi giorni, a non dare mai più per scontata l’aria, a ringraziare i miei polmoni per essere polmoni che hanno pianto tanto e ora sono più forti di prima.
In quel non tempo che è la mia pratica quotidiana, il mio corpo si svela in tutta la sua sacralità. Muscoli, microscopici filamenti di carne che tengono su un intero scheletro, un’intera esistenza. Mi raccontano chi sono oggi: una donna salda sul suo tappetino e nel mondo.
Mi insegnano che non devo aver paura di essere indipendente e che stare soli si può, senza sentirsi orfani.
È un non tempo, in un non luogo, questo che stiamo vivendo.
Lo avvertono i bambini e gli esercizi commerciali chiusi, le vetrine tristi, che non sanno più brillare.
Lo sanno le strade vuote. Lo sanno i mari, i laghi, i fiumi. Lo sanno i delfini, che per la prima volta, si azzardano a visitare la bellissima Venezia, con i suoi canali e la sempre eterna laguna.
Lo sanno i cinghiali, che non sentendo più il nostro ininterrotto vociare, si avventurano per le strade centrali della bella Sassari.
Lo sanno gli uccelli nei parchi. Lo sa il verde brillante del prato e il l’indaco del cielo di una Primavera, che così bella e accogliente, la ricordo solo da bambina.
La natura si riprende i suoi spazi. La natura si riprende il suo tempo e ci invita a fare lo stesso.
È Primavera.
È tempo di rinascita.
È tempo di spogliarsi di quegli strati, che ci hanno protetti dal lungo inverno. Strati fatti del superfluo.
È tempo questo di disfarsi dei bagagli. Bagagli di informazioni, che sovraccaricano la nostra capacità di concentrazione. Disfarsi della folle idea di dover tutti essere quelli degli -issimi. Bellissimi, intelligentissimi, ricchissimi, sportivissimi, preparatissimi.
È tempo di disfarsi, dell’ingenua e malsana idea, di avere cinquemila amici solo perché, un social network, ce la racconta così.
È tempo di coltivare.
Coltivare il proprio giardino. Quello della mente e quello di casa chi di noi può.
Coltivare la gentilezza che vince sempre sulla grettezza. Coltivare l’amore e coltivare i rapporti umani per cui vale la pena impegnarsi. Gli altri, lasciamoli andare. Non sono destinati a noi.
Coltivare il tempo, lo spazio.
Radicarsi nel qui e nell’ora, sintonizzarsi sulla frequenza del nostro cuore e sentirlo sussurrare
Io sono, io sono, io sono.
È tutto ciò che conta.
Om Shanti, Shanti, Shanti
M.
Alda Merini
Oggi è l’undicesimo giorno di quarantena, non so ancora bene cosa stia accadendo dentro me.
Sono milioni, le notizie più disparate e contradditorie, che mi ronzano nel cervello. Una violenza visiva, di immagini, che sembrano montate da un professionista del cinema di fantascienza e, una violenza verbale, di voci, che urlano parole di terrore, di panico e di odio. Non faccio che chiedermi se non sia, in fondo, giusto quello che sta accadendo. L’unico modo lasciato alla natura per pareggiare i conti e ricominciare.
Sono giorni lunghissimi che volgono al termine in un lampo, io imparo a riprendermi il mio tempo.
Tempo per non sapere più che giorno è.
Tempo per non puntare più la sveglia e accettare che il mio corpo sa meglio delle lancette quando ha finito di riposare.
Tempo per non far niente. Senza bisogno di correre ad occupare quell’unità di tempo rimasta scoperta. Tempo per stare nel vuoto, in silenzio, a scandagliare la vita nuova che la natura mi sta offrendo.
Tempo per capire che la vita conosce sempre la via. Anche quando sembra che non sia così.
Tempo per essere grata di poter guardare la mia bambina crescere, come fossi l’unica spettatrice del più grande spettacolo mai visto prima.
Tempo per ascoltare.
Ascoltare, che non è scontato come sembra.
Ascoltare mia figlia, per davvero, senza impegni che si frappongono tra me, lei e tutte le parole che ha nel cuore (Dio se ne ha tante :) ).
Ascoltare le mie mani impastare, per la prima volta, il cibo che nutre me, mia figlia e, mentre impasto, sentire dal centro perfetto del mio corpo, quella inequivocabile, rasserenante sensazione che ne usciremo più consapevoli, più saggi, in una parola: migliori. Tutti. Sentire tra la farina e l’acqua, una nuova me prendere forma.
Ascoltare i rumori della casa. Raccontano di spazi che non ricordavo più di poter abitare, senza te. Scoprire, invece, che dove non ci sei tu, ci sono ancora io. Il prolungamento di me. Nutrire la certezza che basto a me stessa.
Ascoltare le giornate di vicini, che non sapevo nemmeno di avere. Imparare a riconoscerne la voce, le abitudini, gli orari e i gusti musicali.
Ascoltare le idee che mi sedimentano in testa, si fanno nuove, eccitanti conoscenze di parti di me mai incontrate prima, ma anche di chi sono stata e non voglio più essere, chi sono ora e dove voglio andare.
Ascoltare la forza che mi muove nella vita: l’amore. Amore che la gente non comprende, giudica e, invece, vale sempre la pena vivere.
Ascoltare il mio fiume interno e accettare che va dove vuole andare, scava il suo letto e procede spedito al suo mare. Anni spesi a diventare la migliore versione del personaggio che la vita mi aveva assegnato, anni spesi, poi, a soffrire per la mia incapacità di stare comoda nei panni che mi erano stati dati.
In questi giorni, quindi, ritrovarmi. Scoprire che non me n’ero mai andata, ero solo inabissata nelle acque del mio fiume da dove provavo a chiamarmi invano, ché i suoni del mondo in cui ero stata scaraventata, coprivano la mia stessa voce.
Ascoltare il mio corpo, da sola, sul tappetino.
In questi giorni di quiete, in cui pratico in solitudine, non ascolto nemmeno la musica, ascolto solo il mio respiro, fluire sempre pari. Con uguale intensità entra nei polmoni, li riempie, li espande e, con uguale intensità, il respiro esce, portando via con sé il tempo. Imparo, in questi giorni, a non dare mai più per scontata l’aria, a ringraziare i miei polmoni per essere polmoni che hanno pianto tanto e ora sono più forti di prima.
In quel non tempo che è la mia pratica quotidiana, il mio corpo si svela in tutta la sua sacralità. Muscoli, microscopici filamenti di carne che tengono su un intero scheletro, un’intera esistenza. Mi raccontano chi sono oggi: una donna salda sul suo tappetino e nel mondo.
Mi insegnano che non devo aver paura di essere indipendente e che stare soli si può, senza sentirsi orfani.
È un non tempo, in un non luogo, questo che stiamo vivendo.
Lo avvertono i bambini e gli esercizi commerciali chiusi, le vetrine tristi, che non sanno più brillare.
Lo sanno le strade vuote. Lo sanno i mari, i laghi, i fiumi. Lo sanno i delfini, che per la prima volta, si azzardano a visitare la bellissima Venezia, con i suoi canali e la sempre eterna laguna.
Lo sanno i cinghiali, che non sentendo più il nostro ininterrotto vociare, si avventurano per le strade centrali della bella Sassari.
Lo sanno gli uccelli nei parchi. Lo sa il verde brillante del prato e il l’indaco del cielo di una Primavera, che così bella e accogliente, la ricordo solo da bambina.
La natura si riprende i suoi spazi. La natura si riprende il suo tempo e ci invita a fare lo stesso.
È Primavera.
È tempo di rinascita.
È tempo di spogliarsi di quegli strati, che ci hanno protetti dal lungo inverno. Strati fatti del superfluo.
È tempo questo di disfarsi dei bagagli. Bagagli di informazioni, che sovraccaricano la nostra capacità di concentrazione. Disfarsi della folle idea di dover tutti essere quelli degli -issimi. Bellissimi, intelligentissimi, ricchissimi, sportivissimi, preparatissimi.
È tempo di disfarsi, dell’ingenua e malsana idea, di avere cinquemila amici solo perché, un social network, ce la racconta così.
È tempo di coltivare.
Coltivare il proprio giardino. Quello della mente e quello di casa chi di noi può.
Coltivare la gentilezza che vince sempre sulla grettezza. Coltivare l’amore e coltivare i rapporti umani per cui vale la pena impegnarsi. Gli altri, lasciamoli andare. Non sono destinati a noi.
Coltivare il tempo, lo spazio.
Radicarsi nel qui e nell’ora, sintonizzarsi sulla frequenza del nostro cuore e sentirlo sussurrare
Io sono, io sono, io sono.
È tutto ciò che conta.
Om Shanti, Shanti, Shanti
M.
lunedì 12 agosto 2019
L'amore cambia.
Ci sono momenti in cui alcune verità, diventano ingestibili.
Sono delle vere e proprie cesoie storiche delle nostre vite.
La mia vita è già piena di pre e dopo guerra.
A trentasette anni, sto crescendo. È difficilissimo, è dolorosissimo, ma sta accadendo. Anche ora mentre tutto quello che avevo rimesso in piedi, crolla con l’usuale effetto domino che mi porta via dalla mia stessa vita. Ancora.
Eppure, questa volta resto. Non muovo un passo, è la mia vita. Ho il diritto di restare. È strano non fuggire, non cercare scappatoie e uscite di emergenza. Al contrario, allacciare le cinture sapendo che sarà un giro sull’ottovolante.
L’altro giorno, il figlio di una delle mie migliori amiche, aveva un febbrone da cavallo, circa trentanove e mezzo. Asintomatica. Lei, gli ha dato dell’antipiretico e il giorno dopo, era tutto passato. Il figlio della mia amica si è alzato dal letto ed era senza febbre, ma più alto di qualche centimetro. La chiamano febbre di crescita. Io, spesso, mi sento così. Il mio corpo interno, soffre i dolori fisici della crescita. A volte prima di dormire, sogno che l’indomani mattina, anche io mi sveglierò un po’ più alta e i vecchi jeans mi staranno corti.
Invece, sono sempre la stessa, anche se giurerei che le mie spalle sono più robuste di prima.
Insomma, forse non avrò preso centimetri in altezza, ma in lunghezza di cervello direi che va meglio! Per la prima volta, capisco che stare ferma è l’unica opzione possibile se voglio evitare di esplodere, distruggendo tutto quello che mi sta intorno.
Ho sempre pensato di essere in guerra. In realtà, più con me stessa, che con gli altri, ma come ogni guerra, anche la mia, ha mietuto più che altro molte vittime innocenti e rare vittorie cosparse, comunque, di sangue.
La verità, è che la gente si stufa della guerra. Come dare loro torto? Quante energie sprecate a combattere! Quante cose, luoghi, volti andati sciupati in nome di che cosa? Mantenere il punto.
La sensazione del mantenere il punto, provo a spiegarvela così: come quei poster che tenevo appesi alle pareti della mia camera da ragazza; quando una puntina si staccava e l’angolo del poster precipitava su stesso deformando l’intera immagine.
Ecco, io i punti cerco di mantenerli saldi sì, ma poi sprofondo nelle mie stesse battaglie, lasciando solo immagini di me deformi tutto intorno. Avrei dovuto capirlo prima che quella, non ero io.
È una questione di principio!
Probabilmente, la categoria mentale del principio è la prima ad essersi formata in me ed è, in virtù di quel principio lì, che faccio la guerra. Un principio totalmente astratto, il quid che cerco per esplodere. È quello che mi innesca, che mi fa, letteralmente, mangiare da dentro. È quel principio che mi inganna di non piegarmi, di brillare col sole in fronte. È quel principio lì che tutta la vita mi ha mentito, raccontandomi che non perseguire la strada da lui dettata, significhi sempre e comunque: sottomettersi, soccombere, mostrare devozione.
Così ti ho perso, tu l’avevi capito?
Ma ci sono cose contro cui, neppure un Generale come me, può nulla.
Combatto contro la mia incapacità di estirparti da me ogni singolo giorno, metto in campo ogni possibile arma, creo un esercito di versioni di me stessa e le lascio andare in giro senza controllo. Tutte poi tornano con la medesima certezza. In principio, mi sono infuriata. L’ego mi parlava facendomi sentire piccola, patetica e rifiutata, ma più il tempo passava, più capivo. C’è della forza ad ammettere cosa non riesci a fare. Certo, non piace a nessuno di noi, eppure, è importante riconoscerlo, è la maggiore espressione del nostro istinto di conservazione.
Da qualche parte, ho letto che l’orgoglio è un po’ come la panna da cucina che usi quando un sugo non lega bene, allora ne aggiungi un sorso o due e amalgami; purtroppo però il gusto della panna sovrasta gli altri. Al termine della preparazione, avrai un sugo alla panna. Non è meglio, non è peggio, ma è diverso. L’hai sporcato con la panna. L’orgoglio funziona così. Alla fine della fiera attraverso l’orgoglio, potrai ottenere qualcosa: delle scuse che credi di dover ricevere, un’altra chance, un riconoscimento, ma sarà, sempre, sporco del tuo ego e il sapore che sentirai, sarà solo quello della solitudine.
Io la necessità di agire secondo la logica dell’orgoglio, cerco di boicottarla. È insita nel mio caratteraccio, ma mi impegno con estrema fatica, a non seguire l’istinto della Regina che mi muove nella vita. Ho capito, che quella che vede la maggior parte della gente non è la vera Michela, ma il suo sproporzionato, mastodontico ego che va in giro a far danno.
Tuttavia, non è chi sono veramente. È l’immagine di me che scelgo di veicolare al mondo. Il ruolo che mi piace recitare, forse, il lato più addomesticato di me, quello che cerca continuamente il vostro consenso. La parte di me così debole, insicura e tarocca da nutrire la necessità costante di esercitare potere sulle vite altrui. Quella che cerca di spacciarsi per forte, ma in realtà è solo prepotente. La parte di me che vive nella paura. Una paura agghiacciante di non essere abbastanza, di essere mediocre.
Negli anni il mio ego, è stato la mia armatura scintillante da guerra.
L’ho costruita durante meticolosi anni di battaglie. L’ho formata con tutti quegli aspetti di me che cercavo di vendere al migliore offerente. Una venditrice di enciclopedie del cazzo!
Ogni piccola dote, una moneta di scambio per le attenzioni e l’affetto del mondo:
- Che brava bimba educata!
- Che ragazza profonda!
- Che bella donna!
- Che sguardo intenso!
- Come scrivi bene!
Ciascuno di questi complimenti, insieme ad altri anche meno eleganti, formava un tassello e poi sommato agli altri uno strato, della mia armatura e, a lungo, ho pensato di aver fatto un buon lavoro con il panetto di creta che mi era stata data alla nascita. Chi ha bisogno del divino, quando il tuo nucleo è così ben protetto? Cuore impavido me ne andavo in guerra a volto scoperto.
Eppure, la vita mi ha dimostrato che nulla di tutto ciò conta. Uno strato leva l’altro, resta solo Michela. Indifesa, imperfetta, fragile e con una preoccupante propensione alla santificazione in amore. Nulla di tutto ciò che avevo costruito col mio ego era servito a trattenerti e, quando mi sono ritrovata al centro del dolore, ho scoperto di essere come un giunco. Mi piego, mi ricurvo e non mi spezzo mai.
Non è un’armatura di cento chili di ego a proteggermi, ma la capacità che ha Michela di contattare ogni giorno la sua paura di vivere e superarla.
Abbandonare la sensazione rassicurante di essere in una posizione di potere, fare pace col fatto che non sono più forte di te e che non posso superare il libero arbitrio di nessuno. Capire che essere persone forti è un dono, non un’assicurazione contro gli infortuni del cuore e restare ferma.
È una battaglia anche questa. Cruenta, ma almeno questa volta giusta, perché ha come scopo ultimo quello di liberare la Michela selvaggia, quella ancestrale, quella reale e lasciarla correre in direzione del suo futuro. Quindi, imparare a riconoscere la sua voce, ascoltarla ché sa già tutto ciò che devo sapere, affidarmi a lei e inseguire il mio cuore.
Ovunque andrà.
Sono delle vere e proprie cesoie storiche delle nostre vite.
La mia vita è già piena di pre e dopo guerra.
A trentasette anni, sto crescendo. È difficilissimo, è dolorosissimo, ma sta accadendo. Anche ora mentre tutto quello che avevo rimesso in piedi, crolla con l’usuale effetto domino che mi porta via dalla mia stessa vita. Ancora.
Eppure, questa volta resto. Non muovo un passo, è la mia vita. Ho il diritto di restare. È strano non fuggire, non cercare scappatoie e uscite di emergenza. Al contrario, allacciare le cinture sapendo che sarà un giro sull’ottovolante.
L’altro giorno, il figlio di una delle mie migliori amiche, aveva un febbrone da cavallo, circa trentanove e mezzo. Asintomatica. Lei, gli ha dato dell’antipiretico e il giorno dopo, era tutto passato. Il figlio della mia amica si è alzato dal letto ed era senza febbre, ma più alto di qualche centimetro. La chiamano febbre di crescita. Io, spesso, mi sento così. Il mio corpo interno, soffre i dolori fisici della crescita. A volte prima di dormire, sogno che l’indomani mattina, anche io mi sveglierò un po’ più alta e i vecchi jeans mi staranno corti.
Invece, sono sempre la stessa, anche se giurerei che le mie spalle sono più robuste di prima.
Insomma, forse non avrò preso centimetri in altezza, ma in lunghezza di cervello direi che va meglio! Per la prima volta, capisco che stare ferma è l’unica opzione possibile se voglio evitare di esplodere, distruggendo tutto quello che mi sta intorno.
Ho sempre pensato di essere in guerra. In realtà, più con me stessa, che con gli altri, ma come ogni guerra, anche la mia, ha mietuto più che altro molte vittime innocenti e rare vittorie cosparse, comunque, di sangue.
La verità, è che la gente si stufa della guerra. Come dare loro torto? Quante energie sprecate a combattere! Quante cose, luoghi, volti andati sciupati in nome di che cosa? Mantenere il punto.
La sensazione del mantenere il punto, provo a spiegarvela così: come quei poster che tenevo appesi alle pareti della mia camera da ragazza; quando una puntina si staccava e l’angolo del poster precipitava su stesso deformando l’intera immagine.
Ecco, io i punti cerco di mantenerli saldi sì, ma poi sprofondo nelle mie stesse battaglie, lasciando solo immagini di me deformi tutto intorno. Avrei dovuto capirlo prima che quella, non ero io.
È una questione di principio!
Probabilmente, la categoria mentale del principio è la prima ad essersi formata in me ed è, in virtù di quel principio lì, che faccio la guerra. Un principio totalmente astratto, il quid che cerco per esplodere. È quello che mi innesca, che mi fa, letteralmente, mangiare da dentro. È quel principio che mi inganna di non piegarmi, di brillare col sole in fronte. È quel principio lì che tutta la vita mi ha mentito, raccontandomi che non perseguire la strada da lui dettata, significhi sempre e comunque: sottomettersi, soccombere, mostrare devozione.
Così ti ho perso, tu l’avevi capito?
Ma ci sono cose contro cui, neppure un Generale come me, può nulla.
Combatto contro la mia incapacità di estirparti da me ogni singolo giorno, metto in campo ogni possibile arma, creo un esercito di versioni di me stessa e le lascio andare in giro senza controllo. Tutte poi tornano con la medesima certezza. In principio, mi sono infuriata. L’ego mi parlava facendomi sentire piccola, patetica e rifiutata, ma più il tempo passava, più capivo. C’è della forza ad ammettere cosa non riesci a fare. Certo, non piace a nessuno di noi, eppure, è importante riconoscerlo, è la maggiore espressione del nostro istinto di conservazione.
Da qualche parte, ho letto che l’orgoglio è un po’ come la panna da cucina che usi quando un sugo non lega bene, allora ne aggiungi un sorso o due e amalgami; purtroppo però il gusto della panna sovrasta gli altri. Al termine della preparazione, avrai un sugo alla panna. Non è meglio, non è peggio, ma è diverso. L’hai sporcato con la panna. L’orgoglio funziona così. Alla fine della fiera attraverso l’orgoglio, potrai ottenere qualcosa: delle scuse che credi di dover ricevere, un’altra chance, un riconoscimento, ma sarà, sempre, sporco del tuo ego e il sapore che sentirai, sarà solo quello della solitudine.
Io la necessità di agire secondo la logica dell’orgoglio, cerco di boicottarla. È insita nel mio caratteraccio, ma mi impegno con estrema fatica, a non seguire l’istinto della Regina che mi muove nella vita. Ho capito, che quella che vede la maggior parte della gente non è la vera Michela, ma il suo sproporzionato, mastodontico ego che va in giro a far danno.
Tuttavia, non è chi sono veramente. È l’immagine di me che scelgo di veicolare al mondo. Il ruolo che mi piace recitare, forse, il lato più addomesticato di me, quello che cerca continuamente il vostro consenso. La parte di me così debole, insicura e tarocca da nutrire la necessità costante di esercitare potere sulle vite altrui. Quella che cerca di spacciarsi per forte, ma in realtà è solo prepotente. La parte di me che vive nella paura. Una paura agghiacciante di non essere abbastanza, di essere mediocre.
Negli anni il mio ego, è stato la mia armatura scintillante da guerra.
L’ho costruita durante meticolosi anni di battaglie. L’ho formata con tutti quegli aspetti di me che cercavo di vendere al migliore offerente. Una venditrice di enciclopedie del cazzo!
Ogni piccola dote, una moneta di scambio per le attenzioni e l’affetto del mondo:
- Che brava bimba educata!
- Che ragazza profonda!
- Che bella donna!
- Che sguardo intenso!
- Come scrivi bene!
Ciascuno di questi complimenti, insieme ad altri anche meno eleganti, formava un tassello e poi sommato agli altri uno strato, della mia armatura e, a lungo, ho pensato di aver fatto un buon lavoro con il panetto di creta che mi era stata data alla nascita. Chi ha bisogno del divino, quando il tuo nucleo è così ben protetto? Cuore impavido me ne andavo in guerra a volto scoperto.
Eppure, la vita mi ha dimostrato che nulla di tutto ciò conta. Uno strato leva l’altro, resta solo Michela. Indifesa, imperfetta, fragile e con una preoccupante propensione alla santificazione in amore. Nulla di tutto ciò che avevo costruito col mio ego era servito a trattenerti e, quando mi sono ritrovata al centro del dolore, ho scoperto di essere come un giunco. Mi piego, mi ricurvo e non mi spezzo mai.
Non è un’armatura di cento chili di ego a proteggermi, ma la capacità che ha Michela di contattare ogni giorno la sua paura di vivere e superarla.
Abbandonare la sensazione rassicurante di essere in una posizione di potere, fare pace col fatto che non sono più forte di te e che non posso superare il libero arbitrio di nessuno. Capire che essere persone forti è un dono, non un’assicurazione contro gli infortuni del cuore e restare ferma.
È una battaglia anche questa. Cruenta, ma almeno questa volta giusta, perché ha come scopo ultimo quello di liberare la Michela selvaggia, quella ancestrale, quella reale e lasciarla correre in direzione del suo futuro. Quindi, imparare a riconoscere la sua voce, ascoltarla ché sa già tutto ciò che devo sapere, affidarmi a lei e inseguire il mio cuore.
Ovunque andrà.
sabato 3 agosto 2019
Di amore e tiri al bersaglio.
Com’è che molti di noi da adulti credono che l’amore, sia nella mancanza? Mia figlia di sette anni ed io, ad esempio, abbiamo due versioni dell’amore molto diverse e, la sua, inutile dirlo, è la più equilibrata. In sintesi Baby V crede che, l’amore, sia questione di stare insieme. “L’amore è quando due fanno tutte le cose insieme, mamma. Fanno la spesa insieme, si aiutano tra loro stessi e si fanno tatuaggi uguali”. È in questi momenti di conversazione con mia figlia, che capisco la vita. Pur essendo una persona parecchio introspettiva, nella vita navigo a vista e agisco sempre senza pensare. Da giovane mi rendeva affascinante. Michela l’impetuosa. Michela Cime Tempestose. Oggi, mi rende Michela la bomba ad orologeria. Michela la pazza. Michela quella da evitare.
La frase sull’amore di Virginia, coinvolge tre azioni verbali e un unico tempo. Io, due su tre azioni, le svolgo con un unico uomo. Non male, c’è bisogno di qualche adjustements, come quando non entri in una posizione Yoga e il maestro ti spiega come fare, comunque c’è del potenziale e con potenziale intendo che, tre su tre non è fattibile per me, perché io non faccio la spesa, praticamente, mai. Quindi direi che, nell’ottica di Virginia, ho raggiunto con un’unica persona, il massimo della possibile percentuale amorosa. Purtroppo però, io non sono candida come mia figlia. L’amore, per la mamma di Virginia, è un pelo più complesso, ma tirando le somme credo sia scoprire, anzi scoprire non è il termine adatto; capire, ogni singola volta che, ti amo nella tua assenza.
Suona poetico, lo so, invece, non lo è. In realtà sono portata a credere più che sia una condizione clinica invalidante. Roba che mentre l’italiano medio fa la fila per il reddito di cittadinanza, io la farei per la pensione di invalidità amorosa.
Signora, lei soffre di una forma di cecità selettiva che non le consente di riconoscere l’amore quando ce l’ha di fronte.
Qualcuno di voi può relazionarsi con questo?
Come recitava Neruda –me gustas cuando callas porque estás como ausente- è il tema dell’assenza a fregarci.
Quando io e Orco ci siamo lasciati, V nella sua infinita saggezza di seienne disse, “mamma, devi cacciarlo dalla tua scala”. Così ho scoperto che, l’unità di misura dell’amore a sei anni, è la presenza. Detto fatto. Un po’ più complesso è il concetto di scala interna dove mia figlia posiziona i suoi affetti, del quale un giorno, forse, parlerò. Ci sei, ti vedo, dunque, mi ami e io ti amo di rimando. Non ci sei, non ti vedo, dunque, non mi ami, allora, perché io dovrei tenerti nella mia vita e, nel mio cuore? Faccio posto a un nuovo amore. Fuori il vecchio e dentro il nuovo. Può sembrare immaturo e superficiale, invece, è un concetto profondamento yogico di non attaccamento. Le persone entrano nella nostra vita, di norma, per insegnarci qualcosa sul nostro percorso karmico. Una volta imparata la lezione, queste, vanno via. AltrovE. Non c’è niente in questa vita che duri per sempre e, se accettiamo che tutto ha una fine, perché i percorsi individuali fatti insieme poi si diramano in altri percorsi che, invece, ora ci separano, oppure, ancora più verosimilmente, perché le nostre forme terrene periscono e cessano di esistere, allora, possiamo essere in grado di capire e accettare che, l’amore nasce, cresce e muore, proprio come tutto il resto delle cose di questo Pianeta. A volte in un incendio bellissimo, altre, con il tepore del rassicurante fuoco di un camino invernale.
Il fatto è che non vogliamo accettarlo. Per questo, iniziamo ad accampare mille scuse. Se avessi detto, se avessi fatto, sì ma adesso saprei come amarti. Quante volte lo abbiamo detto? Come se rinunciare alla parte di noi che in quel rapporto non ha funzionato, ci mettesse al riparo da un nuovo fallimento. Il solo chiamarlo fallimento è, il fallimento stesso, della nostra esistenza. È finita perché avete smesso di comunicare. Non c’erano più parole, gesti, lezioni da donare e prendere. Dovremmo radicalmente cambiare le lenti scure attraverso cui guardiamo alle nostre vite. FINE è solo il sinonimo di nuovo principio, a noi, invece, hanno insegnato che era il suo contrario.
Personalmente, ho smesso di accettare che la fine sia una sterile fase di vuoto della mia vita e cerco, con enorme sforzo sia chiaro, di usare le mie fini come laboratori creativi nei quali reinventare me stessa. Conoscere le nuove parti di me che quelle relazioni, mi hanno regalato. Mi sforzo di pensare che ora, sono una versione migliorata di Michela Cime Tempestose. Mi piace fermarmi a riflettere su quanti pezzi di me che non credevo sarebbero mai andati via, oggi sono nelle anime di quelli che mi hanno amata. Mi piace visualizzare quelle parti e, cercare di immaginare come abbiano modificato, le vite di quelli che le hanno prese con sé.
Ho trascorso gli ultimi otto mesi della mia vita immobile. Espiando colpe che avevo e inventandone di altre per non rischiare di guardare avanti. Ho detto a tutti che stavo male e ho recitato un unico mantra per otto lunghi mesi. L’ho detto, l’ho meditato, l’ho scritto e se fossi stata intonata lo avrei cantato, per fortuna sono stonata come una campana. Ho pianto, mi sono fatta vedere da mia figlia mentre toccavo il fondo, mi ci sono accovacciata ginocchia al petto, faccia tra le gambe a piangere, piangere e piangere consumandomi nel corpo e nel volto invece di dimostrare a mia figlia che dal fondo, si risale sempre. Perché? Si può davvero amare così cocciutamente un uomo che non ti ama, non ti vuole, respira lontano da te, progetta nuovi percorsi, li inizia e conclude il tutto, senza mai guardarsi indietro? Non lo so, ma so che puoi raccontartelo e dirti che il dolore che provi è di certo amore, perché amare significa soffrire, per questo ti amo se non ci sei. Posso dire che per me, è sorprendentemente facile, avere a che fare col dolore ed è, pressappoco impossibile, capire quando sono felice.
Tutto profondamente sbagliato. Amare, ora mi è dolorosamente chiaro, significa accettare le scelte dell’altro anche quando lo portano lontano da te. Anzi, significa accettarle, appoggiarle e assecondarle con la fiducia che, alla fine di tutta la distanza che metterete tra di voi, vi ritroverete. Significa dire- ti amo, darei tutto quello che ho per averti qui al mio fianco oggi, perché muoio dalla voglia di iniziare la nostra vita insieme, ma preferisco credere in te e aver fiducia che, quando sarai pronto, tornerai, perché sai che sono i miei, solo i miei, gli occhi che cercherai in ogni stanza affollata in cui entrerai. Significa chiudere il cuore, aprire la mente e sentire la vicinanza della sua, mentre il resto del mondo la chiama vita. Significa sapere che lui è quello con cui finirai questo viaggio e inizierai il successivo. Amare, significa dire grazie per aver saputo aspettare quando ero cieca, sorda e muta, ora tocca a me e aver fiducia che, mentre ti infligge il più violento dei colpi, in realtà, sta solo facendo un giro lungo per tornare da te.
L’amore è la cosa più preziosa che abbiamo dentro e dovremmo imparare a donarlo solo a chi realmente lo vuole.
Il mio cuore è come una gigantesca patata bollente. Mi brucia dall’interno, cerco di liberarmene e la lancio con violenza per essere certa che, il suo peso caschi dritto tra le braccia di qualcuno. Tutti però la rilanciano, è pur sempre una patata bollente. Scotta, è pesante, è difficile da gestire, non lo so se voglio questo dalla vita, oppure, una relazione che mi faccia sentire più tranquillo, non sai reggere la routine di un rapporto, è complicato.
Ogni volta che qualcuno lo prende tra le mani poi fa a gara con gli altri a chi se ne libera prima. Fanno bene, perché è dannatamente vero: il mio cuore è ingombrante e reca un gigantesco bersaglio al suo centro.
Mirare, puntare, bum e, come al tiro a segno sbucano fuori sempre nuovi bersagli, analogamente, dalle ceneri del mio cuore, ne sbuca sempre un nuovo.
Quindi, spara, spara pure.
Per sempre è composto di infiniti attimi. Non importa quanti, importa quali e importa dove.
Qui, ora, sempre.
La frase sull’amore di Virginia, coinvolge tre azioni verbali e un unico tempo. Io, due su tre azioni, le svolgo con un unico uomo. Non male, c’è bisogno di qualche adjustements, come quando non entri in una posizione Yoga e il maestro ti spiega come fare, comunque c’è del potenziale e con potenziale intendo che, tre su tre non è fattibile per me, perché io non faccio la spesa, praticamente, mai. Quindi direi che, nell’ottica di Virginia, ho raggiunto con un’unica persona, il massimo della possibile percentuale amorosa. Purtroppo però, io non sono candida come mia figlia. L’amore, per la mamma di Virginia, è un pelo più complesso, ma tirando le somme credo sia scoprire, anzi scoprire non è il termine adatto; capire, ogni singola volta che, ti amo nella tua assenza.
Suona poetico, lo so, invece, non lo è. In realtà sono portata a credere più che sia una condizione clinica invalidante. Roba che mentre l’italiano medio fa la fila per il reddito di cittadinanza, io la farei per la pensione di invalidità amorosa.
Signora, lei soffre di una forma di cecità selettiva che non le consente di riconoscere l’amore quando ce l’ha di fronte.
Qualcuno di voi può relazionarsi con questo?
Come recitava Neruda –me gustas cuando callas porque estás como ausente- è il tema dell’assenza a fregarci.
Quando io e Orco ci siamo lasciati, V nella sua infinita saggezza di seienne disse, “mamma, devi cacciarlo dalla tua scala”. Così ho scoperto che, l’unità di misura dell’amore a sei anni, è la presenza. Detto fatto. Un po’ più complesso è il concetto di scala interna dove mia figlia posiziona i suoi affetti, del quale un giorno, forse, parlerò. Ci sei, ti vedo, dunque, mi ami e io ti amo di rimando. Non ci sei, non ti vedo, dunque, non mi ami, allora, perché io dovrei tenerti nella mia vita e, nel mio cuore? Faccio posto a un nuovo amore. Fuori il vecchio e dentro il nuovo. Può sembrare immaturo e superficiale, invece, è un concetto profondamento yogico di non attaccamento. Le persone entrano nella nostra vita, di norma, per insegnarci qualcosa sul nostro percorso karmico. Una volta imparata la lezione, queste, vanno via. AltrovE. Non c’è niente in questa vita che duri per sempre e, se accettiamo che tutto ha una fine, perché i percorsi individuali fatti insieme poi si diramano in altri percorsi che, invece, ora ci separano, oppure, ancora più verosimilmente, perché le nostre forme terrene periscono e cessano di esistere, allora, possiamo essere in grado di capire e accettare che, l’amore nasce, cresce e muore, proprio come tutto il resto delle cose di questo Pianeta. A volte in un incendio bellissimo, altre, con il tepore del rassicurante fuoco di un camino invernale.
Il fatto è che non vogliamo accettarlo. Per questo, iniziamo ad accampare mille scuse. Se avessi detto, se avessi fatto, sì ma adesso saprei come amarti. Quante volte lo abbiamo detto? Come se rinunciare alla parte di noi che in quel rapporto non ha funzionato, ci mettesse al riparo da un nuovo fallimento. Il solo chiamarlo fallimento è, il fallimento stesso, della nostra esistenza. È finita perché avete smesso di comunicare. Non c’erano più parole, gesti, lezioni da donare e prendere. Dovremmo radicalmente cambiare le lenti scure attraverso cui guardiamo alle nostre vite. FINE è solo il sinonimo di nuovo principio, a noi, invece, hanno insegnato che era il suo contrario.
Personalmente, ho smesso di accettare che la fine sia una sterile fase di vuoto della mia vita e cerco, con enorme sforzo sia chiaro, di usare le mie fini come laboratori creativi nei quali reinventare me stessa. Conoscere le nuove parti di me che quelle relazioni, mi hanno regalato. Mi sforzo di pensare che ora, sono una versione migliorata di Michela Cime Tempestose. Mi piace fermarmi a riflettere su quanti pezzi di me che non credevo sarebbero mai andati via, oggi sono nelle anime di quelli che mi hanno amata. Mi piace visualizzare quelle parti e, cercare di immaginare come abbiano modificato, le vite di quelli che le hanno prese con sé.
Ho trascorso gli ultimi otto mesi della mia vita immobile. Espiando colpe che avevo e inventandone di altre per non rischiare di guardare avanti. Ho detto a tutti che stavo male e ho recitato un unico mantra per otto lunghi mesi. L’ho detto, l’ho meditato, l’ho scritto e se fossi stata intonata lo avrei cantato, per fortuna sono stonata come una campana. Ho pianto, mi sono fatta vedere da mia figlia mentre toccavo il fondo, mi ci sono accovacciata ginocchia al petto, faccia tra le gambe a piangere, piangere e piangere consumandomi nel corpo e nel volto invece di dimostrare a mia figlia che dal fondo, si risale sempre. Perché? Si può davvero amare così cocciutamente un uomo che non ti ama, non ti vuole, respira lontano da te, progetta nuovi percorsi, li inizia e conclude il tutto, senza mai guardarsi indietro? Non lo so, ma so che puoi raccontartelo e dirti che il dolore che provi è di certo amore, perché amare significa soffrire, per questo ti amo se non ci sei. Posso dire che per me, è sorprendentemente facile, avere a che fare col dolore ed è, pressappoco impossibile, capire quando sono felice.
Tutto profondamente sbagliato. Amare, ora mi è dolorosamente chiaro, significa accettare le scelte dell’altro anche quando lo portano lontano da te. Anzi, significa accettarle, appoggiarle e assecondarle con la fiducia che, alla fine di tutta la distanza che metterete tra di voi, vi ritroverete. Significa dire- ti amo, darei tutto quello che ho per averti qui al mio fianco oggi, perché muoio dalla voglia di iniziare la nostra vita insieme, ma preferisco credere in te e aver fiducia che, quando sarai pronto, tornerai, perché sai che sono i miei, solo i miei, gli occhi che cercherai in ogni stanza affollata in cui entrerai. Significa chiudere il cuore, aprire la mente e sentire la vicinanza della sua, mentre il resto del mondo la chiama vita. Significa sapere che lui è quello con cui finirai questo viaggio e inizierai il successivo. Amare, significa dire grazie per aver saputo aspettare quando ero cieca, sorda e muta, ora tocca a me e aver fiducia che, mentre ti infligge il più violento dei colpi, in realtà, sta solo facendo un giro lungo per tornare da te.
L’amore è la cosa più preziosa che abbiamo dentro e dovremmo imparare a donarlo solo a chi realmente lo vuole.
Il mio cuore è come una gigantesca patata bollente. Mi brucia dall’interno, cerco di liberarmene e la lancio con violenza per essere certa che, il suo peso caschi dritto tra le braccia di qualcuno. Tutti però la rilanciano, è pur sempre una patata bollente. Scotta, è pesante, è difficile da gestire, non lo so se voglio questo dalla vita, oppure, una relazione che mi faccia sentire più tranquillo, non sai reggere la routine di un rapporto, è complicato.
Ogni volta che qualcuno lo prende tra le mani poi fa a gara con gli altri a chi se ne libera prima. Fanno bene, perché è dannatamente vero: il mio cuore è ingombrante e reca un gigantesco bersaglio al suo centro.
Mirare, puntare, bum e, come al tiro a segno sbucano fuori sempre nuovi bersagli, analogamente, dalle ceneri del mio cuore, ne sbuca sempre un nuovo.
Quindi, spara, spara pure.
Per sempre è composto di infiniti attimi. Non importa quanti, importa quali e importa dove.
Qui, ora, sempre.
mercoledì 31 luglio 2019
Di Yoga e bambine impertinenti.
Fa male. Ti senti sventrata. Lo so che non ci credi, ma va bene così. Lo capirai. Lascia questa nuova ferita aperta, guardaci attraverso e riparti da lì. È proprio in virtù di questo nuovo dolore, che puoi dimostrarti, finalmente, per quello che sei.
Ogni tuo difetto, ogni tuo fallimento, ogni tuo limite. Tutto concorre a fare di te una donna che corre con i lupi. Indomabile; per la maggior parte delle persone, una vera selvaggia. Eppure sono questi stessi tratti a renderti bellissima. A renderti bruttissima. A renderti umana. Sei umana. Avanti, piccola donna, ripetilo ad alta voce. Sei umana, sei già, solo per questo, degna di essere amata e meritevole di perdono. Sempre.
C’è una Michela molto piccola in me, parlo troppo poche volte con lei e questo, la confonde. La sento urlare per tutto il tempo, ogni singolo giorno, delle ingiustizie che sente bruciare sulla sua pelle. A lungo, troppo a lungo, ho finto di non ascoltarla. È una bimba sovversiva, la Rivoluzione non la fa, la Rivoluzione la porta dentro di sé, lei è la Rivoluzione. È una bambina insicura, vive nell’incessante terrore dell’abbandono. Quando si sente aggredita, reagisce. La maggior parte del tempo, in maniera inappropriata. Rende palese, quotidianamente, la sua capacità di compiere solo scelte avventate, di base perché ha paura. Teme di non sapere ascoltare il suo cuore, ha paura di morire senza riuscire a sentire il calore dell’amore. Una volta, una sola volta, amare ed essere amata. Possibilmente in contemporanea, non un secondo dopo che lei ha smesso di essere amata. Questo è quel che chiede.
È molto egoista, capricciosa, viziata e tutto, accade per la stessa unica ragione. Ha paura di quanto sia facile frantumarla, dunque, tortura la Michela adulta. Per questo motivo, lancia bombe ad ogni passo. Spera ne escano fiori e, invece, semina vento e raccoglie tempesta.
Cerco di dirle di calmarsi, che andrà tutto bene, che saprò tenerla al sicuro in questo mondo spaventoso, ma non è quasi mai semplice convincerla ad ascoltarmi. Per anni, io e lei, siamo state in balìa delle sue strategie persecutive. Anni molto, molto bui durante i quali, il mondo era sottosopra e insieme correvamo in tondo nel Paese delle Meraviglie. Quando vivi così, ti svegli la mattina e non sai, quel giorno, quante dimensioni assumerai, quante volte impazzirai. È stata un’aspra battaglia tra me e la piccoletta, tanto che non si riusciva più a capire chi fosse la vittima, chi il persecutore.
La mia mente è un luogo molto pericoloso. Ci sono trappole ad ogni angolo. Deve essere stato un luogo meraviglioso quando la Michela piccola cavalcava la sua vita, perché è ancora piena di paesaggi meravigliosi, sogni da realizzare, libri e versi sparsi, musica che inonda ogni suo spazio, ma oggi è, anche, una giungla terribile, nella quale raramente arriva luce, le sovrastrutture abbondano così come le paure e le nevrosi. È il luogo perfetto in cui abbandonarci. È il luogo perfetto in cui ucciderci. È il luogo perfetto in cui farla regnare: la bambina Michela. Nessuno la ama, tutti la abbandonano.
Ma in questa giungla, ho trovato il sentiero che mi ha portata al mio luogo felice.
C’è un luogo in questa vita, un luogo in cui la mia mente smette di essere la trappola infernale che è, diventando una risorsa meravigliosa. Le battaglie al potere interne alla mia psiche cessano di esistere. Il dolore lancinante che mi porto in petto si fa leggero. Il respiro trova il suo ritmo naturale, le ansie lasciano il mio stomaco, il corpo e la mente si raccolgono dentro me e si abbracciano. È un non luogo nel quale, sono una non me ed è, al tempo stesso, IL luogo dove io sono la vera ME.
È il mio tappetino di Yoga.
Questo è il motivo che mi spinge a tornare su quel tappetino ogni giorno: imparare a tenere la mia bambina impaurita al sicuro perché, so che solo io, posso farlo. Per tanto tempo, ho cercato qualcuno che la prendesse e la portasse in una stanza diversa dalla mia, lontana da me, così che mi lasciasse il tempo e il coraggio per vivere, in fine, ho capito. Dobbiamo vivere insieme e coabitare questa mente. Per farlo, devo imparare a perdonare entrambe per il male che ci siamo fatte, quello che ancora oggi ci facciamo e, quello che proveremo a farci. Il tappetino è lo spazio in cui esco dalla zona di conforto di entrambe e, siedo al centro perfetto del mio dolore. Parte della mia pratica è quella di guardare negli occhi la mia bimba impaurita e farle capire che la amo. Le carezzo i capelli arruffati dai ricci indomiti, butto via tutti gli strumenti di tortura che usa per nascondere la sua età e fingersi grande e, le sussurro con dolcezza all’orecchio, che va bene non essere il Sole. Va bene non essere perfetta. Va bene non essere la meraviglia che cerca di vendere al resto del mondo. Va bene essere così arrabbiata. Le dico che ha ragione, che ha subito un grave, gravissimo danno, ma che è ora di voltare pagina. E la scongiuro di imparare a fidarsi del mondo, che è al sicuro, che non l’abbandonerò mai.
So che le risposte delle quali abbiamo entrambe bisogno, sono su quel tappetino, la mia àncora con l’Universo e le sue regole, alle quali, cerco di imparare ad affidarmi e, soprattutto so con assoluta certezza che, solo attraverso la mia pratica imperfetta, acerba, piena di limiti ma appassionata come mai niente altro nella mia vita, le risposte arriveranno. E lo fanno. Lo fanno ogni giorno.
Oggi so che hanno ragione gli altri, vivere con noi non è semplice, siamo proprio noi due a renderlo impossibile quasi a tutti, ma so che ci bastiamo, io e lei.
Siamo complesse.
Siamo indomite.
Siamo rivoluzionarie.
Siamo caotiche.
Siamo guerrafondaie.
Siamo bellissime.
Siamo piene di difetti, molto più della norma.
Siamo due lupi in un metro e cinquantotto di corpo umano femminile.
Noi siamo Michela e non siamo per tutti.
Ogni tuo difetto, ogni tuo fallimento, ogni tuo limite. Tutto concorre a fare di te una donna che corre con i lupi. Indomabile; per la maggior parte delle persone, una vera selvaggia. Eppure sono questi stessi tratti a renderti bellissima. A renderti bruttissima. A renderti umana. Sei umana. Avanti, piccola donna, ripetilo ad alta voce. Sei umana, sei già, solo per questo, degna di essere amata e meritevole di perdono. Sempre.
C’è una Michela molto piccola in me, parlo troppo poche volte con lei e questo, la confonde. La sento urlare per tutto il tempo, ogni singolo giorno, delle ingiustizie che sente bruciare sulla sua pelle. A lungo, troppo a lungo, ho finto di non ascoltarla. È una bimba sovversiva, la Rivoluzione non la fa, la Rivoluzione la porta dentro di sé, lei è la Rivoluzione. È una bambina insicura, vive nell’incessante terrore dell’abbandono. Quando si sente aggredita, reagisce. La maggior parte del tempo, in maniera inappropriata. Rende palese, quotidianamente, la sua capacità di compiere solo scelte avventate, di base perché ha paura. Teme di non sapere ascoltare il suo cuore, ha paura di morire senza riuscire a sentire il calore dell’amore. Una volta, una sola volta, amare ed essere amata. Possibilmente in contemporanea, non un secondo dopo che lei ha smesso di essere amata. Questo è quel che chiede.
È molto egoista, capricciosa, viziata e tutto, accade per la stessa unica ragione. Ha paura di quanto sia facile frantumarla, dunque, tortura la Michela adulta. Per questo motivo, lancia bombe ad ogni passo. Spera ne escano fiori e, invece, semina vento e raccoglie tempesta.
Cerco di dirle di calmarsi, che andrà tutto bene, che saprò tenerla al sicuro in questo mondo spaventoso, ma non è quasi mai semplice convincerla ad ascoltarmi. Per anni, io e lei, siamo state in balìa delle sue strategie persecutive. Anni molto, molto bui durante i quali, il mondo era sottosopra e insieme correvamo in tondo nel Paese delle Meraviglie. Quando vivi così, ti svegli la mattina e non sai, quel giorno, quante dimensioni assumerai, quante volte impazzirai. È stata un’aspra battaglia tra me e la piccoletta, tanto che non si riusciva più a capire chi fosse la vittima, chi il persecutore.
La mia mente è un luogo molto pericoloso. Ci sono trappole ad ogni angolo. Deve essere stato un luogo meraviglioso quando la Michela piccola cavalcava la sua vita, perché è ancora piena di paesaggi meravigliosi, sogni da realizzare, libri e versi sparsi, musica che inonda ogni suo spazio, ma oggi è, anche, una giungla terribile, nella quale raramente arriva luce, le sovrastrutture abbondano così come le paure e le nevrosi. È il luogo perfetto in cui abbandonarci. È il luogo perfetto in cui ucciderci. È il luogo perfetto in cui farla regnare: la bambina Michela. Nessuno la ama, tutti la abbandonano.
Ma in questa giungla, ho trovato il sentiero che mi ha portata al mio luogo felice.
C’è un luogo in questa vita, un luogo in cui la mia mente smette di essere la trappola infernale che è, diventando una risorsa meravigliosa. Le battaglie al potere interne alla mia psiche cessano di esistere. Il dolore lancinante che mi porto in petto si fa leggero. Il respiro trova il suo ritmo naturale, le ansie lasciano il mio stomaco, il corpo e la mente si raccolgono dentro me e si abbracciano. È un non luogo nel quale, sono una non me ed è, al tempo stesso, IL luogo dove io sono la vera ME.
È il mio tappetino di Yoga.
Questo è il motivo che mi spinge a tornare su quel tappetino ogni giorno: imparare a tenere la mia bambina impaurita al sicuro perché, so che solo io, posso farlo. Per tanto tempo, ho cercato qualcuno che la prendesse e la portasse in una stanza diversa dalla mia, lontana da me, così che mi lasciasse il tempo e il coraggio per vivere, in fine, ho capito. Dobbiamo vivere insieme e coabitare questa mente. Per farlo, devo imparare a perdonare entrambe per il male che ci siamo fatte, quello che ancora oggi ci facciamo e, quello che proveremo a farci. Il tappetino è lo spazio in cui esco dalla zona di conforto di entrambe e, siedo al centro perfetto del mio dolore. Parte della mia pratica è quella di guardare negli occhi la mia bimba impaurita e farle capire che la amo. Le carezzo i capelli arruffati dai ricci indomiti, butto via tutti gli strumenti di tortura che usa per nascondere la sua età e fingersi grande e, le sussurro con dolcezza all’orecchio, che va bene non essere il Sole. Va bene non essere perfetta. Va bene non essere la meraviglia che cerca di vendere al resto del mondo. Va bene essere così arrabbiata. Le dico che ha ragione, che ha subito un grave, gravissimo danno, ma che è ora di voltare pagina. E la scongiuro di imparare a fidarsi del mondo, che è al sicuro, che non l’abbandonerò mai.
So che le risposte delle quali abbiamo entrambe bisogno, sono su quel tappetino, la mia àncora con l’Universo e le sue regole, alle quali, cerco di imparare ad affidarmi e, soprattutto so con assoluta certezza che, solo attraverso la mia pratica imperfetta, acerba, piena di limiti ma appassionata come mai niente altro nella mia vita, le risposte arriveranno. E lo fanno. Lo fanno ogni giorno.
Oggi so che hanno ragione gli altri, vivere con noi non è semplice, siamo proprio noi due a renderlo impossibile quasi a tutti, ma so che ci bastiamo, io e lei.
Siamo complesse.
Siamo indomite.
Siamo rivoluzionarie.
Siamo caotiche.
Siamo guerrafondaie.
Siamo bellissime.
Siamo piene di difetti, molto più della norma.
Siamo due lupi in un metro e cinquantotto di corpo umano femminile.
Noi siamo Michela e non siamo per tutti.
sabato 16 febbraio 2019
Di pinguini e dell'esercizio del qui e dell'ora.
Degli animali invidio la totale assenza nelle loro coscienze del concetto di tempo.
Da qualche parte, ho letto che i pinguini si accompagnano nella stessa coppia per tutta la loro vita e, per tutta la vita, intendo fino alla loro morte. È una scelta naturale. Loro non pensano al per sempre quando si scelgono. Non pianificano di trovare un lavoro, di sposarsi, accendere un mutuo ventennale per una casa in cui, poi, fare figli. Nulla di tutto questo. Loro si prendono per la pinna e incedono nella vita con il loro passo sbilenco. Magari qui e lì, capiterà ad uno dei due di scivolare. Forse sarà la signora Pinguina a cadere per prima, nel tentativo di farsi rassicurare d’essere amata, diventerà ossessiva, o, magari, signor Pinguino non noterà quanto sia lucente il manto di signora Pinguino, merito dei chili di calamari ingeriti. Crudi. Lei mangia calamari, crudi per essere la pinguina più bella per il suo pinguino e lui, nemmeno a dirlo, non lo nota. Tipico. Vero, amiche? In ogni caso, non conta. Alla fine, inesorabilmente, uno dei due ferirà l’altro e, tuttavia, resteranno insieme. Cammineranno l’una accanto all’altro, senza pensare a come sarebbe stato SE.
Se avessero scelto un altro pinguino.
Se avessero scelto un’altra rotta.
Se avessero colto il giusto momento.
Non esiste un altro pinguino, altra rotta e momento giusto. I pinguini si amano nell’ora, nel qui. Non è forse questo il punto?
Qualcuno potrebbe farci notare che, noi non siamo pinguini, non è, piuttosto, questo il punto?
In questo momento di profonda metamorfosi, ho capito che il mio problema risiede nella consapevolezza. È un’idea che mi ero fatta già da tanto, ma in qualche modo, riuscivo solo ad intravedere i contorni del problema, procrastinando a domani il più arduo compito di osservare, capire e risolvere. Ho dovuto perdere ancora un pezzo per capire cosa mi stesse accadendo.
Ho dovuto perderti, per capire che era il mio tempo questo, per fermarmi.
Non posso dire di essere una donna nata sotto un cattivo karma, ma quello che ho capito e che sto scegliendo di risolvere, è la mia tendenza a crearmi l’Inferno in terra. Perché? Perché, come la stragrande maggioranza delle persone di mia conoscenza, vivo come una trottola impazzita, nell’illusione di dover raggiungere più mete di quelle che una persona sana di mente, dovrebbe prefiggersi e nell’ubriachezza sensoriale che renda impossibile guardarsi dentro. Ho vissuto tutta la mia vita fino ad oggi, nella nebbia e, anzi, ancora peggio, ogni qual volta la nebbia si diradava per effetto di una buona azione ricevuta o di una più classica botta di culo, io ero lì pronta a rimescolare le carte. A riorganizzare il caos. Che perversione, vero? Certo, raccontando a me stessa che ero perfettamente a mio agio nel caos, che mi piaceva vivere così nel disordine mentale ed emotivo e, quindi, in quello puramente pratico della vita, della casa e, in fine, della famiglia. Certo, dentro me (come in ognuno di noi) c’è stata per parecchio tempo una vocina che cercava di dirmi “cosa diamine stai facendo”? ma per citare un inglese molto più profondo, saggio e poetico di me: ho una sorta di alacrità nell’andare a fondo. Nessuno la mette a tacere con la mia maestria. O forse, sì? In fondo, vedo gente fare delle scelte chiaramente errate ogni giorno, totalmente e irrimediabilmente scorciatoie per il dolore e loro, comunque, le imboccano. Chi sono io per giudicare? Io non giudico. Mai. Il giudizio in me è stato sospeso dalle innumerevoli leggerezze commesse in trentasei anni di vita.
Ho vissuto più o meno comodamente nel caos, nascondendomi poi, dietro frasi di questo genere: non ho idea di come io sia arrivata a fare questa scelta. Ecco, sì questa è una frase che chi mi conosce, mi ha sentita dire almeno una centinaia di volte, tanto che chi mi vive accanto spesso mi ha chiesto “scusa, ma eri per caso ubriaca”? Non lo ero. Magari, a volte, mi ha potuta aiutare un goccio, o un litro, di prosecco, lo ammetto; sono una che il Signore l’ha generata con la resistenza all’alcol di un giocatore di rugby di cento chili. La verità è che la sensazione era quella. Mi è sembrato spesso di essere ubriaca nella vita, perché tutta la vita sono stata una che le scelte non le ha mai calibrate. M A I e gente, lasciate che vi porti la mia esperienza, ve la butto giù semplice: NON VA UN CAZZO BENE. Lo so tanto che, come è noto, non servirà perché siamo nati tutti col diritto all’errore incorporato: sbaglio 2, il karma mi punisce per 3. Fino a quando mente e cuore non sono della stessa idea, amici STATE FERMI.
Non posso parlare per tutti ovviamente, ma posso farlo per me e per quelli come me. Non mi stancherò mai di ripeterlo: le tracce della nostra infanzia restano indelebili nella nostra vita da adulti. Anche quando siamo lontani decina di migliaia di giorni e di chilometri da quel passato e, anzi, tanto più lo si nega, tanto più ci tormenta. Non siamo pinguini, no. Siamo esseri umani dalla coscienza dannatamente strutturata ed è per questo, che tu hai lasciato la mia pinna, la mia mano, pardon!
Ad esempio, oggi so meglio di quando ti ho incontrato, quali processi perversi e maniacali io inneschi quando mi innamoro e devo ringraziare te e l’amore che ti porto per una benedizione così gigante come la consapevolezza di me stessa. O, almeno, un principio di consapevolezza.
Il mio è un loop anche banale, ecco svelato l’arcano del dolore. Il dolore esiste e nella sua esistenza è dannatamente banale, appunto. Lo viviamo tutti secondo la medesima scala di intensità.
Mi manca che fa male. Quante volte lo hai detto? Mi manca da morire! Sbagliato! Ti manca da vivere, perché se eri morta non la sentivi la sua mancanza. Il dolore è vita. Esso è connaturato alla vita stessa. La vera svolta, l’unica, vera trasgressione, è accettare che il dolore esista, capirne la sorgente, farlo cessare e liberarsi di lui sulla base di un patto semplice ed equo: do ut des. Ti lascio vivere e tu, non mi uccidi.
Invece, ecco la Michela che hai conosciuto tu cosa faceva:
non sono degna di essere amata perché papà non mi amava quando ero piccola--- innesco la paura dell’abbandono che, poi, diventa terrore ---- il terrore innesca l’autodifesa---- l’autodifesa imbruttisce e genera rabbia---- il piccolo Pikachu che mi hanno raccontato tutta la vita io sia, dà sfogo ad una tempesta di rabbia. Tipo tempesta di sabbia, mentre sei nel bel mezzo del deserto del Gobi. Quel genere di tempesta di sabbia. Non è semplice sopravvivere ad un muro di sabbia che ti viene incontro. L’unica cosa da fare è rimanere fermi, coprire la bocca e cercare un punto elevato in cui cercare riparo.
Così funziona il cervello di una con la sindrome di abbandono. Ti respingo e ti vomito addosso la mia rabbia con una forza tale che te ne andrai. La magia è quando rimangono e ti dimostrano che non hai bisogno di autosabotare la felicità. Restano. Una sola parola. Restano. Che suono divino, non è vero? A volte però, nemmeno restare basta. Tu, ad esempio l’hai fatto. Sei rimasto e io ti ho calpestato, perché nemmeno vederti lì accanto a me, dove volevo tu fossi, mi bastava. Ti volevo lì pronto a dire le parole che volevo sentirmi dire e tu non le volevi dire; ne avevi il diritto.
Amare è saper ascoltare anche quando non si parla. Se c’è una cosa che la nostra rottura mi ha insegnato, è che deludersi reciprocamente è un diritto per pochi eletti, ma è anche l’unica reale forma di amore.
Mi sono domandata cosa dovessi farmene di tutto questo dolore al centro del petto.
Ci sono giorni che penso di aver smesso di soffrire per te, mi dico che il segreto è respirare. Inspiro, espiro, inspiro, espiro, forzo un sorriso. Inspiro, espiro, inspiro, espiro, piango di nuovo.
Altri giorni in cui mi sveglio piangendo e poi, durante la giornata, durante i pianti che arrivano all’improvviso, scopro che non piango per te. Piango perché, finalmente, quella vocina che ho messo a tacere fin dalla più tenera età, ora, dopo la devastazione che ho lasciato dietro me e te, mi parla di nuovo, la sento forte e chiara, dura sempre troppo poco e spero con l’esercizio e la disciplina di riuscire ad imparare a ritrovarla ogni qual volta ne avrò bisogno.
E poi c’è il cuore che fa male. Oddio, se fa male. Ho capito che il mio cuore ha questa strana capacità di gonfiarsi di dolore fino quasi ad implodere nel mio torace, ma poi in qualche modo si sgonfia. Anche il vostro?
E ho capito che respingere l’amore che ho per te è una contraddizione in termini. Non si può smettere di amare perché si vuole essere amati, non credi? Amare è dare. Dare, dare e dare. Ricevere è una parola che non ha nulla a che fare con l’amore.
Quindi, ecco il mio piano. Io resterò qui, ferma nel mio incondizionato amore, che nessuno, te compreso, capisce, ma che a me è sempre più chiaro. Disciplinerò me stessa ad essere la donna forte e indipendente che so di essere e procederò col mio passo sbilenco nella mia vita, inondandoti da lontano del mio amore, a pinna tesa.
Spalancherò la porta sul mio cuore che tenevo socchiusa e forse tu rientrerai, o entrerà il sole, o magari, entrerete entrambi e sarà come deve essere: io e te, pinna nella pinna, a passo sbilenco nel mondo.
In entrambi i casi, ci sarà il sole ed avrò un buon motivo per sorridere.
Da qualche parte, ho letto che i pinguini si accompagnano nella stessa coppia per tutta la loro vita e, per tutta la vita, intendo fino alla loro morte. È una scelta naturale. Loro non pensano al per sempre quando si scelgono. Non pianificano di trovare un lavoro, di sposarsi, accendere un mutuo ventennale per una casa in cui, poi, fare figli. Nulla di tutto questo. Loro si prendono per la pinna e incedono nella vita con il loro passo sbilenco. Magari qui e lì, capiterà ad uno dei due di scivolare. Forse sarà la signora Pinguina a cadere per prima, nel tentativo di farsi rassicurare d’essere amata, diventerà ossessiva, o, magari, signor Pinguino non noterà quanto sia lucente il manto di signora Pinguino, merito dei chili di calamari ingeriti. Crudi. Lei mangia calamari, crudi per essere la pinguina più bella per il suo pinguino e lui, nemmeno a dirlo, non lo nota. Tipico. Vero, amiche? In ogni caso, non conta. Alla fine, inesorabilmente, uno dei due ferirà l’altro e, tuttavia, resteranno insieme. Cammineranno l’una accanto all’altro, senza pensare a come sarebbe stato SE.
Se avessero scelto un altro pinguino.
Se avessero scelto un’altra rotta.
Se avessero colto il giusto momento.
Non esiste un altro pinguino, altra rotta e momento giusto. I pinguini si amano nell’ora, nel qui. Non è forse questo il punto?
Qualcuno potrebbe farci notare che, noi non siamo pinguini, non è, piuttosto, questo il punto?
In questo momento di profonda metamorfosi, ho capito che il mio problema risiede nella consapevolezza. È un’idea che mi ero fatta già da tanto, ma in qualche modo, riuscivo solo ad intravedere i contorni del problema, procrastinando a domani il più arduo compito di osservare, capire e risolvere. Ho dovuto perdere ancora un pezzo per capire cosa mi stesse accadendo.
Ho dovuto perderti, per capire che era il mio tempo questo, per fermarmi.
Non posso dire di essere una donna nata sotto un cattivo karma, ma quello che ho capito e che sto scegliendo di risolvere, è la mia tendenza a crearmi l’Inferno in terra. Perché? Perché, come la stragrande maggioranza delle persone di mia conoscenza, vivo come una trottola impazzita, nell’illusione di dover raggiungere più mete di quelle che una persona sana di mente, dovrebbe prefiggersi e nell’ubriachezza sensoriale che renda impossibile guardarsi dentro. Ho vissuto tutta la mia vita fino ad oggi, nella nebbia e, anzi, ancora peggio, ogni qual volta la nebbia si diradava per effetto di una buona azione ricevuta o di una più classica botta di culo, io ero lì pronta a rimescolare le carte. A riorganizzare il caos. Che perversione, vero? Certo, raccontando a me stessa che ero perfettamente a mio agio nel caos, che mi piaceva vivere così nel disordine mentale ed emotivo e, quindi, in quello puramente pratico della vita, della casa e, in fine, della famiglia. Certo, dentro me (come in ognuno di noi) c’è stata per parecchio tempo una vocina che cercava di dirmi “cosa diamine stai facendo”? ma per citare un inglese molto più profondo, saggio e poetico di me: ho una sorta di alacrità nell’andare a fondo. Nessuno la mette a tacere con la mia maestria. O forse, sì? In fondo, vedo gente fare delle scelte chiaramente errate ogni giorno, totalmente e irrimediabilmente scorciatoie per il dolore e loro, comunque, le imboccano. Chi sono io per giudicare? Io non giudico. Mai. Il giudizio in me è stato sospeso dalle innumerevoli leggerezze commesse in trentasei anni di vita.
Ho vissuto più o meno comodamente nel caos, nascondendomi poi, dietro frasi di questo genere: non ho idea di come io sia arrivata a fare questa scelta. Ecco, sì questa è una frase che chi mi conosce, mi ha sentita dire almeno una centinaia di volte, tanto che chi mi vive accanto spesso mi ha chiesto “scusa, ma eri per caso ubriaca”? Non lo ero. Magari, a volte, mi ha potuta aiutare un goccio, o un litro, di prosecco, lo ammetto; sono una che il Signore l’ha generata con la resistenza all’alcol di un giocatore di rugby di cento chili. La verità è che la sensazione era quella. Mi è sembrato spesso di essere ubriaca nella vita, perché tutta la vita sono stata una che le scelte non le ha mai calibrate. M A I e gente, lasciate che vi porti la mia esperienza, ve la butto giù semplice: NON VA UN CAZZO BENE. Lo so tanto che, come è noto, non servirà perché siamo nati tutti col diritto all’errore incorporato: sbaglio 2, il karma mi punisce per 3. Fino a quando mente e cuore non sono della stessa idea, amici STATE FERMI.
Non posso parlare per tutti ovviamente, ma posso farlo per me e per quelli come me. Non mi stancherò mai di ripeterlo: le tracce della nostra infanzia restano indelebili nella nostra vita da adulti. Anche quando siamo lontani decina di migliaia di giorni e di chilometri da quel passato e, anzi, tanto più lo si nega, tanto più ci tormenta. Non siamo pinguini, no. Siamo esseri umani dalla coscienza dannatamente strutturata ed è per questo, che tu hai lasciato la mia pinna, la mia mano, pardon!
Ad esempio, oggi so meglio di quando ti ho incontrato, quali processi perversi e maniacali io inneschi quando mi innamoro e devo ringraziare te e l’amore che ti porto per una benedizione così gigante come la consapevolezza di me stessa. O, almeno, un principio di consapevolezza.
Il mio è un loop anche banale, ecco svelato l’arcano del dolore. Il dolore esiste e nella sua esistenza è dannatamente banale, appunto. Lo viviamo tutti secondo la medesima scala di intensità.
Mi manca che fa male. Quante volte lo hai detto? Mi manca da morire! Sbagliato! Ti manca da vivere, perché se eri morta non la sentivi la sua mancanza. Il dolore è vita. Esso è connaturato alla vita stessa. La vera svolta, l’unica, vera trasgressione, è accettare che il dolore esista, capirne la sorgente, farlo cessare e liberarsi di lui sulla base di un patto semplice ed equo: do ut des. Ti lascio vivere e tu, non mi uccidi.
Invece, ecco la Michela che hai conosciuto tu cosa faceva:
non sono degna di essere amata perché papà non mi amava quando ero piccola--- innesco la paura dell’abbandono che, poi, diventa terrore ---- il terrore innesca l’autodifesa---- l’autodifesa imbruttisce e genera rabbia---- il piccolo Pikachu che mi hanno raccontato tutta la vita io sia, dà sfogo ad una tempesta di rabbia. Tipo tempesta di sabbia, mentre sei nel bel mezzo del deserto del Gobi. Quel genere di tempesta di sabbia. Non è semplice sopravvivere ad un muro di sabbia che ti viene incontro. L’unica cosa da fare è rimanere fermi, coprire la bocca e cercare un punto elevato in cui cercare riparo.
Così funziona il cervello di una con la sindrome di abbandono. Ti respingo e ti vomito addosso la mia rabbia con una forza tale che te ne andrai. La magia è quando rimangono e ti dimostrano che non hai bisogno di autosabotare la felicità. Restano. Una sola parola. Restano. Che suono divino, non è vero? A volte però, nemmeno restare basta. Tu, ad esempio l’hai fatto. Sei rimasto e io ti ho calpestato, perché nemmeno vederti lì accanto a me, dove volevo tu fossi, mi bastava. Ti volevo lì pronto a dire le parole che volevo sentirmi dire e tu non le volevi dire; ne avevi il diritto.
Amare è saper ascoltare anche quando non si parla. Se c’è una cosa che la nostra rottura mi ha insegnato, è che deludersi reciprocamente è un diritto per pochi eletti, ma è anche l’unica reale forma di amore.
Mi sono domandata cosa dovessi farmene di tutto questo dolore al centro del petto.
Ci sono giorni che penso di aver smesso di soffrire per te, mi dico che il segreto è respirare. Inspiro, espiro, inspiro, espiro, forzo un sorriso. Inspiro, espiro, inspiro, espiro, piango di nuovo.
Altri giorni in cui mi sveglio piangendo e poi, durante la giornata, durante i pianti che arrivano all’improvviso, scopro che non piango per te. Piango perché, finalmente, quella vocina che ho messo a tacere fin dalla più tenera età, ora, dopo la devastazione che ho lasciato dietro me e te, mi parla di nuovo, la sento forte e chiara, dura sempre troppo poco e spero con l’esercizio e la disciplina di riuscire ad imparare a ritrovarla ogni qual volta ne avrò bisogno.
E poi c’è il cuore che fa male. Oddio, se fa male. Ho capito che il mio cuore ha questa strana capacità di gonfiarsi di dolore fino quasi ad implodere nel mio torace, ma poi in qualche modo si sgonfia. Anche il vostro?
E ho capito che respingere l’amore che ho per te è una contraddizione in termini. Non si può smettere di amare perché si vuole essere amati, non credi? Amare è dare. Dare, dare e dare. Ricevere è una parola che non ha nulla a che fare con l’amore.
Quindi, ecco il mio piano. Io resterò qui, ferma nel mio incondizionato amore, che nessuno, te compreso, capisce, ma che a me è sempre più chiaro. Disciplinerò me stessa ad essere la donna forte e indipendente che so di essere e procederò col mio passo sbilenco nella mia vita, inondandoti da lontano del mio amore, a pinna tesa.
Spalancherò la porta sul mio cuore che tenevo socchiusa e forse tu rientrerai, o entrerà il sole, o magari, entrerete entrambi e sarà come deve essere: io e te, pinna nella pinna, a passo sbilenco nel mondo.
In entrambi i casi, ci sarà il sole ed avrò un buon motivo per sorridere.
lunedì 26 novembre 2018
Della vita che cambia. Storia di Penelope e dei suoi ricami.
“In greco, ritorno si dice nóstos; álgos significa sofferenza. La nostalgia è, dunque, la sofferenza provocata dal desiderio inappagato di ritornare”.
Milan Kundera (l’ignoranza)
È forse questo il sentimento che mi accompagna da così tanto tempo? La nostalgia di me, il non vedermi più tornare? Quanto tempo trascorso col passo del gambero alla ricerca dell’altro capo del filo? Un’instancabile Penelope. Qualcosa che potesse finalmente colmare la voragine al centro del mio petto. Quel vuoto che troppe volte ho temuto di non saper dissimulare. Ha il male di vivere. Così dicono di me e, diamine, magari fosse stato davvero solo questo. È una ragazza fragile. È una donna perennemente depressa, ma che le mancherà poi? Quando, al limite, siamo represse, non depresse che poi è peggio.
E la vita nel frattempo si snoda nei dettagli di uno scadente film, mentre tu da fuori ti guardi brancolare nei medesimi errori di sempre senza capire perché.
-un’adolescenza lampo
-una laurea buona, ma non buonissima
-un matrimonio, ottimo, se solo la protagonista fosse certa di volersi sposare
-un lavoro sbagliato, il più sbagliato possibile
-la maternità, il caos e il suo delirio, l’amore, il divorzio.
Un susseguirsi di cliché banali. Vero? Ti ci rivedi anche tu, non è così? Casino più, casino meno. Cosa c’è in questo susseguirsi di eventi tipici della vita umana che non va? Perché tu, invece, non riesci a tenere il passo? Tu che hai trascorso anni a vivisezionare ogni singolo ricordo della tua esistenza. Tu che i tuoi traumi li conosci uno ad uno. Spesso passeggi con loro, li tieni per mano. Tu che conosci il nome di ogni emozione repressa, tu che non le lasci esplodere nelle tue relazioni perché i mostri sono i tuoi e li gestisci tu. Sola. Tu che la vita è meglio in terapia così non rischi di distruggere gli altri con le tue frustrazioni. Proprio tu, non ti incastri, nelle giornate che ti ritrovi a vivere e il motivo, ragazza mia, è semplice. Paradossale sì, ma semplice. Non hai la minima idea di chi tu realmente sia. È per questo che sei così vagabonda. È per questo che oscilli in un moto infernale da una vita all’altra. È per questo, che il tuo amore è una donna di cui hai paura. Perché lei è te più di te stessa, la versione indomita di te. Apparentemente, amica, la vita che hai fino ad oggi vissuto, con i demoni, i mostri nel cassetto e i sogni sotto al letto, non ti ha insegnato nulla di importante. Il castello di carte della brava bimba che hai imparato ad essere era, appunto, carta straccia e ora, come farai? Ora, che hai gli occhi aperti sui cumuli delle tue bugie sapientemente ricamate sulle scelte più inconsapevoli e folli possibile, cosa hai intenzione di farne di questa vita qui?
Passo uno: comprendi che la vita è la tua. Tua non è un aggettivo possessivo come gli altri. Pronuncialo piano, a bocca piena di te e, prenditi la responsabilità della tua vita. Di ogni suo aspetto.
Passo due: la felicità è una conseguenza, non una meta. Piantala di agire secondo la logica del faccio questo così rendo felice chi mi circonda. Non esiste sillogismo più perverso. Le perversioni, tienile dove servono e basta. Vivi assecondando la tua natura e la felicità arriverà e se non lo farà, ma tanto lo farà, hai sempre tutto il vino che vuoi!
Passo tre: ricordi tutte le virtù che ti hanno fatto esercitare perché una brava ragazza si comporta così? La buona educazione, la generosità, la bontà, la solidarietà, il garbo, la classe ad ogni costo? Ecco, amica, prendile e buttale via dal tuo viaggio, tieni con te solo il coraggio. È tutto ciò che la vita ti richiederà. Il coraggio.
Abbi il coraggio di essere chi sei e null’altro.
Abbi il coraggio di rischiare, anche quando sai che ti farai piuttosto male.
Abbi il coraggio di cambiare. Fallo il più spesso possibile. Non ascoltarli quelli che ti rimproverano di non saper vivere in maniera adulta la routine. Sì, è vero, non lo sai fare. Evviva Dio! Sei come il vento, prova a prendermi se ci riesci!
Abbi il coraggio di amare. Ama, come ti viene richiesto lì, alla bocca dello stomaco, perché bimba, è nello stomaco che risiede la verità, non nelle categorie mentali. Ama lì, nel posto sbagliato, al momento sbagliato, la persona sbagliata perché domani scoprirai che quello era il posto giusto, con la persona giusta nell’unico momento possibile.
Passo quattro: cancella la nozione di tempo dalla mappa del tuo viaggio. Il tempo non esiste. È un’umana invenzione e in quanto tale, imperfetto, ed è suscettibile di cambiamenti e miglioramenti. Tu resta nel tuo tempo. Il tuo ora. Lo so che il mondo fa chiasso e tu devi trovare il silenzio, ma ascolta il tuo orologio. Il segreto, amica è respirare. È così che trovi il passo giusto. Il tuo tempo, il tuo viaggio, la tua vita. La tua felicità.
Esci dal tuo cantuccio, quel posto così comodo costruito in meticolosi anni di battaglie. Spogliati tutta e, quando sarai completamente nuda, osserva bene chi resta e chi va, ma presta l’occhio anche a chi arriva, non perché il nuovo sia meglio del vecchio, spesso non lo è, ormai lo sai, ma perché fino a quando manterrai lo sguardo altrove, saprai di andare nella giusta direzione. Non dietro, non accanto, neppure oltre, solo altrove. Nei tuoi luoghi.
E, infine, amica è il momento del quinto passo: la violenza peggiore per quelle come noi, eppure, è il vero passo del cambiamento. Impara che le parole, non sono le armi letali che credevi. Le parole, persino le tue che credi di usarle tanto bene, sono solo petali nei nostri cannoni. Siamo ciò che facciamo, non quello che diciamo che faremo. Per questo motivo, goditi la musica inebriante del loro suono, poi però piega le parole ad un’azione. Se le parole di chi ami, sono belle ma non sono seguite da un’azione, anche irruenta, anche eccessiva, tu, quelle parole, lasciale cadere nel vuoto di chi le ha pronunciate e passa oltre.
Vedi amica, non c’è modo di fermare la vita. L’unica cosa che puoi fare, è sederti in silenzio. Respira. Lenta. Tutta l’aria che puoi.
Shhh! Ascolta la vita che accade, amica.
Senti che bel rumore.
Michela
Milan Kundera (l’ignoranza)
È forse questo il sentimento che mi accompagna da così tanto tempo? La nostalgia di me, il non vedermi più tornare? Quanto tempo trascorso col passo del gambero alla ricerca dell’altro capo del filo? Un’instancabile Penelope. Qualcosa che potesse finalmente colmare la voragine al centro del mio petto. Quel vuoto che troppe volte ho temuto di non saper dissimulare. Ha il male di vivere. Così dicono di me e, diamine, magari fosse stato davvero solo questo. È una ragazza fragile. È una donna perennemente depressa, ma che le mancherà poi? Quando, al limite, siamo represse, non depresse che poi è peggio.
E la vita nel frattempo si snoda nei dettagli di uno scadente film, mentre tu da fuori ti guardi brancolare nei medesimi errori di sempre senza capire perché.
-un’adolescenza lampo
-una laurea buona, ma non buonissima
-un matrimonio, ottimo, se solo la protagonista fosse certa di volersi sposare
-un lavoro sbagliato, il più sbagliato possibile
-la maternità, il caos e il suo delirio, l’amore, il divorzio.
Un susseguirsi di cliché banali. Vero? Ti ci rivedi anche tu, non è così? Casino più, casino meno. Cosa c’è in questo susseguirsi di eventi tipici della vita umana che non va? Perché tu, invece, non riesci a tenere il passo? Tu che hai trascorso anni a vivisezionare ogni singolo ricordo della tua esistenza. Tu che i tuoi traumi li conosci uno ad uno. Spesso passeggi con loro, li tieni per mano. Tu che conosci il nome di ogni emozione repressa, tu che non le lasci esplodere nelle tue relazioni perché i mostri sono i tuoi e li gestisci tu. Sola. Tu che la vita è meglio in terapia così non rischi di distruggere gli altri con le tue frustrazioni. Proprio tu, non ti incastri, nelle giornate che ti ritrovi a vivere e il motivo, ragazza mia, è semplice. Paradossale sì, ma semplice. Non hai la minima idea di chi tu realmente sia. È per questo che sei così vagabonda. È per questo che oscilli in un moto infernale da una vita all’altra. È per questo, che il tuo amore è una donna di cui hai paura. Perché lei è te più di te stessa, la versione indomita di te. Apparentemente, amica, la vita che hai fino ad oggi vissuto, con i demoni, i mostri nel cassetto e i sogni sotto al letto, non ti ha insegnato nulla di importante. Il castello di carte della brava bimba che hai imparato ad essere era, appunto, carta straccia e ora, come farai? Ora, che hai gli occhi aperti sui cumuli delle tue bugie sapientemente ricamate sulle scelte più inconsapevoli e folli possibile, cosa hai intenzione di farne di questa vita qui?
Passo uno: comprendi che la vita è la tua. Tua non è un aggettivo possessivo come gli altri. Pronuncialo piano, a bocca piena di te e, prenditi la responsabilità della tua vita. Di ogni suo aspetto.
Passo due: la felicità è una conseguenza, non una meta. Piantala di agire secondo la logica del faccio questo così rendo felice chi mi circonda. Non esiste sillogismo più perverso. Le perversioni, tienile dove servono e basta. Vivi assecondando la tua natura e la felicità arriverà e se non lo farà, ma tanto lo farà, hai sempre tutto il vino che vuoi!
Passo tre: ricordi tutte le virtù che ti hanno fatto esercitare perché una brava ragazza si comporta così? La buona educazione, la generosità, la bontà, la solidarietà, il garbo, la classe ad ogni costo? Ecco, amica, prendile e buttale via dal tuo viaggio, tieni con te solo il coraggio. È tutto ciò che la vita ti richiederà. Il coraggio.
Abbi il coraggio di essere chi sei e null’altro.
Abbi il coraggio di rischiare, anche quando sai che ti farai piuttosto male.
Abbi il coraggio di cambiare. Fallo il più spesso possibile. Non ascoltarli quelli che ti rimproverano di non saper vivere in maniera adulta la routine. Sì, è vero, non lo sai fare. Evviva Dio! Sei come il vento, prova a prendermi se ci riesci!
Abbi il coraggio di amare. Ama, come ti viene richiesto lì, alla bocca dello stomaco, perché bimba, è nello stomaco che risiede la verità, non nelle categorie mentali. Ama lì, nel posto sbagliato, al momento sbagliato, la persona sbagliata perché domani scoprirai che quello era il posto giusto, con la persona giusta nell’unico momento possibile.
Passo quattro: cancella la nozione di tempo dalla mappa del tuo viaggio. Il tempo non esiste. È un’umana invenzione e in quanto tale, imperfetto, ed è suscettibile di cambiamenti e miglioramenti. Tu resta nel tuo tempo. Il tuo ora. Lo so che il mondo fa chiasso e tu devi trovare il silenzio, ma ascolta il tuo orologio. Il segreto, amica è respirare. È così che trovi il passo giusto. Il tuo tempo, il tuo viaggio, la tua vita. La tua felicità.
Esci dal tuo cantuccio, quel posto così comodo costruito in meticolosi anni di battaglie. Spogliati tutta e, quando sarai completamente nuda, osserva bene chi resta e chi va, ma presta l’occhio anche a chi arriva, non perché il nuovo sia meglio del vecchio, spesso non lo è, ormai lo sai, ma perché fino a quando manterrai lo sguardo altrove, saprai di andare nella giusta direzione. Non dietro, non accanto, neppure oltre, solo altrove. Nei tuoi luoghi.
E, infine, amica è il momento del quinto passo: la violenza peggiore per quelle come noi, eppure, è il vero passo del cambiamento. Impara che le parole, non sono le armi letali che credevi. Le parole, persino le tue che credi di usarle tanto bene, sono solo petali nei nostri cannoni. Siamo ciò che facciamo, non quello che diciamo che faremo. Per questo motivo, goditi la musica inebriante del loro suono, poi però piega le parole ad un’azione. Se le parole di chi ami, sono belle ma non sono seguite da un’azione, anche irruenta, anche eccessiva, tu, quelle parole, lasciale cadere nel vuoto di chi le ha pronunciate e passa oltre.
Vedi amica, non c’è modo di fermare la vita. L’unica cosa che puoi fare, è sederti in silenzio. Respira. Lenta. Tutta l’aria che puoi.
Shhh! Ascolta la vita che accade, amica.
Senti che bel rumore.
Michela
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